Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time – C’era tre volte l’amore

Attenzione: escluso dove espressamente indicato, questo articolo è privo di spoiler. Le informazioni riportate sono già visibili nei trailer, dichiarate nei comunicati ufficiali o provenienti dalla primissima parte del film. Tutte le immagini sono prive di spoiler.


Capolettera decorativo della lettera C.‘era una volta, in un paese lontano lontano dove il cielo era azzurro e il mare blu, un giovane principe che aspettava a un telefono pubblico disabilitato verde un cavaliere per andare nel grande palazzo di ferro dove abitava il re, suo padre. Il palazzo si trovava al centro di un bosco, sotto un castello capovolto nel cielo, ma non era un posto sicuro perché il bosco era infestato da orribili mostri che volevano distruggere il palazzo per rubare il tesoro che era nascosto nelle segrete. Allora il re disse al principe: «Figlio mio, i mostri che infestano il bosco vogliono distruggere il palazzo per rubare il tesoro che è nascosto nelle segrete. Indossa dunque l’armatura di tua madre e parti per combatterli». Il principe si rifiutò, ma il re disse: «Ecco io ti dono questa spada forte come la volontà e questo scudo forte come l’amore, e a fianco a te avrai questo cavaliere per attraversare il bosco largo sette leghe, e quando l’avrai attraversato troverai il mare e nel mare un dono più prezioso del tesoro che è nascosto nelle segrete». Il principe attraversò il bosco, ma anche se per ogni lega che percorreva un mostro gli sbarrava il cammino, e anche se perse i doni di suo padre e il cavaliere non riuscì a seguirlo, alla fine arrivò al mare e lì trovò un grande tesoro e visse per sempre felice e contento.

Fine


Capolettera decorativo della lettera C.‘era una volta, in un paese lontano lontano dove il cielo era azzurro e il mare blu, un giovane musicista con i suoi compagni, e insieme suonavano la più bella delle musiche. Un giorno i musicisti andarono nel grande palazzo di ferro dove abitava il re. Il palazzo si trovava al centro di un bosco, sotto un castello capovolto nel cielo, ma non era un posto sicuro perché il bosco era infestato da orribili mostri che volevano distruggere il palazzo per rubare il tesoro che era nascosto nelle segrete. Allora il re disse al musicista: «I mostri che infestano il bosco vogliono distruggere il palazzo per rubare il tesoro che è nascosto nelle segrete. Indossa dunque quest’armatura magica e parti per combatterli». Il musicista si rifiutò, ma il re disse: «Non vedi che una tua compagna è forte come la volontà e una è forte come l’amore? A fianco a te avrai questo cavaliere per attraversare il bosco largo sette leghe, e quando l’avrai attraversato troverai il mare e nel mare un dono più prezioso del tesoro che è nascosto nelle segrete». Il musicista attraversò il bosco, ma anche se per ogni lega che percorreva un mostro gli sbarrava il cammino, e anche se le sue compagne presero altre strade, alla fine arrivò al mare, ma lì non trovò nessun tesoro e visse per sempre infelice e scontento.

Fine


Capolettera decorativo della lettera C.‘era una volta, in un paese lontano lontano dove il cielo era azzurro e il mare rosso, un giovane principe che aspettava a un telefono pubblico disabilitato arancione un cavaliere per andare nel grande palazzo di ferro dove abitava il re, suo padre. Il palazzo si trovava al centro di un’area disastrata, sotto un castello capovolto nel cielo, ma non era un posto sicuro perché  era infestato da orribili mostri che volevano distruggere il palazzo per rubare il tesoro che era nascosto nelle segrete. Allora il re disse al principe: «Figlio mio, i mostri che infestano l’area disastrata vogliono distruggere il palazzo per rubare il tesoro che è nascosto nelle segrete. Indossa dunque l’armatura di tua madre e parti per combatterli». Il principe si rifiutò, ma il re disse: «Ecco io ti dono questa spada forte come la volontà, questo scudo forte come l’amore e quest’arco forte come la passione, e a fianco a te avrai questo cavaliere per attraversare l’area disastrata larga sette leghe, e quando l’avrai attraversata troverai il mare e nel mare un dono più prezioso del tesoro che è nascosto nelle segrete». Il principe attraversò l’area disastrata, ma anche se per ogni lega che percorreva un mostro gli sbarrava il cammino, e anche se il cavaliere scappò via con due dei doni del re e il terzo fu perduto e sostituito, alla fine arrivò al mare e lì trovò un grande tesoro e visse per sempre felice e contento.

Fine


Se queste tre storie sembrano simili è perché lo sono. D’altronde l’aveva detto chiaramente Hideaki Anno stesso nel 2007: «Evangelion è una storia che si ripete».

Negli ultimi 25 anni 5 mesi e 5 giorni, cioè a partire da quel 4 ottobre 1995 in cui iniziò la trasmissione della serie TV Neon Genesis Evangelion sui canali del network TV Tokyo, fino a oggi 8 marzo 2021 in cui esce nei cinema giapponesi il film Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, il mito narrativo assoluto di questo titolo si è espanso in maniera paragonabile a pochissimi altri fenomeni di costume, trasformandosi in una vera icona culturale del XXI secolo. Eppure non è mai venuto meno a sé stesso: è sempre e comunque una storia che si ripete.

Fotogramma da "Neon Genesis Evangelion" di Hideaki Anno.
L’inizio (la genesi?) di Neon Genesis Evangelion è affidata a un centro e un cerchio, segni dal profondissimo significato simbolico. «Numerosi autori paragonarono il rapporto tra Dio e la creazione con quello esistente tra il centro e il cerchio. Per Proclo i punti del cerchio si ritrovano al centro “che è il loro principio e la loro fine”. Per Plotino lo stesso rapporto viene rappresentato dal concetto che “il centro è il padre del cerchio”. Allo stesso modo Angelus Silesius afferma che “il punto ha contenuto il Cerchio”. Per lo Pseudo Dionigi l’Areopagita i rapporti dell’essere creato con la sua causa di creazione sono rappresentati dal rapporto del centro con i cerchi concentrici. Nel centro tutti i raggi coesistono in un’unità perfetta: più essi se ne allontanano, più la differenza tra di essi aumenta». Un centro e un cerchio che hanno cambiato la storia della cultura pop.

