Fabrizio Nocerino

Creatore di Uncanny Comics., amante del buon fumetto, da anni prova ad essere meno geek, con scarsi risultati.

Wednesday Warriors #9

In questo numero di Wednesday Warriors:

I questa settimana sono usciti tanti fumetti interessanti ma, per fare un paragone musicale, se esce un nuovo album di inediti dei Led Zeppelin non ha senso parlare di altro. Per cui ci siamo dedicati a…

THE GREEN LANTERN #1 di Grant Morrison & Liam Sharp.

Bam’s Version

Chi è “the Green Lantern” del titolo di questa nuova serie? La copertina di questo #1 invita ad utilizzare il rasoio di Occam: Hal Jordan è la Lanterna Verde, la più famosa, la protagonista di quasi 60 anni di storie. Ma una volta aperto l’albo, la Lanterna Verde si mostra, imponente, riempiendo metà della prima pagina. La Batteria del Potere trionfa sui piccoli, azzurri Guardiani dell’Universo, intenti a comunicare con un’altra Lanterna, impegnata in una caotica missione su un pianeta-casinò. Basta girare la pagina per ammirare Liam Sharp riempire le tavole con strane creature aliene, un gigantesco ragno-pirata, un frenetico inseguimento e una Lanterna Verde in grado di manifestarsi sotto forma di virus influenzale.

Sharp cattura l’energia artistica provocatoria delle produzioni 2000AD ed averla aggiornata, canalizzando al meglio le influenze artistiche di Alan Davis, Ian Gibson e Mark White. Nelle prime cinque pagine si avvicendano caos e movimento, ma i dettagli non vengono assolutamente sacrificati: i personaggi mostrano subito tratti definiti, peculiarità contestualizzate alla follia intrinseca al Corpo delle Lanterne Verdi. Maxim Mox, Fleeze Flem, Thrilla-Tu e Chryselon sono le primissime Lanterne che Grant Morrison e Liam Sharp portano sulle pagine della serie e, da subito, al lettore resta la voglia di rivederle in azione.
La trama comincia a mettersi in moto, ammantando nell’ombra il villain di questa saga e le sue oscure motivazioni.

L’occhio si sposta sulla Terra, dove il lettore e i disegni possono respirare: dalle affollate visioni cittadine di Ventura, attraverso navi spaziali arricchite di ghirigori alla H.R. Giger e composte da metallo grezzo e sporco, ci avventuriamo nel deserto del New Mexico, che accoglie Hal Jordan, girovago e perso con gli occhi al cielo. Dopo aver passato la notte con la vecchia fiamma Eve Doremus e aver preso parte ad una tragicomica scazzottata con degli hobos, Jordan si trova impelagato nella seconda parte della trama del numero, costretto a rimediare al guaio intergalattico delle prime pagine; tre peculiari ma pericolosi assassini sono liberi sulla Terra e tocca a Jordan consegnarli alla giustizia. Morrison ne approfitta per ricreare il passaggio di consegna dell’Anello tra Abin Sur e Hal Jordan, un’eco alle origini del personaggio che chiude con stile l’introduzione del protagonista. Furia e distruzione aliena imperversano in città, ma con calma olimpica, esperienza sul posto di lavoro e sana, eroica arroganza, Lanterna Verde utilizza costrutti classici e cartooneschi – mani giganti, barattoli e blocchi di ferro – per riportare la calma e placare gli animi, arrestando i criminali. Quell’uomo un po’ sporco e senza lavoro, che ha intrattenuto i passanti prendendo a pugni dei vagabondi pochi minuti prima ha lasciato spazio ad un Eroe galattico in grado di sconfiggere tre criminali senza alzare un dito, come se urlare il Giuramento del Corpo delle Lanterne Verdi lo avesse trasformato in qualcun altro.

Se dovessimo dividere in capitoli queste prime 32 pagine, potremmo individuare la presentazione del problema all’inizio, un interludio che ci rivela il protagonista e la risoluzione del conflitto; in questa quarta ed ultima porzione di storia, Morrison & Sharp introducono la Nuova Oa e la macro-trama che dà il via ai 12 numeri di “The Green Lantern”. I Guardiani dell’Universo espongono l’Universo secondo le Lanterne Verdi, dando possibilità allo scrittore di scozzese di esporsi nella sua reinvenzione del Corpo delle Lanterne, ricostruito sotto una nuova luce e un’ottica ben più ampia, approfondito e ingigantito dalla concezione universale Morrisoniana; Sharp, nel frattempo, va oltre l’approccio britannico al comparto artistico e illustra un cosmo ricco di luci, infiniti kirby krackles e influenze europee figlie di Metál Hurlant, da Moebius a Druillet.
I Settori della galassia si espandono in un secondo, cinque pagine che sembrano quasi cosmogonia per quanto cariche di idee; un solido #1 finora diventa così una dichiarazione d’intenti, un manifesto programmatico che indica la direzione ma non porta limitazioni alla trama in divenire. Morrison si crea un tavolo da gioco infinito e colmo di folli possibilità da prendere al volo.

Aver dato questa enorme occasione a Grant Morrison e Liam Sharp significa, per DC Comics, avere gli occhi puntati su un futuro lucente, brillante di immaginazione e Volontà color giada e smeraldo. “The Green Lantern” monopolizzerà l’attenzione dei lettori per tutta la sua durata, un occhio di riguardo provato dal personaggio soltanto durante l’era Johns / Tomasi. Eppure, ci si trova di fronte a qualcosa di radicalmente diverso ed esaltante.

Gufu’s Version

Negli ultimi 10 anni, e forse anche di più, sono due gli autori che hanno contribuito in maniera determinante alla costruzione dell’universo DC così come lo conosciamo: Geoff Johns e Grant Morrison. Dalla Justice League a Flash, da Superman a Batman due si sono “rincorsi” nella definizione di quello che è forse il parco dei personaggi più iconico dell’intero fumetto statunitense e mondiale.
È quindi estremamente significativo che lo scrittore scozzese si trovi ora a dare voce al personaggio simbolo della carriera di Johns: Lanterna Verde.
Con questo Green Lantern #1 Morrison, com’era prevedibile, prende una direzione totalmente diversa da quella percorsa da Johns e per farlo si affida al tratto, oscuro e ai limiti del grottesco, del bravo Liam Sharp.
Il duo britannico si allontana dal racconto epico-supereroico impostato da Johns e che ha caratterizzato le gestioni precedenti, in favore di una nuova ambientazione più crudamente fantascientifica che richiama le atmosfere del 2000AD – storica rivista inglese che ha svezzato entrambi – degli anni 80/90.
Laddove Johns aveva allargato a dismisura il cast di comprimari e avversari, Morrison si concentra sul singolo Hal Jordan mettendolo in rapporto (conflitto?) con l’intero universo. Nelle prime dieci pagine dell’albo Sharp e Morrison ignorano il protagonista per mostrarci il loro cosmo, nuovi mondi alieni, nuovi personaggi e un nuovo look che destabilizza e affascina chi legge. Quando finalmente viene introdotto Hal ci troviamo di fronte a un personaggio complesso e travagliato, la drammatica distanza tra il suo ruolo di esploratore dell’infinito e la sua realtà terrena e terrestre lo rende un disadattato aprendo così una crepa nella corazza di spavalderia arrogante che da sempre caratterizza questo “Han Solo del fumetto supereroico”.
In questo lavoro di ridefinizione del personaggio e della serie gioca un ruolo cruciale il tratto dettagliato e cupo di Liam Sharp: il disegnatore inglese riesce a restituire ai lettori un universo tangibilmente alieno, diverso, fatto di personaggi e luoghi impossibili da ricondurre al vissuto quotidiano e alla narrazione canonica del fumetto supereroico; allo stesso tempo si dimostra assolutamente efficace nelle sequenze dal sapore quasi western ambientate sulla Terra.
Tutti gli aspetti del linguaggio fumetto in questo albo bilanciano le necessità del fumetto di intrattenimento con l’intenzione di densità narrativa portata avanti dai due autori: una densità che fa presagire un ciclo di storie ben più ambizioso rispetto al semplice “poliziesco fantascientifico” prospettato da Morrison durante le interviste rilasciate finora.
I due mettono tantissima carne sul fuoco (tra cui una pagina che farà tirare giù un paio di sacramenti dalle parti di Northampton) riempiendo così l’albo di interessantissime premesse sul futuro.

