Ferdinando Fosso

Universo DC di Seth Fisher

Il mondo di Seth è uguale e diverso dal nostro. O meglio lo era, fino al 2006, anno in cui ha raggiunto con molta probabilità le sue creazioni fuori di testa, i suoi personaggi perennemente dall’aria assonnata e malinconica, le creature da trip sotto acidi e gli ambienti alieni anche se così familiari.

Seth Fisher infatti era un disegnatore (o sognatore) statunitense, con uno stile peculiare, se non abbastanza unico, che lo rendeva riconoscibilissimo in mezzo a decine di altri.

Nella sua breve carriera ha disegnato degli autentici gioiellini che sono raccolti in Universo DC di Seth Fisher, appunto, edito da Lion e uscito da un paio di mesi in fumetteria.
C’è però da segnalare la mancanza dei suoi lavori in Vertigo e i numeri di Legends of the Dark Knight da lui disegnati.

Il volume contiene due storie della Doom Patrol (13 e 14), Green Lantern: WillWorld e Flash: Time Flies.

Cosa salta subito all’occhio? Che gli sceneggiatori, rispettivamente Arcudi, De Matteis e Rozum, sembrano fare di tutto per esaltare le doti del nostro Seth (in particolare Rozum e De Matteis, mentre Arcudi si tiene sul modo più classico di narrare).

Soprattutto in Willworld, una storia incentrata su Hal Jordan più che Lanterna Verde, De Matteis spinge sul surrealismo, mescolando teste volanti, alieni, soprannaturale, fantasia, west, mistero e perfino un pizzico di metanarrazione, sul finale. Come detto però, ciò che fa fare il salto di qualità è Fisher.

I suoi mondi sono colorati e al limite del cartoonesco, ma in un certo senso tremendamente seri. I personaggi interagiscono in modo realistico, corrono pericoli, si feriscono e muoiono.

Per loro, che vivono in quei posti assurdi è tutto normale. Non c’è nulla di cui stupirsi. Siamo noi lettori che, disabituati al fantastico e al Sense of Wonder, non facciamo che vedere buchi di sceneggiatura e ricercare seriosità ovunque. Ma gli autori lo sanno! In almeno un punto e abbastanza esplicitamente ce lo fanno notare, prendendosi gioco di questa “pretenziosità”.

La storia su Flash, tra le tre presentate è certamente la più debole. Interessante è tutta la “lore” di questo mondo futuristico in cui Flash si trova costretto ad agire, ma per il resto è tutto fuorché memorabile dal punto di vista della semplice scrittura.

A rendere il tutto più prezioso o quantomeno godibile è ancora una volta il nostro Seth, che tratteggia un futuro molto più vicino ad un Fantasy che a ciò cui di solito siamo abituati.

I colori super accesi e i design incredibili danno l’idea di un mondo alieno ed estraneo, come in effetti potrebbe risultare agli occhi di una persona che vive ai giorni nostri la tecnologia di un immensamente lontano futuro.

Infine, la Doom Patrol di Arcudi: questa è la parte che più è valida e meglio ha resistito al passare del tempo.

Arcudi, mai troppo celebrato, tesse una trama dallo stile retrò in cui, per una volta, è Fisher che si deve adattare ai toni da “serie regolare”.  E nemmeno qui sfigura, anzi. Benché non ci siano proprio tutti i personaggi che hanno contribuito a rendere questa squadra grande, Robot Man e soci non sfigurano.

Non mancano i momenti divertenti, riflessivi e di azione. Con un pizzico di malinconia che da sempre accompagna Cliff Steele.
Anche qui trama semplice, ma con un bel twist che la fa risollevare quando si potrebbe finire nel già visto.

Come detto, i disegni non seguono il canovaccio delle due precedenti avventure, presentate in questo volume, anzi.

Però Fisher ci mette del suo. Soprattutto sul vero protagonista di questa storia: Robot Man. Il volto meccanico diventa quasi di plastica mentre le rughe compaiono e scompaiono sul metallo arancione, a mostrare ogni possibile emozione umana.

In sintesi, questo è un volume che chiunque sia appassionato non solo di fumetto, ma anche di illustrazione dovrebbe avere. Riunisce il talento di quello che sarebbe potuto diventare davvero un maestro nel mainstream supereroistico col suo tratto inconfondibile e alcune storie di buon livello.

 

Universo DC di Seth Fisher

Editore: RW LION
Collana: UNIVERSO DC DI SETH FISHER
Serie: DC UNIVERSE LIBRARY
Prezzo: € 17,50

Mercurio Loi: supereroe romano

Dopo la mia fugace apparizione all’ARF! di quest’anno e dopo l’incontro con Alessandro Bilotta allo stand Bonelli, ho riflettuto che la sua ultima creatura, Mercurio Loi, sia qualcosa di cui, nel bene e nel male, bisognerebbe parlare ancora, perché è un’opera che ha la peculiarità di non lasciare indifferenti. A prescindere se la si ami, odi, o non sia il genere che si preferisce.

Mercurio Loi è uno degli ultimi fumetti sfornati in casa Bonelli, uscito prima in un numero della serie antologica Le Storie (il 28) e poi, visto il successo, sulla serie personale.

Chi è il personaggio di Mercurio Loi, poi, è presto detto: è Batman, Sherlock Holmes e Sheldon Cooper.
Mischiati sapientemente da Bilotta per restituire un personaggio mai banale, che nel corso delle sue avventure è sempre diverso, nuovo, anche se sempre perfettamente riconoscibile.

Il professore di Storia agisce nella Roma Papale del XIX secolo con il fedele Ottone (suo assistente) combattendo le follie che di volta in volta arrivano nella Capitale, con la sua logica misteriosa e affascinante.
Il perché ne stia parlando ora, dopo più di un anno dall’uscita del primo numero può essere facilmente intuibile: è un fumetto che mi piace e non poco e ne sento parlare sempre meno.
Nel panorama del fumetto nazionalpopolare italiano, e, parliamoci chiaro, non solo, è infatti un animale raro.
Se da un lato la struttura narrativa è ancorata alla “rigidità” Bonelliana con una serie di numeri one shot, in pratica, dall’altro i soggetti e i personaggi sono qualcosa che molto difficilmente si vede in giro.

