Simone Le Donne

Dopo il crepuscolo dei supereroi – Grant Morrison, Alan Moore e la British Invasion di Luigi Siviero

Chi è cresciuto coi supereroi nei tardi anni ’80/primi anni ’90 non può che rallegrarsi nel leggere questo nuovo saggio di Luigi Siviero. Spesso si dice che nel fumetto ancora non esiste un apparato critico più strutturato rispetto ad altre forme d’arte, che analizzi i suoi vari periodi storici e il loro impatto su quanto avvenuto dopo.

In questo caso, si parla di un’aspetto importante e ancora poco analizzato della famosa British Invasion della seconda metà degli anni ’80 nel mondo supereroistico americano, il confronto tra due delle suoi più degni rappresentanti: la rockstar Grant Morrison e il guru Alan Moore.

Se del primo si parla sempre, a ragione, come uno degli autori fondamentali del fumetto mondiale, spesso ergendolo ad idolo insindacabile, senza quindi permettere un approccio squisitamente più critico a una qualsiasi delle sue opere, del secondo si conosce molto di più il suo approccio decisamente più pop e psichedelico, strettamente legato a una vita personale decisamente interessante da conoscere (si veda per esempio il suo stesso pseudo saggio SuperGods, edito in Italia da BAO Publishing, 2013).

Precisiamo, non è il primo saggio su Morrison edito in Italia (si veda anche qui Grant Morrison, All Star di Agozzino, Peruzzi, Solinas, edito da Double Shot, 2010), ma in questo caso tutta la sua opera viene rapportata costantemente ed esplicitamente alle opere precedenti o contemporanee di Moore.

È estremamente interessante fare questo percorso e vedere quanto profondamente la figura di Moore abbia avuto un forte influenza nelle opere di Morrison, non necessariamente come spirito di emulazione.

La grandezza di Morrison, come emerge spesso durante l’analisi di Siviero, sta proprio nell’essersi rapportato al “mito Moore” decostruendolo e non semplicemente imitandolo, come hanno praticamente fatto molti autori della “Dark Age”, identificata da Morrison con i 10/15 anni successivi alla pubblicazione di Watchmen.

Serie come Animal Man e Doom Patrol, ma anche le run su Flash e JLA sono state concepite tentando di intraprendere nuove strade, riconoscendo quanto tutte quelle storie derivative dell’opera più famosa di Moore, sempre più decadenti e crepuscolari, stavano appiattendo un genere, quello supereroistico, nato con una forte ingenuità, ma possibile di sviluppare fantasie sempre più stimolanti mentre lentamente si era piegato a essere più reale della realtà.

Per Morrison non è più possibile tornare indietro, ma qualcosa va fatto per recuperare quel senso di meraviglia, in modo da aprire il genere a nuovi approcci. Ci riuscirà in parte, ma è interessante leggere come molte delle sue opere facessero parte di un piano più ampio, che Siviero usa come filo conduttore per spiegare come l’autore Morrison sia stato più fondamentale e “dentro” il sistema per farlo evolvere, a differenza di un Moore che dopo i suoi seminali exploit si è allontanato progressivamente da un ruolo che forse non ha mai voluto veramente ricoprire, cioè quello di guida spirituale di tanti lettori e scrittori in erba di questo genere.

Notevole la ricerca bibliografica fatta di Siviero per avvalorare la sua tesi, soprattutto nel recupero di interviste ormai quasi introvabili. È evidente come gli stia a cuore questo autore e di come lo abbia seguito in tutto il suo percorso.

Poche le critiche che  si possono muovere a Siviero. Sono sostanzialmente due: la prima, di ritmo. La lettura è piacevole, ma forse la divisione dei capitoli rende vagamente frammentaria la narrazione, soprattutto in termini di ritmo e area tematica. Forse questa impressione è dovuta anche alla necessità di inserire i molteplici riferimenti bibliografici a piè di pagina.

La seconda è più di natura tematica. Sarebbe stato interessante estendere l’analisi anche sugli altri autori british che hanno colonizzato le varie serie Vertigo prima e la Marvel e DC poi. Quegli autori che con i due hanno avuto molto a che fare, influenzandoli e facendosi influenzare, creando un’idea di fumetto più maturo e consapevole, almeno quello americano che ha successivamente colonizzato il cinema dei nostri giorni.

Grant Morrison’s 18 Days

Tutto si può dire di Grant Morrison tranne che si adagi sugli allori. Autore eccentrico e discontinuo, sceneggiatore di molti capolavori ma anche di cose trascurabili, Morrison ha sempre cercato di esplorare nuove possibilità, sconfinando spesso oltre l’abusato pantheon occidentale delle “divinità” superoistiche dei comics anglosassoni.

Già nel 2005, in fase di distacco dal successo di New X-Men, e prima di pensare, e partecipare, alle rivoluzioni all’interno della DC, aveva pubblicato Vimanarama, una storia di mostri e famiglie problematiche che gravitano intorno a un ragazzo Indù. Una miniserie di tre numeri che lasciava intendere come quel pantheon induista avesse affascinato l’autore tanto da poter essere potenzialmente un’ottima fonte di ispirazione per scrivere cose nuove.

