Francesco Pone

Francesco Pone legge fumetti da troppo tempo. La sua principale occupazione è tentare di far servire a qualcosa la sua laurea in filosofia.

Who Watches the Watchmen – Il Marvel Movieverse e la crisi della Casa delle Idee

Quando nel lontano 2008 la Marvel decise di occuparsi in prima persona della trasposizione cinematografica delle sue proprietà intellettuali, nessuno avrebbe mai potuto prevedere che l’industria di Hollywood sarebbe stata travolta dal Movieverse, un vero e proprio uragano e che, forse per davvero, “niente sarebbe stato più lo stesso”. Eppure, col senno di poi, la cosa sembra estremamente naturale: in sessant’anni di pubblicazioni a fumetti la Marvel ha accumulato un patrimonio di proprietà intellettuali sensazionali, e una tale quantità di storie già scritte dai migliori creativi che basta buttare un amo nel mare delle pagine prodotte, tirar su a caso, e puoi stare sicuro di trovare qualcosa di buono.

Il successo incredibile delle pellicole supereroistiche degli ultimi dieci anni ci racconta una cosa che dovremmo voler sentire tutti quanti: che quelle storie per cui uscivamo pazzi da ragazzi, e che ancora oggi rileggiamo con passione, al di là della confezione popolare e semplificata e, diciamolo, a volte un po’ troppo kitsch, era roba davvero buona. Non eravamo noi, i nerd: erano gli altri, che non sapevano cosa si perdevano!

Partendo da questo presupposto, in questo articolo vogliamo usare i film Marvel come una lente attraverso cui guardare alla produzione a fumetti della Marvel dagli anni ’60 a oggi, nel tentativo di gettarvi sopra una luce inedita.

Abbiamo quindi preso ogni singolo film, raggruppandolo per personaggi, facendoci una semplice domanda: quanti dei concept e delle idee espresse nel film sono prese dai fumetti e, soprattutto, da quale decennio della sconfinata produzione Marvel?

Per farlo abbiamo seguito le seguenti regole:

1- Ogni concept viene conteggiato una sola volta. Iron Man viene da un’idea degli anni ’60 e viene conteggiato solo per il suo primo film; in tutti i successivi in cui appare, non viene conteggiato.

2- Non vengono conteggiate le apparizioni dei personaggi nelle scene dopo i titoli di coda, ma soltanto quando prendono parte al film vero e proprio: Scarlet e Quicksilver sono contati quindi per Avengers: Age of Ultron e non per Winter Soldier.

3- Gli anni ’60 comprendono anche quello che è venuto prima (quindi Bucky o Cap valgono come anni ’60)

4- Lo stesso personaggio può essere conteggiato due volte quando una certa evoluzione nasce da storie differenti. Ad esempio, Bucky Barnes viene contato come proveniente dagli anni ’60 ma, quando diventa Winter Soldier, come proveniente dagli anni ’00 del 2000.

5- Oltre ai personaggi, vengono contati luoghi (Wakanda, Sakaar, Xandar, Knowhere), saghe (Civil War, World War Hulk), oggetti particolari (il Cubo Cosmico, l’armatura Silver Centurion, il martello Stormbreaker).

6- I personaggi vengono contati uno a uno e come gruppo (quindi si conta sia Avengers come gruppo sia i singoli membri).

7- I personaggi sono contati per la reale controparte, anche se si chiamano diversamente (il Ned Leeds di Homecoming conta come il Ganke dell’Ultimate Spider Man).

8- Infine, sono considerati solo i film dei Marvel Studios (per i film Fox sui mutanti vorremmo fare un articolo simile a parte).

Cominciamo quindi con la saga principale, quella di Iron Man.

Come spesso capiterà, gli anni ’60 sono la principale fonte per i film di Iron Man: praticamente tutti i personaggi della saga provengono da quel periodo. Gli anni ’70 ci regalano qualche cattivo, poi la linea precipita per riprendersi vagamente soltanto negli anni ’00 grazie ai personaggi di Warren Ellis e alla sua saga Extremis.

Il grafico è ancora più sconfortante, sebbene l’andamento sia simile, per la trilogia del Dio del Tuono. Praticamente tutti i personaggi provengono dagli anni ’60, a esclusione di alcuni che si sono affacciati nei fumetti nei primi ’70 (come la Valchiria); per il resto, qualcosa esce fuori dal Thor di Simonson. Gli anni ’00 ci regalano qualcosa che non riguarda Thor, ma Hulk, cioè il pianeta Sakaar e la saga World War Hulk.

A proposito di Hulk, per la cronaca riportiamo il grafico dell’unico film a solo del personaggio, che fa parte ufficialmente del Movieverse.

L’unica variazione viene dalla run di Bruce Jones, con le chat tra Mr. Green e Mr. Blue.

Ma andiamo a esaminare il grafico della trilogia di Capitan America.

A parte l’altissimo numero di personaggi provenienti dagli anni ’60, si può apprezzare una maggior vivacità del grafico, con contributi importanti dagli anni ’80 (era Gruenwald) e degli anni ’00 grazie al Winter Soldier di Bruebaker. Gli anni ’90 vengono totalmente ignorati, così come (ma ci siamo abituati) gli anni ’10.

E finalmente giungiamo alla saga cardine del Movieverse, cioè Avengers.

Essendo gran parte dei personaggi già calcolati in altre saghe, il dato indica piuttosto le trame e i villain, con poche eccezioni (come la Visione). L’exploit degli anni ’10 è un po’ bugiardo, visto che riguarda principalmente l’Ordine Nero di Thanos, ovvero dei personaggi usa-e-getta presi dalla run di Hickman. Gli anni ’80 ci regalano Infinity Gauntlet, i ’70 ovviamente Thanos. Tristissimo lo zero degli anni ’00: sembra che la lunga run di Bendis abbia influito davvero poco.

Per trovare un grafico dall’andamento meno prevedibile, dobbiamo andare a esaminare quello relativo alla saga di Guardiani della galassia, che consta, come sappiamo, di soli due film.

Guardians of the Galaxy è l’unico franchise che conta più elementi dagli anni ’70 che dai ’60: la cosa è ovviamente dovuta al rooster di personaggi che, con poche eccezioni, proviene dalla Marvel cosmica dell’era Englehart, Starlin e compagnia bella. Da notare l’impennata, più unica che rara, degli anni ’10, che deriva dalle idee della coppia Abnett-Lanning, ancorché tutte da esplorare ancora.

Presentiamo in rapida successione  grafici di Ant Man, Doctor Strange e Black Panther che seguono più o meno lo stesso copione:

Un ventata d’aria diversa ci arriva dal grafico di Spider Man Homecoming.

C’è da dire che il materiale filmico su Spider Man, con i suoi tre reboot, meriterebbe un’analisi a parte come il franchise mutante. L’esigenza, in quest’ultima versione di Peter Parker, di diversificarlo dalle precedenti ha spinto gli sceneggiatori ad attingere da fonti più recenti: soprattutto il lavoro fatto da Bendis nella versione Ultimate, permettendo ai vent’anni del nuovo millennio un exploit più unico che raro.

Sovrapponiamo le curve e aggreghiamo i dati, così da avere con un unico colpo d’occhio il trend generale.

Infine, la curva con i totali:

A guardare le conclusioni della nostra statistica, possiamo tirare qualche filo.

Ancora oggi, a sessant’anni e più, il cuore delle proprietà intellettuali Marvel è stato concepito da un ristretto numero di artisti a New York negli anni ’60 del Novecento. Stan Lee, Jack Kirby, Steve Ditko, Roy Thomas, Gerry Conway, e forse pochissimi altri, nell’arco di due decenni hanno letteralmente tirato fuori dalle proprie teste un patrimonio immateriale in grado di fruttare miliardi e miliardi di materialissimi dollari; e di far sognare, divertire, commuovere diverse generazioni di persone.

A questa considerazione va fatta una postilla importante: oltre al set di personaggi, ambientazioni, mitologie, a decretare il successo è stata anche la struttura narrativa utilizzata: le due continuity orizzontali e verticali, i supereroi con superproblemi, l’ambientazione delle storie in uno spazio di fantasia però radicato nella realissima New York. Le incursioni dei personaggi Marvel al Cinema non avevano mai portato i frutti attesi proprio perché, ogni volta, mancava questo o quell’elemento: è stato quando si sono decisi ad applicare per intero la Ricetta Marvel (e il momento è simbolicamente sancito nel cameo di Tony Stark nella scena dopo i titoli di coda di Incredibile Hulk) che l’Universo Marvel ha davvero sfondato sul grande schermo, incontrando il meritato successo di cui oggi gode.

Proseguendo sulla nostra linea, notiamo che gli anni ’70 a fumetti hanno già contribuito abbondantemente al Movieverse, ma non tanto quanto potrebbero: se il lavoro degli eredi del gruppo originale, come Steve Englehart o Jim Starlin, ha cominciato a dare i suoi frutti, resta ancora inutilizzata una serie di idee che aspetta solo di essere pescata.

Per quanto riguarda i picchi negativi degli anni ’80 e ’90, potremmo spiegarceli in molti modi.

Fumettisticamente parlando, quelli furono gli anni in cui al centro del lavoro creativo stavano i mutanti, un parco di personaggi che soltanto recentemente, con l’acquisizione della Fox da parte della Disney, sono entrati nelle disponibilità del Movieverse. Non è difficile immaginare per questo franchise un andamento del grafico ben diverso, con i picchi proprio nel periodo a cavallo tra gli ’80 e i ’90, quando Claremont e i suoi eredi come Larry Hama, Scott Lobdell, Fabian Nicieza, e perché no, Jim Lee e Rob Liefeld, hanno dato un contributo massiccio e duraturo.

Il grafico aggregato torna a ringalluzzirsi in vista degli anni ’00 del nuovo millennio: una spinta decisiva la fornisce il lavoro fatto sul defunto Universo Ultimate, che ha fornito versioni più moderne di molti personaggi (pensiamo all’Occhio di Falco del Movieverse, che è una sintesi efficacissima delle versioni 616 e Ultimate della versione fumettistica) e la spinta creativa fornita dalla (bistrattata) gestione Jemas-Quesada, che a costo di una perdita di coesione narrativa permise a molti autori di provare idee nuove e accattivanti (Civil War di Millar e il Winter Soldier di Bruebaker ne sono degli esempi lampanti).