Bilotta non ha paura di osare. E lo dimostra a ogni albo, in cui caccia i poveri Mercurio e Ottone in situazioni via via più anomale e con risvolti sempre affascinanti che non mancheranno di spiazzare il lettore.
Per non parlare del comparto tecnico, che seppur con alti e bassi, ben si adatta alle atmosfere, ai luoghi ed agli “attori” coinvolti.
Lo stile dei disegnatori che di volta in volta vengono chiamati a interpretare la sceneggiatura di Bilotta è molto vario e potrebbe causare un certo “disturbo” a una prima occhiata. Passare dal tratto febbrile di Gerasi a uno molto più armonioso come quello di Casertano infatti potrebbe far storcere il naso. Questo possibile straniamento, di fatto però non fa che aumentare, se possibile, l’immedesimazione. Come essere uno dei conoscenti di Mercurio che fatica a stargli dietro.

Però, come avrete intuito, c’è un “ma”. La cadenza della serie è stata cambiata da mensile a bimestrale. Sul sito Bonelli leggiamo che è per lasciare tempo agli artisti di fare storie di qualità. Qualcuno, invece, lo imputa alle scarse vendite. Mettiamo sia la seconda ipotesi. Per puro gusto della speculazione dunque poniamoci una domanda: perché?
Perché una delle serie più innovative del panorama mainstream italiano (e a mio parere non solo) rischierebbe la chiusura?

Le cause a mio modo di vedere vanno ricercate nel tipo di intrattenimento che questa serie può o potrebbe offrire. È innanzitutto ambientata in Italia, seppure in una epoca “remota”. Per la generazione di Iliad, e della contaminazione attraverso internet da ogni sorta di cultura, questi personaggi potrebbero avere poco fascino. Lo stesso Mercurio Loi è un eroe anomalo, sostanzialmente un egoista che somiglia a una scimmia. Difficile essere empatici con lui, insomma.

I temi trattati sono un altro punto importante. Benché la serie sia di puro intrattenimento, a un primo sguardo dà l’idea di qualcosa di non fruibile in 30 minuti o come pura evasione. In due parole, quella che verrebbe definita una serie  “da vecchi”.
Il “confezionamento” del fumetto, benché più accattivante delle normali serie Bonelli non aiuta affatto e paga il confronto con ad esempio una rivista supereroistica (il cui target può essere simile a quello di Mercurio Loi), che si presenta in modo molto più appetibile dal mero punto di vista estetico.
La scelta della bimestralità, poi, è per me un altro punto dolente. Se una serie è a rischio chiusura, farla uscire più di rado non può contribuire a salvarla, anzi. Il nerd (o quello che una volta si definiva tale) è per sua natura un abitudinario. Togliere l’appuntamento mensile può portare a una ulteriore emorragia di lettori.

Il lavoro che Bilotta e i suoi collaboratori stanno facendo negli ultimi anni è qualcosa di prezioso per l’intera industria del fumetto italico. Non solo portando un prodotto di ottima qualità, ma anche e soprattutto perché come ripetuto più volte sopra, è un qualcosa di nuovo. E queste novità sono ossigeno puro per l’industria, che nonostante non sia in crisi nerissima come molti pensano (o si auspicano), vive sempre più spesso di glorie passate. Brand che mostrano la corda soprattutto con le nuove generazioni e che per un motivo o per un altro sono formate da figli del loro tempo.

Mercurio Loi (e altre serie di recente uscita) può essere un punto di partenza per un modo nuovo di pensare e fare il fumetto in Italia. Non banale, non retorico e che sa intrattenere. Dunque, cento di questi numeri, Mercurio. Anzi, anche molti di più.

The Sheriff of Babylon, ovvero: come inseguire la verità nel deserto della guerra

Copertina di "The Sheriff of Babylon" di Tom King e Mitch Gerards.Questo non è un fumetto come gli altri. Partiamo da questo semplice concetto. Perché?  Per diversi motivi.

Il primo, è solamente “nostro”: fin da prima che uscisse, almeno qui da noi, è stato avvolto da un’aura quasi leggendaria. «È esaurito?» è la domanda che tutti bene o male si sono fatti, fino a “costringere” la RW Lion a pubblicare un post su Facebook in cui avvisava della disponibilità del prodotto. Poi ci sarebbe da indagare su quante persone dopo aver atteso spasmodicamente questo volume lo abbiano effettivamente comprato, ma questo è un altro discorso, come si suole dire.

Il secondo è di tutt’altro genere: questa è un’opera come se ne incontrano poche al giorno d’oggi. Un capolavoro? No di certo, ma è qualcosa di “anomalo”. Il fatto che sia pubblicato per la divisione per adulti della DC, la Vertigo, dovrebbe far intuire il modo in cui il tema della guerra è stato affrontato; ma il punto non è questo. Non del tutto, almeno.

The Sheriff of Babylon parla di qualcosa che tutti noi (o quasi tutti) abbiamo vissuto indirettamente e lo fa senza limitarsi mai. Ma, ed è un grosso ma, ciò che si legge ha sempre l’aria di essere quasi necessario. Tom King, astro nascente del Comicdom a stelle e strisce e autore di questi 12 numeri raccolti nel cartonato edito da RW, non va mai sopra le righe, nonostante ciò che avviene in questa lunga cavalcata sembri a volte uscito da un Bond Movie. Sarà perché forse gli eventi di “finzione” che sono mostrati sono inventati solo fino a un certo punto (l’attuale autore di Batman infatti ha un passato come agente CIA e avrà avuto sicuramente delle esperienze che ha poi riportato nella sua opera).

Vignetta di "The Sheriff of Babylon" di Tom King e Mitch Gerards.

Ma partiamo dal principio di questa grande storia: The Sheriff of Babylon è un giallo che si mischia con il thriller politico. Un cadavere viene trovato nella Green Zone della capitale irachena, ma a nessuno sembra importare, tranne che all’istruttore della vittima, l’americano Christopher, che cercherà di risalire all’assassino con l’aiuto di Sofia/Saffiya, politica locale, e Nassir, ex poliziotto al soldo di Saddam.

Nel corso della serie, la volontà di scoprire l’assassino del povero soldato iracheno si fonderà alla consapevolezza che non tutto è come sembra. Tom King intreccia le tre sottotrame dei protagonisti come se stesse raccontando di persone che ha conosciuto di persona, in cui gli eventi drammatici vengono mostrati nella loro più totale efferatezza. Senza censure, ma allo stesso tempo senza strafare e trasformare tutto nella fiera del sangue che molto spesso non fa altro che anestetizzare il fruitore.
Ogni colpo di pisola esploso e andato a segno fa sentire quasi dolore fisico, ogni pianto la sensazione di avere le guance bagnate.

