Giacomo Giorgi

Il suo primo fumetto acquistato in edicola è Ranma, comprato a causa del motore universale del mondo. Le tette. Da quel momento non si stacca più dal mondo dei fumetti, ed oltre a spaccarsi di videogiochi e serie TV, collabora con Lega Nerd e cerca anche di fare l'informatico nelle ore lavorative.

Dragon Ball Super vol. 1 – Basta la nostalgia?

Copertina di "Dragon Ball Super" di Toyotaro.Se avete un’età compresa fra i 5 e i 70 anni, ci sono buone probabilità che abbiate sentito parlare almeno una volta nella vostra vita di Dragon Ball.

Dai fumetti all’anime, dall’anime ai film, dai film ai videogiochi, dai videogiochi alle action figure. Non esiste praticamente nulla di cui non sia stata fatta una versione con i personaggi di Dragon Ball.

Il suo creatore, Akira Toriyama, è un punto di riferimento per tutti gli autori di manga shōnen; Eichiro Oda (One Piece), Tite Kubo (Bleach), Masashi Kishimoto (Naruto), Hiro Mashima (Rave, Fairy Tail) hanno dichiarato più volte l’opera come principale fonte per la loro ispirazione.

In Italia il fumetto approda nel 1995, grazie alla Star Comics e al collettivo dei Kappa Boys, che riescono nell’impresa, fino ad allora mai realizzata, di proporlo nel suo senso di lettura originale, ossia da destra verso sinistra. Il fumetto diventa palestra di lettura per tutti i manga successivi, e molti si avvicinano al mondo fumettistico nipponico proprio grazie alle gesta di Son Goku.

Trovarsi fra le mani un nuovo volume di Dragon Ball con bene impresso il numero 1, quindi, non è esattamente come aver acquistato il primo numero di un qualsiasi altro fumetto.

La storia di Dragon Ball Super, orchestrata dal buon Toriyama, prende spunto dalla fine della battaglia con Majin Bu, ma prima dell’ultimo torneo con cui si conclude la serie classica dove Goku se ne va con il piccolo Uub. Bisogna precisare che la nuova storia però non viene narrata per la prima volta all’interno del manga, ma trae origine da due film usciti nel corso degli ultimi cinque anni: Dragon Ball Z: La battaglia degli dei e Dragon Ball Z: La resurrezione di ‘F’, dove vengono introdotti dei nuovi personaggi e dove vengono spiegati dei punti fondamentali per le nuove vicende di Goku e soci. Scopriamo quindi che l’universo di Goku è solo uno dei 12 esistenti, e che questi sono governati da divinità più o meno capricciose di incommensurabile potenza.

Dettaglio di una pagina di "Dragon Ball Super" di Toyotaro.Come già accaduto per gli spin-off/revival di altri manga classici (vedi alla voce Saint Seiya: Lost Canvas), sebbene la storia venga delineata dal creatore del fumetto stesso, i disegni sono affidati ad autori più o meno emergenti. Dragon Ball Super non fa eccezioni e delega il disegno a Toyotarō, un giovane passato alla ribalta per avere realizzato nel 2000 una dōjinshi che aveva come protagonisti proprio i personaggi di Dragon Ball, dal titolo Dragon Ball AF.

Cerchiamo di essere onesti. Il tratto di Toriyama non è difficilissimo da emulare, persino io da piccolo riuscivo a riprodurre dei personaggi di Dragon Ball fedeli all’originale, ma Toyotarō è veramente a un altro livello. Nello sfogliare le prime pagine vi sembrerà letteralmente impossibile che queste non siano disegnate dall’autore originale; tutte le scene, comprese quelle più dinamiche, riprendono lo stile con cui siamo cresciuti e in alcuni punti sono persino più chiare e meno caotiche. E non solo. Anche nella definizione dei paesaggi e degli elementi di contorno il giovane autore fa un lavoro egregio, non c’è nulla lasciato al caso, nulla che non riprenda lo stile originale.

Se da una parte quindi c’è un disegno convincente purtroppo dall’altra abbiamo una storia che non riesce a tenere il passo. Le prime dieci pagine del fumetto vanno a spiegare in modo assolutamente sbrigativo quando narrato nei primi due film con una manciata di tavole utili a introdurre i personaggi di Beerus e Whis, nuovi comprimari di tutto Dragon Ball Super, mentre l’evento della resurrezione di Freezer viene brevemente narrato in un box riassuntivo.

È come se il manga invitasse i lettori a documentarsi autonomamente su quanto successo, recuperando l’anime o i due film, dove queste vicende vengono trattate in modo più approfondito. In poche pagine troviamo già Goku e Vegeta al massimo della forza, al punto di trascendere alla semi-divinità.

Una pagina di "Dragon Ball Super" di Toyotaro.In chiusura del volume la storia sembra riprendersi con l’inizio di un nuovo torneo di arti marziali organizzato fra gli esponenti degli Universi 6 e 7. Qui l’inventiva di Toriyama si dimostra sempre quella di una volta, con nuovi variopinti personaggi che vanno ad aggiungersi a quelli più noti e che sembrano essere particolarmente interessanti, anche se comunque non ne vengono fornite particolari informazioni.

È chiaro da subito che il mondo di Dragon Ball ha ancora molto da raccontare, nonostante il più grosso difetto di questo DB Super risieda proprio nella sua storia; non sono tanto le vicende in sé a essere noiose, ma il modo in cui vengono raccontate. Esattamente come succedeva in Dragon Ball Z, dalla saga di Freezer in poi, si ha la percezione che Goku e Vegeta debbano semplicemente raggiungere nuove incredibili trasformazioni per potere assurgere ad altre vette di potere, con il rischio che tutto sia appiattito a una generica banalità di fondo.

Non tutto è da buttare però, ci sono dei nuovi personaggi ben caratterizzati, ci sono i siparietti comici che si erano persi per strada dai tempi di Dragon Ball con Goku bambino e, ovviamente, ci sono le Sfere del Drago.

In conclusione si ha davanti un fumetto ben realizzato sulla parte grafica, ma che non si capisce ancora se sia una mera trovata nostalgica/commerciale o se sia qualcosa di maggiormente studiato, in modo da poter avere un successo duraturo e riuscire a fare breccia nei cuori degli appassionati. Liquidarlo nell’uno o nell’altro senso è ancora difficile, quindi non resta che aspettare il prossimo volume e vedere cosa Toyotarō e Toriyama avranno in serbo per noi.

Che vita di Mecha – Il bello delle recensioni in anteprima

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In questo momento in cui grandi nuove scoperte si affacciano nel mondo del fumetto, non stupisce che anche le case editrici italiane, affermate nella pubblicazione delle novità statunitensi, rivolgano la loro attenzione al Belpaese, alla ricerca di autori su cui potere investire, che possano dare una ventata di aria fresca al panorama fumettistico italiano.

SaldaPress, che ci ha abituato ad atmosfere apocalittiche con The Walking Dead o a supereroi tremendamente reali con Invincible, a sorpresa esce con un annuncio davvero interessante per Lucca 2016: la pubblicazione di Che vita di Mecha: C’era una volta la fumetteria di Stefano “The Sparker” Conte.

L’albo tratta le vicende di un piccolo robot di nome Volt che si ritrova, suo malgrado, a dividere la vita fra l’aspirazione di diventare un fumettista ed il suo lavoro in fumetteria. Questa storia, apparentemente semplice, assume diverse connotazioni, dal grottesco al divertente, a causa dei vari personaggi che affollano e affolleranno la vita di Volt.

Già in questo primo numero conosciamo la Madre del protagonista, rappresentata come un vero e proprio Darth Vader, e il suscettibile proprietario della fumetteria di Volt, un gatto con maschera e mantello di Batman, particolarmente incline a mutevoli sbalzi d’umore. A questi si aggiungeranno tutto uno stuolo di personaggi pittoreschi, i clienti della fumetteria , che loro malgrado si troveranno a interagire con un maldestro Volt.

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Stefano non è un novello autore della scena fumettistica, quindi non consideratelo tale. Volt aveva già preso vita nelle pagine (virtuali e non) dell’editrice Shockdom, che negli ultimi anni è stata una miniera di scoperte per quanto riguarda gli autori nostrani. Conte sa il fatto suo in quanto a narrazione comica, infatti in Che vita di Mecha  (che abbrevierò in CVDM per praticità), ci sono tante situazioni che fanno sorridere e divertire, ma non si scende mai nella comicità volutamente e puramente assurda; si tratta di storie che hanno le loro radici ben piantate nella realtà, che, se estremizzata, riesce ad essere la migliore fonte di divertimento spontaneo e immediato.

