Virio Guido Stipa

Su Rick and Morty: gnam gnam stuffings

Rick&Morty

Rick and Morty è una serie animata americana ideata da Justin Roiland e Dan Harmon per la programmazione notturna di Cartoon Network di Adult Swim. Per ora consta di trentuno episodi, in tre stagioni in onda dal 2013, ma nel maggio del 2018 è stato annunciato che saranno prodotti altri settanta episodi in diverse stagioni e mentirei se non ammettessi di stare aspettando la quarta con una certa trepidazione.

Si tratta di un cartone horror-fantascientifico dai tratti comici e macabri, con ottime valutazioni un po’ ovunque negli Stati Uniti, molto amato dai suoi fan e in particolare dalle nuove generazioni, delle quali riesce a interpretare diversi cambi di paradigma rispetto alle precedenti.

I protagonisti sono uno scienziato alcolizzato e praticamente onnipotente, ma apatico e nichilista – Rick – e il suo pavido nipote –Morty -, non dotato come il progenitore e spesso in balia dello stesso. Insieme vivono varie avventure spostandosi grazie a una pistola-portale per un indefinito multiverso dove tutto pare possibile, popolato delle creature dei mondi più strani e bizzarri.

Fanno parte di una famiglia con varie vicissitudini interne, genitori separati in cui la madre – Beth -, figlia di Rick, è assai più dotata di un padre – Jerry -, davvero patetico e fiacco oltre che stupido; Morty ha anche una sorella – Summer – che si distingue per certa determinazione e freschezza.

Il leitmotiv è forse il completo nonsenso dell’esistenza e di qualunque sforzo umano, la mancanza di qualsivoglia ragione per andare avanti o avere obiettivi. Attorno a questo fulcro si dipanano poi tutte le altre vicende, spesso parodiche di altre più famose, paradossali, grottesche e angoscianti. Il gusto di fondo è sempre abbastanza oppressivo e disarmante, ma ciononostante è frequente ridere.

Chi ha concepito il cartone non appartiene alle nuove leve, ma ha saputo riassumerne alcuni tratti di considerevole importanza e accattivarsene i consensi. Ascoltando quello che gli ideatori hanno da dire, cosa da fare sempre tremando, l’opera non è neppure devastata come spesso avviene.

Se uno supera l’ostacolo dei disegni, a parere di molti così brutti da aver impedito la visione, potrebbe trovare ottime ragioni per detenersi su un lavoro che, sotto un’apparente volgarità gratuita, a volte un po’ pesante e insistente, e una generale superficialità di facciata, è invece utile in particolare proprio per apprezzare lo spostamento di vari punti di vista rispetto al passato, specie su visione del mondo e senso di vita e esistenza, su società, politica, ma anche molto altro.

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Si dice che il successo di R&M si debba a un’eccellente interpretazione dello “zeitgeist” di oggi che ha superato di gran lunga il postmodernismo e per esempio sulla scienza si attesta oltre gli entusiasmi illuministici e positivistici, ma pure ben oltre i catastrofismi o il disincanto un po’ falso dell’ecologismo o per esempio delle religioni. La scienza, che è in un certo modo al centro del cartone, né ti salva né ti condanna, non è né dissacrante, ma tanto meno sacra, è lì e ti aiuta a metterci una pezza, risolve problemi e ne crea di nuovi.

Forse, fatte le debite proporzioni e senza voler esagerare, i Simpson hanno incarnato la Generazione X (a cui purtroppo appartengo), Futurama si è dedicato ai Millennial, come R&M si riferisce alla Generazione Z. Prima o poi ci si sarebbe arrivati!

L’opera non è priva delle sue ingenuità e anche banalità, per esempio l’analisi sociale in “caste”, allegoria o metafora della società americana di oggi, a fine della terza stagione, non è idea delle meglio elaborate, anzi è un po’ pigra e inerziale, ma il cartone è realizzato da uomini e quindi per lo meno imperfetto.

Per dirne un’altra, non si libera della piaga di ammettere tra gli “attori” famosi e famosetti del tempo, piaga che ha contribuito ad affossare i Simpson e ha appesantito parecchio pure certi momenti di Futurama… adoro i Beastie Boys, ma chi se ne frega di vedere un loro concerto di teste in giara!

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Il meccanismo delle storie e di molte battute può apparire a una prima analisi un po’ ripetitivo e segue lo schema solito dell’alternanza tra cinismo e sentimentalismo, ma sarebbe un errore liquidare il tutto come una congerie di volgarità gratuite e insensate e un gioco emotivo già visto mille volte.

In genere la narrazione è incredibilmente asciutta e ben scritta e il pendolo che oscilla tra cinismo-ipocrisia-sentimentalismo-ipocrisia-cinismo-ipocrisia… non gira a vuoto per strappare un’emozione allo spettatore e reiterare il reiterabile di un mondo a vario titolo e tutto sommato sempre confortante, ma riproduce in modo fedele alcune delle situazioni reali di una società estremamente contraddittoria, dinamica, ma priva di cognizione sul futuro e la sua rotta.

Inoltre e a onor del vero va anche detto che alcune battute sono semplicemente memorabili e valgono da sole il tempo impiegato davanti alla tv, eccone una selezione: Rick rutta mentre parla, ma Morty che ripete cinque volte “what” vale da solo una risata, Il Dio degli Alberi, Tu Passi il Burro, Grazieeee!, Simple Rick.