Ciò che colpisce, infatti, di questa Baghdad del 2003, è l’aria che si respira. Il deserto, anche se non mostrato quasi mai direttamente, ma presente in ogni singola vignetta, sembra risucchiare ogni forma di umanità dai personaggi di questo affresco come risucchierebbe l’acqua.

Ed è proprio sull’ambiente e i tre personaggi principali che tutto ruota: il militare, il poliziotto, la politica, Baghdad. E poi il Potere. Quello dello Status Quo, quello della rivoluzione, quello della religione, quello degli oppressi e degli oppressori, quello della guerra. E tutto questo ci viene mostrato, come detto poco sopra, come fosse normale o naturale, e forse, dopo aver letto l’ultimo capitolo, lo è.

Dettaglio della copertina di "The Sheriff of Babylon" di Tom King e Mitch Gerards.

Tutto questo ci viene presentato da un Mitch Gerads, disegnatore dei 12 numeri, non ancora a proprio agio come con il più recente Mister Miracle (sempre con King), ma che ha dalla sua un tratto realistico che permette la totale immedesimazione. A chiudere questa splendida confezione, ci sono i colori sempre ad opera di Gerads. I marroni del deserto, delle uniformi, delle case spadroneggiano e lasciano senza fiato. E poi il verde degli americani e degli interni, che offrono all’occhio il riposo dopo tanta arsura, anche emotiva.

The Sheriff of Babylon non è un capolavoro, dicevo. Ma è qualcosa che vale la pena avere. Perché di tanto in tanto abbiamo bisogno di essere colpiti nello stomaco o di sentire il sapore del sangue in bocca, a ricordarci cosa significhi essere umani.

Vignetta di "The Sheriff of Babylon" di Tom King e Mitch Gerards.


Tom King, Mitch Gerards
The Sheriff of Babylon
Editore: RW Lion
292 pagine, colore, rilegato, € 27,95
ISBN 9788893517751

L’eterno ritorno di Bruce Wayne

In Principio c’era il Monitor. Poi dalla perfezione primigenia nacque l’imperfezione. La realtà. Il Planetario dei Mondi fu creato per studiare la Realtà, e il Monitor Originale diede vita a esseri imperfetti che lo sorvegliassero: i suoi “figli”, i Monitor.

L’universo sanguinò diverse volte prima di incontrare il male definitivo, il dio che incarnava ogni forma di perversione e cattiveria. Il suo nome era Darkseid e aveva scoperto l’Equazione dell’Anti-Vita.
La sua stessa presenza nel piano fisico bastava per, letteralmente, annichilire il tempo.
Tutto era Uno in Darkseid, fino a quando, come accade sempre, venne sconfitto. Non una, non due, ma tre volte.
La sua essenza fu distrutta dall’Ultimo Figlio di Krypton. La morte del suo corpo avvenne per mano del Nero Corridore, ingannato dai Flash e dalla Sanzione Omega dei suoi fedeli.
Ma la prima ferita gli fu inferta da un semplice essere umano, l’uomo più pericoloso del mondo: Bruce Wayne, Batman.
Bruce ferì mortalmente il suo avversario con la stessa arma con cui Darkseid aveva ucciso suo figlio Orion. Il Radion era tossico per i Nuovi Dèi e tutto ciò che il Male Incarnato poteva fare era morire.

Prima di precipitare nello spazio-tempo però, Il tiranno di Apokolips maledisse l’Uomo Pipistrello, come ultimo asso nella manica.
Di come il Nostro si liberò da questa maledizione è ciò di cui parla la miniserie in sei numeri uscita in questi giorni per la Lion.

 

Partiamo dal principio però: questo ultimo volume della run di Morrison è un tassello fondamentale per l’economia della gestione tutta?
Sì. Senza dubbio.
Il Ritorno di Bruce Wayne chiude infatti molti dei discorsi cominciati con la lunga saga del Guanto Nero (che comunque si conclude sulle pagine di Batman & Robin).
Potremmo dire che in questi sei numeri è presente il manifesto di ciò che Batman è per lo scrittore scozzese.
Un personaggio adatto a interpretare qualsiasi trama, senza mai perdere di vista la sua reale essenza.
Lontano dal vigilante psicotico visto fino a Batman RIP, ma comunque inconfondibile nel suo essere sempre diverso.
Morrison smonta e rimonta Batman restituendoci una figura pronta ad affrontare l’avversario più temibile: il tempo.

Non solo quello della finzione, ma anche, metanarrativamente, il nostro. Batman ci sopravvivrà. Batman è un’idea, un pensiero e come tale, eterno. È un Nuovo Dio per noi come Orion lo è per il DCU.

Questa cavalcata verso il presente porterà l’Eroe a incontrare vecchi e nuovi personaggi del DCU, grazie ai quali riacquisirà sempre più consapevolezza di sé e dei propri mezzi.
Fino a un finale al cardiopalma, con ogni pezzo al proprio posto sulla scacchiera, che esplode in qualcosa di “morrisioniano” al 100%.
Come sempre accade per Morrison, ci troviamo di fronte a qualcosa di articolato che potrebbe spaventare soprattutto i neofiti del personaggio e dell’autore.
E, come sempre, il consiglio è quello di non arrendersi alla prima lettura. Perché come è vero che questo volume fa parte di una run durata svariati anni, è altrettanto vero che con la giusta dose di attenzione, la storia è godibile da sola. Certo, a patto di rinunciare a capire i riferimenti alle altre opere scritte in quel periodo. Ma insomma, sono esattamente questi i fumetti dei supereroi, no?

Dunque, se questo mese avete una ventina d’euro in più, fatevi un favore e comprate questo volume. Oppure gli spillati Planeta che contengono anche delle utili note. Quello che volete, ma il Ritorno di Bruce Wayne dovete leggerlo, perché porta il Pipistrello nel Terzo Millennio e perché semplicemente è un eccellente fumetto di supereroi.

Quel gran pezzo dell’Ubalda – Iron Man #228

È il dicembre del 1987 e la vita di Tony Stark sta per cambiare irrimediabilmente.
Il povero Tony ne ha subite molte altre prima (e anche dopo), ovviamente; ha affrontato i propri demoni interiori e uno dei suoi migliori amici in una guerra fratricida, ad esempio, ma pochissime altre cose lo hanno segnato come l’ossessione di vedere il proprio lavoro venire usato in un modo diverso dal suo.

