Maura Pugliese

Metti una sera… Dimensione Fumetto partecipa alla Notte Nazionale del Liceo Classico di Montalto Marche

Quanto resta del mondo antico nella società attuale? Quanto gli antichi Romani e Greci influenzano il nostro modo di vivere, pensare, agire e vedere le cose? Quanti sono ancora oggi coloro che, affascinati dai miti, dalle storie, dalle usanze della classicità, decidono di studiare le civiltà antiche o di reinterpretarne in modo originale le opere e le esperienze? E quanta importanza ha studiare il latino e il greco?

Una nuova ed entusiasmante risposta a queste domande è stata trovata da un tenace professore di Acireale, Rocco Schembra, che ha ideato cinque anni fa l’iniziativa della Notte Nazionale del Liceo Classico, una serata speciale in cui si celebra la bellezza della cultura classica, alla quale quest’anno hanno partecipato 433 Licei in tutta Italia.

Per la prima volta vi aderisce anche il Liceo Classico di Montalto delle Marche, che venerdì 18 dalle 18 alle 24 darà vita all’evento Così lontani, così vicini. Gli antichi incontrano i contemporanei, incentrato sui legami indissolubili tra passato e presente e sull’incessante eredità dell’età antica che si riflette ancora in libri, fumetti, film, serie TV, opere d’arte, giochi.

Dopo l’apertura ufficiale avverrà l’incontro con il presidente della nostra associazione e superesperto di fumetti Andrea Gagliardi, che tratterà de L’Eroe, rivisitazione in chiave moderna delle fatiche di Eracle realizzata dall’artista spagnolo David Rubin.

A seguire l’intervista immaginaria con Eric Shanower, il famoso fumettista americano autore dei sette volumi de L’età del Bronzo, liberamente tratta da quella realizzata tempo fa da Dimensione Fumetto, e l’intervista ai protagonisti del manga in sei volumi Thermae Romae, disegnato da Mari Yamazaki, ambientato tra il Giappone moderno e la Roma antica.

Moda, arte e fotografia occuperanno le successive fasi della serata, infatti verranno presentati stilisti contemporanei come Versace, Valentino e Balestra, che hanno preso spunto dagli abiti degli antichi Romani e Greci per realizzare alcune collezioni, e artisti moderni che hanno attinto ai miti classici per le loro opere, come Leo Caillard con la serie Hipster in stone, in cui celebri sculture sono rivestite con un look hipster.

Il pubblico sarà coinvolto anche in giochi e quiz sulla classicità e allietato da letture tratte da romanzi di grande successo come il best-seller Diario di una Schiappa di Kinney, Harry Potter di Rowling e l’intramontabile Il piccolo Principe di Saint-Exupéry, nelle loro recenti versioni in latino o in greco.

Non mancheranno altri momenti interessanti e divertenti come l’intervista al mitico Percy Jackson, protagonista di una serie di fortunati romanzi di Riordan già ospitato sulle colonne del nostro sito, la scena della preparazione mattutina di una matrona romana, la presentazione di film e serie tv ambientati nell’antichità e, per finire in allegria, la musica dell’ex-alunno del Liceo Giammy Deejay.

Insomma, una serata diversa dal solito e ricca di eventi che coinvolgerà non solo docenti e alunni ma anche tutta la comunità per dare ancora una volta un senso, un valore e una veste attuale al mondo classico.

 

 

Dentro le tavole – Luca Russo racconta “Nottetempo”

Nota introduttiva

Spesso noi recensori ci affatichiamo a interpretare e cogliere significati nascosti dietro le immagini dei fumetti che analizziamo, ma allora perché non interrogare direttamente gli autori e sapere da loro quali sensazioni e intenzioni sono impresse nelle loro tavole?

Per questo abbiamo chiesto a Luca Russo, autore di Nottetempo, edito da Tunué nella collana Prospero’s Book Extra nell’agosto del 2017, di raccontare la sua attività di fumettista e di descrivere in particolare come ha creato alcune scene dell’opera che narra in forma di soliloquio del personaggio principale, un pianista, la tragica vicenda della perdita dell’amata moglie, da cui deriva anche l’inaridimento dell’ispirazione compositiva, in un fluttuare di ricordi, sentimenti, visioni, ricerca di un senso.

Ed ecco di seguito le riflessioni sulla sua arte da parte del disegnatore, che ringraziamo per le sue emozionanti parole, e la spiegazione dell’intento compositivo da cui sono nate due pagine di Nottetempo, un fumetto che tocca le corde dell’anima del lettore con la sua storia struggente e ne accarezza gli occhi con le sue mille sfumature pittoriche.

 La stanza della mente, la forza della storia

I libri che disegno mi dicono molte cose, ben oltre la storia che sto raccontando, oltre i personaggi e le loro vicende. Spesso mi rimandano a ricordi anche molto lontani, apparentemente dimenticati. È come se nella mia mente ci fosse una stanza, in cui suggestioni, colori, personaggi, a volte solo parole ascoltate per strada chissà quando e chissà dove, si fermassero per poi, al momento giusto, riaffiorare per trovare spazio in una vignetta, in un dialogo tra i baloon… Ogni volta che succede, torno a pensare all’importanza della memoria, delle esperienze vissute, filtrate attraverso il tempo e la sensibilità, che poi vengono reinterpretate e rivissute, sebbene in un modo del tutto nuovo, all’interno di una storia a fumetti o di un’illustrazione.

Solo dopo la pubblicazione di un libro, a distanza di tempo, comincio a rendermi conto che la storia che ho disegnato, e che credevo conclusa, in realtà continua a raccontarsi. E lo fa in modo particolare, rivelandosi a poco a poco direttamente a me e attraverso i lettori. Un ruolo particolare quello del pubblico; durante il tour promozionale del mio ultimo graphic novel, Nottetempo, in cui sono andato in giro per l’Italia incontrando tantissimi lettori a fiere del fumetto, librerie, scuole d’arte, ho vissuto esperienze davvero mai provate prima. Qualcosa che va ben oltre l’ottima accoglienza di critica e di pubblico, qualcosa che ha a che fare con l’empatia. È normale che esista un legame tra autore e lettori, ma in questo caso le sensazioni che ho provato, incontro dopo incontro, sono state qualcosa di davvero unico.

Per provare in prima persona le emozioni di Alberto, il protagonista del libro, ho scavato in profondità dentro di me. Quando ho finito di lavorare alla storia, ho pensato che Nottetempo fosse un diario privato, un percorso personale. Mi sbagliavo… credo che quella forza, che ho provato anch’io mentre disegnavo, sia passata oltre le pagine, per arrivare ai lettori, per poi tornare nuovamente a me, portandomi informazioni che prima non conoscevo. La storia del libro ha continuato a raccontarsi attraverso le parole, negli sguardi, nelle strette di mano, negli abbracci dei lettori. All’inizio ho provato sensazioni molto diverse: imbarazzo, stupore, ma anche paura, quella di non riuscire a gestire la mia innata emotività in una situazione che non riuscivo a comprendere pienamente. Col tempo però tutto è andato sempre meglio, ho cominciato a prendere le giuste distanze dalla fatica psicologica a cui il libro mi aveva sottoposto durante la lavorazione, e ho cominciato ad ascoltare il pubblico in un modo molto più sereno e consapevole. Penso che un libro non si possa controllare davvero fino in fondo: ha una sua personalità, una sua vita, che continua ben oltre l’ultima pagina.

 

Due tavole di Nottetempo: la foresta dell’ispirazione

Alberto cammina nella foresta dell’ispirazione, oramai arida e spettrale. Non riconosce più la strada che ha attraversato chissà quante volte, perché è cambiata, così come è cambiato lui. La foresta racconta i suoi pensieri e così si materializzano giganti d’ombra che lo osservano, mentre a fatica cerca di farsi strada tra la nebbia dei ricordi.

Per questa sequenza ho cercato colori sfumati, che comunicassero un’atmosfera sospesa, dove il paesaggio diventa simbolico, come nei quadri del pittore romantico Caspar David Friedrich. Volevo raccontare lo stato d’animo del protagonista, Alberto, attraverso gli alberi, la nebbia, il buio. Tra le vignette, l’uomo si confonde, diventa piccolo lui o forse giganti gli alberi… una macchia scura tra le ombre della notte. Ho dato, dal punto di vista compositivo, poco spazio al protagonista e molto all’ambientazione, proprio perché quest’ultima rappresenta il suo stato emotivo, la selva di pensieri negativi che in quell’istante lo stanno risucchiando. Alberto e la foresta sono un tutt’uno e si danno significato a vicenda.

All’improvviso, nel momento in cui il protagonista si appella ai ricordi, appare un’architettura che nella sua fisicità si manifesta come una possibilità di salvezza.  Anche in questo caso la scenografia è parte integrante della narrazione.

Per queste tavole, A forest dei The Cure è stato il brano più ascoltato che mi ha aiutato a immedesimarmi nell’atmosfera che volevo raccontare, soprattutto per l’ossessivo giro di basso, così claustrofobico.

I colori, dalle tonalità di verde giallastro contrapposte a tonalità di marrone rossiccio, sono dipinti in pittura digitale. L’effetto d’insieme che ho ricercato, compositivo, pittorico, registico, non è quello realistico, ma emozionale. Il colore e la luce sottolineano gli accenti narrativi più importanti, così come fanno i riflettori durante una rappresentazione teatrale.

 

Luca Russo

Fiumi di inchiostro – “Il grande male” di David B.

Il grande male è un’opera in sei tomi pubblicata in Francia tra il 1996 e il 2003 da L’Association e in Italia nella versione integrale nel 2010 da Coconino Press, in cui David B., all’anagrafe Pierre-François Beauchard, narra la storia della sua famiglia e dell’epilessia del fratello Jean-Cristophe, che segna indelebilmente l’esistenza di chi lo circonda.

Il titolo originale è L’ascension di haut mal (in senso letterale L’ascesa dell’alto male), espressione con cui una volta tale patologia veniva etichettata. La trasposizione in italiano però non rende appieno il valore metaforico insito nelle parole «ascesa» e «alto», fondamentale per capire tutto il fumetto: la malattia è rappresentata nei momenti cruciali come una cupa e scoscesa montagna nella cui scalata l’epilettico trascina David e gli altri parenti in una faticosa salita, sulla conclusione della quale l’autore si interroga con dolente frustrazione.

Fin dove può arrivare il male? Fino a che punto di sofferenza? Fino a quando bisogna aiutare chi è malato? La risposta di David e della sua famiglia è unitaria e tenace fin dall’inizio: se Jean-Cristophe ha una crisi è necessario sorreggerlo perché non si ferisca; se l’attacco si manifesta per strada occorre fronteggiare gli sguardi di compassione o le parole di biasimo di un pubblico grettamente curioso e pronto a giudicare; se i farmaci non bastano bisogna percorrere tutte le strade al di fuori della medicina ufficiale, dalla macrobiotica alle sedute spiritiche.

Ma quali sono le conseguenze di questi tentativi? Sul malato ora giovevoli ora peggiorative, sui familiari per lo più frustranti e comunque condizionanti, anche se in forme diverse: il padre assume su di sé il ruolo di guida ferma e dura, la madre non si arrende mai ma il suo equilibrio risulta vacillante e intaccato in profondità dalla sensazione di non aver fatto abbastanza, la sorella appare in superficie distaccata e ignara, quasi un personaggio di scarso rilievo nelle vicende, ma alcuni dettagli all’apparenza insignificanti, come le due dita tenute in bocca, lasciano presagire che sarà la vittima più fragile di questo percorso.