Wednesday Warriors #7 – Da Batman a Ghost Rider

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

GREEN LANTERNS #57 di Dan Jurgens e Mike Perkins

“End of the road” per le Lanterne Verdi…o almeno, lo sarà, fino all’arrivo di Grant Morrison.
Green Lanterns chiude la sua corsa al #57, serie lanciata con la Rinascita da Sam Humphries con protagonisti Simon Baz e Jessica Cruz, evoluta poi negli ultimi mesi in uno sguardo d’insieme all’intero Corpo delle Lanterne Verdi.
A Dan Jurgens è toccato l’arduo compito di calare il sipario e non l’ha fatto in maniera sommessa: ripescando fuori il suo pupillo, Cyborg Superman, Jurgens ha sfruttato al massimo le ultime pagine a disposizione per regalarci uno scontro titanico tra Hank Henshaw e l’intera legione smeraldo con il destino di Coast City in palio; al tavolo da disegno Mike Perkins in buona forma artistica, perfetto nelle sequenze action, meno pulito e composto nei momenti di quiete dopo la tempesta.
Un discreto numero finale, che cambia alcuni fondamentali elementi ed apre le porte al completo rilancio e ad un nuovo futuro per le Lanterne.

WHAT IF? MARVEL COMICS WENT METAL WITH GHOST RIDER #1 di Sebastian Girner e Caspar Wijngard.

Scritto da Sebastian Girner, editor e scrittore in Image, disegnato da Caspar Wijngard, What If? Marvel Comics si distingue immediatamente per le proprie scelte metanarrative, per un look avulso e un’audacia, finora, impensata dagli autori dei precedenti What If?
La “Marvel Comics” del titolo non è intesa come universo narrativo, ma invece come l’azienda Marvel, con C.B. Cebulski che riesce ad interagire con i propri personaggi senza distorcere la propria continuity o…il tessuto della realtá.
Girner, avvezzo al tono satirico e demenziale con Shirtless Bear Fighter, sceglie Robbie Reyes, il nuovo Ghost Rider, come protagonista di questo tour degli uffici Marvel in compagnia degli Hassenwald, gruppo black metal latveriano collegato ad una sempre più oscura serie di incidenti demoniaci ed occulti, avvenimenti macabri in grado di terrorizzare le menti dei loro fan, un presagio sottile ma efficace che lascia il sospetto nel lettore fino al momento cruciale della storia.
Il fumetto si trasforma presto in un delirio dal colore nero pece: il plot twist coglie alla sprovvista e la rottura dell’atmosfera iniziale è talmente netta e brutale che estranea chi sta leggendo, chiude gli strappi dimensionali tra il nostro mondo e quello dei fumetti, creando un incubo inaspettato e divertentissimo.

SHURI #1 di Nnedi Orakofor e Leonardo Romero.

L’effetto Coates riverbera ancora tra le mura degli uffici Marvel e l’onda di autori afroamericani e, in questo caso specialmente, afrofuturisti apre le porte a Nnedi Orakofor, autrice pluripremiata che ha bagnato i piedi in Marvel negli ultimi mesi ed ora ha finalmente l’occasione di scrivere la sua prima serie regolare.
Il debutto di Shuri é una gioia per gli occhi, non solo grazie agli straordinari disegni dell’erede di Chris Samnee Leonardo Romero, ma anche e soprattutto per l’atmosfera leggera, forte e positiva che trasmette la protagonista, un radicale cambio di tono dal lavoro di Ta-Nehisi Coates sul personaggio.
I colori vividi e vibranti di Jordie Bellaire animano un Wakanda tutto al femminile, colto alla sprovvista dall’assenza del proprio Re; Shuri si trova a dover elaborare la sua nuova posizione, insieme ad un misterioso compagno di chat e i suoi nuovi poteri, dono della sua esperienza nel Djalia, il “Valhalla” Wakandiano.
Orakofor firma un primo numero azzeccato e piacevole alla lettura, con qualche indizio sul futuro e una importante decisione che segnerá il percorso da qui in poi.

Gufu’s Version

JUSTICE LEAGUE #10 di Scott Snyder e Francis Manapul

Con questo albo comincia il crossover “Drowned Earth” con il quale Scott Snyder si assume il compito di “ricollocare” Aquaman all’interno dell’universo DC a seguito degli sconvolgimenti raccontati durante Dark Nights: Metal e sulla testata dedicata al supereroe acquatico.
Gestire un crossover è sempre un affare complicato, anche quando coinvolge un numero limitato di testate e autori come in questo caso, che rischia di snaturare l’identità delle serie coinvolte; in questo albo però Snyder riesce a introdurre l’evento, comunicandone al lettore la portata, continuando a sviluppare coerentemente la propria narrazione. La scelta, intelligente e “di mestiere”, di suddividere il gruppo in più team operativi, ognuno con la propria missione permette allo scrittore di raggiungere diversi obiettivi: riesce ad allargare il cast inserendo dei comprimari (Adam Strange e Firestorm) senza dare l’impressione di un albo sovraffollato, di portare avanti le sottotrame senza sacrificarle all’evento principale, infine gli consente di lavorare alle dinamiche tra i personaggi e sull’approfondimento dei singoli esponenti della lega.
Questo tipo di racconto richiede, di norma, un interprete che sappia rendere con efficacia la portata dell’evento senza perdere di vista gli attori principali; un disegnatore in grado di coniugare chiarezza espositiva a roboanti tavole in cinemascope. Questo interprete si chiama Francis Manapul che conferma il suo stato di grazia in ventidue pagine di virtuosismi che mettono su carta il blockbuster di Snyder aggiungendo a questo la sua innata capacità di rendere iconici i personaggi coinvolti.

AQUAMAN #41 di Dan Abnett e Lan Medina

Se Snyder e Manapul hanno confezionato il prologo di Drowned Earth come un blockbuster epico, Dan Abnett scrive il suo tie-in al crossover nella forma del disaster movie.
Strettamente legato a Justice League #10, Aquaman #41 racconta gli eventi visti dalla prospettiva dei cittadini di Atlantide mettendo Mera al centro di un albo privo del suo titolare. Aquaman è infatti disperso e la sua compagna, neo-sovrana di Atlantide, si trova ad affrontare questa crisi da sola.
Abnett è bravo a descrivere il conflitto di Mera con delle forze progressivamente più soverchianti, scavando nella psicologia della protagonista che, evidentemente, deve ancora prendere piena coscienza delle sue nuove responsabilità. Da questo duplice conflitto, extra-personale e personale, emerge un personaggio forte, nella personalità e nei poteri, e allo stesso tempo inesperto, quasi fragile, nella gestione del proprio ruolo. Abnett lascia in eredità al suo successore, la scrittrice Kelly Sue DeConnick, un personaggio femminile interessante e complesso. Meno appariscente e talentuoso di Manapul Lan Medina è quello che normalmente viene definito un disegnatore solido; il suo stile sobrio privilegia la chiarezza espositiva e la riconoscibilità dei personaggi restando fedele all’impostazione generale della testata. Alterna tavole di ampio respiro, che si adeguano all’impostazione da film catastrofico di cui sopra, a primi piani e inquadrature strette focalizzate sui protagonisti delle vicende riuscendo così a descrivere consistentemente il dramma che vede opposti (super)uomo e Natura.