Stark è uno yuppie strappato dalla bambagia etica e morale in cui viveva che ha deciso di dare un senso alla propria esistenza combattendo (anche) sul piano della corsa tecnologica.
Tutto ciò che il genio miliardario, playboy e filantropo è viene messo in discussione per i sette numeri (più uno) che costituiscono il ciclo della Guerra delle Armature (o Stark Wars).

Dal dicembre del 1987 e dal numero 225 di The Invincible Iron Man, infatti, David Michelinie e Bob Layton muovono i fili di un Tony Stark con atteggiamenti sempre più simili a quelli di un vero e proprio villain, piuttosto che di un eroe. E tutto in nome del Bene Superiore.

La trama, in breve, di questo arco narrativo è la risposta a una domanda che nasce spontanea conoscendo il personaggio: – Cosa accadrebbe se i progetti di Tony Stark finissero nelle mani sbagliate?
La risposta non può essere che: di tutto.
Il Nostro scopre di essere stato derubato e per sistemare la faccenda lascia i Vendicatori, permette la morte dei suoi nemici e compie azioni che non possono che portarlo ai margini della società mondana, come Tony Stark, e supereroistica, come Iron Man.
Soprattutto, pianta il seme per qualcosa che mi piace pensare accadrà quasi venti anni dopo.

Prima ho usato l’espressione “muovono i fili”, parlando degli autori di queste storie, per un motivo preciso: la storia da cui è tratta la tavola di questa Ubalda si intitola Who Guards the Guardsmen?, facendo il verso al capolavoro di Moore e Gibbons Watchmen, il cui slogan era «Who Watches the Watchmen?», finito pochissimo prima l’uscita di questo arco narrativo.
Intendiamoci: le storie non sono paragonabili e soprattutto hanno temi fondamentalmente diversi, ma ciò che Moore e Gibbons hanno fatto in quell’opera scosse il settore come niente prima di allora.

La prima pagina di questo numero 228 infatti mette subito in chiaro con chi si confronterà Tony, chi è cioè il “Guardiano dei Guardiani”: Steve Rogers, (ex) Capitan America.
Il magnate gli ha appena preparato un nuovo scudo, ma presto scopriamo che non lo ha fatto solo per l’amicizia che lo lega al Capitano, ma anche per mero opportunismo.
Il prossimo obiettivo del nostro è infatti il Vault, prigione di massima sicurezza che è sorvegliata dai Guardiani, appunto, che sfruttano, per le loro armature, progetti Stark.
Tony spera che Steve non interferisca con le sue operazioni dopo il gradito regalo.

Ovviamente non sarà così.
Nella prigione infatti mentre infuria la battaglia c’è l’inevitabile confronto.

Il Capitano arriva nel momento in cui l’ultimo dei Guardiani si scontra con Iron Man. L’uomo esaurisce prima del previsto la sua riserva d’ossigeno, ma rifiuta di togliersi la maschera e sviene per via del gas che precedentemente Stark ha immesso nel sistema di aerazione.

A questo punto, citando un tantino Morrison e il suo Multiversity, andiamo a dissezionare quella che è la pagina cardine del numero: troviamo sei vignette rettangolari divise su due righe e tre colonne.
La prima riga ha un’altezza leggermente inferiore alla seconda, che punta ad aumentare la tensione tra i due protagonisti di questa issue.

Vignetta 1

Nel primo riquadro, su uno strano sfondo azzurro contornato da enormi casse in legno, troviamo i tre protagonisti.
Il Guardiano è inerme, mentre Cap gli tiene sollevato il busto da terra. Il buon Steve dà le spalle a Tony che è quasi in disparte a osservare la scena, immobile nella sua armatura scintillante.
Evinciamo immediatamente che questo fumetto è stato scritto negli anni ‘80 anche dalla presenza dei classici balloon del pensiero. Fosse stato scritto oggi, avremmo avuto delle didascalie  a inframmezzare i disegni.
«No, se posso salvarlo!». Sembra un urlo disperato quello di Cap, che mette in chiaro ancora una volta da che parte sta. Lui è un patriota. Morirebbe per il suo paese e per i suoi ideali. Non può non apprezzare chi come lui fa la stessa cosa.

Vignetta 2

Stark sembra leggergli nella mente mentre afferma che avrebbe fatto lo stesso; intanto l’inquadratura si stringe fino a mostrare solo i volti di un Cap costernato e del Guardiano a cui è stata sfilata la mano.
Sullo sfondo questa volta giallo canarino, la mano di Iron Man si posa su quella dell’amico, che stranamente non ha reazioni scomposte. Forse si aspetta già quella mossa. Gli occhi di Steve sono infatti chiusi, come a prepararsi per ciò che di lì a pochissimo accadrà.

Vignetta 3

E infatti, una scarica elettrica lo attraversa nella terza vignetta. Il Guardiano, svenuto, gli scappa dalle mani.
Notare che anche questa volta lo sfondo cambia colore. Diventa arancione per distinguersi nettamente dall’elettricità che circonda Cap.

Vignetta 4

 

Si passa alla parte inferiore della pagina, quarta vignetta. Stark, nell’ultimo balloon della pagina si giustifica per l’atto di tradimento vero e proprio appena commesso.
La “telecamera” è di nuovo lontana e obliqua, mentre mostra oltre al miliardario, anche i due suoi avversari svenuti.

                                                                   Vignetta 5
Le ultime due vignette non hanno, come detto, bisogno di dialoghi: Iron Man prende l’ultimo dei suoi neutralizzatori e lo collega all’armatura del Guardiano. Nel farlo incrocia lo sguardo del suo amico, ancora a terra.

Vignetta 6

Nell’ultimissimo riquadro della pagina c’è infine il vero confronto tra i due, che non è mai sfociato in una volgare rissa da bar, ma si combatte su livelli più alti.
Sopra, la maschera di Stark, quasi un teschio di metallo. Sotto, Steve Rogers, costretto dalla paralisi a non poter reagire in alcun modo. Lo sguardo glaciale del secondo fulmina il primo.
Un’antica amicizia si è incrinata.