Come detto sopra, Stefano gestisce i tempi comici in modo molto abile. In particolare ci sono diversi siparietti, principalmente improntati sulla grande dinamicità della scena stessa, che l’autore riesce a rendere in modo davvero impeccabile. A questa comicità di tipo “slapstick” (che non è assolutamente un termine negativo) se ne alterna un’altra, che fa leva sulla cultura Pop anni ’80, tanto cara a molti dei lettori di fumetti odierni, tramite citazioni che vanno dalla resa grafica di alcuni personaggi, alla parodia vera e propria dei cliché a cui eravamo abituati da piccoli.

Inoltre, The Spark, è in grado di creare fin da subito divertenti tormentoni ; uno su tutti le “108 arti oscure dell’amore materno”, geniali nella loro descrizione e che spero sinceramente non vengano abusate troppo nei prossimi numeri. Alla storia principale vengono poi affiancati a fine volume degli one-shot comici che già da soli valgono il prezzo di copertina.

Il fumetto è in bianco e nero e lo stile dell’autore è perfetto per le vicende narrate; sicuramente è da lodare la sua bravura nel ricreare le espressioni dei personaggi (ricordiamo che Volt è un robot senza bocca, quindi è parecchio arduo dargli delle espressioni ben definite) e nel rendere la loro dinamicità all’interno della pagina; la vignetta qui sotto ne è un ottimo esempio.

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Lo stile sarebbe nulla se non ci fosse una buona storia a supportarlo, ma per adesso è ancora presto per pronunciarsi. L’unica cosa certa è che Stefano Conte mette tutta la sua esperienza di vita negli episodi narrati, avendo lavorato egli stesso in una fumetteria; questo si nota soprattutto perché alcune situazioni sono completamente paradossali ma allo stesso tempo perfettamente credibili.

In conclusione CVDM rientra in quella schiera di fumetti che ti incuriosiscono  semplicemente a colpo d’occhio, sia per una buona immagine accattivante in copertina, sia per dei personaggi che ti ispirano una naturale simpatia. Il fatto che questo sia il primo numero di una (speriamo lunga) serie ovviamente limita la visione del fumetto nella sua complessità, ma le premesse sembrano essere buone e quindi ciò che possiamo fare ora è aspettare l’anno nuovo e vedere come le vicende di Volt continueranno in questa nuova pubblicazione bimestrale, che spero potrà regalarci ancora altre sorprese.

Quindi, congratulazioni a Stefano con la promessa di rivederci l’anno prossimo!

Il suono del mondo a memoria – Uno, due, tre, quattro

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Uno

Giacomo Bevilacqua per me è il miglior fumettista tra le “nuove leve” (ma anche alcune vecchie) che abbiamo in circolazione al momento. Non si possono usare altri giri di parole, altre espressioni. Quello che viene spontaneo dopo avere letto alcuni dei suoi lavori è niente altro che questa lapidaria sentenza. E Giacomo è un fumettista nel senso più puro della parola (non me ne vogliano gli altri nobilissimi appartenenti alla categoria), perché si scrive le storie e se le disegna, addirittura nella sua ultima fatica se le colora, anche se questo lo ha costretto a “rimettersi a studiare”, come lui stesso ammette.

In tutti i suoi lavori (e ne parlerò ancora su Dimensione Fumetto) è possibile trovare una profondità che è difficile riscontrare in altri autori. Ogni suo volume richiede almeno due letture, per poterne apprendere appieno il significato, per poterselo gustare e goderne pienamente. Bisogna sedersi, perdere due/tre ore del proprio tempo, e immergersi nella lettura di quello che scrive, per non perdere il flusso della storia, per non perdere la visione di tutto ciò che viene raccontato. Come quando si ascoltano i vecchi vinili, non ci si può alzare dalla poltrona fino a che la puntina non sta gracchiando sul solco, oramai vuoto, del disco.

Due

suono1Il suono del mondo a memoria, edito da Bao Publishing, è l’ ultima fatica dell’autore romano; 192 pagine che ti prendono e non ti lasciano più andare, che ti rapiscono nella loro narrazione, nella loro descrizione e che a ogni rilettura diventano sempre più belle da vedere.

La storia, rigorosamente spoiler-free, è quella di Sam, giornalista mandato a New York per scrivere un articolo. Il problema è che l’articolo deve trattare come sia vivere per due mesi a New York senza parlare con nessuno. Un’impresa apparentemente semplice, che Sam sa di poter portare a termine. Ma ovviamente non tutto va come ci si aspetta. E con le cose non previste Sam potrebbe scriverci un libro. Da questo punto in poi è impossibile dare qualche informazione in più sulla trama senza rovinare l’esperienza di poterla leggere.

Il protagonista però non è solo, è costantemente accompagnato da un silenzioso e onnipresente comprimario: New York.

Mai in altri fumetti (salvo forse Sin City di Miller) la città ha avuto un ruolo così importante nella narrazione degli eventi; ogni elemento di questa metropoli sembra avere vita propria: i suoi cittadini, i suoi paesaggi, le sue peculiarità. Spesso è lo stesso Sam che ci lascia qualche nota, come se fosse a fondo pagina, su quello che sta osservando, sul suo punto di vista della città; in altri casi ci sono semplicemente delle immagini stupende, che ti colpiscono all’improvviso, proprio nei momenti in cui ci si estrania dall’ambiente attorno alla storia. Ora, io non sono mai stato a New York, ma nel vedere i disegni di Giacomo mi sono sentito davvero dentro la città, e adesso sento una necessità estrema di andarci.

Tre

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Questa non è la prima opera da solista di Bevilacqua, già con A Panda piace l’avventura o l’ottimo Metamorphosis, il fumettista romano aveva scritto e disegnato delle storie a tutto tondo, senza l’ausilio di sceneggiatori esterni, dimostrando quanto la sua maturità artistica fosse cresciuta rispetto ai tempi dell’editoriale Eura, per cui aveva illustrato un numero della terza stagione di John Doe.

Con questa opera decide di superarsi ulteriormente, aggiungendo la fase di colorazione del fumetto, a cui si avvicinava da “inesperto”, e con la quale ha decisamente raggiunto degli ottimi risultati. In particolare nelle scene in cui si vede New York nella sua interezza, nei suoi momenti quotidiani, c’è una riproduzione dei colori e delle luci quasi maniacale. Anzi, mi correggo. C’è una riproduzione dei colori e delle luci che dimostra il massimo amore dell’autore per questa città. Bevilacqua pochi mesi fa, relativamente a una puntata di Fumettology di Rai2 , dichiarava su Facebook : «Ho fatto vedere il processo di colorazione di una tavola. Alla 200esima finestra che coloravo credo che l’operatore volesse spararsi in bocca». A questo punto non fatico a crederlo, data l’attenzione posta nel colorare ogni singola tavola.

Il colore viene usato non solo per dare vita alle scene cittadine, ma anche per dare un ritmo specifico alla lettura e per mettere in evidenza le parti salienti della storia. Non mancano infatti dei momenti in cui i colori o sono poco presenti o si predilige il semplice bianco e nero; questi momenti sono spesso caratterizzati da un utilizzo della gabbia non convenzionale, anche con un’unica vignetta che va ad occupare un’intera pagina bianca. In questi frangenti il lettore è spinto a fermarsi e ad esaminare quell’unico elemento, esattamente come accade a Sam, che nello stesso istante osserva, si stupisce e vive qualcosa di irripetibile.

Una messa in scena funzionale alla storia, ma anche alla lettura, con vignette che non hanno un netto segno di separazione con il bianco della pagina; semplicemente si interrompono, e noi siamo costretti a seguirne il flusso o nella vignetta o nella pagina successiva.

Il tratto di Giacomo è molto pulito e va fatto un plauso all’espressività che viene data ai singoli personaggi, secondo me sempre molto realistica e mai caricaturale.

Quattro

La storia di Sam non è quella che ci si potrebbe aspettare. Io ne sono rimasto rapito e, proprio quando pensavo di aver capito tutto, spiazzato. In alcuni momenti mi sono quasi commosso, in altri ho riso di gusto. Fidatevi quando vi dico che non è facile riuscire a veicolare tutte queste sensazioni tramite una “semplice” storia a fumetti. Anche qui è impossibile aggiungere dettagli senza trattarne in parte lo svolgimento, quindi preferisco fermarmi e lasciare a voi la scoperta.suono3

Io, appena conclusa la prima lettura, ho chiuso il volume e mi sono fermato un secondo a riflettere su ciò che avevo appena visto, come se avessi appena finito di degustare un ottimo vino. Poi ho riaperto il volume, sono tornato alla prima pagina, e ho riletto tutto una seconda volta. Ci sono davvero tanti livelli su cui soffermarsi per comprendere a 360 gradi l’ultima fatica di Giacomo, e sarebbe davvero un peccato perdersene alcuni a causa di una lettura superficiale o frettolosa.

