Il re leone – Un remake inutile e dannoso

Dimensione Fumetto dedica una settimana di analisi critica a Il re leone, uno dei franchise più importanti, famosi e definenti dei Walt Disney Studios.

In questo terzo articolo: per festeggiare i 25 anni de Il re leone, la Disney ha affidato a Jon Favreau un remake in CGI veramente discutibile.


Il re leone è un remake di Jon Favreau dell’omonimo classico Disney uscito nel 2019 e impropriamente etichettato come live-action, visto che si tratta comunque di animazione digitale. Fatto perlopiù di trasposizioni inquadratura-per-inquadratura delle scene dell’originale e altri quaranta minuti di sottotrame accessorie che cercano di espandere la storia e l’ambientazione.

Ce n’era bisogno? Certo che no.

Ma di tutti i film di questo folle periodo di sequel e remake in live action, di questo ce n’era, se possibile, ancora meno bisogno.

Il fotorealismo dei personaggi

Per prima cosa, non è un live action. È un film in animazione digitale fotorealistica, che prende il peggio da entrambe le tecniche.

Dall’animazione prende la pecca di non essere reale. È una riproduzione della realtà attraverso figure in movimento che può essere convincente per le aspettative del nostro tempo, ma che un domani potrebbe non esserlo. Anzi, di sicuro non lo sarà, visto che la CGI con ambizioni realistiche tende a invecchiare malissimo.

Dal live action prende i limiti della fisica e anatomia. Non possono avere le movenze veloci e plastiche di un personaggio disegnato. Pumbaa non può girarsi sulla schiena per guardare le stelle, Scar non può gesticolare mentre parla, Mufasa e Rafiki non possono abbracciarsi perché facoceri, leoni e babbuini non hanno le articolazioni per fare queste cose.

A sinistra abbiamo Rafiki, un simpatico yoda peloso e con le guance blu che se va in giro con un bastone a dispensare consigli di vita e dipinge la genealogia dei re della savana sulle pareti di casa. A destra un terrificante babbuino con gli occhi iniettati di sangue pronto a staccarti il naso con un morso se osi guardarlo in faccia troppo a lungo.

I limiti anatomici degli animali reali incidono gravemente l’espressività facciale dei personaggi. Non possono piangere, alzare le sopracciglia, strizzare gli occhi, seguire il parlato con un labiale. Se si seguisse il film a volume azzerato, non si potrebbe immaginare nulla uscire da quelle bocche, se non versi animali.

A sinistra: lo sciamano della savana espone il futuro re. A destra: un babbuino che solleva un cucciolo di leone, ma deve sedersi perché i babbuini non sono capaci di stare eretti sollevando pesi. I due sono esemplari di tassidermia scartati dal set di Psyco perché Hitchcock li trovava troppo inquietanti.

Cosa che invece non succede con l’originale. Anzi, se una persona guardasse l’originale per la prima volta e a volume spento si perderebbe solo musica e voci meravigliose, ma potrebbe capire storia e personaggi dal solo modo in cui sono disegnati e si muovono. Capirebbe subito che Mufasa e Scar sono due opposti cosmologici, uno forte e onorevole, l’altro maligno e ruffiano, capirebbe subito che il Simba cucciolo è spavaldo e ingenuo, che Timon e Pumbaa sono gli Stanlio e Ollio della savana, che Rafiki è il maestro saggio, che il Simba adulto cerca di nascondere i rimorsi con un atteggiamento da pagliaccio e che Nala è la voce della ragione.

Il primo dialogo fra Mufasa e Scar nei due film. Nel primo caso abbiamo le personificazioni delle forze dell’ordine e del caos a confronto. Nel secondo invece due leoni leggermente diversi che si guardano. Finisci quasi per tifare per quello più magro e debole. La colonna sonora è costretta a cambiare da trombe trionfali ad archi sinistri quando questi due si scambiano battute, perché altrimenti sarebbe difficile capire chi è il legittimo re e chi l’aspirante usurpatore.

A seguire il film del 2019 invece non si capirebbe nulla. I leoni si somigliano tutti, tanto che è difficile distinguerli mentre sono in movimento. Le iene sono carine, dei cagnoloni con le zanne sporgenti, invece Pumbaa è repellente con quella faccia bitorzoluta da facocero, e assieme a Timon, che non può gesticolare, deve ripiegare su una comicità puramente verbale invece che fisica.

