Capitan Erik: un rosso d’annata!

Per molti lettori di fumetti italiani Claudio Nizzi è uno dei grandi sceneggiatori di Tex e il creatore di Nick Raider.

Per quelli che, come me, sono stati allenati al fumetto dalle cattolicissime (orrore!) Edizioni Paoline, Claudio Nizzi è comparso ben prima di entrare nella scuderia Bonelli.

Personaggi come Larry Yuma e Rosco&Sonny, insieme alle riduzioni a fumetti di grandi opere che ci hanno avviato alla letteratura, hanno segnato l’adolescenza di molti, o almeno la mia!

In un mondo molto più vasto di oggi, non ancora rimpicciolito da Google Maps, in cui l’Indocina sembrava davvero dall’altra parte della galassia, già con Corto Maltese, Hugo Pratt aveva cominciato a far conoscere atmosfere esotiche e lontane. Il Giornalino, destinato a un pubblico più giovane e sicuramente più circoscritto di quello di Pratt, nel 1972 iniziò le pubblicazioni di un personaggio (o meglio di un gruppo) creato proprio da Nizzi, con la realizzazione grafica di Ruggero Giovannini, entrambi da qualche anno collaboratori del più longevo giornale a fumetti per ragazzi.

erik2La casa editrice Allagalla sta attingendo ad alcune di quelle produzioni, con una collana curata da Nizzi. Tra queste propone anche un volume importante che raccoglie proprio le storie dell’invenzione della coppia Nizzi&Giovannini.

È la loro opera omnia di Capitan Erik.

Un eroe anticonformista, capitano di una nave mercantile, libero e sognatore, che si circonda di una ciurma composta di giovani idealisti come lui, tutti con qualche scheletro nell’armadio (da un ricordo del disegnatore, scritto dallo stesso Nizzi).

Eccolo tratteggiato dal suo inventore in poche parole, un figlio del ’68, per di più di origini nordeuropee (con gli immancabili capelli rossi), che si trova a viaggiare su una nave (come il suo più famoso omonimo, Erik il rosso, appunto) il cui nome è tutto un programma: Adventurer.

E su quella nave salgono altri quattordici marinai di tutto il mondo, senza che vengano fatte loro domande. Essi diventano parte di una comunità saldata su valori che facevano da ponte tra il mondo cattolico, di cui fa parte l’editore del Giornalino, e la nuova società che stava sorgendo dalle contestazioni della fine degli anni ’60 dello scorso secolo: la libertà, la fiducia, l’onestà, la coerenza.

E basta un gabbiano bianco su un cerchio azzurro per far parte di questa comunità, che altro non è che la ciurma dell’Adventurer, dove hanno trovato posto italiani, russi, inglesi, francesi, greci, tedeschi, russi… ciascuno con le sue capacità (a volte anche un po’ stereotipate, come il motorista tedesco e il cuoco cinese) ma con un grande spirito di famiglia.

Così quella nave diventa una rappresentazione di un mondo che vive con profondo rispetto le diversità e lotta contro l’ingordigia e la disonestà con la forza della fiducia reciproca.

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Un esempio per tutti.

Nell’episodio Piroghe sul fiume, Erik e tutto il suo equipaggio non esitano a gettarsi alla ricerca del perduto Pierre Lacoste nella giungla pressoché inesplorata del Borneo, con il solo indizio di una camicia trovata addosso a un avventuriero, perdendo una importante commessa. Perché, come dice lo stesso Erik, «l’etica di ogni ditta è il profitto, ma questo non vale per noi».

E tutti la pensano allo stesso modo, pronti a gettarsi nel fuoco l’uno per gli altri (pur detestandosi cordialmente e rinfacciandosi difetti e caz…ehm, stupidaggini), con coraggio e coerenza, cercando di guardare sempre il lato positivo, anche quando il nemico è l’amico d’infanzia di Erik che lo ha messo con le spalle al muro per cinismo e per invidia, come ne La grande trappola.

Ma con la leggerezza di una gabbia di pazzi che hanno fiducia di ritrovarsi sempre.