BATMAN #57 di Tom King e Tony Daniel

Con questo numero si conclude lo storyarc “Beast of Burden” che vede opposto il nostro eroe a KGBeast reo di aver [non ve lo dico che sennò è spoiler e poi chi vi sente].
Come già successo con David Finch, e soprattutto nel ciclo I Am Bane, Tom King sfrutta lo stile muscolare e “anni ‘90” del disegnatore di turno per portare avanti il suo racconto su due binari: quello più strettamente d’azione – fatto di combattimenti, denti digrignati e uomini picchiati come la sella di un cosacco – e quello più introspettivo.
Tony Daniel disegna un’intensa sequenza di lotta nella quale il lettore percepisce vividamente la fatica dei due contendenti portati al proprio limite fisico alla quale fa da contrappunto un singolare racconto popolare russo. A differenza di quanto fatto in passato infatti, King non affida la ricerca introspettiva a dialoghi o a monologhi in didascalia ma delega questo compito alle tavole di Mark Buckingham nel quale ci viene raccontata una fiaba intitolata “Gli animali nel pozzo”, un racconto folkloristico raccolto e pubblicato da Aleksandr Nikolaevič Afanas’ev nel 1923, che racconta una cruenta parabola sulla “sopravvivenza del più forte” venata da quella crudele ironia tipica del popolo russo.
Ancora una volta King utilizza la storia di un personaggio, di un villain, per far emergere nuovi aspetti della personalità e della psicologia di Bruce Wayne: i recenti eventi hanno trasformato Batman rendendolo un personaggio diverso rispetto a quello conosciuto 56 numeri (e quindi 28 mesi) fa, facendo emergere, o riemergere, il suo lato più oscuro proprio nelle ultime pagine. Un finale che per modalità e personaggi ricorda uno dei capitoli più controversi della storia del personaggio: il Batman #420 del 1988 di Starlin e Aparo che lasciava KBeast, presumibilmente, a morire chiuso in una cella.

Wednesday Warriors #5 – Dai What if a Nightwing

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

WHAT IF? SPIDER-MAN #1 di Gerry Conway & Diego Olortegui.

Ottobre è arrivato e per la Marvel è il momento di porsi domande serie…per esempio, cosa sarebbe successo se Flash Thompson fosse stato morso dal ragno radioattivo?
Da veterano ragnesco qual è, Gerry Conway decide di prendere un classico comprimario delle avventure di Peter Parker e dargli il palcoscenico, rinarrando le origini dell’Uomo Ragno; non ci troviamo, però, di fronte al Flash Thompson eroico che conosciamo tramite l’Agente Venom. Conway sa benissimo rievocare i tempi del Flash bullo ed arrogante, una persona profondamente insicura sul suo futuro, frustrata, che si aggrappa ferocemente al poco che ha. La scelta dell’utilizzo di un narratore esterno, l’Invisibile, tarpa le ali ad un protagonista ed una storia che mostrano intriganti colpi di scena ma che una volta realizzati, sono soffocati dai costanti interventi estemporanei che troncano il potenziale sviluppo dei personaggi. Diego Olortegui inventa un buon costume per questo Ragno-Thompson e ricorda, in alcuni tratti, Todd Nauck, con chine e colori di Walden Wong e Chris O’Halloran che fanno il loro dovere e rendono la lettura piacevole. Si poteva fare di più…

WHAT IF? X-MEN #1 di Bryan Hill, Neil Edwards e Giannis Milogiannis.

I What If? si dividono in tre categorie: cambio di personaggi, di trama o di contesto: la scelta di Bryan Hill per questo What If? X-Men ricade nel terzo ambito. Nel mondo creato dall’autore, il cyber-spazio si è evoluto oltre il mondo reale, abitato da utenti comuni e dagli Exe, utenti in grado di modificare il proprio codice e quello intorno a loro, cambiando il loro aspetto e abilitá a loro piacimento. La metafora degli X-Men e della lotta al diverso viene sacrificata, dunque, in favore dell’esperimento narrativo alla “Matrix”, senza evitare, però, qualche accenno di discorso sociologico sull’evoluzione della tecnologia e la disparità tra ricchi e poveri, tra chi vede la convivenza tra utenti ed exe pacifica e chi, invece, crede nel potere superiore dei “mutanti digitali”. Una storia piacevole e curiosa proprio per le influenze cinematografiche (e non) che l’hanno plasmata, disegnata e divisa da due artisti: Neil Edwards, solidamente piantato con i piedi nel pericoloso mondo reale del roccioso Cable, e Giannis Milogiannis, che ci cala nel mondo virtuale, dove può esprimere tutte le sue influenze manga nella frenetica sequenza action con Domino e i Nimrod.

DOCTOR STRANGE #6 di Mark Waid e Javier Pina.

Terminata la scampagnata stellare del buon Dottore, Mark Waid decide di riportare Stephen Strange sul suo pianeta e tirare fuori dal cappello un personaggio visto nella sua vecchia miniserie “Doctor Strange: The Doctor Is Out”. L’operato dello scrittore su questa serie è stato finora discreto, ma assolutamente lontano dal must-read o sconvolgente: aver saputo adattare Strange al contesto spaziale (con un nuovo look, tra l’altro, firmato Javier Pina) è sì stato interessante e, alla fin fine, ben realizzato, ma con una premessa simile si doveva necessariamente fare di più. Con una premessa ben più semplice, Donny Cates aveva rivoluzionato l’intero assetto costruito da Jason Aaron, per fare un esempio.
Il ritorno sulla Terra dello Stregone Supremo apre vecchi portoni e introduce una nuova nemesi, ma continua a non avere quell’appeal che gli autori precedenti hanno saputo trasmettere al personaggio.

Gufu’s Version

SHATTERSTAR #1 di Tim Seeley, Carlos Villa e Gerardo Sandoval

Shatterstar è indubbiamente uno dei personaggi simbolo del fumetto supereroico anni ‘90, o quantomeno di un certo modo di intendere il genere, figlio della scuola di Rob Liefeld: azione, violenza, denti digrignati e anatomie improbabili.
Ed è proprio con questo stile che si apre l’albo, con un flashback che vede il nostro protagonista coperto di sangue e circondato dai cadaveri dei suoi nemici.
Già dalla seconda pagina però Tim Seeley delude i fan hardcore del fumetto “Extreme” mostrandoci il nostro eroe intento a svolgere compiti più mondani – spazzare la strada – dando al racconto una caratterizzazione più vicina allo “slice of life”. Questo contrasto tra le due vite di Shatterstar, sottolineato anche dall’alternanza di disegnatori, è anche il grosso indizio che Seeley ci dà sulla direzione che intende intraprendere in questa miniserie.
Il soggetto è tanto canonico quanto funzionale e affidabile: l’eroe “in pensione” viene costretto a tornare in azione a seguito di eventi tragici.
Si tratta di un soggetto ampiamente collaudato da decenni di letteratura, cinema e fumetti; non può fallire. Lo svolgimento purtroppo affossa quasi totalmente il ritmo di questo primo numero: la necessità di introdurre dei nuovi comprimari, di riepilogare la vita del protagonista ad uso dei potenziali nuovi lettori e di arrivare al momento topico dell’eroe entro le 22 pagine costringono lo scrittore a un lungo e frettoloso spiegone, narrato in terza persona tramite le didascalie, che va dalla prima all’ultima pagina.
L’effetto è quello di appiattire tutto il racconto, smussando qualsiasi possibile rilievo e arrivando a neutralizzare anche la scena cardine sulla quale si regge tutta la sceneggiatura.
Carlos Villa offre una prova in linea col compito affidatogli, narrazione, linguaggio del corpo ed espressività dei personaggi sono coerenti e solidi ma il tutto risulta privo di mordente e dà l’impressione di un talento imbrigliato dalle necessità di sceneggiatura elencate sopra. Più incisivo risulta invece il lavoro del pur meno dotato Gerardo Sandoval sui flashback, più affine allo spirito originario di Shatterstar.

