Valerio Spinelli

Il Vangelo secondo Grant Morrison

Nel 1987, al culmine del consenso critico per il lavoro di Alan Moore su Swamp Thing e Watchmen, la DC Comics aveva spedito nel Regno Unito una banda di mediatori con le direttive di rivoltare la vecchia terra di Albione in cerca di altri strambi autori britannici in grado di fare meraviglie con alcuni di quei personaggi vecchi e polverosi che languivano nel catalogo DC.

Durante il viaggio in treno Glasgow-Londra per incontrare la dirigenza DC, il cervello scoppiettante di Morrison si illuminò ricordando la figura di Animal Man, personaggio secondario comparso negli anni ’60 sulle pagine di Stranges Adventures, che aveva affascinato lo scozzese durante l’infanzia, definendo fin da subito quelli che sarebbero stati i temi chiave del suo lavoro sul personaggio: un supereroe di serie C disoccupato, sposato e con prole, che inizia a impegnarsi nella questione dei diritti animali e trova la sua autentica vocazione nella vita.

Inizialmente Animal Man sarebbe stato concepito come una miniserie  di quattro numeri, con l’obbiettivo di radicalizzare il personaggio, per poi lasciarlo in mano a qualcun altro che lo prendesse e lo sviluppasse, quasi in maniera analoga a quanto fatto in tempi recenti da Warren Ellis sul personaggio di Moon Knight in Marvel.
Tuttavia successivamente venne chiesto a Morrison di proseguire la serie e di farne un mensile regolare e, non avendo l’autore alcun desiderio di produrre un’altra esplorazione realistica di un superuomo e/o di un vigilante con problemi emotivi, tentò di cercare una nuova direzione.

Quello che lo scozzese tirò fuori fu Il Vangelo del Coyote, storia che farà da modello al proseguo della serie, dando inizio a una trama che si concluderà con Animal Man #26, titolato Deus ex machina, l’ultimo numero scritto da Morrison sul personaggio: in questa sede non analizzerò numero per numero Animal Man, ma mi limiterò a concentrarmi sulla singola storia de Il Vangelo del Coyote e all’inseguimento di alcuni specifici nuclei tematici.
Partendo da Animal Man #5, quest’articolo si propone di essere utile per fornire una chiave di lettura a chi ha sempre voluto comprendere meglio questa serie, la quale è un passaggio obbligato per arrivare a toccare quella che è l’idea dell’autore sui Supereroi e la narrativa di genere.

Che il capitolo rappresenti una virata verso la metanarrazione fumettistica lo si capisce sin dalla copertina di Brian Bolland, la quale ricorda al lettore che si stanno preparando a leggere una storia di finzione che è scritta e disegnata da una mano esterna, con il personaggio di Barry Baker (l’alter-ego di Animal Man) crocifisso su una griglia tracciata dall’impronta di pneumatici sul terreno, che sembra ricordare la rigorosa griglia a nove vignette, tipico formato del periodo ed esaltata da Alan Moore e Dave Gibbons in Watchmen, e che ritroveremo nella prima pagina all’interno di Animal Man #5.
Infatti il capitolo si apre con la prima vignetta in alto a sinistra che mostra la veduta di una autostrada nel deserto, con un coyote spiaccicato sull’asfalto in primo piano (che anticipa delle vignette simili di pagine 3-4) e un tir blu in avvicinamento e la didascalia che ci dice dove siamo: «Valle della Morte: 40° gradi all’ombra e l’asfalto luccica come l’acqua. È qui che inizia tutto.»

L’attenzione nelle successive vignette si sposta proprio su chi si trova sul mezzo e il lettore si trova coinvolto nelle vite di una giovane autostoppista con velleità hollywoodiane di nome Carrie, come la protagonista dell’omonimo film di Brian De Palma del ’76 («Carrie, giusto? Come nel film?»), e del conducente, un uomo di cui non sapremo mai il nome nell’arco del capitolo, ex tossico e omosessuale («Ho passato tre anni per le strade di L.A., bella mia, e parliamo dell’Inferno di Dante, okay? Sarei ancora dipendente dall’ero o in una corsia per i malati di AIDS, se non fosse stato per il mio uomo, per Billy»).
Morrison cala il lettore in medias res in dinamiche molto lontane da quelle classiche del supereroismo e propone sin dalla prima pagina contrasti terminologici (Los Angeles che viene apostrofata come “Inferno di Dante”) sia contenutistici, contrapponendo la fede nei tarocchi che guida la giovane a quella cattolica che guida il conducente. Successivamente a pagina 2, vediamo l’elemento di rottura della normalità: nel mentre il veicolo procede sulla strada spianata al ritmo di una canzone che ricorda Roadrunner dei The Modern Lovers (tenete a mente il titolo della canzone, perché Road Runner, ossia Beep Beep in italiano, è il nome del famoso Struzzo Corridore dei Looney Tunes),  passa dritto su una figura vagamente demoniaca che le luci frontali del tir non permettono di vedere. Due vignette in basso a pagina 3 ci presentano un corpo maciullato animalesco e annunciato da una singolo categorico pensiero, ovvero: “DOLORE”.


Mentre assistiamo al miracolo della resurrezione per tutta pagina 4 della creatura ferina, in una tavola strutturata con sei vignette orizzontali che rappresentano sei attimi diversi, perennemente accompagnati dal narratore che ci guida tra i legamenti e i muscoli che si riannodano tra loro, a pagina 5 una intera splash page rivela al lettore che la figura non è altro che un coyote bipede e che tutto quello che ci è stato raccontato, è accaduto un anno prima rispetto al proseguo della narrazione.


Nel presente, infatti, siamo legati ancora alle vicende della famiglia Baker, con Buddy che afferma la scelta di voler far diventare la famiglia vegetariana, con un’azione estremamente forte e impulsiva, come può essere gettare nella spazzatura gli alimenti di origine animale presenti nel frigo.

Non va sottovalutata l’importanza delle vignette delle pagine da 6 a 9, poiché qui è Morrison che fa diventare il personaggio di finzione una piattaforma per raccontare le sue sempre più misantropiche opinioni del tempo sulla questione dei diritti animali, trasformatesi anche in azione con l’ingresso dello scozzese tra i Sostenitori dell’Animal Liberation Front e l’adozione del vegetanesimo come scelta di vita. Tramite Baddy, che diventa quindi un suo surrogato, Morrison vuole raccontare il suo moto d’animo, le frustrazioni di chi non riesce a cambiare le cose, del non poter far niente per ciò che lo preoccupa e di non riuscire a smuovere neppure le persone attorno verso un tema a cui tiene in maniera così forte, come in questo caso è quello dei diritti animali per Baddy, frustrazione che si trasforma nella incomunicabilità tra l’eroe e la moglie, tema che ritornerà nel finale della storia.

Morrison ha intenzione con tutta la serie di Animal Man di sfruttare le potenzialità del supereroismo facendo aprire, se possibile, gli occhi ad alcuni lettori di fronte alle atrocità gratuite che vengono quotidianamente  commesse in nome dei nostri bisogni alimentari e della ricerca sugli animali, svicolandosi dal semplice intrattenimento action, in cui spesso si tende a ricadere nella letteratura di questo genere.

Proseguendo a pagina 10, il narratore ci riporta nelle vicende del deserto e dei personaggi presentati nelle prime pagine tramite i pensieri del conducente del tir che dopo un anno risulta fortemente stravolto: ha visto l’amato Billy finire sotto le ruote di un camion, ha perso il lavoro, il cancro gli ha tolto la madre, ma l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso è la notizia in un giornale di L.A. dell’uccisione di una prostituta in un raid contro la droga e dal volto della giovane autostoppista di nome Carrie.

Ritornato nel deserto e nel luogo dell’impatto con il Coyote con l’obbiettivo di ucciderlo definitivamente, reputa questi responsabile di quanto successo nella sua vita, vedendo in lui una manifestazione demoniaca, proponendosi come un novello San Giorgio raccomandatosi al Signore, fino ad arrivare alla vignetta in basso a sinistra di pagina 16, dove il Coyote, sopravvissuto anche all’esplosione di una bomba accidentalmente innescata, ci viene effettivamente mostrato nel suo volto stravolto e circondato dalle fiamme, quasi a dare conferma della sua natura demoniaca.


Arriviamo quindi a pagina 17, dove un Animal Man fuggito dalle discussioni famigliari, viene attirato tra i canyon dove si stava svolgendo l’azione delle vignette precedenti, e il Coyote, risanato completamente dalle ferite infertigli dalla caduta da un precipizio, un masso caduto dall’alto e dalla sopraccitata bomba innescata inavvertitamente (con riferimenti non troppo velati ancora ai cartoni di Willy E. Coyote e Beep Beep), si para davanti all’eroe in spandex consegnandogli su una pergamena quello che viene presentato ai lettori come il Vangelo di Crafty.

 



In quei giorni nessuno ricordava un tempo in cui il mondo  fosse libero dalla discordia. In cui ogni animale fosse posto contro un altro in un circolo di violenza e crudeltà. Avendo ciascuno un corpo che si rinnova dopo ogni ferita, nessuno pensò mai di contestare la futile brutalità dell’esistenza. Sino a Crafty.

 
Veniamo infatti a conoscenza che il nome del Coyote è Crafty, il quale non è altro, sostanzialmente, che Willy E. Coyote, personaggio dei cartoni dei Looney Tunes, creato nel 1949 da Chuck Jones per la Warner Bros., il quale decide di compiere un percorso cristologico per liberarsi dall’eterno ciclo di sofferenza a cui sono destinati i personaggi di finzione, andando a contestare dinanzi a Dio lo status quo in cui sono costretti a vivere.

E Dio parlò a Crafty e disse: “Devi essere punito per questa ribellione contro la mia volontà. Tuttavia, io sono un Dio buono e il mio giudizio sarà mitigato dalla pietà.”
Molto impaurito, Crafty parlò e disse: “Sopporterò ogni castigo che porti la pace  al mondo”.
“Allora trascorrerai l’eternità lassù all’inferno”, disse Dio. “Finchè vivrai e sopporterai la sofferenza  del mondo,  io metterò pace tra gli animali. Questo è il mio giudizio.”



Crafty non è quindi la figura malefica quale gli occhi della fede portano l’ex tossico a vedere, ma un autentico Cristo fatto e finito, che decide di redimere il suo mondo tramite l’eterno ciclo di sofferenza a cui si è sottoposto. Allo stesso tempo la sua ribellione allo status quo ricorda esattamente quella di Lucifero, e sebbene i due paragoni possono apparire in apparente contrasto, va ricordato che la Stella del Mattino è anche colui che ha indotto l’uomo alla conoscenza, la scientia boni et mali, e dunque all’elevazione dell’uomo a divinità, pur contro la volontà del Dio supremo che avrebbe voluto invece mantenere l’uomo quale suo suddito e schiavo, cioè quale essere inferiore.

L’idea di Lucifero come principio positivo, porta ad accostare di conseguenza Crafty anche alla figura di Prometeo, dato che l’accostamento tra Lucifero e Prometeo sarà un motivo ripreso da una lunghissima tradizione gnostica e filosofica che nella storia ha trovato echi in vari movimenti culturali, in particolare nel Romanticismo Inglese di Byron e Shelley (autori che hanno avuto un forte impatto culturale nell’immaginifico dello scozzese, tanto da farli rivivere nel capitolo Destinazione Arcadia della serie Invisibles).

Proprio Percy Bysshe Shelley è l’autore tra l’altro de Prometheus Unbound (1820), dramma lirico in versi ispirato all’omonima tragedia di Eschilo, che si incentra sulle vicende di Prometeo in catene e condannato ad avere il fegato continuamente divorato da un’aquila, una tortura eterna da parte di Zeus come punizione per aver rubato il fuoco agli dei per portarlo all’umanità: la vicinanza tra Crafty e Prometeo che non si limita a essere solo evocativa, ma diventa effettiva nella prima vignetta di pagina 21, dove vediamo un moribondo Crafty a cui vengono divorate le viscere da un avvoltoio.


Crafty, esattamente come il Prometeo dell’opera di Shelley, è in pace con se stesso, non ha nessuna forma di odio e risentimento nei confronti di un Dio che lo ha condannato a una simile sorte, perché solo in questo modo si può arrivare a toccare la vera libertà. Considerando che per Morrison le nostre stesse vite viste da una dimensione superiore non sono altro che strip circolari e che ogni piano dimensionale è separato da altri e legato e influenzato indissolubilmente a ogni altro, il Coyote, cacciato da Dio, che ricordiamo essere dalle sembianze umane, finisce nel mondo di Animal Man, dove scopre una realtà ancora più dura, dimostrando come non vi sia possibilità di liberazione per i personaggi di finzione, perennemente al giogo di autori che li violentano per il sollazzo di noi lettori.

Crafty consegna il suo Vangelo nelle mani di  Buddy, come Prometeo ha donato il fuoco agli uomini, affinché questi giunga alla stessa epifania e rompa il giogo che lo lega al suo scrittore/Dio e arrivi a concepire in maniera diversa la sua realtà, all’interno del fumetto.

Allo stesso tempo il Vangelo, a un secondo livello di lettura, non parla solo dei personaggi di finzione, ma degli animali (Morrison per raccontare il mondo di Crafty non usa mai altri termini oltre “animali”), anche essi privati di dignità e sottomessi ai capricci del Dio/uomo. E se i personaggi di finzione vedono nel vivere in un mondo immaginifico la privazione dei diritti, per gli animali lo è nell’incomprensibilità della loro parola: il Vangelo di Crafty è destinato a perdersi come sabbia al vento dato che Buddy non riesce a leggere la sua scrittura in geroglifici.


Lo stesso Morrison in Animal Man #26, dirà: «La forza crea diritto. L’uomo è in grado di abusare, uccidere e fare esperimenti perché è più forte di loro, al di là di questo, non esiste alcun argomento morale che giustifichi lo sfruttamento degli animali.[…] Chiunque creda  che “l’intelligenza” dell’uomo lo renda speciale deve solo dare uno sguardo a come continuiamo a distruggere il nostro ambiente. L’uomo non è una specie intelligente», riassumendo tutto il nichilismo della vignetta alla fine di pagina 21.

Morrison ci sta dicendo che il mismatch tra uomini ed animali non è tanto nella presunta superiorità intellettiva quanto nell’uso della stessa parola, quindi in differenze linguistiche, lessicali e incomprensioni che portano a una incomunicabilità, che può tanto allontanare un uomo dalla sua amata moglie, come avviene per Baddy a pagina 8, ma su scala più larga è alla base di differenze che causano quelle sofferenze, quel dolore e quelle morti che si continuano a proliferare nel nostro mondo (basta pensare a come l’amministrazione Trump ha iniziato a scoraggiare gli immigrati separando genitori e figli, e sbattendo i pargoli in gabbie metalliche come bestie).