E David? Nella sua infanzia il piccolo, soprannominato Fafou, comincia a disegnare scene di battaglie, proiettando nelle guerre la sua lotta contro il male, e nella sua adolescenza a scrivere racconti che, a distanza di anni, gli sembreranno in qualche caso incomprensibili; insomma riversa sui fogli in modo inconsapevole il magma di sentimenti che si agita sotto una superficie di tranquillità, quasi di indifferenza.

Per contrastare la pena e non ammalarsi anche lui lo strumento più resistente è la matita, che come una spada lo protegge dalle difficoltà e lo trasforma in uno scrittore ma soprattutto in un disegnatore instancabile e prolifico, oltre che un sognatore incline a sfuggire nella sfera dell’inconscio dallo strazio di vedere suo fratello morire tre volte al giorno, e un ragazzo solitario che parla con le ombre e non ha paura dei fantasmi e dei mostri, anzi trova in essi gli unici compagni con cui confidarsi. Queste sono le attitudini costanti con cui l’artista francese descrive se stesso nel fumetto, narrando in prima persona al presente e aggiungendo spesso alle immagini una didascalia apparentemente ridondante, in quanto esprime a parole ciò che il disegno già offre, con lo scopo di favorire l’immedesimazione di chi guarda e legge e di esprimere con ogni mezzo l’impellenza di raccontare, dando così senso e chiarezza alle proprie vicissitudini.

Nei sei volumi il ritmo è definito da una trama principale, una sorta di saga familiare, in cui i momenti di massima tensione sono legati ai progressivi peggioramenti di Jean-Cristophe malgrado le innumerevoli soluzioni cercate dai genitori con ostinata convinzione, e da varie trame collaterali che si collegano a grappolo con l’avanzata del male: le digressioni sulle origini dei metodi curativi, da cui si colgono i molteplici interessi culturali della famiglia Beauchard e l’apertura a territori del sapere poco battuti; i flashback per risalire alle avventure degli antenati, spesso vicende belliche, e ricostruire con affetto l’albero genealogico a cui aggrapparsi in cerca di consolazione; i sogni, registrati meticolosamente e presentati come microracconti autonomi, con un titolo proprio, nella cornice generale.

Non sempre queste storie si esauriscono nell’ultima vignetta di una tavola, come chiaro limite spaziale e cronologico, ma soprattutto nel quarto volume, che ha vinto nel 2000 il premio Alph-Art al Festival d’Angoulême per la migliore sceneggiatura, proseguono nella prima striscia della pagina seguente, per creare un legame, anche se talvolta stridente a livello visivo, con il tessuto narrativo principale o successivo, come a dire che tutto è collegato, passato e presente, vivi e morti, sogni e quotidianità, e il sottofondo del reale è un universo fantastico popolato di creature surreali. Del resto, se la vita di David e della sua famiglia non è “normale” anche le cose più strane possono diventare “normali”, se la malattia non può essere curata può essere almeno trasposta per immagini, se la pesantezza del morbo è insostenibile il disegno può essere una valvola di sfogo, una comunicazione dei propri stati d’animo, in superficie celati e repressi per lasciare spazio a quelli più urgenti del fratello.

Nei disegni l’epilessia assume forme disparate: sia quelle più intuibili di Jean-Cristophe che cade a terra, si contorce, ha lo sguardo perso, sia altre metaforiche, come il serpente-drago che attraversa e dilania il suo corpo, si siede sul banco di scuola accanto al malato, viene affrontato in duello dal guerriero David. Nelle scelte grafiche il fumettista sfrutta infinite potenzialità: se da un lato il narratore cerca l’empatia del lettore svelando con semplicità quasi infantile anche i suoi pensieri più nascosti e tremendi, come il desiderio di uccidere il fratello, dall’altro adotta soluzioni non realistiche in modo da favorire il coinvolgimento emotivo ma mai la compassione o la condanna per nessun componente della famiglia.

Lo stile si avvicina spesso alla caricatura, nel senso dell’esagerazione espressiva o deformazione delle normali proporzioni: il fratello diventa un gigante quando è più aggressivo, il suo volto o un dettaglio di esso occupa buona parte di una vignetta quando ostacola con la sua presenza ingombrante la ricerca di un’identità da parte del protagonista, la sua silhouette diventa addirittura la cornice di una tavola, piegandosi ulteriormente in posizioni innaturali che traducono la devastante forza dell’epilessia, nei confronti della quale, secondo l’autore, lui non ha avuto né la capacità né la volontà di ribellarsi.

Anche l’uso del bianco e nero rientra perfettamente nella strategia compositiva dell’artista francese: escludere i colori per oggettivare la realtà ma allo stesso tempo esprimere la propria soggettività attraverso il dosaggio del nero, che diventa più carico e predominante laddove le scene sono più drammatiche e riempie più volte lo sfondo delle vignette ma anche i personaggi stessi, definiti da contorni e dettagli bianchi, in un’angosciante atmosfera buia nella quale probabilmente i Beauchard vivono le loro giornate.

Basta anche solo sfogliare le pagine in modo veloce, osservare in particolare l’oscurità crescente dei finali dei singoli tomi per rendersi conto a colpo d’occhio dei fiumi di inchiostro nero di cui sono intrise le vignette: quale modo più immediato e icastico per rappresentare il tormento?

Se ci si sofferma sul tratto impiegato per delineare i contorni o le espressioni si può notare come diventi più marcato, quasi ripassato con rabbia e disperazione man mano che la storia procede, in concomitanza con l’accentuarsi delle crisi e la presa di coscienza dell’impossibilità di placarle; così quelle linee spiraliformi che circondano il corpo del fratello in preda agli oscillamenti del mal caduco passano progressivamente a solcare fitte il suo volto, e anche la figura di David stesso si trasforma e, specialmente nell’ultimo volume, subisce delle metamorfosi deformanti ed espressionistiche, si riempie di facce replicanti il suo viso con i denti digrignati e gli occhi sconvolti, si flette in pose dinamiche dalle quali trabocca ormai incontenibile tutto il mondo interiore, come un fiume in piena.

Ira, frustrazione, impotenza, solitudine: sono sentimenti che pervadono sia chi è malato sia chi assiste alle pene di una persona cara. Di fronte al dolore le reazioni sono molte, dall’accettazione al suicidio, così come i modi di comunicare il male, dalla chiusura alla ricerca di aiuto; più rara è la capacità di metabolizzare la sofferenza trasformandola in un’opportunità da cui far nascere qualcosa di positivo e significativo, come le pagine di questo eccezionale fumetto.

Come Odisseo nella terra dei Feaci

 Ospite, queste parole con animo amico le hai dette,

come padre a figliuolo: non le scorderò.

Ma adesso rimani, anche se il viaggio ti preme,

e preso un bagno e ristorato nel cuore,

gioioso torna alla nave, portandoti un dono

bello, di pregio, che ti sia mio ricordo,

come ne donano agli ospiti gli ospiti amici.

(Odissea, libro I, versi 307-313, versione di Rosa Calzecchi Onesti)

Così Telemaco si rivolge alla dea Atena, che gli si è presentata sotto le spoglie di un re per esortarlo a partire alla ricerca di notizie sul padre Odisseo, da tanti anni lontano da casa. Nelle sue parole il giovane esprime un dovere fondamentale della civiltà greca arcaica, ovvero l’ospitalità offerta allo straniero che, essendo “inviato” da Zeus, deve essere accolto, lavato, rifocillato, ascoltato secondo un preciso rituale e alla sua partenza deve essere salutato con uno scambio di doni per rinsaldare anche per il futuro e per i propri discendenti questo vincolo sociale. All’opposto, la violazione dell’ospitalità è considerata un reato grave e può persino scatenare una guerra, come quella di Troia, scaturita dal fatto che Paride, ospite alla corte di Menelao, non solo ha sedotto la moglie del re, Elena, ma l’ha pure portata via.

A distanza di millenni, nella nostra realtà quotidiana che cosa è rimasto dell’antico legame della xenia greca? Di certo si è rarefatto, ha perso la sua sacralità, è stato dimenticato o sostituito dai colloqui incorporei del web, tuttavia rimane essenziale per ognuno di noi intessere rapporti duraturi e reciprochi con altri individui che per caso o necessità incrociamo nel nostro percorso; è importante ristabilire le norme dell’accoglienza ospitale, basate sulla solidarietà e la generosità, come pure è bello dare e ricevere qualcosa in segno di amicizia. Per questo voglio raccontarvi le mie attività dell’anno scolastico appena terminato, nelle quali mi è capitato di conoscere persone nuove, ospitarle ed essere ospitata, scambiare dei regali materiali e immateriali, sempre con l’ausilio dei fumetti che da qualche anno ormai accompagnano la mia vita e il mio lavoro di insegnante.

 

 

Fumettisti in erba

Quando entro per la prima volta in una scuola che non conosco l’impressione iniziale nasce da un’esperienza liminare: ci sono atri freddi e vuoti in cui mi sento spaesata, e ingressi raccolti e animati in cui mi sembra di trovarmi in un ambiente familiare.

Quest’ultima è la sensazione che ho provato varcando la soglia della scuola media Da Vinci di Fermo, dove a febbraio ho tenuto la lezione conclusiva di un corso di fumetto organizzato in occasione della Settimana della creatività. Infatti, grazie al progetto realizzato a Belmonte Piceno, sono stata contattata da Giorgio Litantrace, giovane e attivissimo professore di questo Istituto, e dopo una lunga fase di preparazione in cui sono stati coinvolti gli altri due docenti del corso, Veronica Antonucci e Andrea Cittadini Bellini, finalmente ho avuto il piacere di spiegare a tanti ragazzi attenti, educati e curiosi alcune caratteristiche del medium, come il rapporto tra parole e immagini, e di illustrare dei fumetti, classici e recenti, a me particolarmente cari, come Contratto con Dio di Will Eisner.

Dopo la parte teorica è venuto il momento del disegno ed è stato entusiasmante notare con quanta voglia e passione i ragazzi hanno espresso la loro creatività e hanno veicolato attraverso meravigliose vignette e immagini (inserite in piccola parte in questo articolo) la spontaneità e la genuinità proprie dell’età preadolescenziale.

In questa esperienza credo di aver offerto ma soprattutto avuto numerosi doni, tra cui l’occasione di riflettere sul valore della comunicazione, intesa nel senso etimologico di «mettere in comune»: dalla pianificazione delle attività, al materiale per le lezioni, all’approvazione finale del corso, c’è stato un intenso scambio tra noi docenti allo scopo di rendere interessante e proficuo il nostro lavoro e lasciare un segno indelebile nelle menti degli alunni. Un altro aspetto significativo è stata la possibilità, per nulla scontata, di collaborare con un’altra scuola e di trovare in essa una sincera e cordiale accoglienza per la quale voglio esprimere ancora la mia riconoscenza; nella mia carriera di insegnante si è trattato di una gradita novità che spero possa creare legami ospitali e dare seguito a future iniziative.

I love latino

A gennaio per molti studenti di terza media è tempo di trovare la rotta per un nuovo viaggio che, come quello di Telemaco, li porterà a diventare adulti; per orientarli le scuole superiori organizzano degli incontri in cui è possibile visitare laboratori e strutture e avere informazioni sul piano di studio dei vari indirizzi. Quest’anno ho avuto l’opportunità di partecipare alle due giornate di orientamento della mia scuola, il Liceo Scientifico di Ascoli Piceno, con il compito di mostrare in pochi minuti la bellezza del latino a tantissimi giovani studenti accompagnati da genitori e altri parenti.