Come ho già scritto sopra, è evidente l’amore spassionato di Bevilacqua per la città di New York; un amore che non è quello del semplice turista, ma quello di una persona che ci ha vissuto per un tempo significativo, al punto di coglierne le tante sfaccettature. Si nota un che di autobiografico nella narrazione, che ti fa capire quanto possa essere importante questo libro per il suo autore, quanto egli stesso si sia messo in gioco, e questo non può che aumentarne il valore intrinseco.

P.S. Il fumetto, se comprato da Feltrinelli, è disponibile anche in una variant edition, con la copertina che potete ammirare qui al lato.

 

Saint Seiya – 30 anni in TV raccontati da Ivo De Palma

Già sulle pagine di Dimensione Fumetto si era potuto parlare di uno dei grandi miti della nostra infanzia, ossia I Cavalieri dello Zodiaco. A partire dalle ultime uscite sulle TV giapponesi fino ad arrivare a una classifica di come ci abbiano rovinato la vita.

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Pochi sanno che dalla loro prima messa in onda sono passati esattamente trent’anni. Cosa significano questi sei lustri sul groppone per una serie che ormai è diventata storica? Possiamo saperlo noi, o forse è meglio farci raccontare la storia da qualcuno che l’ha vissuta in prima persona? Siccome noi di Dimensione Fumetto abbiamo gli agganci giusti, ci siamo orientati sulla seconda scelta, quindi diamo il benvenuto a un ospite d’eccezione, vera a propria colonna portante di questo importantissimo fenomeno.

Fate un bell’applauso a Ivo de Palma!

I Cavalieri dello Zodiaco sono arrivati in Italia nel 1986, ben trent’anni fa: quando sei stato contattato per il tuo primo turno di doppiaggio, sapevi già di cosa si sarebbe trattato? E in caso contrario, che impressione ti ha fatto il cartone quando l’hai visto per la prima volta?
No, assolutamente. Ma nessuno di noi sapeva bene di cosa si trattava. Probabilmente compreso il direttore. Era semplicemente una nuova commessa, per un buon numero di episodi iniziali (non arrivò tutta insieme), del repertorio che in quegli anni stava prendendo sempre più piede. “Vedere il cartone” sul lavoro significa essenzialmente vedere solo le scene in cui c’è il proprio personaggio, quindi un giudizio sul complesso dell’opera in quelle condizioni è difficile. Sapevo comunque che quello era il protagonista e ne ero ovviamente felice, anche perché era la conferma che questo direttore, che mi conosceva da non molto tempo, ma che da subito mi aveva assegnato cose carine (Zor di Robotech 3, per esempio), mi stimava.

ivo-de-palmaPerché pensi che dopo trent’anni ci sia ancora un seguito così numeroso dietro ai Cavalieri, al punto dal riproporre le serie in DVD, da avere giornali sportivi che ne ristampano i fumetti come allegati extra-quotidiano? Credi che il pubblico sia il medesimo di tre decenni fa, o che anche le generazioni odierne ne siano affascinate?

 Le generazioni odierne mi sembrano complessivamente meno affascinate da quella tipologia di prodotto. Nel frattempo è cambiato anche il modo di raccontare e di rappresentare, e questo ha influito anche sul gusto dei fruitori, che oggi si orienta di più verso altre cose. Resta lo zoccolo duro dei bambini e ragazzini di allora, oggi sui trenta e passa, e di qualcuno che successivamente ha conosciuto la saga attraverso le numerose repliche. Tutti furono conquistati dal potente mix di mitologia occidentale e orientale (ancorché quest’ultima fosse spesso annacquata dalle censure), e dal numero considerevole di personaggi, cosa che permette a ciascuno dei fruitori di trovare il suo alter ego, il suo avatar preferito, il personaggio, in buona sostanza, in cui identificarsi. Poi, qualcuno si innamorò anche delle nostre voci, come si sa.
I cartoni come I Cavalieri dello Zodiaco, negli anni ’80/’90 venivano accusati di eccessiva violenza, di usare immagini troppo forti per un pubblico giovane, come i celebri Ken il Guerriero o L’uomo Tigre, al punto di subire delle forti censure quando approdavano sulle reti commerciali come Mediaset. Eri della stessa opinione? Ritieni che comunque fosse veicolato un messaggio positivo per le generazioni dell’epoca, come la devozione a un ideale o lo spirito di sacrificio per i Cavalieri di Atena?
L’argomento è stato negli ultimi anni ampiamente dibattuto e la mia opinione personale non ha nulla a che vedere con ciò che sono tenuto a fare sul lavoro per venire incontro alle esigenze del committente. Esigenze che, peraltro, sono spesso tarate sulle richieste del pubblico, o quantomeno di quello che si organizza e fa valere le proprie ragioni. Questo per dire che le censure le volle, e le ottenne, in ultima analisi, il pubblico. Non furono un’idea peregrina di committenti ed emittenti. Se poi qualcuno non si riconosceva nelle istanze di quella parte di pubblico, avrebbe dovuto organizzarsi in egual modo per promuovere la visione opposta. Ma ciò non avvenne, perché è molto impegnativo. Alcuni preferirono, e talvolta ancora preferiscono, sfogarsi sulla tastiera prendendosela con i doppiatori. E qui mi fermo, perché il tentativo di definire ulteriormente questi campioni potrebbe espormi a una querela.

pegasus-saint-seyaUno dei punti di forza della versione italiana dei Cavalieri era sicuramente il suo adattamento dei dialoghi, volutamente resi con un tono aulico volto a sottolineare l’epicità della storia raccontata. Credo che tuttora sia uno dei rari casi in cui il doppiaggio italiano abbia superato quello originale in giapponese. A chi è venuta l’idea di questo brillante adattamento, come doppiatori avete avuto libertà nel rendere meglio alcune espressioni, oppure dovevate seguire pedissequamente il copione?
Anche su questo le opinioni sono varie e spesso divergenti. Quella scelta, comunque la si voglia considerare (in questo caso le “50 sfumature” vanno da “capolavoro” a “stupro”), fu farina del sacco del direttore e del dialoghista dell’epoca. Poi, capitò spesso che in sala si aggiustasse ulteriormente il tiro, o si portassero alle estreme conseguenze (con l’approvazione del direttore) alcune scelte (come le citazioni poetiche di Pegasus, sicuramente farina del mio sacco).

Doppiare lo stesso personaggio per 114 episodi (almeno la prima serie) quando avevi appena ventiquattro anni: avevi già la percezione di doppiare qualcosa che sarebbe stato ricordato negli anni a venire, oppure pensavi fosse semplicemente una bolla di sapone destinata a esaurirsi presto? Ti è rimasto qualcosa del personaggio di Pegasus, magari nelle tue espressioni quotidiane?

 Non avevamo, inizialmente alcuna coscienza di ciò che la serie avrebbe rappresentato, e tantomeno del fatto che trent’anni dopo ne avremmo ancora parlato. Su quanto mi è rimasto di Pegasus non esageriamo. Se parlassi come lui nella vita reale sarei da TSO urgente… (ride, N.d.A.) Diciamo che grazie a lui mi rimangono le numerose fiere cui sono spesso invitato, e un bel rapporto con la maggioranza degli appassionati.

In fase di doppiaggio di un episodio sapevi già come si sarebbe dipanata la trama dell’opera oppure la scoprivi quando ti recavi in sala?
Non erano ancora i tempi in cui potevi trovare tutto in rete prima ancora che in sala. Quindi scoprivamo tutto a microfono.

Scusa per la domanda banale, ma c’è qualche episodio che ti ha colpito in particolare di tutta la serie?
Diciamo che sono particolarmente affezionato al film Le Porte del Paradiso, ancorché sia quello meno gradito all’autore della saga. A me piace per lo stesso motivo per cui lui lo detesta. Cioè per la lentezza e le atmosfere rarefatte.
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 Per chiudere, una domanda che è più una curiosità mia, ma devo chiedertela, visto che da piccolo cercavo di imitarti in tutti i modi. Come è nato il mitico IAIIIIIIIIII di Pegasus?