Arriviamo infine al finale e alle pagine 22 e 23, dove l’ex tossico omosessuale spara a Crafty con un proiettile ottenuto dalla croce d’argento regalatagli da Billy, convinto di aver salvato il mondo.
Interessante è come Morrison rappresenta il Cristianesimo: se il credere in una cosa le dà potere su di noi, cambia il nostro modo di pensare e quindi l’agire del mondo e della realtà, la religione cristiana non è altro che una sequela di parole, gesti e simboli, totalmente svicolati dall’esistenza o meno di un Dio. È il potere dell’immaginazione, un potere enorme fermentato nel tempo e sfruttato da imbroglioni come il predicatore che grida dalla TV accesa di casa Baker: «Volete salvare questo povero bambino cieco? Gesù vuole il vostro denaro!», è l’esaltazione folle che guida il conducente del Tir, convinto di aver salvato il mondo uccidendo una creatura.


Il potere della parola è quella che guida il proiettile d’argento al cuore di Crafty, è la sua assenza quella che nega la trasmissione del Vangelo del Coyote, che avrebbe permesso a Animal Man di raggiungere l’epifania, comprendendo di essere solo uno schiavo che muove una ruota più grande per noi lettori.

La storia si conclude con una tavola potentissima, dove un Crafty in lacrime muore tra le braccia di Buddy come il Cristo in croce, con un campo sempre più largo in cui vediamo ancora una volta una mano esterna alla tavola, come preannunciato nella cover di Bolland, che disegna il sangue colare dal Coyote ormai esanime: la sua sofferenza e morte, quindi, non sono che l’ennesimo gioco perverso di un autore per soddisfare noi lettori.

Gli eroi non sono più deus ex machina all’interno delle loro storie di finzione com’erano un tempo negli anni ’50 e ’60, ma lo sono diventati gli autori, che filano come demiurghi i destini di questi fantocci in spandex. 

Appare evidente come Animal Man sia stato un nodo essenziale della narrazione supereoistica, dove Morrison si diverte ad analizzarne la sua evoluzione, a scomporla, a distruggerla e a deriderla, mettendo in luce anacronismi, come le riscritture a seguito della Crisi o l’uccisione di personaggi innocenti solo per aggiungere dramma, diffusasi in larga scala dalla morte di Gwen Stecy, e interrogandosi su quanto di tutto questo possa essere accettabile per l’eroe protagonista delle storie di finzione.
THAT’S ALL, FOLKS!

Niente da perdere: Jeff Lemire e gli uomini spezzati della provincia canadese

«Ti manca mai?»
«Non sono mai stato un giocatore di hockey, Al. Ero solo uno sbandato. Almeno non devo fingere di essere qualcosa che non sono»

Tutti gli autori tendono ad avere delle tematiche feticcio, tòpos che affiorano costantemente nella loro narrativa. Si tratta di temi cari, che hanno spesso radici profonde in eventi del passato dell’artista: se parliamo di una mente creativa come Jeff Lemire, uno dei più prolifici del mercato statunitense, autore di Essex Country, Il Saldatore Subacqueo, Descender, Sweet Tooth e tante produzioni supereroistiche degli ultimi anni, i cui servigi sono richiesti da Marvel, DC, Image, Dark Horse e Valiant, non possiamo non pensare ai paesaggi rurali canadesi, all’hockey, alla neve, dove Lemire è nato e cresciuto e di cui porta spesso il ricordo e le atmosfere tra le pagine dei suoi fumetti, e ai rapporti famigliari logori, che costantemente ritornano nella sua narrativa.

Roughneck Niente da perdere in italiano – non ne è assolutamente da meno. In un fumetto estremamente minimalista, Lemire si concentra sulle vicende di Derek Ouelette, ex campione di hockey, tornato a vivere nella cittadina natia (inventata) di Pimitamon nella regione canadese del Nord Ontario e dalla quale era sfuggito in cerca di successo e gloria. Un uomo a pezzi, il cui volto è continuamente deformato dalla rabbia, dalla bile e dal veleno, ricolmo di solitudine, rimpianti e senso di colpa. Un individuo nichilista, reclusosi in una esistenza decadente quasi per espiare le sue colpe: la provincia assume i contorni, tra la neve e gli sguardi di rabbia e la totale assenza del calore umano, di un girone dantesco in cui espiare le proprie colpe e rendere più accettabile la non realizzazione dei sogni di gioventù.

Solo il ritorno della sorella minore, Beth, drogata e in fuga da un fidanzato violento mette in moto una serie di eventi che in qualche modo costringono i due fratelli a ricomporre le fratture di un passato familiare ingombrante. La famiglia appare in Niente da perdere nel suo duplice volto, odiata e maledetta in quanto covo di violenza tanto fisica quanto psicologica, ma allo stesso tempo unico rifugio in cui ritrovarsi quando non rimane niente, se non macerie di individui annichiliti dal vivere che hanno bisogno di ricongiungersi, stringersi attorno a un focolare improvvisato per provare a rialzarsi e rimettere in sesto il proprio presente.

La forza del lavoro di Lemire è nei suoi personaggi estremamente ordinari, ingabbiati in esistenze insoddisfacenti e che proprio per il modo convincente con cui ci vengono presentati, vivono conflitti interni e relazionali che diventano anche importanti per il lettore, riuscendo a far comprendere bene i loro punti di vista. Come ci preannuncia il titolo, Niente da perdere è una storia di fallimento, un vortice di sensibile nichilismo, ma che allo stesso tempo spinge il lettore a voler conoscere come tanto Derek quanto Beth usciranno fuori dalla relativa situazione di stasi, al termine dei propri archi di trasformazione.

Una storia di quelle semplici, ma non banale, poiché saggiamente costruita, quasi a ricordarci che non servono barocchismi per produrre un fumetto solido, soprattutto in un tempo dove le major Marvel e DC devono continuamente ricorrere a colpi a effetto per tenere incollati i lettori. Così se Derek supererà il suo fatal flaw e riuscirà ad accettare i fallimenti sportivi, incarnato dal conciliarsi con un cane vagabondo che gli rievoca costantemente la mascotte della squadra avversaria della sua ultima partita prima che venisse espulso dalla NHL (la lega professionistica di hockey nordamericana) per comportamenti violenti, e costruirà un ponte grazie al ritrovato affetto verso sua sorella, allora forse smetterà di essere un’isola contornato da solitudine, dipendenza, alcolismo, rabbia, autodistruzione, spezzando il proprio vivere nichilistico in un atto di amore verso la sorella che si concretizza nel finale. Se Beth riuscirà a superare le vessazioni del padre verso la madre che sono ancora impresse nei suoi ricordi e inizierà a vivere un rapporto sano con un altro partner, smettendo di concepire la coppia come luogo di violenza e oppressione, allora potrà finalmente stare bene con se stessa senza la necessità di alterare la realtà tramite le droghe.

A livello grafico, il tratto lontanissimo da una qualsivoglia sensibilità fotorealista di Lemire, ma al contrario estremamente espressionista e nervoso, risulta l’ideale per trasmettere il male di vivere dei personaggi, e in particolare di Derek. Lemire spesso si concentra, tramite un largo uso di primi piani, sugli sguardi, proprio per valorizzare il “non detto” e l’incomunicabilità dei soggetti al centro di Niente da perdere. A livello cromatico, l’autore gioca con colori estremamente freddi e monotoni, quasi a indicare l’incapacità di provare emozioni dei protagonisti e di uscire dal loro stato anaffettivo. Questo lavoro di acquerelli puramente monocromatico è rotto solo dai ricordi del passato: le violenze, la lacrime e le tragedie vengono quasi a essere rimpiante rispetto alla totale assenza di aspirazione verso il futuro e un presente pervaso di apatia.

In Niente da perdere c’è molto del passato in Canada di Jeff Lemire e lo si comprende anche dal lavoro di cuoco di Derek nella tavola calda, identico al lavoro svolto dall’autore all’inizio della carriera, quando ancora lo scrivere fumetti non gli dava da vivere. Appare chiaro come Niente da perdere sia estremamente pervaso della sua poetica, esattamente come altri lavori forse di maggior qualità, soprattutto il già citato Essex Country, e lontanissimi, invece, dai lavori per le major supereroistiche, dove l’autore canadese ha mostrato spesso incertezze e poca brillantezza, forse non aiutato da editor e scadenze.


Jeff Lemire
Niente da perdere
BAO Publishing, 2017
256 pagine, cartonato, colore – 23,00 €

Marvel Legacy: siamo nani sulle spalle dei giganti

I suppose we do what our kind has always done. What has always done. What has become our legacy. We stand on the shoulders of super geniuses and space gods, close your eyes and imagine a better, brighter, more amazing tomorrow. Then bring it to life. Something grand and fun and mind-straggeringly ridiculous. Something full of hope and compassion. Something both real and profoundly unreal. Something mad. Something magical. […] And I am closing my eyes now. And imagining my way home. I’ll see ya when I get there.

Il 2017 per la Marvel non possiamo definirlo “tranquillo”. Dall’Ottobre 2016, le vendite del mercato delle fumetterie e quindi del direct market (la rete di distribuzione di fumetti che collega le fumetteria agli editori negli Stati Uniti) sono state in calo, la prima volta negli ultimi cinque anni. Nel Marzo di quest’anno, nella Grande Mela, in una due-giornate tra la Casa delle Idee (hanno partecipato tra gli altri, l’Editor-in-Chief Axel Alonso, il vicepresidente senior del settore pubblicazioni Tom Brevoort e il vicepresidente senior delle vendite e del marketing David Gabriel) e i rappresentanti di quattordici organizzazioni di rivenditori al dettaglio, tutti tra i distributori fedeli alla compagnia, erano emersi tra gli argomenti del malessere: i reboot, i continui numeri #1, i prezzi, la freschezza delle sceneggiature. Ma soprattutto il tema della diversità.

Infatti negli ultimi due anni la Marvel e Alonso hanno trascinato lontano dai riflettori le loro icone e le hanno rimpiazzate con altre versioni. Una mossa decisamente aggressiva che ha dato vita a nuove storie, portato nuovi personaggi a bordo e innalzato altri a nuovi status, portando al fumetto un pubblico diverso ed incontrando la rivoluzione per la valorizzazione e maggiore rappresentazione dei personaggi femminili o appartenenti a minoranze etniche, ergo non W.A.S.P. (White Anglo-Saxon Protestant), di cui in primis Saga di Brian K. Vaughan e Fiona Staples e poi il successo in Marvel di Ms. Marvel di G. Willow Wilson e Adrian Alphona, si erano fatti portatori. La dirigenza Marvel ha provato ad applicare il fenomeno “Ms. Marvel” su larga scala, incapace di capire come questa testata fosse figlia di una serie motivazioni che andavano dalla libertà creativa nei confronti di un personaggio nuovo e non assoggettato a decenni di storie a cui allacciarsi, alle basse aspettative e al pubblico che attendeva di sentirsi raccontare storie sul ruolo della fede musulmana; ma nel lungo periodo, si è ritrovata tra le mani l’estrema difficoltà di gestire la dicotomia del suo pubblico, diviso tra quelli che seguono i supereroi da anni e che hanno creato un rapporto di empatia con determinate storiche icone e quelli che non li hanno mai letti ma vi si avvicinano grazie alle contingenze.

A questo si aggiunge una tendenza troppo frenetica a gestire gli status dei suoi personaggi (basti pensare a Steve Rogers che in pochissimo tempo si è ritrovato da perdere gli effetti del Siero del supersoldato, a ritornare giovane, a essere agente occulto dell’Hydra, a guidare gli USA sotto la bandiera dell’organizzazione terroristica tentacolare) e del parco delle sue testate che, non incontrando subito il successo del pubblico, sono andate incontro a chiusura preventiva dopo appena dai 5 ai 12 numeri, non permettendo agli autori di scrivere con serenità, liberi di impostare trame a lungo respiro.

Ad acuire la crisi infine ci ha pensato il successo del Rebirth e il successivo cambio di corso in DC, e la decisione, ugualmente come avviene per le serie Image, di accettare i resi delle copie invendute dei propri fumetti, permettendo alle fumetterie una maggiore possibilità di spesa, una mossa inedita in un settore che si è sviluppato su un sistema opposto, drogando il mercato tramite le variant cover e l’aumento del prezzo degli albi. Prendiamo come esempio, negativo, proprio Marvel Legacy#1 della Marvel che offre ai rivenditori una delle variant, quella b/n di Joe Quesada, con un rapporto di 500 a 1, e quella b/n di Mike Deodato con un rapporto di 1000 a 1: il che vuol dire che per avere una determinata variant il rivenditore deve acquistare rispettivamente 500 pezzi e 1000 pezzi con la copertina regolare.

Ammettendo i suoi errori e conscia che il ritorno dei classici era inevitabile, la Casa delle Idee ha preparato una sterzata che mediasse tra l’identità delle icone e la rivoluzione dal Marvel Now, con un piano per metterlo in pratica: Legacy.

Volendosi imbarcare in un nuovo viaggio, la Marvel ha deciso di affidare alle salde mani di quello che è sicuramente la punta di diamante della sua attuale scuderia di creativi il prologo introduttivo a Legacy: parliamo del vincitore di due Eisner, Jason Aaron. Aaron confenziona un one shot, che ci offre una preview nelle 64 pagine dell’albo, capaci di proiettare il lettore nel futuro della Casa delle Idee.

Marvel Legacy è, infatti, il tentativo di tessere passato, presente e futuro della Casa delle Idee. La bravura di Aaron è di rendere omogeneo questo enorme trailer per le future serie, di offrire un unico spartito, dove a malapena si sentono dissonanze (se non forse una e ha il volto di un celebre mercenario chiacchierone), filando, tessendo e annodando personaggi figli tanto dell’eredità cosmica Kirbyana quanto del Marvel Now e dell’era All New, All Different.

Per tanti versi la struttura è similare a quella del one-shot Rebirth della DC Comics, ossia una storia con premonizioni di una terribile minaccia all’orizzonte e con gli eroi, che da contraltare, si trovano nel punto più basso che mai, che passa per la resurrezione di un personaggio molto amato e la volontà di raccontare il futuro aggrappandosi al lascito artistico di uno dei maestri che hanno fatto grandi le due major (Alan Moore, con il suo Dottor Manhattan in Rebirth, e Jack Kirby, con la venuta della schiera finale dei Celestiali in Marvel Legacy).

Nel centenario dalla nascita di Jack Kirby è impossibile non leggere in Marvel Legacy una volontà di rendere un omaggio non solo al Re, ma a tutti coloro che hanno dato il loro contribuito per rendere grande l’immaginario supereroistico, in particolare della Casa delle Idee. Gli eroi di oggi camminano sulle spalle dei giganti di ieri, icone che sono entrati nel cuore di tutti grazie alla loro empatia e la loro capacità di leggere la società, sempre secondo il motto che a grandi poteri devono corrispondere un handicap sociale, morale o fisico di pari se non maggior grado, così come c’è un passaggio di eredità tra gli stessi creativi in Marvel, con Jason Aaron che oggi cammina sulle spalle di Jack Kirby, Stan Lee, Steve Ditko e tutti coloro che hanno reso grande la Marvel nel tempo.

