Benvenuti in Giappone 05 – Pokémon GO: dire & fare

I Giochi olimpici di Tokyo 1964 sono ancora impressi a fuoco negli occhi dei giapponesi che li hanno visti, e fantasticati come un evento memorabile da chi non li ha visti. Rappresentarono senza ombra di dubbio il più grandioso evento sociale del XX secolo per il Giappone, con quegli iconici completini bianchi con la giacca rossa indossati dagli atleti nipponici ancora oggi ricordati nella cultura pop. È stata la prima Olimpiade asiatica, la prima con l’attuale pista d’atletica a otto corsie, la prima con pallavolo e judo, la prima con un logo grafico, ma soprattutto è stata l’Olimpiade della tecnologia, la prima col cronometro digitale, la prima con la cerimonia d’apertura in mondovisione satellitare, la prima con gli stadi con copertura a sospensione, e oltre ogni cosa è stata l’Olimpiade dello Shinkansen, il treno-proiettile inaugurato per l’occasione che rappresentò e rappresenta ancora oggi metaforicamente l’orgoglio dei giapponesi. Non è una novità: i giapponesi amano la tecnologia, e detestano quando qualcun altro è più avanti di loro in campo tecnologico. Per esempio, e probabilmente ci sono poche cose che detestano di più, al momento gli otaku giapponesi detestano il fatto che il resto del mondo può giocare a Pokémon GO e loro invece no. Detestabile.

Lo spot di Pokémon GO promette ore e ore di sfrenato divertimento across the universe.

Probabilmente non c’è un solo under 40 in tutto il mondo occidentalizzato che non ne sia al corrente: dopo i videogiochi, i fumetti, i cartoni animati per la televisione e i film animati per il cinema, i Pokémon sono sbarcati su smartphone con un’applicazione in realtà aumentata, intitolata Pokémon GO e sviluppata da Nintendo con Google, che permette di svolgere attività simili a quelle del classico videogioco, ma nella vita vera: bisogna fisicamente camminare, fisicamente andare in specifici posti, fisicamente combattere (nei limiti di un videogioco), eccetera.

Fotogrammi di gioco di "Pokémon GO".

In Pokémon GO il giocatore crea un avatar, ovvero l’allenatore con cui gira per il mondo alla ricerca di oggetti utili (nei Pokéspot, segnati con cubetti blu) e di Pokémon selvatici da catturare, tipo il sempre adorabile Pikachu che pesa come un bebè cicciotto.

Nonostante quel che hanno scritto alcuni giornalisti poco informati, Pokémon GO non è affatto il primo gioco né Nintendo né Pokémon per smartphone, dato che in Giappone ce ne sono già da tempo, però rappresenta una tappa importante, probabilmente capitale per la storia dei videogiochi: non solo ti obbliga a fare movimento (come fanno i giochi per Wii), ma ti obbliga anche a uscire di casa e a camminare per svolgere certe quest. È l’opposto dell’idea stessa di videogioco, dello stare in casa di notte da soli a giocare: qua bisogna uscire di casa di giorno insieme. È surreale, per essere un videogioco, o meglio ne è il contrario essendo esattamente un gioco con un video. È basato su un precedente titolo, il criptico Ingress, ma qui la carta vincente è la semplicità, l’eliminazione di qualunque elemento guerrafondaio, la rimozione del complottismo, l’aggiunta di un accessorio da polso, e soprattutto l’applicazione a un franchise che fin dall’inizio si basava sull’esplorazione del mondo: il colpo di scena di Satoshi Tajiri.

Screenshot del videogioco "Ingress".

Uno screenshot del videogioco Ingress che rappresenta la città di New York, oddio che ansia.

Il videogioco ha avuto fin dal debutto un successo semplicemente clamoroso: nel giro di una sola settimana Pokémon GO è stato installato nel 5% di tutti i cellulari statunitensi (uno su venti!) creando ovvi problemi tecnici ai server, il suo uso quotidiano ha superato quello di Facebook, il suo traffico dati ha scavalcato quello del porno (evento probabilmente mai accaduto nella storia di Internet), e nelle grandi città la folla ha fermato il traffico in casi di scoperta di Pokémon rari. Non che fossero necessarie conferme, ma ora è certo che Pikachu è più famoso di Gesù e dei Beatles messi insieme.

Però, stando a un malumore sul web così grande da aver raggiunto non solo i mass media popolari, ma anche testate internazionali autorevoli come il The Japan Times, i videogiocatori giapponesi non sono felici delle politiche di pubblicazione di Pokémon GO: la Nintendo ha infatti pensato di distribuirlo a livello mondiale un po’ alla volta, partendo dall’Oceania e passando per gli USA e poi via via tutti gli altri Stati fino a raggiungere l’Italia il 15 luglio. Sui social girano lamentele condivise da migliaia di giapponesi che non vogliono aspettare per avere Pokémon GO: in pratica, sostengono che il Giappone è la patria dei Pokémon e quel videogioco gli spetta di diritto. In realtà c’è ben poco da lamentarsi: leggendo la raccolta di articoli di giornali internazionali messa insieme dal noto settimanale/bibbia dei videogiochi Famitsu, è facile intuire che la Nintendo ritarda di proposito l’uscita di Pokémon GO perché sta evidentemente usando il resto del mondo come test prima dell’introduzione in patria, dove non vuole problemi, per risolvere tre questioni principali.

