Dylan Dog Color Fest 17- Porta l’orrore dovunque vada la strega Baba Yaga

Il Dylan Dog Color Fest numero 17 è una gioia per gli occhi. Questa è la prima impressione, a partire dalla copertina di Ausonia, evocatrice e piena di particolari, ma soprattutto che riassume l’uso dei colori che dominano le pagine interne. Copertina e titolo sono come il trailer adrenalinico di un film di supereroi: danno uno schiaffo ben assestato all’attenzione del lettore, dicono “È tutto quello che devi sapere. Ora leggi, sciocco”. Baba Yaga è la strega del folklore slavo, ma è riuscita ad infiltrarsi nelle culture tangenti, quella indiana e quella sino-nipponica, ed eccola infatti che incombe alle spalle di uno spaventato Dylan, come un gigantesco oni.

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Dylan Dog Color Fest 17 © Sergio Bonelli Editore

Riza Todorovic non è una brava persona, compie numerosi crimini senza nessun senso di colpa, finché non gli viene diagnosticato un male incurabile. Solo allora inizia a pensare alla sua famiglia, a come fornirla di mezzi e sostanze quando lui più non sarà, e fa la cosa più stupida possibile: deruba il boss per cui lavora. Tutto ciò non può finir bene, infatti finisce molto male e l’uomo, che evidentemente non impara dai propri errori, decide di veder compiere la sua vendetta finché è in vita, cioè in pochissimo tempo. Chiede perciò aiuto alla strega che può realizzare qualsiasi desiderio, Baba Yaga, in cambio della sua anima, e finché il patto tra loro non sarà compiuto Riza non potrà morire, continuerà a vivere nonostante il male comprometta il suo corpo e il dolore lo attanagli senza tregua. A chi chiedere di nuovo aiuto per liberarsi da questa condanna? Ovviamente, al nostro Indagatore dell’incubo.

Tutta la storia che si sviluppa da questa premessa è ricca, ricchissima di elementi, che rimandano direttamente non solo al folklore slavo, ma alla sua letteratura, le sue influenze e i suoi colori. Intanto tutto il riassunto iniziale sembra comporsi di storie che si sviluppano l’una dentro l’altra, come una matrioska: vedi il generale, ma alzando il primo strato ecco che si vede un altro incastro, e un altro e un altro.

Oltre alle citazioni dirette, anche iconografiche, e molto precise, alla leggenda della strega, non si può non pensare alla discendenza che questa suggestione ha avuto nella realizzazione de Il Maestro e Margherita di Bulgakov. Allo stesso modo, come escludere dalla mente il ricordo delle pagine di Dostoevskij con la sua analisi del senso di colpa, del desiderio di riscatto ed espiazione del protagonista di Delitto e Castigo, che risuona, invertito, in Riza? Senza contare l’incursione fisica dei personaggi dentro gli scenari delle fiabe più popolari, che collegano la figura di Baba Yaga, meno nota in Occidente, a streghe culturalmente più note,  permeandola di riferimenti rassicuranti che la rendono più familiare e comprensibile a chi legge.

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Dylan Dog Color Fest 17 © Sergio Bonelli Editore

Paola Barbato compie di nuovo un ottimo lavoro di approfondimento, è capace di creare una storia ricca di elementi e colpi di scena, ma decorata e farcita da tanti rimandi che risuonano nella mente del lettore e lo trasportano in un campo nuovo, profumato di ricordi e di sensazioni già provate, che affascina e conquista. Si ha voglia di continuare a leggere, di capire che sta succedendo, come il nostro Dylan che per tutto il tempo somiglia di più a un comprimario che al protagonista della storia. Non che la cosa stoni o dispiaccia: la prima donna stavolta è Baba, con i suoi aiutanti, la sua bellissima serva, i suoi poteri, il suo alterco con l’antagonista per eccellenza (che non posso svelare per non rischiare spoiler) che a tratti sembra un incontro tra rappresentanti sindacali, facendo le opportune distinzioni.

Questo lo dico con il massimo rispetto per l’opera, e con un certo divertissement che non mi aspettavo: perché questo numero di Dylan Dog è particolarmente ilare e divertente. Le battute di Groucho fanno ridere (sì, davvero), per i tre quarti del volume scorre tra le pagine una vena di gradevole ironia, e i disegni di Franco Saudelli trasmettono allegria. Credo che sarò presa per pazza dopo questa affermazione, ma il tratto del fumettista, così “floreale”, pieno di “grazie”, si avvicina particolarmente in quest’opera al linguaggio iconografico orientale, creando delle figure che ricordano le immagini grafiche indiane, giapponesi e slave appunto, in un piacevolissimo insieme personale e originale. La crocchia morbidissima, gonfia, espressiva della vecchia strega parla quasi quanto le espressioni del suo viso, a metà tra un oni giapponese e una fiera indiana. E poi ci sono i colori di Oscar Celestini: accostamenti di azzurro lapislazzulo, verde salvia, aranci e rossi, su fondali nero pece, che parlano di Russia e Polonia, e che, mi ripeto, mettono allegria. E costruiscono le tavole magistralmente, come se fossero illustrazioni di fiabe, appunto, o fotogrammi di una danza popolare.

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Dylan Dog Color Fest 17 © Sergio Bonelli Editore

Tutta questa cromia, questo rincorrersi dei personaggi, questo incastro di un elemento dentro l’altro, portano il lettore quasi inconsapevole verso la risoluzione finale, inaspettata, che lascia senza fiato e sconfortati, e ci ricorda che, per quanto colorato, sempre di un incubo stiamo parlando.

Silvia Forcina

Silvia Forcina

Non pratico il nerding estremo pur essendo nerd nell'animo, ma non ho niente da condividere con i Merd che popolano il mondo. So solo quello che non sono. Come Balto.

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