Infine, il grafico ha un nuovo picco negativo in corrispondenza dell’ultimo decennio, che ha fornito ben poco (come già detto, ben poco sul piano della sostanza: il contributo è più che altro fatto di personaggi usa-e-getta come l’Ordine Nero di Thanos). Probabilmente possiamo guardare a questo picco negativo come uno spartiacque, ovvero il momento in cui il rapporto tra i due universi, quello fumettistico e quello filmico, si è rovesciato: non sono più i fumetti a generare contenuti e idee a uso dei film, ma l’esatto contrario. È così che si spiega il proliferare, nell’Universo fumettistico, di saghe riciclate: la seconda Civil War, la seconda Infinity War, sono concept che hanno fatto un viaggio allucinante, dal fumetto al film e di nuovo al fumetto, un riciclo che è un segno dei tempi.

Molto probabilmente il processo di rovesciamento del paradigma fumetto-film sarà un processo ancora molto lento. Nel Movieverse è ad esempio a lungo mancata una fetta consistente, un vero pilastro della cosmologia Marvel: i Fantastici Quattro, la cui serie fornirà materiale per i film per i prossimi dieci anni e più. Ma non voler vedere il progressivo strutturarsi di questo rovesciamento è coprirsi gli occhi. L’incarnazione fumettistica dell’Universo Marvel ha smesso di produrre idee potenti e durature da almeno 10 anni (con le dovute, ma sempre più rare, eccezioni), e si arrotola in reinvenzioni al limite della fan-fiction: basti guardare alla terribile sorte occorsa a Spider Man, condannato al succedersi di saghe al limite del ridicolo e autoreferenziali come Spider Island e Spider Verse.

Ormai il fumetto è diventato la periferia di un processo creativo che incontra il suo cuore nel cinema, il quale potrà pescare dalla miniera d’oro di idee generatasi in milioni di pagine di fumetto e andare avanti, prevediamo, ancora per molti anni.

Back to Basics – Superman

In questa rubrica andiamo a rileggere i primi albi di personaggi storici, per scoprire qual era il loro concept iniziale, e quanto siano cambiati nel tempo. Dopo il primo articolo, che si è occupato dell’Uomo Ragno, saltiamo nel lontano 1938 a dare uno sguardo al capostipite del genere supereroistico, il Superman di Jerry Siegel e Simon Shuster!

Andare a leggere i primi 4 albi di Action Comics, la collana antologica che ospitò, nel lontanissimo 1938, le prime storie di Superman, è stato un vero e proprio viaggio nel tempo, e un’esperienza da fare. Certo, forse è più facile inventare su due piedi una macchina del tempo, piuttosto che reperire quegli albi in una forma decente!

Così, mentre le potenze Europee, a Monaco, si mettevano a novanta gradi davanti all’espansione territoriale di Adolf Hitler, negli Stati Uniti due giovani autori di origini ebree davano il via alla prima tessera di un domino che avrebbe portato miliardi di dollari nelle tasche di un sacco di gente, tranne che le loro. Scopriremo che furono capaci, in anni duri, di proporre storie coraggiose, rivoluzionarie e senza tempo; e che il Superman che ne esce fuori è un eroe molto diverso da quello che molti immaginerebbero.

Cominciamo da Action Comics #1, l’unico di questo periodo che sia mai stato tradotto in italiano: le immagini qui riportate sono tratte dal numero 14 dei Classici del Fumetto di Repubblica (ah, la vecchiaia!)

Le origini del personaggio differiscono da quelle che conosciamo per alcuni passaggi fondamentali.

Niente famiglia Kent: il piccolo Superman viene raccolto da un motociclista di passaggio, che lo smolla in un orfanotrofio. Lì dimostra subito la sua straordinarietà, che gli deriva da milioni di anni di evoluzione in più rispetto alla nostra: i suoi superpoteri sono molto più terra terra di quelli a cui siamo abituati.

Niente vista calorifera, soffi congelanti o volo. Superman è forte, veloce e dotato di una moderata invulnerabilità (ma guai a farsi beccare da un proiettile esplosivo!). Come che sia, Clark Kent (non ci viene data alcuna spiegazione del perché l’alieno abbia questo nome) decide di mettersi un costume.

Bisogna notare la scelta delle parole: Superman non è il difensore dell’umanità, o del pianeta Terra, ma il difensore degli oppressi (oppressed, in originale). Come direbbe Moretti, le parole sono importanti, e questa non è scelta a caso. Il temine oppresso non è neutrale né indica i deboli in generale: indica una categoria di persone che, secondo il dizionario Gabrielli, è «sottoposto ad angherie, chi è costretto a subire vessazioni, a sottostare al più forte: la liberazione degli oppressi». È un termine eminentemente politico e morale (il Catechismo cattolico parla della oppressione dei poveri come il secondo dei quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio). Sono oppressi i popoli, nella loro libertà e nella loro felicità.

Questi ragionamenti li facciamo a ragion veduta e con il vantaggio dello spoiler, visto che abbiamo già letto i numeri successivi: ma lasciamo che siano Siegel e Shuster a spiegarci cosa intendono.

In prima battuta, troviamo Superman animato da una furia di giustizia molto poco politicamente corretta. Il nostro arriva nei pressi di una lussuosa villa tenendo prigioniera una figura di cui non sappiamo ancora niente.

È la villa del governatore, con cui Superman ha fretta di parlare. Il maggiordomo gli intima di tornare il giorno dopo, ma Superman è categorico e irruento.

Sottolineiamo che stavolta il maggiordomo non è l’assassino: è un maggiordomo, e basta. Superman ha ben poco bonton, e pochissimo rispetto per la proprietà privata.

Alla fine scopriamo qual è il motivo di tanta fretta: da qualche parte un innocente sta per finire sulla sedia elettrica. La persona che Superman portava all’inizio della scena era il vero colpevole, e solo il governatore poteva fermare l’esecuzione in tempo. Il ritratto che ne emerge è quello di un eroe dai modi spicci, in qualche modo rude, per niente incline al sorriso. Le ombreggiature di Shuster danno un tono estremamente dark alle tavole, riempiendo le vignette di un’oscurità avvolgente.

Il caso di cui si occupa in seguito è ancora più emblematico dell’estrema modernità del pensiero di S&S. Al Daily Star, Kent riceve una segnalazione (sospendiamo l’incredulità, è pur sempre il 1938):

È un affare da Superman? Sicuramente, ma la cosa non è affatto scontata. La cultura maschilista negli Stati Uniti era, a quell’epoca, granitica, e molto più capillare di quella altrettanto detestabile del segregazionismo razziale.  Che picchiare la propria donna fosse un’azione sbagliata non era propriamente pacifico, negli Stati Uniti di quel tempo. S&S, fanno una vera e propria dichiarazione politica nelle seguenti vignette.

Le donne appartengono alla categoria degli oppressi: quanto è attuale questa considerazione?

D’altra parte il femminismo di S&S è evidente anche dal personaggio di Lois Lane, che nasce in questo stesso primo numero. Un personaggio che, per l’epoca, e per la concezione della donna, è davvero un pugno in faccia al sentire comune.

Già il fatto che Lois sia una donna che lavora in un giornale, piuttosto che una moglie e madre e casalinga, è una dichiarazione d’intenti. Pensate alla svenevole e irritante Sue Storm di vent’anni dopo di Stan Lee per capire la differenza: Lois è ironica e forte, e quando accetta l’invito di Clark lo dimostra con poche efficaci battute.

In seguito un paio di tipacci le mettono gli occhi addosso e Clark è costretto a fingersi debole per proteggere la sua identità segreta (il perché di questo comportamento ce lo racconta Bill in Kill Bill parte 2):

Lois si toglie dagli impicci da sola, mollando uno schiaffone e andandosene guidando la macchina (da donna emancipata qual è). I cattivoni se la prendono e la inseguono, e lì interverrà Superman sbatacchiandoli un po’.

Non so voi, ma io mi sono innamorato di Lois Lane.

Sempre nello stesso numero, Clark scopre un senatore che si fa corrompere da un individuo per votare una non precisata legge che riguarda una piccola guerra tra due paesi sudamericani.

I metodi di Superman sono molto meno diretti di quanto siamo abituati. Agisce nell’ombra, non disdegnando di utilizzare l’inganno e la coercizione. Scopre così che il corruttore è un fabbricante di munizioni che vuole vendere e guadagnare denaro. La soluzione che adotta quel Superman lì è sorprendente e assolutamente non aderente a quello che conosciamo oggi.

Le prossime vignette sono tratte da Action Comics #2, tratte dal volume celebrativo del 75 anniversario della nascita di Superman, gentilmente fornitomi dal Direttore. Tenteremo una traduzione amatoriale per i non anglofoni.

Vedi quella nave? È la Baronta. Domani parte per Santo Monte (il paese sudamericano in guerra). Se non ti trovo a bordo domani, giuro che ti troverò in qualsiasi buco ti andrai a nascondere e strapperò il tuo cuore crudele a mani nude!

Superman fa irruzione a casa del magnate delle armi e lo costringe a imbarcarsi per il paese in guerra, utilizzando un linguaggio crudo e minacce orrende. Che intenzioni ha?

Il miliardario si porta dei mercenari, con l’ordine di far fuori Superman. Non serve che vi dica che fine faranno. La nave approda a Santo Monte e Superman chiarisce finalmente il suo intento.

“Cosa mi farai?”
“Niente, se ti arruolerai nell’esercito di Santo Monte”

Superman costringe il miliardario ad arruolarsi, e per controllarlo si arruola a sua volta.

Superman: “Quello che non capisco è perchè fabbrichi munizioni quando questo comporta la morte di migliaia di persone”
“Le persone sono gratis… le munizioni hanno un prezzo!”

La risposta del miliardario è terribile. È la risposta di chi valuta il bene e il male in base al guadagno che ne ottiene. È una risposta così universale e così attuale da mettere i brividi; è un’idea di mondo abominevole ma dominante, e Superman sa bene che non si può abbattere a pugni. Egli escogita l’unico piano che può funzionare: la conoscenza. Porta il miliardario sotto le bombe, facendogli conoscere, vedere, e toccare ciò di cui è causa.

1 – Did. “La colonna di soldati si appiattisce a terra, per evitare i frammenti”
2 – “Questo non è un luogo per persone sane! MORIRÒ!”
3- “Capisco! Quando è la tua stessa vita in pericolo, il punto di vista cambia, eh?”

Superman si prende la briga di risolvere un altro paio di questioni (una delle quali, al solito, coinvolge il mio nuovo amore, Lois Lane) e poi torna a vedere cosa fa il nostro miliardario.