Marvel Legacy annuncia quindi un nuovo ciclo per l’universo narrativo Marvel, e Aaron, attraverso le parole della voce narrante ci invita a esplorarlo, puntando ad un back to basics, che non deve toccare solo il futuro dei personaggi ma anche dei lettori, che devono tornare vogliosi di quella sana incoscienza di immergersi in nuovi universi e nuove avventure, come succedeva coi primi numeri degli F4.

Nota di piacere sono inoltre l’introduzione degli Avengers di un milione di anni fa, che tra una citazione a 2001: Odissea nello Spazio di Kubrick a inizio albo e un peccato del passato, risultano una presenza troppo breve nel one-shot, ma che sicuramente ritorneranno nel prossimo futuro di Jason Aaron, autore che nulla lascia mai al caso. Inoltre gli Avengers di un milione di anni fa ammiccano alla narrativa di Grant Morrison, che aveva scritto la JL di un milione di anni nel futuro in One Million e di un Bruce Wayne catapultato nella Preistoria a causa della Sanzione Omega di Darkseid.

Si dimostra inoltre una certa sinergia con il Marvel Cinematic Universe, che potrà infastidire il lettore duro e puro, riportando al centro dell’universo Marvel le “Pietre” (ex Gemme) dell’Infinito, con proprio Avengers: Infinity War atteso per il 2018.

Sicuramente Legacy non è un manifesto d’intenti per tutta la Casa come lo era stato Rebirth, dove c’era un principio forte che guidava tutti gli autori, volendo restituire un cuore e un anima al DC Universe e quegli aspetti di positività e ottimismo che erano mancati nel New52, ma Aaron è che ci segna la strada, con una ereditarietà che muove tutte le cose, dà un senso alla lotta degli eroi e lega le persone in una catena d’intenti. Il valore dell’albo è nelle premesse che fa e nella speranza affinché Aaron tenga coesa la Casa delle idee e le realizzi, ritornando un po’ al modo di fare del periodo del Marvel Now, dove la figura accentratrice la svolgeva Jonathan Hickman.

Nella differente resa va ricordato anche i diversi periodi da cui venivano DC e Marvel prima dei rispettivi one shot, ovvero la DC da un progetto mai realmente assorbito in tutto il quinquennio che era il New52 e la brevissima esperienza del DcYou, mentre la Marvel viene da una singola annata davvero in calo.

Chiudo dicendovi che l’albo Marvel Legacy #1 ci lascia con un senso di curiosità verso questa nuova pagina della Marvel, una pagina bianca per cui c’è posto per tutti, anche per voi. Se il suo valore è inevitabilmente nelle premesse, si spera che gran parte di esse vengano mantenute, affidandoci in toto all’enorme credito che ha ormai acquisito in Marvel Jason Aaron. Ne riparleremo nei prossimi mesi.

 

 

The Wicked + The Divine: tra mondanità e nichilismo della generazione Millennial

Quanti fumetti possono vantare di cogliere lo spirito di un’epoca, di una generazione?

Vi faccio qualche esempio.

Peanuts negli anni 50 dileggia la medio-borghesia, fatta di tante casette, ognuna con il suo piccolo giardino, come nessun’altro prodotto contemporaneo, toccando i problemi legati alla razza, al genere e alle disuguaglianze sociali della società americana del tempo.

La prima striscia di Asterix fece la sua apparizione nel 1959 quando in Francia era ancora vivo il ricordo dell’invasione nazista e con la tenace opposizione del popolo gallico all’invasione romana che ricordava la resistenza francese all’occupazione tedesca, incarnando lo spirito dei francesi degli anni ’50/’60.

Le surreali esplorazioni visuali sempre più allucinogene e la fascinazione della controcultura giovanile degli anni Settanta per misticismo e psichedelico produssero il Doctor Strange di Steven Englehart e Frank Brunner e il Warlock di Starlin.

Grazie a Claremont il termine “mutante” è diventato una metafora del “diverso” nella contemporaneità, cogliendo la società americana in trasformazione etnica e la richiesta di maggiori delegittimazioni sociali degli anni ’80, facendo diventare Uncanny X-Men la testata più venduta d’America.

L’epoca reaganiana, conformista e priva di immaginazione, produsse la sperimentazione creativa dell’86 che regalò due perle acclamate da pubblico e critica come Watchmen di Alan Moore e Il Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller, in cui non a caso i due autori, che satireggiano rispettivamente Reagan e Nixon, diedero avvio alla nota Dark Age dei supereroi che portò alla adultizzazione degli personaggi in costume.

In Akira di Katsuhiro Ōtomo, dei primissimi anni ’80, convergono le influenze di Arancia meccanica (per i teppisti), Blade Runner, Metropolis di Fritz Lang (per la megalopoli) e Mad Max, con quest’ultimo che lo aveva colpito per la presenza delle bande di motociclisti, all’epoca un fenomeno molto diffuso in Giappone.

Il Sandman di Neil Gaiman è uno dei primi lavori che si rivolge a un pubblico di ambiti differenti e attira una costellazione di lettori che normalmente non gravitano all’interno della stessa orbita: vanta uno sproporzionato numero di lettrici, forse più di ogni altro fumetto a larga diffusione. E questo, in uno dei media tradizionalmente prediletti da un pubblico maschile, è già un enorme traguardo e uno dei primi a ottenerlo.

Prima Invisibles di Grant Morrison e successivamente Planetary di Warren Ellis, tra la fine degli ’90 e l’inizio del nuovo Millennio, si appropriano della cultura e della controcultura pop di quel periodo, facendo riferimento a tutto il filone fantascientifico distopico che anima la cultura underground di fine Millennio, seguendo una linea immaginaria che parte da Aldous Huxley e George Orwell, passa per Philip Dick e finisce col Neuromante di William Gibson.

La presidenza Bush, il crollo delle Torri Gemelle, l’America in paranoia completa, il disagio palpabile a tutti i livelli, con guerre che vengono combattute e manifestazioni che vengono represse con la violenza, tanto negli States quanto nei paesi dell’UE strettamente filoamericani, anima gli Ultimates di Mark Millar.

L’affermarsi da più parti di un maggiore multiculturalismo della generazione Erasmus e dei figli di seconda generazione di immigrati, utopico oggi che l’America sembra un coacervo d’identità culturali che faticano a stare assieme e in Europa sorgono sempre più barriere, vede in un classico-moderno come Saga di Brian K. Voughan il suo vessillo.

Anche in Italia abbiamo conosciuto fenomeni di fumetto generazionale come quelli del Paz, Andrea Pazienza, strettamente legati alla controcultura rabbiosa figlia dei moti Sessantottini, ad esempio raccontandoci la sua Bologna, il Dams, il coacervo culturale sinistroide, la crisi esistenziale e politica ne Le straordinarie avventure di Pentothal, e il Dylan Dog di Sclavi, secca risposta di chi non si rivedeva nel fenomeno dello yuppismo e del rampantismo sociale della “Milano da bere” degli anni Ottanta.

Insomma non sono rari i casi in cui un fumetto è stato la voce cinica di una generazione, del suo cambiamento o di una critica a essa.

Alan Moore spesso ripete:

«Credo che questo secolo abbia bisogno e meriti la propria cultura. Merita autori che cerchino di dire cose importanti per i tempi in cui stiamo vivendo.»

Non a caso tra le letture del mago di Northampton, per sua stessa ammissione, spiccano il già citato Saga e la serie di cui ho intenzione di parlarvi dopo questo lungo preambolo, The Wicked + The Divine.

The Wicked + The Divine è l’ultima fatica in Image del duo Kieron Gillen e Jamie McKelvie, dopo i precedenti Phonogram in Image e il rilancio dei Young Avengers in Marvel, e che BAO Publishing ha pubblicato in Italia nel 2017. Parliamo di due dei nomi più caldi del fumetto britannico contemporaneo: un dinamico duo assodato dove non si capisce dove finisca il contributo dello sceneggiatore e inizi quello del disegnatore, generando un’apprezzabile compattezza narrativa.

Come si recita sulla quarta copertina dei volumi di The Wicked + The Divine, ogni novant’anni dodici divinità si incarnano in altrettanti ragazzi. Vengono amate, venerate e detestate sino al giorno in cui la loro fiamma si spegne: nel giro di due anni, infatti, sono destinati a morire.

Insomma apparentemente questa serie ricicla un’idea trita e ritrita, sviluppando il ritorno degli dèi. Quindi qual è il merito di questa nuova serie di successo della Image?

Kieron Gillen, influenzato dal suo passato di critico musicale, ci offre una fantasia moderna in cui gli dèi sono le pop star definitive e le pop star sono le divinità del nostro tempo, ridefinendo la cultura e creando una mitologia del 2014. I comics sono parte della cultura pop e per questo devono farsi influenzare dalla musica, dal cinema, dalla televisione, dalla moda. Questo è un grosso problema con cui gli universi Marvel e DC cozzano spesso, dato che si tratta di storie e personaggi creati tra i 50 e 70 anni fa, mostrando sempre più evidenti difficoltà a elasticamente adattarsi e cambiare forma a seconda dei tempi.

Supereroi, arte e religione

«David Bowie mi ha salvato la vita. David Bowie ha salvato più vite di Batman!» (Kieron Gillen)

Il duo Gillen & McKelvie in tutto WicDiv vogliono stabilire una connessione tra supereroi, arte e religione: essere un supereroe è come essere una divinità, ed essere una divinità e come essere una popstar, ed essere una popstar è come essere un supereroe. Questa circolarità ideologica, continua e molto forte per tutto WicDiv, è una influenza figlia dell’impatto del manipolo di autori della British invasion e della cultura britannica col comics supereroistico: nel tentativo di prendere i supereroi e inserirli nel mondo reale, Moore ci dona dapprima Miracleman, reincarnazione in toto del superuomo della filosofia di Nietzsche, un essere superiore, umano e divino al tempo stesso, che liberatosi dai falsi valori etici spezza le catene sociali e si propone come guida. Successivamente in Watchmen costruisce due archetipi di superuomini “mancati”, Ozymandias e il Dottor Manhattan: “mancati” poiché il primo, per quanto ambiziosamente voglia imporre la sua visione sociale, è ostacolato dalla fallibilità umana; il secondo, nonostante abbia poteri semidivini, si è ormai distaccato dalla vita, ha paura di perdere la donna che ama perché con essa perderebbe la sua umanità.

Parallelamente ai lavori di Moore, si affacciava al fumetto britannico Grant Morrison che sulla celebre rivista britannica 2000 AD, creava Zenith superuomo/rockstar, un vacuo ragazzo in giubbotto di pelle con abilità superumane ereditate dai genitori, superficiale e frivolo, decisamente più interessato al successo dei suoi video musicali che al ruolo socialmente utile dell’eroe in calzamaglia e graficamente ispirato a Morrissey, celebre leader dei The Smiths. Inoltre sempre dell’autore scozzese, bisogna citare, nel calderone delle influenze della serie, All Star Superman, in cui il personaggio di Siegel e Shuster diviene metafora del Sole ed esaltato come simbolo di forza interiore, summa di tutti i fumetti di supereroi, ma che come affermano Morrison e Quitely, parla anche di come l’individuo comune si sente potendo incontrare Superman, perché sarebbe «un po’ come incontrare un Dio, un po’ un padre, un po’ una celebrità» e per narrare al meglio la cosa, i due scozzesi vollero conoscere il cantante Robbie Williams, in quanto Morrison era «molto interessato ad incontrare una figura mitica, quasi divina, una vera star».

Infine è impossibile non citare la vicinanza con i lavori di Neil Gaiman, dove l’impatto del suo Sandman (e del suo lavoro sulla figura di Lucifero) e del romanzo American Gods, rappresentano una influenza fondamentale per Gillen.

Se quindi un impatto fortissimo su WicDiv la ha avuto proprio il manipolo di inglesi che cambiava il comics a metà anni ’80, non si può non citare anche l’impatto della musica inglese, in particolare del glam rock, e nella figura di David Bowie, la cui ombra lunga si estende su tutta la serie Image.

Questo non lo si desume solo dal fatto che Luci, incarnazione dell’angelo caduto e personaggio fondamentale per tutto il primo volume, abbia l’aspetto del Duca Bianco, ma se pensiamo alla sua parentesi come Ziggy Stardust, un ciclo narrativo e musicale rivoluzionario nella storia della musica pop-rock, dove Bowie inscena un alieno, androgino rocker la cui effeminatezza, insita nel suo stravagante e controverso sex appeal, ha ridefinito il concetto di rockstar, spostando l’attenzione della cultura di massa sull’ideale del valore dell’estetica e della libertà sessuale, ma che allo stesso tempo si presenta come figura messianica venuto sulla Terra per annunciare la fine del creato.

Ziggy è in definitiva l’emblema del coniugio tra figura messianica e rockstar, ma soprattutto un “cantante rock di plastica” come lo definiva Bowie, che con la sua ascesa e la sua caduta ripercorre idealmente la parabola della celebrità, dietro la quale si nascondono l’insicurezza e la fragilità dell’artista.

Una giovinezza nichilista e senza futuro

L’idea per WicDiv mi venne una settimana dopo che a mio padre fu diagnosticato il cancro allo stadio terminale che lo avrebbe ucciso proprio quell’anno. Fu la mia risposta al dolore. Il punto di WicDiv è proprio che abbiamo a disposizione un periodo limitato di tempo, che siano due, dieci o settant’anni. Abbiamo tutti una scadenza. Perché qualcuno dovrebbe scegliere di passare la propria breve vita da artista, allora? WicDiv è la risposta drammatizzata a questa domanda. Abbiamo quindi questi dodici dèi, ognuno con un’idea diversa di che cosa siano il talento e l’arte nei confronti di questa fine incombente. In sostanza è una canzone pop sulla morte. (Kieron Gillen)

Appare evidente come la mondanità e la parabola della celebrità permettano a The Wicked + The Divine di offrire uno spaccato della cultura contemporanea e, di riflesso, dei giovani di oggi, in cui l’essere dèi e pop star per due anni e il successivo assoluto oblio sono la metafora di come tutto viene vissuto alla massima intensità e tutto è estremamente effimero: abbiamo quindi dèi “usa e getta”, metafora degli anni 2010.

Infatti la tensione fondamentale che anima i personaggi di WicDiv nasce dal fatto che vivono una giovinezza realizzata nella sua pienezza, adorati e amati, dotati di immensi poteri, ma totalmente annullata nelle prospettive di futuro. Questo in sintesi è uno spaccato della generazione Millennial, la prima che ha aspettative verso il futuro inferiori a quella della generazione precedente, che è senza certezze ed è costruita sulla precarietà lavorativa, economica, sociale e sentimentale, che ha voglia di apparire e di emergere attraverso i social dal grigiore nel quale vivono.

Tra i miti individuali che vediamo animare i protagonisti, sicuramente il più insidioso è il mito della felicità, che esplode in tutto l’ottavo capitolo della serie dedicato alla incarnazione di Dioniso, che ha assunto il significato di euforia, gioia ed esaltazione perenne, quando per i greci la felicità è nella giusta misura, che consiste nel conoscere sé stessi, nelle proprie virtù, farle fiorire nella giusta misura, in quanto oltrepassando la giusta misura si va incontro alla catastrofe.

