Dylan Dog 354 – una recensione “di ritorno”…

Sono tornato a Dylan Dog dopo anni.

Conosciuto praticamente alla sua nascita, quando leggevo gli albi che mio fratello collezionava, lo avevo lasciato dopo circa quindici anni, quando la vita mi ha portato a non condividere più la stanza.

Lo ritrovo adesso (dopo circa altrettanto e grazie a Dimensione Fumetto) piuttosto cambiato, per lo meno dagli aspetti che ho potuto cogliere da questa singola lettura:

  • senza più l’Ispettore Bloch (ma questo lo sapevo già), che era la parte più tipicamente umana delle vicende, che lo collegava anche a un tempo che già “ai miei tempi” odorava di antico, e rendeva palpabile, incarnandola, quella solitudine che in fondo ha sempre permeato l’atmosfera e i pensieri dell’Indagatore dell’Incubo. Ricordo un particolare, in questo senso, ne I delitti della mantide, il meccanico Marty Piletti, mentre viene portato via dalla polizia dice a Block «… e poi siete solo, come me. L’ho capito guardando le stringhe delle vostre scarpe…sono slacciate, è un segno di solitudine». Bè, quella solitudine un po’ manca, le atmosfere sono meno cupe, più leggere. E il suo sostituto ha aiutato non poco in questo cambiamento (vedi sotto);
  • con un nemico-amico nel nuovo ispettore Tyron Carpenter, che peraltro in questo albo più che una presenza è un’assenza. Questo peraltro forse consente a Dylan di muoversi “con le mani libere” nell’ottenere informazioni da Scotland Yard . Nelle poche vignette in cui compare Carpenter mi fa pensare a una versione “da duro” del batmaniano Mackenzie “Hardback” Bock o a qualche detective delle serie come Law and Order;
  • con una nuova “fiamma” Rania Rakim, con la quale c’è un gioco di sottintesi che non mi aspettavo da Dylan, per il quale le storie amorose “lunghe” erano per lo più dei ritorni di fiamma, intensi quanto rapidi. Rania (che mi pare il reale sostituto di Bloch) invece ha anche una presenza scenica enorme, considerando che la ritroviamo in moltissime scene, e che alleggerisce l’atmosfera dell’intera storia, più di quanto non faccia il solito Groucho. Infatti, più delle battute, è la presenza fisica di Rania, che flirta con Dylan sia quando sono insieme, magari con lui (semi)nudo, sia quando si sentono al telefono (di nuovo, stavolta è lei ad aver appena fatto la doccia), a modificare lo sfondo emotivo della storia rispetto al Dylan a cui ero abituato (ma, ripeto, magari è un una tantum che non fa storia);
  • che usa disinvoltamente il cellulare parlando di «email contenente il link al blog»;
  • con una storia in cui i riferimenti al cinema, ai libri, alla cultura in genere mi sembrano più diretti e meno ricercati e sottili. Non intendo assolutamente dire che non ce ne siano, basti vedere il chiaro riferimento ad Arancia meccanica nella rappresentazione della Omega End, anticipato dal poster nella camera di Synner. Però forse, andando anche a cercare un pubblico più giovane, c’è anche “meno tempo” per leggere, per cercare i particolari nascosti o messi un po’ in disparte. O sono semplicemente io che non colgo più i riferimenti perché troppo moderni per me, abituato negli anni ’80-’90 a ricercare le singole citazioni al limite della paranoia…

D’altra parte alcune cose non possono cambiare: il campanello, Groucho (o meglio O.H. Courg, per questo numero), il maggiolone, il fatto che, pur invitando Rania a prendere un caffè, il nostro si trova davanti a una tazza di tè fumante, il quinto senso e mezzo. E Dylan Dog è sempre lui, per quanto vicino al 30° anno in edicola.

Qualche lettore più moderno mi perdonerà quindi qualche nostalgia, per quanto abbia cercato di evitare i riferimenti ai bei tempi andati.

Gigi Simeoni, fumettisticamente parlando, non è per me uno sconosciuto, ho apprezzato molto i suoi lavori su Nathan Never, ma soprattutto (finora) i suoi Romanzi a Fumetti. Mi sono piaciute moltissimo le atmosfere e la follia de Gli occhi e il buio, e altri particolari di Stria, il cui influsso è possibile riconoscere anche in alcuni tratti di questa sua ultima realizzazione.

Questa storia di “incubo” vero e proprio ha poco, sembra piuttosto un classico poliziesco, ai quali da sempre Dylan ci ha abituati, in alternanza a registri diversi, anche in tempi passati. E devo dire che da una parte preferisco queste storie a quelle splatter, e dall’altra a quelle improbabilmente paranormali…  In effetti l’horror si mescola con il noir e con le crime stories, anche quelle a cui le più recenti produzioni televisive ci hanno abituato. Non sembra mai concreta la possibilità che la spiegazione degli eventi abbia qualcosa di soprannaturale. Anche quando si parla del fantasma, è una specie di babau, un’ombra che compare nei sogni. Uccide però in modo troppo fisico e crudele, utilizzando quasi una sorta di contrappasso, per far pensare a un assassino non umano. Simeoni interseca in modo molto interessante le atmosfere da lui stesso create in Stria, in cui l’aspetto soprannaturale era molto presente, e ne Gli occhi e il buio, da cui riprende la psicosi del protagonista, con le caratteristiche proprie dell’Indagatore dell’incubo: le atmosfere della Londra invisibile, le follie dei normali, molto più mostri di quanto siano in realtà i reietti, perché del tutto vuoti e insensibili.