È interessante, infine, notare che all’alba della Civil War, i due si scontreranno definitivamente a posizioni invertite.
Qui Iron Man combatte contro il sistema pur di risolvere un problema di cui egli stesso si riteneva responsabile. Dopo qualche anno sarà Capitan America a trovarsi fuorilegge per non aver appoggiato l’Atto di Registrazione Superumano e quindi a scagliarsi contro l’amico di vecchia data e il Sistema da lui rappresentato.

Insomma, questa piccola perla dei cotonatissimi anni ’80 (basti dare un’occhiata alle capigliature sfoggiate dai protagonisti di questi albi), merita almeno una lettura, soprattutto in questi ultimi anni in cui il nostro Uomo di Ferro sta vivendo una vera e propria rinascita sotto ogni punto di vista.

Superman: Alieno americano – La genesi del primo supereroe

Copertina di "Superman: Alieno americano" di Max Landis.Cosa sia Alieno americano potrebbe essere riassunto in poche parole; anzi, una per la precisione: “origini”.

Avete presente le origini di Superman, no? Krypton esplode… bimbo sul razzo… due terrestri lo trovano… Ecco, queste origini mettetele da parte. Max Landis ci parla di come un ragazzo diventa Superman, la genesi vera e propria di quello che è il primo dei supereroi.

Già dal titolo abbiamo qualche indizio sulle tematiche trattate. L’accostamento di “alieno” e “americano”. Quasi un ossimoro. E infatti tutta l’opera, composta da sette capitoli, si sviluppa su questa soltanto apparente dicotomia.

Clark è un ragazzino come ne esistono a milioni, ma ha dei superpoteri. Clark vola e i genitori non hanno idea di come crescere un ragazzetto così. Nessuno ce l’avrebbe. Clark è un adolescente che ha le sue cotte. È un giovane uomo che si trasferisce nella grande e sporca città, dopo aver vissuto nella (relativa) tranquillità di Smallville. Clark è prima di tutto un Eroe, che grazie ai consigli giusti diventa “Super”.  È una persona che commette degli errori, che si pente e che chiede scusa. È a tutti gli effetti la razza umana al suo meglio.

E allora, perché “alieno”? Perché lui non è umano, in fin dei conti. Finge di essere come noi, ma è molto di più. È un dio del Sole destinato a guidare una generazione di supereroi. E tutto il mondo lo teme. Può alzare facilmente un’automobile sopra la sua testa, scagliarla nello spazio. Potrebbe conquistare la Terra in una giornata, se volesse. Ma… lui è Superman. Anzi, Clark Kent.

Illustrazione di "Superman: Alieno americano" di Max Landis.Ecco, in questo volume leggerete prima di tutto dell’uomo e poi del superuomo sotto la grande “S” rossa. Leggerete di  come impara a controllare i suoi poteri, di come Smallville sia un nido accogliente e consapevole, di come Metropolis lo sia molto di meno. Leggerete delle prime amicizie, degli amori e delle persone che più in avanti entreranno nella vita del protagonista.

In più, come se tutto ciò che ho scritto sopra non bastasse, ci sono le (scontate) apparizioni di “colleghi” (o futuri tali) e cattivi. Un Batman pragmatico pronto a tutto per portare avanti la sua crociata, un Oliver Queen visto prima e dopo la tragedia che gli cambierà la vita, un Lex Luthor nella sua giovinezza, ma spietato come non mai.

E se in queste parole scritte sentite ci sia dell’amore (e spero di sì) è perché questo volume trasuda amore per questi personaggi  da ogni poro, dalla scrittura alla parte grafica, con disegnatori di livello assoluto che si danno il cambio numero per numero. Si parte da Nick Dragotta (che ho però preferito su East of West), passando per il tratto sporco di Tommy Lee Edwards, a quello “cool” di Joelle Jones con i colori vivissimi e caldi, all’ormai riconoscibilissimo Jae Lee e il suo Batman simil-demoniaco, al tratto altrettanto riconoscibile di Manapul , reso ancor più bello dalle tinte pastello degne di un sogno. Infine troviamo Case che disegna uno dei capitoli più densi dal punto di vista emozionale, e Jock, che però continuo a preferire nelle copertine, dove il suo tratto febbrile è più contenuto.

Insomma, Alieno americano una lettura da avere se siete fan dell’Azzurrone, ma anche se non avete mai letto nulla di questo splendido personaggio. Dopo averlo letto, crederete che un uomo può volare.

Illustrazione di "Superman: Alieno americano" di Max Landis.

The Prismatic Age of DC

Antefatto: il Rebirth mi ha dato modo di riflettere sulla situazione della DC e della Marvel, soprattutto dal punto di vista della continuity. Già alla presentazione di Multiversity, Grant Morrison dichiarò che la sua opera avrebbe dato inizio a una nuova era del fumetto in casa DC.
La Prismatic Age.

Il nome compare già nel 2008, come teoria di un fan e sembra che alla fine sia diventata realtà. Intendiamoci: nulla di assurdamente eclatante. Non ci sarà mai un mega evento ad attestare l’avvento di questa nuova età. È qualcosa di più intimo e personale.

Flashback: il Multiverso, come lo intendiamo ora nasce sul finire del 1961, con la seminale The Flash of the Two Worlds.  Da quel momento in poi, in casa DC c’è sempre stata la tendenza a proporre seriamente universi paralleli e personaggi che di lì a poco sarebbero diventati archetipi.

Questa linea editoriale portò a quello che oggi è ricordato come un periodo di disordine di continuity, soprattutto paragonando la DC alla neonata Marvel con la sua continuity ferrea, unica e immutabile (almeno per l’epoca).
Come tutti sanno, i cieli dovettero tingersi di rosso e gli eroi provenienti dai più remoti angoli del multiverso allearsi, per porre fine a tutto ciò. Era il 1985 e nulla sarebbe più stato come prima: era arrivata la Crisi.
La “multiversalità” passò in secondo piano, anche se mai effettivamente dimenticata. Gli elseworlds stavano lì a ricordarci che altri mondi erano possibili, e in un qualche modo esistevano.
Alla fine arrivò Johns. L’attuale demiurgo, in concomitanza con il trentesimo anniversario di Crisi sulle Terre Infinite decise di riportare il multiverso al suo posto.

Da lì, è storia recente: prima 52, poi Flashpoint e Convergence, passando per Multiversity e infine per il Rebirth. Il  comune denominatore di queste storie era la presenza di altri mondi e altri tempi.