Sotto l’apparenza di una perenne barzelletta zozza reiterata all’infinito, e un amore distinto per la coprolalia e il bizzarro, il cartone offre una visione di molte delle inquietudini sorte in seno a chi non ha mai conosciuto un mondo senza internet, senza motori di ricerca, senza youtuber e social, dove tutto è a disposizione, che a ben vedere ama più gli sconosciuti che le celebrità e che ha modo di apprezzare l’incredibile nonsenso di una società in cui ti si mette in guardia in due lingue da ogni rischio, pavimento bagnato, “piso mojado…” ma dove si va a scuola consapevoli di poter essere colpiti da una pallottola e certi che se ciò avvenisse una mandria di vecchi babbei farebbe di tutto per spostare l’attenzione dalla sofferenza delle vittime e delle loro famiglie su tutto quello che possa garantirgli di non perdere oggetti feticcio a cui tiene particolarmente.

Si cresce in un posto dove ci si indebita per fare qualcosa di ritenuto virtuoso come studiare, con l’obiettivo di avere un lavoro remunerativo, che non arriva e che se arriva si esegue al meglio per non venire citati in tribunale. Ma alla fine un’operazione chirurgica ben riuscita è un successo sia che il chirurgo sia gay che eterosessuale, sia che abbia fatto il suo lavoro per adesione ideologica al giuramento di Ippocrate e per amore dell’umanità, sia che lo abbia fatto per evitare di pagare i danni in caso di negligenza e pagarsi costose vacanze.

I giovani di oggi non navigano nel multiverso, come fanno R&M, ma internet è altrettanto ricca, sconfinata, caotica, ingestibile e folle quanto lo è quel multiverso, e loro sono figli suoi e del suo tempo più di quanto siano figli dei loro petulanti e immaturi genitori (noi), spesso separati, e della loro stenta educazione di facciata, politicamente corretta. Stando a certe statistiche e sondaggi, i ragazzi di oggi preferiscono l’isolamento alla cooperazione, o per lo meno la gestione autonoma di tempi e risorse, ma non sono davvero isolati, anche quelli nei posti più sperduti e remoti possono fruire di molto in comune con tutti gli altri, si tengono al corrente, e uno spirito pure comune li unisce, una visione del mondo disincantata fornita dalle nuove scoperte scientifiche li forma e finirà per avere il suo peso.

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La società americana cambia rapidamente, ogni dieci anni in modo apprezzabile, alcuni problemi si risolvono, altri ne sorgono; oggi il bullo a scuola viene liquidato in due secondi da un Rick che ha di meglio da fare che dedicargli tempo, nei Simpson Nelson è stato una costante per anni ed anni. E R&M spazia su una serie incredibile di topici di oggi, tralasciando quelli di ieri, si parla di politica, alcolismo e dipendenze, sentimenti, senso della vita e struttura dell’esistente, relazioni interpersonali; molti dei temi, così come trattati, ritengo siano incomprensibili per le generazioni più risalenti, quelle, per intenderci, di quei tipi bislacchi che magari si “attivano per ripulire la città”, vogliono usare i social e si indignano, dipingono e quindi si atteggiano alla Dalì, non la finiscono col volerti mostrare i “bellissimi scorci segreti tutti a un tiro di schioppo”. Non credo che tali soggetti sarebbero nemmeno in grado di letteralmente discernere cosa sta succedendo nella storia e quale sia il plot, a volte veramente geniale, cosa vogliano dire anche a livello più semplice e meccanico le scene che si sviluppano o cosa significhino alcuni del termini usati.

R&M è un cartone necessario, che finalmente applica ed estende a un punto di vista umano e concreto alcune delle conseguenze dell’attuale rappresentazione della realtà e dell’universo che non possiamo far finta di ignorare ancora per molto.

Il protagonista più che uno scienziato è una specie di Dio ubriaco e lascivo, quello che si merita il caos dove viviamo; è malinconico e di umore nero, il suo alcolismo non è davvero divertente, né qualcosa di cui vantarsi come magari farebbe un Generazione X o vergognarsi come farebbe suo padre Baby Boomer, è semplicemente un brutale dato di fatto: il presidente nero non è un eroe, una ragazzina ritiene con disarmante nonchalance che una conversazione da party possa vertere sul suo interesse per i video di bukkake.

Insomma, l’universo è troppo vasto e vario per avere ordine e senso, ma pure per rispettare o avere interesse e tempo da perdere per il suo stesso contenuto e le sue creature, qualunque cosa facciano o dicano, e universi interi, magari paradisi e inferni compresi, sono creati o distrutti solo per risolvere un problema pratico come ricaricare una batteria scarica, come vite ormai innumerevoli si spengono senza senso quotidianamente nel mondo reale per capriccio.

 

TEX n. 668: “I RANGERS DI LOST VALLEY”

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TEX n. 668

Con soggetto e sceneggiatura di Mauro Boselli, disegni di Stefano Biglia, e copertina di Claudio Villa, è il numero 668 l’uscita di giugno della magnifica e infinita saga del Ranger americano, creato dalla fantasia italiana.

Alcuni bellicosi nativi americani astuti, ma accecati dal desiderio di vendetta, fronteggiano dei valorosi ranger del Texas. La situazione precipita e troverà compimento nel prossimo numero: le guardie cadute in una trappola sono in attesa dei rinforzi che solo il valore del vecchio Kit Carson può riuscire a garantire; la faccenda passerà nelle mani del rigoroso e duro colonnello Ranald “bad hand” Mackenzie, che ha mire ben più vaste che quelle di riscattare le vite in pericolo. Una campagna contro le tribù native è in arrivo, su terre di frontiera, ancora senza legge e senza pietà.

Una bella storia, lineare, ma molto ben elaborata e ben scritta, in buon italiano, senza ricorrere a facili esterofilie (si usa persino “pancetta”, invece di “bacon”), avvincente, e “classica” nel migliore dei sensi, in puro stile Tex Willer.
Ricorrono molti dei topici del personaggio, come è giusto che sia, non solo nelle situazioni, ma anche nei dialoghi, asciutti, chiari, e molto divertenti, con trovate simpatiche e frasi ad effetto che fanno sorridere.