Dal 4 ottobre 1995 all’8 marzo 2021: 9’288 giorni durante i quali il nome Evangelion si è riverberato in una quantità infinita di opere, di prodotti, di titoli, di gadget, di articoli di giornale, di saggi, di tesi di laurea, di treni, di calzini, di federe, di dibattiti filosofici, di modellini, di dolcetti col ripieno rosso. 9’288 giorni che hanno condizionato nel bene o nel male, in piccolo o in grande la vita di chiunque si sia imbattuto in Evangelion, perché è un’opera così larger than life che veramente chiunque può vedervi qualcosa dentro. Di più: chiunque riesce effettivamente a vederci dentro quello che vuole, anche ciò che nell’opera non c’è affatto, perché gli spunti che fornisce e il suo mondo narrativo sono così grandiosi che su Evangelion è possibile dire tutto e il contrario di tutto. C’è chi ne apprezza la trama fantascientifica, chi il service, chi i riferimenti alla filosofia tedesca, chi questo e chi quell’altro: un’opera per tutti.

Un’opera per tutti, eppure anche un’opera per nessuno, perché Evangelion è incomprensibile. Un po’ lo è per l’astuzia dei suoi ideatori: la trama enigmatica, i riferimenti misteriosi, le simbologie religiose e l’ambiguità ovunque rendono l’opera quantomeno ermetica. Un po’ però lo è perché Evangelion è prima di ogni altra cosa l’espressione artistica e intellettuale più alta di Hideaki Anno, e come si dice nel film del 1997 The End of Evangelion, se già è difficile capire la propria vita, figuriamoci la vita degli altri, ed Evangelion è a tutti gli effetti la vita di Anno. Incomprensibile a tutti, forse anche a sé stesso.

Quindi ecco un caso eccezionale, forse unico nella storia?, di un’opera una e multipla che da decenni muore e rinasce in decine di varianti sempre uguali e sempre diverse e che oggi, con l’uscita nei cinema giapponesi di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, finisce definitivamente.

 

La fine di Evangelion

Com’è noto, il progetto Rebuild of Evangelion partì nel 2007 a seguito delle dichiarazioni d’intenti del regista Hideaki Anno, comunicate prima sulla rivista Newtype e poi su scenografici manifesti affissi nei cinema giapponesi. Il suo scopo era ridare nuova vita a Evangelion, il franchise narrativo da lui ideato e a cui dal 1995 aveva già dato almeno due incarnazioni in televisione e al cinema, oltre alle tantissime varianti su carta, in primis il fumetto ufficiale realizzato da Yoshiyuki Sadamoto. Nelle parole di Anno, Evangelion era invecchiato, «eppure in questi 12 anni non c’è stato un anime più nuovo di Evangelion».

Oggi quel progetto arriva alla sua conclusione. Ci sono volumi 14 anni di tempo dal primo Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone per arrivarci, ma ci è arrivato. 14 anni, proprio come l’età dei children: benché certamente non premeditato, viene quasi da pensare che questo lasso di tempo non sia casuale, che sia il destino, che sia stato necessario per gli spettatori per crescere come lo è stato per i personaggi.

È stato necessario crescere anche per lo staff. Hideaki Anno lo scrive chiaramente nell’introduzione/manifesto del pamphlet che accompagna l’uscita di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time dal titolo Che cosa stiamo cercando di fare per la terza volta?, titolo che fa eco a quel Che cosa stiamo cercando di fare di nuovo? che era sui suddetti manifesti del 2007 e a quel Che cosa stiamo cercando di fare? che era sul primo volume del fumetto nel 1995.

Che cosa stiamo cercando di fare per la terza volta?

Negli 11 anni da quando è iniziata la preproduzione di questo film e nei 4 anni che ha richiesto la produzione vera e propria, e con un costo gigantesco, nei limiti del possibile abbiamo esplorato quanto d’interessante può venir fuori nel mettere in dubbio i vari stilemi della sensibilità e dell’arte del cinema d’animazione.

Quanto d’interessante c’è nel design.
Quanto d’interessante c’è nel disegno e nella composizione.
Quanto d’interessante c’è nel disegno a mano e nel suo movimento.
Quanto d’interessante c’è nel disegno in 3DCG e nel suo movimento.
Quanto d’interessante c’è nel colore.
Quanto d’interessante c’è negli sfondi.
Quanto d’interessante c’è nella fotografia.
Quanto d’interessante c’è nelle inquadrature.
Quanto d’interessante c’è nel modificare le inquadrature.
Quanto d’interessante c’è nel montaggio.
Quanto d’interessante c’è nella recitazione delle voci.
Quanto d’interessante c’è nella musica e negli effetti sonori.
Quanto d’interessante c’è nell’arrangiamento e nel bilanciamento sonoro.
Quanto d’interessante c’è nell’unire tutto questo nella rappresentazione.

Inoltre, quanto d’interessante c’è nell’animazione con la sensibilità e i metodi per gli effetti speciali sperimentati da Evangelion: 2.0.
Quanto d’interessante c’è nell’animazione con gli stili e i metodi del cinema dal vivo che ricerchiamo da Evangelion: 2.0.

Poi, quanto c’è d’interessante nei film, ovvero quel che rende un copione e una storia almeno un po’ interessanti, e nel caso di questo film abbiamo continuato a interrogarci costantemente su cosa sarebbe stato meglio fare, e per tutto il tempo fino all’ultimo secondo abbiamo spremuto al massimo tutte le nostre emozioni, la nostra arte e le nostre esperienze.

Il risultato che abbiamo ottenuto è questo film finito.

Cari spettatori, saremmo felici se riusciste a divertirvi e a godervi almeno un po’ con quest’opera d’intrattenimento quanto d’interessante, di affascinante e di piacevole c’è nel cinema d’animazione.

Infine, a tutto lo staff, il cast e i fan che hanno accompagnato verso la conclusione per tre volte l’opera intitolata Evangelion, e a mia moglie che in pubblico e in privato ha continuato a sostenere l’opera e me stesso, esprimo la mia riconoscenza.

Grazie mille.

Hideaki Anno

Una dichiarazione del genere non si legge tutti i giorni. Evangelion come lavoro personale e insieme collettivo, risultato dell’idea di una persona e dell’impegno di molte. Al contempo, Evangelion come opera d’intrattenimento popolare e come campo di sperimentazione del cinema d’animazione.

Manifesto del progetto "Rebuild of Evangelion" e pamphlet del film "Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time" di Hideaki Anno.
Dal nero al bianco, l’inizio e la fine del progetto Rebuild of Evangelion: il poster del 17 febbraio 2007 che annunciava Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone e il pamphlet di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time uscito oggi 8 marzo 2021. La copertina è stampata in grigio e contenuta in una busta bianca con il titolo del film trasparente.

In 25 anni di lavoro Anno e il suo staff hanno prodotto un’opera che ha cambiato prima la storia dell’animazione giapponese, poi mondiale, poi il cinema e poi la cultura pop tutta. Ma la fine è quello che viene immancabilmente dopo l’inizio, e dopo essere stato rimandato due volte per via della pandemia di coronavirus, oggi Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time è finalmente uscito a mettere il punto e chiudere il cerchio.