Mentre noi diffondiamo un mito della felicità che consiste in una gioia sconfinata, in una assenza totale di dolore, in una sorta di euforia perenne, senza nessun accompagnamento di crisi e riflessione. Non a caso, il mito della felicità viene propagandato insieme a un altro mito, quello della giovinezza. Siccome non speriamo più in una felicità ultraterrena e siccome crediamo sempre meno nell’immortalità dell’anima, tutte le virtù che la religione aveva assegnato all’anima ora vengono assegnate al corpo, alla giovinezza, vogliamo corpi sempre giovani: quindi palestre, diete, lifting e cura del corpo esattamente nella riproduzione della cura dell’anima e le diete stanno al posto dei digiuni, gli esercizi fisici al posto di quelli spirituali. Non è un caso che i tutti i protagonisti sono vergognosamente bellissimi, proponendo una dicotomia tra l’atto di guardarli e di considerarli come esseri umani, con Gillen che ci guida in un dialogo tra i due aspetti.

Per i giovani protagonisti della serie il presente diventa qualcosa che va vissuto in maniera assoluta con la massima intensità, non perché questa intensità procuri loro gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia di un futuro che non li soddisfa o che non si concretizzerà mai. Questo vale tanto per i giovani dèi, quanto per Laura, vera protagonista dell’intera serie, una groupie, una wannabe, non particolarmente carismatica, senza una identità definita, tipica caratteristica del fan più accanito. Laura è pervasa da un senso di malessere e poco interesse verso il futuro con solo il pantheon divino e l’aspirazione a farne parte capace di smuoverla emotivamente: Laura è una chiave tramite cui Gillen ci racconta di come nel deserto della comunicazione dove la famiglia non desta più richiamo ed è incapace di svolgere il suo ruolo e la scuola non suscita più interesse, tutte le parole che invitano all’impegno e allo sguardo volto al futuro affogano nel disinteresse.

Personaggi e mistero

Appare evidente come al centro di The Wicked + The Divine ci siano la costruzione dei personaggi. Gillen racconta che i dodici dèi rappresentano aspetti della personalità di sé e che cerca di eliminare con il rito della scrittura:

Nel 2014 avevo 38 anni e nell’arco di due ne avrei avuti 40. L’idea di dare a questi dèi solo due anni di vita era un modo per pormi una domanda fondamentale sulla mia identità e sceneggiarla a fumetti. Per esempio il personaggio di Baal rappresenta un approccio alla mascolinità, mentre altri pezzi vanno in direzioni diverse. Altri ancora sono più legati ad alcune pop star. Come per il personaggio di Woden, un produttore che rende le persone dèi di sé stessi. Chi sarebbe potuto essere un buon riferimento visivo? Certamente i Daft Punk. In sostanza si trattava di decidere che cosa rappresentasse un certo personaggio e come mostrare visivamente ed emotivamente tutto questo.

Tutto l’intreccio, che si basa sul mistero di chi sia il responsabile degli omicidi di cui è incolpata Luci, di che cosa faccia di un ragazzo un dio, di quale sia il limite del potere delle giovani divinità, di chi stia muovendo i fili e qual è il ruolo della figura enigmatica di Ananke, sono solo prove per verificare la resilienza dei giovani dèi: la trama è imbastita per esaltare le espressioni, le grida, lo sbalordimento e il dolore dei protagonisti e spingerli a decisioni estreme figlie della loro condizione “usa e getta”.

Impossibile infine non parlare del lato grafico, in cui c’è un lavoro incredibile di design degli dèi, sempre diversi tra loro, con McKelvie che dona a ciascuno dei personaggi in gioco una propria struttura del viso, un aspetto specifico, rendendoli attraenti ma senza oggettivarli, pensati per essere personaggi con cui stabilire un legame con il lettore. Soprattutto nel secondo volume, Fandemonio, ha una maggiore possibilità di giocare con la griglia e con la tavola e muovere i protagonisti come sopra un palcoscenico, riprendendo e citando espedienti che in primis Gianni De Luca aveva architettato e poi Miller avrebbe reso mainstream sul suo Devil. Importante poi è la scelta, in omogeneità stilistica col lavoro di McKelvie, delle copertine studiate da Hanna Donovan e ispirate all’estetica dei magazine patinati di moda, così come il lavoro cromatico del colorista vincitore di Eisner e Harvey, Matt Wilson.

Quindi ritornando alla domanda di partenza, con The Wicked + The Divine siamo dinanzi al fumetto generazionale definitivo di questa epoca?

Il crescere della narrazione ci fa avere ottime aspettative verso il proseguo, tuttavia la narrazione talvolta risulta eccessivamente decompressa, nonché per le tematiche particolari affrontate la serie risulta non sempre digeribile per tutti lettori, soprattutto i più lontani anagraficamente e concettualmente dal comprendere la generazione Millenial e le implicazioni di fama e celebrità. Per poter dare un giudizio definitivo bisognerà valutare WicDiv nel lungo periodo e il suo relativo impatto culturale sul fumetto, ma inevitabilmente per ora il lavoro di Gillen e McKelvie è stato di ottimo livello e ci fa guardare con cuor sereno al futuro della serie, sperando che le nostre aspettative vengano soddisfatte.

Chiudo dicendovi che WicDiv ha anche una playlist su Spotify, pensata dagli autori stessi per essere ascoltata durante la lettura del fumetto.

The Wicked + The Divine vol. 1: Presagio Faust

Kieron Gillen, Jamie McKelvie

Bao Publishing, Febbraio 2017

176 pagine, cartonato, colore – € 19.00

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The Wicked + The Divine vol. 2: Fandemonio

Kieron Gillen, Jamie McKelvie

Bao Publishing, Luglio 2017

200 pagine, cartonato, colore – € 19.00

 

 

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Il Daredevil di Miller

In occasione del Retromania80 del prossimo 19 Agosto, Dimensione Fumetto allestirà una mostra dedicata alle tavole della Marvel anni ’80. Dimensione Fumetto dedica una serie di approfondimenti speciali al fumetto statunitense post-pop art degli anni ’80, con particolare riferimento alla Marvel Comics che in quel periodo portò avanti una forte politica di rinnovamento. Il fumetto è sempre stato arte pop, poi è diventato pop art, e infine è tornato a essere arte pop: in fondo, come dicono gli americani, what goes around comes around.

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Nei fumetti non puoi sprecare il tempo. I fumetti esistono nel tempo. Il lettore si sposta nel tempo. Non è un lavoro da galleria, quindi devi sapere produrlo splendidamente perché è lì che i fumetti traggono la propria energia. Questo li rende sexy. Questo li rende divertenti. Che non rallentano, nel senso artistico. Tutto è narrativa. Quello che è fatto a mano nei fumetti è una cosa che i film non toccano. Per tanto tempo abbiamo pensato di essere il nipote bastardo e minorato dei media, ci eravamo scordati che in alcune cose siamo meglio di loro. E poi, sì, certo, i film sono meglio per un sacco di cose. I film sono molto più potenti. I film controllano il ritmo. Un fumettista deve essere molto furbo per rallentarli. Un regista deve solo lasciare la cinepresa dov’è per molto tempo. Sono degli insiemi diversi di virtù e debolezze. Quindi, sì, prima volevo fare i fumetti più come il cinema, adesso vorrei farli meno come il cinema.
(Frank Miller)

Il tempo e la capacità del lettore di colmare lo spazio bianco tra vignetta e vignetta sono l’aspetto più importante del medium fumetto: il fumetto, non disponendo di un discorso che si dipana nel tempo, lo fa dipanare nello spazio, inquadratura dopo inquadratura, ma chiede al lettore di far passare il tempo mentre passa da un’inquadratura a un’altra. Frank Miller, in questo senso, negli anni ’80 è stato un innovatore, divertendosi ad accelerare e dilatare il tempo a piacimento attraverso la composizione della tavola o elementi cari allo scrittore, come la ripetizione martellante di uno stesso disegno in più tavole per rappresentare lo scorrere del tempo.

Il Pezzo dell’Ubalda di cui ho scelto di parlarvi è tratto da L’ultima mano, Daredevil #181, dell’Aprile del 1982, culmine del ciclo milleriano che farà la fortuna di autore e personaggio e in cui Miller prende un personaggio carino, che i più generosi avrebbero definito di serie B, che lui stesso chiama lo «Spiderman dei poveri», e lo innalza nell’Olimpo del fumetto mondiale.

Miller introduce Elektra nel primo numero della sua gestione di Daredevil. Il tutto partiva da un’analisi dell’autore statunitense il quale intendeva sdoganare il cliché del supereroe che si lega sentimentalmente a ragazze “normali”. Miller si chiede: come mai i supereroi non sono teatrali nell’amore, tanto quanto lo sono nelle loro lotte? Pertanto Daredevil aveva bisogno di un amore degno di lui, della sua passione e della sua fisicità. Miller rapisce Elektra dal mito greco e dalla psicanalisi di Freud e la inserisce tra le pieghe del fumetto. Si tratta di analizzare la sessualità tra supereroi.

Per creare la ninja amata da Matt Murdock, Miller mischia la modella Lisa Lyon, una bodybuilder professionista già musa del fotografo Robert Mapplethorpe, e Katherine Hepburne, i cui zigomi alti ispirarono l’inchiostratore Klaus Janson. Elektra incarnava un primo tentativo di slegarsi e sdoganarsi dai cliché delle donne di Stan Lee, biondine accondiscendenti e subordinate spesso alla figura maschile, proponendo prima con Elektra e successivamente con la Carrie Kelly o la Wonder Woman del mondo de Il ritorno del Cavaliere Oscuro, la Marta Washington di Give My Liberty o la Nancy Callahan di Sin City, una rappresentazione della figura femminile forte, molto importante in un periodo storico in cui le donne avevano ruoli minori nel fumetto.

Prima di cominciare l’analisi di questo Pezzo dell’Ubalda, è necessario sapere che nei numeri precedenti Kingpin ha deciso di affidarsi a un nuovo killer nel mentre Bullseye è in prigione a causa di Devil, ovvero la mortale ex ninja Elektra. Bullseye riuscirà a sfuggire di prigione sfruttando la mancata attenzione delle guardie durante un’intervista televisiva nel penitenziario di Rykers Island, quindi sfruttando l’interesse morboso dei media verso la spettacolarizzazione per assassini e criminali (elemento che Miller riuserà nell’evasione del Joker ne Il ritorno del Cavaliere Oscuro), e disonorato per l’essere stato rimpiazzato da Kingpin, punterà a eliminare la rivale, la quale ha il compito di ammazzare Foggy Nelson. Durante il tentativo di omicidio da parte dell’ex ninja greca, Foggy riconosce nell’assassina il volto dell’amore giovanile al college dell’amico Matt e questo fa rinsavire la donna, rappresentando il momento di pentimento per Elektra e un punto di non ritorno per il personaggio.

Tavola di "Daredevil" di Frank Miller.

La composizione della tavola è costituita da una vignetta incastonata in uno sfondo bianco a sinistra, caratterizzata da un’enorme verticalità e un insieme di 8 vignette più piccole collocate sulla destra, di grandezza variabile. Grazie a questa successione in principio il lettore viene spinto a focalizzarsi sul colpo mortale di Bullseye a Elektra, in quanto la scena viene isolata e caricata di tensione.

L’ultimo atto della saga di Elektra doveva coinvolgere Bullseye, doveva essere uccisa crudelmente e freddamente dal peggior nemico di Daredevil, perché come ci insegnano capisaldi del fumetto come La notte in cui morì Gwen Stacy, questo è il massimo dell’umiliazione per l’eroe. Oltre l’iconica immagine del sai che trafigge il torace di Elektra, Miller inserisce un simbolismo ben preciso: è uno stupro e un omicidio in un giornalino dei supereroi.

L’occhio segue il tragico tentativo di una Elektra ferita di sfuggire alla morte, con Miller che gioca a dilatare e accelerare a piacimento il tempo. Elektra affronta una sorta di trasfigurazione cristologica (trasfigurazione che rivedremo, sempre con Miller, con il personaggio di Matt Murdock in Born Again), in cui la bella greca si trova a percorrere una personale salita al Calvario, derisa e sanguinante, che incespica, cade e si rialza nel totale disinteresse di tutti i cittadini di New York. Il mutismo dell’intera scena accresce il patos e isola Elektra dal mondo intero.

Elektra, come una preda ferita, prosegue verso il suo amore, cercando di completare il connubio tra Eros e Thanatos.

Tavola di "Daredevil" di Frank Miller.

Nella pagina successiva, la tavola è composta da un’alternanza di due vignette orizzontali, cinque vignette verticali e infine l’ultima ancora orizzontale. La composizione della tavola guida il lettore negli ultimi attimi di vita di Elektra, che, con le ultime forze, arriva alla porta del suo amore, l’avvocato cieco Matt Murdock. La gente assiste alla scena, indica, ma ancora rimane distante e disinteressata. Nella vignetta successiva Matt apre la porta e trova la donna che ama ai suoi piedi mentre Elektra ha la forza di sussurrare un ultimo «Matt…», unico baloon di dialogo in queste due pagine pregne di storytelling.

Miller allora sfrutta la verticalità delle 5 vignette centrali per imprimere una improvvisa dilatazione all’azione: Matt si rende ora conto, grazie ai sensi, del triste incubo che sta vivendo, il suo sguardo è fisso e una bocca sibillinamente aperta quasi lo tradisce. Egli è un semplice avvocato e deve mantenere le apparenze, ma il dolore travalica qualsiasi resistenza e lo spinge ad abbracciare il corpo immobile dell’amata. Il connubio tra Eros e Thanatos si è compiuto. I due amanti che non sono riusciti a essere uniti nella vita, si riuniscono in  un abbraccio quasi eterno e reso tale dalla ripetizione del gesto da punti di vista differenti.

Il dolore non traspare mai dal volto di pietra di Matt Murdock, ma diventa visibilmente esplicito su quello dei passanti, coloro che possono vedere realmente la scena, a differenza dell’eroe, tutti in penombra, tranne uno. Miller gli fa accendere una sigaretta, come nel primissimo esordio di Kingpin tra le pagine della sua gestione di Devil: la fiamma illumina il volto di quello che riconosciamo essere Bullseye.

L’ultima vignetta è estremamente carica di forza e patos. La tragedia si è compiuta e il triangolo tra Bullseye-Elektra-Daredevil, fatto di vita e morte si chiude, con Bullseye che ora è più che certo che l’avvocato cieco di Hell’s Kitchen sia proprio Daredevil. C’è un solo epilogo possibile ed è lo scontro tra le due forze di Bene e Male, in un eterno valzer che non avrà mai fine (come vedremo nella storia del ciclo chiamata Roulette).

In queste pagine c’è l’essenza della potenza del fumetto: vi invito a procurarvi l’intero ciclo di Frank Miller sul personaggio del ’79, perché qui si è fatta la storia del medium. E il personaggio di Elektra?

