I figli del silenzio – La doppia faccia della verità

Spesso si sente dire come la vita dell’uomo si basi su tre principi fondamentali ovvero la famiglia, il lavoro, la religione: la perdita di uno solo di essi può essere causa di squilibrio nella propria esistenza. Già dalle prime pagine, capiamo come quello che viene narrato ne I figli del silenzio sia la rappresentazione di questo scompenso mentale.

Siamo in Italia, a Roma. Il protagonista Alex, un militare rientrato da una missione in Iraq, è sconvolto e segnato dalle esperienze vissute in terra mediorientale tanto da aver abbandonato l’arma. Rifiutato dalla sua stessa compagna, trova rifugio nella fede. Con numerosi flashback e flashforward, vengono un po’ per volta rivelati i tasselli della vita del nostro: scopriamo che Alex continua a combattere in difesa della razza umana in veste di confessore, gruppo armato della chiesa cattolica che come moderni crociati debella il pericolo derivante dalle bestemmie, mostri antropomorfi nascosti fra l’umanità.

Devo essere sincero, l’inizio della storia non è dei più esaltanti. Lo scrittore Andrea Caragiola dedica al protagonista ampio spazio: la sceneggiatura però indugia fin troppo nel delineare i tratti psicologici di Alex tanto da far cadere in secondo piano tutto il resto. Troppo spesso si passa da un contesto temporale a un altro senza aver ancora fornito al lettore sufficienti strumenti per comprendere appieno questi veri e propri viaggi nel tempo. La lettura ne risulta appesantita: in molte tavole si è reso necessario inserire dei baloon con “luogo e anno”, insieme alla rappresentazione di un elemento architettonico che ricordasse nell’immaginario collettivo quel determinato posto, per non far “perdere l’orientamento”.

Più avanti nel volume le cose migliorano. La narrazione si fa più lineare e l’intreccio, seppur fra alti e bassi, prende vita con un costante crescendo del ritmo culminante poi nel finale.

La rappresentazione grafica, affidata all’abruzzese Cristian Di Clemente, riesce a ben descrivere la storia con un tratto deciso, basato sul gioco di contrasto bicromatico fra toni chiari e scuri, opposto a quello della copertina realizzata con un sapiente uso del colore dal bravo Mattia Surroz. Nelle tavole, seppur strutturate su una griglia ben definita e quasi bonelliana, spesso troviamo soluzioni di più ampio respiro con vignette private dei margini, che combinate alle onomatopee, riescono a enfatizzare diversi passaggi della storia.

Nel bilancio finale, l’opera si attesta su livelli discreti: l’idea alla base della storia è comunque interessante ed e chiaro come gli autori si siano destreggiati al meglio nel rappresentarla. Il numero di pagine che compongono il volume (sotto le 100) credo abbia particolarmente influito nelle difficoltà narrative descritte: un albo più corposo avrebbe contribuito a dar maggior spazio di manovra al duo artistico.

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