Con il prezioso supporto di alcune studentesse delle mie e di altre classi ho spiegato che il latino permea la nostra lingua e, per quanto ritenuto da molti difficile, inutile e ormai morto, continua a vivere tenacemente e a essere usato in molti modi, dall’account Twitter di Papa Francesco alla trasmissione radiofonica finlandese Nuntii Latini; insomma la sua rilevanza, malgrado la diffidenza o il disprezzo di tanti, è talmente grande e sentita che sono state tradotte nella lingua degli antichi Romani opere di ampia diffusione, tra cui i fumetti di Uderzo, dedicati alle avventure di Asterix e i suoi compagni, e il primo dei fortunati romanzi a fumetti della serie Diario di una schiappa.

Mi auguro di aver convinto coloro che mi hanno ascoltato o almeno di aver trasmesso nel breve tempo a disposizione una scintilla della mia passione per il latino, uno dei più grandi regali ricevuti dai miei genitori, che mi hanno quotidianamente infuso l’amore per la cultura, e dai miei eccezionali docenti, che me lo hanno pazientemente insegnato e fatto amare insieme con il greco.

Nelle mattinate dell’orientamento ho confermato la mia idea della scuola come realtà nella quale i ragazzi sono ricevuti e trattati come amati ospiti ma in cambio devono rispettare i loro doveri, impegnarsi, studiare per dare la giusta direzione ai piccoli passi che giorno dopo giorno, ostacolo dopo ostacolo, li porteranno a grandi risultati: per aspera ad astra, per mezzo delle difficoltà fino alle stelle, come dice il motto della mia scuola.

Viaggio in Oriente: andata…e ritorno

Non sono mai andata in Asia ma quest’anno l’Oriente “è venuto” da me per due volte.

Vi ho già parlato dell’incontro con Mario Pasqualini, che è stato ospitato dai miei alunni e ha portato a loro un inestimabile omaggio: la possibilità di immergersi nella cultura giapponese annullando per un po’ le distanze tra il loro mondo e quello del Sol Levante. La speranza di far seguire una collaborazione a distanza purtroppo non si è concretizzata ma il patto di ospitalità, nato dalla comune passione per i fumetti, è ormai stretto e la memoria rimane viva in attesa di tempi propizi per rivedersi.

Nelle ultime settimane di scuola mi è capitato ancora di entrare in contatto con l’Oriente, dato che ho ricevuto l’incarico di insegnare l’italiano a una ragazza cinese arrivata nel nostro Paese da qualche mese. Le sfide ardue sono le più emozionanti, e di sicuro da questi incontri ho imparato molto anch’io perché il bisogno di comunicazione si è manifestato nella sua forma più essenziale e basilare tra non poche difficoltà, quasi al limite dell’incomunicabilità. È stato piuttosto complicato relazionare due sistemi linguistici così differenti, partire dalle fondamenta della grammatica e costruire su di esse le frasi, aggiungendo man mano qualche mattone all’articolata architettura dei periodi. Ma un modo immediato per suscitare l’interesse della mia alunna ed evitare il suo comprensibile scoraggiamento è stato quello di portarle dei fumetti e verbalizzare le azioni delle vignette, dai Peanuts a Rovine di Peter Kuper; per superare ulteriormente le barriere ho scelto anche dei fumetti cinesi, come Reverie di Golo Zhao e I racconti dei vicoletti di Nie Jun. Non so se avrò l’opportunità di farle lezione anche l’anno prossimo, ma se i miei insegnamenti le hanno permesso di aprirsi agli altri e comunicare nella nostra lingua i suoi bisogni e i suoi pensieri, ho assolto i miei obblighi di ospitalità.

L’insegnamento di Omero

[…] questi è un misero naufrago, che c’è capitato,

e dobbiamo curarcene: vengon tutti da Zeus

gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro.

(Odissea, libro VI, versi 206-208, versione di Rosa Calzecchi Onesti)

Così Nausicaa, la principessa dei Feaci, popolo ospitale per eccellenza, parla alle ancelle ordinando di dare da mangiare e da bere a Odisseo, approdato dopo una tempesta nella loro terra. Lo straniero viene cibato, lavato, vestito e condotto alla reggia del re Alcinoo, dove durante il banchetto in suo onore narra le proprie peregrinazioni e prima di partire di nuovo riceve dal re una nave per raggiungere la sua patria.

Nel mondo dell’antica Grecia dunque il dovere dell’ospitalità, fondato su solidarietà, reciprocità, gratitudine e ricordo, è sacro, tanto da segnare il confine tra civiltà e inciviltà. Ancora oggi l’ideale proposto da Omero può riacquistare un senso attraverso la tessitura di legami profondi e durevoli ed è possibile amare e rispettare l’ospite perché sotto le sue sembianze, come nell’incontro tra Telemaco e Atena, magari potremmo intravedere qualche divinità.

 

 

 

 

 

Settimana Canicola Bambini – I gioielli di Elsa

Dimensione Fumetto in collaborazione con Canicola Edizioni presenta la Settimana Canicola Bambini: un vasto approfondimento sugli ideatori, gli autori e le opere della collana intitolata a Dino Buzzati che l’editore bolognese dedica ai suoi giovani lettori.

Dopo aver parlato del progetto con le curatrici della collana e aver recensito i primi due volumi Hansel e Gretel e La mela mascherata, in questo quarto articolo si parla del terzo e finora ultimo titolo edito: I gioielli di Elsa di Sarah Mazzetti.


L’atmosfera natalizia che grandi e piccini aspettano per lunghi mesi è fatta di alcuni fondamentali ingredienti: i parenti, il presepe, l’albero, i regali, i dolci. Nell’infinita varietà di questi ultimi si distinguono per diffusione e gradimento il torrone, il pandoro e il panettone, che piacciono a tutti o quasi…Sì, perché la calorosa gioia della festa può essere turbata da un problema che affligge da tempo immemore le mamme, le nonne e le zie: i canditi. Nella stragrande maggioranza, i bambini odiano i canditi, quei pezzetti viscidi e gelatinosi che si celano in mezzo al soffice impasto del panettone e, se incidentalmente finiscono in bocca, lasciano nel loro palato un senso di fastidio che accompagnerà la loro crescita come un trauma indelebile. Le pasticcerie e le industrie dolciarie, consapevoli del dramma che attanaglia da decenni le famiglie alla fine di dicembre, si sono prodigate in varianti “depurate” e così, al pari dei dolci senza glutine, oggi si possono trovare panettoni “canditi free”. Ma anni di lotta per la sopravvivenza hanno affinato pure le armi di cui i pargoli, all’apparenza teneri e indifesi, si sono dotati per combattere contro le strane imposizioni degli adulti, usando nel caso in questione strategie di difesa infallibili: asportazione segreta dei corpi estranei, eliminazione metodica delle prove, occultamento dei relitti in luoghi sperduti.

Ma ecco che una nuova, sensazionale soluzione apre le porte a scenari impensati: se una bambina prendesse i canditi chirurgicamente asportati dai panettoni e ne facesse dei gioielli? Se le sue creazioni suscitassero l’interesse dello sfavillante mondo della moda? Se la bambina fosse così brava da divenire un’acclamata designer di gioielli?

Da questa idea nasce il fumetto I gioielli di Elsa, disegnato da Sarah Mazzetti, a cui ho avuto l’opportunità di rivolgere alcune domande sulla sua opera, le cui risposte saranno disseminate nel corso dell’articolo per supportare, completare e arricchire la mia analisi.

Riguardo allo spunto iniziale del libro l’autrice mi ha raccontato che è derivato da un disegno natalizio di un paio di anni fa; aveva appunto disegnato una bambina su un panettone gigante che guarda un candito come se fosse un gioiello. Ha sempre voluto fare qualcosa con quell’idea, ma poi invece è rimasta lì, fino a quando Liliana (Cupido, ndr) non le ha chiesto se voleva fare una storia per Canicola Bambini.

Il personaggio principale, la bimba Elsa, si muove con la schiettezza propria dell’infanzia nella nuova realtà adulta in cui si trova per caso catapultata dal momento in cui la sua intuizione trova il sostegno delle zie e le dà la possibilità di scoprire nel mondo della moda persone eccentriche e fuori dall’ordinario. La domanda spontanea è se nella protagonista l’autrice abbia trasposto o proiettato qualche aspetto della sua infanzia, infatti a questo proposito la Mazzetti ha confermato che somiglia molto a lei quando era bambina. Del resto, ha sottolineato che non si è ispirata a nessuno in particolare, ma voleva giocare sui gesti piccoli e apparentemente insensati dei bambini, perché invece proprio quei gesti contengono dei piccoli mondi immaginati, quei mondi sono ciò che le interessa.

Nelle sue avventure Elsa è sempre affiancata da Karl, un cagnolino che somiglia a un topolino per la sua forma minuta e a un gattino per la sua insaziabile voglia di dormire, creando con le sue azioni un sottile racconto nel racconto. Di lui la disegnatrice mi ha detto che è sempre più contenta di averlo disegnato così perché sia coi bambini che a volte con gli adulti spesso parte questa conversazione: «-che cos’è lui? – è un cane – ma sembra un topo! – eh sì, è un cane che sembra un topo – silenzio/accettazione», insomma il fatto che non rientri nel prototipo del cane, prima crea stupore, e poi una pacifica accettazione di Karl per quello che è, e le sembra un processo molto bello nel suo piccolo! Lui comunque non fa niente, è il compagno di Elsa ma non l’aiuta affatto nella storia, però poi ha tutta una sua storia personale fuori dalla narrazione principale.

Come in ogni fiaba che si rispetti, nel suo percorso di formazione la bambina affronta degli ostacoli e subisce un danno da parte dell’antagonista, l’invidiosa signora Antéf, i cui gioielli sono messi in ombra dai bracciali, dalle collane e dagli anelli tutti tempestati di canditi di Elsa. Come al solito, un mezzo magico tira fuori dai guai la piccola designer agevolandola nelle sue ricerche, anche se al posto della classica bacchetta fatata, in linea con i tempi moderni, la soluzione del caso è affidata a una sportina biodegradabile che vaga per la strada. In merito a questa singolare scelta la Mazzetti ha affermato che è stata casuale, però in quel punto voleva un personaggio che desse un limite temporale a quella fase, quindi la sportina nel suo scomparire progressivamente è come la mezzanotte per Cenerentola, il limite oltre il quale non si può andare.

Anche il lieto fine è d’obbligo, con l’insegnamento che da cose insignificanti si possono trarre grandi soddisfazioni e, tutto sommato, una bambina non può agire come i grandi e diventare una stilista, ma ha bisogno di vivere una vita tranquilla con la sua famiglia e il suo cagnolino. Ma poi sarà proprio vero che questa fiaba debba insegnare qualcosa? A sentire l’autrice no, anzi, come ha precisato, proprio non le interessa l’aspetto “funzionale” delle storie, però certo ci sono valori importanti per lei, come quello sull’esaminare, fare attenzione ai piccoli gesti, le piccole cose, il fatto che è una storia in cui i protagonisti e gli “extra” sono creature minime, fino al batuffolo di polvere e sporco, che anche lui ha il suo piccolo excursus – e la capacità di vedere altro nelle cose che abbiamo attorno, l’avere voglia di trasformarle e reinventare sempre, tutto. Trovare valore al di là di quello che socialmente viene definito di valore.