 

Trama

Il film è introdotto dal cortometraggio Kore made no Evangelion shin gekijō-ban (“Il Rebuild of Evangelion finora”), un riassuntone dei primi tre film montato da Anno stesso.

Dopo il cortometraggio inizia il film, a partire dal segmento AVANT 1 presentato lo scorso 6 luglio 2019 al Japan Expo di Parigi.

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LA TRAMA COMPLETA DEL FILM
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La liberazione degli Eva

Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time è stato per lungo tempo un film maledetto: la famosa “maledizione degli Eva”, si potrebbe dire, che in giapponese suona come エヴァの呪縛 Eva no jubaku, ovvero qualcosa del tipo “maledizione di blocco degli Eva”. I nove anni intercorsi fra Evangelion: 3.0 You Can (Not) Redo e questo nuovo Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time hanno fatto disperare i fan della serie, che ormai erano arrivati a ironizzare su un film che doveva essere cosa fatta già anni fa e che invece è poi diventato un’incognita.

Non che il film sia mai andato in development hell o altro: semplicemente, il regista Hideaki Anno faceva cose, ma non il film. In realtà fra il 2012 e il 2021 Anno ha lavorato molto: naturalmente ha diretto Shin Godzilla, film già cult che gli è valso un riconoscimento artistico statale e ha enormemente accresciuto la sua fama fra i non otaku, e poi ha messo mano a varie produzioni più o meno grandi fra cui Star Blazers 2199 e The Dragon Dentist del suo Studio Khara, oltre a vari altri lavoretti fra cui quelli con la moglie, la fumettista Moyoco Anno. Non si può quindi dargli del negligente, al massimo si può dire che se l’è presa comoda, ma anche questo non è poi vero perché, come indicato nel manifesto d’intenti Che cosa stiamo cercando di fare per la terza volta?, questi nove anni sono stati un periodo di ricerca e lavoro che i fan, molto semplicemente, non vedevano.

Locandina del film "Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time" di Hideaki Anno.
Già la primissima immagine promozionale del film, diffusa nel 2018, presentava un’immagine non convenzionale per un film d’animazione.

Ora che però il film è uscito, questi anni di lavoro si vedono eccome. Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time è una monumento all’animazione, una celebrazione dell’animazione, un trionfo dell’amore per l’animazione. Benché non sia impossibile che Hideaki Anno d’ora in poi si occupi solo di film dal vivo, dato l’interesse sempre maggiore dimostrato per la cinematografia dal vivo e il disprezzo sempre maggiore (chiaramente esplicitato) per lo stato attuale dell’animazione giapponese, Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time non può non essere il lavoro d’amore di un animatore per l’animazione. È un canto del cigno? Mai canto del cigno fu più sentimentale.

Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, forse proprio in quanto episodio finale della quadrilogia Rebuild of Evangelion, si sbizzarrisce esibendo una gran quantità di linguaggi tecnici e artistici dell’animazione, il che lo pone come un degno erede dei finali della serie TV e del film The End of Evangelion, che al tempo fecero scuola quanto a bizzarria. Come i suoi illustri precedenti, anche questo film fa ricorso sia all’animazione tradizionale sia a quella in CGI, sia da sole sia mischiate insieme, ed entrambe con grande varietà di stili. La lunga scena col flusso di coscienza del Progetto per il perfezionamento dell’uomo, in particolare, è un pezzo da manuale di Hideaki Anno, con la sua alternanza fra animazione schizzata su carta, colorata a pastello, parzialmente o interamente colorata, integrata con la CGI, rielaborata in CGI, ricalcata dal vivo, integrata con immagini dal vivo e disegnata su immagini dal vivo. Anno doing Anno, insomma.

Un interesse non solo per l’animazione, ma soprattutto per le potenzialità dell’animazione, cioè per quelle caratteristiche che può dare solo l’animazione e non il cinema dal vivo, che era già dichiarato nel manifesto d’intenti («Quanto d’interessante c’è nel design. Quanto d’interessante c’è nel disegno e nella composizione. Quanto d’interessante c’è nel disegno a mano e per nel suo movimento. Quanto d’interessante c’è nel disegno in 3DCG e nel suo movimento») e che si concretizza in 155 minuti di fantasmagoria su grande schermo.

 

La somma delle parti e il tutto

Esattamente come accadeva sia nella serie TV sia nel film del 1997, anche in Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time il Progetto per il perfezionamento dell’uomo avviene come una sorta di seduta psicanalitica in cui i personaggi si raccontano con dei flussi di coscienza. È solo uno dei numerosissimi rimandi alle due narrazioni precedenti della storia: una miriade di citazioni, a volte letterali e a volte no, che non sono fondamentali per la comprensione del film, quindi possono essere ignorate da chi ha scoperto Evangelion solo dal 2007 col progetto Rebuild of Evangelion, ma che ai conoscitori dà invece un grande piacere riscoprire. Non è il piacere fine a sé stesso della scoperta del dettaglietto di cui gli altri non si sono accorti: è accorgersi che quella stessa cosa era già stata detta, eppure è ancora interessanre, eppure a quanto pare è possibile ridirla in una maniera uguale eppure diversa. Imitatio, æmulatio, variatio: Anno non fa nulla per celare le sue fonti (interne ed esterne alla sua carriera), perché è poi abbastanza bravo a rielaborarle con la sua sensibilità.

Ecco quindi che Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time ha fra le sue maggiori qualità proprio il modo in cui riesce a gestire imitazione, emulazione e variazione di modelli già esistenti in maniera eccezionale, in primis attraverso la suddivisione delle parti del film.

Attenzione: da qui in poi il paragrafo contiene spoiler.

Esattamente come dice il titolo, il film è strutturato in tre parti più una.

Illustrazione da "Let's Lagoon" di Takeshi Okazaki.
Chissà quant’è stato felice il fumettista Takeshi Okazaki, storico fan di Evangelion e collaboratore di Gainax prima e Khara poi, nel vedere che questa sua illustrazione da Let’s Lagoon è stata citata testualmente in Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time.
  • La prima è l’esatto proseguimento del film precedente. Mari continua a combatte, Asuka porta Shinji e il clone di Rei con sé e vivono una prima parte da commedia pastorale, esplicitamente ispirata a Il mio vicino Totoro: nei titoli di coda compare fra i ringraziamenti la dicitura “Studio Ghibli (Il mio vicino Totoro)”.
  • La seconda parte è quella di combattimento. L’atmosfera sia visiva sia sonora cambia radicalmente e dalla tranquillità iniziale si arriva di colpo a oltre mezz’ora di botti ed esplosioni continue.
  • La terza parte è il Progetto per il perfezionamento dell’uomo ed è una rinarrazione di The End of Evangelion. Ci sono sia soluzioni nuove sia citazioni letterali a livello di dialoghi e di immagini, eppure non sembra di vedere una cosa “già vista” perché la sensibilità registica e i contenuti sono diversi, rispondendo fra l’altro a molte domande in sospeso da decenni.
  • La quarta e ultima parte è il finale, che per quanto brevissimo è assolutamente fondamentale. Una immagine di serenità: si cresce, si abbandonano i fardelli del passato, si ritorna alla realtà.

