Einstein, tra poesia e realtà

La scienza è la poesia della realtà…

È una frase di Richard Dawkins, etologo, biologo, grande divulgatore, importante esponente del neo-ateismo.

Einstein sicuramente non era cattolico, anche perché di famiglia ebrea, ma aveva una consistente religiosità o almeno una visione per nulla meccanicista del mondo (qui qualche esempio di citazione), al contrario di Dawkins, che ha peraltro lungamente tentato di “portare” Einstein dal lato degli atei, fino a tentare di comperarne le lettere. In un articolo di Life del 2 maggio 1955 dal titolo Death of a genius, pubblicato proprio in occasione della morte di Einstein, c’è una serie di citazioni in cui il fisico ribadisce, in una lunga conversazione con William Hermanns, una visione non certo chiusa al trascendente.

Non so se il sottotitolo voleva dunque essere una citazione apocrifa di Einstein o semplicemente una evidenza di come la visione del mondo dello scienziato, che per primo forse è stato anche personaggio pubblico, abbia collegato la realtà a una ricerca più alta. Ovvero abbia cercato di trovare una sorta di armonia del tutto, affermando anche di voler conoscere il pensiero di Dio.

Forse una locuzione tratta da Dawkins non è il massimo per indicare in Einstein, come scritto nel risvolto di copertina,

la capacità, attraverso la percezione, di cogliere le infinite sfumature del creato, visto come un luogo in cui si intrecciano continuamente scienza e umanesimo.

In effetti l’opera ha una ambientazione per certi versi poetica, quasi onirica. Rimane su un piano spesso aulico, in cui la drammaticità del periodo storico (il Nazismo prima, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda poi) non emerge in maniera evidente, neppure dalla grafica, che anzi risulta un po’ piatta.

Il fil rouge dell’opera è duplice.

Mark, studente a Princeton nel 1953, ha conosciuto Einstein negli ultimi anni della vita, raccogliendone la testimonianza durante i suoi studi di fisica. Poi anziano scienziato al CERN nel 2015 è testimone di una conferenza sulla relatività generale tenuta da suo figlio, a sua volta fisico.

Ma soprattutto la bussola che Einstein ricevette (realmente) in regalo dal padre nel 1884, e che nella finzione diede allo stesso Mark poco prima di morire.

Dopo essere stata in tasca all’icona della scienza moderna in molti dei momenti importanti, la ritroviamo in mano alla giovanissima nipote di Mark nel 2015.

Quella della bussola è una storia che lo stesso Einstein ha raccontato nella sua autobiografia scientifica, considerandola il dettaglio che ha fatto nascere la sua curiosità di scienziato. Da qui è partito anche Marwan Kahil per raccontarci la vita e il pensiero del fisico che tutti citano e che maggiormente ha avuto influenza nell’ultimo secolo, grazie ai disegni di Manuel Garcia Iglesias.

Sceneggiatore e disegnatore non hanno molte opere alle spalle, e affrontano una personalità e una storia impegnativa, che ha già ispirato altri fumettisti, dei quali abbiamo già parlato anche su queste pagine.

Che il grande scienziato abbia avuto una vita relazionale non sempre facile è ormai noto, e forse questo aspetto viene un po’ edulcorato, nello stile dell’intera opera. Infatti si sottolineano le grandi amicizie con Besso e Grossmann, gli incontri con Habicht e Solovine nella Akademie Olympia, i rapporti epistolari con alcuni grandi della storia del mondo (Gandhi). Mentre le relazioni con le donne e i difficili rapporti con le famiglie, siano quella di origine o quelle da lui create, passano attraverso il filtro della scienza. Mi pare di poter dire che la storia personale dello scienziato venga sovrastata dalla storia delle sue scoperte scientifiche, che scandiscono i passaggi e fanno passare tutto in secondo piano. Riconoscendo la enormità dello scienziato, si edulcorano i difetti umani della persona, in misura un po’ eccessiva.