Come al solito è anche interessante controllare tutta la parte storica del plot, magari divertirsi con Google su luoghi e personaggi per saperne di più sulle vicende degli Stati Uniti prima che divenissero quelli che sono oggi. Il colonnello, per primo, è realmente esistito, ma anche il “Frontier Battalion” del maggiore Jones, di cui la rete fornisce tanto di foto di gruppo, il medicine man Maman-ti dei Kiowa, e Lone Wolf il capo, di cui pure si trovano belle immagini e che realmente hanno combattuto nella Lost Valley del Texas e così via.

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Tex n. 668

Insomma, al solito, c’è tanta storia americana, alla quale sono i nostri beniamini gli unici a non aver partecipato, ma loro incarnano così bene il meglio dello spirito virile e schietto del Nuovo Continente che è come se fossero realmente esistiti. Anzi, ci sarebbe da sperare che uomini del genere si siano dati sul serio, e da qualche parte ce ne saranno stati, se si riesce ad immaginarne e amarne tanto i tratti.

Tex è un fumetto che dovrebbe essere letto da tutti gli italiani, dove gli uomini sono ancora uomini veri, lottano per qualcosa, sparano e si aiutano, prendono decisioni difficili, e non pensano solo ai loro fiacchi istinti eudemonistici. Tex non va solo a donne per vantarsene come uno scemo e non esagera col whisky ogni fine settimana; con un volto in origine ispirato proprio a quello dell’attore hollywoodiano, è il “Gary Cooper” di cui parlava pure Tony Soprano nella sua amarezza per l’America del Terzo millennio, anche lui nostalgico di una schiettezza e virilità tramontate.

I disegni sono veramente belli, semplici e perfetti, con tavole spesso di notevole esecuzione, con belle inquadrature ad ampio respiro. I volti sono tutti molto ben delineati, riproducono davvero un’epoca, e nulla stona o si fa notare troppo, il che è indice di gran gusto.
Direi che ci si trova dinanzi a un lavoro eseguito ad arte, di grande stile e qualità, che ogni amante del genere e del personaggio saprà apprezzare e che, ripetiamolo, dovrebbe essere preso in considerazione anche da tutti gli altri.
Una parola va spesa per la copertina di Villa, un gran veterano, molto suggestiva e drammatica, che riproduce uno dei momenti della storia, come è usuale che sia.

2dbnh94Infine! Personalmente, e per dirne una, ho apprezzato molto la parte dedicata a Carson, un personaggio che si fa sempre e davvero voler bene, ma che a volte viene trattato un po’ troppo come “macchietta”, relegato all’angusto e ingeneroso ruolo di spalla giocosa del protagonista, una scelta che non gradisco troppo. Carson spara e ci coglie, ha esperienza ed equilibrio, nonostante l’età è agile e durissimo da rodere.
Tex è lui, non sbaglia mai, è un supereroe, e sa di esserlo, non occorre nemmeno fingere l’incertezza, sa che l’amico ce la farà, che lui ce la farà, ha idee brillanti, mette in gioco tutto se stesso, il che è apprezzabile anche se si sa di prevalere.
Mi si passi l’ingenuità, ma si nomina lo Stato del Missouri, dove vivo, dove inizia il West, e dove secondo il fumetto se ne sa poco di quanto toste e scaltre siano le tribù native più a sud, che attaccano anche di notte, alla luce della Luna Comanche. Chi avrebbe mai immaginato di finire in un posto di cui si parla in Tex, il mio fumetto preferito.

Teknophage di Neil Gaiman… dopo venti anni

Qualche considerazione su un’opera variopinta e bizzarra, divenuta un classico di cui è senz’altro consigliabile la ri-lettura.

Mini trama: La lotta contro un singolare tiranno rettile alchimista antico quasi quanto la vita stessa e divenuto una semidivinità procede in un pluriverso dai tipici tratti steampunk.

Considerazioni: Una delle idee oggi più generalmente ripetute e più banali è quella che il potere sia di per sé perverso e malvagio.
Questa lettura arriva a essere alquanto irritante non solo se ripetuta fino allo sfinimento, ma specie se non ci si vuole prendere tutte le conseguenze che implica e non si arriva a fare i conti col fatto ultimo che forse è proprio quel bizzarro “stato delle cose” che viene comunemente chiamato “Natura” ad avere una “architettura” intrinsecamente crudele.
Ma se il dotatissimo Neil Gaiman non è un filosofo, si nota comunque che la sua creazione, colorata, intelligente ed avvincente, per quanto in effetti anche semplice, di Mr. Henry Phage, tiranno crudelissimo di vari mondi, non cade in stereotipi e banalità.

C’è qualcosa di veramente interessante dietro questo strano dinosauro intelligente vecchio di sessantacinque milioni di anni e divoratore spietato di vite e anime, qualcosa che affonda in modo singolare e poco comune in terrori ancestrali che sono difficilmente raggiunti dalle opere che esaltano la loro benintenzionata e semplicistica diffidenza verso la politica, da Fight Club, a V per Vendetta, a House of Cards.

Dal punto di vista artistico il soggetto lascia come poche volte la sensazione di essere stato divertente da realizzare. Moltissime le idee e le bizzarrie che contribuiscono a rendere la lettura avvincente, per quanto l’opera sia magari un po’ prolissa; consiglio, a chi non si è ancora deciso, di dedicargli tempo.