Questo ci porta ad alcune considerazioni.

La prima è di tipo registico ed è già ampiamente appurata: Hideaki Anno ama suddividere le sue opere in capitoli o meglio atti teatrali ben distinti fra loro. L’ha sempre fatto, lo faceva già dai tempi di Punta al Top! GunBuster, l’OVA del 1988 composto da sei episodi divisi in tre trance, ovvero una commedia scolastica, una tragedia psicologica e una storia di fantascienza pura. In questo nuovo film la divisione è ancora più accentuata grazie alla grande eredità che Hideaki Anno ha ricevuto dal suo maestro Hayao Miyazaki, ovvero la suddivisione spaziale della storia.

Esattamente come accade in Miyazaki, anche in questo film di Anno è lo spostamento o il non spostamento dei personaggi a determinare la trama. Quando stanno fermi non succede loro niente né a livello psicologico né fisico, quando si muovono ecco che mettono in moto gli eventi. È una tecnica già ampiamente recepita e brillantemente sfruttata da Anno, ma in questo film raggiunge un livello di precisione e di rapporto causa-effetto assolutamente lampante e totale. In tutte e quattro le parti del film, senza eccezione e con una precisione matematica, Shinji passa da una posizione statica e osservatrice a una dinamica e produttrice. Di più, prima Shinji sta seduto la trama si ferma, poi si alza in piedi la trama avanza, letteralmente, e questo succede fisicamente in tutte e quattro le parti: Shinji seduto e poi in piedi, seduto e poi in piedi, seduto e poi in piedi, seduto e poi in piedi.

In questo modo Anno dà alle immagini un valore assoluto, perché la messinscena e la disposizione dei personaggi in rapporto allo spazio assumono un valore narrativo, e non solamente estetico. Dal manifesto Che cosa stiamo cercando di fare per la terza volta?: «Quanto d’interessante c’è nel disegno e nella composizione».

Shinji protagonista totale e totalizzante, così totalizzante che l’intero mondo che lo circonda dipende, anzi deriva dal suo muoversi o meno. Shinji demiurgo del suo mondo, e demiurgo non con il verbo o il fango, ma con il movimento. Come l’animazione.

Locandine di "Evangelion: 3.0+1.0 - Thrice Upon a Time" di Hideaki Anno.
Le tre locandine di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time danno già un’idea della varietà contenutistica, visiva e spaziale del film poiché presentano momenti diversi da scene diverse.

La seconda considerazione è di tipo grafico: la grande varietà di situazioni, scenografie e messinscene data da un film da 155 minuti suddiviso in blocchi distinti consente a Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time di essere il trionfo del service. C’è di tutti e tre i tipi e in continuazione: quello erotico dato che praticamente tutti i personaggi femminili finiscono col mettere almeno una volta il loro sedere dritto in faccia alla cinepresa (in particolare Asuka), poi quello tecnico dato dall’abbondanza di armi e meccanismi disegnati con precisione ingegneristica millimetrica, e infine il service della violenza dato dalle numerose scene di combattimento di impressionante potenza che a volte sfiorano lo splatter. Go Nagai sarà certamente entusiasta di questo film.

Fotogramma da "Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time" di Hideaki Anno.
Precisione tecnica fino al singolo bullone, violenza come se non ci fosse un domani e… beh, non si vede, ma dentro l’Eva c’è una ragazza in tutina aderentissima. Service, service!

 

Con un po’ di fortuna, avanti

Infine, la terza considerazione è di tipo narrativo: la celebre teoria del loop, che circola nel fandom ed era data ormai praticamente per certa da anni, è sbagliata. Esatto, la teoria del loop è sbagliata. È SBAGLIATA.

Viene dichiarato in maniera esplicita nel film in almeno tre momenti. Il primo è quando Shinji ha la sua conversazione con Kaworu, il quale gli dice che il suo nome è scritto sul misterioso Libro della vita e questo gli consente di morire e rinascere all’infinito e quindi di rincontrare Shinji ancora e ancora. Quindi non sono tutti i personaggi che ritornano indietro nel tempo o comunque ricominciano le loro vite: è solo e soltanto Kaworu che è immortale. È esattamente quello che succedeva nel film cult 1999 nen no natsu yasumi di Shūsuke Kaneko, a cui Anno deve già moltissimo fin dal tempi della serie TV e in cui un personaggio di nome Kaoru (!!!) muore e rinasce innumerevoli volte per rincontrare il protagonista.

Fotogramma da "1999 nen no natsi yasumi" di Shūsuke Kaneko.
I protagonisti di 1999 nen no natsu yasumi Shinji e Kaworu ops Kazuhiko e Kaoru, il quale torna per rincontrarlo ancora e ancora.

Il secondo momento è durante la conversazione di Shinji e Rei nel teatro/Unità-01/testa di Shinji durante il Perfezionamento.

– Shinji: Sei rimasta solo tu, Ayanami.
– Rei: Io sto bene qui.
– Shinji: Fuori da qua ho trovato un posto per vivere per un’altra te. Penso che, quando tornerà, anche Asuka si accorgerà che è un posto nuovo.
– Rei: Un posto dove essere felici senza pilotare l’Eva: è questo che volevi, Ikari-kun.
– Shinji: Esatto. Quindi, anche per te è possibile vivere fuori da qua.
– Rei: Davvero?
– Shinji: Davvero. Anch’io sceglierò una vita dove non si debba salire sull’Eva. Non è possibile far tornare indietro il tempo e lo spazio, eppure… vorrei riscrivere un mondo dove non serva salire sull’Eva. Un mondo dove possano vivere persone nuove.

L’ultima battuta di Shinji è probabilmente la più diretta e la meno ambigua dell’intera storia di Evangelion dal 1995 a oggi. Non si riavvolge lo spaziotempo, non esistono i loop: esiste solo l’andare avanti. È la stessa meravigliosa morale nel finale dell’episodio 26, quando Shiji prova a riscrive un mondo nuovo, quello con Asuka amica d’infanzia e Rei che corre col toast in bocca: sei tu che cambi il mondo, sei tu che decidi per te stesso, sei tu che hai potere sul tuo destino. È una morale straordinariamente potente che però prevede una clausola specifica: non si torna indietro, non ci sono loop, non c’è il restart dopo il game over. Se ci fosse il loop, allora non sarebbe poi così importante avere potere sul proprio destino, tanto que sera sera e alla fine si ritorna al punto di partenza. E invece no: le proprie scelte condizionano la propria vita e non si torna indietro, è proprio per questo che sono così importanti, è proprio per questo che la vita ha valore, è proprio per questo che bisogna vivere.

