Giulia Pasqualini

Ready Player One, ovvero il nerd nel 2018

Ready Player One è l’ultima fatica di Steven Spielberg. Da quando è uscito nelle sale cinematografiche poche settimane fa, ma forse anche prima grazie alla campagna pubblicitaria, è sotto le luci dei riflettori dell’Internet: centinaia di video su YouTube analizzano fotogramma per fotogramma il film alla ricerca dei migliaia di easter egg che hanno fatto impazzire i fan. Perché questo Ready Player One non è un film, ma una mera gara a scoprire chi è più nerd. Ma che un’opera appena passabile sia idolatrata come capolavoro della fantascienza è ben comprensibile dato che Ready Player One non è altro che l’ovvia conseguenza di una serie di eventi. Facciamo dunque qualche passo indietro.

31 gennaio 2001: va in onda il primo episodio di House of Mouse, serie animata che vede protagonisti tutti, ma proprio TUTTI i personaggi dell’universo Disney. Nella stessa stanza si vedono interagire Topolino, Aladdin, Ade e Biancaneve. Per la prima volta si vede un’intera opera completamente dedicata al crossover. Questa serie inoltre fece il suo esordio strategicamente pochi mesi prima l’uscita di un altro progetto nato dalla collaborazione della Disney e l’allora Squaresoft: Kingdom Hearts, saga celeberrima che chiunque abbia avuto una PlayStation in casa conosce. Queste due opere insieme fomentarono più che mai l’amore del pubblico nel vedere mondi diversi incontrarsi, portando il mercato sempre più verso quella scelta. Esempi lampanti sono Tsubasa RESERVoir CHRoNiCLE, fumetto del 2003 delle CLAMP, storiche amanti dei crossover, ma anche Vendicatori divisi del 2004, serie Marvel che ha ispirato la fortunatissima serie di film.

24 settembre 2007: probabilmente una delle date più influenti del mondo nerd, viene trasmesso l’episodio pilota di The Big Bang Theory. La serie è un successo mondiale, tutti amano Leonard, Howard, Raj, ma soprattutto Sheldon, un fisico sociopatico amante dei fumetti. Ѐ una rivoluzione copernicana: improvvisamente il nerd è figo. E improvvisamente il mondo si divide in due categorie: i “Leonard” da un lato, quelli che si rivedono nei protagonisti, i secchioni bullizzati al liceo che trovavano rifugio nei fumetti e poi scoprono di non essere soli; e dall’altra parte ci sono i “Penny”, quelli che entrano per la prima volta a contatto con fumetti e quant’altro, ne sono incuriositi e pian piano ci affondano dentro. Il nerd diventa di moda e grazie al mondo dell’Internet è accessibile a chiunque, a favorire la sua diffusione è Netflix, piattaforma esistente dal lontano 1997, ma che guarda caso acquista popolarità solo dal 2013. Di punto in bianco quelle che erano passioni “di nicchia” diventano mainstream, se prima eri solo uno sfigato a leggere Le cronache del ghiaccio e del fuoco ora non sei nessuno se non hai mai visto un episodio di Game of Thrones e questo non fa certo piacere agli orgogliosi nerd delle precedenti generazioni.

2 novembre 2012: la Disney è di nuovo protagonista, non sfugge di certo la nuova moda e in risposta nei cinema esce Ralph Spaccatutto. Il film fa incontrare decine di mondi videoludici diversi, ovunque si possono trovare easter egg che fanno sempre solo da cornice alla storia principale. Ovviamente è un successo e casa Disney comprende appieno il motivo: il potere della nostalgia. Riconoscere elementi dell’infanzia fa appassionare ancora di più lo spettatore e zio Walt decide di sfruttare la cosa al massimo: cominciano una serie infinita di remake e reboot di vecchi film. Come sempre in molti seguono l’esempio e fioccano ovunque nuovi film tratti da idee vecchie, spesso con tragici risultati (sto guardando proprio te, Jumanji – Benvenuti nella giungla).

E infine arriviamo a Ready Player One. Riconosciuto il valore dei crossover, la vastità della cultura nerd e il potere della nostalgia, Spielberg decide di ripescare un bestseller del 2010 e adattarlo al cinema. Il risultato è la versione americana e decisamente meno riuscita di Summer Wars (film d’animazione datato 2009, precedente persino al libro), il tutto infiocchettato con una quantità quasi eccessiva di easter egg che spesso vanno ben oltre il loro ruolo che dovrebbe essere solo marginale. Per il nerd che aspetta solo una scusa per dimostrarsi più acculturato degli altri è il paradiso, ma in realtà ci troviamo di fronte a una storia banale, scritta di fretta e con personaggi opinabili.

Il film comincia con uno spiegone stile Boris in cui il protagonista parla da solo (sì da solo, neanche a dire che rompe la quarta parete interagendo con lo spettatore) e descrive il periodo in cui è ambientato il film: un futuro distopico in cui tutti si rifugiano nel mondo virtuale di OASIS perché nella realtà hanno rinunciato a risolvere i problemi. Quali sono questi problemi? L’inquinamento? La fame nel mondo? Le guerre? Non lo sapremo mai perché l’argomento non viene più citato, viene abbandonato lì. Più importante è invece trovare il famoso easter egg lasciato da James Halliday, creatore di OASIS, affrontando tre prove alla conclusione delle quali si potrà diventare padroni del mondo virtuale (dubbio personale, ma può il premio finale di un gioco considerarsi un easter egg?).

Wade Watts, meglio conosciuto su OASIS come Parzival, è un giocatore solitario che gareggia per l’easter egg con il suo unico amico Aech, un omone tutto muscoli che appena lo vedi non puoi far altro che pensare che nella realtà sia una donna (spoiler, nella realtà è una donna di colore, per il politically correct). Durante la prima gara conosciamo la femmina del gruppo, tale Art3mis, di cui Parzival s’innamora nel giro di cinque minuti d’orologio. Nello stesso frangente incontriamo la multinazionale IOI, malvagia associazione che per prendere il controllo di OASIS partecipa al gioco con centinaia di giocatori scelti più inutili dei marines semplici di One Piece; a capo della IOI c’è Nolan Sorrento, il cattivo della situazione che sembra uscito da un cartone dei Looney Tunes, decisamente inadeguato in un film che vuole sì essere una commedia leggera, ma non comica.

Il 90% delle immagini che si trovano in rete su Ready Player One sono di easter egg, c’è altro in questo film?

*** ATTENZIONE: DA QUI IN POI LA TRAMA CONTIENE SPOILER. ***

Ovviamente i nostri vincono la prima gara entrando nel mirino di Sorrento che decide di uccidere Wade; per farlo assume i-R0k, personaggio che vince a mani basse il premio inutilità vantandosi per tutto il film del suo piano per uccidere Wade, senza mai effettivamente fare nulla se non parlare in modo irritante. Sorrento almeno un tentativo di eliminare Wade lo fa e gli fa esplodere la casa, senza lui dentro… peccato. Viene salvato da Samantha, identità reale di Art3mis, la quale fa parte di un’armata di ribelli che combattono la IOI. E giustamente neanche il tempo di raccogliere il cadavere della zia morta nell’esplosione che Wade comincia a flirtare con “Sam”, alla faccia dell’elaborazione del lutto.

Il gruppo, a cui non si sa quando si sono aggiunti due membri, si cimenta nella seconda prova basata su fatti estremamente personali di Halliday: il suo amore segreto verso la moglie del migliore amico, il quale non si è mai accorto per tutta la vita di questi sentimenti, ma un branco di ragazzetti che neanche lo conoscevano sì… ok.