“Fammi tornare negli Stati Uniti! Ho imparato a odiare la guerra!”
“Ok, ma devi smettere di fabbricare munizioni”
“D’ora in poi, la cosa più pericolosa che fabbricherò sarà un fuoco d’artificio!”

Ebbene, Superman non ha reagito alle conseguenze di una guerra, ma, in sostanza, l’ha sventata. Egli ha individuato nei soldati, e nei civili innocenti, gli oppressi che ha giurato di liberare e, con metodi poco ortodossi che comprendono il sequestro di persona e la minaccia, ha ottenuto giustizia. Non la giustizia di un tribunale, ma una forma di giustizia ancora più alta.

Porca la miseriaccia, quando abbiamo intrapreso questo viaggio nel passato, credevamo di annoiarci a leggere storie datate e banali. Queste storie meriterebbero un’edizione di lusso. Purtroppo questa edizione non c’è, e il prossimo (e ultimo) albo che andremo a esaminare è tratto da delle scan di albi in pessime condizioni. Ci perdonerete, ma questa è, in tutti i sensi, archeofumettologia!

Nel numero in questione, al Daily Star arriva una nuova segnalazione: alcuni minatori sono rimasti intrappolati da un crollo della miniera. Il dispositivo di allarme non ha funzionato. Kent si reca sul posto.

Kent si reca sul posto “travestito da minatore”. La scelta di non presentarlo in costume non può essere casuale: al di là del desiderio di anonimato, sembra anche questa una scelta politica di S&S: Superman non aiuta i minatori, ma prende le loro parti: c’è una bella differenza, come vedremo.

Fingendo di scivolare nel buco, Clark raggiunge i minatori e scopre cosa non va. Salvati i minatori, si presenta da uno di loro all’ospedale nelle vesti di Clark Kent.

“Noi sapeva che miniera non sicura già mesi fa… ma quando noi diceva a uomini di boss loro diceva: Non piace lavoro, Stanislaw? allora va’ via!”

Il minatore è un immigrato dell’est di nome Stanislaw Kober che non parla bene inglese. Le sue rivendicazioni sulla sicurezza del suo luogo di lavoro si sono scontrate con il ricatto più vecchio del mondo: vuoi lavorare, Stanislaw? Allora zitto.

Non vi ricorda qualcosa?

Kent va a parlare con il padrone della miniera.

Clark: “Sicuramente ora riparerete i malfunzionamenti del sistema di sicurezza”
Boss: “Non ci sono pericoli per la sicurezza nella mia miniera. Ma anche se ci fossero… e quindi? Sono un uomo d’affari, non un operatore umanitario”

Siamo alle solite, a quanto pare. L’arcinemico di Superman? Altro che Lex Luthor. Dategli voi un nome, a noi ne vengono un paio, ma meglio tacerli.

Quello che accade dopo è degno di un film di Bunuel. Kent si ritraveste da minatore e, quella notte, fa irruzione a casa del miliardario, che sta tenendo una festa. Si fa beccare e, alla domanda sul perché sia entrato, risponde:

“Belle donne… tanta musica… ricca festa… ho letto di queste cose… stanotte voglio vederle con i miei occhi”

Sembra un lunatico, Clark, mentre interpreta il minatore che sogna di fare la vita dei ricchi, e che infrange la legge anche solo per vederla una volta nella vita. Qui il boss ha un’idea, per ravvivare la festa che iniziava a languire. Inizia un discorso che, per come è pronunciato, da chi, in che occasione, e perché, mette i brividi addosso.

“Alla vostra destra, gente, vedete un minatore arrivista che per poco non si fa pestare dopo aver tentato di vedere come vive l’altra metà del mondo. Sulla sinistra, mio ottuso amico, un gruppo di bellimbusti la cui sola attività nella vita è cercare nuovi modi per evitare la noia”

S&S non scrivono queste cose a caso: accentuare la divisione in classi, e mettere Superman nella metà dei poveri, dei derelitti, degli oppressi è il motivo per cui producono questo fumetto.

E per la gioia di tutti gli astanti, l’uomo propone di finire la serata tutti in miniera, e fare per divertimento quello che ad altri è costato la vita. Superman, ovviamente, accetta.

Dopodiché, indovinate un po’?

Fa crollare la galleria. Le scene di panico tra i debosciati ricconi si sprecano.

Non serve la traduzione, vero? Al miliardario viene in mente un’idea: il segnale d’allarme! Lo stesso che, ovviamente, non funziona a causa del fatto che lui è un uomo d’affari, non un operatore umanitario.

Cosa resta da fare?

Scavare, ovviamente. Ma è inutile, la roccia è troppa, anche se i minatori stessi, dall’altra parte, senza pensare a chi e perché, fanno quello che sanno fare: scavano per salvare vite (mi chiedo se S&S si siano ispirati a Germinal, di Emile Zola… e il fatto che questo fumetto mi faccia fare domande del genere è un sogno).

Se solo potessi tornare indietro” afferma il boss nell’ultima vignetta, quando ha capito che morirà, “non avevo mai capito-capito davvero-quello che questi uomini devono fronteggiare quaggiù!

Questo basta a Superman.

 

“È quello che aspettavo di sentire”

Superman libera tutti, e il boss, che ha davvero compreso, investe pesantemente sulla sicurezza, e gli stipendi, dei suoi minatori. Lo vediamo sorridere, alla fine, ed è un sorriso genuino, il sorriso di chi ha capito qual è la cosa giusta.

Qui concludiamo il nostro viaggio nel Superman delle origini. Action Comics tra qualche mese compirà l’invidiabile traguardo di 1000 albi: cosa resta oggi di questo Superman, difensore degli oppressi? Poco, purtroppo, troppo spesso occupato a combattere nemici immaginari come intelligenze artificiali, geni del male, alieni distruttori e bizzarri doppelganger, e troppo raramente con nemici reali come la disuguaglianza, la brama di denaro, l’ingiustizia. Oggi lo vediamo utilizzare mille poteri, raggi ottici e volo alla velocità della luce, e non più l’educazione all’empatia, per quanto un po’ violenta. Però comprendiamo perché allora fu un successo straordinario, oltre ogni possibile previsione; è quello che accade quando i fumetti sono stupendi e parlano di grandi ideali: persino nel 1938.

 

 

The Wild Storm vol. 1 – Una recensione convertita

Secondo l’autorevole opinione di mia madre, io ho un pessimo carattere. Tendo a non dare mai ascolto a nessuno, sono ipercritico e cerco sempre la contraddizione e l’errore in quello che mi viene detto. Eppure anche io ho i miei mostri sacri: uno di questi, per quanto riguarda la qualità e la storia dei fumetti americani mainstream, è Jim Shooter. Vero e proprio genio produttivo, ha segnato la storia dei comics per almeno trent’anni, scoprendo autori di rango assoluto e creando personaggi, case editrici e saghe ancora oggi indimenticate.

E somiglia anche a un cattivo di Dick Tracy: che volere di più?

Shooter oggi ha una sua casa editrice, soprattutto di ristampe di materiale d’annata. Essenzialmente si gode la meritata pensione, e ogni tanto concede qualche saggia intervista in cui dice cose giuste. In una di esse, rilasciata alla testata online AiPT, si permette qualche dichiarazione critica sulla Marvel e, soprattutto, sulla tendenza contemporanea alla decompressione delle storie.

Quindi Jim Shooter ci ha preso di nuovo? Beh, è più che evidente che non ha ancora letto The Wild Storm, la nuova maxiserie targata DC Comics, scritta da un certo Warren Ellis e disegnata da John Davis Hunt.

La Wildstorm

Era il 1991, quando sette disegnatori in forza alla Marvel Comics decisero che, se la gente comprava milioni di copie di fumetti effettivamente di merda, allora era giunto il momento di fare i soldi veri. Così fecero ciao ciao con la manina e fondarono la Image Comics, con lo scopo, appunto, di vendere fumetti di merda e guadagnare tanti dollari.

In piedi, da sinistra: Eric Larsen, Rob Liefeld, Todd McFarlane, Marc Silvestri e Jim Valentino; seduti (si spera) Wilche Portacio e Jim Lee.

Ed è ciò che in sostanza accadde. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, la Image è diventata la casa editrice di maggior qualità in USA (il che dimostra che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior), e uno di quei sette, Jim Lee, oggi ricopre un ruolo importantissimo alla DC Comics.

La sua proposta, ai tempi della Image, era l’universo Wildstorm, un mazzo di testate tutte praticamente uguali che parlavano di gruppi di supereroi. Lee buttò lì due idee di base:

1) Sulla Terra dai secoli dei secoli si combattono in segreto due razze aliene, i cherubini e i demoniti (indovina un po’ chi sono i cattivi e chi i buoni).

2) Non esistono supereroi indipendenti: o sei un agente del governo, oppure fai il galoppino per qualche multinazionale, dopo esserti licenziato dal tuo lavoro per il governo. Oppure ancora sei un cyborg e quindi l’equivalente di un frigorifero.

Chissà perché erano sempre tutti tanto incazzati.

Ben presto Lee, McFarlane e Liefeld abbandonarono il tavolo da disegno per la difficoltà a trovarlo tra i mucchi di banconote. McFarlane si mise a fare giocattoli, Liefeld a non pagare alcuni suoi cloni, e Lee decise che la cosa che gli riusciva meglio era fare l’uomo d’affari. Reclutò così gente come Alan Moore, James Robinson o Scott Lobdell, che rivoltarono il concept originale come un calzino; e, soprattutto, mise una serie inutile se non dannosa come Stormwatch in mano a un tizio di nome Warren Ellis, gli lasciò carta bianca e ottenne in cambio che quell’inglese ubriacone traghettasse il fumetto supereroistico americano nel nuovo millennio.

Stormwach di Warren Ellis fu il primo vero fumetto decompresso della storia dei comics, e qui torniamo a noi.

Torniamo a noi

Nel 1998, la DC paga fior di dollaroni a Lee per acquistare tutta la baracca, includendo i personaggi Wildstorm nel suo multiverso. Jim Lee nel frattempo scala la gerarchia divenendo il braccio destro di Dan DiDio, e nel 2016 decide di re-re-reinventare i personaggi del suo universo narrativo. E a chi altri poteva consegnarlo, se non all’uomo che aveva già saputo rendere indimenticabile quell’accozzaglia di supertizi anonimi e coloratissimi?