La continuity della Distinta Concorrenza, insomma, non è monolitica e, per certi versi, cementificata come quella della Marvel, ma è qualcosa d’altro.
Ogni storia mai accaduta è reale. Semplice come concetto, ma difficile da afferrare e spiegare.
Potremmo definire la storia dei personaggi della DC come una “metacontinuity”. Una timeline che sa di avere falle e che si autocorregge quando i danni al tessuto spazio-temporale sono troppo estesi.
Il multiverso sanguina, si tinge di rosso. Queste sono le Crisi.
Oltre questi mega eventi, però, ci sono storie più piccole che hanno, per l’economia di questo universo narrativo, la stessa importanza.

Convergence, per quanto sia una lettura che a essere generosi è evitabile, ha stabilito inequivocabilmente il concetto che espresso poco sopra, e anche l’avvento del Rebirth non ha fatto altro che confermare questa teoria.
C’è però chi si è spinto ancora oltre, fino ad arrivare alla mappatura del multiverso stesso. Grant Morrison infatti nel gennaio 2015 ha pubblicato la sua “guida”, contenente informazioni sulle cinquantadue terre parallele e su chi le abita. Come spesso capita nei fumetti, però, le cose non durano a lungo e il Rebirth (e Convergence), pur non modificando la mappa, ha stabilito che, in effetti, anche gli universi passati sono in qualche modo vivi.
Insomma, potremmo definire la continuity DC come un multiverso di multiversi.

E il futuro? Cosa ne sarà di questi eroi tra uno, dieci o cento anni, se tutto è concesso e non esiste una storia “ufficiale” (se non per alcuni punti cardine)?
La risposta è semplice e per un adulto, abituato a razionalizzare può sembrare tanto scontata quanto sciocca: loro ci saranno sempre. Che Superman sia il presidente degli Stati Uniti d’America o cresciuto nella Germania nazista, che Batman sia un anarchico russo e Lanterna Verde un cavaliere in una splendente armatura, poco importa.
Rimarranno i loro simboli, il cui significato prescinde da chi indossa la maschera.
Ci sarà un retaggio.
Ci saranno nuove storie da vivere dalla nostra amata Terra-338 o da oltre il muro della Fonte.

 

L’arrivo del Rebirth DC in Italia: la miniguida – Parte III

Dopo i primi due episodi (che potete trovare QUI  e QUI) ecco la terza parte della miniguida sul Rebirth.
Le testate di oggi rientrano in quella fascia grandissima di serie che in Italia vengono prese quasi sempre come comprimari (e a leggere soprattutto uno dei tre titoli uno ci crederebbe poco).
Il bello però di questo hobby/passione è che a volte si trovano perle anche tra le opere cosiddette minori. Anzi, sempre più spesso è così.

Questo è ad esempio il caso di:

                                                                                Nightwing

Ecco, questa è stata una mezza sorpresa. Dick Grayson è forse quello che negli ultimi quattro anni ha subito i cambiamenti maggiori. È finito ad esempio a fare la spia, dopo esser stato creduto morto. Ora quella parentesi è conclusa, ma le avventure per la ex-spalla di Batman non lo sono per nulla. Ai testi troviamo ancora Tim Seeley che dopo aver perso Mikel Janin (passato anche su Batman), ha trovato un altrettanto straordinario (ma per motivi diversi) Javier Fernandez.
Il primo arco narrativo può essere visto come un manifesto di cosa Seeley sta cercando di fare: restituire a Dick Grayson il suo ruolo. Quello di supereroe. Come accennato poco sopra, i disegni sono anche qui visivamente appaganti, anche se in un certo senso abbastanza classici.
Insomma, se siete indecisi su cosa seguire nella Bat-Family, Nightwing non deve scapparvi.

 

 

La seconda testata di cui vi parlerò oggi invece qui da noi arriva sul mensile di Superman. In particolare mi riferisco alla sua controparte cinese:

The Super-Man

Kenan Kong è un bulletto. Uno di quelli per cui è difficile tifare, però.
Kenan si ritrova, per una serie di fortunati eventi a essere il Superman cinese. Ok, detta così sembra una taroccata e forse lo è. Ma si deve dire che Gene Luen Yang ci prova da subito a strappare di dosso l’aura di fac-simile al nostro giovane eroe.
Ben presto (e abbastanza banalmente, aggiungerei), la storia vira più su una trama quasi da shonen classico. Il ragazzetto, poteri troppo grandi che vanno esplorati (magari facendo qualche cretinata di troppo) e un mondo ancora più grande pieno di insidie.
Tutto questo è il “Superman Cinese” (che più avanti incontrerà ovviamente anche l’originale). Se amate le storie di formazione, questa potrebbe piacervi. Io lo trovo poco più che un riempitivo: l’ennesimo Superman in un mondo dove però Superman esiste e vola proteggendo Metropolis. Rimando anche il comparto grafico, a cura di Bogdanovic. Non proprio lo stile che mi sarei aspettato su una serie del genere.

 

 

Per ultimo invece parliamo un poco dell’ultima opera di Brian Hitch:

                                                                                Justice league

Qui cominciano le dolenti note. Affidare la JL ad Hitch per me fu una scommessa.

Una scommessa che molto difficilmente sarebbe stata vinta dal disegnatore (improvvisatosi autore).
E infatti…
Il problema di questa testata è che sa tutto tremendamente di già visto. Le minacce globali, il cattivo sempre più grosso e forte… Non c’è nulla di nuovo, inoltre le relazioni tra i personaggi appaiono stiracchiate e praticamente inesistenti (togliendo l’accenno di cotta tra due personaggi).
Anche per i disegni non c’è voglia di tentare strade nuove e la serie ne risente.
Dispiace vedere che, soprattutto in vista del film, la testata della Justice League sia lasciata alla deriva.
In conclusione, se amate le mazzate da orbi, vi consiglio le run di Morrison e Waid. Sono come questa di Hitch. Ma meglio. E scritte venti anni fa.

 

 

Anche per oggi il nostro giro nel nuovo (ma vecchio) universo DC è terminato. Le serie di cui parlare però sono ancora tante e quindi non resta che salutarci.

Ci “leggiamo” presto!

L’arrivo del Rebirth DC in Italia: la miniguida – Parte II

Dopo la prima parte, che potete trovare QUI, passiamo alle altre testate uscite nel mese di gennaio, per completare questa prima ondata di Rebirth.
Si parte con uno spillato a cui non avrei dato un centesimo, già solo sei mesi fa. Parlo “ovviamente” di Lanterna Verde.