Superata anche questa seconda prova Wade e Sam vengono attaccati dalla IOI nel mondo reale: il primo scappa grazie alla ragazza che “prende tempo” per lui facendosi catturare (letteralmente, non fa nient’altro). Fortuna che tutti gli amici virtuali di Parzival vivono a 100 metri da casa sua visto che viene salvato dal suo amico Aech, Helen nella vita reale, e dagli altri due membri del gruppo chiaramente riempitivi, ah e asiatici così si completa il party americano standard. Insieme si dirigono alla sede della IOI per salvare Sam, compito non così difficile quando il cattivo di turno è così stupido da sbandierare la password del suo account.

Durante il climax della terza gara si susseguono una serie di scene che necessitano una sospensione dell’incredulità decisamente eccessiva: prima fra tutte Sam che corre tranquillamente nella sede della IOI senza che NESSUNO dei dipendenti se ne accorga; non meno degna di nota la folla di persone che combatte nel mondo virtuale senza che nella vita reale vada a sbattere contro un muro o un lampione; e non dimentichiamo l’assurdità di Sorrento che invece di sfruttare i suoi migliaia di dipendenti decide di cercare l’intrusa nella sua azienda da solo controllando le postazioni di gioco una ad una; infine quando è un dipendente della IOI a gareggiare per l’easter egg nessuno ci fa caso, ma quando tocca a Parzival il software di OASIS manda in diretta mondiale la partita.

Ovviamente il finale è all’altezza del film. Una volta superata la prova Wade sta per firmare il contratto con cui otterrà OASIS, ma si ferma: perché ha capito che non è giusto che un intero mondo appartenga a una singola persona? No, perché da bravo stalker riconosce la scena proposta come un vecchio ricordo che Halliday rimpiange. Difatti nella vita reale in seguito Wade è ben felice di firmare il contratto e dividere OASIS, ma solo con i suoi nuovi amici. Evviva l’oligarchia.

In conclusione Ready Player One spogliato della sua bella grafica, delle sue citazioni e di tutto ciò che è in superficie, risulta essere un film vuoto, banale e anche con un pessimo messaggio. Ma queste sono cose di ben poco conto se si considera il primo posto al botteghino.

Bleach – Goodbye halcyon days

Correva l’anno 1997, precisamente il 4 agosto quando usciva il primo capitolo di One Piece di Eiichiro Oda. Da quel giorno il titolo ha dominato le classifiche di vendite del magazine Weekly Shōnen Jump (e non solo), superando persino il suo modello d’ispirazione Dragonball.

Due anni dopo il 4 ottobre sulla stessa rivista usciva Naruto di Masashi Kishimoto, rivale del sopracitato One Piece; si è concluso fra le lacrime dei fan nel novembre 2014… o meglio, ha cambiato nome dato, che pochi giorni dopo la conclusione è cominciato il sequel Boruto.

Ancora due anni e il 7 agosto 2001 vede la luce Bleach di Tite Kubo che si affianca ai precedenti due formando la Top 3 dei fumetti più popolari della rivista per diversi anni.

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Per amor di quelle persone che son capitate qui per caso urge un sunto della trama.

Ichigo Kurosaki è un adolescente orfano di madre con la capacità di vedere i fantasmi. Un bel giorno incontra una ragazza chiamata Rukia Kuchiki, una dea della morte (shinigami) che si trova nel mondo umano per eliminare gli hollow (grossi bestioni mascherati): durante uno dei combattimenti, però, rimane gravemente ferita e Ichigo decide di aiutarla prendendo parte dei suoi poteri e trasformandosi in un mezzo shinigami. Ovviamente risulta avere un talento spaventoso e da lì in poi comincia a eliminare hollow per hobby. Da qui si susseguono una serie di eventi che portano Ichigo a combattere e a diventare sempre più forte.

Infine, pochi giorni fa, il 22 agosto Bleach si è concluso, con la pubblicazione in Giappone dell’ultimo capitolo.

Nei suoi quindici anni di vita Bleach ha inseguito solo da lontano i suoi compagni di podio, infatti ha venduto “solo” 82 milioni di copie, contro le 220 milioni di Naruto e le inarrivabili 380 milioni di One Piececlassificandosi 6° fra i fumetti più venduti di Jump e 18° in tutto il Giappone.

Bleach 06

Ma cosa ha causato questa sorta di “impopolarità” rispetto ai suoi compagni? Ci sono alcune caratteristicheBleach 01 che hanno fatto la differenza, prima fra tutti il protagonista: rispetto a Rufy, ma anche al più “vecchio” Goku, ma anche alla maggior parte dei protagonisti di shonen (fumetti per ragazzi) pubblicati da  Jump, Ichigo si presenta più tetro, spesso arrabbiato e cinico; se Naruto risponde al classico carattere dal tragico passato, con un temperamento solare e pieno d’energia, Ichigo si mostra rude e con rari sorrisi. Col senno di poi il fascino del bel tenebroso ha perso contro l’ingenuità e l’allegria. Ciò vale per l’intera opera: Bleach si presenta molto cupo, anche da un punto di vista stilistico prediligendo grandi campiture completamente nere o bianche (ironicamente il primo artbook si chiama All colour but the black) e con una certa cura dei titoli e delle scritte in generale che spesso si mischiano con i disegni. Tutte queste caratteristiche lo hanno allontanato dallo standard classico dello shonen, lontano quindi dai gusti tradizionali.

Bleach 05In senso oggettivo invece, un fattore che ha di certo segnato il lento declino dell’opera è stata la sua monotonia. Bleach è formato da tre saghe principali e alcuni intermezzi, in tutti e tre i casi un membro del party principale si stacca dal gruppo (volente o nolente) e gli altri corrono a salvarlo sfidando i cattivoni. Fine.

Se la prima saga funziona per la novità e la seconda per il salto di qualità, la terza annoia.

Difatti ancora nel bel mezzo della battaglia finale, come un fulmine a ciel sereno, alla fine del capitolo 675 viene annunciato che il fumetto si concluderà in 10 capitoli.

– Spoiler Alert – Il finale, chiaramente anticipato, risulta frettoloso e lascia molte questioni irrisolte: perché Kira è vivo? Come ha fatto Kurotsuchi a sopravvivere? Che fine hanno fatto gli arrancar? Misteri che rimarranno irrisolti… FORSE. Già, perché una speranza c’è ancora: non solo il finale è aperto (perché Naruto insegna: non si sa mai), ma è anche in programma un film dal vivo.

Bleach 04Cosa ha invece segnato il successo di quest’opera (che ricordiamo ha avuto il podio per molti anni)? Paradossalmente, le stesse cose che hanno deciso l’insuccesso: la sua diversità, lo stile oscuro ma ricercato, i piccoli componimenti all’inizio di ogni volume, la coerenza delle copertine, un protagonista a cui non brillano gli occhi solo quando vede del cibo e quella dichiarazione di Orihime che a me ancora fa piangere.

Di certo però il colpo di genio sono stati gli shinigami e le loro spade: cavalcando l’onda di Yu degli spettri, Tite Kubo riprende il tema dell’aldilà e delle figure che combattono per mantenere l’equilibrio fra i mondi, scatenando così una vera e propria “febbre da shinigami” che in seguito ha invaso decine di opere nelle forme più diverse (esempi ne sono Death NoteKuroshitsuji), mentre le armi sono praticamente i frutti del diavolo di One Piece ma in una forma più elegante, katane in grado di cambiare forma e avere diversi poteri in base a chi le utilizza. Ammetto di aver fantasticato anch’io su una spada tutta mia!

Bleach 08

E così come tutte le cose belle, anche Bleach è finito. Un altro dei big three di Jump ci lascia e un’altra èra finisce.

Addio Ichigo, mi mancherai.