Un po’ edulcorata appare anche la grafica. La tricromia (bianco, nero, grigio) ha un aspetto piatto, che non riesce a sottolineare i passaggi importanti. Il tratto delle parti più disegnate a volte dà la sensazione di essere quasi incerto, incostante. Gli sfondi e le ambientazioni sono perfetti nei minimi particolari, geometrici, con un tratto sottile e uniforme, al punto di sembrare ottenuti con la funzione trova contorni applicata a delle foto o con un CAD. I personaggi invece sono più schizzati, ma con un dettaglio fastidiosamente variabile, a volte al limite del deforme (teste troppo grandi, nasi storti). E le chine hanno spessori diversi, i tratteggi densità variabili, anche nella stessa vignetta; a volte del tutto inesistenti, a volte pesanti, senza apparente motivo. Questo registro dissonante non riesce a dare una sensazione piacevole, i due piani non si fondono, anzi, contrastano in maniera talora evidente.

Graficamente, la parte migliore sono i disegni a sfondo scientifico: i gedankenexperimen; Planck nel suo ufficio con lo sfondo del frontespizio de Annalen der Physik su cui nel 1905 verrà pubblicato il primo scritto importante di Einstein; la fedele riproduzione di LHC. E le illustrazioni di copertina. Perché Iglesias attinge spesso a foto e immagini, anche molto note.

La struttura delle pagine è tutto sommato equilibrata, le vignette sono pressoché sempre regolari, rettangolari, con poche concessioni.

Si fa anche  un uso abbastanza frequente di splash page utilizzate per i cambi di scena.

Il passaggio grafico più evocativo è certamente la doppia pagina con i funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki, che segue, nella storia, la firma della lettera che conferma il sostegno di Einstein al Progetto Manhattan.

Nella tavola si mescolano due dipinti (unico cambio di tecnica) che riproducono fotografie note delle colonne di fumo delle due bombe con alcune vignette che mostrano foto familiari  associate alle esplosioni atomiche. Il  palazzo della fiera commerciale della prefettura di Hiroshima, oggi Memoriale della Pace, il torii di Nagasaki circondato dalle macerie, riprodotti con una dovizia di dettagli maniacale vicino a uno dei cadaveri ustionati invece appena schizzato.

Ancora una volta con una dissonanza grafica un po’ confusa, anche se in questo caso crea una forte cesura che porta all’ultima parte del fumetto, in cui l’argomento principale non sono più le scoperte scientifiche e la storia personale di Einstein ma le tragedie, i dolori personali, come la morte di Gandhi e di Besso.

E la speranza che il genio, la creatività, lo studio possano salvare l’umanità da quello che sembra un destino ineluttabile.

Per quanto i fumetti sulla scienza siano evocativi, possano fare cultura, incuriosire, in quest’opera troppi aspetti mi sono parsi poco curati. È anche vero che confrontarsi con lo scienziato più importante e iconico del secolo scorso (insieme a Stephen Hawking, scomparso proprio in questi giorni, che ha guidato anche l’ingresso della cosmologia moderna nel nuovo millennio) è impresa titanica.

È indispensabile infatti scegliere alcuni aspetti di una personalità veramente poliedrica, e dare un taglio alla propria opera. Ne esce però un fumetto un po’ naïf, interessante, ma che affronta una personalità complessa con un lavoro che dà la sensazione dell’incompiuta, di un realismo che arriva fino a un certo punto, nella sceneggiatura e nella grafica.

Le fonti sono numerose e per lo più francofone. L’autore afferma di aver utilizzato nei dialoghi le parole di interviste o di estratti di opere e articoli di Einstein.

Ma alla fine resta la sensazione di una occasione perduta: negli approfondimenti delle storie, delle personalità, nell’esplorare aneddoti e pensieri. Analogamente nella ricerca e nella resa grafica manca qualcosa.

E in un momento in cui la divulgazione scientifica e il fumetto stanno vivendo un connubio di grande vitalità, è davvero un peccato.

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