Silvia Forcina

Non pratico il nerding estremo pur essendo nerd nell'animo, ma non ho niente da condividere con i Merd che popolano il mondo. So solo quello che non sono. Come Balto.

La locandiera a fumetti, che bella idea!

Per la collana Teatro fra le nuvole la casa editrice Kleiner Flug propone La locandiera, tratto dalla commedia teatrale di Carlo Goldoni, targata 1753. La sceneggiatura è adattata da Mariangela Sena, che ha compiuto un ottimo lavoro di sintesi mantenendo intatto il colore e la struttura degli avvenimenti; e i disegni sono affidati a Gabriele Di Caro (anche ai colori, insieme a Irene Maurini) che costruisce personaggi caricaturali al punto giusto e allegramente espressivi.

La storia ci racconta della locandiera Mirandolina cha alla morte del padre eredita la gestione dell’albergo fiorentino, che svolge da sola, da padrona, aiutata dal cameriere Fabrizio. La ragazza è perfettamente consapevole della sua posizione, ha molto a caro la sua libertà e la sua capacità di condurre il lavoro, ma sa anche che le sue grazie femminili possono risultare utili, tanto quanto possono metterla in pericolo.

Tra i suoi clienti, infatti, deve vedersela in particolare con l’indesiderata corte del Conte d’Albafiorita, un parvenu che ha comprato il titolo a suon di soldoni e che non esita a tentare la virtù della ragazza con doni molto ricchi, e con le richieste di protezione del Marchese di Forlinpopoli, nobile di nascita, ma completamente senza mezzi, che ha solo la sua pomposità e il suo orgoglio da offrirle. Ai due si unisce, ma come contraltare, il Cavaliere di Ripafratta, che si dichiara convintamente ostile a tutto il sesso femminile, ritenendo ridicolo il concetto di amore e di devozione verso un’altra persona. Chiaramente Mirandolina decide di far crollare questa sua arrogante immagine di misogenia e con grande furbizia e intelligenza lo fa innamorare nel giro di pochi giorni, ma la sua scelta si rivela fonte di guai…

Mentre nel libro le tre figure di nobili, volutamente dileggiate da Goldoni che li dipinge ridicoli, anacronistici, vanagloriosi, prendono il ruolo principale nella storia, nel fumetto è Mirandolina che si pone al centro dell’universo narrativo con il suo carattere anticonvenzionale e capriccioso. Emergono perfettamente la sua mente brillante, la sua voglia di divertirsi alle spalle di chi si fa ridere dietro, la sua capacità di sgusciare tra le maglie degli obblighi del tempo che volevano le donne in un ruolo subalterno e secondario.

Il disegno sa rappresentarla proprio così, smorfiosa, civetta, ma anche cosciente della sua posizione e delle potenzialità del suo ruolo, e infine coscienziosa e avveduta. La Sena riesce a costruire dialoghi e pensieri mantenendo il linguaggio aulico e poetico goldoniano, rendendolo meno ostico che sulla carta scritta, e il disegno dei baloon riesce a separare le battute recitate (con contorni dritti) da quelle che il personaggio pensa (con contorni merlettati): soluzione che lascia intatto l’effetto teatrale delle scene.

In conclusione, vien da pensare che qualche insegnante illuminato potrebbe adottare quest’opera ed evitare alle classi l’onere di leggere il testo originale, in quanto il succo di quel che Goldoni voleva raccontare ai suoi contemporanei e ai posteri è qui perfettamente rappresentato.

Le ragazze nello studio di Munari – A big crush

Le ragazze nello studio di Munari di Alessandro Baronciani è un racconto che se dovessimo rappresentare graficamente con una linea progressiva si risolverebbe in un grosso ghirigoro: il protagonista Fabio è un appassionato di libri, ha un negozio di libri usati, e scrive la sua storia attraverso il rapporto con tre ragazze diverse. Di lineare nel suo racconto non c’è nulla, i flashback o i ricordi seguono le sue sensazioni e gli stimoli che gli provengono da un oggetto o da una riflessione.

Fabio appunta i suoi pensieri su un file del computer, cioè un supporto asettico e astratto quanto più possibile, eppure quello che racconta noi lo vediamo rappresentato con un impatto emotivo e sensoriale molto superiore a quello che ci darebbe un normale fumetto.

Il perché è presto spiegato dal titolo stesso dell’opera: Fabio è un grande ammiratore di Bruno Munari, come lo stesso Baronciani che regala a questo personaggio anaffettivo e snob qualcosa di suo, cioè l’amore per il grande artista. E come meglio onorare tale rispettosa devozione se non utilizzando elementi in cartotecnica, come fogli lucidi, inserti di materiali più morbidi della carta, fori nei fogli e aggiunte interne? Tutto questo procura al lettore un’esperienza che va ben al di là dell’immedesimazione o dell’empatia (che volutamente risulta nulla con il protagonista), è un viaggio cognitivo e sensitivo che ha a che fare con l’intero universo artistico (le citazione e i rimandi a cinema, libri, musica ecc. sono tantissimi) e che ha come scopo quello di rendere giustizia ai veri protagonisti dell’opera: il libro stesso, come oggetto che travalica le barriere dell’inanimato e della compattezza, e il pensiero di Munari, che dà vita al libro, lo rende così come è.