 

Bleach 03

Hokuto no Masami Suda

Masami Suda

Masami Suda

Incontrare una leggenda ti spiazza. Sempre. Anche quando quella persona per te prima non era nessuno, quando la vedi non puoi che provare ammirazione e un pizzico di commozione. Grazie alla mia scuola (che mi sento in dovere di citare, grazie Accademia NEMO) ho provato questa sensazione più volte ed è giunto il momento di raccontarne una.

Non sono mai stata una grande fan di Ken il guerriero, che poi è un eufemismo per dire che non ho visto neanche una puntata e che effettivamente so solo che il protagonista si chiama Kenshiro e che i cattivi sembrano dei punkettoni. Nonostante ciò persino io mi sono emozionata di fronte a Masami Suda, character designer della serie animata: sarà stato il vedere i miei professori che si inchinavano a lui o magari lo scoprire che ha lavorato anche a Kiss me Licia, non saprei.

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Folla adorante in trepidante attesa del maestro Suda

Masami Suda è un anziano signore di 73 anni ed è la persona più giapponese che abbia mai incontrato. Dimostra almeno vent’anni di meno, come tutto il suo popolo (deve essere per qualcosa nel sushi) ed è una persona umilissima; appena salito sul palco, dopo aver ringraziato più e più volte tutti i presenti, ha tirato fuori un bel foglio con il suo discorso/biografia. Non penso che riuscirò mai a rendere abbastanza l’idea, ma se il Giappone venisse umanizzato avrebbe sicuramente la forma del signor Suda.

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Masami Suda e la sua inquietante abitudine di disegnare le pupille per ultime

Negli anni ’60 nel paese del Sol Levante i tanto amati “anime” erano poco più che neonati, proprio allora una manciata di animatori puntavano su di loro, fra questi c’era ovviamente Masami Suda. Si ispirarono ai film Disney (perché si sa, nell’animazione tutte le strade portano a Walt Disney) per riuscire a creare qualcosa di diverso: lo scopo era combinare i cartoni animati con storie più drammatiche e mature ma che soprattutto avessero un fine, uno scopo, a differenza delle altre serie in circolazione (i corti di Hanna e Barbera o i Looney Tunes). Cominciarono i primi esperimenti come Superauto Mach 5 del 1967, ma il primo successo fu Gatchaman del 1972 che vide ben 105 episodi; l’allora ventenne Suda si rivelò essere già giapponese nell’anima e come tale si caricò di una mole di lavoro esagerata tanto da svenire per la stanchezza. Seguono altre serie più o meno di successo che vedono Suda come capo animatore e designer, ma la vera svolta è nel 1986 con il primo film di Hokuto no Ken (Ken il guerriero). Il personaggio diventa un emblema dell’animazione giapponese, tale che anche a distanza di trenta anni se hai letto almeno un fumetto in vita tua sai chi è Kenshiro; tale che tutti sanno che è meglio girargli alla larga quando comincia con i suoi “uatatatatatatatataaa”; tale che è inserito nel videogioco Jump Stars Victory vs (videogioco per PS3); tale che lo conosce persino mia madre.

La leggenda di Masami Suda non si ferma però, instancabile stacanovista non accantona mai la matita e continua a produrre passando per i titoli più famosi, fra cui tre film di Dragonball e uno dei Pokémon. Recentemente è stato il character designer della serie Yo-kai Watch, tratta dal popolare videogioco che ha spopolato in Giappone ed è atteso a breve in Europa.

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Alla domanda su cosa ne pensi delle serie animate di oggi, Suda risponde che ovviamente queste sono simili a quelle del passato, non per plagio quanto per omaggio: i disegnatori di oggi sono i fan di ieri, ma comunque si trovano ancora serie di qualità. In ogni caso, meglio guardare al futuro senza pensare troppo al passato, questa la risposta alla domanda del perché le nuove serie di Gatchaman avessero avuto poco successo.

Ma i fatti contano più delle parole, e quando vedi la standing ovation di centinaia di ragazzi che non erano neanche nati quando quell’uomo anziano sul palco disegnava un idolo dell’animazione, allora capisci davvero che lui è una leggenda, e gli credi quando guarda ad uno ad uno i disegni degli studenti e fa a tutti i complimenti, e un po’ ti commuovi quando saluta e ringrazia ancora e ancora.

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Poi vabbè, ci ha disegnato Giuliano e per me ha vinto.Masami Suda 06

Adattamento: da Carrassi a Cannarsi – Tradurre o tradire?

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Sailor Starlight, paladini della censura!

La verità sta nel mezzo è uno dei miei credo fondamentali, difatti solo un Sith vive di assoluti. Tutto alla fine si riduce a capire qual è il giusto equilibrio, il  problema è che spesso non è facile trovarlo. Nel caso odierno parlerò di uno dei casi più sanguinolenti del mondo nerd: l’adattamento e la censura.

Prima di tutto è d’obbligo spiegare cos’è l’adattamento: è quella cosa che mi fa tradurre “I’m 22 years old” in “Ho 22 anni” e non “Sono 22 anni vecchio”. Difatti quando si traduce qualcosa si deve tener conto del fatto che le due lingue sono diverse e pertanto hanno anche una grammatica diversa. Con una frase è facile, ma quando ci si ritrova di fronte un testo è tutta un’altra cosa, bisogna considerare diversi fattori come il contesto e il messaggio. Una delle migliori traduzioni in questo senso è quella di Donatella Ziliotto a Il GGG: per chi non lo conoscesse, il protagonista è un gigante che parla in modo sgrammaticato e con continui giochi di parole (una cosa tipica di Roald Dahl); in un libro del genere la traduzione letterale avrebbe distrutto l’opera, per questo la Ziliotto ha optato per una traduzione fedele, ma non reale, cambiando spesso le parole e addirittura le frasi per mantenere intatto lo spirito di Dahl. Un fantastico esempio è quando il gigante parla del sapore degli umani (o meglio “popolli”): se in inglese troviamo «Turkish taste turky» in italiano abbiamo un meraviglioso «I gallesi sanno di gallo», parole diverse ma stesso gioco di parole, di certo “I turchi sanno di tacchino” non avrebbe reso altrettanto l’idea: questo è Adattare con la lettera maiuscola.

Per quanto riguarda l’animazione, nel corso degli anni in Italia si è passato da un eccesso all’altro. Quando furono importate le prime serie di origine nipponica in Italia i cartoni animati erano identificati con le opere di Hanna e Barbera: episodi corti, autoconclusivi, principalmente comici e rivolti ad un pubblico infantile. L’unico controcorrente era Bruno Bozzetto che cercava di attirare un target più adulto, ma comunque con personaggi iconici. Fu allora che Go Nagai e compagni approdarono nel Bel Paese, con nomi stravaganti, tematiche più impegnative e pure le tette! Il risultato fu il caos.

Si trattava di un campo nuovo e molti errori furono dettati dall’ignoranza (non in senso offensivo ma letterale, il non sapere cosa si sta facendo), ma non mi dilungo troppo su questo periodo in quanto, lo riconosco, non sono ferrata. Quindi volo direttamente a quando ero piccina e guardavo Bim Bum Bam: i favolosi anni ’90. Dal Sol Levante arrivavano serie innovative, a volte con temi forti come il sesso o la morte, rivolti più ad adolescenti/ventenni che ai bambini, purtroppo però la cara Mediaset la pensava diversamente. Mi riferisco solo a questa rete perché, anche se spesso si dimentica, anche le altre trasmettevano cartoni animati, ma utilizzavano metodi diversi: ad esempio MTV trasmetteva serie impegnate

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Reazione delle protagoniste di Rayearth alla vista del titolo italiano

come Evangelion e Cowboy Bebop, ma nella fascia serale. Nel frattempo Italia1 si sbizzarriva acquistando serie di successo in Giappone che non ritenevano però adatte ad un pubblico italiano: la soluzione? La censura ovviamente! Entra in scena uno dei personaggi più bersagliati dagli otaku: Nicola Bartolini Carrassi.