NIGHTWING #50 di Benjamin Percy, Chris Mooneyham e Travis Moore

Nightwing #50 segna un punto di svolta apparentemente molto importante nella storia del primo Robin, gli eventi raccontati in Batman #55 hanno avuto delle ripercussioni significative su Dick Grayson e sul suo alter-ego, ammesso che quest’ultimo esista ancora.
Benjamin Percy, dopo un paio di prestazioni opache, lascia la serie con una storia decisamente convincente: l’albo esplora approfonditamente e in maniera convincente la vita e la personalità del nuovo Richard Grayson – o anche Rick Gray – ricorrendo anche al confronto con il “vecchio” Dick ripercorrendo uno dei suoi primi scontri con lo Spaventapasseri quando ancora vestiva i panni di Robin.
Percy riesce a rendere efficacemente il conflitto interiore, e il senso di estraniamento, vissuto dal protagonista e lo inserisce in un nuovo contesto, con nuovi comprimari e ambientazione, facendogli tagliare i ponti con il suo passato, Barbara Gordon compresa. Il tratto fotorealistico di Travis Moore ben si adatta alla narrazione degli eventi presenti e offre un interessante contrasto con il segno più espressivo e anni ‘90 di Chris Mooneyham incaricato dei disegni del flashback.
Non è ancora chiara la direzione che verrà intrapresa dal nuovo Nightwing ma la caratterizzazione sembra pericolosamente vicina a quella “ribelle” tipica di Red Hood (Jason Todd), e il fatto che la serie sarà affidata, dal #51 al #53, proprio a Scott Lobdell, che ha gestito Red Hood negli ultimi sette anni, rende questa ipotesi assolutamente plausibile.
Di conseguenza al plauso per un albo ben realizzato si affianca il legittimo dubbio sulla reale necessità di questa svolta. C’è davvero bisogno di un nuovo Nightwing?

Wednesday Warriors #3 – Da The Wild Storm al Ritorno di Wolverine

 

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

JUSTICE LEAGUE #8 di James Tynion IV e Mikél Janin.

Ritorna al centro del palcoscenico la Legione del Destino, protagonista di questo ottavo numero di Justice League. Dopo il gran finale di arco narrativo nello scorso numero, James Tynion IV sposta nuovamente l’attenzione del lettore: Luthor resta il nemico pubblico #1 per la Justice League e le sue azioni stanno togliendo equilibrio alla bilancia di forze in gioco. Il ritorno di uno storico personaggio della continuity DC viene ben integrato con la trama principale della serie, l’esplorazione della Totalità e il suo significato in ottica multiversale, mentre il diavolo custodito nel cuore della Hall Of Doom sembra pronto a contrattare la sua vasta conoscenza con una terrificante promessa.
Tynion IV sa perfettamente gestire egocentriche e lugubri personalità come Luthor, Joker, Sinestro e Grodd allo stesso momento, dando voce ai personaggi senza far pestare i piedi; Mikél Janin si conferma artista notevole, sempre pulito e con una maestrale gestione della tavola.
Anche se protagonista di poche pagine, i due numeri pubblicati finora hanno messo in luce la Legione del Destino quanto la sua controparte eroica, rimarcando sempre di più il concetto principale di questa run firmata Scott Snyder, il flusso e lo scontro di forze equivalenti insito nell’Universo DC.

 

VENOM #6 di Donny Cates e Ryan Stegman.

Si ami o si odi il personaggio, c’è da ammetterlo: il lavoro di Cates & Stegman è stato enorme, audace e per certi versi rivoluzionario. L’autore ha scavato per tirare fuori una ret-con figlia di Jason Aaron e del suo primo Thor, coraggiosa ma vera boccata d’aria fresca per Eddie Brock & simbionte, finalmente usciti da un tunnel di mediocrità chiamato Mike Costa.
Il sesto numero della serie spinge sull’accelleratore prima dello stop: Venom e “Rex” si trovano a dover affrontare il terrificante Knull, Primo Dio dell’Abisso, unendo le proprie capacità in un mix di violenza aliena e armi da fuoco terrestri. Stegman, anche in questo numero in stato di grazia, ci tiene a rimarcare al lettore quanto sia in debito con gli anni ‘90, esplodendo in un tripudio di spade, bombe a mano, fucili e simbiotico liquido nero. Il risultato dello scontro, orchestrato e coreografato senza pecche, diventa importantissimo e cambia nuovamente le logiche del rapporto ospite / simbionte: Eddie sembra davvero non avere pace, ma data la sua natura “eroica” di questa serie, riuscire a creare empatia verso questo bastardo sembra essere perfettamente nelle corde di Cates.

THE WILD STORM #17 di Warren Ellis e Jon-Davis Hunt.

Il viaggio attraverso l’America di John Lynch non é ancora concluso: il progetto Thunderbook, ormai sotto copertura e fuori dai suoi radar da tempo, è nel mirino delle Operazioni Internazionali e, nella guerra contro Skywatch, potrebbero rivelarsi l’arma vincente. È una corsa contro il tempo e Warren Ellis lo sa benissimo.
Accompagnato da un Jon-Davis Hunt in splendida forma e sempre più padrone della pagina e delle sue vignette con il proseguire della storia, l’autore divide questo diciassettesimo numero di The Wild Storm in due parti; come accennato, alle prime dieci pagine il compito di introdurre un nuovo membro dell’ex Thunderbook, Stephen Rainmaker. Anche in questa occasione, i dialoghi e le parole usate mescolano familiarità tra i personaggi ma anche distacco emotivo, paura, dissenso, giocando sempre con la tensione tra Lynch e i suoi “figli”.
Quasi a sorpresa, la seconda parte dell’albo si prende la libertà di mostrarci il secondo, inquietante confronto vis-a-vis con i terrificanti Daemon, la razza di alieni ancestrali che ha deciso di riportare l’equilibrio in un mondo ormai fuori scala, incapace di ritrovare un bilanciamento. In una storia che non sembra avere una netta divisione tra eroi e villain, i Daemon sono certamente alcune delle figure più maligne introdotte da Ellis finora.
The Wild Storm continua a essere una delle letture migliori del mese in DC, un thriller fanta-politico che non sembra avere nulla a che fare con le figure ipertrofiche dalle quali prende ispirazione.

Gufu’s Version

RETURN OF WOLVERINE #1 di Charles Soule e Steve McNiven

A quattro anni dalla sua morte torna Wolverine, quello vero, non un clone, non una sua versione futuristica, non un figlio ecc… ma proprio il Logan morto in Death of Wolverine, e a farlo tornare sono proprio gli artefici della sua morte: Charles Soule e Steve McNiven.
Sebbene in questo primo albo venga detto relativamente poco, la storia risulta di facile approccio anche a chi è a digiuno della recente cronologia di Wolverine, segno che si tratta di un progetto determinato a richiamare all’ovile i fan storici del mutante canadese.
Cosciente dei punti di forza storici del personaggio Soule reintroduce il mistero nella vita di Logan: troviamo il nostro eroe coperto di sangue, in un laboratorio semidistrutto situato chissà dove, confuso, con ricordi frammentari e con un nuovo avversario, Persephone, anch’essa misteriosa. Lo scrittore rifugge dall’uso della classica narrazione per didascalie introspettive, trademark del personaggio sin dalla gestione di Claremont, per sperimentare un dialogo tra le varie personalità – o versioni –  di Wolverine descrivendo una sorta di schizofrenia che offre una serie di prospettive interessanti.
Il punto forte dell’albo è sicuramente la resa artistica, Steve McNiven si esibisce in una serie di virtuosismi che puntano a riproporre lo stile di Barry Windsor Smith riuscendo a catturarne l’eleganza pur essendo evidente che il disegnatore si trovi in una fase intermedia della sua sintesi nella ricerca di uno stile più personale.
Ad azzoppare parzialmente il lavoro di McNiven ci pensano purtroppo gli inchiostri discontinui di Jay Leinstein, capace di valorizzare il tratto nelle prime pagine e di renderlo goffo e grezzo alla fine dell’albo, e i colori di Laura Martin, troppo scuri e pesanti che forse tendono a coprire il lavoro dettagliato fatto sulle linee.