Warren Ellis riprende in mano l’universo Wildstorm, con la licenza di fare quello che vuole. E, come al solito, ci insegna come si fanno i fumetti. Sì, anche quelli decompressi.

Ellis riprende il concept originario dell’universo Wildstorm trasformandolo in una sorta di spy-story supereroistica di stampo complottista, in cui il mondo è dominato da agenzie segrete pseudo-governative e corporazioni multinazionali che, dietro le quinte, si sono spartite il potere. Nel calderone ci sono razze aliene, personificazioni metafisiche e speculazioni tecno-filosofiche sulla vera natura dell’universo. Se si pensa al materiale di partenza, e al fatto che Ellis in realtà non ne tradisce in nessun modo le premesse, sviluppandone con rispetto e intelligenza le conseguenze, non si può che gridare al miracolo.

Come in una sorta di sfida al presente, Ellis non rinnega lo stile decompresso, come abbiamo già detto, ma lo porta ai suoi limiti, utilizzandolo con la sapienza di chi sa di poter fare bene tutto quello che vuole. La narrazione è estremamente lenta, la scoperta e la presentazione dei personaggi principali avviene prendendosi i suoi tempi, al punto che al numero 8 della serie stiamo ancora scoprendo le premesse della serie. Ellis riesce a creare un’attesa paradossale: in fondo, chi conosce il pregresso dell’universo Wildstorm, sa già più o meno dove si andrà a parare; conosce già i personaggi, e le loro interazioni; eppure entra in questo nuovo universo come se fosse la prima volta. Una donna in una strana armatura tecnologica salva un uomo che cade da un grattacielo: e anche se noi conosciamo già quella donna e quell’uomo, e sappiamo chi sono e perché sono come sono, non possiamo fare a meno di scorrere avidamente le pagine per sapere cosa accadrà dopo.

Ellis riempie questa attesa con i dialoghi brillanti cui ci ha abituato, e una padronanza della narrazione a fumetti che ancora ci lascia a bocca aperta. Le sequenze d’azione sono di una potenza unica, e sfruttano al massimo le potenzialità del media fumetto, grazie anche alle matite pulite ed essenziali di Hunt, che quanto a capacità narrativa ricorda il miglior Quitely.

E quindi

E quindi, tornando al discorso di partenza, aveva ragione mia madre: per me, anche Jim Shooter sbaglia. La decompressione non è un male in sé: lo è se fine a se stessa, se usata per risparmiare sulle idee e allungare il brodo. Ma se fatta bene, la decompressione può donare al fumetto un respiro unico, permettendo di approfondire la tecnica narrativa e allo stesso tempo di renderla in qualche modo più pulita. Eppure, mia madre aveva torto: perché c’è qualcuno che non mi ha mai deluso e su cui non sono mai riuscito a trovare un pretesto per criticarlo: e quell’uomo è Warren Ellis, che mi ha convertito alla decompressione.

Fatevi un favore: leggete questa serie, pubblicata in Italia dalla RW Edizioni in volumi che raccolgono 6 numeri alla volta. Sia che siate, come me, vecchi che hanno conosciuto la Wildstorm delle origini, sia che siate sbarbatelli che non ne hanno mai sentito parlare: in entrambi i casi, troverete il meglio del fumetto americano contemporaneo e, perché no, futuro.


Warren Ellis
The Wild Storm, volume 1
RW Lion
cm 16.8×25.6, brossura, colore, 160 pagg.
€ 14,95

Ipse Dixit: l’Hulk di Bill Mantlo ci insegna la Storia

In questa rubrica raccogliamo e analizziamo quei fumetti del passato che, in qualche modo, ci hanno mostrato uno squarcio del nostro presente. Qui trovate le puntate precedenti.


Negli anni ’80, leggere fumetti di supereroi era un atto di coraggio. A seconda di dove ne leggevi uno, rischiavi gravi ripercussioni sociali: a scuola prendevi una smutandata, in biblioteca ti prendevano per deficiente, a casa ti trattavano come il figliol prodigo che sperpera il denaro faticosamente guadagnato. A guardarli da fuori, bisogna dirlo, se ne aveva sempre una pessima impressione: tizi in colorati costumi sgargianti che affrontavano improbabili nemici che parlavano in terza persona e si davano nomi ridicoli.

Era difficile far capire perché quella non fosse roba per decerebrati. Il fumetto di supereroi era una cosa strana: perché bastava grattare quella patina slapstick per trovare messaggi universali e riflessioni su temi tutt’altro che decerebrati.

In questo Ipse Dixit vogliamo mostrarvi come persino le serie più vituperate dalla critica, scritte e disegnate da artigiani di cui oggi ci si ricorda a malapena, potevano trattare di temi di tutto rispetto.

Era il 1989 in Italia e la giovane ma intraprendente casa editrice Star Comics, sotto la guida di un giovane ma determinato Marco Marcello Lupoi, aveva riportato la Marvel Comics nelle edicole italiane. L’Uomo Ragno aveva ormai superato la sua fase più critica, Il Punitore si affacciava con la sua testata personale in bianco e nero, e Fantastici Quattro si prendeva il podio come migliore serie, tenendoselo per diversi anni grazie a John Byrne e al Devil di Miller. Nelle ultime pagine, come riempitivo, mesto come il reggicandela a un appuntamento amoroso, faceva capolino l’Hulk di Bill Mantlo e Sal Buscema. La rubrica della posta, all’epoca, era un florilegio di missive indignate per la bruttezza delle storie del Gigante di Giada, che per numeri e numeri si limitava a vagare per il mondo in cerca di pace, solo per incontrare una varia umanità di supercriminali da picchiare. I non certo spettacolari disegni di Sal Buscema, fratello sfigato del ben più dotato John Buscema, non aiutavano la serie a far breccia nei cuori dei lettori.

Eppure, nella sua propria semplicità, Mantlo ci provava: e a volte ci riusciva pure.

Un piccolo prodromo delle intenzioni di Bill si incontra già nel numero 4 della serie, che pubblica Incredibile Hulk 250 dell’agosto 1980. Qui incontriamo un Silver Surfer che, nel solco della tradizione classica, si lamenta di quanto facciano schifo gli esseri umani. Per l’occasione si reca al Polo Nord, una landa solitamente desolata, ma non abbastanza da non imbattersi, appunto, in esseri umani schifosi.

Non basta ammazzarle, le foche: bisogna farlo a bastonate sul cranio.

Sembra una semplicistica morale da quattro soldi sull’uomo cattivo e natura buona: giusto, se vi pare, ma fin troppo facile per scomodare un Ipse Dixit. In effetti Silver Surfer sembra di questa opinione quando si incacchia come una biscia. Il suo intervento però non fa in tempo a giungere, perché ci pensano prima le associazioni di animalisti.

Ma Mantlo dimostra inaspettata intelligenza quando butta lì un paio di battute, in bocca agli uomini schifosi, che ti lasciano con il dubbio.

È più importante la vita di un animale o quella di un uomo? Un dilemma etico su cui si sono scritte montagne di pagine. Anni dopo, Grant Morrison prenderà posizione sulla vicenda sulle pagine di Animal Man: «Un bambino con la leucemia non ha intrinsecamente un diritto alla vita maggiore di una cavia da laboratorio» (Animal Man 26).

La questione cadrà lì, ma è evidente che Mantlo non accetta di fornire soluzioni semplici a problemi complessi (non potrebbe mai candidarsi in Italia, vero?). Ci si aspetterebbe uno scioglimento della vicenda, una presa di posizione sullo sfruttamento umano del mondo animale, ma Mantlo si sfila, forse perché non ha una risposta (e chi ce l’ha?). Quello che gli preme sottolineare è il colpo di fucile, e l’incapacità dell’uomo di ragionare, capire assieme, e giungere a un compromesso.

Niente male, eh? Dopo di questo, Hulk e Silver Surfer si prenderanno a legnate. Ma non è questa la storia di cui si occupa questo Ipse Dixit. Saltiamo avanti di qualche mese.

Siamo al numero 8 di Fantastici Quattro, che si apre in modo strano: nelle note a firma di Lupoi, splendido e rimpiantissimo compendio agli albi dell’epoca, si parla della storia di Hulk.

Sabra è il nome di una città del Libano dove avvenne un massacro di Palestinesi con la complicità dell’esercito Israeliano. Lupoi rinfaccia questa infelice scelta a Mantlo, ma il povero sceneggiatore non poteva saperlo visto che la storia fu scritta due anni prima di questi tragici eventi. Lupoi all’epoca non poteva ricorrere al fantastico potere di Wikipedia e scoprire che “Sabra” è il nome ebraico del fico d’india e viene usato per indicare gli ebrei nati in Israele.

Vogliamo prescindere dall’indignazione di Lupoi, che preferiamo non riportare, e andare a leggere la storia. Non sono molti gli autori che, da allora fino a oggi, si sono occupati della questione palestinese in un fumetto di supereroi. Oggi che lo leggiamo negli anni ’10 del terzo millennio, però, non possiamo evitare di prescindere persino dalla situazione socio-politica di quella disgraziata area del mondo e cogliere un messaggio ancor più universale.

Siamo a Tel Aviv, capitale (Trump non era ancora diventato il Presidente degli USA) dello stato di Israele. Una nave approda nel porto, portando un carico inatteso.

Bruce Banner, con i suoi vestiti stracciati d’ordinanza, ha lasciato gli Stati Uniti d’America in cerca di pace. Visto che nella classifica dei personaggi dei fumetti sfigati Banner campeggia al primo posto, superando persino Paolino Paperino, i sacchi di merce dove dorme vengono tirati su da un argano. Sfido chiunque a non svegliarsi in una situazione simile senza dare in escandescenze. Ma quando Banner dà in escandescenze, le cose si mettono male.

Hulk, ovviamente, spacca tutto e si allontana, finché non si ritrasforma nel buon Banner. Il poveretto, affamato e nudo, finisce in un mercato all’aperto, dove fa un incontro particolare.

Un ragazzetto affamato si fa beccare a rubare un cocomero. I due si incrociano per un istante.

Bannera «si identifica» con il piccolo arabo solo, perseguitato, e affamato. Questo meccanismo di identificazione si chiama empatia, che è uno di quei sentimenti che, se esercitato, basterebbe a salvare il mondo, perché ne fa scattare un altro: la solidarietà. Banner si sente spinto ad aiutare il ragazzino, anche se è un ladro. Ma andiamo avanti.