La narrazione si sviluppa in tavole a pagine piene, senza bordi e campiture, con una struttura molto variabile delle vignette, separate tra loro da sottili closures e talvolta inserite a fianco di vignette scontornate che, insieme con le pagine intere o doppie, sono quelle di maggiore impatto visivo, in cui l’artista sembra avere più agio nell’esprimere la propria abilità grafica. Infatti, come lei stessa ha suggerito, ha deciso di lasciare tutto il più libero possibile, non avere una griglia fissa di riferimento, semplicemente perché non le era utile. Non nascendo come fumettista, per lei (nel senso di “quando lavora lei sulle sue cose”) la griglia fissa è sempre un elemento che definisce il fumetto “a priori”, se la usa è per definire un ritmo preciso, mentre per questa storia voleva sentirsi assolutamente libera di cambiare impostazione delle vignette e della pagina a seconda delle esigenze. L’unica parte che ha un ritmo preciso e sempre la stessa dimensione sono le strisce di Karl, che appunto ha queste avventure solitarie in una dimensione narrativa altra rispetto alla storia. Per il resto è di nuovo un discorso di gusto personale e modo di lavorare, questo fumetto è stato disegnato e colorato nel modo per lei più istintivo e naturale possibile.

A proposito delle soluzioni cromatiche, sono stati impiegati solo tre colori, il rosso, il verde e il marrone, anzi quest’ultimo, come mi ha fatto notare la disegnatrice, deriva in realtà dalla sovrapposizione dei primi due. Il tono d’insieme risulta pieno e uniforme e permette di concentrarsi più sui personaggi e sulla vicenda che sulle sfumature dei colori. Riguardo a questa scelta, che potrebbe apparire rassicurante ma forse anche un po’ monotona per gli occhi dei bambini, Sarah Mazzetti mi ha dato una precisa spiegazione, che permette di comprendere anche la passione per il suo lavoro: il colore per lei è uno strumento di lavoro, una cosa familiare e quotidiana, che quasi per scontata, ed è molto bello vedere che chi invece non ci ha tanto a che fare per mestiere, magari può scoprire qualcosa attraverso una scelta cromatica “diversa”. Ha dunque optato per questi colori perché funzionano bene, e il rosso naturalmente è perfetto per i canditi. Probabilmente è un po’ difficile spiegare come li ha gestiti, nel senso che per lei è una cosa molto istintiva, sa che vuole un certo ritmo ed equilibrio formale nella pagina – e nella sequenza di pagine – e agisce di conseguenza, aggiusta il tiro fino a quando non ci sono, ma è proprio un po’ come comporre una melodia, una cosa per cui si forma una certa consapevolezza, ci si fa l’occhio. E lei è ossessiva in questo, non riesce a tradire il suo occhio, se una cosa non va bene lo sa.

Lo stile grafico è caratterizzato da linee spesse e pochi tratti per le figure, che risaltano in ambienti definiti con elementi essenziali su sfondi vuoti, in una varia combinazione dei due colori, usati anche per i bordi delle nuvolette e per il lettering manuale. Si possono avvertire vari influssi, dalle pubblicità futuriste fino a Blexbolex, però bisogna riconoscere che questa ricerca dei modelli, legata all’indagine dei recensori, di fatto interessa poco agli artisti, che non creano miscelando con il misurino un po’ di questa e un po’ di quella fonte, ma si lasciano guidare dal loro estro e dalla loro ispirazione. A conferma di ciò, la Mazzetti mi ha risposto che non saprebbe definire il suo stile, per lei è tutto molto naturale, sicuramente porta con sé molti riferimenti a cose e autori che ama, ma sono elementi da lei interiorizzati, che fa fatica ad esaminare. Lo stile in questo caso è davvero un modo di disegnare che per lei era molto naturale. Dopo la fatica del pensare e strutturare/progettare la pagina, disegnarla poi era la parte facile, quella che viene istintivamente.

E così mi auguro che per voi possa essere facile e piacevole la lettura de I gioielli di Elsa e che magari dal prossimo Natale le bambine più intraprendenti si divertano a utilizzare in qualche altro fantasioso modo quei colorati, insopportabili canditi.


Sarah Mazzetti
I gioielli di Elsa
2017, Canicola Editore, Canicola Bambini, collana Dino Buzzati
cm 17×24, 48 pagg., colore, € 16
ISBN9788899524227

[ Il progettoHansel e GretelLa mela mascherataI gioielli di ElsaGli autori ]

Fumetto o graphic novel: questo (non) è il problema – Intervista ad Andrea Tosti

Più vado avanti con gli anni e più mi pare che ogni incontro non sia casuale, ma tracci una pennellata in un punto preciso del quadro variegato della mia vita che acquista una forma sempre più definita. Ogni volta che conosco persone nuove mi chiedo quale tocco aggiungeranno al dipinto, se sarà di un rosso impastato di affetto o di un blu intriso di generosità o di un grigio denso di ostilità o di un bianco soffuso di indifferenza. Talvolta mi capita di imbattermi lungo la strada in qualcuno che ho incrociato in passato e poi non ho più rivisto per tanto tempo, e anche questo ritrovarsi mi pare non privo di senso. Così è accaduto che un bambino dagli occhi verdi che abitava vicino a casa mia sia diventato un giovane scrittore e io abbia partecipato alla presentazione del suo libro collegando in un cortocircuito temporale gli anni in cui l’ho salutato tante volte per strada con sua madre o nel laboratorio di ceramica vicino alla sua abitazione, al momento in cui ho condiviso con lui la soddisfazione per il suo saggio.

Ho avuto il grande piacere di leggere la sua opera durante l’estate scorsa e di prenderne numerosi spunti per il corso di fumetto che ho tenuto a Belmonte Piceno, al punto da portarla sempre con me a ogni lezione come una coperta di Linus. Insomma, questo incontro è stato per me particolarmente significativo ed è stata una fortuna ritrovare dopo un lungo tragitto quel bambino dai grandi occhi pieni di curiosità.

Sto parlando di Andrea Tosti, autore di Graphic Novel, un’imponente opera che tratta un ampio ventaglio di temi, dai protofumetti alla critica sul fumetto, dal rapporto del fumetto con il romanzo a quello con la musica, dalla relazione tra parola e immagine all’uso didattico dei fumetti, dai graphic novel europei a quelli italiani. La arricchiscono ulteriormente la prefazione di Marco Pellitteri, una testimonianza finale di Igort e numerosi contributi: di Matteo Piccioni su William Hogart, di Federica Lippi sulla storia del fumetto giapponese, sul kamishibai, sul gekiga, sulla serialità in Giappone, di Giulia Menzietti sul collegamento tra architettura e fumetto, di Vitantonio Troiani sulla “vignettizzazione”, sulla caricatura, sul fumetto diagrammatico, su arte e fumetto. Il libro risulta dunque un testo a tutto tondo sul fumetto e non solo sulla categoria commerciale diffusasi di recente in modo esponenziale, ovvero quella di “graphic novel”, una sorta di “veste buona” che alcuni vogliono fare indossare al fumetto per venderlo a un pubblico più colto, con un travestimento verbale per cui un serio, impegnato “graphic novel” è più accettabile e accattivante di un semplice, infantile “fumetto”.

La lettura dei capitoli, al di là della mole di pagine, è molto fruibile e interessante grazie alla ricchezza di informazioni, citazioni, esempi, immagini, riferimenti bibliografici e allo stile elegante e piacevole, in felice contrasto con la pesantezza erudita di molti altri saggi. Cercando di cogliere tra le pieghe del volume la personalità di chi lo ha scritto ho avuto l’impressione di una sincera passione e di un incessante lavoro di ricerca, quasi di una saggezza antica unita per rara combinazione con una giovane mente. L’assunto di fondo per cui chi legge i fumetti li adora proprio perché sono fumetti, oltre ogni tentativo di catalogazione, denominazione o interpretazione, mi è sembrato la più profonda e vera dichiarazione d’amore per questo medium.

Graphic Novel ha illuminato con un giallo solare i giorni delle mie vacanze, tanto che ho deciso di contattare Andrea per fargli sapere quanto ho apprezzato il suo lavoro e chiedergli un’intervista; la cordialità con cui ha accettato la mia richiesta e l’esaustività delle sue risposte hanno contribuito ad accrescere la mia simpatia e la mia stima nei suoi confronti.

Ed ecco il nostro dialogo a distanza.

Come ti sei appassionato ai fumetti, che pure sono considerati da alcuni «un mezzo dannoso, maledetto, banale e incapace di produrre senso»? 

Innanzitutto grazie dell’attenzione e delle domande. Spero di riuscire a dare delle risposte sensate e, soprattutto, sintetiche, su dei temi che mi hanno tenuto impegnato per alcuni, intensi anni.

La storia del come mi sono appassionato ai fumetti è, in realtà, molto banale e, credo, comune a tanti. Ho avuto la fortuna di crescere in una casa piena di libri e, anche se in misura nettamente minore, di fumetti. Quindi, essendomi sviluppato, sull’esempio dei miei genitori, come “lettore”, il salto ai fumetti è stato naturale e nient’affatto traumatico. Naturalmente sto parlando principalmente di quei fumetti considerati, spesso erroneamente, da bambini o ragazzini, come Topolino e le altre riviste di fumetti disneyani, Braccio di Ferro, Asterix ecc. Pur convivendo nella stessa casa non posso dire assolutamente che libri (intesi principalmente come romanzi) e fumetti godessero fra gli adulti della stessa considerazione, culturale e pedagogica. Eppure, alcuni divieti che mi sono stati giustamente posti, per esempio quando, troppo piccolo, prendevo in mano alcuni volumi di Crepax, mi hanno probabilmente convinto del fatto che il fumetto potesse essere considerato anche un mezzo adulto. Poi una serie di avvenimenti: l’apertura della prima fumetteria ad Ascoli, la mia città, l’incontro con altri appassionati, la scoperta delle classiche opere di “passaggio” (Watchmen, Maus, ma anche Tezuka o Otomo ecc.) e una passione che si è trasformata prima in domande, poi in studio.

Quali sono i fumetti che sono stati fondamentali per te e per quali motivi li ritieni significativi? 

Questa è una domanda cui è impossibile rispondere brevemente. Intervengono molti fattori, alcuni che fanno parte di un’esperienza condivisa da più di una generazione, come la scoperta di Maus o anche di Palestina, che ci hanno convinto (più o meno tutti, diciamo) del fatto che il fumetto è una roba seria. Però questi titoli, e altri continuamente citati in contesti simili, rischiano di trasmettere l’idea che si tratti di casi unici, quasi delle eccezioni o, come ho spiegato anche nel mio saggio, dei non-fumetti, qualcosa che ha un valore formale così alto da non poter essere considerato fumetto. I titoli che mi hanno segnato personalmente, per così dire, sono moltissimi. Posso citare i primi che mi vengono in mente, in ordine strettamente non cronologico.

I fumetti di Barks, la Trilogia della spada di ghiaccio, di Massimo De VitaLa storia del topo cattivoTeknophageRanma ½, tutto quello che quando ero adolescente era reperibile di Tezuka, Cybersix, Dylan DogFrom Hell… Questo per limitarmi ai fumetti letti fino alle superiori, diciamo. Ognuno mi ha colpito per un motivo diverso. Anche se ero molto piccolo quando lo lessi, per esempio, alcune scelte grafico-narrative degli episodi de La saga della spada di ghiaccio ancora mi tornano in mente come pietra di paragone quando leggo fumetti considerati più “seri”. La storia del topo cattivo, che oggi forse non rileggerei, mi insegnò come si potesse essere delicati nel trattare temi importanti anche con un mezzo apparentemente così caciarone, per lo meno per come era avvertito nell’opinione comune e in parte anche nella mia.