Non possiamo traumatizzare i bambini con la vista di animali anatomicamente corretti. Per questo è vietato avere cani e gatti in casa fino al compimento dei diciotto anni. Fonte: Reddit

I paesaggi

I paesaggi, altra grande vittima del remake. Nell’originale erano efficaci quanto i personaggi a mandare avanti la storia. Si può associare ogni ambiente e schema di colori a un preciso momento della storia. Praterie verdi e luce dell’alba? Regno di Mufasa. Scheletri giganti e buio? Cimitero degli elefanti. Gole, deserti e giallo bruciante? Esilio di Simba. Foreste verdi e insetti psichedelici? Hakuna Matata. Grigio e siccità? Regno di Scar. Pioggia? Ritorno di Simba.

I paesaggi letteralmente accompagnano i personaggi nel loro flusso di pensieri. Simba e Scar, quando cantano le rispettive canzoni sul voler diventare re, modificano l’ambiente. Nel primo caso diventa una parata carnevalesca di colori e animali che sembrano usciti da Fantasia, nel secondo un inferno dove la terra si smuove e i geyser eruttano seguendo un ritmo caraibico.

Può questa creatività trasporsi in un film con ambizioni fotorealistiche? Certo che no. Il paesaggio rimane quel che è. Un fondale inerte dai colori spenti, che ora deve essere verosimile. Quindi niente più foreste pluviali a ridosso dei deserti, o giostre dell’orrore al Cimitero degli elefanti. Solo una carriolata di ossa sparse sul terreno e una vegetazione un po’ meno striminzita per la foresta.

Ovviamente fuori discussione che le canzoni di Simba e Scar possano modificare il paesaggio. Voglio diventar presto un re è un semplice guado fatto di corsa, Sarò re invece è una marcia funebre urlata a volume sempre più alto.

La carica emotiva va a zero e inficia ulteriormente la capacità dello spettatore di sentire i personaggi.

Le prime due inquadrature del classico del 1994 con il remake. Confronto peggio che impietoso. Il sole nel remake non è nemmeno al centro dell’inquadratura, tanto sa di essere dentro un film mediocre.

Poi, per qualche motivo, L’amor ci avvolgerà che pure nell’originale si intitola Can You Feel the Love Tonight (“Puoi sentire l’amore stanotte”) si svolge di pomeriggio. Avrebbero potuto ambientarla di sera. Non si trattava di dover imbastire una coreografia di animali notturni. Ma a quel punto, probabilmente, ci avevano semplicemente rinunciato.

La storia

Ma un film non è fatto solo di estetica, e se ci fosse qualcuno convinto che il fotorealismo valga il prezzo di tutti i colori, il dinamismo e la comunicatività del classico animato, bisogna comunque discutere i temi, e se questa narrazione è riuscita a espandere la storia originale.

Sì, ma no.

Il film riempie i quaranta minuti abbondanti in più dell’originale non solo rigirando ogni scena con un ritmo più lento, ma cercando di spiegare i punti dubbi della storia. Come mai il regno di Scar provoca la carestia? Come fa Nala ad abbandonare il branco? Davvero Simba potrebbe nutrirsi di soli insetti?

Sarebbe un tentativo apprezzabile se non fosse per due fattori.

1. Non spiegano comunque nulla.
Il regno di Scar potrebbe aver indotto una fuga delle prede, ma non la siccità. Simba potrebbe nutrirsi di soli insetti, ma alla lunga i suoi denti si carierebbero a mangiare tutto quel cibo molle. I film Disney non esistono per il worldbuilding, ma per la meraviglia e le emozioni: a cercare di spiegarli si sciupa la magia.

2. Non sono idee originali.
Chiunque sappia usare un minimo Internet sa che questi “buchi di trama” sono oggetto di discussione da anni dalla fanbase, che ci ricama sopra articoli, teorie e fanfiction. Prendere le fan theory e integrarle in un film coperto da diritti d’autore è cercare di appropriarsi delle idee libere della comunità, che è l’aspetto più odioso che negli anni si è associato al marchio Disney.