 “IAIII” oppure “KIAIII” deriva dal mio precedente, e comunque piuttosto fugace, contatto con l’Aikido. Fu lì che sentii parlare per la prima volta del KIAI, cioè di questo urlo che libera energia. Non lo esercitai mai personalmente, in palestra, ed è probabile che venga vocalizzato in modo diverso. Semplicemente, presi il nome di quel colpo e lo trasformai nel colpo stesso, giocando sulla potente sonorità di “A” e “I” abbinate in sequenza.

Grazie per il tempo che hai concesso a Dimensione Fumetto, e per avere reso felice quel piccolo bambino di dieci anni che oramai ne ha più di trenta e che è cresciuto con le storie che tu hai contribuito a raccontare.

Grazie a voi.
A microfono, avviene spesso tutto “a nostra insaputa”.
Non sappiamo bene cosa, e in che misura, arriverà ai destinatari.
Finché qualcuno non ce lo racconta.
Ed è sempre una sorpresa, nonché un piacere, sentirlo.

Batman v Superman – 30 minuti per capirne il senso

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Il mio approccio a un Cinecomic è sempre diviso fra tre specifiche entità che cercano di coesistere nello spazio di un semplice corpo, che, seppur massiccio, fatica a contenerle tutte.

Queste tre personalità, che per praticità chiameremo “Il lettore (di fumetti)”, “Lo spettatore” e “L’appassionato (di cinema)” si scontrano in più maniere e vanno a generare la somma di quello che sarà il mio giudizio finale del film, che oscilla fra due valori ben precisi: “Figata pazzesca” o “Cagata pazzesca”.

Purtroppo all’uscita dalla sala dopo la visione di Batman v Superman propendevo per il secondo giudizio.

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“Dai, ci sono delle scene molto belle prese pari pari ai fumetti”, diceva Il lettore;

“Bhe, la battaglia finale, con la schitarrata di Wonder Woman non è malaccio, ma lo scontro titolatorio del film dura appena 5 minuti, e si risolve con quella roba di Martha”, rispondeva Lo spettatore;

“Ragazzi, è un film osceno. Può passare magari la prima parte, in cui si ha un minimo di costruzione dei personaggi, ma per il resto accadono cose completamente a caso senza motivo. Si sono dimenticati di scriverlo“, sanciva, lapidario, L’appassionato.

L’uscita di una fantomatica Ultimate edition, con 30 minuti aggiunti al film, sembrava semplicemente l’ennesima trovata commerciale, vòlta solamente a riproporre lo stesso prodotto, magari con qualche scena meno edulcorata dal PG-13 americano. Questo fino a che non hanno iniziato ad uscire giudizi positivi in merito a suddetta versione, in cui sembrava che il film fosse rinato a nuova vita. Insomma, siccome una seconda chance non si nega a nessuno, soprattutto se si tratta di Batman e Superman, mi sono fatto regalare il Blu-Ray e me lo sono guardato nel fine settimana.

Mi libero subito di questo peso. Il film cambia completamente prospettiva, diventa godibile e quasi bello. Il quasi è obbligatorio, perché alcune cose comunque continuano a far storcere il naso.

La prima cosa che si nota è una coesione maggiore di tutta la storia e di tutti gli eventi che portano allo scontro fra le due icone fumettistiche. Laddove la versione cinematografica aveva subìto, evidentemente in fase di montaggio, alcuni tagli piuttosto bruschi che ne minavano la fruibilità e la comprensione, con l’aggiunta di queste nuove scene si coglie finalmente il senso di una storia ben strutturata, in cui tutto ciò (o quasi) che si vede su schermo vanta una genesi ben specifica e non appare stabilito dal mero caso.

Batman V. Superman: Dawn Of Justice

Come notato al cinema, la prima parte, per quanto mi riguarda, è quella meglio riuscita, in cui si vedono i personaggi interagire fra loro, in cui si dispiega l’approccio agli avvenimenti che coinvolgono Clark e Bruce. Il primo è più ancorato alla sua umanità, e sembra sempre alla ricerca dell’estrema dimostrazione di quanto si senta uomo. Nonostante i suoi super poteri, che lo rendono più simile a un dio che a un semplice uomo, è Clark quello che cerca di informarsi sul Bat-vigilante di Gotham, non Superman. E proprio a queste scene, maltrattate nella versione da sala, è stato dato più spazio, ossia alle investigazioni del reporter del Daily Planet, che nonostante sappia già chi si celi dietro la maschera, vuole capire il suo modus operandi e vuole smascherarlo come farebbe una persona comune.

Dall’altra parte troviamo invece Bruce Wayne, praticamente un uomo che è diventato tutt’uno con la sua controparte supereoistica, che quasi si dimentica di essere un essere umano prima di tutto. Lo stesso Alfred è costretto a ricordargli che piuttosto che Batman è Bruce quello che ottiene le informazioni che gli servono. A onor del vero non vengono aggiunte scene particolari per questo personaggio, ma già quanto si poteva vedere va in perfetto contrasto con il suo “nemico” Superman/Clark, in questa versione più che in sala.

Viene aggiunto qualcosa anche per il machiavellico Lex Luthor, il cui piano risulta sempre molto macchinoso, ma comunque acquista un maggior senso, almeno per quanto riguarda i vari passi orchestrati, anch’essi troppo difficili da capire e seguire sul grande schermo. Luthor rimane sempre poco convincente nelle sue motivazioni, anche se possono trovare un maggiore riscontro nel complicato rapporto con il padre, nonostante questo sia appena accennato anche nella Ultimate edition.

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Chiariamoci bene: Jesse Eisenberg è davvero molto bravo. Ma il Lex che ha interpretato rimane sempre troppo sopra le righe, rischiando di sfociare nella facile macchietta. Volendo azzardare, si potrebbe dire che il suo Lex prende parecchio spunto dal Joker, ma dato che in questo universo cinematografico il Joker verrà introdotto con Suicide Squad non si capisce perché il personaggio di Luthor abbia subito questa deviazione.

Purtroppo quanto viene migliorato da questa edizione non basta per riparare alcune orribili macchie, su cui è impossibile chiudere un occhio: Lois Lane rimane sempre fastidiosa e protagonista di alcuni momenti “What the fuck?!” in cui sembra avere la stessa ubiquità e il super udito di Superman; Doomsday sembra ancora fatto con gli effetti speciali presi al discount de Il signore degli anelli; e poi Martha.

Martha rimane semplicemente assurda come la prima volta. Badate bene, una motivazione la si può sempre trovare, forse anche più di una:

  • Il riscatto di Bruce che finalmente può “salvare” i suoi genitori, salvando la mamma che per omonimia gli ricorda la propria;
  • Il ritorno all’umanità di Batman, che fino a quel momento ci viene presentato come una entità puramente vendicativa;
  • La presa di coscienza che nonostante la sua natura semi-divina Superman è più che altro un essere molto umano, e non un dio capriccioso, quindi meritevole di essere risparmiato.

Fatto sta che tutte le motivazioni purtroppo non bastano a giustificare quella immensa vaccata. E questo è un dato di fatto.

Probabilmente se siete fra i detrattori più accaniti di questo blockbuster non vi basterà quanto di buono si aggiunge in questa Ultimate edition, ma se come me eravate usciti dispiaciuti e innervositi per questa sprecata occasione, vi consiglio caldamente di recuperare la versione casalinga del film, perché sono sinceramente convinto che poi lo vedrete con occhi diversi.

Una nota a margine di demerito bisogna farla alla Warner Bros. che ha imposto evidentemente il taglio della versione cinematografica per stare entro le 2 ore e 30′, quando con appena 30 minuti in più (che non si avvertono minimamente) avrebbero portato al pubblico pagante un film sicuramente più rifinito e curato, di sicuro maggiormente apprezzato da pubblico e critica.

 

X-Men Apocalypse – Final Trailer

La Fox evidentemente ha deciso di assumere un addetto marketing che sappia fare andare in scimmia sbavante ogni nerd appassionato degli X-men, regalandoci quest’ultimo trailer di X-Men Apocalypse.

Saltare gli ultimi 3 secondi per i deboli di cuore.

Professor X (James McAvoy) e Mystique (Jennifer Lawrence) si troveranno ad affrontare il pericolosissimo En Sabah Nur: meglio noto come Apocalisse. Saranno affiancati da Scott Summers (Tye Sheridan), Jean Grey (Sophie Turner), Nightcrawler (Kodi Smit-McPhee) e Tempesta (Alexandra Shipp) e si troveranno a confrontarsi anche con un vecchio nemico/amico: Magneto (Michael Fassbender). Il film uscirà il 27 Maggio in Italia.