Suiciders #1 – Dedicato a chi viaggia spesso

Suiciders volume 1, testi e disegni di Lee Bermejo, colori di Matt Hollingsworth, edito dalla DC Comics negli USA e dalla RW Lion in Italia, è un albo che raccoglie sei capitoli di un’avventura ambientata a “New Angeles” -quello che resta di Los Angeles dopo il Big One-, dove dei lottatori di straordinarie capacità si affrontano all’ultimo sangue in arene gremite di folle in delirio, e sono chiamati i “Suiciders”; il campione attuale pare davvero imbattibile, ma se ne sa nulla e la strapotente organizzazione che gestiste i combattimenti si prodiga molto nel proteggere la divulgazione del suo oscuro passato.suic.1

L’ormai sperimentatissimo e blasonato Lee Bermejo si produce in questa sua opera di cui è anche autore, ambientata in un mondo che si rifà a tanti precedenti; anzi forse potrebbe essere definita proprio come una composizione di idee tutte già viste e modellate in una nuova forma.
Per dirne qualcuna, Conan il Barbaro e la necessità di combattere e vincere per sopravvivere, Mad Max (che lo stesso autore ha anche avuto modo di disegnare) e molte altre opere con scenari post apocalittici, l’idea di usare il Big One neppure è nuova -anzi piuttosto ripetuta-, c’è tanto Hard Boiled, un cinismo e una spietatezza -oltre a situazioni da “saloon”- da western anni ‘70 (e ulteriori) o persino il connubio California-lusso-crudeltà di opere come Sin City. Se ne potrebbero aggiungere davvero tante altre, ognuno si diverta a completare la lista, se crede.Suiciders-2

Quindi, sì, d’accordo, il mondo è spietato sino alla nausea, ci si muove solo tra cinismo, egoismo estremo, indifferenza al dolore umano e anzi persino godimento per lo stesso e per la morte del più debole, ma tutto questo è stato detto e visto over and over and over again, tanto che ci si chiede se sia davvero necessario ripeterlo di nuovo, cambiando nomi e situazioni, ma, in sostanza, lasciando tutto immutato; compresi passato oscuro, amore distrutto, accumulazione di torti e vendetta, tradimenti, e persino la ri-proposizione di un personaggio spalla, debole e menomato, ma scaltro e indipendente, che ha imparato a sopravvivere, e in un certo modo è anche dotato di cuore, una costante rivisitata dai tempi dei vecchietti sciancati con doppietta alla Un Dollaro d’Onore.

Insomma, la storia è come tante, e la domanda sul perché si dovrebbe perderci del tempo dietro, sorge. Ci sono risposte valide, però.
Innanzitutto per puro intrattenimento, magari in aeroporto, al posto del Candy Crush e quando probabilmente lo Zibaldone (come disse qualcuno: “di Leo Pardi”) sarebbe poco indicato e ingombrante.
Il fumetto in effetti scorre agile e veloce, è comprensibilissimo e avvince come fanno tutte le storie del genere per quante se ne siano già lette.
Ma la ragione più importante è forse il lato artistico, che brilla, brilla davvero, nonostante anche lì salti agli occhi certa stereotipicità. suiciders_3_1
I personaggi sono in classico stile comic-book, spesso muscolosissimi, altrimenti sciatti e trasandati, la violenza è esplicita e in un certo senso fastidiosa come si vuole che sia –quindi bene-, c’è anche certa sensualità e una gamma notevole di ambientazioni con suggestioni diverse, dal militare, al robotico, allo spionistico.
Quindi, se anche dal punto di vista grafico nulla di nuovo, il tutto è realizzato veramente bene. Ottimo!
Forse, tra le citazioni e i rimandi, ho trovato oltre ai supereroi (Batman, Capitan America, X Men, e via discorrendo) anche qualcosa di Lobo e specie del Punitore, ma quello che conta è che l’opera è magistralmente realizzata da ogni punto di vista, tratto, colore, regia, inquadrature, selezione delle scene, e vale suiciders-4-previewsenza dubbio la pena per gli amanti del genere.

Più fiacco di ogni altro, è il lato allegorico-simbolico e i parallelismi con la società americana e i suoi problemi, l’allusione all’immigrazione, l’uso di un muro per separare le persone, e molto altro di ritrito. Il tutto sa proprio della semplicistica moraletta hollywoodiana perbenista. Ma non ci si può nemmeno attendere di meglio.

In definitiva, quindi, non solo per i puristi del disegno, e specie se uno viaggia molto, l’acquisto può essere consigliato, il divertimento è semplice (sempliciotto, magari), ma assolutamente garantito.

In The Pines – 5 ballate a fumetti

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In The Pines, Eris Edizioni, è la proposizione in fumetto realizzata da Erik Kriek di una serie di cinque ballate macabre americane, di diversa origine, ma che attinge dalla musica e da autori piuttosto determinati. Il filo conduttore è l’omicidio, o più in senso lato il crimine, specie occulto o che si corona di un errore giudiziario.
L’albo si avvale, inoltre, di una postfazione del giornalista, musicale e scrittore specializzato in musica americana, Jan Donkers.

Si tratta di un fumetto piuttosto ostico da recensire, perché si assiepano varie anime provenienti da diversi mondi un po’ eterogenei. L’idea è quella di riprodurre in fumetto delle storie trattate dalla musica folk americana -e non solo-, risalenti anche ad opere precoloniali popolari inglesi, poi rivisitate: Pretty Polly and the ship’s carpenter, The long black veil, Taneytown, Caleb Meyer, e Where the wild roses grow. L’opera scivola via velocissima, proprio come una ballata in versi, con poche parole, dove l’atmosfera creata dalla musica è assai efficacemente riprodotta dallo stile molto personale del disegnatore e dalla scelta di abbinare al bianco (poco) e nero (tanto) un solo colore freddo, diverso per ciascun capitolo.

In-the-PinesLo stile è efficacissimo, molto evocativo di un gelo drammatico e desolato su situazioni e scelte umane assurde e orride. C’è tutto il non senso e la spietatezza della vita e specie di una vita dove morte e castigo immeritati o arbitrari, paiono contendersi un paese intero.
Anche la griglia conferisce un ritmo musicale, che alterna come strofe e versi, i piani presente e passato del racconto, le memorie, i fatti.