Un modo meraviglioso, tra l’altro, di rompere la quarta parete, quella tra vignetta e lettore.

Che poi, ad essere precisi, il lavoro di Baronciani si distacca dal concetto di fumetto classico, non usa baloons, preferisce le immagini a tutta pagina, le vignette, quando ci sono, hanno funzione narrativa, ma in senso lato: vedi i suoi amati primi piani, ripetuti uno sopra l’altro per evidenziare, con leggere differenze di linee, i mutamenti nell’espressione e far vivere a chi guarda il passaggio da un’emozione all’altra.

I suoi disegni sono essenziali, ma estremamente espressivi, preferisce creare attraverso il bianco e nero illustrazioni che riescono con pochi tratti a far immergere in un’atmosfera, in un luogo, in un turbamento.

Perché come diceva Munari: «Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare. Piero Angela ha detto un giorno: è difficile essere facili. […] La semplificazione è il segno dell’intelligenza, un antico detto cinese dice: quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte.»

Baronciani riesce benissimo a essere semplice e a dire tante cose con un’immagine.

Per tornare brevemente al titolo di questa recensione, in cui avrei mille altre cose da dire, ma cerco di seguire le sagge parole del maestro, Baronciani rivela “una grande cotta” verso il lavoro di Munari, che sicuramente ha avuto un ruolo fondamentale nella sua crescita artistica e intellettuale, e condivide con noi “una grande cotta” per l’oggetto-libro e tutte le sue potenzialità (basti osservare come la copertina della prima edizione, una ragazza che ritaglia le lettere del titolo, si sia trasformata nello sguardo di Monica Vitti che ci osserva da sopra una pila di tomi colorati…).

Ma anche io (scusate lo scivolone poco professionale) ho da dichiarare “una grande cotta”, mia personale, per il lavoro di questo ragazzo pieno di talento, che sfoga in campi numerosi ed eclettici, che seguo dalle prime pubblicazione con la Black Velvet, che mi ha concesso un’intervista anni fa, ingenua e piena di entusiasmo che per fortuna si è persa nell’etere, e che gentilmente ha risposto a un invito che non si è mai potuto concretizzare.

Quest’opera nata nel 2010 e oggi risorta a nuova vita grazie ai tipi della BAO Publishing lo rappresenta a pieno, è matura e completa, ricca e ammaliante, come un fumetto e molto più di un fumetto.

Le Macerie prime e la solidità di Zerocalcare

Zerocalcare Macerie prime

Finito di leggere Macerie prime, il nuovo fumetto di Zerocalcare pubblicato da BAO Publishing, il primo pensiero è stato quello di non poterne fare nessuna recensione accettabile, e non certo perché manchino elementi, spunti e sensazioni di cui poter parlare, di quelle ce ne sono a bizzeffe.

Infatti se il titolo vi ha incuriosito, non passeranno troppe pagine per capire che quelle macerie sono proprio le stesse su cui la generazione dei trenta-quarantenni si trova a camminare da tempo, quelle di un mondo costruito dai nonni e lasciato sgretolare dai padri su cui non si trovano più elementi solidi, ma solo precarietà. Parola orribile in tutti i sensi.

Eppure questa è una cosa con cui conviviamo un po’ tutti, in modo diretto o per interposizione; Calcare stesso, che ne sembra appena uscito dopo il successo avuto dai suoi “disegnetti”, la rivive attraverso le parabole esistenziali dei suoi amici e sulla sua pelle sotto forma di “accolli” e sensi di colpa.

Dunque il problema con questa opera, in cui Zerocalcare dopo Kobane Calling torna a parlare della quotidianità dell’autore stesso (o meglio il suo personaggio) e dei suoi amici, che ormai sono diventati così familiari anche a noi, è che è così vicina e diretta che è impossibile parlarne con distacco.

Inoltre Macerie prime è una storia non conclusa, è un lungo preludio, la presentazione di intrecci narrativi di cui si svelerà il disegno solo nella seconda parte, conclusiva, che vedrà la luce (parole dell’autore) solo a maggio. Per ora quello che si comprende è che le vicende che riportano insieme il gruppo storico di amici di Calcare non sono fini a sé stesse, ma cucite, ancora a larghe maglie, con una sotto trama inquietante che non si dipana abbastanza per poterla decifrare.