Sotto la sua ala prendono vita i più fantasiosi titoli, come gli INDIMENTICABILI Una porta socchiusa ai confini del sole (Magic Knight – Rayearth) e Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo per Rina (The Slayers), insomma cose che non fai in tempo a pronunciare che è già finita la puntata. Purtroppo la vera tragedia prende luogo durante gli episodi, con un continuo taglia e incolla, a volte fatto anche male: in una scena del sopracitato Rayearth, una delle protagoniste schiaffeggia un bambino e OH MIO DIO! Violenza sui minori, taglia immediatamente! Ignoriamo Adattamento 01il fatto che lo schiaffo fosse motivato e risolviamo la questione con un dialogo inventato, e come se tutto ciò non bastasse ecco la ciliegina: nell’episodio successivo all’interno del riassunto si vede la scena dello schiaffo. E per carità non fatemi parlare del finale della serie!

Un altro epico esempio è Piccoli problemi di cuore (Marmelade Boy) che è uno dei cartoni più censurati di sempre, i tagli arrivano addirittura a ridurre il numero degli episodi da 76 a 71! Inoltre la trama fu completamente riscritta: in originale i due protagonisti s’innamorano ma non possono stare insieme in quanto fratellastri, in Italia perché (per motivi poco chiari) vivono nella stessa casa. Alla fine più che salvaguardare i bambini li hanno fatti impazzire.

La motivazione principale di tutte queste macchinazioni è probabilmente riconducibile al fatto che negli anni ’90 nella mentalità degli adulti era rimasta ancora impressa l’idea cartone animato = Tom & Jerry, in quanto erano quelli che loro avevano conosciuto nell’infanzia. Esattamente come oggi è difficile spiegare a un genitore come si usa Google, così al tempo lo era far capire che una serie animata non è solo dai dieci anni in giù.

Il risultato di questo pastrocchio però non si è fermato all’indignazione del pubblico in quanto, si sa, la rabbia porta sempre alle soluzioni peggiori. Difatti le conseguenze si sono viste negli anni a venire: se nel ’90 si snaturava l’opera distorcendone il contenuto con censure e tagli, come risultato nel 2000 si passa all’esatto opposto.

Per non incorrere nelle critiche del pubblico si è cominciato a ignorare ogni forma di adattamento, traducendo parola per parola come gli studenti di latino che poi si dimenticano di riordinare le frasi e ottengono temi senza senso. Paladino di questa corrente di pensiero è Gualtiero Cannarsi, osannato da molti per il suo lavoro con i film dello Studio Ghibli.

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Cannarsi viene santificato dai fan ed ascende al cielo… probabilmente

Per spiegare al meglio prenderò diversi esempi, cominciando con qualcosa di soft: le ore zero e venti di notte. Se mai dovessi chiedere l’ora e qualcuno mi rispondesse una cosa del genere lo prenderei per pazzo: in Italia si dice mezzanotte o le ventiquattro, nessuno MAI dice zero! D’altronde se andiamo in Inghilterra le ore 20 si trasformano in 8 pm, come si dice: paese che vai usanze che trovi (e questo vale per tutto il resto dell’articolo).

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Passiamo al tremendo «Papà, mi concedi la radio?» e qui concedete a me due righe sui sinonimi. Quando ero alle elementari la mia cara maestra mi spiegò che sono parole che hanno lo stesso significato, comunicanti però un messaggio diverso e come esempio usò il verbo vedere: “Ti ho visto al supermercato” esprime l’idea di aver incontrato qualcuno senza aver avuto occasione di parlarci; “ti ho notato al supermercato” denota quasi un senso di sospetto, come se il soggetto fosse implicato in azioni illecite; “ti ho osservato al supermercato” potrebbe indicare che sei uno stalker. Vedere, notare e osservare hanno lo stesso significato ma all’interno dello stesso contesto descrivono un’azione diversa. Così anche per il verbo “concedere”, è vero che è sinonimo di dare, ma nella lingua italiana viene usato in casi ESTREMAMENTE formali come il chiedere in sposa. Nessuna bambina userebbe una parola del genere per chiedere una radio! E anche se volesse essere formale nella nostra lingua abbiamo altre forme come il condizionale o la terza persona.

Adattamento 05

Un’altra cosa che mi fa partire l’embolo sono le continue ripetizioni: è ovvio che in un testo lungo come una sceneggiatura ci siano cose che ricorrono, ma tre o quattro volte nella stessa frase fa sanguinare le orecchie! In Giappone non hanno i pronomi? Pazienza, noi li abbiamo e ci piace usarli!

Adattamento 06

Insomma, in Italia ne abbiamo viste di tutti i colori, ma non dimentichiamoci che ci sono anche ottimi adattamenti. Inoltre alla fine della fiera stiamo parlando di un lavoro di esseri umani che sbagliano come chiunque altro, e allora “perintanto” vanno bene anche Bunny, Morea, Tinetta e Rossana, che poi i cartoni li guardiamo lo stesso!

Adattamento 07

Giuro che non ho idea di cosa stia dicendo

E poi in fondo ci poteva andare peggio, almeno da noi Profondo Rosso non si chiama Suspiria 2.

Fairy Tail – Il duro lavoro paga

FT 03Quando mi proposero di scrivere per la rubrica di Dimensione Fumetto mi chiesero un articolo su Fairy Tail. Ebbene eccolo, con qualcosa come sei mesi di ritardo.

Era il lontano 2010 quando frequentavo il 4° superiore e metà della mia classe (me compresa) seguiva One Piece e Bleach, si discuteva di scazzottate e poteri sovrannaturali quindi era proprio destino che prima o poi scoprissimo Fairy Tail. Il primo episodio rimase per giorni sul mio desktop prima che trovassi la voglia di guardarlo, da lì fu amore. Divorai la serie in una settimana (credo fosse già oltre i 100 episodi) e l’apprezzai al punto da costringere l’anno successivo i miei amici a farne un gruppo cosplay. Una totale ossessione.

Il manga!

In breve Fairy Tail si potrebbe definire uno shounen standard: protagonista maschio incontra una femmina e combattono insieme i cattivi, aggiungeteci la magia e otteniamo il prodotto finito. Ma forse è meglio aggiungere qualche dettaglio in più.

FT 02

Ad ogni saga si aggiunge qualche personaggio e la gente finisce per non entrare nelle immagini

Natsu è un mago del fuoco alla ricerca del padre scomparso: UN DRAGO di nome Igneel. Durante uno dei suoi viaggi s’imbatte in Lucy, una maga degli spiriti stellari (ergo un’evocatrice) la cui ambizione è entrare nella gilda di Fairy Tail. Il caso vuole che Natsu appartenga alla suddetta ed in quattro e quattr’otto il sogno della maga si realizza, così i due cominciano a risolvere diverse missioni assieme. Col tempo alla coppia si uniscono Gray, mago del ghiaccio arcinemico di Natsu, ed Elsa, detta Titania in quanto “fata” più forte della gilda, il suo potere consiste nel potersi riaccessoriare con armi e armature. Cominciano così una serie di saghe, ognuna dedicata a un singolo personaggio con lo scopo di rivelarne la storia e i segreti, e anche se inizialmente possono sembrare separate fra loro sono tutte legate da un fil rouge che rimanda alla trama principale: Natsu e i draghi.