Il meccanismo della solidarietà ha una potenza tutta particolare perché ha una caratteristica unica: è auto-replicante, vale a dire che si diffonde tra le persone. Così il piccolo ladruncolo decide di condividere quel cocomero con Banner. I due parlano della Palestina, una questione di una complessità assoluta poiché affonda le radici letteralmente in millenni di storia: ma il piccolo Sahad, che è un bambino analfabeta, ne rende un’idea semplicissima, ma pura, carica dell’innocenza infantile che è gravida di verità (non erano forse i bambini ad accorgersi che l’imperatore era nudo?): «Sia la mia gente che gli Israeliani dicono che questa terra è loro. E due libri antichi ordinano loro di uccidersi per essa. Io non leggo libri».

Sahad non ne sa niente dei motivi storici, culturali, religiosi, ideologici, per cui due popoli si contendono una striscia di terra con tanto accanimento, senza riuscire a trovare una soluzione pacifica che gli permetta di convivere. Come solo i bambini sanno fare, Sahad accetta lo stato delle cose senza farsi grandi domande. Poi decide di offrire un caffè a Banner, utilizzando dei soldi che ha appena mendicato.

Buroom.

Sahad improvvisamente muore, vittima di un attacco terroristico. Da questo momento in poi, la questione palestinese scompare dietro un tema più grande, quello della violenza come soluzione delle controversie, che schiaccia gli innocenti. Ma la violenza genera solo altra violenza, e questa violenza qui, ha la sorte di generare la violenza più grande che c’è: Hulk.

«Uomini con maschere hanno ucciso amico di Hulk… ora Hulk ucciderà loro!!!» Come dicevamo, la violenza può generare solo altra violenza, detto da un mostro con il cervello di un bambino.

Interviene la supereroina israeliana Sabra, con cui Hulk scambia qualche cazzotto. Ma Mantlo vuole ricordarci di cosa parla la storia.

«Il mondo è tutto pazzo?» detto da uno come Hulk, assume un significato davvero particolare.

Le pagine che seguono hanno un certo sapore di letteratura. Hulk si stufa di combattere, prende il corpo di Sahad e compie uno dei suoi balzi per andarsene: ma Sabra, che lo crede complice dell’attentato, lo insegue. Le tavole che seguono meritano di essere riportate per intero.

Il discorso di quel bruto che è Hulk non si riferisce soltanto alla situazione palestinese. La morte di Sahad è la morte di tutti gli innocenti schiacchiati nei meccanismi muti e violenti della Storia (da poveri scemi quali siamo, non possiamo non immaginare il piccolo Sahad, nell’Immateria, assieme al piccolo Useppe de La storia di Elsa Morante, a ridere e giocare).

Sal Buscema disegna un Hulk disperato, piangente, folle di rabbia come non si era mai visto.

Con buona pace di Lupoi, e con tutti i limiti e i distinguo, questa storia finisce per toccare il cuore di chi sa aprirlo.

Epilogo

Bill Mantlo continuerà a scrivere Incredibile Hulk per altri 60 numeri, con risultati a volte decenti, altre volte davvero scadenti. Oltre a Hulk si occuperà di centinaia di altre storie e personaggi per la Marvel: da L’Uomo Ragno a Rom Spaceknight, passando per Alpha Flight e Micronauti. Nel 1992 veniva investito da un pirata della strada, subendo gravi danni cerebrali che lo constringono ancora oggi in un letto d’ospedale. Rimasto senza un soldo, le sue spese mediche per anni furono pagate da iniziative benefiche promosse da autori amici, finché l’inatteso successo commerciale di una sua creazione non gli ha garantito una certa percentuale di royalties, che oggi gli permette di vivere dignitosamente. Quel personaggio è Rocket Raccoon, che creò assieme a Keith Giffen.

Sal Buscema, amatissimo in Marvel per la velocità con cui sfornava pagine su pagine, è forse l’unico disegnatore ad aver prestato la sua opera per quasi tutti i personaggi principali della Casa delle Idee. Sicuramente non dotato del talento del fratello John, ha saputo negli anni ritagliarsi comunque uno spazio nel cuore dei lettori grazie alle sue matite, sui testi di Jean Marc DeMatteis su Peter Parker, the Spectacular Spider-Man: una delle run più riuscite del personaggio. Oggi lascia la sua meritata pensione solo per qualche inchiostratura.

Marco Marcello Lupoi oggi è il dominus della Panini Comics. All’epoca non apprezzò la storia di cui parliamo, né le successive visto che di punto in bianco decise di saltare circa 60 storie rimaste della coppia Mantlo/Buscema per arrivare a quelle di Byrne, prima, e David/McFarlane poi (chiamalo scemo). Per l’occasione, nelle note al numero 16, scrisse:

Ebbene, i lettori avrebbero dovuto aspettare un po’ più che «i prossimi mesi», e la parola «momentaneamente» assume tutto un altro significato se riflettiamo sul fatto che Lupoi manterrà la sua promessa 25 anni dopo, nella collana Panini Hulk, gli anni perduti.

Non è mai troppo tardi!

La fine della ragione – Una recensione che vale uno

Preludio

Molto prima de La fine della ragione mi capitò di recensire una storia di Roberto Recchioni per Dylan Dog. La recensione non era positiva, e Recchioni mi rintracciò su Facebook protestando per un passaggio dell’articolo che, a suo parere, era fuori luogo. Rileggendo il pezzo mi resi conto che aveva ragione, e chiesi al direttore di rimuovere quelle tre parole che, con la recensione in sé, avevano poco a che fare. Recchioni mi ringraziò e tentai di approfittarne per squadernargli un’intervista di quelle che, in passato, hanno fatto fuggire molti altri autori. Recchioni ha accettato, si è sorbito quattro o cinque domande e poi, semplicemente, non ha più risposto.

In seguito ho ripensato ai sentimenti che ho provato nel rendermi conto che Recchioni aveva deciso di non rispondere più alle mie domande per l’intervista, senza nemmeno scrivere un messaggio in cui dicesse “basta, mi hai rotto le palle”. Ho sentito un oscuro demone agitarsi nei recessi del mio cervello rettile. Ha levato il naso dalla palude dei miei sogni frustrati, annusando l’odore della preda facile.

«Come si è permesso quello sssssscrittore da quattro soldi di non rispondere alle tue domande?»

«Ki si krede di esssssssssere? Sssssssolo perchè gli pubblicano i fumetti?»

La fine della ragione

A un primo sguardo, La fine della ragione sembra un instant comic, un fumetto prodotto velocemente per cavalcare un momento storico (lo stesso Recchioni ha detto che la stesura è avvenuta in un periodo breve anche se estremamente intenso). In questa impressione c’è sicuramente un fondamento di verità, ed è forse dalla sua urgenza che il volume trae i suoi difetti; come spesso accade, però, è dall’urgenza che prende anche i suoi maggiori pregi.

Chiariamo subito le cose: La fine della ragione è un fumetto politico, ed esce oggi perché tra poco ci sono le elezioni politiche. La fine della ragione è un fumetto politico perché esprime una presa di posizione forte e ragionata su un tema di interesse generale. La fine della ragione è un fumetto politico perché esplora quel particolare sottogenere che è la distopia, che da sempre ha scopi politici.  Quindi, chi è convinto che i fumetti debbano occuparsi soltanto di supereroi, ragazzine tettute o di pistoleri, non lo compri e smetta di leggere questa recensione. Qui si crede che il fumetto possa e debba occuparsi di tutto quello che abbia importanza: supereroi, ragazzine tettute, pistoleri, e politica.

Il fumetto politico ha una sua onoratissima tradizione che parte da Mafalda e arriva fino a Kobane Calling, passando per Robert Crumb attraverso Spiegelman e Alan Moore e arriva a un autore romano che i generi non li teme, li studia e ce ne presenta la sua personale variante.

Recchioni così raccoglie la sfida ed entra nel fumetto di persona, parla direttamente al pubblico e si prende la responsabilità dell’idea che vuole comunicare, come vuole la tradizione del genere. Nel farlo l’autore tradisce, se non altro, una certa inesperienza nell’ambito, che lo spinge a mutuare alcune soluzioni stilistiche che non gli appartengono, come le incursioni pop, il citazionismo o gli stralci di dialetto romanesco un po’ sopra le righe, che rimandano a Zerocalcare. Molto più efficace risulta Recchioni quando decide di essere se stesso e di utilizzare la propria poetica al servizio del Messaggio. Così i suoi personaggi carichi ed essenziali, rielaborati dal mito popolare (la Madre), sono portatori molto più sinceri del Messaggio, sull’altare del quale Recchioni ha deciso di sacrificare trama, intreccio, profondità, struttura e, soprattutto, equilibrio: il continuo cambio di registro, dal dramma all’ironia, non avviene sempre in modo fluido. Eppure, in un paio di trovate (il giuramento di Ippocrate!), emerge il Messaggio scandito con una voce inconfondibile, personale, e per questo, autorevole: la voce di Roberto Recchioni.

Il Rettile riporta la testa fuori dalla palude, sbuffando fuori bile e detriti d’osso masticato.

«E chi è Recchioni per poter essssprimere le sssue opinioni? Cossssssa ha più di te? Le tue opinioni valgono come le ssssssssue!»

Il comparto grafico è furbo e intelligente: Recchioni utilizza una serie di strumenti di sicuro impatto, elaborando uno stile che unisce la sintesi con alcuni barocchismi digitali che hanno il pregio di impreziosire le pagine anziché affogarle. Emerge, anche qui, la volontà di focalizzare l’attenzione sul messaggio più che sulla forma, che è completamente al servizio della tesi. Traspare una sorta di studiata spontaneità, l’equivalente disegnato di un flusso di coscienza che, in qualche tavola, mostra la corda, vuoi per una calibrazione imprecisa, vuoi, ancora, per il carattere sperimentale (per Recchioni) dell’opera.

La fine della ragione, con tutti i suoi difetti (che, a dirla tutta, emergono soltanto quando si smette di leggerlo per leggerlo e si comincia a leggerlo per scriverne una recensione), è un passo avanti per il Recchioni autore, che aggiunge la sua voce a un dibattito politico oggi essenziale per la sopravvivenza di questa scalcagnata democrazia italiana.

Ecco che il Rettile torna alla carica.

«E tu ssssei qui a incensssssarlo ancora? Che ha detto Recchioni di tanto importante? Guarda ke tu ne ssssssai più di lui sssssull’argomento, e potresssssti scrivere un fumetto molto migliore, più argomentato, ma sssssolo che non ne hai il tempo! Devi lavorare e portare avanti la famiglia, tu!»