Si sviluppa in modo classico, con tanto di intuizione del nostro eroe circa ai 2/3 della storia, con la lampadina che si accende. Da quel momento in poi sale la tensione, prima con l’eroe in incognito che si fa scoprire, poi con le spiegazioni, fino all’inatteso e decisivo testimone che mette a posto tutte le tessere del mosaico. Fino al coupe de théatre finale, con salvataggio in extremis. E in realtà la tensione tra Dylan e Rania sale fino alla terzultima vignetta dell’ultima pagina, sciogliendosi solo alla fine in un sorriso di lei…

Emiliano Tanzillo è invece una scoperta positiva. Anche se inizialmente ho fatto un po’ fatica. La caratterizzazione dei senzatetto inizialmente mi è sembrata quasi macchiettistica e poco adatta al contesto (con uno stile nelle prime pagine che sembra in alcuni tratti ricordare quello di Stelio Fenzo), ma subito i registri grafici cambiano. Nelle pagine dove compare la polizia che esamina la scena del crimine, il tratto sembra subito più pulito, con degli “oggetti scenici” che ritagliano ulteriormente le vignette.

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© Sergio Bonelli Editore

Può essere il nastro Do not cross della polizia, oppure gli infissi di una finestra visti in una prospettiva particolare,  un’ombra o un altro elemento “minore” sulla scena.

Questa differenza mi sembra di notarla anche nei primi piani, che hanno dei tratti grafici diversi a seconda del personaggio, dello stato d’animo da sottolineare e del momento della storia.

Nel corso della trama ci sono continuamente cambiamenti nell’uso del bianco e nero, del tratto, dei pieni e dei vuoti, con una elevatissima dinamicità che modifica anche esteriormente l’alternarsi delle scene e dei passaggi narrativi. Questo crea anche una certa tensione, poiché rende la lettura meno fluida, ed obbliga in qualche modo a non dare per scontata la parte grafica, che si interseca fortemente con la storia. In ogni caso il disegno è molto dettagliato e ricco di particolari, anche per quanto riguarda gli “oggetti di scena” o gli sfondi, anche qui mescolando tecniche diverse, dal segno iperrealistico, tale da sembrare quasi una scansione, a dei disegni appena abbozzati e quasi senza ombre, anche nella stessa vignetta. Anzi, qualche volta anche la diversa quantità di dettagli nella stessa scena o in scene successive aiuta le sottolineature della storia, insieme agli altri elementi grafici. Indubbiamente questo serve a concentrare l’attenzione su personaggi e dialoghi, mantenendo il resto sullo sfondo, creando uno contrasto grafico che non infastidisce, anzi, è di aiuto.

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© Sergio Bonelli Editore

In tutti questi aspetti probabilmente emerge tutta la bravura da illustratore di Tanzillo, che avendo anche lavorato come colorista, character designer, illustratore, utilizza tutto quanto è nelle sue mani per dare movimento alle scene e sottolineare i passaggi della storia, anche nell’ambito della stessa pagina.

Anche nei disegni del Fantasma dei vicoli l’ombra che non dà consistenza al personaggio si alterna con i particolari che invece lo rendono reale, dalla mano stesa quasi ad accarezzare le sue vittime, alla vignetta in cui l’ombra versa il vino nello strano marchingegno che uccide il terzo malcapitato senzatetto.

L’uso dei bianchi e dei neri ha lo stesso effetto, e colpisce ad esempio la luna nera nel cielo notturno completamente bianco, o l’oscurità bianca che avvolge il mago che si capisce più dalle battute dei personaggi che dall’aspetto grafico delle vignette.

Non è detto che a tutti i lettori possano però piacere questi continui cambi di registro, che ritengo un pregio, ma, almeno inizialmente, mi hanno creato qualche imbarazzo nella lettura.

In definitiva, non sapevo bene cosa aspettarmi, dopo quasi quindici anni di assenza dalle pagine di Dylan Dog. Non ho vissuto i grandi cambiamenti della testata se non indirettamente, da lettore Bonelli di altre testate (Julia e Dragonero, che una precisa identità la hanno, anzi, Julia è legata strettamente anche alla storia del suo autore). Un vecchio lettore come me però può ancora ritrovarsi in questo Indagatore dell’Incubo, che è cambiato, ma mantenendo una identità che mi è parsa chiara. Ha tratti di novità, e altri di continuità con il passato. Per quanto riguarda il singolo numero, che però non posso contestualizzare con gli altri, autore e disegnatore mi sono piaciuti, anche se per apprezzare alcuni aspetti c’è voluta una lettura più attenta.

Andrea Cittadini Bellini

Andrea Cittadini Bellini

Scienziato mancato, appassionato divoratore di fumetti, collezionista di fatto, provo a capirci qualcosa di matematica, di scienza e della Nona Arte...

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