Si legge tutto in una mezz’ora al più, postfazione compresa, ma è un tempo perfetto, perché ad andare oltre, probabilmente, ci si annoierebbe, anche a causa della scelta monocroma, azzeccata (ripeto) ma che alla lunga potrebbe divenire stucchevole.

L’esperimento che l’opera propone riesce, tuttavia, perfettamente se pensiamo che senza sapere nulla dell’albo mi sono trovato a provare proprio le stesse sensazioni che mi suscitano quei temi, reiterati in musica, e a volte anche assai famosi, alla Nick Cave, per citare quello che assurse a maggiore celebrità televisiva nei ‘90. Anche l’estetica generale è molto gradevole, la copertina splendida in stile retrò, va menzionata.

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Detto questo, si nota forse certa imprecisione dell’autore nel ricreare un’ambientazione autenticamente americana. Leggendo l’opera mi è parso quasi subito strano che certi elementi fossero autentici, e in effetti non lo sono, dato che l’autore è olandese, come pure lo è il giornalista che commenta, e a questo punto credo di poter dire che ciò si nota e stride un po’.

Il vero punto debole dell’albo, però, mi pare proprio essere la postfazione, giornalistica (nel senso deteriore) e davvero nulla di che, per di più pretenziosa, ricca solo (e per lo meno) di erudizione, nomi e riferimenti musicali, ma piuttosto superficiale quanto ad analisi e contributo; il che è un peccato, perché essa è senz’altro necessaria per capire l’opera e sarebbe stata occasione degna di ben altro contenuto.

Wytches vol. I – una recensione americana

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Wytches, scritto da Scott Snyder, illustrazioni di Jock, colori di Mat Hollingsworth, letterato da Clem Robins, editor David Brothers, per la Image Comics, prima edizione americana giugno 2015.

La sfortunata famiglia Rooks fugge da una traumatica vicenda per un “nuovo inizio” e sceglie l’apparentemente tranquilla cittadina di Litchfield, nel New Hampshire, dove però qualcosa di maligno si annida nei boschi appena fuori città, una presenza antica e affamata li sta aspettando.

Wytches, per ora “volume unico”, e che pare resterà tale nonostante le insistenze del pubblico, è un fumetto dell’orrore, che raccoglie sei capitoli.

In copertina si fregia di un bell’elogio di quella macchina da guerra della scrittura horror che è Stephen King: «È favoloso. Un trionfo», dice il savio.
Anche la quarta reitera il concetto con commenti assai lusinghieri da parte di autorevole critica.

L’albo è molto bello, sotto tutti i punti di vista, e si nota subito, curatissimo e con addendi interessanti, in calce.

wytLa storia è narrata efficacemente, con ottimo uso dell’analessi, ha ritmo, il disegno è magnifico veloce e curato allo stesso tempo, con tratto spigoloso e dinamico, indulge anche in complessità e virtuosismo notevoli. Arte!
Le tavole in genere scorrono veloci e sono molto ben organizzate; a volte però si privilegia certa originalità, forse un po’ a scapito della leggibilità.
I volti hanno espressioni molto convincenti, ma è specie il colore a farsi notare, è molto tecnico, estremo, freddo o saturo, crea di solito effetti molto suggestivi; specie (ma solo per dirne una) nelle ambientazioni, nel riprodurre il sole nella foresta, o nel suggerire l’analogia tra scena boschiva e tuffo in acqua.
A prima vista ho avuto l’impressione che si puntasse molto –o addirittura, in modo eccessivo- sul tecnicismo, e sugli effetti, e la nota a fine albo sulla creazione e colorazione delle tavole dà qualche conferma.
Non sono il candidato migliore per parlare di “artificiosità” (specie se la contrapponiamo a “naturalezza”, espressione che detesto), ma alla lunga –nota personale- l’uso costante del filtro ad effetto acquarello mi è risultato un po’ stucchevole. Ma è davvero l’unico appunto da fare, e solo perché il livello è tale da richiedere certa attenzione speciale anche nelle note da proporre.
Alcune tavole son davvero magnifiche, le streghe coi loro crani deformi e quasi “fluidi”, o i tratti oscuri e indefiniti, le dentature, sono un incanto di terrore.

Non è una pecca dell’albo, ma scricchiola un po’ nei cliché narrativi e nei topos attuali, dove pare che tutti -dal cinema, alla musica di successo, sì, al fumetto-, seguano un manierismo ormai marcatissimo.
Mi si passi lo sfogo: ma oggi la storia va narrata “in un certo modo”, proposta “in un certo modo”, alcuni punti vanno toccati, e anche quelli “in un certo modo”; non si esce mai dal seminato e, se se ne esce, è per farlo pure “in un certo modo”.

Wytches_04-3L’accumulazione di pathos, per non essere del tutto vaghi, passa per i canonici “sensi di colpa” americani e specie “militarizzati” -non ero lì a difendere chi avrei dovuto difendere-; si giovano dell’empatia verso il patologico, abusano del nesso “virtù-felicità”.
Per esempio, desiderare il male, anche senza compierlo, ti rende non solo complice, ma in qualche modo addirittura causa efficiente della sua concretizzazione, qualora esso avvenga; un peccato da espiare e che attrae male a sua volta. Ciò è abbastanza ricorrente nell’immaginario e nella visione del mondo di uno statunitense.

Se vogliamo concludere affibbiando l’etichetta di “manierismo” all’albo facciamolo pure, ma specificando che si tratta comunque di bellissimo prodotto, e che la critica –ammesso sia tale- si rivolge a un intero momento artistico, che solo come tale diventa per definizione noioso, e finisce sempre in una “rivoluzione” che a questo punto si sta facendo attendere un po’ ovunque.