Zerocalcare Macerie prime

La certezza con questo autore però è la sua capacità di comunicare e raccontare, la certezza che continuando a leggere arriveremo al punto in cui la storia ci assesterà quella mazzata da spezzare il cuore, tutte le strade buie percorse troveranno il loro traguardo in una conclusione che ci colpirà diritto al petto, come è successo finora.

Non sembra ci sia da temere che la vena artistica di Zerocalcare si sia esaurita, anche se in questo volume si ride forse un po’ di meno e alcuni passaggi sembrino un filo macchinosi: è evidente infatti che sotto c’è un piano ben preciso che esige anche dei precisi meccanismi che tolgono anche un poco di spontaneità.

Zerocalcare Macerie prime

La bravura di Michele Reich non risiede solo nella capacità registica di mostrarci gli eventi che racconta riuscendo a personalizzare e rendere vividi fatti e personaggi, ma è proprio nel modo di raccontare, modo che trova sorgente nella vivacità popolare, nella romanità (anche se le sue origini non sono strettamente romane, il vivere a Rebibbia ha influito sicuramente nel modus operandi del Nostro), in quella genuina abilità di dire e ridicolizzare, di esaminare e riprodurre, che scorre nelle vene dei latini in generale e dei romani in particolare, che da Belli a Verdone ha creato un genere specifico.

Zerocalcare riesce attraverso i disegni a portare su carta i racconti orali tipici delle borgate, ricchi di flashback e memorie, di ricapitolazioni e riflessioni personali, naturalmente aggiungendoci elementi fondamentali che rendono tali storie universali e adattabili alla sensibilità e ai bisogni dei lettori.

Se non fosse che lui stesso mi ci manderebbe, non esiterei a paragonare i fumetti di Zerocalcare alle opere classiche, e intendo dire proprio omeriche: come un aedo dei giorni nostri, riporta nelle sue storie ideali e convinzioni condivisibili da molti; quel modo di rappresentare i protagonisti con sembianze diverse o animalesche, collegate alle loro caratteristiche, non è poi così diverso dalla reiterazione di patronimici o epiteti che gli aedi usavano per caratterizzare e far memorizzare i personaggi delle loro storie; infine i suoi racconti non sono mai fine a sé stessi, ma hanno uno scopo educativo e di crescita. Chi ha letto il volume avrà anche notato l’introduzione di figure mitiche e divinità, insieme al valore riconosciuto al passaggio della conoscenza, all’importanza degli anziani e della memoria collettiva che inaspettatamente sembra dare sostegno a questa similitudine apparentemente improbabile.

Aspettiamo dunque maggio per la sua conclusione e intanto godiamo di questa storia che poggia su macerie e aspira alla solidità.

L’arte infinita di Hayao Miyazaki, il Never Ending Man

Se state leggendo questo articolo è perché siete ammiratori di Hayao Miyazaki, o stimate i suoi film e siete curiosi di sapere se il documentario Never Ending Man, girato dopo l’ultimo annuncio del suo ritiro come regista nel 2013, valga la pena di essere visto domani sera, 14 novembre, al cinema.

Ebbene, per voi dirò immediatamente come stanno le cose: , vale la pena comprare il biglietto e guardare questa breve monografia, perché si rivelerà per voi istruttiva, interessante, anche lievemente commovente e vi avvicinerà a un uomo, Miya-san, e un professionista, Miyazaki sensei, ammirevole sotto tanti punti di vista. Se in più siete cultori della tecnica dell’animazione, o comunque appassionati di quest’arte, il film si rivelerà anche molto stimolante dal punto di vista prettamente pratico, perché mostra il modus operandi di uno dei più grandi registi viventi e di tutti i tempi.

Potrei dilungarmi e continuare a incentivare la vostra curiosità insistendo su immagini generali ed entusiaste, ma siccome sarebbe davvero banale e quasi antipatico, e d’altra parte ritengo assolutamente inappropriato, in questo caso, approfondire i punti cardine del documentario perché ve ne rovinerei la visione, a questo punto annuncio invece l’inizio di una recensione assolutamente personale e soggettiva, in cui racconterò quello che ha colpito me durante la mia visione in anteprima.

Primissima impressione, semplice: la vita di Miyazaki è davvero strettamente connessa con il suo senso della Natura (di cui abbiamo già parlato qui). Sia il Museo Ghibli (che in questo caso non viene mostrato), che lo Studio Ghibli, che lo stesso spartanissimo studio privato del regista sono strettamente interconnessi con elementi naturali che li caratterizzano. L’importanza, almeno per me, di questo aspetto, risiede nel riconoscimento che questa è prova dell’onestà morale dell’artista, la sua coerenza, la sua rettitudine.

Seconda impressione: Hayao Miyazaki è una persona netta e nitida, con uno sguardo netto e nitido, che si propone agli altri (collaboratori e non) con atteggiamenti netti e nitidi. La sua superiorità in quanto autore, creatore e capo sezione emerge da questo documentario in modo così chiaro e diretto che è quasi sciocco che ve ne stia parlando, lo vedrete. Ma questi due aggettivi assonanti, netto e nitido, mi sono venuti spontanei alle mente osservandolo agire, anche solo per preparare un tè, con quel caschetto di capelli bianchi, per quanto quasi mai pettinato, che bilancia armoniosamente il bianco del grembiule, immacolato, che indossa per lavorare.