Caro Rettile, lasciati dire una cosa che ho capito di recente. È vero, Recchioni non sarà tanto diverso da me, forse non vale più di me. Magari è per questo che si è scocciato della nostra intervista e mi ha piantato senza una parola: perché non è poi diverso dalle tante persone che ci circondano. Però sa fare i fumetti, ne sa fare di tanti tipi, e sa pure fare in modo che dei suoi fumetti si parli. Si è sbattuto per farli, scendendo a dei compromessi che io non avrei accettato, facendo sacrifici a cui io non ero pronto, dandosi motivazioni a farli più forti di quelli che mi sono dato io. Lo rende un uomo migliore di me? No, di certo; ma sicuramente un autore migliore di me. E quindi, no, mio caro: ci sono momenti, luoghi, e ambiti, in cui uno non vale uno.

E se non sei capace di capirlo, allora è proprio vero che si sta avvicinando la fine della ragione.

John Doe ristampa vol. 6 ovvero: come eravamo

In occasione dell’uscita del sesto volume dedicato a John Doe la Bao Publishing festeggia oggi il John Doe Day. Noi di Dimensione Fumetto collaboriamo al party portando pizzette, patatine e questo viaggio nel tempo.

Poco più di un anno fa usciva il primo volume della ristampa riveduta e corretta di John Doe. Noi ve ne parlammo qui, e già allora si capiva quanto fossimo contenti. Oggi questa ristampa si conclude con il sesto volume, che ripropone i numeri 20-24, la saga conclusiva di quella che fu la prima stagione di John Doe.

Nell’articolo già linkato siamo stati abbastanza esaurienti nello spiegare perché, senza ombra di dubbio, questa serie meritasse una ristampa di questo tipo; e timidamente abbiamo tentato di far capire, a chi non la conoscesse, quale fosse stata la sua portata innovativa nel panorama del fumetto popolare italiano. Stavolta vi invitiamo direttamente a salire sulla nostra DeLorean modificata, attivare il flusso canalizzatore e precipitarvi con noi a 88 miglia orarie verso l’edicola sotto casa, nel giorno del Signore 20 maggio, anno 2015. Lanciamoci in questo viaggio nel passato, perché siamo sicuri che là fuori ci sia ancora qualcuno che non ha capito davvero cosa significò John Doe per il fumetto italiano da edicola. E allora vediamolo, questo fumetto italiano, in quel 2005 in cui infuriava Calciopoli e ci preparavamo a vincere il nostro quarto campionato mondiale.

Nel 2005 le edicole ancora servivano a vendere giornali e riviste; non c’erano ancora i tendaggi di Gratta e Vinci che promettevano vite da turisti, il manifesto garriva ancora tra le braccia degli anziani alla bocciofila e gli albi facevano bella mostra di sé nelle prime file. Lì, tra qualche tonnellata di manga e mazzi di comics spiegazzati, ancora campeggiava il settore bonellide.

Ed eccolo lì, inossidabile, il buon Tex Willer, splendidamente in forma nel numero 535, per la penna di Nizzi e le matite dei Cestaro. Seconda parte di un’avventura iniziata nel 534, la storia vede impegnati Tex e Kit Carson nelle indagini per la morte di due pastori Navajos, rimanendo incastrati in una faida tra due famiglie di allevatori. Non siamo nel Gargano, ma nel selvaggio West, dove volano lo stesso pallottole.

Malvagi messicani maneggiano mefistofeliche mine!!

E il nostro eroico ranger non può fare a meno di spiegarci per filo e per segno quello che già vediamo con i nostro occhi.

Sparatorie, inseguimenti a cavallo, e alla fine Tex sbatte in galera il malvagio coi baffetti. Cosa chiedere altro dalla vita?

Basta guardare un po’ più in là, dove è appena uscito il nuovo sfavillante numero 278 di Martin Mystère, dal promettente e insolito titolo Gli illuminati. Numero introdotto dalle parole del nostro Castelli, che sono già tutto un programma:

Castelli spende diverse parole a spiegarci le motivazioni artistiche della scelta, e quasi ci ha convinto, ma poi in un impeto di sincerità da vero galantuomo ammette:

In altre parole, Castelli ammette candidamente che le ultime storie hanno fatto un po’ cagare e il motivo è che dopo vent’anni non sanno più che inventarsi.
Andiamo bene.

Meno male che il nostro edicolante di fiducia nel 2005 ancora non stava per chiudere e ci permetteva di sfogliare gli albi prima di comprarli! Grazie a Castelli, che ci ha risparmiato la perdita di tempo e denaro, e lasciamo i lidi Bonelli alla ricerca di qualcosa di diverso.

Basta scartabellare un po’ per trovare così il numero 699 (urgh) di Diabolik! Chissà cosa combina di bello il Diavolo col mascara. Ancora prima di aprire l’albo ci aspettiamo di leggere di un furto impossibile fatto con macchinari antiquati e rampini, travestimenti perfetti, Eva Kant rapita o in pericolo e coltelli lanciati a velocità SWISS. Avremo ragione?

Buon vecchio Diabolik, già prima di comprarlo l’hai già letto, almeno in questo caldo 2005. Cerchiamo altrove, nella speranza di trovare qualcosa che non sappiamo ormai a memoria.

In quel caldo 2005 Ratman era ancora un’isola felice, sebbene facesse un po’ storia a sé. Purtroppo in questo infausto maggio Ratman esce con questo numero speciale in cui vari autori umoristici si cimentano con una breve avventura del nostro Deboroh Walker, dimostrando una volta per tutte che i personaggi di Ortolani possono funzionare soltanto se a scriverli e disegnarli è, appunto, Ortolani.

Cos’altro accade nel mondo del fumetto italiano? Lazarus Ledd percorre il viale del tramonto, con un’avventura intimista incentrata su una sua possibile paternità (LL n.142); tornando ai lidi Bonelli, dobbiamo passare attraverso serie come Zagor, che nel suo numero 529 ci presenta ancora, nel terzo millennio, albi con uno stile di questo tipo:

…o Dylan Dog, che nel suo duecentoventicinquesimo mese di uscita viene contattato dalla sua duecentesima cliente giovane e bella che finisce a letto con lui, coinvolgendolo nel frattempo nella duecentoventicinquesima indagine che si conclude con il duecentoventicinquesimo finale aperto.

Non tutte le speranze sono perdute: se in quel triste maggio non usciva Napoleone, la splendida serie di Ambrosini, potevamo consolarci con Julia numero 80, in cui la splendida Audrey Hep… ehm criminologa americana ritrova la sorella Norma e vive un’indagine parigina nello sfavillante mondo della moda, benedetta dalle magnifiche matite di Sejas.

Il maggio 2005 del fumetto italiano da edicola ha alti e bassi, grandi professionalità, storie terribilmente rassicuranti, eroi che vivono avventure da cui usciranno indenni e immutati. Eh sì, in questo maggio il fumetto italiano ha scelto il mega televisore del cavolo, ha scelto la carriera, la lavatrice, ha scelto un futuro; ha scelto la vita.

E John Doe, cosa ha scelto?

Perché John Doe dovrebbe fare una scelta del genere? In fondo, ha tutto un altro ordine di problemi.

D’altra parte è questo quello che succede quando passi 24 numeri a farla in barba alla Morte, alla Guerra, alla Fame e alla Pestilenza. Quando ti muovi nel mezzo di personificazioni ontologiche come il Destino, quando ti porti a letto il Tempo e ordisci piani machiavellici per tenere nascosta la Falce dell’Olocausto grazie all’aiuto di un Giannizzero Nero di nome Dago. Alla fine non puoi evitare troppo a lungo la resa dei conti.

È ardua la salita su per questa Torre Nera, ma sappiamo già che John Doe non si tirerà indietro. Ha già vinto, ma c’è una cosa ancora che deve fare: vendicare un amico.

Burchielli graffia la tavola con ferite nere come la pece, immergendo l’epopea di John Doe in una sorta di rarefatto scenario western. La pagina ha infranto le sbarre della gabbia bonelliana, riempiendosi di un’aria strana, malsana e  fresca, velocizzando il ritmo della narrazione, ma concedendo allo sguardo ampi spazi su cui soffermarsi.

Lo storytelling scandisce i tempi narrativi, rallentando e accelerando alla bisogna, e accompagnando la lettura in un montaggio che restituisce al fumetto quelle che ci avevano fatto credere fossero prerogative del cinema.

Eccolo lo scioglimento, la Morte in tutta la sua sensuale bellezza. E qui noi ci fermiamo, che al mondo c’è ancora qualcuno che non ha letto questa storia, né nel 2005 né oggi. John Doe chiude la sua prima serie qui, e, che dire, Ninetta mia, finire di maggio, e finire così, ci vuole tanto, troppo coraggio.

A John Doe, come ormai speriamo di avervi dimostrato, il coraggio, in quell’ingessato 2005, non mancò. Bartoli, Recchioni, e Carnevale, Rosenzweig, Burchielli e la Barletta, Mammuccari e Venturi, Fortunato e Di Gianfelice, Accardi e tutti gli altri, che hanno reso unica questa prima stagione di John Doe, seppero spaccare il fumetto italiano e dimostrare che si poteva osare. Quello che di buono c’è in edicola oggi, in questo freddo dicembre 2017, deve qualcosa a quelle pagine e a quegli autori.

John Doe scelse di non scegliere la vita: scelse qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni, quando ha il coraggio?

Martin Mystère, le Nuove Avventure a Colori – Un reboot di mezza età

Sapete, arriva nella vita quel fatidico momento in cui bisogna tirare giù un paio di conti.

Non arriva per tutti allo stesso momento, ma non se ne può fare a meno. È quando ti rendi conto che nel tuo futuro non c’è più abbastanza spazio per contenere tutti i sogni e le aspettative cui eri abituato. È il momento in cui devi fare una cernita delle speranze, e tenerti soltanto quelle plausibili.

È il momento in cui ti chiedi esattamente quale sia stato il momento della tua vita in cui le  cose hanno preso una certa piega; quando fai l’elenco delle cose che avresti voluto cambiare, quando ti sforzi di immaginare dove saresti ora se potessi tornare con la mente nel corpo e nell’epoca dei vent’anni.

È la crisi di mezza età, baby, e non puoi farci niente. Chi scrive, che ha da poco passato i 40 inverni, ne sa qualcosa. Essendo il pubblico dei fumetti fortemente concentrato nella mia fascia anagrafica, è molto probabile che anche voi, che siete qui a leggere, ne sappiate ben qualcosa.