La tua opera è dedicata al graphic novel ma in realtà ha una struttura articolata e imponente, che si evince già dal sottotitolo: «Storia e teoria del romanzo a fumetti e del rapporto fra parola e immagine». Come è nato il progetto e quanto hanno influito sulle tue scelte le richieste della casa editrice Tunué?

Se si considera il numero di pagine esplicitamente dedicate alla nascita e all’affermazione del graphic novel il titolo del saggio potrebbe sembrare quasi un inganno. Ma, ovviamente, nulla nasce dal nulla, e più sono andato avanti nella progettazione del libro, prima, e nella scrittura dello stesso, poi, più ho sentito l’urgenza di allargare il discorso, di delineare non dico una consequenzialità (la storia del fumetto è anche notevolmente frammentaria) ma per lo meno una direttrice che collegasse il fumetto alla precedenti forme artistiche e narrative visuali e verbo-visuali. Il progetto nasce da una richiesta della casa editrice, che voleva mettere in catalogo un testo che facesse il punto su un contenitore, su di un’etichetta che negli ultimi anni aveva riscosso grande e trasversale successo, il graphic novel appunto. Il testo che ho consegnato alla fine credo andasse ben oltre le aspettative, anche semplicemente sotto il profilo della foliazione. Devo ringraziare soprattutto il curatore del volume, Marco Pellitteri, che mi ha sostenuto e incoraggiato nel realizzare un testo di sicuro non facile, soprattutto sotto il profilo dell’impegno personale.

Consideriamo l’idea centrale di tutto il tuo saggio: che cos’è il graphic novel? E perché in certi casi si usa l’espressione “graphic novel” piuttosto che “fumetto”?

 A questa domanda, a dispetto delle quasi mille pagine del mio libro, è molto facile dare una risposta diretta. “Graphic Novel” è semplicemente un modo diverso, più chic, più accettabile, di dire fumetto. È una definizione che alcuni autori hanno adottato per far sì che le loro opere potessero distaccarsi da una percezione comune, storicizzata, stratificata di questo medium, che vede il fumetto come forma di arte bassa (se di arte si può parlare) se non specificatamente dannosa. Un’etichetta che gli editori, ben contenti di penetrare nel più ampio mercato costituito dai consumatori di narrativa romanzesca, hanno accolto e promosso di buon grado. Ma è importante sempre ricordarsi che di fumetto stiamo parlando. Si parla di graphic novel come di un “fumetto lungo”, con “ambizioni romanzesche”, che tratta “temi importanti” e che permette di raggiungere un pubblico più alto. Tutte prerogative, queste che, come spiego nel mio saggio, il fumetto possedeva prima dell’invenzione di questo nuovo contenitore più adatto alle librerie e agli scaffali dei consumatori borghesi e colti. Un’etichetta nuova per un prodotto vecchio, se non antico, la cui adozione ha portato certo alcuni vantaggi: l’accendersi di un dibattito culturale sul fumetto che prima avveniva, quando avveniva, solo in ambiti più ristretti, la diversificazione del pubblico dei fruitori, la penetrazione nei luoghi precedentemente deputati solo alla narrativa verbale come scuole, biblioteche pubbliche ecc. Però, come sostengo anche nel saggio, questo apparentamento insistito al romanzo, al novel, con la conseguente focalizzazione su un numero ben preciso di temi e generi (il racconto bio-autobiografico, quello intimista ecc.) a lungo andare potrebbe, se non è già successo, portare come conseguenze l’indebolimento di alcune delle prerogative narrative più peculiari del fumetto, cioè quelle basate sulla narrazione principalmente visuale.

Nell’introduzione del tuo libro parti da una domanda che genera molte risposte: «Che cos’è il fumetto?», e più volte sostieni che il fumetto sfugga a leggi classificatorie. È dunque impossibile definire in modo esaustivo le caratteristiche di questo medium?

La questione credo sia più sottile. È impossibile, credo, ma non capisco perché se ne debba sentire questa grande necessità, fornire una definizione concisa di fumetto, come succede nel caso di altre forme artistiche: cinema, scultura, pittura. La pittura e la scultura, ad esempio, vengono definite dal gesto, dall’azione, dall’atto pratico che le genera. Nel fumetto convivono l’arte dello scrivere, del disegnare, del narrare spazialmente sulla stessa pagina ma anche la narrazione pagina dopo pagina. Si tratta di un dispositivo modernissimo, estremamente complesso, variegato e duttile. Una indagine storico-critica paragonabile a quella che è stata nei secoli dedicata alle altre arti o forme narrative avrebbe aiutato a definirlo sicuramente meglio, ma questa sua natura sfuggente è sicuramente componente intrinseca e affascinante di quello che il fumetto è e del modo, in parte altrettanto misterioso, attraverso cui lo fruiamo.

In che senso ci sono fumetti “standardizzati” o “addomesticati”?

Ci sono fumetti standardizzati o addomesticati, ma questo accade ed è sempre accaduto in tutti i campi della produzione artistica o letteraria. Non sempre è, necessariamente, un male. Ci sono prodotti di largo consumo che presentano delle caratteristiche fortemente standardizzate (penso, solo per fare un esempio, alla gabbia bonelliana) dentro i cui limiti imposti alcuni artisti, particolarmente intelligenti o creativi, riescono a creare piccoli gioielli. Non ricordo di aver usato questa terminologia specifica nel mio saggio, ma se l’ho fatto credo che abbia voluto rifermi a una certa normalizzazione che l’etichetta graphic novel ha introdotto nel campo della produzione fumettistica, normalizzazione cui ho accennato rispondendo a una domanda precedente di questa intervista.

Come dovrebbe essere, secondo te, un fumetto “fatto bene”?

Qui si entra ancora una volta nel campo dei gusti soggettivi. Ragionando a freddo, preferisco fumetti in cui la narrazione proceda soprattutto per invenzioni e stratagemmi narrativi visivi, cioè in cui la pagina sia utilizzata come uno spazio compiuto e autonomo in cui le vignette e i disegni nelle vignette dialoghino costantemente fra loro al di là della sequenzialità di matrice verbale. Detto questo, ci sono molti fumetti, in cui la componente di narrazione in prosa è preponderante e che si avvicinano più al campo dei libri illustrati, che ho amato molto. Sempre nell’ottica dell’indefinibilità del fumetto, è difficile definire uno standard. Sicuramente un fumetto in cui i disegni non “raccontano” ma “illustrano” mi interessa poco.

Anche la fruizione del fumetto suscita interrogativi e risposte non univoche: il fumetto “si guarda”? E in che senso invece il graphic novel “si legge”?

Mi ricollego alla domanda precedente, specificando ancora che i graphic novel altro non sono che fumetti. I fumetti si guardano quando la pagina viene concepita (penso ai fumetti di Chris Ware, ma anche a quelli di McGuire o David Aja) come un dispositivo temporale e narrativo, in cui è possibile passare dal totale (la pagina) al particolare (la vignetta o anche il singolo disegno nella vignetta) in un dialogo ininterrotto fra leggere e guardare.

La frammentarietà del racconto sequenziale per vignette, frammentarietà che il lettore, attraverso modalità ancora in parte misteriose, ricompone in una narrazione, può trovare compiutezza e unità nel tutto della pagina. Il guardare e il leggere possono coordinarsi per comporre un racconto comune, ma anche giocare di contrasto, di opposizione. Un fumetto in cui la “lettura” mima eccessivamente le strategie verbali procedendo un po’ troppo pigramente da sinistra a destra, riga dopo riga, pagina dopo pagina, lo ripeto ancora una volta, mi interessa meno. Ci sono diversi modi in cui l’occhio si muove attraverso le informazioni che un fumetto organizza come narrazione. Abbiamo già citato il passaggio, non univoco e non unidirezionale, dal tutto della pagina al dettaglio della vignetta, ma naturalmente anche la lettura sequenziale sx-dx ha un valore importantissimo, che però non andrebbe del tutto subordinato alla pagina. Poi, nel caso di fumetti costituiti da più di una tavola, anche il parziale “reset” introdotto dall’atto, ormai antico, di “voltare pagina” ha un valore narrativo tutto particolare. Per non parlare delle splash-page, ecc. Insomma, un bel casino, creativo e fecondo.

Nei confronti del fumetto esistono ancora pregiudizi e diffidenza. In quali modi e in quali contesti credi che si possa superare il perdurante atteggiamento di «imbarazzo culturale»?

Gli atteggiamenti di imbarazzo culturale nei confronti del fumetto sono, per fortuna, sempre più rari. Il fatto di poterlo chiamare con un più innocuo e disinnescante termine, “graphic novel”, invece che fumetto ha di certo aiutato. Manca però, per quanto riguarda le istituzioni culturali, pubbliche e private (testate giornalistiche generaliste, musei, corsi universitari, scuole ecc.) la formazione di figure specifiche che si possano occupare con precisa consapevolezza di questo medium. Prevale invece ancora un approccio da opinionisti per quanto riguarda i fumetti (e non solo, ahimé). Di questo argomento pare se ne possa occupare chiunque. Nel migliore dei casi, ma non sempre questo è il minore dei mali, chi parla di fumetto viene da contesti considerati attigui: penso a storici e critici dell’arte o della letteratura. Il confronto con altri ambiti è sempre auspicabile e, sulla carta, fecondo, ma si corre il rischio che il fumetto continui a essere giudicato attraverso filtri parziali: la sua artisticità, la “bellezza” dei disegni, la “letterarietà” delle sceneggiature e dei testi verbali. Tutti elementi che il fumetto contiene o può contenere, ma che non bastano sicuramente a definirlo. Il fumetto non deve essere “bello”, né “elegante”, se mi si passa una semplificazione nell’utilizzo di queste “categorie”, né dovrebbe essere giudicato per il suo valore pittorico o letterario. È quello che succede, in ambito cinematografico, quando si loda la “bella” fotografia di un film, o si pone l’attenzione in particolare su una sceneggiatura particolarmente ben scritta. Ci sono brutti film meravigliosamente scritti e magnificamente fotografati. In tempi anche recenti, inoltre, ci sono stati ancora episodi, nati soprattutto in ambito politico o giornalistico, in cui il fumetto ha destato scandalo perché si è occupato di temi (la morte, l’eutanasia ecc.) non considerati a questo adatti. Scandalo che proviene dalla percezione, si spera non più maggioritaria, che vede ancora il fumetto come un “qualcosa per bambini”. Ecco, come detto, questi casi sono sempre più rari, eppure si potrebbe persino rimpiangere la capacità perduta del fumetto, soprattutto nella sua nuova veste di “graphic novel” di generare scandalo. In fondo per molti anni, se non decenni o secoli, il fumetto ha dato ottime prove da una posizione minoritaria, bastarda, si è permesso sberleffi e affondi in quanto, appunto, poco considerato, preso sottogamba, fruito da minoranze, per lo più proletari o bambini e adolescenti. Oggi, che si affaccia quasi da pari sul palcoscenico del dibattito culturale pubblico, questa sua dimensione si sta un po’ perdendo.

In quali forme la scuola potrebbe dare il suo contributo allo sviluppo di una cultura visuale in cui rientrino anche i fumetti?

Semplicemente introducendo i fumetti come testi scolastici. Ce ne sono di adattissimi allo scopo. Inoltre sarebbe auspicabile, come si fa con i temi, spingere gli studenti a realizzarne di propri. Questo a volte avviene, ma per far sì che la cosa abbia un valore apprezzabile, bisognerebbe che gli insegnanti che promuovono, spesso con fatica, queste attività, siano formati per quanto riguarda questo campo così particolare o che, per lo meno, vengano coadiuvati da specialisti del settore. Non si tratta di un vezzo. Il fumetto, pur con una lunga storia alle spalle, ha davanti un futuro ancora molto interessante, grazie anche alla frontiera non solo del fumetto digitale ma anche di quello multimediale, spesso utilizzato per la comunicazione da grandi aziende.