Never ending man Hayao Miyazaki

Eppure, guardandolo muoversi, ho pensato che nel suo aspetto ci fosse qualcosa che stonava con questa mia insistente considerazione, ed erano i suoi occhi. Se lo sguardo nella maggior parte dei momenti è appunto diretto e lucido (netto e nitido) con quella sfumatura fantasiosa cha hanno solo gli occhi dei giapponesi quando non sono perfettamente neri, ma sembrano di un grigio ferro traslucido e luminoso; in altri momenti, mentre guarda o pensa ai disegni, assume un peso diverso che non riuscivo bene a identificare.

Anche il suo aspetto ha qualcosa che stona con la mia idea su di lui: quella testa che sembra troppo grande sulle spalle strette e il corpo esile e legnoso è iconograficamente all’opposto alle linee del corpo di un gatto; perché allora ho sempre associato Miyazaki a un gatto, se nel suo aspetto esteriore non c’è nulla che lo richiami?

Ma a questo risponderò tra poco…

Intanto: una delle parole chiave del film è “vecchiaia”, è stato questo il motivo del suo annunciato ritiro e il maestro la ripete più volte parlando di sé e collegandola al suo lavoro. Eppure scoprirete (scusate, siamo in un campo pericolosamente vicino a un’anticipazione) che tutto sembra, Miya-san, tranne che un vecchio: per come si comporta, per come pensa al futuro, per come si incuriosisce e si entusiasma per il mondo che lo circonda.

Never ending man Hayao Miyazaki

E ragionando su questo ho finalmente trovato la risposta sull’enigma del Miya-gatto: gli occhi di questo grande uomo mentre lavora sembrano all’improvviso vedere cose meravigliose e inaudite, che lo ipnotizzano, cose così straordinarie che noi non riusciremmo mai a immaginare, e sono le cose che poi riporta nei suoi lavori e che incantano e hanno incantato e incanteranno tutti noi. Esattamente come i gatti a volte fissano un punto con attenzione feroce, seguendo immagini che noi non vediamo e non supponiamo, come se vedessero scene di universi e dimensioni a noi invisibili.

Ecco, Hayao Miyazaki, come i gatti, è un essere vivente che vive sul confine tra la nostra realtà e un mondo incredibile, con la differenza che lui, quelle immagini spettacolari, riesce a condividerle con noi.

Probabilmente rimarrà un esemplare unico, ma noi dobbiamo solo gioire del fatto che sia nato, che abbia compiuto il suo destino e ci abbia regalato quest’arte infinita e immortale. Come lui.

Vi ricordo che grazie a Nexo Digital e Dimensione Fumetto potrete godervi il film a un prezzo ridotto, stampando il coupon che vi offriamo qui.

Il trailer del film è disponibile su Vimeo.

Platinum End – “L’opera al bianco” dei creatori di Death Note

Platinum end Ohba Obata

La coppia Ohba e Obata è tornata (scusate la rima)!

Dopo il fortunatissimo Death Note che ha spostato un po’ più in là le coordinate del fumetto nipponico, e Bakuman, che invece tali coordinate le illustrava con leggerezza, finalmente arriva in Italia, edito da Planet Manga, Platinum End, loro ultima fatica ancora in corso di pubblicazione in patria.

Questo manga appare fin dalle prime pagine come la controparte del loro primo successo, come nei dittici rinascimentali in cui i coniugi sono rappresentati di profilo, uno di fronte all’altro e il volto dell’uno è la controparte dell’altro e insieme formano una unità. Ecco, direi che Death Note è il lato nero di questo dittico, e Platinum End è la sua metà bianca.

Vediamo perché, partendo dalla trama e occhio a qualche spoiler: il giovane protagonista Mirai per sfuggire a una vita disperata decide di suicidarsi, ma viene salvato da Nasse, il suo angelo personale. Costei (ma chissà se agli angeli possono attribuirsi i generi) lo convince a rinunciare ai suoi propositi donandogli due capacità meravigliose: delle ali invisibili per volare ovunque voglia e un arco che può scagliare le frecce di Cupido e provocare amore incondizionato, ma per un tempo limitato, in chiunque ne venga colpito. Mirai vorrebbe addirittura rifiutare, essendo ormai senza speranze, ma Nasse decide per lui e gliele dona senza avvertirlo che non potrà più rifiutarle. In questo modo inoltre Mirai entra a far parte dei tredici candidati al titolo di nuovo Dio, visto che quello vecchio si è ritirato.

