Dylan Dog 364 Gli anni selvaggi – Una recensione sovraccarica

L’Inghilterra è un mistero storico. Isola periferica e geograficamente insignificante, abitata genericamente da buffi ometti paludati, è stata per secoli protagonista della storia mondiale e ha generato movimenti culturali e artistici che continueranno a influenzare il globo terrestre in tutti i campi. Hanno inventato persino la lingua più parlata nell’Occidente, e non è un caso che l’inglese sia la lingua del rock.

Gli inglesi hanno inventato i Beatles e i Sex Pistols, e con essi il 75% dell’essenza della musica moderna.

Poteva quindi Dylan Dog esimersi dal partecipare in qualche modo al metallico mondo della musica Hard Rock inglese? Non suona forse il clarinetto? Non vive forse a Londra?

È questo che devono essersi chiesti alla Bonelli quando si sono messi sotto a preparare il numero 364 della serie, che ancora una volta riunisce la scrittrice noir Barbara Baraldi e il veterano Nicola Mari sulle pagine dell’Indagatore dell’Incubo. I due colgono la ghiotta occasione di immergere Dylan nelle atmosfere rockettare della Londra punk rock, per vedere l’effetto che fa.

L’effetto che fa

Purtroppo, e lo diciamo con un certo rimpianto, non fa un grande effetto.

pagina 10

La storia, dopo la lettura (e la rilettura-per-sicurezza che si fa sempre quando bisogna recensire qualcosa che non funziona) appare infine come profondamente sbagliata, sia nel principio ispiratore (1) che nell’esecuzione (2).

La gestione Recchioni ha tentato, e con ragione, di rielaborare la figura di Dylan Dog in modo da farne esaltare alcune caratteristiche che lo immergessero di più nel mondo contemporaneo. Dylan ci è stato mostrato mentre guardava serie come Walking Dead, o mentre ascoltava musica metal, o andava al cinema. La Londra dell’Indagatore dell’Incubo è diventata la città cosmopolita e caotica di oggi, a scapito della versione romantica e a tratti macchiettistica fornitaci nel passato: ed è in quest’ottica, a nostro parere, che, in quest’albo, si è scelto di mostrarci un giovane Dylan Dog impegnato, per così dire, a fare da roadie ad una band metal, organizzando serate in locali fumosi finché, in pasto al più classico dei cliché, il successo non bussa alla porta del gruppo, corrompendone la purezza originale.

pagina 26

E Dylan nel cliché ci rimane invischiato fin troppo, finendo per recitare una parte già vista e già letta troppe volte. Abituati com’eravamo negli ultimi anni a non saper più cosa aspettarci, guardiamo questo Dylan così spento e ci chiediamo se davvero il gioco sia valsa la candela.

In conclusione, l’idea di un Dylan Dog impegnato in queste atmosfere di dannazione musicale era forse una di quelle che ci sembrano ottime all’inizio, ma che perdono smalto pian piano mentre le eseguiamo, fino a farci pentire amaramente alla fine.

(2) Normalmente una storia può essere estremamente sbagliata ma eseguita così magistralmente da rendere questa caratteristica un punto d’onore. Purtroppo, non è il caso di questo albo. Da una scrittrice del calibro della Baraldi forse ci si sarebbe aspettato un intreccio meno scontato, soprattutto nella struttura noir della storia. I passaggi in flashback somigliano più ad un lungo “spiegone” di ciò che accade nel presente, e nemmeno nell’alternarsi riescono a creare una trama scorrevole. Il colpo di scena finale è purtroppo estremamente telefonato (il perché lo spieghiamo nella didascalia all’immagine, così da evitarvi spoiler), e la narrazione è contornata da una serie di delitti decontestualizzati e che trovano la loro giustificazione all’esterno della cornice della storia: il che, a nostro parere, è una violazione delle regole classiche del giallo horror.

pagina 58
[SPOILER] Sul serio, ma la storia ha praticamente solo tre personaggi. Uno è Dylan Dog, l’altro muore, chi mai sarà l’assassino?

Conclusioni

Il nostro lettore non si lasci ingannare. Gli anni selvaggi è un albo riempitivo non riuscito, sicuramente, ma lontano anni luce dai corrispettivi di qualche anno fa. Ricorrendo a un vecchio trucchetto, gli autori inseriscono l’albo nella continuity verticale della serie, riuscendo in qualche modo a giustificarne l’acquisto anche se la storia è dimenticabile. La Baraldi, pur su un’impalcatura narrativa piena di tutti i difetti sovraelencati, riesce a far reggere la sceneggiatura in modo da non stancare, e Mari è sempre Mari, e il suo tratto è sempre un bel guardare.

pagina 34

Non un vero e proprio passo falso, dunque: ma una storia che non scaverà nicchie nel cuore degli appassionati dell’Indagatore dell’Incubo, né in quello degli amanti del fumetto in generale.

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