FT 06

Immagine promozionale del film “Gekijōban Fairy Tail: Hōō no miko”

A dieci anni dal primo volume Fairy Tail continua a mantenere il successo tanto in patria quanto da noi, dove è pubblicato dal 2008 dalla Star Comics, e da gennaio è partita anche la ristampa, Fairy Tail New Edition. Col passare degli anni la mia passione ha avuto alti e bassi, ma non ho mai smesso di seguirlo proprio per la sua scorrevolezza, e posso dire di esserne felice. Al momento nel manga si sta svolgendo la (probabile) saga finale che con sorprendente maestria lega tutti i piccoli indizi seminati negli anni che parevano insignificanti: dal nome ricorrente di Zeref al mistero dell’età di Natsu.

La serie animata!

Nel 2009 al fumetto segue la trasposizione animata che conta ben 275 episodi (ancora in corso), 9 OAV, un film uscito nel 2012 ed un altro annunciato nel 2015. La serie, di ottima qualità firmata A-1 Pictures, aggiunge piccoli ma fondamentali dettagli che la rendono eccezionale: dai cerchi magici, passando per i doppiatori azzeccati fino alla colonna sonora che merita un plauso, bravo ma bravo Yasuharu Takanashi! Di FT 04recente anche Rai4 ha voluto accontentare le centinaia di richieste del pubblico, acquistandola e trasmettendola ben tre volte al giorno (della serie: se devono fare una cosa la fanno bene) con le prime sigle adattate dai sempiterni Raggi Fotonici.

Personalmente, ciò che apprezzai maggiormente a suo tempo di quest’opera fu il ritmo: molto incalzante, nell’anime (ad esempio) le prime saghe durano massimo quindici episodi (lo stesso tempo che ci mette il pianeta Namecc ad espoldere) e questa dinamicità si può ritrovare sia nell’anime che nel manga. Inoltre, nella storia, il lato comico e quello drammatico si fondono perfettamente dando vita a un’armonia molto piacevole, fattore ereditato dal maestro dell’autore: Eichiiro Oda, già perché Hiro Mashima prima di disegnare fate si dava ai pirati.

L’autore!

Come sempre però non mancano le critiche. Hiro Mashima è stato spesso giudicato per il suo stile molto simile a quello del maestro a cui fece da assistente, Oda. Particolarmente citato è Gildarts, potentissimo mago della gilda gemello separato alla nascita di Shanks il rosso. Qui però mi espongo in difesa di Mashima, che è un po’ il mio guru ispirante, sì perché un autore può piacere o meno, come anche i suoi disegni, ma la crescita di quest’uomo è oggettivamente spaventosa.

QuandoFT 05 presi in mano il primo volume di Rave stentavo a credere fosse la stessa persona che conoscevo, eppure Mashima è la prova vivente che con l’impegno chiunque può migliorare, e lui d’impegno ce ne mette! Durante la pubblicazione di Fairy Tail ha disegnato anche un’opera di quattro volumi, diversi one-shot ed uno spin-off chiamato Fairy Tail Ø, prequel della serie, il tutto senza mai andare in pausa, anzi raddoppiando più volte i capitoli o facendoli uscire in anticipo (l’ultimo caso il 19 marzo): un vero mostro! Ad oggi ha trovato un suo proprio stile, diverso da quello a cui si era ispirato, solo suo: insomma, un uomo da rispettare.

Il titolo!

Infine la domanda fatidica: perché Fairy Tail? Per caso si è sbagliato a scrivere la traduzione di “favola” e ha deciso di mantenere il nome com’era? Probabile, data la nota ignoranza totale dell’inglese da parte di Mashima, ma la spiegazione ufficiale è un’altra, presente anche nell’opera: le fate hanno una coda? Nessuno lo sa.

È un mistero, una ricerca continua, un viaggio infinito, e allora continuiamo a cercare!

 

 

 

 

 

Voglio andare a vivere a Zootropolis

In questo momento sono davvero felice, era davvero tanto ma tanto tempo che volevo scrivere un articolo come questo e finalmente è arrivato il momento: oggi posso dire di essere andata al cinema e di aver speso MOLTO BENE i miei soldi. Può sembrare una cosa normale, ma a me non capitava da anni, e la cosa che mi rende ancor più gioiosa è che il film a cui ho regalato il mio sudatissimo denaro è Disney. Chi mi conosce sa perfettamente che sono una Disneyana convinta, di quelle che conoscono a memoria le battute di tutti i film e piange al solo sentir nominare Disneyland, eppure negli ultimi anni i Classici mi facevano un po’ storcere il naso, tanto da farmi tifare la Dreamworks agli Oscar. Eravamo entrati in quella che chiamerò “L’era del ma”, ovvero tutti bei film con dei difetti qua e là che mi lasciavano insoddisfatta, esempi ne sono La principessa e il ranocchio, bello MA poco innovativo, Rapunzel bello MA odio Eugene e il cavallo (soprattutto il cavallo), Frozen bello MA con più buchi di uno scolapasta. Insomma mi ero un po’ intristita chiedendomi se questa fase sarebbe mai finita, così seguendo la politica dell’immensa Rossella O’Hara ho sempre sperato nel nuovo giorno, e fortuna per me perché il domani mi ha portato Zootropolis.

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In un mondo in cui gli umani non sono mai esistiti, gli animali si sono evoluti fino a convivere pacificamente anche fra prede e predatori. I pregiudizi però non mancano, difatti la piccola Judy Hopps viene guardata con non poco stupore e scetticismo, essendo la prima poliziotta coniglio. Nonostante tutti gli sforzi fatti per arrivare al suo obbiettivo però (e ne sono tanti) pare che con il distintivo non le abbia fatto guadagnare anche il rispetto, visto che viene relegata al compito di ausiliare del traffico. Quando però Judy disubbidisce agli ordini inseguendo (e acciuffando) una donnola ladruncola, rischia di essere licenziata dal poco affabile direttore Bogo. La coniglietta decide allora di rischiare il tutto per tutto sfidando il suo capo bufalo: se risolverà un caso entro 48 ore potrà continuare ad essere una poliziotta, in caso contrario darà le dimissioni. Sfortuna (?) vuole che l’unico a poterla aiutare è Nick Wilde, una volpe che usa la sua astuzia per truffare la gente, decisamente l’animale meno indicato per aiutare un coniglio! I due saranno costretti a collaborare e ben presto quello che era il caso di una semplice lontra scomparsa si rivelerà molto più grande di quanto immaginassero.

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Devo ammettere che avevo una paura mostruosa di andare a vedere questo film: già dal teaser ero rimasta affascinata e da lì in poi ogni trailer aveva fatto crescere la mia aspettativa sempre di più, purtroppo però dati i precedenti avevo il timore di incassare un’altra delusione. Non è andata così: Zootropolis è stupendo, anzi voglio esagerare e dico che è all’altezza dei film anni ’90! Eh sì, infine ho ritrovato quella magia che non vedevo più da Il pianeta del tesoro. I due registi Byron Howard (Bolt e Rapunzel, oltre che animatore di Pocahontas ed altri) e Rich Moore (Ralph Spaccatutto) hanno dato vita a una piccola perla dell’animazione adatta a tutte le età, nel senso letterale del termine. Tutte le battute del film sono semplici e chiare per i bambini ma anche gradevoli per il pubblico adulto, che coglie le sfumature più nascoste; l’esempio più plateale è la scena alla motorizzazione (usata non a caso anche come trailer) in cui a gestire il lavoro ci sono solo bradipi: per i più piccoli il tutto è divertente anche solo per la lentezza naturale degli animali, mentre i grandi riconoscono il riferimento alla vita reale e non possono fare a meno di pensare: – Ma guarda sono così davvero!. E così per tutto il film, fra le gag più palesi, gli occhi adulti scorgono i paragoni con la realtà o le citazioni (una addirittura da Breaking Bad, che ha fatto ridere il mio vicino per dieci minuti buoni).