MISTER MIRACLE #11 di Tom King e Mitch Gerads

Penultimo capitolo di quello che è, qualitativamente parlando, probabilmente il punto più alto della carriera di Tom King fino a oggi, complice anche l’incredibile lavoro di Mitch Gerads capace di sfruttare al meglio un vincolo apparentemente castrante come quello della griglia fissa a nove vignette.
I due autori riescono a convogliare i propri talenti in uno stile che coniuga dramma e humor – esemplare in questo senso la pagina in cui Darkseid mangia le verdure -, epicità e quotidianità, capace di coinvolgere e appassionare fino all’ultima vignetta. L’albo si chiude con un twisted turn degno di M. Night Shyamalan, che tutti, più o meno, ci aspettavamo ma che ci lascia comunque curiosi sugli sviluppi possibili dell’ultimo capitolo.

 

PEARL #2 di Brian Michael Bendis e Michael Gaydos

In questo secondo capitolo vengono confermate le impressioni, buone e cattive, date dal primo albo: Brian Michael Bendis sviluppa una sceneggiatura attorno a un soggetto essenziale teso principalmente a sottolineare e valorizzare l’abilità compositiva e virtuosa di Michael Gaydos. I punti forti dell’albo risultano infatti essere quelli in cui l’artista viene maggiormente lasciato libero di sfogare la propria verve senza vincoli narrativi di sorta: le spread page in cui vediamo la protagonista intenta nel suo lavoro di tatuatrice sono indubbiamente le più appaganti di tutto l’albo.
La trama, imperniata su Yakuza e omicidi, è probabilmente l’elemento meno interessante, un mero pretesto per un’esposizione fatta di pop-art e dialoghi brillanti figli dell’indiscusso talento da paroliere dello scrittore. Mestiere e sapiente gestione del ritmo però non bastano però a coprire la sostanziale assenza di una vera sostanza, un’inconsistenza narrativa di fondo. Probabilmente il quadro generale sarà più apprezzabile una volta che la serie verrà raccolta in volume.

“La Rabbia” tra le strade di Quindici – Intervista a Vivenzio e Falzone

rabbia shockdom copertinaUna vetrina, come può essere quella del Napoli COMICON, può essere il punto di svolta per giovani autori e artisti; scalciando, graffiando, prendendo a morsi editori e colloqui, i Nuovi Fumettisti Italiani sono i nomi più rumorosi, anche confrontandosi con grandi ospiti.
La voglia di andare avanti nel mondo del fumetto e far sentire la propria voce valica confini immensi e, dietro piccoli e grandi stand, i volti di chi presenta le proprie storie sono pieni di grinta ed energia.

Salvatore Vivenzio, classe 1997, e Gabriele Falzone, 1996, sono due ragazzi che hanno già unito le forze nel bell’esperimento di Gamble, pubblicato dall’Associazione Lettori Torresi nel 2017.
Da una storia urban con uno strano e suggestivo plot twist fantasy, Vivenzio e Falzone decidono adesso di raccontarci di Cesare, ragazzo di Quindici, provincia di Avellino, mescolando le punte autobiografiche dello stesso Salvatore Vivenzio ai racconti generazionali che circolano nel paese irpino.
Cresciuto in una zona che cerca di rialzarsi dal terremoto e vive, male, sotto il dominio camorrista, il protagonista di La Rabbia, pubblicato da Shockdom, affronta il mondo sul ring, innamoratosi da giovane della boxe e deciso a trovare la propria forma di riscatto con i guantoni alla mano.

Grazie ancora a Shockdom, ho potuto intervistare gli autori dell’opera.


Salvatore, la mia prima domanda è molto semplice: quanto è difficile parlare, raccontare del tuo paese, della tua famiglia e di come questi due elementi siano così profondamente connessi?

Vivenzio – Molto spesso è difficile raccontare storie personali… Per me, La Rabbia è un viaggio catartico, un percorso a ritroso per comprendere da dove vieni, chi sei realmente.
Una cosa che mi è sempre stata detta, sin da piccolo, è che non puoi sapere dove vai se non sai da dove vieni.
A volte può essere difficile e complicato, ma fare questa strada all’indietro credo sia necessario.

So bene quanto La Rabbia sia legata al contesto famigliare, alla figura paterna, la tua in particolare; pensi che il processo di scrittura ti abbia permesso un nuovo approccio, ti abbia dato nuova luce e fatto conoscere meglio tuo padre?

Vivenzio – Sicuramente sì, con La Rabbia ho sentito di recuperare le radici e il rapporto con la mia famiglia, della quale ho scoperto addirittura cose che non conoscevo, ho conosciuto sfumature nascoste.
L’aspetto e il legame personale è stato importante e fondamentale.
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La Rabbia, tra l’altro, è un fumetto convenzionato proprio con il Comune di Quindici. È stata una sorta di esperienza collettiva, dunque, per un piccolo paesino che ha vissuto una graphic novel dedicata a un periodo storico, si può dire, abbastanza buio.
Hai ricevuto qualche segno dal paese, da chi ti conosce da piccolo, da chi si è voluto complimentare… Quanto si è fatta sentire Quindici durante la lavorazione della storia?

Vivenzio – [ride] Diciamo che ho ricevuto segni d’affetto ma anche alcuni un po’, come dire, ambigui.
Scherzi a parte, c’è stato un po’ di rumorio perché, come ben sai, a volte non si vuole si parli di certe cose, poi il paese è piccolo e la gente parla, puoi immaginare cosa voglia dire discutere di camorra e simili.
C’è stato chi si è avvicinato e mi ha detto “Ah, ma io mi ricordo di te, di quand’eri piccolo, che bello vederti fare queste cose, scrivere” così come c’è stato chi mi ha detto che era meglio non dare una certa immagine del paese.
Io ho semplicemente cercato di raccontare un paese, per me comunque, molto affascinante e pieno di contraddizioni, con molte sfumature negative e positive allo stesso tempo.
Era l’ambientazione adatta a raccontare la storia di Cesare.

Per quel che riguarda il pugilato invece, un tema molto importante ne La Rabbia, avevi qualche base o hai incominciato da zero?

Vivenzio – Io di pugilato non sapevo quasi nulla! La storia è nata perché, con il disegnatore Simone D’Angelo, era partita l’idea di realizzare un fumetto sulla boxe, ma gli dissi “Guarda, io di boxe non so nulla…dammi un paio di mesi che mi informo, almeno!” e iniziai a leggere Jack London, Il Pugile di Reinhard Kleist, qualche film, tra cui i miei preferiti, Toro Scatenato di Martin Scorsese e un docu-film chiamato When We Were Kings dedicato all’incontro tra George Foreman e Muhammad Alì a Kinshasa.rabbia pagina 2

Voglio spostarmi adesso sul lato artistico e fare qualche domanda a Gabriele [Falzone].
Tu vivi a Milano ma hai saputo raccontare la quotidanità e le strade di Quindici. Quanto ti ha aiutato Salvatore nello scoprire le sfumature urbane del paese?

Falzone – Grazie a Salvatore ho potuto vivere un po’ Quindici anche da lontano.
Oltre alle reference visive, come le fotografie che ogni tanto mi mandava, ho sentito soprattutto il bisogno di provare a girare le strade e proprio insieme, dopo un suo invito, abbiamo girato Quindici e mi sono subito innamorato dei vicoli, dei palazzi, c’era quasi del romanticismo nel vedere residui del terremoto ancora oggi.
Poi vedere l’attaccamento affettivo di Salvatore per il proprio paese ti aiuta a mettere in chiaro molte cose sul come poi disegnarlo.

Mettiamo un po’ da parte l’aspetto romantico de La Rabbia, perché, come detto prima, in questa storia il pugilato ne è una componente importante, lo trasforma quasi in un racconto di sport; c’è un’energia particolare, di potente nella boxe.
Artisticamente parlando, a chi ti sei ispirato, da chi hai appreso lezioni per canalizzare il movimento e la forza del pugilato sulla tavola?