A ogni modo, e invece, non mi sono affatto annoiato, nemmeno nella stesura di queste righe, quindi l’esperienza è solo positiva. Dei migliori horror che abbia letto, francamente ho passato bei momenti.
Un acquisto consigliabile.

The Umbrella Academy – Apocalypse Suite

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Dalla inesplicabile e straordinaria nascita mondialmente simultanea di ben quarantatré bambini, si forma la famiglia adottiva dell’eccentrico milionario e genio Reginald Hargreeves, che se ne aggiudica sette –dai quali senza successo insiste a farsi chiamare “Il Monocolo”-.
A che scopo lo strano personaggio ha concepito questa bizzarria? Ma per salvare il mondo, ovviamente! Sin da piccoli, infatti, i bambini dimostrano di avere straordinari poteri.

Da un incontro a Glasgow nel 2006, nasce questa serie assolutamente deliziosa, uno strambo fumetto di supereroi edito a Milwaukie -in Oregon- (e stampato in Cina). L’autore è Gerard Way, cantante del gruppo statunitense My Chemical Romance, e i disegni sono affidati a Gabriel Bà. Questo primo albo, edizione americana del 2008 e pubblicata in Italia dalla Magic Press nel 2009, per la Dark Horse Comics, raccoglie sei capitoli della saga; tavole, bozzetti -risalenti anche al 2003- e storie brevi completano il volume.

 

L’edizione americana non ha numeri di pagina, ma già solo nella prima dozzina, approssimativamente, si offre una serie così delirante e varia di figure e situazioni, cheumbrella-academy-apocalypse-suite-20080709005906688-2462945 si rimane stupiti; avventure che implicano pericoli mondiali, morte e annichilimento, viaggio nel tempo e molto altro, oscillano tra cinico e ironico, arrivando fino allo splatter, in una serie di battute argute e umore, che però portano avanti litigi familiari, crisi personali, e propongono antagonisti assolutamente spietati.

I personaggi sono ben congegnati e con stranezze a volte esilaranti, nonostante magari anche certa (voluta) “protocollarietà generale”.
Come da canonica tradizione narrativa in alcuni passaggi, appunto, ci si diverte a usare la buona vecchia accumulazione, creando un efficace fuoco artificiale di ilare disorientamento, gradevolissimo, e non scontato; ecco di seguito: il Nobel, Stoccolma, Milano, Parigi e le sue attrazioni e tradizioni, la scherma, adozioni, il wrestling, calamari giganti, extraterrestri, zombie, il povero ingegner Eiffel, e così via.

Perverso e spesso crudele e disincantato, in stile emo, sono comunque innumerevoli le suggestioni (più che le citazioni dirette) rinvenibili, dal gota dei “supereroi veri” americani, al pianeta delle scimmie e sue parodie, magari perfino i clown dello spazio, fino al poliziesco noir, o il misterioso in stile lovecraftiano, e molto altro che ci si può divertire a rintracciare, se si ha qualche anno sulle spalle.

Il disegno è in classico stile supereroi, molto bello e ottimamente realizzato, si fa apprezzare il tratto piuttosto spigoloso, squadrato e impreciso, ovviamente caricaturale, con colori acidi, che riescono ciononostante molto gradevoli e si prestano in modo estremamente funzionale -per contrasto- a sottolineare la bizzarria dell’opera, contribuendo a farla oscillare tra serio e faceto. Griglia e narrazione anche sono “classiche”, l’uso delle tavole a pagina intera o doppia è ben calibrato e assolutamente piacevole.

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Una lettura senza dubbio consigliabile.

Tex: The Painted Desert

Tex Painted Desert StanoMauro Boselli, Angelo Stano, The Painted Desert, un albo Tex della Bonelli Editore, 2016.
Una banda di malviventi è disposta ad ogni crudeltà pur di assicurarsi il tesoro dei conquistadores spagnoli sepolto in una grotta sciamanica maledetta. Fortunatamente l’unico rimasto a inseguire la giustizia si incontra con Tex Willer e il suo pard, Tiger Jack.

Solo con Tex potrei rischiare di diventare sentimentale (certo… se avessi un cuore!), unico fumetto mantenuto dall’infanzia alla maturità, del quale abbia letto (e riletto) oltre 500 numeri, tradizione di famiglia, e…
Facciamola finita!

La Bonelli ha voluto creare una serie disegnata da autori non “texani”, che quindi avessero uno stile diverso da quello “canonico”.
The Painted Desert, di Mauro Boselli, attuale curatore di Tex, e Angelo Stano, disegnatore di Dylan Dog, esordisce tuttavia con una copertina dal piglio classico,
A “scena doppia”, composta dal ritratto idealizzato del protagonista in mise “filo-nativa” (casacca con aquila), e posa autoritaria con Winchester, e una scena “woman in distress” che dovrebbe evocare il contenuto della storia, ambientata proprio nel Painted Desert, in Arizona, oggi parco nazionale tra il Grand Canyon e la Petrified Forest, luogo di grande bellezza, così chiamato per i famosi calanchi colorati della Four Corners area.
Tutto lascia presagire un plot di giustizia che collima con la vendetta, in cui il protagonista non è il ranger, ma il suo “alter ego” di cultura e matrimonio navajo, Aquila della Notte. E così è! Ma non mancano le sorprese.

Debbo confessare che il Tex a colori non è mai stato (non so perché) il mio preferito, forse sono abituato al bianco e nero, ma in questo caso, anche per il risalto dei paesaggi sembra una scelta quasi obbligata, sono riprodotti molto bene. Il disegno è molto bello, però i personaggi -e specie Tiger Jack- paiono in effetti un po’ distanti dall’originale, il che forse è proprio lo scopo di questa serie. Ciò non risulta affatto sgradevole, ma ovviamente sorprende un po’ specie chi adorava Galleppini.

