Il caso Moro: un racconto scomodo

Ovviamente non è la prima volta che i fumetti si occupano del caso Moro. In realtà non è neppure la prima volta che la casa editrice BeccoGiallo si occupa del Caso Moro.

Lo aveva fatto infatti precedentemente con l’opera di Paolo Parisi Il sequestro Moro del 2006, citato anche da Enrico Deaglio nel suo enciclopedico Patria.

Come in quel caso, anche stavolta a cimentarsi con una storia che, come tante, in Italia è ancora sospesa, sono due giovani autori, anche se non del tutto esordienti: Luca Bagnasco e Tommaso Arzeno.

Bagnasco scrive una sceneggiatura asciutta, basata sui fatti, con precisi riferimenti biografici, geografici (ripercorrendo la Roma del 1978) e storici, senza lasciare troppo all’immaginazione.

Costruisce così una cronistoria che parte da Berlinguer e dal compromesso storico per finire con il ritrovamento del cadavere del Presidente della Democrazia Cristiana (o meglio con le indicazioni a Franco Tritto).

E diventa una operazione storica a tutti gli effetti, resa comunque più umana dai sogni di Moro, che si vede nelle vesti di un nuovo Giulio Cesare, o dai dialoghi nei palazzi del potere o all’interno dei covi e delle riunioni delle Brigate Rosse, assolutamente verosimili.

Ovviamente, non può dire la parola Fine su questo mistero italiano ma realizza una cronaca che mette in condizione anche una generazione che non ha vissuto affatto quegli anni di conoscere un po’ sia il quadro politico italiano che gli attori, anche con alcune citazioni interessanti, come la premonizione dell’Osservatore Politico di Mino Pecorelli.

È un racconto denso, di quasi 120 pagine, che richiede approfondimenti e ricerche, che serve come punto di partenza per scoprire uno dei tanti vasi di Pandora della moderna storia d’Italia, in cui si incrociano tante verità, depistaggi, interessi più o meno nascosti.

E non è detto che approfondimenti e ricerche portino a qualcosa, se non a farsi una opinione che però potrebbe essere del tutto fuori luogo, perché gli stessi indizi non sono chiari. E perdono via via di definizione a quasi quarant’anni dagli eventi.

Così in qualche modo sono sempre le nostre convinzioni a guidarci nel mare di opportunità che la cronaca ci offre: il Papa poteva fare di più, o altro? Davvero la Democrazia Cristiana ha abbandonato Moro? E lo ha fatto nel modo e per le finalità che si intravedono in questo fumetto?

In questo caso possiamo prendere la storia come punto di partenza, se ci interessa approfondire, e accogliere le personalità che ci vengono presentate, considerandole quanto più aderenti alla realtà.
O alla loro interpretazione da parte dell’autore?

Così, passando da una lettura storica e politica del fumetto, dalla quale comunque non ci si può esimere, a una più strettamente fumettistica, vediamo che l’analisi dei personaggi ci presenta Aldo Moro e i suoi carcerieri che spiccano come personalità chiare, su uno sfondo fosco, dalla parte dello Stato e dalla parte delle Brigate Rosse.

L’utilizzo di documenti storici, come le lettere che Moro scrisse alla sua famiglia, ai suoi compagni di partito, fino al Papa, aiutano nella definizione.

E sembra quasi di leggere una fiction, come quelle a cui la tv ci ha ormai abituato, un cold case piuttosto che un poliziesco a sfondo psicologico, come Criminal minds. E forse un po’, specie i più giovani, vivono questi momenti della storia del nostro paese in questo modo, anche per una lontananza culturale e storica. Ma anche chi li ha vissuti appare in qualche modo rassegnato al fatto che da quella foschia la verità non emergerà mai.

Anche perché anche oggi viviamo così tante situazioni fosche, che sembra quasi non essere necessario fare i conti fino in fondo con la storia. E invece forse la foschia odierna è solo dovuta al fatto che non siamo riusciti a dissipare quella del passato.

Tornando al fumetto, disegni, acquerelli e bianco e nero si adattano perfettamente. A quell’epoca le foto dei giornali e la tv erano in bianco e nero (in realtà in toni di grigio) e la tecnica che usa Arzeno la riproduce in modo molto efficace.

La grafica aiuta nella lettura, che, come dicevamo, è densa e complessa.

Lo fa anche con alcune belle trovate. Ad esempio il viaggio di Moro nell’auto dei rapitori: le vignette sono scure perché ha un cappuccio scuro in testa. Solo i rumori, resi con delle onomatopee che fanno molto fumetto italiano anni ’80, e le parole emergono da questo buio. E la struttura della gabbia che cambia da una pagina all’altra dà il senso dello sballottamento di un ostaggio in un’auto.

Le vignette sono al massimo sei per pagina, sempre ben squadrate (anche se in alcuni rari casi i disegni strabordano) e danno un ritmo cadenzato, impegnativo, a volte un po’ faticoso. Tranne nelle poche splash page che sottolineano momenti importanti e nell’unico momento di contatto tra i rapitori e la famiglia di Moro, con il personaggio del mimo che allevia per un attimo l’atmosfera cupa della storia, come sottolinea anche la gabbia della pagina.

La grafica è sempre al servizio della narrazione, dei personaggi, dei sentimenti che si vogliono far emergere nel lettore, dei tempi e dei dettagli.

Una lettura intensa, non facile, come spesso accade con le opere di questa casa editrice. Una lettura che interroga e che a volte vuole indurre a cercare risposte, anche al lettore che fatica a farsi le domande giuste. Una lettura che stimola a non smettere di cercare e di farsi domande, e che per questo fornisce, in calce alla storia, una serie di elementi biografici dei personaggi, una bibliografia e una filmografia.

Dall’altra parte anche una lettura che non sempre aiuta a far pace con il passato e il presente di un paese che è ancora alla ricerca di una serenità nazionale, di una sintesi riconosciuta da tutte le parti in campo.

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