Harinezumi Hedgehog

Un giapponese appassionato della cultura degli anime, che vuole visitare i Navigli a Milano.

Lo chiamavamo Koutetsu Jeeg, lo chiamavano Jeeg Robot

Durante il periodo Shouwa c’era in televisione una fascia oraria in cui mandavano i cartoni animati in replica¹, e quando facevo le scuole elementari al rientro a casa trovavo sempre in questa fascia le repliche continue di Mazinga Z e di altri titoli rappresentativi dei robottoni della Toei. Fra questi c’era anche Jeeg robot d’acciaio, io lo guardavo e ancora me lo ricordo. Era un anime a evidente contenuto morale in cui il buono con grande sforzo sconfiggeva i cattivi, ma ancora oggi che sono cresciuto e sono diventato un uomo di mezza età quelle serate durante gli anni delle elementari sono rimaste un indelebile ricordo di gioventù.

Benché sapessi che gli anime giapponesi sono famosi in Italia, quando ho letto una news in cui si diceva che Jeeg robot d’acciaio era diventato il tema di un film di grande successo, francamente la prima reazione che ho avuto è stata di spaesamento. Sarà sicuramente un ridicolo anime per bambini. Non posso nemmeno pensare che sia un film dal vivo. Davvero va bene questa cosa?

Ma adesso, dopo aver visto in anteprima questo film a Tokyo², i dubbi sono scomparsi e al loro posto provo una sensazione di enorme gratitudine per aver usato Jeeg robot d’acciaio in questo meraviglioso capolavoro.

Poster giapponese di "Lo chiamavano Jeeg Robot".

Il poster giapponese di Lo chiamavano Jeeg Robot, identico a quello italiano a parte per l’inversione di dimensione fra il titoli.

Per prima cosa ho molto apprezzato che il protagonista sia un uomo di mezza età, ingrassato, recidivo al furto e allo scippo, che si è infilato in un vicolo cieco fatto di giornate in cui si consola con budini e video porno. Situazioni simili erano già presenti in uno dei miei film preferiti, ovvero quel Trainspotting in cui Ewan McGregor interpreta Renton che annega fra la droga e un “senso di blocco” che gli impedisce di vedere il domani, ma quel Renton era un giovane che riusciva comunque a essere in qualche modo affascinante: ecco perché nel finale del film il suo lasciarsi alle spalle la droga e il salto nell’età adulta sono credibili. Qui però il personaggio di Enzo, interpretato da Claudio Santamaria, è un adulto che ormai ha già superato l’adolescenza da un bel po’, e la scena della corsa all’inizio del film con il corpo grasso in vista comunica una sensazione di bruttezza che non ha proprio nulla di affascinante.

Per aprire uno squarcio in questa storia su cui galleggia il “senso di blocco”, il regista Gabriele Mainetti lancia una palla veloce chiamata Jeeg robot d’acciaio: l’anime robotico giapponese diventa un mondo di sogno al cui interno vive Alessia, interpretata da Ilenia Pastorelli, una ragazza figlia di un uomo ucciso durante una trattativa di vendita di stupefacenti. All’inizio Jeeg robot d’acciaio sembra il sogno animato in cui si è rifugiato l’animo malato di una trentenne zitella con problemi mentali, ma poi man mano lo spettatore capisce che Alessia ha scelto quel mondo perché possiede il cuore puro di un bambino, e al contempo quello stesso mondo viene usato in maniera effettiva e convincente per risvegliare in un uomo di mezza età come Enzo il suo spirito da eroe. Come spettatore giapponese ne sono entusiasta. In una trama del tutto assurda, il regista vi ha inserito dentro Jeeg robot d’acciaio in un modo che riesce a dar vita a questo lavoro.

Regista e protagonisti di "Lo chiamavano Jeeg Robot".

Il regista del film con i tre attori principali: da sinistra Luca Marinelli, Claudio Santamaria, il regista Gabriele Mainetti e Ilenia Pastorelli.

Qualche decennio fa, in Giappone, la sera c’era un bambino delle elementari che stava davanti alla TV a guardare Jeeg robot d’acciaio, e adesso quel bambino è diventato un otaku di mezza età che ancora oggi legge fumetti e guarda cartoni animati. Allo stesso modo, qualche decennio fa, anche in Italia c’erano bambini che guardavano Jeeg robot d’acciaio, quei bambini sono cresciuti, e anche se sono diventati uomini di mezza età sono sicuro che conservano ancora lo stesso spirito di quel periodo.

Al regista Mainetti e a tutto lo staff che ha realizzato questa meravigliosa opera, e a tutti gli italiani che hanno saputo accogliere la cultura degli anime giapponesi, a tutti loro sono profondamente grato.