La storia inizia con la crudezza che il personaggio ormai richiede, aspro, duro, simbolo delle tipicità più conosciute e celebrate del vecchio spirito americano, arcigno, di poche parole e buoni principi e procede lineare, senza grosse pretese, ma piacevole.
La parabola è necessariamente “bassa” dato che si tratta di un albo di normale estensione, con una vicenda che si apre e conclude in 50 pagine, quando si è stati abituati a storie di ben altra lunghezza e, ovviamente, di ben altra portanza.

Tex Painted Desert

Tex si è sempre distinto per la gran cura per il dettaglio, con cui si è andato costruendo una fama meritatissima, dalle armi, alle espressioni, e gli atteggiamenti, il “west” è riprodotto in modo impeccabile, tanto che forse a ricordare tutto quello che ogni albo apporta, se ne saprebbe abbastanza da competere con gli autoctoni.
Perciò viene il sospetto che, se si parla di qualcuno che “ha seppellito a mano degli amici”, deve esserci qualcosa di storicamente accaduto dietro.
Numerosi anche i punti che strappano un sorriso, dalla battuta “non è sabato sera” per segnalare che il rumore di spari percepito è anomalo -anche rispondente allo spirito e clima del momento storico-, da apprezzare anche l’uso di termini poco abituali di un italiano che si va impoverendo, “balordo”, “catino”, e perché no, lo sfizio di rivolgersi a una donna dicendole che il sole “ha divorato la sua mente”.

Forse non è un albo memorabile, a meno che non si sia appassionati dell’arte del disegnatore specifico, che se la cava assai bene con il cowboy, ma è comunque e senza dubbio un prodotto, come sempre, di elevatissima qualità, di quelli di cui l’Italia può andare orgogliosa, e che ogni appassionato di Tex dovrebbe leggere e possedere.

© SERGIO BONELLI EDITORE 2016

Manifest Destiny I-III – Intrattenimento e sospensione dell’incredulità

Manifest-Destiny-1-Flora-e-faunaManifest destiny (vol.1 – Flora e fauna, vol.2 – Amphibia e insecta, vol.3 – Chiroptera e carniformaves) di Chris Dingess, Matthew Roberts e Owen Gieni è pubblicato dalla saldaPress. 

Nel 1804 una spedizione dell’Esercito degli, allora piuttosto recenti, Stati Uniti d’America ha il compito di esplorare, e se del caso preparare -come si possa- per una futura colonizzazione, i territori ancora vergini della parte ovest del Paese.
Questi si dimostrano pieni di creature mai viste e mostruose; le storie di altri personaggi si uniscono al pristino gruppo di soldati e tagliagole senza radici e famiglia che si era avventurato per quelle lande.

Ciclopi, minotauri, centauri, “bisontauri”, zombie vegetali con coscienza collettiva, rospi enormi, insettoni, pappagalli parlanti con becco e dentatura, immani e sinistri “archi di Saint Louis” fatti di… Dunque la ragione del vantaggiosissimo prezzo al quale fu pagata l’infinità di terra francese venduta da Napoleone agli Stati Uniti con la famosa “Louisiana Purchase” del 1803 (828 mila miglia quadre a 15 milioni di dollari -233 milioni del 2011- e pari a tre centesimi ad acro) non fu voler monetizzare per finanziare guerre in Europa, cedendo colonie indifendibili, ma la presenza in esse di orrende creature! Bene!

Una storia di intrattenimento come ne sono sempre esistite, dai romanzi di cavalleria, a quelli di cappa e spada, ai feuilleton o romanzi di appendice, poi fantasy e ora soap opera e serie tv di avventura, ovvero quelle storie dove “succede di tutto perché in definitiva non succede nulla” e puntano sullo stupore facile e l’abbondanza di tempo degli esseri umani meno interessanti.
La storia segue tutti i percorsi e si dota di tutti gli elementi richiesti dal genere, mistero e segreto, complotto e sacrificio, ingiustizia, colpevolezza, ha anche l’immancabile tributo alle culture native, e una obliqua condanna all’invasione coloniale… tutto torna! E ritorna!

Una lettura piacevole, di avventura pura… certo c’è da considerare che non è che ogni volta che si apre un fumetto o qualunque prodotto di intrattenimento ci si possa attendere capolavori pieni di brillanti ed entusiasmanti idee originalissime, e qui si ha una bella ricompilazione di personaggi, caratteri, stilemi, storie e mostri tutti già visti, ma rielaborati bene e che fanno passare qualche ora piacevolmente e svolgono il loro bravo e porco lavoro.

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Numerosissime sono le citazioni più o meno dirette ed evidenti da altre opere, vediamone qualcuna: una pianta carnivora con effetto soporifero che ricorda i fatti dell’episodio di X-Files, Field Trip (1999) -uno dei meglio-, a tratti si percepisce una sorta di “Invasione degli ultracorpi” o meglio ancora forse si è attinto da The Lonesome Death of Jordy Verrill trasposto nel film Creepshow del 1982 (con personaggio interpretato dallo stesso autore, Stephen King, diretto da Romero), Jeepers Creepers, e così via.
Interessante anche la trovata di riferirsi al “fuoco greco” per un cocktail incendiario con ricetta realmente esistita nell’antichità, ma, in effetti, tuttora sconosciuta, in modo da poter avere un antecedente di qualcosa di popolare negli USA come il Napalm, senza forzare gli eventi, dato che esso fu orgogliosamente inventato ad Harvard solo nel 1942 e usato come arma (atroce) specie durante i disgraziati conflitti di Vietnam e Corea.
E ancora appare l’Akaname o demone rana giapponese… basta!