Platinum end Ohba Obata

Fin qui l’opera rientra nei canoni del seinen, con i personaggi che combattono tra loro fino all’eliminazione di tutti gli avversari, ma sappiamo bene che i “due O” non sono generalizzabili in uno standard, e poi, soprattutto, non è questa la caratteristica principale del manga. Come è accaduto appunto in Death Note, più che la trama, molto importante è il contenuto delle pagine, in quei baloon molto densi di testo che hanno lo scopo di far ragionare il lettore su argomenti e tematiche più o meno dichiarati.

Prima di tutto i doni celestiali di Nasse dovrebbero simboleggiare due degli aspetti più desiderati nella vita dagli uomini: la libertà e l’amore, ma fin da subito ci coglie il dubbio che, in fondo, questa assimilazione non sia così semplice; Mirai sicuramente la mette in dubbio.

Altro aspetto: il senso morale. Nasse non è un angelo come lo si intende nella cultura occidentale (e neanche quella orientale) è molto più simile a un essere ultraterreno che può concedere doni ai mortali, più un genio quindi (inteso come il jinn della cultura araba) che non è né buono né cattivo ma si adatta al comportamento dell’uomo che affianca, privo di senso morale o ideali, suggerisce le infinite possibilità che il potere donato a Mirai comporta, e si adegua alle sue scelte.

Ricordiamo, tanto per stuzzicare ulteriormente la vostra curiosità, che questi “angeli” protettori sono tredici, abbinati ad altrettanti umani, che sicuramente non sono riflessivi come Mirai, reso maturo dalle passate esperienze e fondamentalmente molto buono e lungimirante.

Ecco, Mirai: il ragazzo si trova coinvolto in cose più grandi di lui non per sua scelta, ma per scelta di un altro che persegue un proprio interesse, e questo per tutta la sua vita, come scoprirete. Si ritrova dunque suo malgrado in possesso di tre poteri (il terzo lo dovrete scoprire nel volume) che da subito gli appaiono enormi e pericolosi, per questo decide di usarli meglio possibile e per raggiungere un solo scopo: essere felice rendendo felici gli altri.

Platinum end Ohba Obata

Adesso però basta chiacchiere e arriviamo alla dicotomia tra le due opere di cui parlavo sopra, se già non avete tirato le somme da soli: Light in Death Note era un ragazzo super fortunato, buona famiglia, spiccata intelligenza, a cui l’incontro con Ryuk concede qualcosa in più: la possibilità di compiere giustizia. Il suo aiutante pur avendo i connotati del demone rimane a guardare quello che il suo assistito compie, ma non fa pesare il suo parere, che non ha. Il suo colore è il nero e il tratto con cui è reso è incisivo, grottesco, pieno di linee spezzate. Chi si oppone è un altro personaggio borderline, difficilmente catalogabile che persegue a sua volta il proprio concetto di giustizia. Direi che è questo infatti il grande quesito a cui l’autore chiama le menti dei lettori: cos’è la giustizia, come può esserlo se i giudizi sono unilaterali, esiste un concetto univerale di giustizia ecc ecc… E poi, Light la farà franca o la spada di Damocle che pende sulla sua testa si staccherà alla fine?

Platinum end Ohba Obata

Ed ecco che a questo ritratto si contrappone Platinum End: il protagonista è una povera vittima degli eventi che non possiede nulla, e non desidera null’altro che una quotidiana felicità. Il suo aiutante è un angelo dall’aspetto graziosissimo, resa con linee morbide e aggraziate, e nella sua rappresentazione non c’è una macchia di nero che non sia la linea di contorno: anche gli occhi non hanno pupille o ciglia scure, il suo volume è dato esclusivamente da retini molto chiari. Anche lei lascia che sia Mirai a scegliere e resta al margine degli eventi. L’antagonista viene appena presentato in questi primi tre episodi, ma appare quanto meno ambiguo: dotato degli stessi doni di Mirai sembra deciso a usarli con uno scopo ben mirato, e sicuramente vorrà togliere di mezzo il ragazzo, ma di questo sapremo meglio in futuro… Mirai riuscirà a raggiungere la felicità o la meta si rivelerà meno gradita o meno semplice da raggiungere?

Così il dittico di Ohba e Obata si completa: negativo e positivo, giochi di opposizioni e similitudini, sempre sulla base di una storia solida, originale e ben strutturata. Conoscendo l’intelligenza di Ohba (Obata si occupa solo dei disegni con l’usuale maestria e fascino) e la sua capacità di ironia e di intrecciare i piani, sovrapponendoli di significati e di intenti, non mi aspetto niente di meno di quanto già ha offerto al pubblico dei fumetti, quello a cui piace anche ragionare oltre che divertirsi.