Ci ha provato, in maniera non troppo convinta, prima nel 2010 con una graphic novel in forma mista con un titolo simile a quello usato successivamente. Poi, riesce a entrare a far parte del mega-progetto multimediale della Graphic India, un editore che vuole sviluppare prodotti di vario tipo (fumetti ma anche games e serie tv) su tematiche strettamente legate all’India e alla sua cultura millenaria.

In questa sede rielabora tutto il progetto che consta di una serie di (teorici) 18 volumi dove racconta buona parte della storia presente all’interno di uno dei testi più importanti della religione induista, il Mahabharata, coi disegni di Jeevan J. Kang e dell’italiano Francesco Biagini (oltre al supporto, ai testi, dei fondatori stessi della casa editrice, Sharad Devarajan e Deepak Chopra).

Di cosa parla questo enorme poema (e quindi questo fumetto a esso strettamente collegato)? Dell’eterna lotta tra i due clan Kaurava e Pāṇḍava, cugini tra di loro e tutti figli di divinità induiste, lungo il ciclo delle quattro ere (Oro, Argento, Rame e Ferro, in ordine decrescente per purezza e prosperità) che segnano la vita degli esseri viventi, in cui il bene e il male sono in perenne lotta, sempre secondo il credo induista.

I primi cinque numeri della serie, raccolti in questo volume, sono ambientati verso la fine della terza era, nella regione di Doab, dove sono già schierati i due eserciti nemici, in attesa di sferrare il primo attacco.

Da un lato Duryodhana che guida i suoi cento fratelli, tutti figli di Dhṛtarāṣṭra e dall’altro Yudiṣṭhira (detto Yudish), uno dei cinque figli di Pāṇḍu. I primi simboleggiano il male e la sete di potere, i secondi il bene e il rispetto delle tradizioni.

18Days_Morrison

In termini di pura trama, non succede praticamente nulla poiché molto del tempo viene dedicato a illustrare tutto il pantheon induista che a noi occidentali risulta praticamente sconosciuto. Ci sono lunghi passaggi con soli campi e controcampi dove i personaggi o sembrano urlarsi l’uno contro l’altro accuse varie di cose successe in precedenza o organizzano incontri semi-clandestini tra i guerrieri di opposte fazioni.

La tematica presente in queste storie è una di quelle più care a Morrison: l’epica del mito che si nasconde dietro ai personaggi che scrive. Si veda per esempio All Star Superman, su tutti, ma anche nella stessa JLA era possibile trovare gli dei che si mascheravano da umani, alle prese con situazioni grandiose e stupefacenti. Qui Morrison è andato molto semplicemente oltre le radici greche o norrene, ma ha investigato sull’origine della cultura indoeuropea. Il poema di riferimento è infatti scritto in sanscrito e narra fatti avvenuti prima di tutte le civiltà note (3000 a.C. e oltre) ed è evidente come molte dinamiche possono essere riscontrate nei miti occidentali successivi, quasi a chiudere un cerchio su come l’oriente e l’occidente siano legati molto di più di quanto si pensi. Morrison non ha mai negato la sua necessità a fondere in maniera sincretica tutte le sue idee, utilizzando la psichedelia come mezzo eccentrico ma decisamente attinente a questi temi.

Un paradosso nel quale si può intercorrere, a una prima lettura, è quello dove tutto sembra dare un senso di deja-vu, storie già lette mille volte, di personaggi talmente schiacciati sulla loro caratteristica principale tanto da diventare stereotipi bidimensionali di aspetti caratteriali dell’umanità. Un po’ come spesso accade quando si pensa agli dei norreni o a quelli greci.

A Morrison non interessa imbastire una trama originale ma soltanto usare questo materiale per trattarne l’epicità e la grandezza che si richiede a un testo così basilare.

Peccato che la narrazione risulta troppo statica e, a tratti, lenta. Troppi spiegoni e poca dinamicità. Mancano i guizzi creativi che ci si aspetterebbe dall’autore scozzese.

Non aiutano i disegni di Kang, dal tratto e dal character design sicuramente buono, ma troppo imbrigliato nei molteplici primi piani con campi e controcampi, non aprendosi, se non verso la fine, a più larghe vignette dal tono epico.

18Days_Morrison

Da segnalare come il terzo episodio, disegnato da Biagini, risulta essere il più narrativo e drammatico di tutti: il migliore tra i cinque. Questo anche grazie al fatto che vi è narrato un flashback che spiega cosa ci sia dietro alle motivazioni dei personaggi più di tanti dialoghi logorroici.

È difficile dare un giudizio complessivo e definitivo su questo volume poiché è tremendamente evidente come sia legato a quelli che verranno. In sostanza “le danze” si aprono nel cliffhanger finale, lasciando il lettore un po’ a bocca asciutta e in attesa del prossimo episodio. Resisterà visto che il tutto è risultato meno appagante delle sue premesse?

L’edizione di ManFont, qui con l’etichetta MF Project, è ben curata dal punto di vista grafico ma risulta carente in quello redazionale. Vista la materia ostica (i miti induisti) sarebbe stato utile avere una qualche informazione in più, anche per destare curiosità per una religione molto spesso conosciuta da pochi ma di una vastità paragonabile, se non maggiore, a quella giudaico-cristiana.