Falzone – Guardando proprio ai fumetti, devo assolutamente citare di nuovo Reinhard Kleist, ho assimilato il suo uso delle vignette storte durante gli incontri, per aggiungere dinamismo.
Tecnicamente, il mio approccio al bianco & nero viene da autori come John Paul Leon, Tommy Lee Edwards…posso solo sognare di arrivare a quei livelli, ma per ora direi ho raggiunto un buon risultato! [ride]
Poi ho cercato di studiare al meglio le risposte del corpo ai pugni, tramite YouTube, video di incontri, mi sono guardato in giro, ecco.

Tu e Salvatore Vivenzio avete già collaborato in precedenza, con Gamble, una storia profondamente diversa ma che si può accomunare tramite l’ambientazione urbana, sebbene anche qui in un contesto lontano
Come è cambiata l’esperienza tra i due lavori, Gamble e La Rabbia?

Falzone – Diciamo che la differenza principale è puramente geografica, dato che Gamble era ambientato in America e La Rabbia in Italia; ho voluto dare compattezza, una rigidità tutta italiana alle tavole e alle ambientazioni de La Rabbia che in Gamble non traspariva, dati gli obiettivi larghi, tanta dilatazione.
Se c’è qualcosa che La Rabbia ha ereditato [da Gamble] è il tratto sporco, che puoi notare nelle mura, nelle strade…

Qual è il prossimo passo, che idee ci sono per il futuro?

Vivenzio – Beh, da Gamble saprai che dopo la grande rivelazione del fumetto avevamo lasciato tutto molto aperto, quindi, se ce lo finanzieranno [ride], ci farebbe piacere ritornare a quel progetto.
Comunque sia, ci sono davvero mille idee: qui al COMICON è appena uscito l’antologico del collettivo La Stanza (Ultimi Giorni nda.), è uscito La Veglia con Chiara Raimondi per Associazione Lettori Torresi, qualche progetto web.
Fortunatamente sia io che Gabriele siamo molto giovani e la strada è ancora lunga.

Vampiri & Texas / “Redneck” di Donny Cates & Lisandro Estherren

Ammettiamolo: attualmente, potremmo tranquillamente fare a meno di storie sui vampiri per i prossimi trent’anni e rimarremmo comunque stracolmi di pagine e pagine da leggere.

Senza scomodare Bram Stoker, potremmo passare mesi a leggere della Carmilla di Le Fanu, dell’invasione vampirica di Stephen King in Le Notti di Salem, del bizzarro dialogo di Anne Rice in Intervista Col Vampiro.
E da Intervista Col Vampiro si passerebbe al cinema, con il terrificante Nosferatu di Murnau, i Ragazzi Perduti di Joel Schumacher (che con i pipistrelli ha qualche precedente…) aggiungendoci anche gli esperimenti di Abel Ferrara in The Addiction o le atmosfere surreali di Matt Reeves in Let Me In.

Di vampiri, come ho detto, se ne sono lette e viste di tutti i colori.
È giusto, dunque, sottolineare quando un autore decide di provare nuove strade e tentare qualcosa di nuovo.


Redneck copertina

Astro nascente del fumetto americano, un po’ rockstar  e figlio del suo Texas, Donny Cates decide di lasciare la sua vena creativa scorrere liberamente e lasciare schizzi di sangue proprio sul Texas nella nuova serie Image Comics / Skybound: Redneck.

Accompagnato dal disegnatore argentino Lisandro Estherren, Cates vuole scrivere qualcosa di familiare, aggiungendo l’elemento soprannaturale: Redneck è infatti l’unione dell’esperienza texana dell’autore a Sulphur Springs, la sua città natale e ambientazione della storia, e la passione per i vampiri.

Al centro di questo primo volume di Redneck – In Fondo Al Cuore, pubblicato da SaldaPress, troviamo la famiglia Bowman: il padre-famiglia JV, lo zio sgangherato Bartlett, la piccola Perry e i figli più grandi, Slap, Seamus e Greg; nascosto, nel cuore della casa, vive ancora il Nonno… Ma, del Nonno, si parla sempre con gran timore.

Cates ed Estherren cominciano subito a storcere la formula tradizionale: questa famiglia di vampiri non vola nel cuore della notte, non cala sui passanti per mordere i loro saporiti colli umani, non si crogiola nel lusso di immense magioni tetre.

La famiglia Bowman è semplicemente una famiglia di vampiri che cerca di sopravvivere, che gestisce il ristorante barbeque in città e vive con il sangue delle mucche e dei maiali che portano al macello.
Confondersi con la gente, o almeno, evitare di tornare alla guerra costante con gli esseri umani significa sopravvivere un altro giorno; il world-building di Cates è silenzioso e, se in alcuni punti latita o sembra frettoloso una volta superate la prima ventina di pagine, risulta tutto più coeso e compatto passata la metà di questo primo volume.
C’è molto di più, in questo mondo, dietro la cittadina teatro dell’azione…

Sulphur Springs e la presenza della famiglia di vampiri si incastrano e si muovono insieme nella costruzione delle gerarchie, che, come Cates stesso racconta in varie interviste, passano tutte attraverso controverse ma familiari figure di potere come il sindaco, lo sceriffo, il prete.

La città diventa sempre più piccola e sempre più opprimente, comincia subito a porsi in secondo piano ed essere sempre più un pericolo per la famiglia: da un lato il potenziale distruttivo e sanguinario dei Bowman potrebbe venir scatenato in un istante, dall’altro abbiamo un serpeggiante senso di sfiducia e paura che rende gli animi tesi e bollenti.
Il pericolo è da entrambe le parti e coinvolge tutti.

Redneck eng
Gli stessi Phil ed Evil, aiutanti umani dei Bowman, vivono la collaborazione con i vampiri come un semplice lavoro, senza mai lasciarsi andare in esternazioni di gratitudine o di velato apprezzamento per i loro datori di lavoro.
I Landry, guidati dal capofamiglia Padre Landry, sono la frangia più violenta che mina alla tranquillità dei nostri “eroi” vampiri: Sulphur Springs si divide, dunque, tra chi “non vuole problemi e non ne cerca” e chi invece si trova sempre più infastidito e impaurito dalla presenza di mostri immortali.

È proprio questo conflitto interno a provocare il casus belli di Redneck: la cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso arriva in maniera violenta e inaspettata a chiudere il primo capitolo della storia, lasciando i Bowman a raccogliere i cocci: i rapporti iniziano a stridere in maniera disturbante, mettendo a nudo la fragilità di esseri potentissimi eppure sempre più umani.

Da questo turbamento e questa rottura di status quo, la scrittura di Cates comincia a brillare davvero; anche in famiglia si inizia a respirare aria diversa, rarefatta quasi: gli istinti primordiali e bramanti sangue dei Bowman iniziano a spingere e a mettere in dubbio la stessa natura che la famiglia ha duramente costruito.
Testa contro testa, il capo-famiglia JV inizia a sentirsi scivolare il mondo dalle mani…C’è voluto davvero così poco per rompere l’equilibrio? Sarà possibile ricacciare indietro il mostro o per i Bowman il cambiamento è definitivo? Perché ci si fida così tanto dei nostri fratelli, anche quando questi continuano a deluderci?Redneck burn

Le matite di Estherren distorcono i volti e rendono tutto grottesco, cupo, quasi fosse davvero uscito da Nosferatu; a valorizzarli ancora di più troviamo i colori di Dee Cuniffe, che variano dalle calde tinte dei tramonti al rovente calore del fuoco, cullando poi i sogni di sangue nel blu notturno.
La combinazione dei due crea un’atmosfera orrorifica, raggiungendo picchi da vero incubo una volta conosciuto il Nonno, figura che si rivela fondamentale nelle dinamiche famigliari e che inizierà a scatenare angoscia non solo nei Bowman, ma anche nel lettore stesso.