Frank Miller ha deciso di ritornare sull’argomento nell’incontro presso il Teatro del Giglio, in relazione all’ultimo Lucca Comics & Games.

Quando ho creato Elektra, io volevo solo cavarmela e riuscire a fare un personaggio che fosse interessante e pensate che è il primo incarico che ho avuto come sceneggiatore di una serie e sono stato colpito dal fatto che quel personaggio fosse diventato addirittura più famoso del protagonista della serie, di Devil. La storia stessa che stavo raccontando chiedeva che questo personaggio venisse ucciso a un certo punto perché non c’era altro modo sincero e onesto per portare avanti la storia senza ucciderla; nonostante le resistenze e le opposizioni dell’editor sono però riuscito a fare la cosa che pensavo fosse più giusta. Poi c’è stato naturalmente questo clamore da parte dei lettori dove tutti chiedevano che lei fosse riportata in vita e allora l’ho fatta tornare in vita. Quando però ho lavorato su Elektra Vive Ancora ho fatto apposta quella storia perché lei morisse di nuovo, perché fosse uccisa di nuovo e rimanesse morta. E COSA FA LA MARVEL? LEI È ANCORA QUI!
Ma in realtà quella non è Elektra è semplicemente qualcuno che le ha rubato il costume! Dovete sapere assolutamente che quella non è lei, è un altro personaggio ma non è lei.

Qui vi lasciamo fino al prossimo Pezzo dell’Ubalda, cari lettori e lettrici.

X-Men: essere mutanti oggi

The X-Men, I did the natural thing there. What would you do with mutants who were just plain boys and girls and certainly not dangerous? You school them. You develop their skills. So I gave them a teacher, Professor X. Of course, it was the natural thing to do, instead of disorienting or alienating people who were different from us, I made the X-Men part of the human race, which they were. Possibly, radiation, if it is beneficial, may create mutants that’ll save us instead of doing us harm. I felt that if we train the mutants our way, they’ll help us – and not only help us, but achieve a measure of growth in their own sense. And so, we could all live together.
(Jack Kirby)

I wanted them to be diverse. The whole underlying principle of the X-Men was to try to be an anti-bigotry story to show there’s good in every person.

(Stan Lee)

Il passato

Per anni gli X-Men sono stati la “cenerentola” del parco delle testate Marvel. Nati nel 1963 da un’idea di Stan Lee & Jack Kirby, questo supergruppo di adolescenti mutanti (persone dotate di incredibili poteri fin dalla nascita a causa di anomalie del patrimonio genetico) non aveva mai riscosso particolare successo e la sua collana a fumetti venne chiusa nel 1970 per scarsità di vendite, col numero 66 della collana a loro dedicata, nonostante l’ottimo lavoro svolto negli ultimi tempi per la testata da parte di Neal Adams e Roy Thomas.

Negli anni fra il 1974 e il 1975 la serie tornò in vita, ma trasformata nei protagonisti e nei contenuti, dando spazio alle problematiche e alle avventure di un colorito gruppo multietnico di persone temute e cacciate dalla società a causa della loro diversità. La parte del leone, infatti, non la facevano i classici pupilli di Xavier che tutti conoscevano, ma cinque mutanti più o meno nuovi di zecca: il canadese Wolverine, il tedesco Nightcrawler, l’africana Tempesta, il russo Colosso, l’apache Thunderbird, l’irlandese Banshee. Una nuova genesi di X-Men, affascinanti, eterogenei e avvincenti, resi vividamente dal tratto di Dave Cockrum, proveniente dalle grandi fortune in casa DC con la rinnovata Legione dei Supereroi.

Quasi immediatamente la formazione di questi mutanti venne affidata all’abile verve narrativa di Chris Claremont, che realizzò un’intelligente miscela di avventure e introspezione, tingendo gli albi di atmosfere cupe, tragedie shakespeariane e quel tocco di epica che non guastava in un albo di supereroi, concependo saghe a lungo respiro, e un’incredibile serie di trame e sottotrame che, nel tempo, hanno fatto la fortuna degli X-Men. La miscela divenne esplosiva quando allo scrittore inglese si affiancò il disegnatore anglocanadese John Byrne, che con uno stile a metà tra il classico e l’innovativo, fece diventare Uncanny X-Men la testata più venduta d’America.

Capire le ragioni del fenomeno X-Men è piuttosto difficile, ma è indubbio che alla base ci sono progetti ponderati e rielaborati col passare degli anni, ottimi autori e, soprattutto, il genio e l’inventiva di Claremont che ha retto le redini del gruppo per oltre sedici anni. Grazie a lui il termine “mutante” è diventato una metafora del “diverso” nella società contemporanea. Da tutto e da tutti si difendono gli X-Men: dalla paura che il proprio fisico subisca ulteriori e incontrollabili mutazioni, dai loro nemici, anche dal mondo, che non li ama. In Giorni di un futuro passato e Dio ama, l’uomo uccide Claremont parla chiaro: ci sono politici e predicatori religiosi che pur di mietere consensi sono disposti ad anteporre l’odio contro di loro, i diversi. «Sapete chi sono i vostri bambini?» è il motto del candidato antimutante.

Le etichette saranno sempre più importanti del modo in cui si vive, nei fumetti come nella realtà, mostrando come il discorso di Claremont sia ancora vividamente attuale. Allora la “X” del professor Xavier, la stessa di extra: eXtrapoteri, eXtraterrestri, eXtracomunitari, la “X” di Malcom X, la “X” di chi non sa scrivere, di chi non ha un ruolo e un posto nella società, è il simbolo di questo gruppo di reietti di diversa nazionalità che si scoprono una famiglia.

 

Veniamo ad oggi

Il mondo mutante a oltre 40 anni di distanza da Giant-Size X-Men #1 mostra tutto il peso della sovraesposizione degli anni ’90, delle troppe testate e della continuity intricata. Allo stesso tempo, quelle tematiche che hanno reso grandi gli X-Men hanno fatto scuola e sono permeate nella formazione di quei bambini di un tempo oggi diventati autori ed editor adulti. In particolare col brand All New All Different (che ai più attenti ricorderà proprio lo slogan che campeggiava sulle copertine dei primi X-Men di Claremont), la Marvel ha puntato a sconvolgere e cambiare gli equilibri del Marvel Universe puntando spiccatamente su personaggi come Miles Morales, Kamala Khan, Amadeus Cho, Riri Williams, America Chavez, Lunella Lafayette, Sam Wilson, Jane Forster eccetera, e con ognuno di loro che rispecchia un “diverso” per la sua etnia, per la propria religione o l’età.

E a questo si aggiunge la volontà da parte delle capocce Marvel di puntare negli ultimi anni maggiormente i riflettori su Inumani e Vendicatori. In questo contesto diventa difficile comprendere quale sia il ruolo degli X-Men se assistiamo alla nascita di un gruppo come la cosiddetta Squadra Unione degli Uncanny Avengers di Rick Remender, dove un gruppo Vendicativo sembra più pronto e in grado di affrontare tematiche quali la discriminazione. Come afferma Scarlet Witch (ormai una ex-mutante dopo gli eventi di Axis) all’interno della serie:

Nascere mutanti o nascere all’interno di una cultura, di un’etnia o anche di una religione è ben diverso. Questi aspetti sono radicati nelle tradizioni, nella condivisione del passato, di valori e, per la religione […] della fede. Essere mutante […] non è solo il modo in cui si è ricevuto un superpotere ed è l’unica cosa che condividiamo universalmente. Ma a parte questa distinzione […] no, non penso che la condizione di nascita sulle quali non si ha alcun controllo dovrebbero essere usati per dividerci in categorie.

Appare chiaro come gli X-Men negli ultimi tempi siano stati come un pugile alle corde, l’ombra di quello che erano: avendo perso la loro identità, e il loro messaggio di perseveranza, di fronte a discriminazione e persecuzione, il messaggio è apparso debole.

Ma se avete cominciato di recente ad avvicinarvi ai fumetti e vi è venuta voglia di conoscere meglio X-Men anche grazie alle pellicole di Bryan Singer o se siete degli aficionados delle vicende mutanti e volete cercare qualche lettura in più degli ultimi cinque o sei anni, che fare? Soprattutto in un marasma editoriale e in un contesto così come quello di cui vi ho appena descritto? Ecco che Dimensione Fumetto viene in vostro soccorso con una selezione di tre titoli meritevoli in salsa mutante degli ultimi anni.

  • UNCANNY X-FORCE di Rick Remender con vari artisti del calibro di Jerome Opeña, Essad Ribic, Greg Tocchini, Phil Noto e Julian Totino Tedesco

Abbiamo tutti il potenziale di essere dei gran bastardi, Evan. La differenza è che tu non hai mai smesso di lottare. Hai combattuto per diventare l’uomo che tuo zio Cluster vedeva in te.

Uncanny X-Force di Remender è stata una delle migliori serie in circolazione negli ultimi anni. Durata 35 numeri, ha presentato le avventure della X-Force, la squadra segreta composta da Wolverine, Psylocke, Arcangelo, Fantomex e Deadpool che si occupa di portare a termine le missioni più sporche. In essa Remender ci mostra tutto il suo pessimismo e questo è un elemento della sua natura che viene espresso in molti modi nei suoi fumetti. In Uncanny X-Force un bambino deve morire per la sua natura e per il nome che porta. Infatti il filo rosso attorno a cui ruota la narrazione è da una parte una riflessione su quanto il male (o addirittura l’omicidio) sia accettabile da compiere per preservare il bene, su quanto pochi siano disposti a caricarsi sulle spalle cadaveri affinché altri possano ergersi a eroi; dall’altro ci racconta di come chi o cosa riesce a influenzare pesantemente la nostra vita e la lotta disperata dei protagonisti per spezzare questa catena. Di quanto siamo artefici del nostro destino e come ci autodefiniamo moralmente quando la generazione precedente direttamente o indirettamente ha fallito nella trasmissione dei valori.

A questo si uniscono altri elementi come viaggi in mondi alternativi, come quello dell’Era di Apocalisse, Deathlok, i Bretagna Corps e Brian Braddock, la Nuova Confraternita dei Mutanti Malvagi e altri, uniti ad archi di trasformazione che coinvolgono davvero ogni elemento del gruppo. Particolare la caratterizzazione di Deadpool, le cui battute e risate sono solo un modo per nascondere l’intima vulnerabilità, e che finirà, antiteticamente a quanto possa pensare il lettore (e unitamente a lui i restanti membri del gruppo), per incarnare nei momenti catartici la voce della ragione.

  • SCISMA di Jason Aaron con vari artisti + WOLVERINE E GLI X-MEN sempre di Jason Aaron con Chris Bachalo e Nick Bradshaw

Abbiamo sbagliato strada Scott. Da qualche parte, lungo il cammino. Quando abbiamo iniziato a pensare ai ragazzi come a truppe di combattimento.

La mini-serie Scisma, sceneggiata da Jason Aaron, si è rilevata un evento mutante molto importante, rappresentando il punto di rottura fra Ciclope e Wolverine, due X-Men spesso in contrasto, ma che allo stesso tempo si sono sempre rispettati per il benessere comune degli X-Men. Qual è il tema dello scontro ideologico tra i due mutanti? Come gestire i giovani X-Men, i bambini. In particolare Ciclope ha lasciato che la giovane Indie “Oya” Okonkwo uccidesse alcuni avversari. L’aver messo la ragazza davanti a una scelta così traumatica ha acuito le tensioni tra i due vecchi amici, facendo riemergere rancori sopiti. Alla fine di Scisma, Wolverine decide di prendere la sua strada e di aprire la Scuola Jean Grey, che sorgerà dove un tempo si trovava l’istituto di Charles Xavier che tanti anni prima vide nascere gli X-Men, rappresentando una casa per tanti giovani mutanti in fuga da sé stessi e dal proprio passato proprio come Wolverine.

Scisma rappresenta quindi il passaggio del testimone dalla dicotomia Xavier-Magneto a quella Ciclope-Wolverine degli ultimi anni. Aaron, grazie alla lunga durata della sua gestione su W&XM, ha potuto contare su trame a lunga gittata e sottotrame, marchio di fabbrica di Chris Claremont (che citerà marcatamente) portando numero dopo numero a compimento l’evoluzione della stessa Idie e di Quentin Quire (personaggio creato da Morrison nei suoi New X-Men e ripreso da Aaron) avviata in Scisma. Questi alla fine della serie si ritroveranno cambiati e maturati: la prima, costretta a sporcarsi le mani in giovane età e a odiare prima ancora che amare, troverà nei valori affettivi la chiave per una visione non nichilistica del suo futuro; Quire invece dimostrerà quanto aveva ragione Wolverine a prenderlo sotto la propria ala, raccattandolo da una prigione dello Shield e dalla custodia di Capitan America, nel dargli un’occasione per renderlo qualcosa di diverso da un “mostro di livello Omega”. Ma loro e due non saranno gli unici studenti della Scuola Jean Grey (infatti con loro ci saranno Broo, Kid Gladietor, Mille Occhi, Genesis, Shark-Girl, Glob Herman e Sprite) con un corpo docenti di dissidenti dalle file di Ciclope come Bestia, Tempesta, Kitty Pryde, Rechel Grey e l’Uomo Ghiaccio, i quali aiuteranno Wolverine nel duplice compito di preside e insegnante. Apporteranno anche un ulteriore tassello all’evoluzione del personaggio, che l’autore ha ampiamente curato dai tempi di Wolverine:Weapon X e dandoci un Logan finalmente in pace con sé stesso, con i cadaveri del suo passato e le mani troppe volte sporche di sangue, ergendosi a figura paterna ingombrante affinché i giovani mutanti non diventino un gruppo para-militare come vorrebbe Ciclope.

  • MAGNETO di Cullen Bunn e Gabriel Hernandez Walta

Ecco perché combatto. Nomi. Migliaia di nomi. I nomi dei mutanti strappati con la violenza a questo mondo. Ciascuno è una cicatrice che mi alimenta.

Magneto è un personaggio complesso, dalle molte vite e scritture, da supercriminale stereotipato a personaggio shakespeariano, sempre in bilico tra bene e male ed eternamente tormentato dai dubbi, grazie alle abili mani di Claremont, un terrorista, un partigiano, tante volte trovatosi a ritornare sui suoi passi, finendo per militare negli X-Men e guidarli in assenza di Xavier. Cullen Bunn prova a darci un’ulteriore riscrittura del personaggio, questa volta come un vero vigilante noir. Nei primi numeri di questa serie Bunn costruisce un hard boiled in chiave mutante, in cui un Magneto rasato a zero, dai lineamenti duri, vestito di nero, dai lunghi monologhi e disilluso verso gli ennesimi crimini umani contro i mutanti, prova a farsi giustizia da solo, trasformando ogni oggetto di ferro in un’arma e con un Cullen Bunn capace di alternare il presente di vendetta ai ricordi del passato, guidando il lettore nelle tragedie e nei fallimenti di cui è tempestato il passato di Magneto, svelandone anche una certa ipocrisia. La serie verso metà, nel passaggio da Walta ad altri disegnatori, finisce per perdere la carica innovativa dei primi numeri, virando su scenari più convenzionalmente classici, con elementi antieroistici, pur mantenendosi di buon livello.