Note

1: in Giappone le repliche televisive sono estremamente rare e la stragrande maggioranza degli anime viene trasmessa una volta sola. Durante il periodo Shouwa, quindi fino al 1989, il numero di serie animate per la televisione era ancora sufficientemente contenuto da consentire le repliche, ma attualmente l’enorme quantità di serie prodotte non lascia spazio ai vecchi titoli. Per maggiori informazioni consultare l’articolo Il secondo Second Impact sulla ritrasmissione celebrativa di Neon Genesis Evangelion.

2: il film uscirà in tutto il Giappone il prossimo 20 maggio.

Alla mostra di your name., a casa di Makoto Shinkai

Poster della mostra "'Kimi no na wa.' ten".

Il poster della mostra ‘Kimi no na wa.’ ten, ovvero molto didascalicamente “Esposizione di ‘your name.'”. Il pragmatismo nipponico.

Sono andato alla mostra dedicata al film your name. al Museo d’arte Kougen di Koumi, una cittadina turistica situata in un altopiano ai piedi del Monte Yatsugatake, nella prefettura di Nagano, che è anche la città dove è nato e cresciuto il regista Makoto Shinkai. Il museo è stato progettato dall’architetto di fama mondiale Tadao Andou, e costruito dall’azienda edile locale Niitsu Gumi: all’interno è possibile godersi la mostra in un’atmosfera rilassata, e in particolare la rampa dritta che conduce dall’ingresso alla zona espositiva è uno spazio meraviglioso e ricco di luce.

Esterno ed interno del museo d'arte Kougen di Koumi, prefettura di Nagano.

A sinistra: l’ingresso del museo con il poster della mostra. A destra: la rampa che connette l’ingresso del museo al piano terra con la zona espositiva al primo piano; è esageratamente stretta e lunga per staccare il visitatore dal mondo terreno e sollevarlo (anche fisicamente) verso la dimensione dell’arte.

L’esposizione rende nient’altro che felice il fan di your name., perché consente di entrare in contatto con i materiali di pre-produzione e di sviluppo creativo realizzati dallo staff del film.

Su uno schermo scorre uno spezzone dello storyboard animato originale, realizzato completamente da solo dal regista lavorandoci 15 ore al giorno per sei mesi: si tratta di un materiale preziosissimo per il fan, una sorta di bibbia per la comprensione del film, dato che in questo storyboard è possibile osservare non solo le illustrazioni originali di Shinkai, ma anche lo stile narrativo personale che il regista vi ha infuso. Spero fortemente che il video storyboard venga incluso fra gli extra del futuro Blu-ray di questo straordinario film.

Fra i vari materiali esposti vi sono anche dei disegni originali del direttore delle animazioni Masashi Andou selezionati da lui stesso. Per il fan che ha visto il film, sarà sorprendente trovare dei settei che ritraggono i protagonisti Taki e Mitsuha insieme e circondati da familiari e amici, dato che nel film invece viene mostrato che vivono separati l’uno a Tokyo e l’altra a Itomori: sono disegni che donano gioia al solo vederli. ❤️

Immagini della mostra "'Kimi no na wa.' ten".

Esposizione all’interno della mostra. In alto, storyboard cartacei realizzati interamente da Shinkai: in piena continuità con il suo celebre metodo lavorativo in solitaria, il regista si riserva interamente la parte creativa e si avvale di uno staff solo per la mera messa in opera del suo film già concluso e definito nel dettaglio. Al centro, settei (disegni preparatori) di oggetti e personaggi. In basso, un muro del museo è ricoperto di “foto” dei panorami del film esattamente come nella scena di your name. in cui Taki visita la mostra fotografica.

Nella sezione video, sono proiettati su grande schermo degli spot televisivi realizzati nel 2007 da Makoto Shinkai per lo Shinano Mainichi Shinbun, un quotidiano locale di Nagano. Sono davvero molto emozionanti❗️ Credo assolutamente debbano venire visti lì sul posto. ?

L’esposizione di your name. si svolgerà fino al 25 dicembre 2016.

Sulla strada del ritorno verso casa, istintivamente mi sono fermato a Yamanashi e ho scattato una foto all’ufficio locale dell’azienda edile Niitsu Gumi: il riflesso delle foglie di acero rosso sui vetri comunicava un’immagine di modernità e stile. ✨ Sembrava una elegante caffetteria più che la sede di un’azienda. ☕️

Sede dell'azienda edile Niitsu Gumi a Koumi.

L’esterno dell’ufficio della Niitsu Gumi a Yamanashi, progettato da Yoshihiko Iida.

D’altronde il presidente della Niitsu Gumi, che ha appunto costruito il Museo d’arte Kougen di Koumi, è anche il padre di Makoto Shinkai, il regista di your name..

I genitori di Makoto Shinkai alla mostra "'Kimi no na wa.' ten".

I genitori di Makoto Shinkai, il signor Masakatsu e la signora Hiromi, ammirano orgogliosi il lavoro del figlio apprezzandone la somiglianza coi paesaggi tipici di Nagano.

 

(Articolo originale: Harinezumi; Traduzione e adattamento: Mario Pasqualini)