Bisogna vivere: la grande lezione morale di Hayao Miyazaki.

Confronto fra le locandine di "Principessa Mononoke" di Hayao Miyazaki e "The End of Evangelion" di Hideaki Anno.
Come è già stato notato, Principessa Mononoke e The End of Evangelion sono due facce della stessa medaglia. I due film sono usciti entrambi nel 1997 a una settimana di distanza l’uno dall’altro, il primo il 12 luglio e l’altro il 19 luglio: il primo ambientato in un magico passato e il secondo in un fantascientifico futuro, il primo con un cast ridotto e il secondo con un cast corale, il primo con una storia chiara e il secondo con una storia criptica, il primo ambientato nella natura in pericolo e il secondo nella natura già danneggiata, il primo dalla sceneggiatura asciutta e il secondo estremamente prolisso… e si potrebbe andare avanti a lungo con i parallelismi, ma il più importante è quello riassunto dagli slogan sulle locandine. Quello di Principessa Mononoke recita un ordine perentorio di una sola parola: «Vivi.», con tanto di ineluttabile punto finale, mentre quelli di The End of Evangelion dicono «Non sarebbe quindi meglio se morissero tutti… e quindi, perché tu vivi qui? Ti va bene vivere qui?» (con tanto di gioco di parole, perché in giapponese koko significa sia “qui” sia “individualmente”, quindi gli slogan potrebbero essere tradotti come «…e quindi, perché tu vivi separato dagli altri? Ti va bene vivere separato dagli altri?»). In altre parole, Principessa Mononoke celebra la vita senza se e sanza me, mentre The End of Evangelion la problematizza e ne mette in questione il suo stesso senso (il che non vuol dire che inviti alla morte, bensì al contrario a riflettere sulla propria vita). Due punti di vista infinitamente distanti che però trattano lo stesso identico tema: il valore della vita.

E parlando di Hayao Miyazaki: il terzo momento è la canzone VOYAGER ~ Hizuke no nai bohyō (“VOYAGER ~ Una lapide senza data”) di Yumi Matsutōya aka Yuming, ovvero non casualmente proprio la cantautrice preferita di Hayao Miyazaki, il quale usò il suo brano del 1973 Hikōkigumo nel film Si alza il vento. In Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time il brano arriva proprio alla fine del Perfezionamento, è interpretato da Megumi Hayashibara (la doppiatrice di Rei Ayanami e di Yui Ikari), ha nel testo il ritornello «Fino alla morte, voglio essere orgogliosa di averti conosciuto e di averti amato» (uhm, potrebbero sembrare le parole di una madre), e a un certo punto arrivano i versi:

Quant’è lontana la meta? Ormai non si può più tornare indietro.

È semplicemente impossibile che in una saga così millimetricamente precisa come Evangelion, in cui ogni dettaglio è stato studiato con precisione chirurgica, sia stata usata casualmente proprio questa canzone proprio con questo testo proprio alla fine del Perfezionamento. Il messaggio è chiaro: lo spaziotempo non si ripete, indietro non si torna.

Yuming esegue VOYAGER ~ Hizuke no nai bohyō in uno dei sui scenografici concerti.

 

Una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze sono una prova: la teoria del loop è sbagliata.

D’altronde Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time si conclude in una maniera che rende totalmente, totalmente impossibile continuare la storia. Non è proprio più tecnicamente possibile, non ci sono proprio più gli Evangelion, spariti, finito tutto. Semplicemente la serie TV finiva in un modo, i film del 1997 in un altro e questo Rebuild of Evangelion in un altro ancora.

Evangelion è una storia che si ripete, sì, ma non a loop: si ripete come le fiabe, narrazioni orali che passavano da nonni a nipotini e poi da quei nipotini diventati nonni ai loro nipotini, ogni volta con dettagli diversi pur mantenendo intatto il cuore della storia, la sua trama e la sua morale. Non è quindi un’unica lunga storia continuativa che si ripete ogni volta da capo e a ogni reinizio recupera l’eredità della ripetizione precedente, bensì una storia che viene ripetuta e ogni volta è diversa. Se così non fosse allora anche questo film sarebbe dovuto finire in maniera da poter consentire un nuovo inizio, e invece non è così.

«Evangelion è una storia che si ripete» nel senso che viene narrata tante distinte volte, e non che riparte da capo al suo interno.

Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time su questo è lapidario: esattamente come in Utena la fillette révolutionnaire, che è a tutti gli effetti il franchise gemello di Evangelion ed esplicita ancora di più il tema fiabesco, tutte le narrazioni sono rinarrazioni della stessa trama in contesti diversi con finali diversi e personaggi diversi, ma tutte funzionano e hanno valore fintanto che hanno la stessa forza narrativa e lo stesso messaggio per lo spettatore: la potenza dell’amore come collante fra le persone. L’amore come unico mezzo per giungere al perfezionamento dell’uomo, un mezzo ben più forte di ogni A.T. Field e lancia di Longinus e qualunque altra tecnobubbola.

 

Shinji Ikari è Gesù Cristo, probabilmente

Il tema delle fiabe, che è già stato ampiamente notato in Evangelion, conduce a un dettaglio che aveva colpito il fandom nel momento in cui ci si è resi conto della sua presenza discreta, ma costante nei primi tre film del progetto Rebuild of Evangelion: il libro Il principe felice e altre storie di Oscar Wilde. Nei primi tre film si trova letto da Rei nella camera d’ospedale di Shinji, poi sul comodino nel suo appartamento, e infine buttato nella biblioteca disastrata della NERV. È un dettaglio importante, dato che compare con precisione e la copertina del volume è stata esplicitamente disegnata da Moyoco Anno, oppure è un MacGuffin che sta lì per far scervellare i fan e distrarli dalla trama principale, così che arrivi in maniera più inaspettata?

Attenzione: da qui in poi il paragrafo contiene spoiler.

Il quarto film farà certamente discutere il fandom a lungo, forse anche su questo dettaglio: benché non sia mostrato bene a favore di camera, il libro potrebbe comunque comparire nel film perché vi si vedono ben tre stanze con montagne di libri inquadrati per pochissimi fotogrammi: la prima è la biblioteca del Villaggio-3, la seconda è la camera di Mari e la terza è la biblioteca della scuola di Gendō. Quando Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time sarà disponibile in home video, sarà possibile verificare fotogramma per fotogramma.