L’albero rosso che fiorisce nell’anima di Shaun Tan

Questa storia edita dalla Tunué racconta un’intera giornata: un mattino come tanti in cui ti svegli e sembra che tutto sia buio e mesto; trascorri le ore nel solito modo, affrontando gli ostacoli giornalieri di lavoro, impegni, traffico e pensieri, senza un attimo per respirare aria libera, senza fermarsi a godere del momento, pensando che ogni giorno è uguale, senza note positive, senza raggi di sole, senza una mano che si allunga ad afferrare la tua e aiutarti con i pesi usuali. Poi a sera torni a casa, però, e sembra che tutto possa cambiare e lo spirito si ricarica di energie.

Questo racconto di una sola giornata può anche essere il racconto di una intera vita. Escludendo l’età verde delle spensierate illusioni che Leopardi a suo modo raccontava così bene, nel momento in cui si entra nel periodo della ragione si ha l’impressione di iniziare davvero a vivere, e nella maggior parte dei casi, è una vita dura, piena di sacrifici, delusioni, rimpianti: ed è questa esistenza, o il frammento di questa esistenza, che quest’opera illustra.

L’albero rosso di Shaun Tan, artista australiano di premiato successo anche se non di chiarissima, finora, fama, in Italia, non è sicuramente un fumetto, e si fa fatica anche a definirlo libro illustrato, in quanto il testo scritto che le immagini accompagnano si riduce a una manciata di parole: però è sicuramente un’opera che sembra arrivare dai sogni e dall’irrazionale e si pianta nella nostra mente di lettori parlando direttamente alla ragione, in un ciclo continuo.

Testo e illustrazioni sono compenetrati, i segni grafici galleggiano a fianco o all’interno delle tavole per completare il messaggio che queste portano con sé: raccontare il travaglio dell’uomo moderno, del suo coraggio nell’affrontare il giorno, la vita, la routine, consapevole dell’impossibilità di comprendere il reale o di esserne compresi, della solitudine che lo circonda, delle paure che cercano di bloccarlo, e dell’esistenza di qualcosa per cui inesorabilmente siamo disposti ad affrontare tanta fatica, che ci aspetta, che ci dà forza e sollievo: il nostro albero rosso che germoglia nel cuore.

Con una sensibilità poetica straordinaria Shaun Tan ci mostra tutto questo con illustrazioni praticamente mute, che possono occupare una o due pagine, con un potere comunicativo che non necessita di parole. Dalla stanza buia e fredda, dominata da rosa e verdi, il protagonista di questo poema in immagini compie una eroica odissea attraverso la sua giornata, affrontando le mostruose strutture cyberpunk della città, compiendo il proprio lavoro in un ambiente così immenso ed estraneo da farlo sembrare solo un granello di sabbia, senza smettere di ricordare se stesso, anche senza amici ad assisterlo, ridisegnandosi per non dimenticarsi e non perdersi. Davanti a tanta immensità ostile si rischia davvero di ritrovarsi svuotati e aridi come il guscio abbandonato di una chiocciola, tra giorni sempre uguali e infiniti.

Ma esiste qualcosa, chiamatela speranza, o passione, o amore, che lo aspetta e che ha riempito di colore e calore la sua solitaria camera. È il fulcro intorno a cui ruota la salvezza, la salute mentale e la felicità.

I disegni in quanto tali sono evocativi e graficamente affascinanti, che ricordano tanta parte della Storia dell’Arte mondiale: i colori sono pastosi, vividi. Spesso sia i fondali che i primi piani sono nitidi e ricchi di particolari, portando alla mente uno strano connubio tra arte del primo Novecento e quella fiamminga del ‘300, oppure misti di sabbia e nebbia, come i fondali dei quadri rinascimentali. I paesaggi naturali sono in numero inferiore rispetto alle strutture della geografia umana, con città in cui si muovono entità ultraterrene, come enormi pesci che ricordano da vicino i concetti di Natura Matrigna e natura oppressiva, genitrice di ansie e ossessioni. La figura protagonista ricorrente in ogni immagine si muove in questo spazio surreale, che a volte ha tratti naturalistici, altri bidimensionali e artificiosi, come un collage picassiano, e in cui domina una antropomorfizzazione degli oggetti che trasmette un senso di paura e di precarietà del Bene.

Per tutto il tempo della narrazione in immagini non vediamo mai il protagonista sollevare gli occhi, neanche quando lo vediamo osservare una fantastica macchina volante, o una strana creatura di carta, allonatanarsi nel cielo, come un’idea di libertà irrealizzabile. Solo nell’immagine finale finalmente alza gli occhi, e per quanto l’ultima tavola sia di una semplicità narrativa disarmante, quel sorriso è il punto di rilascio di tutta la tensione accumulata in precedenza, e punto chiave e di svolta di tutta l’opera.

Sfogliare le pagine create da Tan è come ripercorrere tanta parte del pensiero filosofico novecentesco, e per quanto tali rimandi possano apparire oggi triti e convenzionali sono ancora la base della nostra cultura e soprattutto impressiona come quello che tanti hanno cercato di esprimere con poesie, trattati e zibaldoni, traspiri così fortemente da un’opera di illustrazione, praticamente senza il media linguistico.