Hal Jordan and the Green Lantern Corps

Questa serie è stata una sorpresa. Intendiamoci: ancora non mi fido molto di Venditti, dopo le sue run su Flash e Lanterna Verde nel N52. Però qui sembra un altro autore.

Ovvio, non sto parlando di nessun capolavoro, però è una serie che si lascia leggere con piacere e con sviluppi anche piuttosto interessanti e distante anni luce dalla “vecchia gestione”.

Hal è tornato. È tornato il Corpo ma il pericolo, ovviamente, è dietro l’angolo. Nei primi due archi narrativi i Nostri si troveranno ad affrontare due nemici conosciuti e apprezzatissimi che non faranno altro che aumentare la voglia di continuare la lettura. Poi ai disegni c’è un Sandoval strepitoso che da solo vale il prezzo del biglietto.

Green Lanterns

Altra sorpresa.
Sì, lo so ma capitemi: dopo il finale del New52 avevo le aspettative ridotte al lumicino.
Anche qui, serie molto classica. Un buddy movie per le due quasi neo-lanterne della Terra.
Il primo arco narrativo coinvolge subito un pezzo grosso degli ultimi anni, e il secondo si spinge più in là, andando a toccare il passato dei Guardiani per l’ennesima volta. Rispetto alla testata dedicata ad Hal, questa, oltre a essere un tantino più action, presenta delle dosi di umorismo e leggerezza che la rendono godibile anche per chi è magari stanco di troppa seriosità.
Ai testi troviamo un  Sam Humphries in spolvero, che tratteggia decentemente i personaggi, mentre i disegni sono affidati a diversi artisti, tutti più o meno godibili.
Insomma, queste storie non avranno la forza per essere prese in “solitaria”, ma come comprimarie dicono la loro alla grandissima.

La seconda testata di questa miniguida è invece quella dedicata alla Amazzone per eccellenza, che ha come protagonista ovviamente lei, insieme a delle testate a rotazione (di cui andrò a parlare man mano che usciranno qui da noi).

Wonder Woman

Qui le cose si fanno più complesse. Diana negli ultimi anni è stata sballottolata più di molti suoi “colleghi”. Il New52 ha, anche per lei, significato infatti essere uguale ma diversa.

Mi spiego: tutto il background della principessa fu rivisto in occasione del reboot, anche se c’è da dire, a onor del vero, che la run di Azzarello è molto ma molto godibile, sia nei testi che nei disegni.
Anche per la testata di Wonder Woman, però, gli ultimi due anni del New52 sono stati difficili, fino ad arrivare a oggi. Con una nuova, ma vecchia strada da percorrere. Wonder Woman è tornata davvero e Rucka sta facendo cose ottime con questo personaggio (che tra l’altro aveva già scritto una decina di anni fa).
La testata del Rebirth innanzitutto è divisa in due storyline distinte. Una ambientata nel passato e una nel presente. Ai testi sempre Rucka mentre ai disegni si alternano (con successo) Nicola Scott, Liam Sharp e Renato Guedes tra gli altri.
Il problema di questa serie è, almeno per il momento, la testata in cui è inserita, che contiene per ora Poison Ivy, serie sinceramente evitabile e comunque non facente parte del Rebirth.
Per come è strutturata, la scelta ideale sarebbe il recupero dei tp.

Mi sono tenuto per ultimo la testata che invece ha generato tutte le altre. Per due motivi in realtà. Il primo è per quello meramente personale: mi piace pensare di aver concluso questa guida con il Primo dei Supereroi. Il secondo motivo invece riguarda quella espressione popolare che dice dulcis in fundo…

Action Comics

La testata principe tra quelle supereroistiche comincia lentamente.

Innanzitutto, con un nuovo status quo figlio della gestione di Geoff Johns della Justice League, Lex Luthor è  il nuovo protettore di Metropolis e ha trovato il modo per sostituire definitivamente Superman ora che è morto.
I suoi piani però cominciano ad andare a rotoli quando un altro Superman (quello Pre-flashpoint) si presenta in città… Insieme a un vecchio, terrificante nemico.
Ai testi troviamo il veterano Jurgens  che si limita a fare il compitino, scrivendo storie senza infamia o lode. Purtroppo, a mio personalissimo giudizio, la parte davvero deficitaria della testata è il comparto grafico. Disegni piatti e a volte anche solo abbozzati.

 

 

Superman

Ecco, questo è veramente uno dei picchi, se non IL picco, di questi primi mesi di Rebirth.
Tomasi ce l’ha fatta. Dopo anni passati a tessere le trame di serie “minori”, è finalmente sbarcato su una delle ammiraglie della Distinta Concorrenza. E nessuno più di lui meritava questo salto di qualità.
La storia che va a raccontare è tanto semplice quanto appassionante: Superman è tornato. In un mondo che non gli appartiene. Con un figlio.
Frequenti infatti sono i momenti padre-figlio che danno spessore ai due personaggi, oltre ad aggiungere quella nota di sentimentalismo che in questi casi non guasta.
Ma la sua gestione di Supes non si ferma qui, anzi.
Ci sono continui rimandi e riferimenti a vecchi personaggi o vecchie opere della DC e tutto è amalgamato in modo magnifico.
Ad aiutare i testi abbiamo artisti come Gleason, Mahnke e Jimenez che non fanno altro che alzare ancora di più il livello del tutto.
Insomma, se c’è una testata che DOVETE seguire, è questa.

E anche per questa puntata è tutto. Restate sintonizzati per leggere le prossime miniguide di questa Rinascita.