Le nuove frontiere dei fumetti digitali possono cambiare o addirittura far perdere alcune caratteristiche proprie del fumetto?

Alcune caratteristiche proprie si perderanno, ma la cosa non è necessariamente un male. Il fumetto convive già da moltissimi anni, e molto bene, con il web, ma il più delle volte ci si è limitati a impaginare per un formato nuovo strategie e dispositivi narrativi consolidati. Ci sono però anche tantissimi esperimenti interessanti che sfruttano al massimo le possibilità del nuovo contenitore (o dei nuovi contenitori, considerano l’eterogeneità dei device). All’atto di sfogliare la pagina si è sostituito lo scroll, le vignette non sono più solo delle monadi immutabili ma sono diventate dei dispositivi multimediali che possono non solo contenere animazioni e musica, ma anche link ad altri siti, altre pagine, altri disegni, altri contenuti. Come sempre accade il futuro è tutto da scrivere e disegnare.

Storia del rock a fumetti – Fuori tutto il resto!

Dimensione Fumetto dedica una serie di articoli ai fumetti sulla storia di vari generi musicali disegnati da Enzo Rizzi per la collana Music & Comics di Nicola Pesce Editore.

In questo secondo volume si affronta il rock e il suo turbinoso percorso. Il precedente articolo era dedicato alla musica metal.


Pleased to meet you
Hope you guess my name

Mick Jagger e Keith Richards lo avevano scritto cinquant’anni fa in Sympathy for the Devil, immaginando che fosse il diavolo a presentarsi in prima persona.

Da sempre il rock e il diavolo vanno a braccetto, anche senza dirselo, a partire dalle accuse di satanismo o di devozione a questo o quel demone, che spesso seguono le note dei diversi filoni della musica rock.

Copertina di "Storia del rock a fumetti" di Enzo Rizzi.E Lucifero fa capolino nelle pagine del volume Storia del rock a fumetti di Enzo Rizzi, ancora una volta sotto le spoglie di Heavy Bone, lo zombie con due bestioline (chiamate «rock» e «roll») dentro la pancia che da oltre quindici anni si diletta a causare e raccontare la fine violenta di famosi musicisti e in occasione delle sue numerose apparizioni, da Diabulus in musica alla miniserie uscita nel 2017 sotto l’etichetta Heavy Comics, ha cercato di trovare vittime da immolare sull’altare dell’Hellsound.

Ma il nostro Heavy non è simile a un affabile uomo d’affari russo come quello del romanzo Il maestro e Margherita di Bulgakov, la cui lettura avrebbe ispirato a Jagger la canzone dedicata appunto a Lucifero, bensì uno spietato narratore raffigurato con le caratteristiche tipiche di molti cantanti dell’universo rock e metal: petto nudo con vistose suture, muscoli turgidi e tatuati, chioma ondeggiante, mascella prominente, sguardo (ovviamente) assatanato, sorriso beffardo, borchie, anelli, frange, pantaloni superaderenti, stivaloni e chilometri di pelle nera. Anche le sue pose sono sfacciatamente metallare: corna incrociate, gesti fallici, microfoni o chitarre afferrati come per un amplesso voluttuoso, in un’atmosfera cimiteriale traboccante di ossa, teschi, croci, degna della poesia sepolcrale di Thomas Gray.

Il tutto inserito in una struttura grafica e narrativa costante: due pagine per ogni solista o gruppo, in cui spesso nella prima o seconda vignetta compare il nostro «star killer» a introdurre la storia, magari richiamando in qualche dettaglio gli artisti presentati (abbigliamento, strumento, trucco) e interagendo talora con essi,  come quando canta con Bob Dylan and The Band o si atteggia con i pugni protesi in avanti sostituendosi al leader dei New York Dolls.

Dopo la breve introduzione le immagini si concentrano sulle principali tappe della carriera dei musicisti e soprattutto sui dettagli torbidi, violenti o dolorosi delle loro vite private, con un’accentuazione maggiore del tono macabro e scandalistico rispetto alla Storia del metal a fumetti.

Le vignette sono disposte senza una griglia fissa, assecondando l’intento artistico comune alle altre storie della musica a fumetti dello stesso autore, ovvero quello di riprodurre con uno stile iperrealistico molte foto anche piuttosto note all’immaginario collettivo, in cui gli artisti sono immortalati durante i loro concerti o nei momenti di pausa tra un’esibizione e un’altra; in base a questa esigenza può accadere che parti di una scena sconfinino in una contigua e che sia adottata in modo libero la soluzione con fondo bianco e figure nere scontornate o viceversa per ragioni combinatorie più che semantiche.

Allo stesso modo le didascalie della voce narrante, il nostro sarcastico chitarrista infernale, si inseriscono fittamente con bordi marcati tra le vignette o all’interno di esse, rendendo in qualche caso poco chiara la loro successione. Non compaiono splash page, a differenza della Storia del metal a fumetti, rispetto alla quale inoltre viene seguito un ordine cronologico da Robert Johnson fino ai Foo Fighters, con l’aggiunta delle schede finali sui concerti e gli strumenti musicali e immancabilmente, in apertura e in chiusura d’opera, alcune pagine dedicate al nostro Heavy Bone.

L’impostazione enciclopedica è di necessità sintetica e non sempre prodiga di informazioni, dato che concentra in uno spazio purtroppo esiguo la parabola artistica talvolta anche lunghissima dei settantatre solisti o gruppi raffigurati e, come avviene per altri libri di storia della musica, non permette di cogliere appieno i legami o le influenze che attraversano la storia del rock, il fiume sotterraneo di ispirazioni, suggestioni, echi che carsicamente affiora e per ignota casualità dà vita a pezzi memorabili, creando un flusso inarrestabile e unitario pur nelle infinite diramazioni e commistioni, dal folk al punk, dall’electronic all’alternative.

Di sicuro è evidente il filo conduttore dell’interpretazione del rock come genere satanico, impersonato dal protagonista ed esemplificato da vicende di eccessi e dannazione, proponendo un’ampia rassegna di artisti eccezionali ma maledetti a volte fin dalla nascita, come Jerry Lee Lewis.

Seguendo questa linea è possibile trovare nelle biografie dei musicisti altri elementi ricorrenti: un’infanzia segnata dalla separazione dei genitori, come per Lenny Kravitz, dall’abbandono da parte del padre, come per Eddie Vedder dei Pearl Jam, o dalla sua morte, come per Roger Waters dei Pink Floyd, o ancora dalla povertà, come per Elvis Presley. E poi ci sono i concerti, il successo più o meno immediato, gli alterni rovesci della sorte, gli scioglimenti e le ricomposizioni di band, l’abuso di droghe e alcol, la depressione, gli amori duraturi, contrastati, fugaci, le morti tragiche o repentine.

Il quadro che emerge è a tinte talmente fosche e luttuose che viene da chiedersi, al termine della lettura del fumetto, se il diavolo abbia davvero lasciato un’orma così pesante lungo la via di questo genere musicale.

Ma noi che amiamo il rock sappiamo bene che non è solo questo: il rock è energia, passione, forza vitale, libertà. Così tra le pagine dell’opera possiamo cogliere implicitamente altri aspetti che avvicinano, ad esempio, i Beatles ai Red Hot Chili Pepper, i Sex Pistols ai Rolling Stones, David Bowie a Bruce Springsteen: talento, genialità, ostinazione, rottura con le regole o con il passato, carisma, fortuna. Alla stessa maniera possiamo avvertire le differenze tra i Queen e i Lynyrd Skynyrd, gli U2 e i Ramones, Johnny Cash e Ben Harper, soprattutto in base ai nostri gusti personali. Infatti accade a tutti noi di adorare una canzone ma detestarne un’altra, di associare una melodia a un momento particolare della nostra vita, di seguire o abbandonare generi e tendenze, di proiettare nei cantanti e nei loro testi le nostre debolezze e le nostre domande, di riconoscere nelle parole e nelle note di un brano un nostro lato intimo altrimenti inespresso. Veneriamo il rock per la tecnica musicale portata ai massimi livelli, per la melodia pura, graffiante, travolgente, per la dissonanza irrazionale, liberatoria, potente, per la bellezza sublime dei suoni della batteria, della chitarra, del basso, della voce, che intridono il nostro animo e la nostra pelle con un effetto ogni volta diverso. Magari non vediamo nel rock l’impronta del diavolo e crediamo di non aver mai «stretto la mano a Satana» o «dormito nel suo letto», come cantano i Pearl Jam in Satan’s Bed; non associamo Helter Skelter dei Beatles ai significati oscuramente allusivi del White Album, ma all’esclamazione finale di Ringo Starr «I’ve got blisters on my fingers!».

Insomma, per noi il rock è eclettico, sorprendente, incoerente, il rock ci esalta, ci sconvolge, ci culla, ci accompagna e ci sostiene fin da quando per la prima volta è entrato nel nostro cuore, ci si è piazzato come un irriverente sovrano e gli ha ordinato: «Fuori tutto il resto!»

NOTA: Ringrazio molto il mio amico Andrea Cittadini Bellini per aver preso parte alla stesura di questo articolo.

Il titolo e la conclusione dell’articolo sono una citazione di Leave Out all the Rest dei Linkin Park in ricordo del leader Chester Bennington, che non è presente con il suo gruppo nel fumetto, ma con la sua vita e le sue canzoni ha incarnato per me le molteplici contraddizioni e la magnifica bellezza del rock.


Enzo Rizzi
Storia del rock a fumetti
Nicola Pesce Editore
cm 21×29.7, b&n, brossura, 204 pagg., € 9.90
ISBN 9788897141235

Storia del metal a fumetti – METAL NEVER DIES!

Dimensione Fumetto dedica una serie di articoli ai fumetti sulla storia di vari generi musicali disegnati da Enzo Rizzi per la collana Music & Comics di Nicola Pesce Editore.

Per il volume Storia del metal a fumetti ci siamo rivolti a un profondo conoscitore del genere, un ottimo musicista, un metallaro DOC, un grande amante del rock duro e dei fumetti, Daniele Egidi, che ha scritto per noi questo appassionato e appassionante articolo.


Premessa

Il nome “Heavy Metal” assegnato alla particolare forma di rock molto duro e con liriche identificabili sembra che derivi, secondo un’ipotesi molto accreditata, dalla rivista di fumetti americana Heavy Metal, appunto, e dal film omonimo. Le copertine della rivista e i fumetti in questione intrisi di un’atmosfera fantasy-gotico-erotica si avvicinavano molto all’immaginario del nascente stile musicale a metà anni ‘70. Basta riguardarsi molte copertine di dischi per capire quanto il legame fra metal e fumetti sia strettissimo.

Esempio eclatante sono gli epici Manowar, newyorkesi e per loro stessa ammissione «figli di Odino», il cui artwork discende direttamente dai fumetti di Conan il Barbaro.

Oppure i Death, bandieri dell’orrorifico Death Metal, che si rifanno nell’immaginario dei primi dischi ai fumetti “maledetti” della EC Comics.

Storia del metal a fumetti

Qualche anno fa, due miei cugini ritornarono dalla celeberrima manifestazione di Lucca omaggiandomi con  il volume di Enzo Rizzi che, fin dal titolo, unisce due fra le mie grandi passioni: metallo (pesante, ovviamente) e fumetti. Inoltre sul frontespizio c’è uno schizzo del protagonista dell’opera, Heavy Bone, con una scritta a pennarello dedicata a me, sulla fiducia, dall’autore.