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Un altro aspetto che ADORO in ogni film è quando nulla viene lasciato al caso, ed anche qui Zootropolis vince alla grande la mia stima: non c’è una singola scena o frase che poi non venga riutilizzata più avanti, rendendo la trama scorrevole e coerente, tutti trovano il proprio ruolo fondamentale per la risoluzione del caso, in pratica un poliziesco coi fiocchi. Poi ci sono i personaggi, anche loro ben studiati e diretti: il loro aspetto parla per loro, comunicano con il pubblico ma senza essere troppo scontati da annoiare. Inizialmente ero scettica, il design mi sembrava fin troppo diretto, ma ancora una volta sono felice di essermi sbagliata dato che il tutto è voluto, i personaggi trasmettono solo parte del loro carattere dall’aspetto esteriore, sarà la storia a rivelarli per ciò che sono. E sì, lo ammetto anch’io mi sono innamorata di Nick, è impossibile resistergli!

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In ultimo passiamo alla morale della favola, cosa vuole dirci questo film? «A Zootropolis ognuno può essere chi vuole». Chiaro e diretto, si parla della libertà di essere diversi, ma non solo. Inizialmente Judy vede la città come un’utopia, un luogo meraviglioso, ma una volta arrivata scopre che non è così. La perfezione non esiste, ma si può fare qualcosa per avvicinarcisi. Se si è diversi, bisogna lottare per farsi accettare senza mollare mai, i pregiudizi esistono ora e ci saranno sempre, ma con impegno si possono superare. Il mondo non cambia da solo, ma anche il più piccolo può fare la differenza. In periodo di manifestazioni per i diritti di ognuno, ecco un film che diffonde il messaggio: Judy è una donna piccola e debole, Nick è giudicato per le sue origini e non per ciò che è, insieme formano una coppia tutt’altro che tradizionale. Così un mondo popolato solo da animali diventa lo specchio del nostro, con gli stessi pregi e difetti. Insomma, chi più ne ha più ne metta, mi chiedo solo come potrebbero essere i figli di una coppia del genere.

Song of Tomm Moore

Come è stato detto molte volte, lo scopo di Dimensione Fumetto è fare cultura e mai come in questo articolo cercherò di essere all’altezza di tale compito.

Il mondo dell’animazione è folle. Creare un film, o anche solo un corto, con disegni o statue in movimento è a volte un processo incredibilmente più lungo e faticoso di un suo corrispettivo con attori (non che con questo voglia sminuire i film dal vivo!), eppure paradossalmente queste opere sono considerate “inferiori” dai più. Forse ciò accade perché l’animazione è una magia, la più bella che io abbia mai visto, e purtroppo molti crescendo smettono di crederci, perché è troppo complicata o non si ha abbastanza volontà. Ma questo non è il caso di Tomm Moore; lui è un artista, uno di quelli veri.

Fotogramma de "La canzone del mare" di Tomm Moore.

Bello vero? Ed è solo all’inizio del film!

Nato in Irlanda nel 1977, dopo aver concluso gli studi decide di fondare lo studio d’animazione Cartoon Saloon nel 1998 con i suoi compagni del college, ma l’impresa si rivela più ardua del previsto. Per creare un intero film i soldi necessari sono tanti, anche troppi e lo studio è sempre sul filo di lana (un po’ come Walt Disney che ipotecava la casa ogni due film per potersi auto-produrre). Comincia a ingranare solo nel 2007 con la serie televisiva per bambini Skunk Fu!. La serie ottiene una nomination che dona nuovo animo allo studio, due anni dopo infatti esce il primo lungometraggio: The Secret of Kells, facente parte di una trilogia di storie ispirate alle leggende irlandesi, e viene nominato all’Oscar come miglior film d’animazione. Una battaglia non fa la guerra, così lo studio si rimette subito in moto e nel 2015, dopo alcuni lavori minori, vede la luce il secondo della serie Song of the Sea, nuovamente candidato all’Oscar. A breve uscirà in dvd la nuova opera The Prophet.

Fotogramma di "The Secret of Kells" di Tomm Moore.

«Tempo fa mi giunse voce che per lavorare con me bisognava fare le spirali», comprensibile direi.

Tomm Moore è un uomo che ha lottato per il suo sogno, un self-made man dalla volontà di ferro. Dalle sue opere, di cui è regista, produttore e animatore, trasuda grande personalità e poesia. I personaggi iper cartooneschi e grafici si accompagnano a sfondi curati dai toni acquerellati, una meraviglia per gli occhi. In ogni gesto c’è una grande cura per il dettaglio e voglia di migliorare: se nel primo film alcuni avevano criticato la troppa attenzione ai disegni lasciando un po’ trascurata la trama, già nel secondo è evidente la crescita, con una storia ben strutturata. L’equilibrio tra tecnica tradizionale e digitale è perfetto, si sposano formando un’ottima armonia. Ad accompagnare il tutto c’è sempre una colonna sonora sognante che rende ogni film una piccola perla imperdibile.

Fotogramma di "The Secret of Kells" di Tomm Moore.

Macchie d’acquerello ed elementi grafici sono la firma di Cartoon Saloon.

Arriva ora la domanda scomoda: perché non si conosce Tomm Moore? Mi spiego: io stessa prima che fosse ospite alla mia scuola avevo letto dei suoi film solo scorrendo le nomination degli Oscar, in seguito, a chiunque chiedessi, nessuno (tranne rarissime eccezioni) conosceva quest’uomo.

Risposta facile: i suoi film non sono stati distribuiti in Italia. Tomm Moore è molto celebre in Irlanda e in altri paesi, ma da noi proprio no, dato che i cinema nostrani l’hanno snobbato. Questa argomentazione è ottima per persone tipo mia madre: gente che conosce solo ciò che è all’interno dei confini e normalmente non si interessa della cultura nerd, ai tempi di Internet però questa risposta non è più valida. Ormai le reti stesse decidono cosa importare in base ai suggerimenti dei fan: Madoka Magica, L’attacco dei giganti e il recente Fairy Tail sono stati acquistati sotto le pressioni di persone che avevano già visto quelle serie e desideravano una trasposizione italiana. Anche tutti i film dello Studio Ghibli stanno tornando sul grande schermo, ma di Cartoon Saloon neanche l’ombra.

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Piccola curiosità: la piccola doppiatrice di Saoirse fu pagata in caramelle

Risposta vera: Tomm Moore è diverso. Riporto una sua analisi: «L’animazione nei tre maggiori continenti si può così suddividere: in Asia abbiamo un sistema chiuso, uno stile chiaramente riconoscibile e affascinante che sta attraendo sempre più persone; in America troviamo le cose più “commerciali” (nel senso buono del termine, quelli famosi che fanno i soldi), sono quelli che gestiscono il proprio modo di lavorare in base alla richiesta del pubblico, anche se questo limita le potenzialità; infine in Europa troviamo gli artisti, quelli che fanno questo lavoro perché gli piace e sono più liberi, anche se spesso meno conosciuti». Le opere di Tomm Moore si distinguono molto da quelle dei colossi dell’animazione quali Disney, Dreamworks o Blue Sky, hanno uno stile tutto loro, ma è proprio questo il punto: sono diverse, e come sempre il diverso ha difficoltà a emergere. Eppure penso che a volte valga la pena cercare quel qualcosa che si distingue da tutto il resto, qualcosa di nuovo che può entusiasmarci.

Consiglio a tutti di immergersi nella poesia di Tomm Moore, di ascoltare le sue canzoni e farsi trasportare in un pacifico scenario irlandese. Prendetevi un’ora e poco più per viaggiare in un posto che non conoscete, potrete scoprire di averlo cercato da sempre.