Fotogramma da "Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone" di Hideaki Anno.
Rei legge Il principe felice e altre storie al capezzale di Shinji.

Ha però almeno un valore nella trama? Sì, ma non riferito a quello che si pensava fosse il principe felice della storia, cioè Shinji, bensì a Gendō. La morale di tutte e cinque le storie contenute nel volume di Wilde hanno un tema comunque che è il sacrificio personale per la felicità altrui: la statua del principe e la rondine si sacrificano, l’usignolo si sacrifica, il gigante egoista si sacrifica, l’amico devoto si sacrifica, persino i fuochi d’artificio si sacrificano e l’unico che non lo fa poi fa una brutta fine. Ora, per tutta la serie TV, i film del 1997 e i primi del film del Rebuild of Evangelion, Gendō è sempre stato un campione di egoismo come pochi altri personaggi nella storia della fiction di tutti i tempi e luoghi. Eppure, nel finale di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time, Gendō accetta di buon cuore di compiere con la sua Yui il doppio suicidio d’amore (il famoso shinjū, tipico della letteratura e del teatro giaponese), risparmiando in questo modo Shinji e restituendo all’umanità un pianeta finalmente e definitivamente libero dagli Evangelion, sia fisici sia mentali. Ha letteralmente dato la vita per il bene altrui. Un inaspettato principe felice.

Come pure potrebbe essere considera un’inaspettata principessa felice anche Misato, anche se il suo gesto non sembra quello di chi si sacrifica per tutti, bensì quello di un cavaliere fedele per servire fino alla fine il suo principe.

C’è poi un altro dettaglio collegato ad Oscar Wilde che rimanda lateralmente a Evangelion, ed è la religione cristiana. Benché non praticante, Oscar Wilde era irlandese e di cultura cristiana (anglicana); in gioventù voleva convertirsi al cattolicesimo, ma fu osteggiato dal padre, e benché la conversione effettiva avvenne poco prima della morte, dimostrò sempre un interessamento molto specifico per la fede cattolica romana, al punto che nel 1877 (proprio l’anno dopo la morte del padre) mentre era in visita in Italia e non era ancora uno scrittore famoso, chiese e ottenne un’udienza privata con papa Pio IX, che gli augurò di «compiere un viaggio nella vita per giungere alla Città di Dio». Al di là del fatto se Wilde sia poi riuscito o no ad arrivare alla Città di Dio, la sua letteratura è certamente intrisa di cristianesimo, ben dissimulato dietro il suo geniale humour, ma comunque presente. La stessa morale de Il principe felice e altre storie, d’altonde, è esattamente la stessa di un altro, ben celebre principe felice: Gesù Cristo. Per i cristiani, la morte di Gesù rappresenta l’atto di supremo amore per l’umanità, e il Vangelo dice «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Giovanni 15:13).

Sacrifici, immolarsi per gli altri, salvare l’umanità… non è forse Shinji quel personaggio che fin dal primo episodio della serie TV del 1995 decide di salvare l’umanità, la quale dovrebbe ringraziarlo come gli fa notare Misato nel secondo episodio? In effetti, benché poco indagata dal fandom, la relazione fra Gesù e Shinji appare assolutamente lampante. Shinji è il figlio di Dio (in questo caso di Gendō, il demiurgo che ha costruito il mondo della NERV e ha modificato con le sue mani l’intero pianeta Terra), è costantemente circondato da vistose simbologie giudaico-cristiane che rimandano tanto alla creazione quando all’apocalisse, e soprattutto sia nel film The End of Evangelion sia in Evangelion: 2.0 You Can (Not) Advance riceve addirittura le stimmate, il segno definitivo con cui Gesù si fa riconoscere; nel primo film viene addirittura letteralmente crocifisso su una croce di A.T. Field. Come se non bastasse, Shinji muore e risorge (perlomeno a livello metaforico) sia nella serie TV (episodio 16), sia nel film del 1997, sia in questo nuovo del 2021 quando, alla fine del Programma per il perfezionamento del genere umano, riemerge dall’Unità-01.

Fotogrammi da "The End of Evangelion" di Hideaki Anno.
L’Unità-01 crocifissa e le mani di Shinji con le stimmate in The End of Evangelion.
Fotogrammi da "Evangelion: 2.0 - You Can (Not) Advance" di Hideaki Anno.
Shinji riceve delle stimmate particolarmente dolorose in Evangelion: 2.0 – You Can (Not) Advance.

Infine, un ulteriore segnale cristologico particolarmente raffinato: Shinji dà il nome a Rei. Nella Genesi, Dio chiede ad Adamo di dare il nome alle cose che lo circondano, e in questa maniera gli concede la facoltà di dominio sul creato. Nell’intera tradizione biblica c’è però un solo personaggio che mette il nome a una persona, ed è Gesù. Come racconta l’evangelista Marco, Gesù diede il nome a Pietro, o meglio gli modificò il nome da Simone a Pietro. Qualcosa di molto simile accade in questo film: il clone di Rei non ha nome (non ce l’aveva già dal film precedente), lei chiede a Shinji di sceglierne uno per lei, e lui decide di metterle il nome Rei Ayanami. Certo, non è nient’altro che il nome che aveva il clone precedente che lui aveva conosciuto e amava, ma è comunque un nome che lui ha espressamente scelto, poteva sceglierne un altro e invece sceglie proprio quello.

C’è di più. Nel momento stesso in cui Shinji dà un nome al clone di Rei, le dà la dignità di essere umano. Come suggeriscono gli studi sui lavori del filosofo Zygmunt Bauman, il nome è «un legame che, nella sua essenza ancestrale e immutabile, definisce il nostro essere “civiltà” se non, ancor più specificatamente, identifica cosa è la civiltà umana». Ricevendo un nome, Rei diventa un essere umano. Non è più un oggetto, è umana. Ed ecco perché, appena ricevuto il suo nuovo nome, la nuova Rei stringe la mano a Shinji e poi fa la cosa più umana che esista: morire.

Le mani sono sempre state un potente mezzo di comunicazione nel mondo di Evangelion e quelle di Shinji lo sono doppiamente, perché guidano l’Eva, aprono gli entry plug roventi, suonano il pianoforte, salutano le persone care e ricevono il segno della santità.

Naturalmente anche questo quarto film, con il suo MacGuffin, lo shinjū e la possibile lettura cristologica, faranno discutere il fandom per i prossimi anni a venire.

 

Heal the World

Copertina del numero di settembre 2007 dell'edizione giapponese di "Rolling Stone" con Rei Ayanami da "Evangelion".
Rei Ayanami sulla copertina del numero di settembre 2007 dell’edizione giapponese di Rolling Stone. Il titolo in copertina recita Speciale: Fermiamo il riscaldamento globale della Terra!, mentre la cover story interna alla rivista è intitolata I nuovi film di Evangelion parlano di ecologia?.