Enzo Rizzi ha tutto il curriculum in regola per trattare dell’argomento, infatti si è sempre mosso nella cultura grafica del rock e del metallo, collaborando alla storiche riviste di settore H/M, Metal Shock, Flash (ahimè, ormai chiuse) e RockHard (attuale portabandiera del metal), a Dylan Dog (ovviamente), ai fanclub italiani di varie band fra cui Kiss e Metallica. Ha pubblicato alcune miniserie e per NPE, oltre alla Storia del metal a fumetti, i volumi Diabulus in musica, Storia del rock a fumetti e Storia del pop a fumetti, sempre con Heavy Bone. Attualmente tra i suoi innumerevoli progetti coopera con il portale TrueMetal e con la collana Danze Macabre della CRAC edizioni.

Heavy Bone

Il protagonista della Storia del metal a fumetti è Heavy Bone: palesemente ispirato a livello grafico all’icona metal per eccellenza, cioè Eddie degli Iron Maiden, a livello psicologico presenta delle connotazioni decisamente inquietanti, infatti la sua attività è quella di biografo/anfitrione della vita delle rockstar con una particolare predilezione per i tratti morbosi e scandalistici, come sesso, droga e violenza in abbondanza. Basti ricordare i suicidi teatrali di Cobain e DEAD dei Mayhem, le morti dovute agli eccessi di Hendrix (forse il primo precursore del rock duro), di Bon Scott e molti altri, le sparatorie in vari concerti negli USA, eccetera. Heavy Bone ha un altro vizietto però, non è solo un pettegolone: di tanto in tanto si diletta come esecutore e giustiziere dei più maledetti dell’universo rock e metal.

Struttura del fumetto

Ma Rizzi non dimentica certo quello che i metallari amano di più, cioè la musica, trattata con competenza e rigore musicologici. La sua opera è fondamentalmente un’enciclopedia disegnata sul bizzarro e geniale universo del Metallo Pesante, con ramificazioni verso il rock, il grunge e altro ancora, considerando ad esempio le vicende di Nirvana e Aerosmith, pilastri non solo del rock, ma anche della cultura contemporanea.

Il protagonista Heavy Bone introduce per ogni band, in ordine alfabetico, una scheda biografica di due pagine che traccia l’aspetto umano e musicale con illustrazioni riferite a foto realmente scattate e spesso assurte a icona del contemporaneo, per esempio i Kiss che con il loro look e make-up hanno segnato un’epoca, forse ancor più che con le loro bellissime hit, o il sex symbol rock per eccellenza, Robert Plant dei Led Zeppelin, raffigurato in una tipica posa sensuale.

 

Le rivelazioni non sono certo sconvolgenti in quanto il materiale biografico è chiaramente conosciuto dagli appassionati più irriducibili. Inoltre Rizzi non si avventura nella corrente ideologicamente e musicalmente più controversa, cioè il True Norwegian Black Metal, anche se la trattazione di band come Slayer, Rammstein e i marchigiani (in origine) Death SS fa capire che l’autore non si tira certo indietro di fronte a talune posizioni filosofico-religioso-politiche di alcuni esponenti. Come bonus aggiuntivo finale, il fumettista ci regala la narrazione di e con Heavy Bone su come sono nate due perle iconiche di questo genere musicale, la stranota Smoke on the Water dei Deep Purple, la cui composizione è ispirata all’incendio realmente accaduto durante un concerto di Frank Zappa al quale assisteva la band (ma il  retroscena con Heavy Bone è “inedito”), e Cowboys from Hell, in cui è decisamente tragica e purtroppo reale la storia collegata a Dimebag Barrel, virtuosissimo chitarrista dei Pantera.

Stile grafico

Dalle immagini del fumetto erompe tutta la carica energetica dell’hard rock’n’roll: se prendiamo una band molto conosciuta come gli AC/DC, in due tavole sono condensati con vigore e forza visiva gli eventi principali del gruppo, culminanti nella morte per alcol del primo singer Bon Scott. Un episodio disegnato in pieno stile splatter movie è quello di Rob Zombie che, oltre a guidare la seminale band White Zombie, ha scritto molto (anche fumetti) e soprattutto diretto una manciata di film horror che hanno rivoluzionato il genere introducendo raffinatezze stilistiche con musica classica e citazioni esoteriche e filosofiche particolarmente colte.

Conclusioni

Da quando leggo i fumetti, cioè da sempre, la “narrativa disegnata” si è largamente affrancata dai pregiudizi che la circondavano (roba da bambini, ecc.). Autori come Frank Miller negli USA, Alan Moore in UK e Tiziano Sclavi da noi hanno irrimediabilmente abbattuto lo steccato fra cultura popolare e cultura alta, perlomeno nei comics.

Discorso diverso per quanto riguarda il rock duro. Ascolto il metal da più di trent’anni e ne ho sentite, e continuo a sentirne, di tutti i colori: «il metal è solo rumore», «ha un’ideologia reazionaria, maschilista e guerrafondaia», «io veramente ascolto tutto: dall’elettronica londinese alla world music bengalese, proprio tutto, tranne il metal». Ma mi chiedo, giusto per dire: dove hanno suonato i più raffinati musicisti moderni e contemporanei? E l’immaginario scaturito dal metallo non è forse fra i più complessi e affascinanti della cultura contemporanea con riferimenti fantasy, mitologici, nordici, religiosi, filosofici e persino cosmogonici? La band svedese Bathory del compianto Quorthon non ha trattato in maniera approfondita tutta la mitologia vichinga collegata anche all’Eterno Ritorno di Nietzsche? O i nostri marchigiani CENTVRION la storia dell’Impero Romano?

A tutti questi “intellettuali chic” che disprezzano il metal consiglio la lettura del fumetto di Enzo Rizzi, un compendio molto ironico e a tratti cinico sui musicisti che noi metallari amiamo, ma soprattutto a coloro che con mente curiosa e aperta potranno usare questa “bibbia” come porta d’ingresso davvero speciale alla storia e alla filologia della nostra musica.

KEEP THE FAITH ALIVE!


Enzo Rizzi
Storia del metal a fumetti
Nicola Pesce Editore
cm 21×29.7, b&n, brossura, 160 pagg., € 19.90
ISBN 9788897141495

La catena della fiducia – Fumetti a Belmonte Piceno

Quando leggiamo un fumetto o un romanzo, guardiamo un film o un documentario, assistiamo a uno spettacolo o a una manifestazione, spesso ci concentriamo su ciò che abbiamo davanti, ma non consideriamo ciò che viene prima del risultato finale, trascurando un complesso di attività, problemi, soluzioni e l’impegno di vari soggetti che hanno collaborato e speso un tempo anche piuttosto lungo per raggiungere insieme uno scopo comune. Per questo voglio parlarvi di alcune opere per me molto speciali e spiegarvi come hanno preso lentamente forma durante il corso di fumetto che ho tenuto a Belmonte Piceno come docente per la parte teorica, in piacevole sinergia con Chiara Pezzella, in arte Claire Piece, curatrice della parte pratica.

Il progetto

Nei primi tre incontri abbiamo scelto di trattare ogni volta nella fase iniziale la storia del medium e i suoi aspetti formali, dalla griglia al lettering, mostrando attraverso diapositive e opere molteplici esempi e possibilità, e di far esercitare nella seconda fase i corsisti, dei quali alcuni alle prime armi, altri già preparati, sulle basi del disegno e della colorazione. Nella terza lezione abbiamo affrontato anche l’argomento della sceneggiatura, mettendolo subito in pratica con un esercizio di ricostruzione del soggetto di un fumetto di Sio e affidando ai ragazzi il compito di scrivere e inviare a me la storia del loro fumetto prima del successivo incontro. Le ultime due lezioni sono state destinate a trasformare il racconto in storyboard e a scegliere gli elementi formali fino ad arrivare alla realizzazione dei fumetti, tutti ambientati a Belmonte Piceno, accogliente e affascinante paesino del fermano.

Gli elaborati

Il fumetto di Julia, Il sentiero del picchio, è stato dedicato alle origini remote delle prime comunità che si sono insediate nel rigoglioso territorio piceno seguendo il volo di un animale totem, il picchio, per trovare i luoghi più favorevoli all’insediamento umano.

La spiccata sensibilità di Julia e la sua tecnica di disegno già sicura le hanno permesso di creare con estrema naturalezza le tavole, come se già tutto fosse già pronto nella sua mente e non aspettasse altro che di essere messo sul foglio. Con un tratto realistico e dolce e con pochi e ben dosati colori Julia ha tradotto in immagini una storia antichissima di una migrazione carica di speranze trasponendovi la delicatezza del suo animo e la gentilezza della sua dote artistica.

 

 

 

Il fumetto di Alessia, Giochi del destino, ha preso spunto da un fatto realmente accaduto, legato al personaggio più famoso di Belmonte Piceno, Silvestro Baglioni, docente universitario, studioso di fisiologia, appassionato di musica, poesia, archeologia, che per una fortuita coincidenza riuscì a salvare da morte certa alcuni compaesani durante l’invasione nazista, giunta purtroppo anche nel tranquillo entroterra marchigiano.

Oltre all’intensità umana della vicenda narrata, degna testimonianza di uno degli innumerevoli atti di eroismo di cui gli uomini sono capaci soprattutto nel pericolo comune, bisogna apprezzare la maturazione compiuta da Alessia, che per la prima volta ha affrontato tutti i passi della creazione di un fumetto, riuscendoci molto bene con uno stile iconico atto a sdrammatizzare i terribili eventi raffigurati e con vignette concentrate sui personaggi piuttosto che sull’ambiente circostante. Malgrado i dubbi scherzosamente espressi più volte sulle sue capacità, come accade a chiunque con umiltà sia disposto a migliorare, Alessia ha affinato le sue doti finora nascoste compiendo un significativo progresso nel corso delle lezioni.

Filippo ha immaginato la storia di un amore ostacolato e poi coronato nell’immancabile lieto fine, dando ai fatti anche una chiave di lettura simbolica in relazione al recente terremoto che ha colpito la nostra bella terra, infatti la vicenda da lui disegnata è diventata un’allegoria della resistenza alle avversità della vita e un simbolo della resilienza degli individui, pronti a risollevarsi nei momenti di difficoltà e ricostruire mattone dopo mattone le loro case e la loro quotidianità. Da qui la scelta del titolo La rinascita, che si inserisce come elemento tridimensionale nella prima scena all’inizio della strada principale di Belmonte Piceno ed è uno dei pochi elementi del fumetto a essere colorato, mentre la maggior parte delle vignette presenta solo delle ombreggiature in grigio e, quando si vuole dare maggiore risalto ai personaggi e alle loro azioni, lo sfondo è lasciato bianco, senza dettagli paesaggistici.

Notevole la capacità di scandire il racconto creando i momenti di maggiore attesa nella vignetta finale di ogni tavola, con il famoso espediente del “volta-pagina”, e di dare rilievo all’evento centrale con una tavola a tre vignette in cui l’elemento architettonico è predominante e la sensazione di smarrimento e instabilità è proprio quella che si avverte durante un sisma. «Il ragazzo si farà», come si suol dire, ma già Filippo ha dato prova di grande impegno e professionalità, rispettando con puntualità le consegne, seguendo con costanza i consigli delle insegnanti, lavorando con l’energia propria della sua giovane età a un’opera di alto pregio.