Forse qui si sente (fortunatamente) anche lo stampo cattolico degli autori, che come molti all’epoca sono passati prima per Il Vittorioso, legato all’Azione Cattolica, per poi approdare al settimanale fondato da Don Alberione.

Sempre alla ricerca del buono nelle persone, che alla fine si redimono, e con la fiducia che c’è un bene superiore (che forse qualcuno chiamerebbe Provvidenza) pronto a stendere la mano.

Non fraintendete. Le storie sono ricche di avventura, personaggi poco chiari, pericoli, si leggono molto piacevolmente, non c’è un deus ex machina, né il lieto fine obbligatorio, ma c’è una forte positività di fondo e una grande limpidezza nei personaggi.

Quella, per dirne una, che permette a Erik di girare disarmato anche nei porti più malfamati dell’Indocina.

Dal punto di vista più tecnico i personaggi, pur essendo molti, sono ben delineati. Ciascuno nelle storie ha il suo momento, senza per questo fare in modo che ciascun episodio diventi un collage di eventi destinati a far conoscere i singoli. Basta spesso una vignetta o un passaggio per far emergere questo o quel personaggio, evidenziandone una caratteristica, o lanciando una domanda sul suo passato. Senza per questo interrompere il flusso narrativo, sempre ben ritmato, anche se con ritmi di qualche anno fa, e non con quelli spesso troppo frenetici del fumetto moderno.

I disegni di Giovannini (autore che la critica fumettistica ha colpevolmente dimenticato, come dice il co-curatore della collana Roberto Guarino nella prefazione) sono espressivi e dinamici. Il bianco e nero inizialmente mi ha colpito un po’ negativamente, perché ricordavo la versione colorata letta tanti anni fa, ma esalta la dinamicità di tante scene e permette di cogliere l’uso di alcuni chiaroscuri o negativi. Inoltre dimostra anche la cura e l’attenzione nel far emergere l’arte del disegnatore, da parte dei curatori della collana.

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Solo nell’ultima delle sette storie Giovannini utilizza i retini per le ombreggiature, in precedenza fatte tutte utilizzando il tratteggio, con la stessa maestria e precisione.

È un fumetto classico, le scene e le ambientazioni, per forza di cose, rispecchiano quelle degli anni ’70 (i pantaloni a zampa d’elefante di Erik sono inconfondibili). Ma c’è una grande modernità sia nella scrittura di Nizzi che in alcuni aspetti grafici: un utilizzo molto attuale della gabbia, con tagli verticali spesso interessanti, anche se si mantiene pressoché sempre il numero fisso di quattro righe per pagina.

Al di là degli aspetti tecnici, però, vale davvero la pena di leggere questo volume di circa 300 pagine.

Intanto perché è scritto e disegnato bene, i personaggi sono interessanti, le storie coinvolgenti e ricche di colpi di scena.

Inoltre, pur essendo leggibili singolarmente, i sette episodi hanno una forte continuità, al punto che la lettura scorre fluida, quasi fosse un graphic novel ante litteram.

Infine è stato un piacere riscoprire Nizzi e Giovannini che, insieme, sono riusciti a creare un ottimo prodotto, che funziona anche oggi.

Adesso aspettiamo l’uscita del volume successivo… «ma come, non hai parlato di opera omnia?» si chiederanno i miei due lettori e mezzo…

Beh, sì. Ma solo per Giovannini, perché Nizzi ha continuato a scrivere storie di Erik, e le matite sono state affidate nientemeno che ad Attilio Micheluzzi.  Quindi restiamo in attesa.

Capitan Erik – Il vagabondo dei Mari
Claudio Nizzi, Ruggero Giovannini
300 pagine, bianco e nero
Allagalla
Prezzo di copertina 29 €

Andrea Cittadini Bellini

Andrea Cittadini Bellini

Scienziato mancato, appassionato divoratore di fumetti, collezionista di fatto, provo a capirci qualcosa di matematica, di scienza e della Nona Arte...

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