Il futuro

Recentemente abbiamo assistito negli Stati Uniti all’ultimo rilancio della famiglia degli X-Men, ResurrXion, avviatosi con l’albo speciale X-Men Prime. Alcune testate sono già partite, come X-Men Gold realizzata da Marc Guggenheim, tra gli sceneggiatori della serie tv Arrow, i cui primi numeri sono stati disegnati da Ardian Syaf, licenziato da Marvel Comics d23opo la querelle dei messaggi anticristiani e antisemiti contenuti nel primo numero, e con protagonista il team guidato da Kitty Pryde e composto da Nightcrawler, Colosso, Tempesta, Rachel Grey (con il nuovo nome in codice di Prestige) e Vecchio Logan; X-Men Blue di Cullen Bunn e Jorge Molina (con l’aiuto dell’italiano Matteo Buffagni e di Julian Lopez) con al centro il team degli X-Men originali arrivati dal passato guidati da Magneto; Weapon X sceneggiata da Greg Pak e disegnata da Greg Land avrà per protagonisti Vecchio Logan e Sabretooth, a capo di un gruppo composto da Domino, Lady Deathstrike e Warpath che cercheranno di fermare un nuovo progetto Arma X e che coinvolgerà l’altra testata scritta da Pak, Totally Awesome Hulk; Jean Grey scritta da Dennis Hopeless e disegnata da Victor Ibanez, che vedrà la giovane Jean avere a che fare con la Forza Fenice. Altre invece arriveranno più avanti: Generation X, scritto da Christina Strain e disegnato da Amilcar Pinna; Cable, curata da James Robinson e Carlo Pacheco; Iceman, con alla guida la coppia costituita Sina Grace e dal disegnatore italiano Alessandro Vitti; Old Man Logan, che vedrà il solido duo Lemire-Sorrentino salutarci per il nuovo team composto Ed Brisson e Mike Deodato; Astonishing X-Men, sceneggiata da Charles Soule mentre ai disegni si alterneranno disegnatori diversi numero per numero.

Le testate già avviate, sebbene abbiano trovato un grosso riscontro di pubblico, dimostrando quanto ancora sia forte l’interesse verso i mutanti nonostante le ultime stagioni poco felici, non risultano per ora spiccare di originalità, con ammiccamenti non troppo velati agli anni di X-Chris e ai Novanta, riportando le X-testate a scenari piuttosto classici e puramente eroistici per i lettori navigati, anche se è ancora troppo presto per poter dare giudizi netti e bisognerà inoltre attendere i prossimi mesi per farsi un quadro più chiaro dell’andamento futuro di tutte testate.

Daredevil: Mark Waid e il sorriso del Diavolo

Quanti supereroi sono famosi per quello che non sanno fare?

Superman vola e può sollevare edifici, Batman è furbissimo e ha tutta la tecnologia del mondo, Spiderman tesse ragnatele e si dondola dagli edifici, Daredevil è cieco. Non ci vede. È questo che lo contraddistingue. Nel ’79 il giovane Frank Miller rimase folgorato da questo personaggio, se ne innamorò, intravedendo in lui un perfetto eroe hard-boiled. Era come se Miller avesse portato un whisky in un parco giochi. C’era violenza e durezza nel suo Daredevil nella solita idea milleriana di voler suscitare reazioni forti nei lettori, intuendo che il pubblico non va ricercato solo tra appassionati prettamente giovani, ma anche tra chi giovanile non lo è per niente. Miller prende un personaggio carino, che i più generosi avrebbero definito di serie B, che lui stesso chiama lo “Spiderman dei poveri”, e lo innalza nell’Olimpo del fumetto mondiale.

Io ci vedevo qualcosa di molto tosto. Matt è quello che punisco per tutti i miei errori e i miei peccati. Perché è davvero un eroe con dei difetti, perché è un uomo che vuol far del bene e causa un sacco di danni. Matt doveva essere un cattivo. Ha avuto un’infanzia orribile, la sua vita romantica è tremenda. Certo le ragazze sono belle, ma alla fine o muoiono o cercano di ucciderlo. Ma in qualche modo si redime e va avanti. Non si arrende. È proprio come suo padre.

In tutto il suo ciclo e soprattutto in Born Again, Miller cerca di disfare il macchinario dell’eroe e di rimetterlo insieme in modo più stretto e duro. Scompone Daredevil, lo distrugge in modo da fare emergere il vero eroe profondo, in modo da far capire che l’eroe non è il costume. Il costume è solo un vestito intorno all’eroe.

Miller aveva tracciato la strada maestra sul come scrivere Daredevil e i successivi autori, in diverse decadi continuarono il suo approccio a una scrittura hard-boiled del personaggio: Ann Nocenti gli regala uno spessore psicologico inedito approfondendo i risvolti sociologici individuati da Miller, Kevin Smith sviscera il rapporto controverso del personaggio con la religione e Bendis e Brubaker hanno esaltato la componente noir con toni da dramma esistenziale.

Quando nel 2011 Mark Waid prende le redini della testata, Matt Murdock è in un momento particolare. Nemmeno la rivelazione della sua identità segreta lo ha fermato ma le perdite e le sconfitte del personaggio sono state tante, troppe. E Matt è caduto troppo in basso (incarnato da quella saga pessima nota come Shadowland, con un Matt posseduto da un demone e leader della Mano). Fondamentalmente, a livello editoriale, durante tutto il volume due, si è abusato con il cliché di far guardare Devil a lungo nell’abisso, della disperata caduta dalla grazia e di smontare e rimontare l’eroe. E a confermarcelo sembra essere lo stesso Waid tramite le parole di Matt:

È stata dura. L’Inferno che ho vissuto è stato solo il primo passo su una lunga strada di altri orrori personali. Alla fine ho dovuto lasciare la città, lo studio legale, i miei amici. Ma ora ho deciso di lasciarmi tutto alle spalle e di ricominciare da capo…perché l’alternativa era soccombere alla follia. Di nuovo.

Waid allora propone di ritornare all’origine del personaggio. Torniamo alle storie scritte da Lee, Roy Thomas, Gerry Conway con un’epica meno drammatica di quella destinata a caratterizzare il personaggio. Waid riprende tutta la vita narrativa di Devil con le storie e i nemici più sgangherati pre-Miller, tutto quello che gli scrittori preferiscono eliminare in favore di una continuity più omogenea. Per certi versi è quello che ha fatto Morrison con All Star Superman e il suo ciclo su Batman: ovvero quando io voglio innovare, dopo una decostruzione estrema, bisogna tornare indietro, prendere il personaggio classico, ripensarlo e riproporlo in chiave moderna.

Le prime storie che Waid ci propone sono molto gioviali, dettate da un gusto classico con un Matt che lotta con se stesso e la concezione che le persone hanno di lui e del suo alter ego per poter avere una nuova possibilità, un nuovo inizio, come uomo e come eroe. Intenzionato a ricostruire la sua vita dalle fondamenta, il primo passo è rifondare il suo studio legale, la Nelson&Murdock, al fianco del fidato Foggy, il suo migliore amico e la sua voce della ragione. Foggy è proprio la pietra angolare intorno a cui Matt vuole ricostruire la propria esistenza cercando di convincerlo di non essere più il vecchio se stesso, un punching ball torturato, autodistruttivo, roso dal senso di colpa. Mostra ancora un indomito coraggio Matt, ma non nel saltare da un palazzo all’altro di Hell’s Kitchen o nell’affrontare un ostico avversario più forte di lui. Questa volta il coraggio sta nella volontà di mettere un punto a un esistenza di psicodrammi e infinito dolore, e avere il coraggio di ripartire, non facendosi spaventare dagli incubi che hanno funestato il suo passato e di tornare a sorridere alla vita. Waid tuttavia si chiede: ma è realmente possibile per Matt mettere alla porta il suo passato? La risposta è chiaramente “no”. Il passato per lui, come per qualsiasi altra persona, è un vivo spettro che continua a serpeggiare e gli scheletri (veri e metaforici) torneranno a chiedere un conto salato al nostro Diavolo custode. Questo ciclo è profuso di quel senso di rinascita spirituale che solo Miller è stato in grado di conferire con Born Again, una di quelle letture che fanno bene all’anima dei lettori.

Un esempio perfetto per comprendere la qualità e il tono di storie di questo ciclo di Mark Waid è Daredevil vol. 3 #7 (l’albo è anche stato premiato con il Premio Eisner 2012 come Miglior numero singolo e questo non sarà l’unico Premio Eisner raccolto dalla run). C’è umorismo, ci sono i classici problemi da eroe, le due facce di Matt Murdock, le tematiche sociali, soluzioni grafiche accattivanti e uno storytelling di altissimo livello. Ogni anno, nel periodo natalizio, Matt porta in gita gli studenti della scuola di Cresskill con problemi e che provano ansia per il mondo esterno. Una tempesta di neve, un incidente in autobus e la necessità di portare i ragazzi in salvo costringono Matt a lasciar spazio al suo alter ego. La difficoltà per Matt in tutto l’episodio è quella di continuare a mantenere alto l’entusiasmo suo e dei ragazzini e non farsi spaventare dai demoni interiori e dalla paura di fallire. La vita di Matt è stata essa stessa un incedente negli ultimi anni ma alla fine saranno proprio i bambini a salvare l’eroe, quasi che lo sceneggiatore Mark Waid ci voglia suggerire che nei momenti duri bisogna legarsi alle persone care perché proprio queste possono aiutarci a rialzarci: nessuno si salva da solo. Questo è un messaggio importantissimo in virtù di un eroe solitario come Matt Murdock, che ha finito per allontanare tutte le persone care a causa di una vita di violenza e morte.

L’altro merito di Waid è di affrancare Daredevil dall’essere solamente eroe di quartiere (lontano dall’estremizzazione di lavori come per esempio Devil: Padre di Joe Quesada), di connetterlo all’intero tessuto del Marvel Universe e di aver introdotto la bella Kirsten Mcduffie, il nuovo vice procuratore distrettuale, personaggio dallo spiccato carisma e che ogni lettore finirà per amare.

Appare chiaro come per lo sceneggiatore Mark Waid questo ciclo abbia rappresentato una seconda giovinezza, accolto con estremo fervore da pubblico e dagli addetti ai lavori, e mostrato ancora una volta un viscerale amore per i personaggi classici del filone supereroistico statunitense.

Da non sottovalutare inoltre i meriti di un comparto grafico di altissimo livello che ha visto in Paolo Rivera, Marcos Martin, Mike Allred e Chris Samnee le proprie stelle. Nonostante quest’ultimo spicchi per gran parte del ciclo, grazie alle sue matite dal tratto molto classico, ma al contempo fresco e adatto alla narrazione di Waid, nei due cartonati attualmente editi da Panini, la parte da padrone la fanno Paolo Rivera, col suo stile classico e plastico, e Marcos Martin, col suo tratto leggero e con la sua composizione virtuosa della tavola (e mostrando una certa influenza dai lavori di Gianni De Luca).

Insomma lettori e lettrici, il Diavolo è tornato.

Daredevil #1: Giustizia Cieca
Paolo Rivera, Mark Waid, Marcos Martin, Joe Rivera
Marvel Italia, aprile 2016
144 pagine, cartonato, colore – € 14.00

Daredevil #2: Cuori nelle tenebre
Paolo Rivera, Mark Waid, Kano, Khoi Pham, Emma Rios
Marvel Italia, ottobre 2016
136 pagine, cartonato, colore – € 12.00

 

Visione: qual è il prezzo per essere assolutamente normali?

«Come ci si deve sentire ad essere intrappolati per sempre nel corpo di un androide coi pensieri e sentimenti di un essere umano?»

Con queste parole il dottor Hanry Pym nell’iconica storia di Roy Thomas e John Buscema Even An Android Can Cry (Anche un androide può piangere) rifletteva su una Visione dal volto di marmo persa in se stessa. Ma perché mi trovo a parlarvi di Visione?

Ormai abbiamo imparato a capire, noi di Dimensione Fumetto, che è proprio nei suoi personaggio marginali e improbabili che si trova la vera forza della Casa delle Idee attuale, come già era successo negli ultimi anni dal primissimo Marvel Now (gli esempi vanno dal conclamato Hawkeye di Fraction al Dottor Strange in corso di Aaron).

Visione si dimostra un’ulteriore certifica a questa idea, presentandosi come una delle sorprese più belle del rilancio Marvel All New All Different (La Nuovissima Marvel in Italia), grazie al sapiente lavoro di tessitura imbastito da Tom King (Omega Men e Sheriff of Babylon) e Gabriel Hernandez Walta (Magneto), creando qualcosa di unico e probabilmente irripetibile nel genere supereroistico.  

Nonostante sia piuttosto importante nell’economia dell’universo in cui opera, presente addirittura in più formazioni dei Vendicatori che si sono succedute su carta, Visione non era certo un personaggio notissimo al grande pubblico, trovando una rinnovata popolarità con la venuta del sintenzoide rosso in Avengers: Age of Ultron.

Quando penso a Visione, penso al suo rapporto con Scarlet, penso alla sua strana famiglia in cui Hank Pym era suo nonno, Ultron era suo padre e lui aveva dato alla luce insieme alla strega di Wundagore a due gemelli, che sono andati incontro a quella fine orribile e complicata. Perché nella narrativa legata a Visione il tema famigliare è così importante?

L’intelligenza artificiale Ultron poco dopo la sua nascita aveva sviluppato un complesso di Edipo verso il suo “padre” Hanry Pym nel passaggio dall’infanzia all’età adulta poiché lo riteneva, come il resto degli umani, imperfetto. Ultron aveva la vita ma non l’umanità e desiderò a sua volta un figlio per interesse personale, affinché gli fosse servo nella mortale battaglia contro i Vendicatori e la sua figura paterna Pym, portando così alla creazione di Visione. Appare chiaro in principio come Visione porti sulle spalle il fardello di quello che in Psicolgia si chiama Principio dei vasi rotti, cioè che i traumi subiti dal genitore, il genitore li ripropone al figlio: Ultron soffre la figura paterna Pym, Visione a sua volta soffre la figura paterna Ultron. Visione essendo un sintenzoide dotato di pensiero autonomo si ribellerà al giogo del padre e si unirà a sua volta ai Vendicatori, poiché non è inumano. Sente, pensa, ama. L’amore in particolare è proprio il mezzo usato da Visione per urlare al mondo la sua umanità, attraverso il tortuoso rapporto con Scarlet. L’idea di base è che Visione vuole essere normale. Questa è una delle cose che lo rendono affascinante, e uno dei motivi per cui fu creato da Roy Thomas. È un essere totalmente straordinario, ma vuole essere ordinario. E cosa c’è di più ordinario di una famiglia? Pertanto Visione ha cancellato le sue emozioni, ma non tutte, per fare tabula rasa e partire da zero. Ha operato una sorta di reboot di sistema, e quindi, all’inizio della storia, si è creato una famiglia, andando a vivere in Virginia, nella contea di Arlington, insieme alla moglie Virginia e ai figli Viv e Vin.

