Dylan Dog n. 401 – L’alba nera

Dylan Dog 401: il numero più discusso dell’intera storia dell’Indagatore dell’incubo.

Un vero nuovo inizio, ma con tante basi che tengono fede al vecchio Dylan, con addirittura elementi precedenti al suo debutto in edicola come Gnaghi e la donna morta in copertina.

Nulla di inedito rispetto a prima, ma tutto si è evoluto con i ritmi narrativi di oggi: archi di storie per “stagioni” (almeno per questo ciclo chiamato 666), presenza scontata di cellulari, email e tablet (si vede un negozio nella prima vignetta con la scritta “TechnoShop”), e abbandono di certe ingenuità assolutamente legittime nel periodo precedente.

Ma come iniziare a modernizzare tutto? La scelta è stata fatta con un grande ritorno alla prima avventura, quel L’Alba dei morti viventi che è nella storia del fumetto italiano, nonostante alcune incertezze e un Dylan ancora da definire.

Un remake? Un reboot (battuta rubata dal fumetto, lo so)? Ma perché questa opzione? Davvero è stato detto tutto a livello di idee? Rimane il fatto che nonostante si stia riproponendo quel mitico episodio, la curiosità rimane e anche la stragrande maggioranza dei lettori più nostalgici e contrari a questi cambiamenti segue le storie di Dylan per sapere cosa succederà. Anzi, non “cosa” (lo sanno pure i muri ormai, almeno per questa prima storia) ma “come” succederà il tutto.

Il concetto del mondo alternativo non è nuovo e già con Storia di Nessuno il maestro Sclavi si era addentrato in questa idea (personalmente ritengo quella storia un Mulholland Drive nato dieci anni prima e migliore del film di Lynch, tanto era avanti Sclavi!), senza contare l’apprezzatissima saga de Il pianeta dei morti di Alessandro Bilotta: di conseguenza chi urla allo scandalo dovrebbe farsi due conti e un bel remind.

A livello di caratterizzazione Dylan… è sempre Dylan, nonostante barba e abbigliamento diverso. È sempre appassionato di cinema e cita spesso battute di film. Per essere coerente con il suo alter ego precedente, arriva a citare se stesso con le stesse battute e Recchioni è attento a non tradire la caratterizzazione che fu fondamentale per il suo successo.

Il suo background invece è stato decisamente cambiato e il cliffhanger dell’ultima pagina dà la botta finale (ho già detto della curiosità di voler andare avanti, giusto?).

Il rapporto con Gnaghi inizialmente sembra non essere troppo approfondito, mai poi basta una pagina per rimangiarci tutto (pagina 52, per essere precisi).

Notiamo la presenza di comprimari che già conosciamo, sia quelli classici (Bloch e Jenkins, anche se decisamente dimagrito) che quelli più recenti (Tyron Carpenter e Rania Rakim).

C’è anche una piccola apparizione iniziale di Hamlin in una scena che omaggia l’effettivo remake che fecero Recchioni e Mammucari: possiamo già intuire l’utilizzo futuro di quello che compra Dylan dal sinistro negoziante…

La vicenda viene raccontata con deciso taglio dark e macabro, sia per i disegni di Roi, che sono più che mai nebbiosi e cupi come forse non sono mai stati, sia per il ritmo e la sceneggiatura improntata a un ritmo quasi sognante, in senso oscuro.

Certo le battute ci sono (ovviamente non sono dette dal nuovo assistente Gnaghi) ma non smorzano l’atmosfera malata e particolarmente seriosa. Molte scene d’azione sono spesso costruite con tante immagini che sembrano quasi delle incisioni.

Roi l’ha fatto spesso, ma stavolta ha marcato la mano soprattutto grazie alla sceneggiatura di Recchioni che ha ideato delle inquadrature che quasi vivono da sole, come se fossero delle vere e proprie illustrazioni.

E Roi è da sempre maestro nel costruire queste sequenze (si veda quando Sybil è inseguita dallo zombie del marito), grazie anche, in questo caso, alla possibilità di un ampio respiro narrativo che va oltre le 94 pagine, come conviene oggi in omaggio al boom delle serie televisive.

Le tavole mantengono spesso la gabbia bonelliana anche se ogni tanto delle splashpage fanno la loro bella presenza: fantastica quella in cui gli zombi escono dall’obitorio.

Sinceramente promosso a pieni voti, ma il merito maggiore rimane quello di far rimanere in hype un personaggio che per troppo tempo si era forse crogiolato nello standard e che oggi è quello che più si sta rinnovando della scuderia Bonelli.

Ma così doveva essere, se si vuole combattere l’erosione costante di lettori che da anni è la spina nel fianco e che per troppo tempo si è fatto finta di non sentire.

Consideriamo anche che Dylan era quello ingiustificatamente cristallizzato nel suo mondo. Tex è nel western eterno, lo stesso Nathan Never per la sua fantascienza (anche se pure lui ha avuto le sue piccole rivoluzioni), Zagor e altri.

Dylan non poteva rimanere in quel 1986 poiché di fatto è sempre stato ambientato nei giorni nostri e il mondo, e noi tutti, è in continuo cambiamento e anche lui doveva evolversi, per forza.

Se poi voi non siete cambiati, beh… due domande fatevele…

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