Tre fumetti che nessuno conosce (ed è un vero peccato)

Quando cerchiamo qualcosa di nuovo solitamente ci affidiamo al gusto degli altri: dai consigli degli amici, ai post sui social network o le recensioni su internet (eh già). A volte però capita di puntare sulla fortuna: peschiamo un libro a caso dalla camera di nostro fratello o compriamo quel fumetto che sta da così tanto tempo in negozio e nessuno sembra notarlo. È un po’ come giocare alla lotteria, possiamo perdere e pentirci di aver tentato, o vincere e trovare qualcosa di straordinario, nel senso letterale della parola: fuori dall’ordinario. Ecco perché oggi voglio parlare della mia fortuna nello scovare tre fumetti che nessuno conosce e sarebbe un vero peccato se ciò rimanesse tale.

 

Kakashi e il cagnolino Toto

Kakashi e il cagnolino Toto

Toto. Questo fumetto per me è un vero mistero: ha degli ottimi personaggi, trama brillante e disegni originali, eppure non ha avuto successo. Ben due volte l’autore Yuko Osada ha provato a pubblicare la sua opera, la prima volta si è fermato a soli due volumi, la seconda (con il titolo Toto! The wonderful adventure) è arrivato a cinque. Entrambe le edizioni, seppur con qualche differenza, si ispirano a Il Mago di Oz: la storia ruota attorno a Kakashi (“spaventapasseri” per l’appunto) che incontra una ragazzina di nome Dorothy diretta ad Emerald per incontrare il grande scienziato Oz; in questo mondo esistono gli “accessory”, 12 oggetti che danno un enorme potere a chi li indossa (ognuno assegnato a un animale dello zodiaco cinese), fra questi c’è il bracciale del cane di cui Kakashi entra in possesso, questo trasforma il braccio in un enorme testa di cane con una grande forza combattiva che chiameranno Toto.
Come già detto, esistono due edizioni di quest’opera. La prima ha elementi più forti e drammatici: Kakashi combatte contro l’impero di Nasso per vendicare l’amico che muore nelle prime pagine, mentre nel secondo tentativo Osada tenta un approccio più comico. Qui il protagonista viaggia per il mondo per puro divertimento, ma lo svolgimento è comunque simile, si può quasi dire che le due opere si svolgano in universi paralleli: in entrambe incontriamo il leone privo di coraggio, Lion/Noil, (solo nella prima è un robot dall’animo gentile) ma entrambe sono purtroppo inconcluse e non sappiamo quali altri personaggi avremmo potuto riconoscere.
Ma vale la pena di leggere un fumetto che sappiamo già ci lascerà a metà storia? Certo che sì. Per quanto mi riguarda, ho letto e riletto entrambe le edizioni maledicendo gli editori che hanno bloccato l’uscita e cercando l’e-mail dell’autore per chiedergli il seguito. E poi ci sono gli schizzi delle avventure che non vedremo mai di Kakashi & Co.: quanto pagherei per vivere l’intera battaglia del mulino e quel sognante arrivo ad Emerald in dirigibile!

 

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Kaguya Takenouchi, principessa della Luna

Gekka Bijin. Questa storia ha tutte le carte il regola per uno shonen coi fiocchi: un protagonista che risolverebbe ogni problema con i pugni, un pianeta (e la sua luna) da salvare, nemici potentissimi, passati lacrimevoli e botte da orbi. C’è solo un piccolo dettaglio: il protagonista, anzi LA protagonista è una femmina. Si tratta della principessa della Luna, ma dimenticatevi Serenity: Kaguya Takenouchi è ribelle, violenta e capricciosa, non esattamente un esempio di femminilità. Il giorno del passaggio all’età adulta, un attacco terroristico costringe l’imperatrice a spedirla sull’Eboshi, il pianeta impuro (ossia la Terra), qui Kaguya tenterà di allearsi con il clan Matsunouchi (una delle tre casate imperiali prima di essere esiliata) per combattere gli Umenouchi, un’altra delle famiglie che si vuole impossessare del trono. La missione è più difficile di quel che sembra però, dato che i Matsu odiano gli abitanti della Luna e Kaguya non sa ancora controllare il potere della katana affidatale dalla madre.
In questo caso è più facile, ahimé, capire il motivo del poco successo dell’opera di Tatsuya Endo: non è facile vendere un fumetto per ragazzi con protagonista una ragazza, anche se alle femministe non fa piacere sentirlo. Un vero peccato, l’autore è infatti molto bravo a disegnare vignette dinamiche con un tratto unico, ma i cinque volumi di Gekka Bijin sono comunque rimasti anni sugli scaffali nell’attesa che io li comprassi. Non importa quanto la storia sia avvincente e i personaggi interessanti: se hai le tette gli uomini non ti comprano e se non c’è una storia d’amore non lo fanno neanche le donne. Sono stata diverso tempo a riflettere sul perché un mio amico avesse definito Hunger Games una storia per adolescenti femmine, poi ho capito con un po’ d’amarezza.

 

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Shiratori prima e dopo la trasformazione

Il Principe Papero. È ciò che mi dice spesso una mia amica: basterebbe il titolo per descriverlo. Reiichi Shiratori è uno sfigato amante delle piante, frequenta le superiori ed è innamorato di Yumiko, l’unica ragazza a non trattarlo male. Per salvare il cane di lei rischia di morire in un incidente e per ringraziarlo l’animale, che è in realtà un principe in grado di usare la magia, lo trasforma in un ragazzo bellissimo, pur rimanendo dentro lo stesso sfigato. Nuova scuola, nuovi incontri… stessa Yumiko, Shiratori non le rivela di essere lo stesso ragazzo che conosceva e parte così l’esilarante odissea per raggiungere il cuore della ragazza che ama, fra equivoci, magie, ragazze sbagliate, esorcismi, sorelle violente, bagni pubblici pieni di vecchiette e chi più ne ha più ne metta.
Ai Morinaga è una MAESTRA della comicità (il maiuscolo era d’obbligo), qualunque cosa esca dalla sua matita mi fa ridere per ore. Anche le altre sue opere edite in Italia Club Paradiso e 1 segreto x 2 sono imperdibili: entrate nella sua spirale di follia e difficilmente ne vorrete uscire.

P.S. Io li ho definiti fumetti che nessuno conosce, e con “nessuno” intendo dire che ogni volta che provavo a parlarne a qualcuno, questo non sapeva a cosa mi riferissi; se invece li conoscevate già, buon per voi eh!

Sulla scrittura e sui personaggi “umani”

Scrivere è difficile. Ci si trova davanti a un foglio bianco e non si sa da dove cominciare, per questo considero gli scrittori persone eccezionali.

Per creare una buona storia ci vuole molto studio, impegno e ricerca; deve avere una trama avvincente, colpi di scena, comicità, dramma, ma soprattutto buoni personaggi. I personaggi, già, proprio questi ultimi sono fondamentali ai fini della riuscita di una buona opera, in fondo sono loro che vivono le avventure e ci fanno emozionare. Proprio per questo spesso, soprattutto nell’ambito fumettistico, il protagonista è una persona fuori dagli schemi, con un talento straordinario, supereroi fortissimi, cervelloni intelligentissimi, samaritani umilissimi e tutta una serie di -issimi che a volte portano sì ad ammirare quel personaggio, ma rendono difficile identificarcisi. Poi a volte spuntano qua e là loro questi volti diversi, figure che staccano dall’eccesso con una personalità più… umana. A mio parere questi sono i personaggi più difficili da creare, quelli più simili alle persone comuni che non hanno nulla di straordinario e tutto di ordinario, ma che comunque riescono ad avere il loro fascino. Generalmente sono quelli che preferisco.

Per spiegarmi meglio farò tre esempi.