Certamente un tema molto, molto caro a Hideaki Anno è quello dell’ecologia. È letteralmente alla base del suo curriculum artistico, dato che fra i suoi primissimi lavori c’è stato Nausicaä della Valle del vento, vero e proprio inno esplicitamente ecologista, ma anche le sue opere successive si occupano in maniera più o meno diretta e più o meno metaforica del rapporto dell’uomo con la natura: basti pensare anche solo al fatto che il Second Impact, per quanto nella fiction di Evangelion sia un’esplosione generata da un essere alieno, nella pratica quello a cui porta non è né più e né meno che la crisi ecologica, col riscaldamento globale e l’innalzamento del livello del mare e l’estinzione di numerose specie e tutto il resto. Sia il Second Impact sia la crisi ecologica sono danni causati da un cattivo uso della scienza da parte dell’uomo, e sono quindi metaforicamente la stessa cosa.

Nel suo uso a fini comunicativi e costruttivi di catastofi causate dall’uomo ai danni della natura, Anno si conferma una volta di più come l’erede di Miyazaki, che ha fatto della difesa della natura una delle sue bandiere, arrivando a coinvolgere l’intero Studio Ghibli in attività pratiche in difesa dell’ambiente, un tema che in Giappone è molto più politicizzato rispetto all’occidente.

Attenzione: da qui in poi il paragrafo contiene spoiler.

Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time è l’ennesima conferma dell’amore di Anno per l’ambiente. Un amore un po’ utopico e idealizzato, se vogliamo, ma comunque forte e onesto.

Nella prima delle quattro parti del film, la vicenda si sposta nel Villaggio-3, che è né più e né meno che il mondo de Il mio vicino Totoro. È esattamente quello: vecchie case giapponesi anteguerra, pochissima tecnologia, elettricità solo per la (scarsa) illuminazione domestica, telefoni a ghiera girevole, mondine che piantano il riso a mano, treni arrugginiti, piccoli cimiteri in collina, e poi «salite, tunnel, prati, un tronco come ponte e strade di ghiaia sconnesse, passa sotto la ragnatela… discesa!», come dice la canzone. Un momento di assoluto ritorno a quella società pulita, pura, in comunione con la natura che probabilmente non è nemmeno mai esistita, ma che ha un suo senso narrativo che Hayao Miyazaki ha elevato a filosofia di vita e che Anno ha ripreso in maniera assolutamente spiazzante all’interno di una saga di fantascienza che mai si era spinta a questi esiti.

Attraverso l’uso di alcuni riferimenti diretti (come inquadrature di fiori e paesaggi), la prima parte del film sembra rimandare all’episodio più “campagnolo” della serie TV del 1995, ovvero quel quarto episodio Fuga sotto la pioggia sempre ingiustamente vituperato e mai riconosciuto nella sua fondamentale importanza nell’economia della serie. Ecco, Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time ha un’intera prima parte che è praticamente l’episodio 4 extended edition, alla faccia di chi non lo apprezza. Di più, è possibile considerare l’intero film come un unico, lunghissimo episodio 4 però con combattimenti e spiegoni in mezzo, dato che inizia e finisce esattamente nella stessa maniera: inizia con la fuga di Shinji in campagna, l’abbandono della NERV, i treni, l’agricoltura, le risaie, la pioggia, persino l’incontro con Kensuke in campeggio, e finisce sulla banchina di una stazione ferroviaria con un sorriso e il “ritorno a casa” con le persone care.

Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time è la grande vendetta dell’episodio 4. Se è vero come è vero che Anno ha concepito la storia del Rebuild fin dall’inizio, ecco che la totale eliminazione dell’episodio 4 dal primo film Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone si spiega col fatto che è poi stato non solo reintrodotto nel quarto film, ma addirittura l’intero quarto film è l’episodio 4. Lunga vita a Fuga sotto la pioggia!

Confronto fra un fotogramma de "Il mio vicino Totoro" di Hayao Miyazaki e "Neon Genesis Evangelion" di Hideaki Anno.
Sopra: Satsuki e Mei si riparano dalla pioggia presso la casetta della piccola statua di un Jizō, la divinità buddhista dei viaggiatori e dei bambini (che sono metaforicamente la stessa cosa), ne Il mio vicino Totoro. Sotto: Shinji in una scena equivalente nell’episodio 4 di Neon Genesis Evangelion.

La campagna dell’episodio 4 diventa qui il Villaggio-3, che è un’utopia, ne è conscio anche Anno: la sua esistenza è consentita solo dai pilastri sigillanti ed è circoscritta all’interno di una circonferenza precisa, all’esterno della quale il resto del mondo è contaminato. Non a caso il suo nome è L Barrier, che in giapponese è L結界 L kekkai dove il kekkai è il recinto sacro dei santuari shintoisti: un’area pura, incontaminata, che protegge quello che c’è all’interno. Quasi un idillio bucolico, insomma, o un villaggio di Totoro mentale: una realtà che non può continuare a lungo (come sembra suggerire l’intrusione di alcuni avanzatissimi macchinari medici), ma che non di meno rappresenta un piccolo paradiso artificiale in Terra. La conferma che l’uomo può vivere in comunione con la natura, se lo vuole.

Al di là dei confini di Villaggio-3 il resto del mondo è contaminato, o meglio è contaminato per gli standard umani. Lo dichiara chiaramente Gendō nel suo spiegone all’equipaggio della WILLE: il Second, Third e Forth Impact sono serviti per «purificare» l’ambiente per renderlo abitabile per Adam e i suoi figli. Il mondo con acqua, terra e aria rossa è l’habitat dei legittimi colonizzatori della Terra. Tecnicamente ha ragione Adam: era arrivato prima e Lilith (coi suoi figli, gli umani) non solo ha usurpato il suo posto, ma come un parassita su un animale ha tratto vantaggio a spese dell’ospite, causandogli un danno biologico. È un’idea che Anno ha probabilmente preso da Devilman di Go Nagai, dove i demoni erano i primi abitanti della Terra.

Ed ecco quindi tornare con una forza simbolica esplosiva uno dei grandi temi di Hideaki Anno: l’essere umano è un usurpatore? Un parassita che va estirpato? Un agente patogeno che ha danneggiato l’ambiente? Era il tema centrale di Punta al Top! GunBuster, era presente in Nadia – Il mistero della pietra azzurra ed eccolo rispuntare con chiarezza anche in Evangelion. La risposta che dà Anno a questa vexata questio era ed è sempre la stessa: sì, l’uomo è solo uno dei numerosi ospiti della Terra e nemmeno il principale e nemmeno il più rispettoso dell’ambiente che lo ospita, ma come insegna Darwin la specie vittoriosa non è quella fisicamente forte o legittimata dall’alto a dominare su un ambiente, ma quella che l’ambiente riesce a prenderselo con la volontà e si adatta per abitarci. Non è la legge del più forte, ma la legge del più adattabile, e da questo punto di vista gli uomini hanno tutto il diritto a stare sulla Terra. Devono portargli rispetto, però.