Tom King gli dona una casa come tante dal giardino curato, un lavoro per cui la mattina bisogna alzarsi e uscire (Visione vorrebbe che la Casa Bianca gli desse un ruolo ufficiale che gli garantisse uno stipendio, visto che i Vendicatori non offrono più un salario e i suoi risparmi non sono destinati a durare in eterno), una moglie e due figli assolutamente normali. È stato creato da un pazzo che gli aveva detto “Tu sei mio servo!” e ora che Visione si è creato a sua volta una famiglia, per non ripetere uno dei peccati paterni, vuole che Virginia, Viv e Vin, trovino da soli la loro strada nel mondo. Ognuno deve decidere da solo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per lui. Ognuno deve decidere che ruolo svolgere nella società. Come dice lo stesso Visione confrontandosi sulla moglie:

«La ricerca di un fine prestabilito tramite mezzi logici è proprio della tirannia, è la visione del mio creatore. Di Ultron. La ricerca di un fine irraggiungibile tramite metodi assurdi è propria della libertà, è la mia visione del futuro. Del nostro futuro.»

Quindi i bambini andranno a scuola e Virginia andrà in cerca di un lavoro. Tutto sembra molto ordinario, almeno all’inizio. Sì, perché King, sin dalle prime battute, insinua un dubbio nel lettore: è possibile per loro vivere una vita normale? Possono essere come voi e me e restare comunque dei sintezoidi?

Questa non è una serie di supereroi, qui parliamo di una famiglia creata artificialmente, che è stata piazzata in un contesto e deve adattarsi. Come cinicamente dice uno dei vicini di casa dei Visione:

«Robot che creano altri robot. Che vogliono essere, come dire, che non vogliono essere robot. È contronatura.»

Il tema portante della serie di King è la crisi, intesa in senso generale come rottura di una condizione data; rottura che, a sua volta, implica la necessità della scelta. Questa crisi viene sviluppata secondo due conflitti: conflitto esterno (il percorso di inserimento dei Visione all’interno della Contea di Arlington) e conflitto interno (l’evoluzione del rapporto tra i singoli individui del nucleo familiare).

 

  1. CONFLITTO ESTERNO.

King non lesina critiche a chi intorno a loro considera i Visione delle aberrazioni, tramite gli occhi dell’innocenza di Viv e Vin, incapaci di comprendere la malvagità e l’odio, il dolore e l’essere cattivi, una critica a chi odia semplicemente l’idea di qualcosa di diverso:

«Ci odiano. – Vin spiegò a suo padre – Ci odieranno sempre.

Sciocchezze. – Rispose Visione – È impossibile odiare quello che non si conosce. Non vi conoscono e quindi non sono capaci di odiarvi. Potrei magari ammettere che odino l’idea di quello che siete. Ma se così fosse vi aspetta un compito semplice. Dovete dimostrare loro che voi non corrispondete a quell’idea. È tanto difficile? »

Ma questa non è una favola buonista, una storia di accettazione biunivoca del diverso, come ci insegnano le storie degli X-Men. È uno spaccato delle periferie contemporanee, dove la volontà di abbattere le differenze diviene violento e Visione si ritrova più spesso di quanto dovrebbe a ricordare a chi gli è intorno che fa parte dei Vendicatori, che ha salvato il Pianeta trentasette volte e che ogni giorno della nostra vita, ognuno dei nostri respiri, ognuno dei nostri battiti lo dobbiamo a lui. L’accettazione è più difficile di quanto i media ci abbiano raccontato in tutti questi anni, tanto negli States come da noi, e questo King lo sa.

 

  1. CONFLITTO INTERNO.

All’inizio della serie, Visione ci viene presentato come il tipico esponente di quella new middle class americana dai “colletti bianchi”. Se gli Stati Uniti sono ancora il paese delle “infinite possibilità” e che chiunque può soddisfare il suo sogno di famiglia tipo, perché non può farlo pure un sintenzoide?

A questo fa da contraltare Virginia. Questa incarna la condizione di drammatica solitudine che la donna è costretta a subire a causa del suo ruolo nel quadretto idilliaco della “famiglia tradizionale”. Incapace di relazionarsi col mondo esterno, priva dell’esperienza, non in grado di apprendere pienamente ciò che la circonda e sentendo il marito distante fisicamente e mentalmente, viene stritolata dalle responsabilità familiari, dando vita a una serie di segreti che serpeggeranno per tutte la serie e che metteranno a serio rischio la tenuta della famiglia dei Visione. Ne emerge quindi uno squarcio della classica famiglia del nord-est statunitense crudelmente accurato, permettendoci di respirare anche le atmosfere di finto perbenismo di quelle famigliole dal prato curato mentre tra le pareti di casa si sviluppano drammi irrisolti e destinati a lasciare squarci nella psiche dei singoli individui.

Come in un dramma shakespeariano, l’eroe ha un difetto che lo porta alla tragedia: quello di Visione è il suo desiderio di essere umano, normale. Una caratteristica nobile. Citando lo stesso Tom King:

«Come Amleto, che non uccide il proprio zio all’istante, ma lo fa in maniera teatrale, così da esporne la colpa di fronte a tutti, da fare giustizia, attirando così la sventura su di sé e sui suoi cari, anche Visione sta cercando di ottenere qualcosa di buono. Ma, nel processo, è preda dell’ossessione che lo dilania internamente. Credo che questo dica moltissimo delle emozioni che tutti noi proviamo nella nostra vita, quando gli obiettivi che ci siamo dati iniziano a farci del male. »

Nella sua ricerca di umanità, favorito dal monologo di Shylock de Il Mercante di Venezia di Shakespeare del quinto capitolo, Visione ha trovato nella famiglia borghese il metodo con cui affermare la sua umanità (come in passato aveva fatto tramite l’amore per Scarlet), ma essere umani implica delle scelte e le scelte hanno un costo.Visione sta inseguendo un miraggio e, nel farlo, rischia di trasformarsi in un mostro.

Elemento chiave per la costruzione di un castello così complesso è senza dubbio il tratto del disegnatore Gabriel Hernadez Walda. Questi esalta le piccole cose banali della vita di tutti i giorni, infiniti dettagli, anche apparentemente insignificanti, e dona uno standard estetico da classico telefilm americano, ma capace di divenire disturbante e perturbante in una generale atmosfera di placida tranquillità. Menzione a parte la meritano il modo di disegnare gli occhi vuoti dei sintenzoidi, ma comunque capace di esprimere il loro tumultuoso stato emozionale interno. Le cover di Mike Del Mundo poi sono un valore aggiunto a una serie già perfetta e capace di sintetizzare in splendide cover i discorsi avviati lungo tutta la serie da Tom King.

Appare chiaro che The Vision è un fumetto che tutti dovrebbero leggere, un esempio di come al di là del disfattismo dei lettori nostalgici la Marvel sappia raccontarci ancora delle belle storie, una narrazione che mischia il thriller alla critica sociale, Asimov e Breaking Bad applicato al Marvel Universe, il “momento Vertigo” della Marvel.

Fatevi un favore, leggetevi Visione.

 

La Visione #1: un po’ peggio di un uomo

Tom King, Gabriel Hernandez Walta
Marvel Italia,
136 pagine, cartonato, colore – € 14.00

Dottor Strange, Aaron, Bachalo ed il loro mondo bizzarro

«Nel mio lavoro a volte hai il lusso di rilassarti, agitando le dita e lasciando che la magia faccia il suo lavoro. Altre volte devi rimboccarti le maniche e sporcarti le mani. Sperando che nessuno noti che tremano.» (Stephen Vincent Strange)

Il Dottor Strange è un classico personaggio dalla vita editoriale travagliata, la cui Doctor Strangeprima apparizione avvenne nell’estate del 1963, sul n. 110 di Strange Tales, mensile antologico dedicato a storie del mistero e dell’occulto nato negli anni ’50, quando ancora la Marvel si faceva chiamare Atlas, e vide raccontate le sue origini solo nel n.115 da parte dei creatori Steve Ditko e Stan Lee (i papà anche di un certo Tessiragnatele). Da lì diventò uno dei personaggi fissi della testata, con storie prettamente autoconclusive come si usava all’epoca, lunghe 5 o 6 pagine, che divennero le più popolari tra gli studenti dei College, grazie alle surreali esplorazioni visuali sempre più allucinogene mostrate da Ditko. Queste anticipavano la fascinazione della controcultura giovanile del periodo per misticismo e psichedelico e finirono per divenirne un simbolo, tanto che i Pink Floyd integrarono nella copertina del loro secondo album A Saucerful of Secrets (1968) una vignetta di Strange Tales 158, tratta dalla storia di Doctor Strange: The Sands of Death, dove il Tribunale Vivente, appena comparso a Strange in tutta la sua aliena e inquietante magnificenza, alla fine del 157, annuncia l’imminente distruzione del pianeta Terra a causa di inconsapevole gesto di Stephen stesso, ed inserirono un diretto riferimento al Signore delle Arti Mistiche nel testo di Cymbaline:  «And Doctor Strange is always changing size».

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Successivamente Ditko avrebbe rotto con la Marvel per dissidi con Stan Lee, Strange Tales avrebbe cambiato definitivamente nome in Doctor Strange e, col numero 169, il personaggio avrebbe visto un succedersi frenetico di sceneggiatori e rese grafiche, tutte di altissimo livello qualitativo (Roy Thomas, Gardner Fox, Steve Englehart e Roger Stern da un lato, Barry Windsor Smith, Jim Starlin, P.Craig Russell, Gene Colan e Frank Brunner dall’altro) senza tuttavia avere un facile successo tra gli appassionati, i quali videro il personaggio vagare tra serie aperte, chiuse e successivamente rilanciate, testate antologiche e The Defenders. È dal 1996 che il Dottor Strange non appare in una serie regolare a lui dedicata e con il personaggio che nel decennio successivo troverà spazio soltanto in storie e miniserie autoconclusive o in mega eventi, entrando a far parte dei Nuovi Vendicatori e degli Illuminati.

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E infine arriviamo al presente. Con l’imminenza del suo esordio cinematografico, la Marvdoctor-strange-2-copertina-di-chris-bachaloel ha pensato bene di rimettere in pista il Signore delle Arti Mistiche (ne abbiamo parlato anche QUI), ponendolo sotto le luci della ribalta e di nuovo in una testata a lui dedicata (in Italia è la prima volta che il Doctor Strange ha una testata con il suo bel nome in copertina), sfruttando l’onda lunga dell’ultimo rilancio All-New All-Different Marvel e puntando su un team qualitativo, su cui si poteva scommettere ad occhi chiusi, composto da Jason Aaron e Chris Bachalo, e che fa capire come la dirigenza della Casa delle Idee si aspettasse qualcosa di assolutamente atipico, strano e bizzarro da questa nuova testata. Aaron, infatti, si sta affermando come una delle penne più autorevoli nel fumetto mainstream e non, ottenendo un premio Eisner nel 2016 come Miglior Scrittore e conquistando i lettori più difficili con Scalped e Southern Bastards ma anche contemporaneamente capace di portare avanti campioni di vendite come Star Wars e soprattutto la lunga run su Thor. Questa, tuttora in corso, si sta attestando come una delle più lunghe e importanti sul personaggio, districandosi abilmente con la continuity di Thor Odinson e il suo cast di personaggi, in particolare una vecchia conoscenza per gli affezionati lettori come Jane Foster, mostrando una scrittura tanto versatile quanto spiccatamente realistica e pungente. Intervistato da CBR sulle motivazioni che lo hanno spinto ad accettare l’incarico, afferma:

A dire il vero, questo è un lavoro che aspettavo da lungo tempo. Il progetto è stato in fase di “pre-produzione” per un po’, ben prima di Original Sin. Non so di preciso cosa ha inizialmente acceso il mio interesse verso il personaggio, penso che ciò risalga a quando leggevo le sue storie negli anni ’70, roba come il ciclo di Steve Englehart e Steve Gerber. Amavo quel periodo, e chi lavorava su questi fumetti. Volevo scrivere del Dottor Strange, e quando Kevin Feige annunciò il film sul personaggio, pensai: “Bene, se c’è un film in lavorazione, non manca molto al momento per il fumetto con protagonista Strange”. Così, proposi la cosa ad Axel Alonso, il quale mi ha tenuto sulle spine per un po’. Aspettavamo il momento giusto per lanciare questa serie, e il giusto artista che si occupasse della grafica. Chris Bachalo è stata davvero la nostra prima scelta, forse l’unico della nostra lista. Lo volevamo a tutti i costi. Sono felicissimo che tutto ciò sia avvenuto.

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Dalle parole di Aaron appare evidente l’importanza della cura grafica di Buchalo per la realizzazione della serie: disegnatore spesso sottostimato per essersi allineato in parte a quello stile vicino al manga e ai cartoni animati giapponesi che Joe Madureira aveva già portato sulle pagine dei fumetti dedicati agli X-Men, qui ritorna a un tratto più simile a quello mostrato su Death e Shade The Changing Man in Vertigo, palesando la netta volontà di distanziarsi dalla codificazione dei reami cosmici e onirici che fanno generalmente riferimento allo Strange di Steve Ditko, e che in mano a Buchalo diventano più fantasy che mistici. Il disegnatore intervistato, dice:

Abbiamo visto molti stili, negli anni, ma tutti quanti hanno fatto capo a quell’epoca. Io voglio che ogni singolo reame abbia le sue regole, un suo aspetto peculiare e riconoscibile. Alcuni potrebbero essere interamente cubici, altri del tutto liquidi. Prometto di essere creativo, in questo.

I disegni di Bachalo si presentano sempre sopra le righe, contraddistinguendosi per la densità di particolari e la gestione dei volumi della tavola, con una griglia incapace di contenerlo, evidenziando come il disegnatore si diverta a sminuzzare, allargare, ricomporre e fare molto uso di doppie pagine, dando un’esperienza di libertà di lettura pari solo a quella che potrebbe darci il mondo che si apre dinanzi agli occhi di Strange: fatto di vermoni, piante minacciose, orsacchiotti di pezza giganteschi, mondi alternativi o labirintiche stanze del Sancta Sanctorum.