Basta leggere le interviste ai giapponesi sull’articolo del The Japan Times: se in Occidente è riprovevole vedere gente girare per piazze e dintorni di luoghi inappropriati o molto inappropriati alla ricerca di Pokémon rari, in Giappone questo è del tutto intollerabile dato che anche solo avvicinarsi a proprietà private è visto come qualcosa ai limiti della legalità. Chi scrive è stato sgridato in pubblico e davanti a molte persone nei pressi di un tempio Shinto dal relativo monaco per aver portato del cibo a un gatto randagio: il fatto di aver sfamato una bestia innocente fuori dall’area sacra non è stata per il religioso una giustificazione sufficiente per l’infrazione al decoro del tempio. Non ci sarebbe da stupirsi se quello stesso monaco procedesse per le vie legali, chiamando la polizia se dovesse vedere gente girare con lo smartphone dopo aver attraversato il torii (portale sacro).

Altro problema è legato al fatto che all’estero l’uso di Pokémon GO sta creando delle nuove opzioni creative ai criminali. A quanto pare, la ricerca dei Pokémon è così appassionante da distrarre il giocatore e farlo cadere vittima di scippi e rapine con destrezza, se non addirittura in trappole organizzate da hacker che hanno creato nella mappa del gioco punti d’interesse fasulli per attirare gente e derubarla: è proprio vero che le lauree in Ingegneria informatica sono le migliori per trovare lavoro (legale o no).

Infine, c’è un terzo e ultimo punto che rappresenta quello cruciale per il successo di Pokémon GO come di un qualunque altro franchise in Giappone: la possibilità di farci tanti soldi per tante persone. I nipponici sono celeberrimi per il loro talento nel creare reti di interessi economici partendo da un elemento unico: lo dimostrano le aziende di ristorazione, come McDonald’s Japan che ha rapporti con tantissimi brand (fra cui Nintendo), o i supermercatini conbini le cui tessere raccogli-punti sono gemellate con letteralmente qualunque business; il record è della T-Card (la carta fedeltà della catena di videonoleggi Tsutaya) affiliata a 154 enti e aziende, dalle pompe di benzina alle librerie, dalle panetterie alle idol, dalle concessionarie d’automobili ai cartoni animati. E come le aziende cercano marchi, anche i marchi cercano aziende: l’imminente film Godzilla Resurgence si è legato ad almeno un conbini, almeno una catena di fast-food, almeno una catena di centri commerciali, eccetera.

Luglio 2016, mese otaku per grandi e piccini: per i primi al cinema esce il 29 Godzilla Resurgence di Hideaki Anno, per i secondi il 16 Pokémon the Movie XY&Z: Volcanion to karakuri Magiana. Il titolo letteralmente vuol dire “Volcanion e Magiana meccanico”, ma per la scrittura della parola karakuri (“meccanico”) sono stati impiegati degli ideogrammi diversi a cui è stata forzata la pronuncia e il cui vero significato è “intelligente”; potremmo quindi tradurre “Volcanion e la macchina senziente Magiana” o qualcosa del genere. Il tema musicale del film è interpretato da YUKI, cantante celebre negli anni ’90 recentemente tornata in gran spolvero dopo alcune scelte azzeccate, come la sigla della serie tv Sakamichi no Apollon.

In pratica, se ancora Pokémon GO non è arrivato in Giappone, è solo perché la Nintendo sta verificando le condizioni tecniche, legali e soprattutto commerciali per lanciare il prodotto. Queste ultime sono già in sviluppo, dato che è confermato il futuro inserimento di luoghi sponsorizzati in cui ricevere bonus specifici a pagamento. I videogiocatori giapponesi quindi hanno poco da lamentarsi e molto da aspettarsi, perché come per tutte le opere Made in Japan (scritte, disegnate o programmate che siano) in patria hanno costantemente anteprime, esclusive ed eventi speciali, e i prodotti godono sempre di qualcosa in più in termini o di qualità, o di quantità, o di prodotti collaterali (o di tutti e tre insieme).

Guide preliminari ufficiali del videogioco "Final Fantasy XIV".

La software house Square Enix è celebre per le guide ai suoi prodotti estremamente dettagliate. Per esempio, questi sono i due volumi preliminari ufficiali del videogioco Final Fantasy XIV: sono grandi come elenchi del telefono e spessi tre dita. Successivamente all’uscita del gioco, la Square Enix pubblica le cosiddette Ultimania, guide maniacali che contengono non solo ogni possibile dettaglio di gameplay, dalle mappe ai codici segreti alle schede tecniche di ogni mostro o oggetto, ma anche gallerie di illustrazioni, interviste coi creatori, e a volte persino gli spartiti dei brani della colonna sonora. Ecco, tutto ciò è disponibile solo in Giappone.

Se proprio vogliono lagnarsi, poi, vuol dire che non bramano davvero così tanto Pokémon GO, altrimenti potrebbero fare come hanno fatto tutti gli altri abitanti del pianeta Terra, compresi gli italiani, scaricando i semplici e notori trick che consentono agilmente di usare il gioco anche dove non ancora legalmente disponibile… ma si sa che fra il dire e il fare c’è di mezzo l’Oceano Pacifico. D’altronde questa è una tipica caratteristica dei giapponesi: volere tutto e subito e semplice, o meglio estremamente complesso dentro, ma estremamente semplice fuori. Si vede nel passato dai loro oggetti per la cerimonia del tè, di una semplicità formale straordinaria, e si vede nel presente col successo dei prodotti Apple, che nel Sol Levante hanno sfondato non tanto per le loro innovazioni (i cellulari giapponesi avevano quasi tutte le funzionalità degli iPhone già dalla fine degli anni ’90), quanto piuttosto per la semplicità d’uso ridotta a un singolo tasto. Figli del consumismo, ma di gran classe.


Lo stesso testo è pubblicato anche qui.

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