Ebbene, anche i personaggi dei fumetti soffrono della crisi di mezza età.

A noi, personaggi del mondo che chiamiamo “realtà”, la crisi si annuncia con le prime rughe di espressione. Per loro, personaggi del mondo che chiamiamo “immaginazione”, arriva quando le vendite cominciano a calare.

Per noi, la crisi di mezza età si conclude con l’acquisto di una macchinona, oppure con l’accettazione rassegnata.

Per loro, invece, si conclude usualmente con un bel reboot. Il reboot è immensamente meglio della nostra sorte: perché loro, fortunelli, possono davvero ringiovanire ed evitare gli errori commessi.

Qualcuno si sente chiamato in causa?

Martin Mystère, che nelle edicole italiane ci gira da più di 30 anni, ha avuto un bel reboot di mezza età, che si è concretizzato in questa maxiserie di 12 volumi, appena conclusasi per i tipi della Bonelli.

Ora, potremmo banalmente recensirla, ma cosa cambierebbe? Il danno ormai è fatto, perché la serie si è conclusa e chi l’ha presa fino all’ultimo ormai avrà già una sua idea. Qui invece ci interessa capire cosa sia mai passato per la mente delle teste pensanti bonelliane.

Quando il gruppo di scrittori ha cominciato a riunirsi nei patinati saloni della SBE, si sarà chiesto, proprio come un quarantenne qualsiasi: “Se dovessimo inventare oggi il BVZM, cosa cambieremmo? Cosa gli ha impedito di diventare un best seller internazionale che ci riempie le tasche?”

Questo articolo cercherà di capire, dopo la lettura della serie, qual è stata la loro risposta.

  • Someday over the rainbow

La prima  cosa che deve essergli balzata all’occhio è il malinconico bianco e nero con cui Martin Mystère è stato pubblicato. Figlio di un’epoca ormai superata, in cui il perbenismo e la barbosità veterofumettistica la facevano da padrone, il bianco e nero è stato una scelta che non ha pagato. Forse rendeva gli albi troppo economici, facendoli sembrare dei prodotti di bassa qualità, quasi come un “Il tromba” delle edizioni Squalo. Molto meglio 96 pagine tutte a colori sfavillanti, come è in uso ultimamente. Pazienza se adesso un solo numero ti costa come mezzo abbonamento a Netflix.

C’è da dire che Il Buon Vecchio Zio Marty aveva già esplorato le tonali lande del colore, in uno splendido Speciale che faceva proprio del colore il protagonista delle storie. Ma quella è roba di venti anni fa, quindi non c’è da farci caso.

  • Le spalle comiche non fanno ridere

Sì, Java, sto parlando con te

Diciamoci la verità, un Neanderthal in smoking che si esprime a grugniti deve avergli fatto mettere le mani nei capelli. Ma cosa aveva avuto in mente Castelli? Un personaggio del genere può andar bene in un film di Ringo Starr, non certo in una serie dei fanta-archeologia popolata di alieni, antiche razze estinte, santoni dai poteri magici e città mistiche di altre dimensioni.

Java è stato un grave errore, e oltretutto sembra la pubblicità di un linguaggio di programmazione. Molto meglio sostituirlo con un hipster nerboruto e logorroico probabilmente immortale; quella sì che è una roba che funziona.

  • Le donne devono essere gnocche

Una cosa che  colpisce dell’immaginario di questa serie è che ogni personaggio femminile, senza nessuna esclusione, è una gnocca pazzesca. Che si parli di blogger nerd, di accademiche paraplegiche, di avvocati, di androidi millenari o lupi mannari gitane, la galleria di eroine sembra tirata fuori di peso da un catalogo Victoria’s Secret.

La cosa non ci sorprende, comunque: tutti noi quarantenni rimpiangiamo di non aver passato la giovinezza in mezzo a delle supermodelle. Il nuovo Martin se la spessa alla grande, bontà sua.

  • -“Cosa desideriamo, Clarice?”, -“Quello che vediamo tutti i giorni, dottor Lecter”

Un altro problema che i Mysteriani devono aver riscontrato nelle storie del BVZM classico è la lontananza dalla vita di tutti i giorni dei giovani. Il Detective dell’Impossibile passava troppo tempo tra rovine azteche, paradossi temporali, e vestigia polverose di Mu, tralasciando quello che davvero fa audience: i superpoteri e i talent show.

Se poi ci metti un talent show dei superpoteri hai fatto il botto: ed ecco quindi Martin che, come un novello Fedez, siede sul banco dei giudici.

  • Pochi, maledetti, e subito

Come ben sa chiunque frequenti la scuola, a qualunque titolo, una delle piaghe giovanili dei nostri decenni è il deficit di attenzione: i nostri figli si distraggono facilmente, rifuggendo qualsiasi narrazione che li tenga occupati per troppo tempo. Il vecchio BVZM ci ha messo circa 200 numeri, cioè 200 mesi, quasi dieci anni, per definire il set della propria mitologia.

A questa velocità  crescono i fili d’erba e i peli della barba, si saranno detti i Mysteriani. Molto meglio condensare il tutto in 12 numeri, e quando diciamo tutto intendiamo proprio tutto: un bel Bignami Mysteriano, che fior di italiani ci hanno passato la maturità coi Bignami, altroché. Intere biblioteche di (fanta)archeologia frullati insieme e distillati minuziosamente come un raffinato prodotto omeopatico: il risultato, in effetti, fa lo stesso effetto dell’oscillococcinum sul raffreddore stagionale.

Conclusioni

Una volta il sottoscritto ha provato a scrivere un racconto in cui rebootava se stesso, per vedere dove avrebbe potuto arrivare se avesse cambiato qualcosa. Da piccolo volevo fare il miliardario di mestiere, e così ho cercato le scelte che mi hanno impedito di realizzare il mio piccolo innocente sogno.

Uno qualsiasi dei momenti che cambiavo, nel racconto, mi portavano da qualche parte, ma nessuno mi dava la garanzia che, pur miliardario, potessi essere felice come sono ora, con la mia famiglia, i miei amici, e il lavoro che ho. Alla fine ho rinunciato, pensando che con ogni probabilità non morirò miliardario, ma morirò Francesco.

Con ogni probabilità Martin Mystère un giorno chiuderà, e quando chiuderà, non lo farà da best seller. Almeno, però, chiuderà come Buon Vecchio Zio Marty, allontanandosi con il suo amico Java e Diana Lombard verso qualche remota regione di un mondo in bianco e nero. Allora, forse, potremo ripensare a questa maxiserie di 12 numeri a colori e farci una bella risata sulle scemenze che la crisi di mezza età ti mette nella testa.

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Thor di Walter Simonson

Ed eccoci tornati alla rubrica più affollata di Internet, nella quale i nostri impavidi recensori di Dimensione Fumetto ci mostrano dei grandissimi pezzi di bravura del nostro medium preferito.

Il tema di questo periodo sono i favolosi anni ’80, quelli dei giubbetti jeans e delle giacche con spalline, dei capelli cotonati e di Cristina d’Avena con la parrucca che interpreta Licia. In mezzo a questo museo degli orrori, però, spicca una casa editrice sull’orlo del fallimento (bei tempi!) chiamata Marvel, che prima di chiudere le sue testate storiche tentava il tutto e per tutto, affidandole a giovani autori dalle idee rivoluzionarie.

La cosa funzionò bene, soprattutto su Thor, dove un giovanotto appassionato di dinosauri di nome Walter Simonson cominciò a mostrarci come si poteva prendere Jack Kirby, la mitologia norrena, la Pop Art e l’energia atomica e frullarli ben bene fino a tirarne fuori dei pezzi da collezione, utilizzando soltanto matita, pennello, i quattro colori primari e carta di scarsa qualità.
In altre parole, ARTe POPolare.

Oggi abbiamo scelto una singola pagina, tratta da Thor n. 341, in cui il nostro biondone non compare mai. Mentre è in altre faccende affaccendato, infatti, da qualche parte nell’universo espanso, si prepara una minaccia terribile.

Il taglio scelto da Simonson per la prima delle tre strisce di cui è composta la tavola è immediatamente funzionale all’effetto che vuol ottenere: inquietarci, suggerendo il prepararsi di un pericolo che supera l’immaginabile. Cinque vignette alte e strette l’una all’altra scandiscono una panoramica al contrario, che parte da un primissimo piano e si allontana dal soggetto principale.

La prima delle cinque vignette ci mostra uno scorcio di un volto demoniaco dalle fattezze tipicamente kirbyane. Il volto è ottenuto da spesse pennellate di nero, che si assottigliano soltanto in prossimità degli occhi inespressivi, su uno sfondo di un rosso piatto e vivido. È una figura di puro male, ammantata di una potenza che emerge nella successiva vignetta.

Lo sguardo si allontana e intravediamo il corpo possente della creatura. Subentrano due elementi nuovi: un martello, pesante e rozzo, che riecheggia l’arma del tonante Thor; e il colore giallo, che evoca energia pura, un calore che si sublima nel bianco.

Ancora indietro e in alto, e due nuovi elementi. Un’incudine dura come la terra ancestrale e una lama incandescente, rappresentata di traverso. La grandezza della spada è suggerita dal fatto che non entra nella vignetta, viene verso di noi in diagonale, disegnando la prospettiva di uno sguardo che si perde.

La figura demoniaca perde definizione mentre ci allontaniamo ulteriormente. Il braccio si solleva e appaiono delle teste, intente, come noi, a osservare la scena. Le didascalie, disposte in modo trasversale tra le vignette le uniscono fluidificando la narrazione e creando il climax.

Il martello ruota, evocando il gesto tipico di Thor. Simonson crea, con le linee cinetiche, un mulinello in cui qualsiasi forma svanisce, diventando energia pura. Qualcosa ci aspetta, un’esplosione nucleare, che Simonson rende con una semplice parola.

DOOM. Un’onomatopea che è anche una parola, scritta in un font bordato che riecheggia le rune antiche. Irrompe un colore nuovo, e Simonson lo usa in combinazione con altri due soltanto, e linee rotte. DOOM, il suono e l’immagine del destino che aspetta Thor. Tre colori, una parola, linee frastagliate, lo ripetiamo: e voilà, il suono della pura energia è servito in una semplice vignetta.
DOOM, e leggendo sentiamo riecheggiare.