Alla lunga forse la trama stanca un po’, si nota anche qualche ingenuità nella redazione, per esempio ho trovato a volte un po’ faceto l’uso delle linee emendate, ben bilanciate però da alcuni passaggi più spigliati e con migliori idee, e specie da un disegno che dimostra una qualità costante e arriva anche a momenti di brillo notevole.
Piuttosto ben concepite, tanto per dirne una, sono alcune tavole che raccontano la storia dei personaggi su più piani temporali, le ho gradite specie per la realizzazione grafica, ma sono anche molto evocative.

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Nella narrazione, classica americana, a volte provocatoria, a volte con inattesi riferimenti erotici; si notano, se non tutti, alcuni dei topici dell’horror, compreso il connubio inevitabile (e perculatissimo, Scream fa scuola) -o meglio ancora il “menage a trois”- sesso-peccato-castigo, nulla di nuovo sotto il sole.

Molto belli anche i colori e le tavole finali; può essere una lettura consigliabile agli amanti del genere che non vogliano scendere a compromessi sulla qualità e pretendano un livello artistico e manieristico notevole che non sempre è reperibile.

Beowulf – Un’epica iberica dagli anni ’80

Parliamo di Beowulf: Santiago García e David Rubín, editore Tunué, Collana «Prospero’s Books Extra» n. 13, I edizione: febbraio 2015 (edizione originale: 2013)

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Ecco un altro 10/10 (voto) dato a cuor leggero!
Mi sono lasciato piacevolmente coinvolgere e rapire da questo adattamento spagnolo a fumetti dell’antica leggenda di un eroe nordico (celtico) a pieno diritto entrato da qualche anno-decennio nell’Empireo dei più conosciuti e frequentati, Beowulf, sul quale lavorò, come accademico, anche J.R.R. Tolkien.

Questo Beowulf madrileno-gallego, arriva presso un regno danese tormentato dalla presenza di un mostro invincibile, per realizzare l’impresa più classica del repertorio epico antico nordeuropeo: ucciderlo. Ma è solo l’inizio del suo nuovo e definitivo percorso d’eroe verso il più desiderabile dei beni e delle sorti per un pagano: sapere che il suo nome non sarà dimenticato, e raggiungerà quella malinconica “immortalità” che solo la gloria può garantire.

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È stata una sorpresa trovare questa bella opera epica iberica; un albo che non lascia rimpianti, scorrevole, agile, ben concepito e ben realizzato sotto ogni aspetto.
La sceneggiatura ne rappresenta la parte meno corposa, dato che esso si propone come “spudoratamente sbilanciato” sulla grafica, ma riesce ciononostante ad assolvere il suo ruolo di guida, discretamente (da intendersi non come giudizio, ma come modo) e tuttavia lascia un bel ricordo della sua forza, ha carisma. Sono solo un paio le frasi memorabili, ma non solo ci sono (che non è scontato), suggeriscono anche l’idea della laconicità di un personaggio arcigno e di poche parole come uno amerebbe immaginare il protagonista.

Nonostante il Beowulf sia un poema epico (uno scritto), il suo attore è dei più truci e ostici del panorama, ben lontano dall’eloquenza dei suoi omologhi greci, ma pure dalla galanteria o retorica di tanti germanici, e questa impostazione generale gli rende giustizia.

La parte principale dell’albo è nel disegno, dal quale mi sono lasciato stregare sin dalle prime tavole, forse perché -a prescindere dalle specifiche abilità tecniche che evidenzia- rielabora, cita e ripropone, tanto, tanto, ma tanto materiale grafico che ho amato profondamente in gioventù e sin dall’infanzia.
Ci ho visto modi e stilemi dell’arte medievale e della sua illustrazione, specie nel tratto squadrato e nei colori, che sono la parte più apprezzabile e in evidenza dell’opera, suggestioni tolkeniane e cinematografiche “vecchio stile”, ma anche arte illustrativa americana fin dai ’50-‘60, copertine e temi usati nell’iconografia tipica dell’heavy metal più classico e amato (specie in Spagna), e tanto altro di più frivolo.

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I rossi, i gialli, le enormi tavole, il fuoco, il sangue, le scaglie di drago o mostro o cotta di maglia, regalano una suggestione visiva vorticosa, che mi ha parecchio convinto e spinto a rileggere tutto un altro paio di volte con piacere. Il suo carattere esplicito, e truce, truculento, la concisione, rendono la lettura fulminea, tanto che ci si rammarica di aver “già finito”, si scivola rapidamente in fondo pagina dopo pagina.

Nonostante (ho trascorso tanti anni là in Spagna) dovrei esserne in grado, non saprei dire se questo fumetto può essere considerato espressione “tipica” del paese da cui proviene. Certo è che gli spagnoli, quando vogliono sanno eccellere (come tutti, del resto)! Anche il congedo finale dell’opera, di Javier Olivares -illustratore sul quale vale la pena fare qualche ricerca su Google, se non lo si conosce-, per quanto malinconico, è ben scritto (e ben tradotto), piacevole da leggere, così come i ringraziamenti -che ricambio-.

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Infine! Alcune “ingenuità” del disegno e della trama, alcuni particolari che si inclinano un po’ sul ridicolo, o il grottesco, conferiscono a mio avviso solo un ammicco di ironia che non stona affatto e che di certo non banalizza il tutto, non lo stravolge. …Che, capiamoci, non vuole essere questa un’epopea né pretenziosa, né seriosa, anzi, forse il tono generale dell’opera è leggero e scorrevole, non frivolo, ma di certo non pedante… scanzonato, sagace  e sicuro. E riesce bene! Senza sforzo, senza perdite di tempo, si sogna per un’oretta proprio di Beowulf, sì, in un’immersione nel gelo e nell’ardore dell’epica più pura, e forse di quei perenni e meravigliosi anni ‘80 che la Spagna porta sempre con sé e a volte sa comunicare al meglio.