Inoltre, chi non è alieno dagli effetti della depressione e delle loro conseguenze potrà rivedersi in queste tavole e commuoversi di fronte all’albero rosso: il cuore, il raggio di sole, il sorriso che indica la salvezza e la luce che disperde il buio intorno.

Perché Shaun Tan sa toccare l’anima.

 

Arriva al cinema il film Pokémon: scelgo te!

A pochi mesi dal successo dell’uscita giapponese, il ventesimo film d’animazione dei Pokémon sbarca nelle sale italiane solo il 5 e 6 novembre per conquistare i fan della serie!

Arriva al cinema un nuovo appuntamento per tutti gli appassionati del mondo creato da Satoshi Tajiri. 

Pokémon. Scelgo te! è il film che racconta il primo incontro tra Ash e Pikachu e le loro avventure alla ricerca del Leggendario Pokémon Ho-Oh. Lungo la strada, la coppia incontra volti familiari, nuovi personaggi, tra cui Trainers Verity e Sorrel, e anche un nuovo Pokémon Misterioso, Marshadow. Non mancano in questa nuova storia sull’inizio di una delle più amate amicizie di sempre, le sfide e le battaglie epiche dei Pokémon.

L’appuntamento nelle sale italiane (elenco sale su www.nexodigital.it) sarà solo il 5 e 6 novembre, per riunirsi davanti al grande schermo per una due giorni all’insegna dei Pokémon, con un film mai visto prima arricchito da montaggi speciali che getteranno un inedito sguardo sui film animati precedenti, il tutto accompagnato da una nuova versione registrata della classica canzone dei Pokémon, mai proposta prima nel cinema.

Gli spettatori che acquisteranno i biglietti per la proiezione del film riceveranno in regalo (fino a esaurimento scorte) una speciale carta raffigurante il Pikachu di Ash con in testa il berretto del suo allenatore. I fan accorsi al cinema riceveranno inoltre un QR Code per sbloccare un evento di gioco nei videogiochi Pokémon Ultrasole e Pokémon Ultraluna per console della famiglia Nintendo 3DS, in uscita pochi giorni dopo il film, il 17 novembre. Il QR Code permetterà di sbloccare anche il Pikachu di Ash che indossa il berretto del suo Allenatore.

Il film Pokémon: Scelgo te! (Gekijōban Poketto Monsutā Kimi ni kimeta!?) è il ventesimo film dei Pokémon. Proiettato in anteprima durante il Japan Expo, il lungometraggio è stato distribuito in Giappone questa estate conquistando centinaia di migliaia di fan.

TRAILER https://www.youtube.com/watch?v=D0ZjrSYvsyQ

PREVENDITE APERTE

 

Il film è distribuito al cinema solo il 5 e 6 novembre da Nexo Digital in collaborazione con i media partner Radio DEEJAY, MYmovies.it, Lucca Comics & Games e VVVVID.

Nasce la collana dedicata al maestro Attilio Micheluzzi

Questo straordinario volume apre la collana interamente dedicata ad Attilio Micheluzzi. Edizioni NPE pubblicherà nel corso del tempo l’opera integrale del Maestro in una collana omogenea di cartonati dai prezzi contenuti.
Dopo le collane dedicate a Dino Battaglia e a Sergio Toppi, un altro fondamentale tassello del fumetto italiano si inserisce nel percorso della casa editrice del fumetto d’autore.
Creato nel 1980 per la rivista «Alter Alter», Marcel Labrume è un soldato francese di stanza in Africa settentrionale e l’anno in cui si svolgono le vicende è il 1942. Micheluzzi, grazie anche alle possibilità offerte da una rivista non destinata ai ragazzi (o almeno non solo), crea un personaggio più umano, cinico e disilluso, ricco di difetti e di contraddizioni, simbolo di una seduzione un po’ perversa, per quel suo ambiguo stato di persona poco chiara, senza ideali.

Questo volume è l’edizione integrale di Marcel Labrume, personaggio di cui Attilio Micheluzzi aveva realizzato due storie:
– “Marcel Labrume”, storia di 48 pagine, ambientata nel Libano del 1940, pubblicata a puntate sulla rivista «Alter Alter», da ottobre 1980 a gennaio 1981;
– “Alla ricerca del tempo perduto,” storia di 84 pagine, ambientata nel Nord Africa del 1942, pubblicata a puntate sulla rivista «Alter Alter», da ottobre 1982 a giugno 1983;
– Un terzo episodio avrebbe dovuto veder Marcel Labrume agire dell’Indocina del 1947, ma non fu mai realizzato.

Attenzione: per coloro che decideranno di acquistarlo sul nostro sito ufficiale edizioninpe.it il volume sarà in promozione con uno sconto del 10% fino al 30 ottobre.