La lettura di Redneck – In Fondo Al Cuore scorre freneticamente e cattura sin dalle prime battute, forte della sua natura in crescendo; un necessario flash-back costringe l’escalation a una battuta d’arresto improvvisa, necessaria alla già citata costruzione del mondo, in grado di rivelare importanti retroscena sull’origine della famiglia Bowman e su quanto profondo possa celarsi il seme del male, del dubbio, ma soprattutto del contrasto e del dissidio in una sola famiglia.

Gli ultimi due capitoli permettono al team creativo di chiudere in bellezza questo primo volume, con tanta azione, quasi inaspettata visto il ritmo della storia, e una rivelazione cruciale all’intero primo arco narrativo, impostando la rotta per il futuro della serie e cambiando parecchie carte in tavola.

Una consigliata lettura, non solo per l’originalità del concept iniziale, che mescola le atmosfere BBQ-southern drama di Southern Bastards di Jason Aaron, di cui Cates è pupillo, ma anche per la semplicità e la classe nell’esecuzione di un dramma familiare sapientemente costruito.
Aggiungeteci un buon mistero e il piatto è pronto… Al sangue, preferibilmente.

The Real Cannibal: Ed Gein – La madre di tutti i serial killer

Ed GeinChiedete a un appassionato di film dell’orrore, di splatter e gore quali sono i suoi preferiti e avrete una buona possibilità di sentirvi nominare Psycho e Non aprite quella porta.
Due pellicole incredibili, ricche di suspense, tensione, puro raccapriccio verso la follia e la crudeltà umana, entrambi in grado di regalare personaggi memorabili come Norman Bates e Leatherface.

Sembra assurdo pensare, dunque, che queste due icone della morte al cinema siano figlie della stessa vera persona, la fonte d’ispirazione che illuminò Robert Bloch e sconvolse l’opinione pubblica nel 1957 in America e in tutto il mondo: Ed Gein, il Macellaio di Plainfield, serial killer, tombarolo, mostro dalla mente deviata.

Edizioni Inkiostro decide di dedicare il nuovo volume della sua collana The Real Cannibal proprio a Gein, dopo aver esplorato le vite omicide di Andrej Cikatilo e Charles Manson.

Scritto da Jacopo Masini e disegnato da Francesco Paciaroni, con una piccola introduzione di Rossano Piccioni, Ed Gein – La madre di tutti i serial killer racconta la vita di Gein partendo dal momento clou, dal climax, l’irruzione nella Fattoria Gein e la scoperta dei “trofei” finemente costruiti dalle sapienti mani di Ed.

La polizia di Plainfield si ritrova uno scenario raccapricciante di fronte: una donna decapitata e mutilata a partire dagli organi genitali, appesa tramite funi al soffitto, una testa mummificata, lampade, poltrone, sedie costruite in pelle umana; una veste mammale, teschi usati come tazze, set di posate in ossa umane.

Masini decide di approcciarsi alla biografia dell’assassino con una narrazione che ruota intorno a flashback “strategici”, raccontando i primi segni di disturbo mentale a partire dall’infanzia e seguendo la crescita di Gein, accostando gli sguardi nel passato a una esplorazione della mente del killer dopo l’arresto.

Ed Gein 2Si può notare con quale vérve si racconta di un giovane Gein costretto a subire l’oppressione psicologica della madre, quello che sarà leit motiv non solo della vita del protagonista, ma anche chiave di lettura delle sue azioni.
L’intensità dei dialoghi, i volti distorti dallo stile essenziale, graffiante, scomodo e quasi scarabocchiato di Paciaroni illustrano un rapporto morboso e ripugnante, ammantato da una disgustosa integralità religiosa che maschera ignoranza e una paura innaturale nell’Altro, una paura che si trasforma in odio anche verso gli stessi membri della famiglia.

La madre di tutti i serial killer non ha intenzione di raccontare con censura, ma anzi indugia negli attimi più raccapriccianti, che spaziano dal tagliare le teste di corpi riesumati alla masturbazione compulsiva di Gein, che con il passare del tempo dimostra sempre di più i logoranti segni dell’influenza materna.

Le forze dell’ordine, gli abitanti di Plainfield e il “cast secondario” del fumetto sono principalmente uno specchio dell’opinione pubblica del tempo, mai venuta a contatto, finora, con una tale efferatezza; dopo la Guerra, l’America dei suburbs sembrava un luogo magico dove l’hard working American poteva vivere una vita tranquilla insieme alla propria famiglia.
Gein e i suoi omicidi, la sua pazzia, cambiarono il modo di vedere il vicino, misero in guardia sui mostri che potevano annidarsi anche nei più insospettabili e quieti vicini di casa.

Il fumetto non stupisce, non esalta, ma perché non è quello il suo compito: l’elemento biografico è talmente sporco e tristemente reale di suo che è la realtà a dover mettere paura, la concezione dell’esistenza di un uomo così lontano dalla normalità a incutere un senso di timore nel lettore.
Masini & Paciaroni ci riescono perfettamente, mostrando lati nascosti, segreti, pubblici e ormai leggendari di una figura malata; Ed Gein torna a fare paura sul serio e la EdInk si conferma come la dimensione più adatta per i fanatici dell’horror nostrano.Ed Gein 2

Kids With Guns – Magia, Pistole e Dinosauri

Kids With Guns, Capitan ArtiglioJulien Cittadino, in arte Capitan Artiglio, nasce nel 1993 proprio come il sottoscritto.
Intorno al 1993, andando un po’ avanti con il tempo, Jurassic Park divorò i box-office, due videogame cult come Doom e Secret Of Mana cambiarono una generazione di videogiocatori, I Simpson erano sulla cresta dell’onda e le Tartarughe Ninja andavano a trazione anteriore, mentre venivano sfornati altri cartoni dalla qualità altalenante come Biker Mice From Mars e gli Street Sharks; la giappo-invasione si preparava a sbarcare nel Bel Paese, a soli due anni di distanza dalla pubblicazione di Dragon Ball in Italia e con Mediaset che preparava il campo alla messa in onda di tutta la serie Dragon Ball Z.
Si può dire, dunque, che capisco il contesto mediatico che traspare dalle pagine di Kids With Guns, opera prima di Capitan Artiglio, pubblicato da Bao Publishing.

La generazione degli inizi degli anni ‘90 è molto strana; ufficialmente, si può parlare di loro come millennials, che corrono sulla scia underground e ribelle della generazione X e si affacciano alla generazione Y dei social media e dello sharing ossessivo-compulsivo.
Capire le sfumature di nostalgia, influenze mediatiche di un cinema che scopriva la potenza dei computer, videogiochi che esplodevano in popolarità e proprietà intellettuali che hanno formato la nostra persona è complicato, ma non impossibile.

L’esperimento di proporre un fantasy western è davvero audace, specialmente considerando che si tratta solo del primo volume di una trilogia, un’opera dunque che si prospetta ben più ampia di come si presenta nelle fitte 205 pagine del fumetto.

Kids With Guns comincia proprio come un western dovrebbe, mettendo bene in chiaro che i protagonisti sono ben altro che brave persone; figli del leggendario Bill ‘La Morte’ Doolin, Duke, Dan e Dave Doolin sono tre banditi che si ritrovano in un misero bar dopo un colpo andato a male, con grosse taglie sulla testa… e una bambina muta al fianco di Dave, senza nome e dai grandi occhi verdi.