Un chiaro esempio. In una scena aggiunta del remake viene mostrato Simba abbattere un termitaio per nutrirsi. Nel giugno del 2017 The Game Theorist pubblica su YouTube una video teoria su come le termiti siano l’unico insetto reale (quei bruchi giganti colorati non hanno un corrispondente reale in Africa) presente in quantità sufficienti nella savana africana da sfamare un leone adulto. Coincidenze?

Parlando di espansioni e modifiche alla storia, in questa versione Scar non ha già le iene al proprio servizio, ma ottiene la loro alleanza la sera stessa del fattaccio al Cimitero degli elefanti. Una modifica che ha una serie di motivazioni una più deprimente dell’altra, ma che fondamentalmente risiede nella riscrittura di Shenzi.

Shenzi, il capo di quel trio di iene marmittone dell’originale, ora è la regina, fiera e zannuta di un intero branco di cagnoloni macinaossa, con cui Scar deve scendere a patti.

A sinistra: gli scagnozzi comici del film che devono essere inefficienti perché altrimenti Simba morirebbe subito. A destra: A destra, una metafora sul femminismo, che però quando va al potere causa il crollo della catena alimentare, quindi il femminismo… porta la carestia?

Anche Sarabi, moglie di Mufasa è regina di una squadra d’assalto di leonesse che si occupa di tenere lontane le iene dai confini. Azione che avviene off screen all’inizio del film e che viene spiegata a parole a Simba con la discrezione espositiva di un elefante in cristalleria.

Giusto per dire, anzi spalmare in faccia allo spettatore la rassicurazione che ora la Disney ha cura di dare modelli edificanti anche per le bambine, e che può cacciare a cuor sereno quei quaranta euro per comprarle la bambola di Jasmine.

Il tentativo della Disney di recuperare i propri classici in una veste più progressista merita una discussione a parte. Basti dire per ora che è un’operazione molto inelegante e per nulla coraggiosa, visto che propone personaggi e situazioni che sarebbero stati progressisti il secolo scorso. Il primo scopo rimane la cassa, e non si possono certo produrre film che non supererebbero la censura dei mercati russo e cinese.

Ma in particolar modo per Il re leone non c’era nemmeno la scusante. Si tratta di una storia ambientata in una savana magica abitata da animali parlanti, una storia incentrata sul rapporto padre-figlio e sul lasciarsi il passato alle spalle. Una storia così distante da essere universale, lontana da qualsiasi contesto storico e culturale che con il tempo possa divenire obsoleto o controverso.

Se possibile, il remake compie dei passi indietro rispetto all’originale, e inizia a creare paralleli disturbanti con situazioni reali.

Nell’originale il fatto che la savana si impoverisca con il regno di Scar è interpretabile come un evento simbolico o sovrannaturale. La natura reagisce con ostilità al regno di un usurpatore. Nel remake del 2019 viene chiaramente spiegato che la carestia è causata da iene che ora mangiano prede fresche invece che ripulire gli avanzi dei leoni.

Quindi la morale che se ne ricava quale dovrebbe essere? Pro segregazione? Giusto che le iene vivano in povertà perché non saprebbero gestire la ricchezza?

Il remake de Il re leone fa parte della serie Late Stage Disney, ovvero di questa serie di remake, sequel e prequel con lo scopo apparente di aggiornare l’immagine dei propri classici in qualcosa di più sensibile alle tematiche dei diritti civili, ma che nella realtà vogliono solo spillare altri soldi dalla fanbase costruita durante l’era delle idee originali attraverso pallide imitazioni di queste idee che finiscono solo con il dare argomenti a favore dei conservatori.

Tanto per ricordarci quanto sarà arretrata la CGI di questo film nel giro di MESI, ecco una manciata di espressioni da leoni reali che nel film non si vedono manco per sbaglio.

Il re leone del 2019 è il perfetto esempio, perché cerca di attualizzare il film meglio invecchiato della storia della Disney. Ha preso una storia colorata, dinamica ed emotiva e l’ha indurita, annacquata e privata dei colori.

Questo film ha cercato di aggiustare ciò che non era rotto.

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Riccardo Leone

Artista e blogger appassionato di animazione. Puntiglioso sulle questioni di genere, ma è la strada per mandare avanti la narrativa mondiale.

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