E poi, il nulla.

Torna il nero assoluto, solcato da una piccola didascalia. Cosa accadrà nel prossimo numero?

Simonson, in una semplice tavola, ci dimostra come non servono computer, software strabilianti e chissà quali strumenti per creare il miracolo: il calore, il suono, l’odore e le sensazioni del male ancestrale al lavoro possono essere resi alla perfezione anche solo con una matita che, inesorabile, cala sulla tavola con la potenza di un maglio infernale.

Battaglia: Ragazzi di morte – Una recensione che sa

Copertina di "Battaglia: Ragazzi di morte" di Roberto Recchioni, Leomacs, Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti.Io so.

Io so perché sono un intellettuale, che legge fumetti e libri e giornali da 34 anni senza sosta, in ogni momento della giornata. Io conosco il fumetto italiano degli ultimi tre decenni, conosco la storia italiana perché la insegno e perché la amo.

Conosco l’opera e la vita di Pier Paolo Pasolini perché ho letto di lui e su di lui, ho visto i suoi film e i film su di lui.

Io so perché ho scoperto la serie di Pietro Battaglia da quando l’Editoriale Cosmo ci ha messo le mani sopra, ne ha ristampato il già edito e ne ha prodotto e continua a produrne albi nuovi, che trasudano energia, coraggio, amore. L’energia di chi affonda le mani nel corpo della storia, smonta e rimonta i miti trasformando la Storia in fiction, così da ricavarne un senso compiuto. Il coraggio di chi affronta i propri temi con la purezza dell’animo privo di pregiudizi, senza sovrastrutture: un tipo di animo che a Pasolini sarebbe piaciuto.

Io so.

Io so che trattare di Pasolini è come maneggiare una bomba innescata (così come era avvenuto per Padre Pio), come un’operazione chirurgica sulla spina dorsale dell’Italia, quando un millimetro più in là rischia di uccidere il paziente. Io so che ci vuole la sfrontatezza di un ragazzo di vita per rendere quella figura, tragica ed eroica, un personaggio della vicenda di un vampiro italiano, senza sminuirne la vicenda, senza renderlo una macchietta.

Io so che mostrarlo così, come ha fatto il team di Battaglia, soggetto Roberto Recchioni, ideazione grafica di Leomacs, sceneggiatura Luca Vanzella e disegni di Valerio Befani e Pierluigi Minotti; mostrarlo con il crudo realismo di cui costoro sono stati capaci, la sua attività artistica, il rapporto con la madre, con gli amici, la sua sessualità, la sua terribile, terribile morte senza colpevoli; io che fare tutto questo e farlo così, sembrava un’impresa impossibile.

Tavola di "Battaglia: Ragazzi di morte" di Roberto Recchioni, Leomacs, Luca Vanzella, Valerio Befani e Pierluigi Minotti.Io so chi ha ucciso Pasolini e lo sanno anche gli autori di questo fumetto. Lo so perché ho letto i suoi scritti e ho capito che non serve dare un nome ai mandanti, anzi, che farlo sminuirebbe la portata universale della sua morte. Lo so perché Pasolini è stato schiacciato e triturato da quel meccanismo sociale di depravazione di tutto ciò che è bello che ha odiato e combattuto per tutta la vita, tramite le uniche armi che possedeva, la parola e l’immagine. Io so che quelle figure mascherate che ne decretano l’omicidio non hanno bisogno di nomi e cognomi perché non sono persone, ma ingranaggi di un mondo che noi permettiamo, e che quindi in qualche modo vogliamo.

Io so che lo scioglimento finale è un triste omaggio alla storia di quest’uomo; un modo di rendergli giustizia almeno sulle pagine di un fumetto. Io so che se oggi questo albo e questa storia possono uscire nelle edicole di tutta Italia e raccontare l’enormità di quello che racconta, è anche perché a qualcosa, Pasolini, è servito.

Io so, perché scrivo su un bel sito di critica fumettistica, che se soltanto un lettore distratto leggerà questo noioso articolo, e si incuriosirà di questo bellissimo albo, e poi cercherà di conoscere l’opera e la vicenda di Pier Paolo Pasolini, e ne comprenderà anche solo un decimo di quanto dice; io so che se tutto questo accadesse, l’Italia sarebbe, per un sessantamilionesimo, un luogo migliore.

Mercurio Loi 1, di Bilotta e Mosca – una recensione fisiognomica

Mercurio Loi lo si incontra quasi per caso. Può capitare di fare la sua conoscenza vagando per le strade di una serie antologica come Le storie, della Sergio Bonelli Editore, per poi incrociarlo di nuovo sugli scaffali di un’edicola maggiolina, capitato quasi per caso tra la squadrata mascella di un cowboy tutto d’un pezzo e lo sguardo magnetico di un indagatore dell’incubo.

Lo si incontra soltanto a pagina 22 dell’albo intitolato a suo nome: e già questo ci anticipa che non siamo di fronte alla solita serie Bonelli (Dylan Dog compare per la prima volta a pagina 10, Nathan Never fa capolino alla 3). Lo troviamo appeso a testa in giù, che cita una frase del Fiore, poemetto duecentesco d’amore che gran parte della critica attribuisce al giovane Dante Alighieri.

Ma quello che ci colpisce di più è la sua fisionomia. La faccia di Mercurio Loi, il suo aspetto fisico, non sono quelli di un tipico eroe Bonelli: ma sono, inequivocabilmente, quelli di Mercurio Loi. E così, potremmo sicuramente ammorbarvi su quanto sia bello, ben disegnato, ben colorato, ben curato, e soprattutto ben scritto questo albo: ma così facendo scriveremmo una recensione banale, e non renderemmo giustizia al personaggio.

In Mercurio Loi non c’è niente di banale. Così, improvvisandoci dei moderni Lombroso, invece di recensire l’albo, recensiremo il suo aspetto fisico.

Lombroso, per i pochi che non lo sanno, era un antropologo e criminologo, e aveva la singolare convinzione che si potesse risalire al carattere di un essere umano a partire dalla conformazione del suo cranio. La pseudo-scienza da cui traeva le sue convinzioni si chiamava fisiognomica e aveva una lunga tradizione sin dal tardo Medioevo, quindi non gliene faremo una colpa. A quei tempi si credeva a un sacco di cavolate. Quello che Lombroso non sapeva è che la fisiognomica è sì una scienza che non ha alcun diritto di descrivere il mondo reale, ma, se applicata al mondo del fumetto, diventa portatrice di verità. In quale altro mondo, infatti, le caratteristiche fisiche delle persone servono a descriverne i tratti caratteriali? Nel mondo dei fumetti un naso camuso e una fronte bassa sono davvero segni di stupidità; una mascella quadrata è davvero segno di forza; le labbra carnose sono davvero segno di concupiscenza.

Li disegnano apposta così!

Apprestiamoci dunque al nostro studio di Mercurio Loi. Eccolo, in tutto il suo anatomico splendore, negli studi di Massimiliano Bergamo pubblicati sul numero 0, ancora disponibile sul sito di Sergio Bonelli Editore.

Cosa notate?

La prima cosa che si può mettere in evidenza nella fisionomia del professor Loi sono le orecchie a sventola. Per Lombroso questo tipo di padiglioni auricolari era un segno secondario di una possibile mente criminale, ma noi non ci spingeremo fino a questo punto. Sicuramente ci dicono che Loi non è il tipo d’uomo di cui ti puoi innamorare a prima vista. Bisogna conoscerlo a fondo, per imparare ad amarlo. È un uomo pieno di difetti, anche vistosi: ma il fatto che non tenti di nasconderli dietro una folta chioma indica che non se ne cura affatto. Anzi: probabilmente il professor Loi è fiero di essere diverso dagli altri.

In questo splendido profilo del professor Loi, colto dalla mano di Giampiero Casertano, possiamo notare un altro particolare del suo volto: il naso, importante e sottile, dalle narici imponenti. Un naso alla Sherlock Holmes, direbbe qualcuno, e non sarebbe lontano dalla realtà. Il naso del professor Loi è il segno di una grande intelligenza, o meglio: segno della capacità di saper leggere il mondo al di là delle apparenze. Sarà forse per questo che aderisce a una setta di “appassionati dei misteri di Roma” chiamata Sciarada, al cui vertice siede una bambina?

Ma passiamo oltre.

Manuele Fior, copertinista della serie, ci mostra l’incipiente stempiatura del professor Loi. Una fronte così alta è tipica di chi ha già visto passare gli anni di maggior vigore fisico: ci racconta di una persona che ne ha già vissute parecchie. In effetti sappiamo già che il professor Loi ha un passato tutto da raccontare: una donna ne deve aver incrociato i sentieri, lasciando solo una statuetta a testimonianza del proprio passaggio; un assistente di nome Tarcisio deve averne condiviso pensieri e giornate, diventandone la nemesi. Mercurio Loi ha un passato interessante almeno quanto il suo presente, raccontatoci in questo primo numero. Non è difficile desiderare di intraprendere questo cammino assieme al valente Alessandro Bilotta, che come un novello Bernieri intesse l’epopea del professore.

Ma bisogna stare attenti.

Perché, come l’ottimo Matteo Mosca ci mostra, il professor Loi porta un bastone da passeggio, e non lo fa a cuor leggero. Più che un appoggio, quel bastone è un emblema. Ci dice che Mercurio Loi attraversa le strade di Roma, della Roma papalina che è uguale a quella Repubblicana che poi tanto diversa da quella Imperiale non è. E le attraversa senza puntare da nessuna parte, lasciandosi inebriare da un odore improvviso, o da un suono inatteso, oppure seguendo un incontro non programmato; prendendo strade impervie oppure semplici, così, perché ne sente il guizzo.

Che è un po’ il modo in cui anche oggi, nell’anno del signore 2017, sotto il pontificato di papa Francesco, Roma andrebbe attraversata.

Leggere questo primo numero di Mercurio Loi, la Roma dei Pazzi, è tutto questo: una passeggiata senza pensieri in un angolo della nostra storia patria, in uno scenario ricco e (per ora) solo accennato con piccole pennellate studiate per accendere il fuoco della curiosità. Seguite così un buon consiglio: mettetevi in strada, qualsiasi sia la vostra città. Guardatela con curiosità, e se vedete un angolo che non conoscevate, beh, andateci, perché è quel che Mercurio Loi farebbe. Ma soprattutto, se nel vostro peregrinare incontrate un’edicola, comprate questo numero 1: ne vale davvero la pena.