Sfoglialo online!

Il volume è già acquistabile sul sito NPE cliccando qui. Sarà poi disponibile in tutte le librerie e fumetterie a partire dal 26 ottobre.

 

Kimera Mendax: il primo lavoro del Kuro Jam in anteprima al Lucca C&G

“Futuro prossimo. L’umanità ha scelto di potenziarsi con appendici robotiche, integrando in sé le nuove tecnologie della comunicazione e dell’intrattenimento.
Non più politica o religione: a governare una società docile e funzionante ci pensa il sistema bio-operativo “KX”. Perdendo gradualmente il contatto con se stessa, drogata di futuro, la gente vive in morbosa attesa delle nuove “release”, nell’illusione di progressiva completezza e di felicità. È ormai imminente l’autoaggiornamento dell’ultima, misteriosa versione del software, quella che completerà il processo di invisibile e irreversibile tecnodittatura in atto. Alla vigilia dell’evento si moltiplicano strani casi di sparizioni e disconnessioni. Qualcuno giura di aver visto in giro uomini mutilati.”

KURO JAM

È il nome collettivo del team artistico composto dai disegnatori Enrico Carnevale, Mattia De Iulis, Giulia D’Ottavi, Stefano Garau e dallo sceneggiatore Gianluca Pernafelli. Il gruppo, nato tra i corridoi della “Scuola Internazionale di Comics” di Roma, ha aperto il proprio laboratorio virtuale nella primavera del 2015 sui social media, condividendo illustrazioni, disegni, vignette, wip, ma anche video e tracce sonore.

Il primo approdo su carta firmato dai cinque è stato l’artbook Ab Imis, stampato nel maggio del 2016 e seguito da una nuova versione uscita nel maggio del 2017. L’albo Nigredo, presentato nella scorsa a Lucca comics, ha rappresentato per la squadra il felice esordio nel mondo dei fumetti: l’opera ha ricevuto una “menzione d’onore” da “Lo spazio bianco” in un articolo sulle migliori autoproduzioni del 2016 e ha ottenuto due premi “Audaci Awards ’16”: miglior colorista (Mattia De Iulis) e miglior nuova serie. Kimera mendax, prima parte di un progetto editoriale articolato in due volumi, persegue l’immutata ambizione del collettivo di divertirsi, confezionare un buon prodotto e divertire.

 

SCHEDA TECNICA
KIMERA MENDAX VOL.1 – SYSTEM
Autori: Kuro Jam
16,8×24
Prezzo di copertina: 12€

Mercurio Loi a passeggio per Roma

Nella vita, nel mondo, infinite sono le strade, imprevedibili i crocevia… Una passeggiata al tramonto, prima che scenda la sera e arrivi il coprifuoco, può essere l’occasione per lo storico perdigiorno Mercurio e il suo compagno di avventure Ottone di lasciarsi trasportare da quello che offre il caso, proprio come i flâneur di Baudelaire. Ma, scegliendo una strada al posto di un’altra, i nostri si ritroveranno tra strani personaggi e antichi ricordi…

È una storia a bivi quella che arriva in edicola e in fumetteria per Sergio Bonelli Editore dal 24 ottobre con il sesto volume dedicato alle avventure del professore Mercurio Loi, che questa volta si troverà ad indagare, letteralmente parlando, A passeggio per Roma.        

Ma in questo caso il personaggio nato dalla fantasia di Alessandro Bilotta non sarà accompagnato solo dal fido Ottone. Saranno infatti gli stessi lettori a consigliargli la giusta via, perché l’uomo è libertà e possibilità di scegliere, anche se a volte la libertà può portare alla disperazione e la scelta sbagliata può rivelarsi fatale…

La penna di Alessandro Bilotta e i disegni di Sergio Ponchione daranno così vita a un episodio originale e labirintico: funambolico quanto il professore di storia di Mercurio (che si avventura in equilibrio su una corda tesa tra i terrazzi di due palazzi romani); oscuro quanto Pasquino, eroe mascherato; bizzarro come un curioso personaggio che si aggira in Piazza della Rotonda ed è ossessionato dai rompicapi.

 

Mercurio Loi è nato due anni fa tra le pagine delle Storie, grazie alla penna dello scrittore romano Alessandro Bilotta. Ma quel numero solo gli stava troppo stretto e per il suo autore è stato inevitabile seguire il professore per altre avventure, a passeggio tra le nuove pagine che andava via via a visitare. Un po’ Sherlock Holmes, un po’ Dr House, Mercurio Loi è un gentiluomo brillante e ironico, un dandy che percorre senza meta precisa le vie della città eterna come un flâneur ante litteram, per dirla con Baudelaire. È un osservatore attento, il professor Loi, e con la sua irrefrenabile curiosità finisce costantemente per essere coinvolto in vicende misteriose, macchinazioni diaboliche, società segrete e persino… fantasmi.