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PK: Potere e Potenza – Una recensione Deluxe

pk-potere-e-potenzaNel continuare i baccanali per i festeggiamenti del nostro amichevole PK di quartiere ho guardato la mia libreria e ho deciso di rileggermi tutto d’un fiato la storia che ha dato una bella soffiata sul baule contenente tutti i nostri ricordi, lo ha aperto, e ci ha fatto vedere che il buon vecchio Paperinik aveva ancora tanto da dirci.

Sto ovviamente parlando di Potere e Potenza, la maxi storia del trio Artibani-Pastrovicchio-Monteduro, andata in onda sui vostri Topolino dal 2 al 23 Luglio 2014, dal numero 3058 al numero 3061, con annesso gadget costruibile in regalo.

Dato l’enorme successo che ha avuto la saga, la Panini non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di sfornare un’edizione pregiata con copertina cartonata, e in un formato super deluxe (limited Deluxe edition, a detta loro) che alla modica cifra di 17 euro riproponeva la saga nella sua interezza, senza vederla divisa in più numeri.

Per quanto cerchi di rifuggire da queste operazioni, che sanno tanto di “Ragno”, così caro ai fan di Rat-Man, ho recuperato il volume, ma solo per la curiosità di vedere come fossero i disegni del Pastro in un formato che potesse rendergli giustizia. E devo dire che non sono stato assolutamente deluso, anzi.pkne1_4

Ma come sempre dobbiamo procedere con ordine e cercare di offrire una recensione obbiettiva su questa vera e propria “reunion” del Pkteam, che trova il culmine e un nuovo inizio in questa storia.

Sono passati dodici anni dalla partenza di Everett Ducklair per il pianeta Corona; Paperino da molto tempo ha smesso di combattere con i mezzi di PK (pur non avendo mai abbandonato i panni del Paperinik “classico”), fino a quando durante una notte particolarmente agitata, il Razziatore non lo preleva dalla sua casa per trarlo in salvo da un imminente attacco dell’Impero evroniano, che sarebbe culminato con la sconfitta e l’uccisione (si, avete letto bene) di Paperino e del suo alter-ego mascherato. Neanche a dirlo, il luogo migliore in cui nascondere il papero è l’anno 2255, dove appare una vecchia conoscenza, Odin Eidolon, il quale spiega ai lettori, e a PK, come le armate evroniane abbiano conquistato la Terra alla fine del 2014: Grrodon, alieno mutaforma, incontra in carcere il professor Morgan Fairfax, e sfruttando le sue conoscenze scientifiche, oltre all’appoggio economico di Nebula Faraday, ricostituisce in poco tempo l’esercito evroniano, eliminato un inerme Paperino.

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Il piano ordito da Grrodon è complesso ma chiaro, trasformare la terra in una gigantesca astronave, esattamente come era l’originario pianeta Evron (JJ Abrams ha copiato da PK, ammettiamolo), e farla diventare la nuova casa degli Evroniani.

Purtroppo questo scenario apocalittico può essere sventato solamente dal nostro eroe che, ritornato al tempo presente, troverà anche un nuovo alleato all’interno della Ducklair Tower, sotto forma di una nuova intelligenza artificiale, che già su queste pagine abbiamo soprannominato Tre.

Da questo incipit denso di contenuti si dipana l’intera storia narrata in Potere e Potenza, che non ha assolutamente deluso i lettori nostalgici né quelli di primo pelo, data l’alta qualità della storia stessa.

La trama narrata riesce in poche pagine a riportare il lettore nelle atmosfere che si respiravano con lo spillato da edicola, anche grazie alla presenza di personaggi già visti, tanto cari a chi conosceva a memoria le avventure del papero mascherato. L’utilizzo di questi ultimi però non sfocia mai nel fan service fine a se stesso, anche perché in tal senso se ne potevano davvero usare tanti altri, ma ognuno a suo modo è funzionale alla narrazione, e anche se ha una parte minima nel suo svolgimento si ha la sensazione che siano esattamente dove devono essere, e che senza di loro quanto si vede non sarebbe potuto accadere in alcun modo. Chiaramente ci sono delle assenze illustri, più che giustificate, che però dilatano il senso di attesa per le storie successive del papero mascherato; almeno per conoscere quale sia stato il loro destino.

Altro discorso invece va fatto per i nuovi personaggi introdotti, che si impongono subito come presenze fisse nella nuova vita di PK, a partire dai nuovi evroniani “potenziati”, passando dagli evroniani “Trauma” (che vengono prodotti in serie), per arrivare a Tre.

In particolare quest’ultima si presenta già dalle prime battute come una Intelligenza Artificiale fortemente caratterizzata da un atteggiamento quasi saccente e spocchioso, che non disdegna di aiutare PK, ma che è sempre pronta a rimbrottarlo quando dimostra tutti i suoi limiti o compie delle scelte puramente istintive, sicuramente moralmente encomiabili, ma che risultano dal punto di vista di Tre non ragionevoli.

Non era facile, dopo avere delineato già due IA come Uno e Due, trovare il modo di creare un nuovo Virgilio che traghettasse Paperinik nel nuovo ciclo di storie senza che risultasse troppo simile alle prime due; eppure Francesco Artibani ci è riuscito, con la sua solita abilità, lasciandoci un personaggio interessante di cui comunque (anche alla luce delle nuove storie pubblicate) è difficile fare a meno. In questa storia inoltre si nota subito, seppur in minore maniera rispetto al Raggio Nero, quanto preponderante sia la volontà di far capire che l’universo in cui si svolgono le storie “classiche” delle altre pagine di Topolino sia in realtà esattamente lo stesso di PK; troveremo quindi forti agganci alla Paperopoli che tutti conosciamo, ai nipotini, allo Zione e quant’altro.

Il lato della sceneggiatura è ovviamente quello che meno beneficia dell’edizione deluxe, perché chiaramente la storia narrata è sempre la medesima, e un formato “maggiore” non va a valorizzarla né a diminuirla. Fortunatamente, essendo quest’ultima ottima, si può solo che esserne contenti.pk001

I veri protagonisti di questa edizione sono ovviamente Lorenzo Pastrovicchio e Max Monteduro, le cui tavole esplodono nel formato più generoso della pagina, godendo finalmente appieno del superlativo lavoro dei due. Tutte le scelte stilistiche delle varie splash-page, di come destrutturare la gabbia, del dinamismo di alcune scene, risaltano con prepotenza nel nuovo formato, e in particolare si possono notare tutti quei piccoli accorgimenti stilistici nel colore, nel tratto, che dimostrano quanta dedizione e amore siano state dedicate nella realizzazione di questa storia.

Che i registi coinvolti in questa opera siano dei professionisti nessuno lo mette in dubbio, ma è raro trovare una così bella e armoniosa coesione fra tutte le parti, senza contare la vera e propria dedizione che viene mostrata al personaggio stesso. In particolare c’è una scena su tutte che rappresenta il perfetto connubio fra tutti gli elementi sopra citati, e che riesce a mostrare quanto comunque questa serie sia innovativa, ancora dopo venti anni.

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Stiamo parlando della reale morte di Paperino per mano degli Evroniani. Personalmente non avevo mai visto una scena così angosciante e spiazzante sul settimanale di casa Disney, ma questo è PK, e Artibani-Pastrovicchio-Monteduro ci mostrano che anche qui si può osare, trattare argomenti “scomodi” ed uscirne vincitori.

C’è poco altro da aggiungere a questa edizione e a questa storia, il seguito sono state altre due storie, sempre su Topolino, che hanno subito o subiranno lo stesso trattamento Deluxe. Insomma, un’edizione da recuperare assolutamente, anche se avete gli albi originali, perché leggere PK in questo formato, è davvero come avere fra le mani tutta un’altra storia.

Due piccole note in calce, prima di chiudere però:

  • L’edizione di Potere e Potenza Deluxe è andata esaurita, la ristampa sarà presentata al Napoli Comicon; la stessa sorte è toccata anche alla medesima edizione de Gli argini del tempo;
  • Sempre al Comicon sarà presentata anche l’edizione Deluxe de Il raggio Nero.

PKNA – 20 anni e ancora abbiamo poche ragazze

Molte storie iniziano con il narratore che ricorda in prima persona dove era in un determinato momento del passato. Dandoci l’impressione di essere lì con lui, senza interrogarci davvero sulla sua reale presenza in uno specifico luogo. Voi sapevate dove eravate il 14 Marzo 1996? Io personalmente no. L’unica cosa che ricordo è quella di aver trotterellato a piedi fino all’edicola dell’angolo (a dieci anni suonati puoi solo trotterellare) e di essere rimasto subito colpito da un volume con una copertina rossa, dove figurava uno dei miei beniamini, con la scritta “Evroniani” a lato.