L’arrivo del Rebirth DC in Italia: la miniguida – Parte I

È finalmente arrivato in Italia Dc Universe Rebirth e leggo in giro commenti di persone perplesse su questo “reboot”(?). Molti, giustamente si chiedono cosa valga o meno la pena seguire, scoraggiati soprattutto dalla quindicinalità di molte testate.
Innanzitutto, il primo consiglio che do in genere è sempre lo stesso: leggete ciò che più vi ispira!
Quando si scopre una cosa bella (o perché no, anche brutta), non si fa altro che affinare i propri gusti e sapere, la volta successiva, verso cosa indirizzarsi.
Fatta questa doverosa premessa, passiamo a ciò che di questo Rebirth vale la pena recuperare (o no).
La prima testata di cui vado a parlare è quella che si presenta come una delle migliore qualitativamente parlando: Flash; nella quale si trovano tre albi USA, e cioè:

                              Green Arrow

Benjamin Percy ci è riuscito. A fare cosa? A far dimenticare il disastroso New52 di questo “eroe del popolo”.
Oliver è davvero rinato, ed è tutto come lo avevamo lasciato
. Black Canary, la visione da attivista di sinistra, le strade e il peso di essere comunque, in fin dei conti, un privilegiato.
I primi archi narrativi vedranno Oliver affrontare situazioni già viste in passato, ma che lo porteranno sempre più vicino al punto di rottura, se non fosse per l’amore della sua vita, ritrovato (si spera per sempre) in occasione di questo Rebirth.
Ai disegni, nei primi numeri, troviamo Otto Schmidt e Juan Ferreyra entrambi con uno stile molto personale e adatto alla storia che Percy sta raccontando.
Schmidt in particolare, regala delle pagine con delle soluzioni che lasciano a bocca aperta per l’intensità emotiva.
Insomma, se vi mancava il vecchio Oliver Queen, non potete perdere questo fumetto.
Da oggi con l’iconico pizzetto biondo in più.

 

Aquaman

Cosa dire di Arthur Curry, sovrano di Atlantide?
In realtà che gli dovremmo tutti delle scuse
. Nell’immaginario di Internet degli ultimi anni, Aquaman è dipinto come l’eroe inutile per eccellenza. Già all’inizio del New52 però, Geoff Johns aveva reso chiaro a tutti che le cose non stavano così (anzi, consiglio di recuperare anche quella run, per chi se la fosse persa).
Successivamente, la sua stella si era appannata, ritornando nell’oblio da eroe di serie B, nonostante sia uno dei pesi massimi della DC. Personalmente infine ho trovato un ultimo guizzo solo in alcuni punti della run di Parker.
Ora alle redini della testata è giunto Dan Abnett e ha deciso di ritornare alle origini del personaggio. Al suo eterno nemico Black Manta e ai cari dubbi del buon Arthur, diviso tra i suoi retaggi: terrestre e atlantideo.
La serie parte molto lentamente, ma man mano costruisce dei comprimari interessantissimi, tra cui spicca Mera, determinata regina di Atlantide. La run, che in un primo momento potrà sembrare anche banale e appunto già vista, offre col passare dei numeri uno sguardo nuovo e sfaccettato sul personaggio.
Dal punto di vista grafico, nulla da segnalare. I disegni non sono eccezionali ma nemmeno brutti. Si lasciano guardare pur essendo dimenticabili. Qui la storia la fa da padrone.

The Flash

Flash è un personaggio predestinato. La nascita di Barry Allen ha dato inizio alla Silver Age. La sua morte ha segnato la fine della Crisi sulle Terre Infinte, in un qualche modo.
Il voler salvare la madre ha creato Flashpoint. E ora, un altro Flash (Wally West questa volta) ha generato il Rebirth. Barry Allen, come tanti suoi colleghi, non se la passava molto bene nelle mani di Robert Venditti. C’era bisogno, ancora una volta di tornare alle origini. Di una Rinascita.
Ed ecco Joshua Williamson giungere in soccorso del Velocista Scarlatto. La nuova serie è ciò di cui il personaggio aveva bisogno. Scritta bene e con una buona caratterizzazione dei personaggi che mira a gestire anche il rapporto tra Barry e il nuovo Kid Flash/Wally West. Ai disegni, troviamo quello che ad oggi, come ho detto anche in un altro articolo, sembra nato per disegnare Barry e soprattutto la Forza della Velocità. Carmine di Giandomenico si sta letteralmente superando (gioco di parole involontario ma quanto mai calzante).
I testi alla lunga potrebbero cominciare a sapere di già visto, ma il comparto grafico (in cui è presente anche il bravissimo Neil Googe), da solo, giustifica il prezzo di copertina.
La seconda e ultima testata di cui parlerò oggi è invece quella che negli USA (ma sono convinto anche qui da noi), sarà l’ammiraglia in quanto a vendite. Sto parlando ovviamente di Batman, che ha al suo interno:

Batman

Qui le cose sono difficili. Quello che King scrive è un Batman tanto classico quanto mai visto. È un uomo che sa di essere fondamentalmente in bilico, a un centimetro dall’Abisso. È un uomo condizionato da un evento, un trauma che non supererà mai nella sua vita, ma che ha scelto di non farsi limitare. Anzi. Bruce Wayne di Tom King è un pazzo che sa di esserlo.
Il primo arco narrativo apre immediatamente a qualcosa di più grande che sarà sviluppato soltanto nei numeri seguenti. Incidentalmente, è anche la parte più debole della primissima parte della gestione King.
Ai disegni troviamo inoltre il non sempre in formissima David Finch, anche se qui, aiutato anche da un diverso modo di raccontare dello scrittore stesso e dalla cupezza dell’ambiente, risulta essere molto più digeribile.
Ma il meglio deve ancora venire. È solo nel secondo story arc che Tom King scoprirà le sue carte, rivelando i suoi veri intenti. Si prospetta una lunga run. E i lettori del pipistrello possono stare tranquilli.

Detective Comics

Se dovessi scegliere il fumetto che in questo Rebirth mi ha maggiormente stupito non avrei dubbio alcuno: Detective Comics di Tynion IV, disegnato da Eddy Barrows ed Eber Ferreira tra gli altri.
Partiamo col dire che è un fumetto in cui Batman è quasi una comparsa sullo sfondo, almeno all’inizio. Una squadra comandata da Batwoman che ha, tra gli altri, elementi come un Clayface stranamente redento e determinato a fare la cosa giusta. L’azione spesso e volentieri lascia spazio alla caratterizzazione e ai dialoghi tra i personaggi; la vera anima di questo fumetto infatti sono le emozioni. Amore, rabbia, frustrazione… Ogni sassolino che cade può trasformarsi in una valanga emotiva in questa Gotham più buia che mai.
È una serie che fa stare sempre sulle spine. Ogni pagina girata potrebbe portare a un colpo di scena inaspettato.
Qualcuno diceva che esistono fumetti intelligenti e arguti. Altri che hanno dei disegni strabilianti o una trama interessantissima e poi ci sono semplicemente i fumetti belli.
Ecco, questo Detective Comics è “semplicemente” un fumetto bello. Molto.

Con i primi due spillati si chiude la prima parte della guida al Rebirth DC targato Lion.

Ma non temete, presto arriveranno le altre parti!