Infine arriviamo alla storia di Edoardo: un’esplosione nucleare risparmia solo Belmonte Piceno e un pazzoide ne approfitta per mettere in atto i suoi propositi scellerati… ma questo avvenimento è troppo catastrofico e io non approvo che il fumetto sia incentrato su di esso. Edoardo non si dà per vinto e propone un altro inizio e un altro ancora, ma io gli stronco sempre le idee perché mi sembrano troppo drammatiche o surreali o pessimistiche.

Ebbene, il fumetto di Edoardo è nato davvero da una discussione piuttosto accesa tra me e lui sul soggetto da disegnare, ma è emblematico di ciò che secondo me è alla base del rapporto tra docente e discente, ovvero la fiducia reciproca riguardo alle capacità e alle intenzioni dell’altro. Se manca da una delle due parti il gioco finisce o non va a buon fine, con un risultato negativo o addirittura nullo sia per chi insegna sia per chi impara. Quando invece entrambi hanno ben chiaro che la strada da seguire va nella stessa direzione ed è quella giusta, allora si spalancano possibilità inaspettate; così in questo caso da vicende tristi e cupe scaturite dalla fantasia di un ragazzo molto riflessivo e intelligente è venuto fuori un fumetto divertente e originale, con il titolo alla fine (che non posso svelarvi), in cui Edoardo ha manifestato un raro talento nella scelta delle inquadrature, nella riproduzione fotografica della realtà, nella colorazione delle scene, che finora ha espresso quasi sempre in forma digitale.

Conclusioni

Questo è il lavoro che c’è dietro la realizzazione dei fumetti, ma non bisogna dimenticare un altro elemento essenziale di ogni corso, cioè la collaborazione, senza la quale tutto ciò che vi ho raccontato non sarebbe stato possibile. E anche alla base di questa, guarda caso, sta la fiducia reciproca: la fiducia con cui Mauro ha contattato me e Chiara per realizzare il corso; la fiducia con cui Chiara e io abbiamo collaborato; la fiducia con cui gli amici di Dimensione Fumetto Veronica, Sabrina, Arianna, Amanda, Andrea, Riccardo, Luca e ancora Mauro hanno discusso con me ogni decisione; la fiducia con cui i magnifici ragazzi del Progetto Next, Giada, Silvia, Virginia, Loris, Alessandro mi hanno accolta dall’inizio e hanno fatto in modo che tutto filasse alla perfezione; la fiducia con cui le autorità dei comuni coinvolti nel Progetto Next, cioè Ivano Bascioni, sindaco di Belmonte Piceno, Marco Fabiani, sindaco di Monteleone di Fermo, e Marco Rotoni, sindaco di Servigliano, hanno definito con me, Chiara e i rappresentanti degli altri partner partecipanti i dettagli dell’iniziativa. A tutti loro e ai corsisti vanno i miei ringraziamenti e la mia gratitudine per questa esperienza entusiasmante, impegnativa, memorabile.

Nell’evento di chiusura, che si è svolto il 28 gennaio al Teatro Don Bosco di Belmonte Piceno, non mi sono sorpresa nell’avvertire l’emozione mia e di tutti quelli che hanno contribuito a questa impresa e sono rimasta incantata in particolare dal discorso di Adolfo Leoni, autore di una “guida-non guida” sulle Terre Farfensi, che con suadente eloquio mi ha fatto riflettere su un aspetto decisivo per la riuscita del progetto: la “catena” creata tra gli adulti e i giovani, il sostegno che gli uni hanno dato agli altri allacciando legami laddove talvolta tra generazioni si alzano muri o si scavano fossati. Insomma, sempre una questione di fiducia.

 

 

 

 

La parola a Claire

Dulcis in fundo, voglio lasciare la parte conclusiva di questo articolo a Chiara, compagna d’avventura e di viaggi (anche rocamboleschi) in auto, di cui ho ammirato la contagiosa positività, l’eccezionale bravura e l’inesauribile fantasia con le quali ha aiutato i ragazzi a realizzare opere meravigliose. Le ho chiesto le sue impressioni sulle attività svolte perché non potevo scrivere da sola su ciò per cui abbiamo lavorato fianco a fianco, e queste sono le sue parole.

La mia attività di disegno è partita dalle basi. 

Si è cominciato con un primo approccio all’anatomia umana, passando per l’inchiostrazione fatta con penne appositamente create per il ripasso, arrivando poi all’utilizzo della tecnica ad acquerello da applicare alla colorazione finale delle tavole illustrate. Inoltre nelle fasi decisive del lavoro pratico il contributo di Maura è stato importantissimo nella creazione delle sceneggiature, mettendo in condizione i ragazzi di analizzare all’atto pratico le tipologie  delle divisioni delle vignette e delle impaginazioni precedentemente affrontate.

Non è la prima volta che mi viene chiesto di provare a insegnare o infondere passione nel disegno tramite un corso di fumetto, per cui la gentile proposta venuta dall’associazione Dimensione Fumetto mi ha molto entusiasmato. 

Ci sarebbe stato là fuori un pubblico giovane e capace, pronto a creare qualcosa seguendo i tuoi consigli; qualcosa creato da una perfetta sinergia di insegnamenti, fantasia e creatività che avrebbe poi dato frutti emozionanti. E questa per me era solo la fase di pura immaginazione, quando il corso era nel suo stato embrionale.

E assolutamente le mie elucubrazioni su questo corso non sono state smentite dalla realtà. I nostri allievi sono stati bravissimi, ma questo non lo dico perché va detto o si dovrebbe dire, infatti sono abbastanza severa se serve -e loro lo sanno. Sono stati bravissimi perché hanno affrontato in cinque lezioni dubbi, blocchi e ostacoli interiori attraverso matite, penne da ripasso, colori e l’ideazione delle loro avventure su carta. E per me, come docente del corso, non c’è soddisfazione più grande. La bravura, la tecnica e le ore di pratica sono importanti, ma senza una buona consapevolezza di sé può diventare difficile persino disegnare e creare. Questi ragazzi, consegnando i loro lavori grafici finiti, hanno espresso al mondo quello che sono nelle loro perfezioni e imperfezioni, hanno mostrato che nonostante si viva in una piccola realtà, di piccoli paesi, si possa aspirare – non solo tramite i social- ad arrivare alle persone con un mezzo intrigante come il fumetto. Per questo sono bravissimi.

Se il corso delle cose…

Il fumetto è cultura. Il fumetto travalica i confini geografici, le distanze, le differenze. Il fumetto unisce.

Grazie al fumetto persone e realtà anche molto lontane si avvicinano e nascono amicizie, collaborazioni, ricordi indelebili.

E oggi ve lo raccontiamo così, attraverso l’incontro tra due nostri collaboratori speciali…

«Professoressa Pugliese, c’è un signore che l’aspetta.»

L’uomo si avvicina, si china un po’ in avanti, mi porge la mano e mi saluta dandomi ancora una volta del lei, cosa che mi fa sentire terribilmente vecchia e terribilmente professoressa.

Dall’atrio della scuola saliamo insieme le scale per cominciare questa mattinata speciale in cui nelle mie classi per un giorno non tratteremo di Cretesi, Augusto, fantascienza e participi, ma di cultura giapponese.

Entriamo in aula, anzi io entro mentre lui aspetta sulla soglia un mio cenno per farsi avanti; lo presento ai miei alunni, poi inizia la sua lezione: traccia segni incomprensibili sulla parte destra della lavagna dall’alto verso il basso, spiegando che si tratta della data di oggi, con l’indicazione dell’anno in carica dell’imperatore giapponese, il ventinovesimo dalla sua ascesa al trono, del mese e del giorno. A fianco scrive il proprio nome italiano trasposto nei caratteri nipponici e un ragazzo che si chiama allo stesso modo si affretta a ricopiare quelle linee sul suo diario. Parla ai miei studenti con sorprendente naturalezza di una Terra geograficamente e culturalmente così lontana dalla nostra, come se ci abitasse da una vita, mentre solo quattro anni fa è partito da Ascoli per trasferirsi a Okayama, nella parte meridionale del Giappone. Per un’ora con le sue parole annulla l’immensa distanza tra Occidente e Oriente, facendo percepire che è legato da ragioni profonde al Paese del Sol Levante e dimostrando che culture all’apparenza molto differenti in realtà hanno alcuni aspetti comuni grazie al lento e tenace scambio di conoscenze operato dai mercanti nel corso dei secoli lungo la Via della Seta. Il discorso passa inevitabilmente ai giovani e, come si poteva già intuire, spiega che i ragazzi giapponesi vestono all’incirca come i miei, anche se molto condizionati da rigide regole sociali, come i miei ascoltano fiumi di musica pop e venerano i loro idoli musicali, seguendoli minuto per minuto sui social e sognando di partecipare a un loro concerto per cantare e ballare insieme alle star sotto a un palco.

Suona la campanella: il tempo è volato via, bisogna andare in un’altra classe.

Anche qui entro prima io e poi lui dopo un’iniziale esitazione; dico che ho scelto proprio questo giorno per farlo incontrare con tutti i miei studenti e gli passo la parola: ci racconta per quale motivo ora vive in Giappone, quindi inizia a scrivere ideogrammi alla lavagna svelandone significati, evoluzione, pronuncia, combinazioni. I miei alunni, come incantati, alzano le mani, chiedono di Marco Polo, delle lettere sulla tastiera del computer, e il dialogo si sviluppa seguendo direzioni imprevedibili verso i tre oggetti sacri dell’imperatore, l’origine divina del Giappone e dei suoi abitanti, la chiusura secolare al mondo esterno, la lunghissima dittatura militare dello shogunato, l’isoletta a forma di ventaglio su cui attraccavano i commercianti olandesi per lasciare le loro mercanzie.

Ricreazione: dieci minuti, ed eccoci nell’ultima classe per oggi.

Stavolta entra difilato nell’aula, finalmente il ghiaccio si è rotto; soliti convenevoli e via con un’altra emozionante immersione nel mondo nipponico, passando dall’architettura ai terremoti, dai film di Miyazaki all’arte degli haiku, fino ad arrivare all’argomento che più mi affascina, il confronto tra il senso di vergogna dei Giapponesi e il medesimo sentimento provato dagli eroi omerici nei confronti della comunità se non sono all’altezza del giudizio collettivo. Tempo fa gli avevo chiesto di darmi una mano  per un futuro progetto su Omero, ma ora mi sembra che grazie a questo incontro estemporaneo lui abbia mantenuto la sua promessa e si avveri per l’ennesima volta la massima di Merleau-Ponty (che prendo dal primo romanzo di Camilleri): «Il corso delle cose è sinuoso».

Di quest’ultima conversazione con i miei studenti mi resta impressa la metafora della ciotola di riso con cui i Giapponesi rappresentano se stessi, tutti utili solo se uniti insieme agli altri, come i chicchi sono buoni e nutrienti solo se insieme riempiono una ciotola, e anche se l’inflessibile idea del dovere verso la società mi appare eccessiva e in parte inconcepibile, non posso non condividere e invidiare l’imperativo di rispettare i beni comuni in quanto di tutti, quindi non dei singoli.

La lezione è finita: scendiamo le scale, ci imbattiamo nella professoressa che gli ha insegnato educazione fisica, infine salutiamo la Preside e la Vicepreside con l’augurio di prossimi scambi tra la nostra scuola e il lontano mondo nipponico, se il corso delle cose sarà sinuosamente propizio.

Fra qualche giorno lui partirà dalla sua Italia per tornare nel suo Giappone, per questo ho deciso di lasciare un segno scritto del nostro incontro e di ringraziare ancora Mario Pasqualini dalle colonne del sito della nostra associazione, Dimensione Fumetto.