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A livello narrativo Aaron pone l’accento su un elemento catartico nella figura del Doctor Strange, ovvero il tema dell’equilibrio, sviluppandolo in tutte le sue sfaccettature. Stephen fa uso principalmente della magia e sa di essere in cima alla piramide di tutti i maghi esistenti. Dalla sua prospettiva, è consapevole di questo e non può non vedere la stranezza, la particolarità della sua posizione. Casa sua è il posto più folle di New York City, persino di quella del Marvel Universe. Questo lo diverte. D’altro canto c’è la componente meno luminosa, il prezzo che questa vita esige. E, di nuovo, è questione di equilibrio. Infatti il Doctor Strange di Aaron dobbiamo visualizzarlo come uno Stregone Supremo che cammina lungo un percorso diverso da quello delineato da altri autori, che sembra soffrire la sua dimensione di divisione tra magia e umanità, come mai fatto in precedenza. Se Englehart, il quale avrebbe influenzato gran parte della scrittura successiva intorno al personaggio, plasma l’immaginario di Strange tendendo verso la figura del vecchio saggio dell’universo Marvel e macchiandolo della condizione di superuomo riuscito (incarnato dall’acquisizione del titolo di Stregone Supremo che lo pone a un gradino dal Tutto), distaccato dalla vita, che lo costringe ad aggrapparsi all’amore per Clea, al suo ruolo di difensore della Terra e ai peccati del passato, per non perdere la sua umanità (molto similmente ad un altro dottore, il Dr. Manhattan, della narrativa fumettistica), Aaron ci dà uno Strange umano, troppo umano che sembra più giovane, non indossa più un ambigua calzamaglia, che cammina in mezzo a noi per le strade della città, difendendoci davanti ai nostri ciechi occhi non allenati alla magia, assaggiando scampoli di normalità nel Bar Senza Porte (ovvero un lounge bar solo per maghi nascosto nelle viscere di New York), con un Wong amico attivo e partecipe della vita di Strange e non un monotematico servitore come in passato, ma soprattutto aprendo il Sancta Sanctorum alla bibliotecaria Zelda Stanton, che ricorda la Sara Wolfe del ciclo di Roger Stern. Questa nuova visione porta anche a ripensare, da parte di Aaron, alla magia stessa, che diviene un fardello che grava non solo da un punto di vista spirituale ma anche fisico, e portando il lettore a rimettere in discussione ogni singolo movimento di mano e schiocco di dita compiuto da Strange nel corso della sua vita:

Dormo al massimo tre ore a notte. Altrimenti gli incubi mi farebbero uscire di senno. Se già non l’hanno fatto. Ho delle ulcere grandi come topi di fogna. Sputo pezzi della mia anima almeno due volte al giorno. E se domani verrò ucciso, che è sempre una possibilità, vallo a sapere se accanto al mio cadavere ci sarà un demone dell’oltretomba o una vecchia fiamma. (Stephen Vincent Strange)

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Ogni pugno ha il suo prezzo, ogni magia pretende il suo sacrificio e rapidamente assistiamo a un eccentrico mago, spesso deus ex machina delle vicende del Marvel Universe, che diviene un martire per l’umanità. Come afferma lo stesso Aaron:

Ci sono ripercussioni con le quali deve fare i conti, quando utilizza questo tipo di antico“forza”. Così che, quando Dottor Strange utilizza i suoi poteri, non è come quando Capitan America lancia lo scudo o Spider-Man le ragnatele. Ci sono ripercussioni, pesanti. Quando Strange appare e salva il mondo e gioca con queste forze mistiche e primordiali, deve pagare un prezzo. C’è sempre un contro-effetto. A volte è qualcun altro a pagarlo, in un’altra parte del mondo, o un’altra dimensione, a volte è lo stesso Strange. Ma questo prezzo deve comunque essere pagato.

Non è facile essere nei panni del Dottor Strange. Fa male. C’è un costo fisico, mentale e spirituale da pagare per percorrere questo sentiero e fare ciò che fa. Non voglio mostrare un Dottor Strange che sia una sorta di deus ex machina. Non voglio che appaia, muova le mani, faccia la sua magia e se ne torni a casa tranquillo. Voglio che il protagonista debba lottare sul serio e soffrire per ogni cosa che fa.

Strange è quel tipo di individuo disposto a pagare in prima persona il prezzo che richiede il benessere degli altri. E ciò è proprio come quando un dottore visita il suo paziente e afferma: – Vorrei tanto poter estirpare questa malattia dal tuo corpo, anche a costo di soffrirne io per primo. Questo è il Dottor Strange. E allora se il mondo della magia si sta spopolando, la magia stessa si affievolisce, gli Stregoni Supremi vengono bruciati ai pali come ai tempi dell’Inquisizione e nell’ombra si nasconde una mano misteriosa che si sta diffondendo come un cancro in tutto il mondo magico. Facendo fede al suo patto, il Dottor Strange dovrà identificare i sintomi, trovare la malattia e asportarla, ma non sarà così facile.doctor-strange-preview-4-1024x576

In conclusione, la serie alterna straordinaria leggerezza ad ampi momenti di drammatica maturità e consapevolezza, accompagnati dal cinismo e dall’umorismo nero del Doctor Strange e con chiare influenze da fumetto Indie e Vertigo (non a caso, dove Buchalo e Aaron si sono fatti le ossa), la serie si presenta come una delle migliori del lotto di quest’ultimo rilancio di casa Marvel, indicata anche per chi è a digiuno del personaggio.

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La Panini pubblica mensilmente il nuovo ciclo di Aaron e Bachalo da Giugno, in uno spillato che vede inoltre la pubblicazione della ottima Scarlet Witch di James Robinson (autore che potete leggere anche su Squadrone Supremo) e al momento  siamo arrivati al numero #5. Coloro che preferiscono i cartonati saranno ben felici di sapere che Panini ha raccolto in unico volume i primi cinque albi americani delle nuovissime avventure del Doctor Strange, dal nome Mondo Bizzarro, che potrete trovare in fumetteria al prezzo di € 12.00, con 128 pagine a colori.

Insomma non avete scuse…e che le venerande schiere di Hoggoth vi proteggano!

Il Guanto dell’Infinito: il progetto mancato di essere Dio

Grazie al successo dei film Marvel ormai anche le larghe platee di pubblico generalista sanno cosa siano le gemme e il Guanto dell’Infinito che conferiranno il potere assoluto a Thanos nell’attesissimo Avengers: Infinity War dei fratelli Anthony e Joe Russo. Abbiamo già conosciuto i registi attraverso ottimi lavori come Captian America: The Winter Soldier e Captain America: Civil War, che insieme al suo sequel avranno una scala e una portata senza eguali rispetto alle altre pellicole dei Marvel Studios, rappresentando il culmine di tutto quello che è accaduto nell’Universo Cinematografico Marvel (MCU). Anthony Russo ha commentato:

Questi film per certi versi segneranno la fine di alcune cose, e per altri, saranno l’inizio di nuove cose. E in questi film accade una grande catarsi, in termini di quello che è l’MCU e come è formato.

Il Guanto dell'Infinito

 

Ma passando dalla pellicIl Guanto dell'Infinitoola alla carta, il potente oggetto è il fulcro della saga cosmica più apprezzata all’interno dell’Universo Marvel, Il Guanto dell’Infinito, scritta nel 1991 da Jim Starlin, uno dei miti indiscussi del fumetto americano e uno dei principali demiurghi della complessa cosmologia dell’Universo Marvel. Starlin, infatti, ha dato il meglio di sé con la fantascienza e, tornando ai suoi cicli di Warlock e di Captain Marvel, bisogna citare un personaggio da lui creato: il terribile Thanos. Il personaggio, il cui nome deriva Thánatos ovvero la personificazione della morte nella mitologia greca, di cui condivide alcune caratteristiche come l’arroganza, l’amore verso il sangue e la violenza, sicuramente rappresenta uno dei villain maggiormente di spessore della Casa delle Idee. Malvagio figlio di Mentore, sovrano di Titano, una delle lune di Saturno, nonché fratello di Eros, Thanos è un essere folle innamorato della morte nella sua personificazione Lady Morte e ha cercato varie volte di distruggere l’universo per far colpo sull’amata.

Miniserie di sei numeri, Jim Starlin aveva gettato le premesse di The Infinity Gauntlet nella testata di Silver Surfer e nella miniserie The Thanos Quest e verrà affiancato per i primi 4 numeri nei disegni da George Perez, che per impegni con la casa editoriale concorrente DC, passerà successivamente alle chine lasciando le matite a Ron Lim.gemme dell'Infinito

La miniserie inizia col malvagio Thanos, adoratore della Morte, consigliato dal Diavolo in persona, Mefisto, che è assurto alla gloria e alla potenza di un Dio grazie al Guanto dell’Infinito: un guanto su cui sono incastonati sei artefatti cosmici, noti come “gemme dell’Infinito”, incarnazione fisica di altrettanti concetti: Tempo, Mente, Potere, Spazio, Realtà e Anima. Queste, per caso o per saggezza, erano state separate e affidate agli Antichi dell’Universo, esseri potentissimi e altrettanto ottusi, che, pur beneficiandone, erano inconsapevoli della loro vera natura. Riunite assieme, il potere e la conoscenza che esse danno sono indescrivibili, virtuale onnipotenza. Adulando il matto Titano, Mefisto dice:

Non si può negarlo: tu sei il supremo. Qualsiasi cosa tu voglia essere lo sei. Qualsiasi cosa desideri, è. Niente in questo universo osa sfidare queste affermazioni. Solo una parola può descriverti…DIO.

Il Guanto dell'Infinito

Ma perché Thanos si è spinto a tanto? Scevro desiderio di potere? Thanos, come sottolinea anche Dottor Strange, è un nichilista. Il nichilismo viene definito da Nietzsche come la mancanza di uno scopo, la mancanza di un perché all’esistenza e la svalutazione di tutti i valori. Thanos ha trovato il fine ultimo di una esistenza vuota, per il suo insaziabile desiderio di conoscenza e potere alla quale si era condannato, nell’amore per la personificazione della non vita, la Morte. Il desiderio di essere amato risulta quindi il motore delle vicende dell’intera narrazione, esattamente come la ricerca del significato di essere un Dio: Thanos erige altari e santuari per la Morte e le porta in dote la vita di metà degli esseri viventi dell’Universo, le quali annichilisce con un sol schiocco di dita, pur di compiacerla, ma nulla sembra smuoverla. Il Titano matto trova nella volontà e nella libertà della Morte, e nella ragione di esistere di questa solo in funzione dell’equilibrio con la vita, che Thanos squilibra di volta in volta, un ostacolo insormontabile, persino per chi è stato capace di fa genuflettere ai suoi piedi l’intero Universo. Thanos ha il potere di un Dio, ma risulta quindi monco nell’ergersi a questo, e citando Sartre, ne risulta soltanto un progetto mancato. Dio, concettualmente, è un essere reale o immaginario in cui noi crediamo, e credere cambia il nostro modo di pensare e di agire nel mondo in sua funzione. La fede diviene quindi un’arma per modificare la realtà e in vari modi nel corso della storia si cerca di consolidare questo potere. Adam Warlock dirà:

Guarda indietro nella tua vita, Thanos di Titano, e cosa vedi? Un uomo che cerca un potere sempre maggiore e lo perde appena lo ottiene! Perché? Perché nel profondo della sua anima sa che non lo merita. Tre volte tu hai trionfato sulle incredibili avversità per ottenere i fini che desideravi e tre volte hai fornito i mezzi per la tua disfatta.

Il Guanto dell'infinito

Thanos non ha fede in se stesso, non crede di meritare tale potere e questo fa collassare dall’interno i suoi progetti di grandezza: è un edificio in calcestruzzo dai pilastri troppo fragili. Il figlio di Titano fallisce perché crede soltanto nella Morte, finché non avrà l’approvazione di questa non crederà in se stesso e penserà che tutto quello che ha fatto è stato vano ed inutile.

«COSA? Che cosa ci vuole per piacerti?! Ho realizzato ogni tuo desiderio e ti ho dato l’universo. Eppure tu mi neghi anche il più piccolo dei sorrisi! Io agisco solo per il tuo affetto ed approvazione! Farei di tutto solo per sentirti pronunciare una volta il mio nome! DI TUTTO!».

Ma in tutto questo i Vendicatori che funzione hanno? I Vendicatori e la maggior parte dei personaggi Marvel più amati presenti in questa miniserie hanno quasi una funzione introduttiva, un gancio per attirare i fan e accompagnarli all’esplorazione dell’intero piano cosmico, tra alieni ed entità spaziali, e che lo stesso Starlin nel corso degli anni di militanza in Marvel aveva saputo costruire, mattone su mattone. Ma la scena la prendono Thanos e Adam Warlock, ovvero la famosa traslazione in chiave allegorica del Messia della tradizione giudaico-cristiana della Casa delle Idee, entrambi personaggi molto amati da Starlin. Infine arriviamo al finale, dove ora l’essere con il potere di un Dio è diventato Adam Warlock e Thanos alla fine del suo percorso ha raggiunto un’illuminazione spirituale:

Il Guanto dell'InfnitoPotere. Una merce effimera: difficile ottenerla, facile perderla. Ed una volta pensavo di aver capito. Che presunzione. Adam Warlock, un essere che desiderava solo trascorrere il resto di suoi giorni nel pacifico ambiente della Gemma dell’Anima. Ora egli possiede il potere infinito e tutta la responsabilità che ne consegue. Mentre io, che ho dedicato tutta la vita a inseguire il potere, ora mi ritrovo a guadagnarmi la vita dalla terra. Ironia degna del dramma. Eppure stranamente non invidio Adam Warlock. In qualche modo sento che dopo tutto, Thanos di Titano è uscito vincitore da questa storia.

Thanos decide di astrarsi dallo scopo, da una vita che è l’attesa della realizzazione di un annuncio e smette di cercare un senso alla sua esistenza e soprattutto di cercarla al di fuori di sé. Si rifugia nella ciclicità della natura, delle stagioni, del vivere della terra e di un tempo ciclico che è un eterna ripetizione di se stesso. Inverno, Primavera, Estate, Autunno e poi il ciclo ricomincia. Siccome il tempo è ripetitivo non ha più alcun senso.  Thanos quindi è costretto a credere finalmente in se stesso trovando uno scopo e un fine soltanto in sé. Ne risulta quindi il reale vincitore di tutta la saga poiché l’unico capace di avere un’epifania, un percorso rivelatore del vero significato della vita.

Il Guanto dell'InfinitoDal punto di visto grafico George Perez regala tavole suggestive, tra affollate scene di massa con un elevato numero di supereroi e vasti scenari stellari, peccato che non riuscì a concludere il lavoro e gli ultimi capitoli furono affidati a Ron Lim, disegnatore senza dubbio meno efficace ma che scriverà, insieme proprio a Starlin, pagine importanti della gloriosa storia della Marvel.

Da Il Guanto dell’Infinito del ’91 per Thanos di Titano ne è passata acqua sotto i ponti, recentemente la miniserie è stata anche ristampata per la collana Le Battaglie del Secolo. Tuttavia questa risulta uno dei crossover più riuscito della Casa delle Idee, fungendo da punto di ispirazione per tanti autori, da ultimo per quel Destino di Jonathan Hickman divenuto un altro Dio in cerca di approvazione nella Secret Wars del 2015. Nell’ambito del rilancio Marvel NOW! che prenderà il via il prossimo ottobre negli Stati Uniti, ci sarà spazio anche per Thanos. Il Matto Titano sarà infatti protagonista di una serie omonima scritta da Jeff Lemire e illustrata da Mike Deodato Jr. con copertine di Jeff Dekal e ci aspettiamo che dia nuovo lustro a uno dei villain più riusciti della Casa delle Idee.