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Ne ero colpito per diversi motivi. Primo su tutti il personaggio raffigurato era Paperinik, ma in una posizione diversa dal solito, con un’espressione tesa e rivolta a un papero viola con gli occhi azzurri, che sembrava poggiare su di uno strano aliante, tipo il Goblin di Spiderman. Non era il classico nemico di cui leggevo nel mensile Paperinik, come la Banda Bassotti o l’inquietante Spectrus, ma qualcosa di completamente nuovo. E non era nemmeno l’unica differenza.

PK (che poi iniziai a chiamare così) aveva un volume in stile comic-book americano, mentre Paperinik aveva il classico formato da mensile Disney, tipo Paperino Mese. Il volume era più sottile, e come scoprii in seguito, aveva solo una singola storia al suo interno, non quattro o cinque, scollegate, riguardanti il nostro eroe.

Ma due cose mi colpirono in modo particolare. Il fatto che questo fosse numerato come “numero 0” e che una volta preso in mano, in quarta di copertina, si vedeva che l’illustrazione continuava, per mostrare la presenza di altri paperi viola in uscita da strutture che senza dubbio alcuno erano delle navicelle spaziali.

Io amavo Paperinik, e adoravo tutti i suoi gadget, dalle car-can, agli stivaletti a molla, dalla 313-x ,all’armadio ascensore. E quindi mi buttai a pesce sul volume, sperando di immergermi nelle stesse atmosfere e non potendone trovare nessuna.

La prima lettura fu illuminante e spiazzante. Sapevo che non sarebbe finita lì la storia. Sapevo che era stato iniziato qualcosa di nuovo, e che io ne ero testimone. Decisi che dovevo prendere tutti i numeri, come fanno tipicamente i bambini quando puntano i piedi, e per tutti i mesi a seguire, fino a Giugno, andavo alla stessa data, alla stessa edicola, a chiedere se fosse uscito il nuovo volume.

Nel Giugno dello stesso anno uscì lo 0/2 (Il Vento del Tempo), seguito dallo 0/3 in Agosto (Xadhoom!) e ancora dal numero 1 (Ombre su Venere), che sanciva l’inizio della numerazione tradizionale e della periodicità (bimestrale prima, mensile poi) dell’opera.

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La serie procedette poi fino al Dicembre 2000, chiudendosi con il numero 49-50, doppio per l’occasione, per riprendere a Gennaio 2001 con la serie regolare seguente dal titolo PK2 (o meglio PK-quadro).

Al di là della trama complessiva dell’opera, che può tranquillamente essere letta su Wikipedia, la più grande particolarità di questo PK è data sicuramente dal clima e dal tenore delle storie, non più autoconclusive ma inserite all’interno di un contesto più ampio,  e con l’introduzione di personaggi raramente fini a sé stessi, ma che in ogni numero permettono al nostro eroe di confrontarsi con nuovi pericoli ed avversità.

Tipicamente ogni numero trova al suo interno un “villain” principale, che vede la sua fine nella chiusura del medesimo, ma non mancano anche eccezioni a questo schema che lasciano il lettore desideroso di scoprire cosa succederà dopo.

Ecco quindi completamente disintegrata la classica formula disneyana, con storie che finiscono con la classica scena bonus dopo i titoli di coda, o altre che si dipanano su più numeri consecutivi.

Su PK i vari autori e disegnatori sembrano finalmente liberi di sperimentare sullo strumento fumettistico che hanno sottomano, e anche sul personaggio, mettendolo di fronte a situazioni inusuali o a personaggi più complessi delle classiche macchiette a cui eravamo abituati, anche se comunque rimane sempre visibile un’impronta smaccatamente disneyana nella trattazione di alcuni temi.

Più in generale c’è una forte attenzione a un nuovo sfruttamento del media, completamente slegato dal Topolino classico, in cui gli sceneggiatori possono fare uscire Paperinik dalla sua abituale comfort zone, ponendolo innanzi a situazioni e personaggi estremi (viaggi nel tempo, viaggi in universi paralleli, intelligenze artificiali, battaglie spaziali, alieni, governi corrotti, ecc..), e in cui i disegnatori e coloristi possono davvero dare il meglio di loro stessi, con pagine che rompono la classica griglia o che sperimentano nell’orchestrazione delle vignette. Io stesso grazie a PK ho imparato a distinguere il tratto dei singoli disegnatori, e a capire quale volume fosse disegnato da chi perché, con il formato a più ampio respiro dell’albo, era sempre possibile soffermarsi sui singoli particolari.

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Sarebbe facile fermarsi qui,  ma parlare dei venti anni di PK significa scoperchiare un baule di ricordi, di tante, troppe cose che è un peccato lasciare al di fuori di questo articolo, ma che non possono nemmeno essere enunciate tutte, perché altrimenti davvero questo scritto sarebbe destinato a non concludersi mai.

Citerò solo alcuni dei momenti più belli legati a questo piccolo capolavoro dell’editoria italiana, per scatenarvi l’amarcord e accompagnarvi fino ad un pianto liberatorio-nostalgico:

  • Il PKTeam. PKNA, la prima serie della saga, fu coordinata da Ezio Sisto, Max Monteduro e Alessandro Sisti, che gettarono le fondamenta del progetto redazionale. Tuttavia la serie non fu il frutto di una sola mente, ma di un nutrito gruppo di giovani e talentuosi artisti disneyani, delusi del sempre più marcato contrasto che vi era tra le smaglianti copertine della testata Paperinik e altri supereroi e le vetuste ristampe che il giornale ospitava all’interno. Così nel 1995, con il beneplacito di Paolo Cavaglione, questi autori si riunirono nel PKTeam, un gruppo di lavoro democratico, che in dieci anni avrebbe concepito l’intera saga.
    Il PKTeam fu una vera innovazione nell’ambiente lavorativo Disney, dove tradizionalmente ogni coppia di autori scriveva o disegnava in maniera del tutto indipendente, senza confrontarsi con i colleghi;
  • PRDQP. Ossia “Poche ragazze da quelle (o queste, a seconda dei casi) parti”. Questa sigla identifica senza dubbio una delle parti più divertenti di tutto il fumetto, ossia la rubrica della posta dei lettori, in cui venivano pubblicate lettere, o parti di esse a cui il PKTeam rispondeva in modo ironico e pungente, sfornando battute a dir poco memorabili. In particolare due frasi erano diventate dei veri e propri tormentoni, ossia «Comprati un criceto» e la mitica «Poche ragazze da quelle parti»;
  • Il caso PKNA 0/1. All’acquisto del secondo numero della serie, lo 0/2, iniziai a farmi delle domande sul perché fra lo zero e il suddetto non ci fosse anche lo 0/1. Il PKTeam, già gran maestro di trolling, decise di orchestrare uno scherzo ai danni dei lettori parecchio ben riuscito. Il “caso PKNA 0/1” nasce nell’Agosto 1997, quando, sul numero #8, a pagina 2 viene annunciato che le mail verranno pubblicate sul numero speciale, in cui ci sarà anche «una storia di PK che permetterà a chi di voi non è in possesso del mitico PKNA #0/1 di vedere da vicino la leggendaria e introvabile copertina». Nel numero speciale del 1997, infatti, venne pubblicato un breve riassunto degli episodi passati del fumetto, nel quale la redazione inserì il fantomatico Numero Zero/1. Sebbene fosse chiaro già dal testo del riassunto che si trattava di un’invenzione, molti lettori iniziarono erroneamente a ritenere che un Numero Zero/1 fosse stato effettivamente dato alle stampe in passato. La redazione, in seguito alle numerosissime lettere ricevute, dovette dichiarare esplicitamente, nelle pagine di PKNA #10, che si trattava di una montatura. Ciononostante il fenomeno non accennò a diminuire, tanto che la redazione decise ironicamente di intitolare il numero speciale del 1998 proprio Zero barra uno. Le vicende narrate nello speciale si collocano fra la fine del Numero Zero e l’inizio dello 0/2;
  • In ogni copia del numero speciale 98 Zero Barra Uno era allegato un adesivo su cui si poteva leggere una di queste frasi: Poche Ragazze Da Quelle Parti oppure Criceti a bordo! (io li ho ancora).
  • Sempre nello stesso numero venivano trattate storie che fungevano da raccordo fra il numero 0 e lo 0/2. In particolare ne era presentata una in cui PK deve affrontare dei coolflame con solo i suoi vecchi gadget e senza scudo Extratransformer;
  • Claudio Sciarrone e Lorenzo Pastrovicchio hanno disegnato la maggior parte dei numeri di PKNA. Ma tante sono le personalità del mondo Disney che hanno lavorato a questo fumetto, fra cui: Francesco Artibani, Tito Faraci, Alessandro Sisti, Alberto Lavoradori, Silvia Ziche, Paolo Mottura e Bruno Enna.
  • Nel numero speciale 99 La Fine del Mondo era allegato un curioso calendario evroniano, chiamato appunto Evrondario. Nel calendario evroniano l’anno iniziava ad Agosto, e i giorni (l’equivalente di due giorni terrestri) della settimana erano cinque: po, ra, da, qu, pa (iniziali della frase “poche ragazze da quelle parti”);
  • Valentina De Poli, attuale direttrice del settimanale Topolino, faceva parte del PKteam e proponeva un editoriale introduttivo ad ogni numero, secondo la formula ripresa anche attualmente sul settimanale. Fu proprio lei a creare il nome PKers, per identificare i fan del fumetto stesso;
  • In tutto la serie completa è di 56 numeri, composta da 49 numeri regolari, 3 numeri zero e 4 speciali.
  • Le lettere più meritevoli, a giudizio insindacabile del PKteam, venivano premiate con l’ambita PKard Pkers, che testimoniava in modo indissolubile la propria devozione al fumetto;
  • Fu lanciata anche la Pkard Action Hero che invece poteva essere guadagnata solo a seguito di particolari sfide che il Team proponeva ai lettori. Queste venivano proposte in modo periodico, e ovviamente dovevano essere documentate tramite mezzo fotografico. Solo per citarne alcune ai lettori veniva richiesto di andare in una cabina telefonica con l’occorrente per fare la doccia, oppure fotografarsi con il proprio amico invisibile. Le varie sfide, se passate, davano diritto ad una card speciale, che aveva sul retro degli spazi per attaccare i bollini che sarebbero stati consegnati alla pubblicazione e al superamento di altre sfide;
  • Gli abbonati ricevevano a casa anche una fanzine dal titolo Pkers, in cui erano presentati disegni e curiosità relative al mondo di PK;
  • Dei primi 3 numeri zero fu fatta anche una edizione limitata e numerata, in formato cartonato deluxe, chiamata PkONE. Questa conteneva le tre storie disegnate con la semplice china e senza colori, insieme a diverse curiosità e immagini dei work in progress;
  • Venivano venduti in edicola anche dei raccoglitori specifici per contenere i vari volumi.