Usopp

Usopp. Manco a dirlo, il mio personaggio preferito del fumetto One Piece. Citando Nonciclopedia : «In una ciurma piena di gente che abbatte i palazzi a mani nude, lui tira petardi e uova marce con la fionda». Usopp è il cecchino della ciurma e in sostanza è uno sfigato, non sa combattere ed è un gran codardo, in altre parole è una persona comune. Usopp è il lettore. Difatti, per quanto sia avvincente osservare come Luffy sconfigga il boss di turno, come Zoro sopravviva nonostante i fiumi di sangue versati o come Nami inventi una strategia intricatissima per cavarsela, ciò che farebbe con molta probabilità un normale lettore di fronte agli energumeni da affrontare è scappare. Qui però arriva la svolta. Usopp scappa, ha paura, piange e gli tremano le gambe, ma a metà strada dal salvarsi la pelle si ferma, sa di essere molto debole, anzi il più debole eppure decide di tornare indietro e combattere. E perde. Sì, spesso perde anche o vince per un colpo di fortuna, ma ci prova comunque. Per questo lui fa parte della ciurma di Cappello di Paglia e con lui tutti i lettori che rappresenta, non per qualche capacità innata ma per la volontà. Memorabile poi il combattimento contro Luffy quando dimostra come persino il più debole può dare filo da torcere al protagonista se ci si mette d’impegno.

Cersei & Sansa

Cersei Lannister e Sansa Stark. Due dei personaggi più odiati della serie di libri e telefilm de Il Trono di Spade, eppure (a mio modesto parere) sono fra quelli più riusciti. Siamo onesti, per quanto Daenerys sia figa e Arya intraprendente, sono Cersei e Sansa a rappresentare al meglio la donna comune nel Medioevo… e anche ai giorni nostri. Chiariamoci: è una donna che scrive e sarei ben felice di poter dire che il mondo è pieno di persone coraggiose e giuste, ma spesso non è così. La storia è piena di regine egoiste, anche oggi. Cersei è il perfetto ritratto della donna che sale al potere con modi meschini e che vive seguendo solo le sue regole, egocentrica e bugiarda. Dall’altra parte c’è Sansa, la donna che sopporta e che continua a vivere, colei a cui hanno rubato i sogni e che non ha lottato per tenerli, remissiva e accomodante. Due volti che nessuno vuole riconoscere di avere, ma che si incontrano quotidianamente.

Paperino

Paperino, o Donald Duck come dir si voglia, da Topolino. Eccolo là, il papero più amato del mondo, perché ammettiamolo tutti in fondo preferiamo lui, con la sua simpatia e semplicità, a quel rompiballe di Topolino! Perchè? Ovvio no? Ne parlo dall’inizio dell’articolo: perché ognuno di noi si sente un po’ Paperino. Sempre così sfortunato e svogliato, colui che sposerebbe il suo divano se non fosse fidanzato! Irritabile e goffo, racchiude in sé una marea di difetti tale che chiunque almeno una volta si è rivisto nei suoi panni. Nel suo essere così comune però nonostante tutte le sfortune mantiene sempre un animo buono (anche se a volte ci mette un po’ a tirarlo fuori), insegnandoci a convivere con i nostri difetti. Paperino è un maestro di vita niente male. E per concludere il tocco di classe finale: Paperinik. Nonostante sia la persona più ordinaria del mondo, Paperino riesce a essere un eroe (grazie a qualche aiutino di Archimede, c’è da dirlo) perché tutti possiamo essere eroi.

Creare un personaggio affascinante è difficile, ma farlo cercando di mantenerlo ordinario ha dell’incredibile. Grazie a tutti quegli autori che inseriscono quel qualcuno in cui ognuno di noi si può riconoscere e magari scoprire di poter migliorare, perché capita che siano persone che neanche esistono a essere i migliori esempi da seguire.

Uno sguardo al passato: “Princess Tutu”

Io dovevo scrivere di “Fairy Tail”, poi ho cambiato idea. Perché? Perché nonostante lo segua da anni, nonostante le calde lacrime versate più volte nel corso della serie e nonostante l’eccitazione nel sapere che verrà presto trasmesso in Italia, c’era e c’è adesso qualcosa di cui mi preme parlare di più: le opere sottovalutate. Il mondo è pieno di cose belle che ogni giorno ci sfuggono perché non messe abbastanza in luce, o sono un po’ datate o semplicemente a una prima occhiata non lasciano intendere il loro vero valore. Per questo oggi lascerò che sia qualcun altro a parlarvi di cose famose come “Fairy Tail” (che comunque fareste bene a leggere e/o vedere eh) dedicandomi a una piccola perla passata inosservata. PT 01

Al tempo degli dei dell’edicole, dei signori dei magazine e degli editori che spadroneggiavano su una terra senza internet, mio fratello comprava “Benkyo!”, una rivista con annesso CD che conteneva le ultime uscite nel paese del Sol Levante; fu in uno di questi che vidi per la prima volta uno spezzone di Princess Tutu (in italiano “Magica Ballerina”, come se il titolo originale non fosse già abbastanza un repellente per il cromosoma Y), serie diretta da Jun’ichi Sato, stesso regista  di “Sailor Moon” e “Keroro”, da cui è stato tratta anche una mini-serie a fumetti di due volumi.

Chiaramente decisi di vedermelo tutto (altrimenti non sarei qui). C’è da precisare che ero nel mio momento “maschiaccio” in cui bruciavo tutto ciò che trovavo di rosa e rifiutavo ogni espressione di femminilità, nonostante ciò mi sono guardata (più volte) e ho amato alla follia questa serie piena di balletti e fronzoli. Alla fine volevo fare la ballerina, ma questa è un’altra storia… meglio dedicarsi a quella dell’opera.

Un uomo scrive un libro ma muore prima di concluderlo; approfittando della situazione l’antagonista della storia incompiuta, un corvo malvagio,  esce dalle pagine invadendo il mondo reale. Il protagonista, ovvero un principe, lo segue ma non riesce a sconfiggerlo e decide di imprigionarlo trafiggendosi il cuore e usando i suoi frammenti come sigilli.

Anni dopo un’apprendista ballerina un po’ goffa di nome Ahiru incontra Mhyto, affascinante e bravissimo ballerino monoespressivo che è proprio il principe della storia privato dei sentimenti insieme al cuore. Decisa a far tornare il sorriso al bel ragazzo, Ahiru accetta di diventare Princess Tutu, una portentosa ballerina capace di trovare e restituire i frammenti di cuore perduti. Comincia così la ricerca, ma niente è mai facile come sembra: ad ostacolare la protagonista ci sono Fakir e Rue, rispettivamente migliore amico e fidanzata di Mhyto, oltre ad un piccolo ma decisivo dettaglio: Ahiru è in realtà una papera che torna alla sua vera forma di tanto in tanto!PT 02

Ma non finisce certo qui, perché più si va avanti più la storia si intreccia, rivelando risvolti inaspettati lasciando tutti (o quantomeno me) a bocca aperta.

Questo è solo un assaggio di ciò che è la serie, ondeggiando armoniosamente fra comicità e dramma su note di musica classica, che non fa solo da sfondo ma è parte integrante dell’opera. Un cast di personaggi ben studiati fra cui spiccano, oltre ai protagonisti, l’esilarante professor Gatto che tenta disperatamente di sposare chiunque gli capiti a tiro, la dolce Edel per cui io ho versato una lacrimuccia e l’inquietante Drosselmeyer.

Che dire di più? Fossi in voi mi lascerei tentare da quest’opera che esce un po’ dagli schemi, stupisce e commuove. Entrate nella città di Kinkan dove il principe è solo una storia, la principessa è solo una papera, il cavaliere è solo un ragazzo e la cattiva… chi sarà davvero la cattiva?

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