Fotogramma da "Punta al Top! GunBuster" di Hideaki Anno.
Durante la sua dissertazione nel quarto episodio di Punta al Top! GunBuster, il professore spiega che gli alieni potrebbero essere gli anticorpi per i batteri che infestano la Terra, ovvero gli esseri umani. D’altronde «dal punto di vista della galassia, l’attività del genere umano non produce alcun beneficio. In pratica, in questa galassia non siamo altro che… spazzatura galleggiante».

 

Da capo

La musica di Evangelion è sempre stata affidata a Shirō Sagisu, il compositore di riferimento di Hideaki Anno. Per la colonna sonora di Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time non c’è molto altro da dire rispetto a quello che già si è datto per le precedenti colonne sonore, ovvero: è bellissima. Come sempre Sagisu recupera suoi vecchi temi (sia da Evangelion sia dagli altri titoli di Anno) a cui dà nuovi e a volte sorprendenti arrangiamenti, e anche stavolta non delude.

Lo stesso si può dire per Hikaru Utada, che per i lunghi titoli di coda del film canta due canzoni: la prima è One Last Kiss, un nuovo brano scritto appositamente per il film, mentre il secondo è un nuovo, delicato arrangiamento della già nota Beautiful World sottotitolato Da Capo Version.

Il videoclip di One Last Kiss, la nuova ending theme scritta da Hikaru Utada per Evangelion.

 

Saraba…

E così si conclude Evangelion. Tutti i personaggi hanno svolto il loro arco di trasformazione, alcuni sono sopravvissuti e altri no, molte domande insolute da decenni hanno trovato risposte (alcune assolutamente inaspettate), e ogni spettatore potrà trovare qualcosa di buono in questo film così ricco di arcobaleni, di sentimenti e di contenuti. Forse è una conclusione ecumenica, forse serve per accontentare tutti, forse sarebbe stata questa la conclusione che avrebbero voluto i fan nel 1997 dopo la serie TV. Forse, ma prima di qualunque cosa questa conclusione è (a suo modo) un lieto fine, e un lieto fine è sempre liberatorio.

Eppure è una conclusione che non è una morte: è piuttosto un dies natalis, un abbandono del mondo fisico per entrare definitivamente nel mito.

Con questo quarto film, eliminando l’ipotesi del loop a favore della rinarrazione fiabesca che si conclude con un “… e vissero tutti felici e contenti”, Anno mette la parola “Fine” alla sua esperienza con questa storia che ha radicalmente cambiato la vita a lui come a tante altre persone nel mondo. O forse non è veramente una fine? Durante una scena nel teatrino del Perfezionamento, una proiezione sul muro potrebbe far sospettare che si tratti dell’ennesima di tante storie che si rincorrono. Eppure, poi arriva quel finale così meravigliosamente luminoso e lapidario non lascia spazio a dubbi: dopo 25 anni, 5 mesi e 5 giorni, Evangelion è finito. È ora di tornare alla realtà, è ora di tornare nel mondo vero, basta cartoni animati. Torniamo a casa, che nel caso di Hideaki Anno è la città di Ube. Se poi davvero c’era un loop, beh, si è interrotto per sempre. Addio, fine, stop. Questo vuol dire che, se davvero Anno concederà ad altri artisti di espandere il suo universo con nuove opere, come già accade per Gundam, queste potranno esistere solo come prequel o midquel, non come sequel (a parte voli pindarici che al momento sembrano improbabili).

In ogni caso, c’è sempre speranza e, forse, ci reincontreremo ancora. Per ora non resta che dire a Hideaki Anno grazie per aver prodotto qualcosa di così importante, addio per questa storia, e congratulazioni per quello che verrà.

Addio per sempre, Evangelion.

 

終劇

 

P.S.: alla vista della lettera «Buongiorno, buonanotte, grazie, addio» credo di aver riso e pianto contemporaneamente. Miglior arco di trasformazione di sempre per il miglior personaggio di sempre nell’animazione giapponese.

Mario Pasqualini

Mario Pasqualini

Sono nato 500 anni dopo Raffaello, ma sorprendentemente non sono morto 500 anni dopo di lui.

4 pensieri riguardo “Evangelion: 3.0+1.0 Thrice Upon a Time – C’era tre volte l’amore

  • Avatar
    8 Marzo 2021 in 22:04
    Permalink

    Oh no, ora mi hai fatto venire voglia di riguardarmi tutto Evangelion anche se mi ha sempre fatto schifo per poter leggere le parti con gli spoiler!

    Rispondi
  • Avatar
    11 Marzo 2021 in 2:43
    Permalink

    Lol, invece la teoria del loop è stata esplicitamente confermata dal dialogo tra Shinji e Kaworu, senza contare le sequenze della serie tv e di EoE che si vedono in un cero momento. E poi si capisce benissimo che quel certo personaggio è il clone di…

    Rispondi
    • Mario Pasqualini
      11 Marzo 2021 in 8:37
      Permalink

      No, questa cosa non è stata esplicitamente confermata affatto. Ammetto che ci potrebbero essere margini di dibattito su questo (come su mille altri aspetto della serie tuttora ambigui), ma la teoria del loop non è stata confermata, anzi.

      +++++++++ SPOILER +++++++++

      Kaworu dice che LUI può incontrare Shinji infinite volte perché il suo nome è scritto sul Libro della Vita e quindi può morire e rinascere all’infinito, non che tutti possono incontrare tutti infinite volte. LUI può, gli altri no, tant’è vero che nel dialogo finale di Shinji e Rei nel teatro Shinji pronuncia la battuta, questa sì esplicita, «Il tempo e il mondo non possono tornare, però semplicemente vorrei un mondo nuovo senza Evangelion», e rifonda un mondo senza Eva. Il tempo NON torna, il mondo NON torna: si può solo andare avanti. Possono esistere tante realtà, ma dipendono da noi, come viene spiegato a chiare lettere nel finale della serie TV, quindi la proiezione di immagini nel teatro («sequenze»? Quali «sequenze»? Ma l’hai visto il film?) potrebbero essere ipotetiche altre realtà. Nessuno parla mai, che so, dei precedenti tentativi di perfezionamento o altro: SOLO Kaworu usa termini come “ancora” o “di nuovo” e cose del genere perché SOLO lui può.

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