Oltre a questo, vi regalo qualche perla legata al mio rapporto personale con questo fumetto, che sarebbe stato un peccato tralasciare:

  • PK forniva un abbonamento annuale alla testata, che io avevo fatto. Peccato che ad un certo punto non mi venissero più recapitati i numeri, principalmente perché (e l’ho scoperto solo due anni fa, recuperando un vecchio numero ancora incellophanato) la mia scrittura da bambino aveva reso l’abbonamento intestato a Giacomo Gibagi, non Giorgi;
  • Il numero 0 era una rarità fra i giovani. A me è stato rubato ben due volte da amici teste di cazzo  e ogni volta sono sempre tornato a ricomprarlo;
  • Se volete recuperare i numeri arretrati, sappiate che i più rari sono quelli con la numerazione più alta. A partire dal 33/34 iniziano a scarseggiare anche alle fiere, fino al numero 48, che tutt’ora in quattro anni di ricerche non sono ancora riuscito a trovare;
  • Sicuramente uno dei numeri più belli mai scritti di questa serie rimane Traumaossia il numero 10, con la sceneggiatura di Tito Faraci e i disegni di Lorenzo Pastrovicchio;

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  • Quattroruote dedicò un numero speciale alla recensione della PKar, dove venivano sciorinate caratteristiche tecniche della mitica macchina del nostro eroe, come cilindrata, peso e quant’altro. Inutile dire che stressai mio babbo un mese per farglielo comprare;
  • Lyla Lay è l’unica papera con le tette, credo, di tutto l’universo Disney. Ed è per quello che nonostante sia una papera, è super sexy.

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Insomma, un fumetto che è entrato di buon diritto nell’olimpo del settore, che dopo 20 anni continua a riscuotere successi, come dimostrano i numeri delle tirature di PKGiant, ossia la ristampa delle vecchie storie, o l’accoglienza che hanno le storie narrate su Topolino a episodi (recensite Qui, Quo e Qua).

Noi di Dimensione Fumetto ci uniamo di cuore alle celebrazioni per i suoi primi Venti anni, sperando davvero che venga riproposta una serie regolare invece di due storie all’anno sul piccolo Topo. Probabilmente è impossibile, ma sperare non ci costa nulla.

Quindi, in alto i calici, aggiustiamo il nostro mantello e brindiamo tutti insieme per il nostro supereroe preferito con la inconfondibile mascherina nera.

Orfani: Nuovo Mondo 5 – Fun and games no more

Orfani Nuovo Mondo 5_coverQuesta stagione di Orfani non mi stava appassionando come le prime. Lo dico sinceramente. Non tanto per la qualità tecnica con cui sono realizzati tutti i numeri, ma principalmente perché non mi sembrava particolarmente incisiva, mancante di un reale motore che portasse la storia in avanti. Il tema della fuga e della ricerca di un punto di arrivo si erano già visti in tutta la seconda stagione, e sembravano al momento l’unica spinta di tutta la narrazione. Sì, Rosa è incinta, ma si comportava in un modo tale per cui non sembrava poi questo grave problema, a parte quando è rimasta fuori gioco nella grotta di Lora.

Il nuovo gruppo, creatosi con Rosa e gli altri profughi, sembrava mancare di mordente e soprattutto dello spirito cameratistico che si era visto già nelle stagioni passate, fra gli Orfani prima, e Ringo, Nuè, Rosa, Seba poi. Insomma, ho avuto la sensazione di avere fra le mani qualcosa che vinceva, ma non convinceva.

Poi qualcosa è cambiato, dal numero 4 per la precisione. Con quel Benvenuti nella giungla, come come la canzone dei Guns and Roses ti colpisce e ti lascia senza fiato, e che ti fa capire che sul Nuovo Mondo non c’è spazio per “fun and games“.

Questo numero è stato spiazzante, con la presentazione di un personaggio diverso, al di fuori della cerchia di quelli a cui ci stiamo lentamente abituando. Ben definito, la sua descrizione e la narrazione di quanto gli sia accaduto ci ha tenuto compagnia in tutto il volume, e poi, improvvisamente, ci è stato tolto. Con una mossa degna del miglior George Martin, a fine lettura siamo rimasti con la bocca spalancata.

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Il numero 5, dal titolo Predatori, riparte esattamente da quel punto. Senza stacchi, senza passaggio di tempo. Un’ottima scelta, che a mio parere rende ancora più evidente il senso di precarietà e di pericolo che provano sulla pelle Cesar, Rosa, Paul e gli altri. Roberto Recchioni e Michele Monteleone sembrano volerci dire che non c’è mai un attimo di respiro nel Nuovo Mondo, non si finisce mai di essere in pericolo, nemmeno per un secondo. E lo dico subito. A fine di questo albo saremo ancora con lo stupore negli occhi per l’ennesimo cliffhanger ben piazzato. E questo ci piace, e funziona alla grande, forse più che nelle stagioni precedenti dove, salvo qualche raro caso, si avevano delle storie che si completavano all’interno dell’albo e che andavano a creare, tutte insieme, il quadro finale della narrazione totale della vicenda.

Senza scendere troppo nei dettagli, si può dire che in questo numero ci sono dei graditi ritorni, primo su tutti la Juric, ultimamente rimasta più in sordina, che ancora una volta ci regala uno dei suoi monologhi chiarificatori del fatto che lei è stronza, è fiera di esserlo e non è disposta a scendere a nessun compromesso. Inoltre ho particolarmente apprezzato lo spazio maggiore dato alla Mocciosa (Sam), che fino ad ora appariva solo come una macchina assassina senza sentimenti, e che (grazie ad un evento piuttosto inspiegabile per ora) ci mostra ancora una volta il suo lato psicopatico, ma allo stesso tempo lucido e mosso da precise volontà. Un tocco di classe per risaltare uno dei pochi personaggi che ci portiamo appresso dalla prima stagione.

Unico neo forse è la presenza di un deus ex-machina abbastanza evidente, volto a togliere un elemento narrativo che forse si stava trascinando da troppo tempo, ma che allo stesso tempo apre nuovi scenari parecchio interessanti per la seconda metà di questa terza stagione. Quale sia lo lascio scoprire a voi, ma se avete seguito Dimensione Fumetto saprete già che il prossimo numero sarà molto importante, come vi abbiamo detto qui  ed è facile anche immaginarne il motivo.

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Ai disegni abbiamo Davide Gianfelice che abbiamo potuto ammirare sia su Ringo (numero 5) che su Orfani (numero 8), e ai colori la sempre ottima Annalisa Leoni. Ho già detto che sul livello tecnico di realizzazione c’è davvero poco da dire, ogni albo è disegnato e colorato in modo davvero ineccepibile, senza se e senza ma, e l’unica parte a mio parere leggermente debole è stata fino ad ora la storia (che comunque è sempre ad altissimi livelli).

Fortunatamente la dichiarazione di casa Bonelli, che le prossime stagioni avranno meno numeri, sembra proprio venire incontro a questo problema, facendo supporre che in futuro si avrà una narrazione più concentrata e concisa rispetto a quanto siamo stati abituati.

Ultima nota di merito va sempre a Matteo de Longis, che fino ad ora non ha ancora sbagliato una copertina, con la buona pace di quelli che si erano schierati contro di lui come suoi detrattori.

In conclusione la serie sembra essere tornata finalmente sul giusto binario, senza troppe forzature e con una regia ben orchestrata. Questo volume 5 bisogna prenderlo e leggerlo tutto d’un fiato, per poi sedersi e aspettare un altro mese in trepidante ansia.

Il Raggio nero – Quarta (ed ultima) Parte

Paperinik legge Dimensione Fumetto. O lo fanno i suoi autori. È l’unica spiegazione.

Perché in questa ultima parte de “Il Raggio Nero”, sembra letteralmente che sia stato preso quanto di marginalmente negativo si sia analizzato nella recensione della terza parte, per eliminarlo e confezionare un episodio incredibilmente bello, accattivante, dove tutta la somma dei pregi degli episodi passati viene condensata in una manciata di pagine da leggere tutte d’un fiato. E non ci crederete, ma siamo sulle pagine di Topolino (il numero 3131 per la precisione) e ci scappa anche il morto. Anzi, svariati “morti”. Oltretutto giustificati, per non spaventare i lettori più giovani.

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Lo SPOILER fino ad ora:

Pk è tornato alle rovine della Ducklair Tower, per fare mente locale e prepararsi all’imminente contrattacco di Moldorock, trovando anche, nel frattempo, il modo per recuperare uno dei suoi alleati precedentemente disperso, ossia Raksaka.

All’interno della torre si sta cercando una maniera per tornare alla dimensione Paperopolese che tutti noi conosciamo, e proprio per questo arriva in aiuto il nostro amico Tre che, pieno di nozioni e conoscenza, cerca di spiegare a PK e ai lettori come le batterie tachioniche possano attivare il dislocatore utile per il ritorno in patria.

E cerca di farlo, senza riuscirci, non tanto perché la spiegazione è ardua e difficile, ma perché è proprio il nostro eroe a zittirlo con un secco:

«Niente spiegoni spaccameningi, per favore.»

Cioè, lo capite? PK non vuole più sentire parlare di spiegazioni: per gli ultimi due episodi è stato soverchiato da tutte le informazioni su piani pentadimensionali, sul perché Moldorock senta le voci nella sua testa, sulle motivazioni del cattivo che oramai vuole solo agire. Gli prudono letteralmente le mani. E così anche al lettore, che arrivato a questo vuole le botte da orbi, vuole il confronto finale.

E Moldorock invece? Ragiona, pensa, si confronta con tutte le voci nella sua testa, e alla fine decide di non riappacificarsi con il nostro eroe, ovviamente.

Ed è proprio prendendo questa decisione, quasi scontata, che lo vediamo ergersi dal suo trono per lanciarsi in battaglia.

Un’unica splash-page.

Un unico personaggio a occuparla.

E non ci sono parole per descriverla. In tutta la sua maestosità, resa ancora maggiore da una ripresa dal basso verso l’alto, Moldorock si erge e la sua determinazione è palpabile in modo incontrovertibile. Merito di Lorenzo Pastrovicchio e di Max Monteduro, ovviamente.

Bastano una manciata di pagine, per vederlo in azione. Dopo qualche tafferuglio con gli evroniani potenziati, dove Artibani fa pronunciare al papero mascherato ancora dei dialoghi bellissimi e quasi spiazzanti, entra in scena di nuovo Moldorock. Indovinate come? Con un’altra splash-page letteralmente da mascella slogata.

E lì inizia il combattimento vero e proprio.

Venti pagine dense di azione, di colpi di scena, dove accade di tutto. E non sto scherzando. Finalmente vediamo un Paperinik unleashed, arrabbiato e determinato.

Per citare solo un piccolo particolare, io mi sono ritrovato catapultato praticamente 19 anni indietro, in uno dei momenti più belli di tutto PKNA, ossia lo scontro con Trauma.

Dopo rimane solo l’epilogo dell’avventura del nostro eroe, che potrebbe essere tirato via, magari aggiungendo solo un semplice raccordo per la prossima storia in uscita da Aprile 2016: e invece no. Il nostro sceneggiatore preferito prepara la fine con calma, ce la fa gustare come fosse la conclusione di un buon bicchiere di Rum, quando si rimane ad assaporare il retrogusto di quanto bevuto.

Ancora vita Paperopolese, addirittura lo spazio per un battibecco fra Paperone e Rockerduck, e…..chissà. Forse è il caso di correre in edicola a leggerlo.

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CONCLUSIONI

Bisogna necessariamente dividere le considerazioni finali in due distinti filoni. Il primo per l’episodio in corso, il secondo per l’analisi finale di tutta la saga, e di tutti e quattro gli episodi.

Per quanto riguarda questa quarta parte si può solo che essere soddisfatti. C’è tutto, davvero, TUTTO quello che magari ci si poteva aspettare da quanto visto precedentemente. Dialoghi brillanti e disegni spettacolari, con colori sempre perfetti.

L’unico scivolone è dato dalla campagna marketing che hanno fatto su Topolino, poiché proprio questo numero viene venduto con il PK mecha, che non si è mai visto fino ad ora, e i lettori più smaliziati avranno già capito perché venga donato proprio in questo numero.

Insomma, uno spoiler neanche poco involontario

Il giudizio complessivo è molto semplice:

 Questa è la saga di PK che stavo aspettando.

Dall’inizio alla fine, i tre tenori di Topolino hanno architettato una storia complessa, elaborata e strutturata. Al di là dei meriti puramente tecnici di ognuna delle tre voci impegnate in questo “Il raggio nero”, uno degli elementi sicuramente più apprezzabili è l’avere calato di nuovo PK in una dimensione totalmente Paperopolese, ricordandoci che PK è innanzitutto Paperino, e non un altro personaggio (cosa che andava a sparire negli albi spillati degli anni ’90), con i suoi affetti, con i suoi difetti e con tutto quello che ne consegue. A questo si aggiunge l’enorme pregio di avere veramente preparato una continuity coesa e ben determinata per quanto riguarda la prossima strada che verrà percorsa dal nostro eroe; in “Potere e Potenza” (che recensiremo) si sfruttava molto l’effetto nostalgia, con personaggi già visti, a cui si era inevitabilmente affezionati, ne “Gli argini del tempo”  (la meno riuscita a mio parere), si ritornava a narrare una storia quasi parallela a quella vista in precedenza, con buoni spunti, ma un po’ troppo incasinata. Qui invece si sperimenta, vengono introdotte tematiche nuove e personaggi incisivi e non banali.

Non so quali siano i dati di vendita di questi ultimi 4 numeri, e se questi siano aumentati per la presenza del papero mascherato, ma sicuramente qualcuno in casa Panini/Disney dovrebbe drizzare le orecchie e capire che forse i tempi sono maturi per ritornare in edicola con un nuovo spillato dedicato a PK. Probabilmente si correrebbe il rischio di avere storie più deboli, è vero, ma leggere storie così belle, a distanza di mesi l’una dalle altre è un assoluto peccato. Attendo con ansia il volume cartonato, perché alcune scene me le voglio gustare davvero in formato “gigante”, svincolato dalla paginetta del Topo.

Il mio plauso va sicuramente a Pastrovicchio, Artibani e Monteduro che hanno dimostrato davvero cosa significa amare un personaggio, perché per realizzarlo così bene puoi solo considerarlo un vecchio amico, uno di quelli che ti piombano in casa quando meno te lo aspetti, e di cui non vedi l’ora di sentire le ultime avventure, soprattutto se dalle tue parti “…ci sono poche ragazze”.