Sebbene i dialoghi non siano sempre perfetti e spesso cascano in cliché forse eccessivamente datati anche per un western, l’inizio della storia racconta la base necessaria dal quale partiranno poi i fili narrativi del primo volume, specialmente dopo aver introdotto i Teschi di Moloch, artefatti occulti e oscuri che permettono al possessore di risvegliare poteri sopiti.Kids With Guns, Capitan Artiglio

Si può già notare come Kids With Guns non sia un fumetto col freno a mano tirato, ama mischiare elementi diversi e combinarli in un unico mondo.
Le gigantesche città, costruite in grossi blocchi, con case ammassate l’una sull’altra, ricordano i paesaggi urbani del manga e di Hayao Miyazaki viste con lo sguardo iper-dettagliato di Geoff Darrow; i protagonisti nascondono anch’essi lo spirito orientale con tocchi più occidentali, che ricordano autori come Brandon Graham e Ulisses Farinas.
Il character design di molti personaggi principali, antagonisti compresi, racchiude le già citate influenze cartoonesche da entrambi i lati del globo culturale, mostrando armature da road warriors á la Mad Max, animali antropomorfi in giacca di pelle, violenti bracci della legge usciti fuori da un episodio di He-Man.
DKids With Guns, Capitan Artiglioa non dimenticare, ovviamente, i dinosauri, vero punto di forza dell’arte di Capitan Artiglio; potenti, fumettosi, letali, veloci, coloratissimi e sempre particolari.

Posta in questo modo, l’atmosfera di Kids With Guns sembra un grosso minestrone che cita, omaggia e tributa un’infanzia nostalgica di giocattoli e cartoon.
Ma, graficamente, il mondo della storia risulta coeso e credibile: una volta lasciata andare la mente, questo universo partorito dalla fantasia dell’autore risulta sorprendentemente coerente con la storia che Capitan Artiglio cerca di raccontare.

Porre delle solide radici per un mondo così vasto risulta più facile da illustrare graficamente piuttosto che descriverlo narrativamente.
Se, come detto, il fumetto è un bel fumetto da osservare svilupparsi sulle pagine, è un po’ più difficile star dietro con i dialoghi, specialmente quelli tra i Fratelli Doolin, a mio avviso uno dei punti deboli della serie.
Il tempo trascorso con loro non li rende interessanti a sufficienza da rimanere investiti nella loro trama personale, una poco avvincente corsa al recupero di un bottino perduto che si dimostra essere piú una vetrina per mettere in mostra i poteri soprannaturali dei quali entreranno in possesso.

Fortunatamente, i Doolin sono protagonisti secondari, dato che, superato il primo centinaio di pagine, è la Bambina a diventare assoluta protagonista, permettendo all’autore di scatenarsi e lasciarsi andare alle influenze shonen manga che pulsano nelle vene di questo personaggio.

L’aspetto piú affascinante del fumetto è senza dubbio osservare l’evoluzione di questa piccoletta con la cresta, creta da modellare in un mondo in cui sopravvive chi spara per primo e chi ha il carattere adatto per sopravvivere; a lei il compito di prendere in mano l’action  del finale del volume, con scontri a cavallo di giganteschi sauri scarlatti, battaglie contro criminali minorenni dalla personalità infuocata e il sogno di diventare una vera e propria rockstar.

Il “To be continued…” che chiude questo primo exploit di Capitan Artiglio promette tanto: c’è la sensazione di trovarsi di fronte a una storia che sa benissimo di cosa e di chi vuole raccontare ma è ancora ingabbiata da schemi, cliché e tropes dei generi che ha scelto come veicolo della storia.
Se il western sta stretto e rallenta il racconto, il fantasy e lo shonen, il battle manga, meglio si adattano ai punti forti del fumetto; a fronte di un world-building non eccellente e dialoghi che hanno un necessario bisogno di limatura, Kids With Guns di Capitan Artiglio ha tempo e spazio per svilupparsi al meglio delle sue potenzialità.

Devilman Crybaby – L’infernale recensione

Quando il colosso dello streaming-service Netflix annunciò la sua prima serie anime, Castlevania, l’attenzione si spostò verso le nuove possibilità che si erano improvvisamente aperte per gli studi d’animazione, giovani e veterani, che avevano tutta l’intenzione di spostarsi su una piattaforma globale, digitale e pronta a investire.

Poco più di un mese dopo, infatti, Netflix decise subito di spingere l’acceleratore, rivelando al mondo Devilman Crybaby, una produzione che si proponeva di modernizzare e riportare alla luce il pilastro dello shonen Devilman di Go Nagai; alle redini del progetto il giovane studio d’animazione Science SARU di Masaaki Yuasa, autore dell’acclamatissimo, splendido Mind Game e delle serie animate di The Tatami Galaxy e Ping Pong The Animation.

Flash forward, avanti veloce fino agli inizi del 2018 e Devilman Crybaby debutta su Netflix nella formula standard della piattaforma, dieci episodi adatti al binge-watching compulsivo.
Ma dopo quasi cinquant’anni dalla prima apparizione di Devilman, rimanevano dubbi sulla possibilità di mantenere vivo lo spirito oscuro e corrotto, nero pece dell’opera originale.

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Akira Fudo vive la sua vita timidamente, senza dare troppo nell’occhio: i suoi genitori sono all’estero e lui abita insieme ai Makimura, famiglia che lo ha accolto a braccia aperte e nasconde l’interesse amoroso del ragazzo, Maki, “la strega dell’atletica”, una ragazza amorevole e gentile.
Come nella più tradizionale delle storie, e come Nagai comanda, la quiete viene interrotta dal ritorno di Ryo Asuka, amico d’infanzia di Akira pronto a rivelargli un mortale segreto: i demoni sono tra gli umani, si sono adattati dalla creazione del pianeta a oggi e intendono distruggere l’umanità.
Per sconfiggerli, Ryo ha un piano: infiltrarsi in un Sabba, un drug-party di moda in Giappone, e nel tumulto della musica e del sesso invocare Amon, il più potente dei demoni, per far sì che si fonda con Akira; secondo Ryo, il cuore puro del suo amico è l’unico in grado di sottomettere la volontà di Amon, creando così un potente ibrido uomo/demone… un Devilman.

La premessa originale, quella del manga e non dell’anime del ’72 adattato per un pubblico piú infantile, viene mantenuta seppur con qualche marcato cambiamento, mostrando la forza dell’idea di Nagai.
Mantenendosi su questa scia, l’intera storia ricalca lo spirito del primo Devilman, esplorando il concetto di bene e male, compassione e crudeltà, applicando questi termini, dividendoli e ridistribuendoli successivamente quando la lotta tra umanità e demoni si farà più intensa e sanguinosa, cominciando a creare momenti davvero densi nella trama.

Ciò che cambia, e non si poteva fare altrimenti, è il contesto in cui le vicende di Akira Fudo si muovono: il Giappone di Devilman Crybaby è assorbito dai social network, dalle riviste con modelli amatoriali, fotografi viscidi, bombardamento televisivo costante e assillante.
I ragazzi sono sboccati, volgari, concentrati sul sesso, le droghe e la musica, vie di fuga da una opprimente gabbia di norme sociali.
Le ossessioni del mondo contemporaneo sono splendidamente inserite nella storia originale, mostrando un’ambientazione più giovane, ma non per questo fastidiosa o accentuata per sottolineare ancora di più le differenze con Nagai.
Devilman Crybaby sa di dover adattare una storia “vecchia” a un mondo che ha corso a grandi velocità dagli anni ’70 in poi e cerca di farlo al meglio delle sue possibilità, riuscendoci.

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La regia di Yuasa e la scrittura di Ichiro Okouchi rendono la fragilità emotiva e il pianto facile di Akira un modo per distinguerlo da una massa assorbita dalle già accennate ossessioni, paranoie e routine di vita quotidiana: con gli altri ragazzi, ma specialmente se posto agli antipodi di Ryo, Akira è un vero frignone, un crybaby che mostra la sua voglia di proteggere chi gli sta a cuore, emozionandosi e mettendosi in prima linea per difenderli da un mondo che rotola, freneticamente, verso la follia.

Con solo dieci episodi a disposizione, la psicologia e la caratura emozionale dei personaggi viene spesso compattata e rimpicciolita a fronte dei più pressanti, e sicuramente coinvolgenti, eventi di trama: il cast di contorno ha uno spazio veloce, breve per esprimersi e per mostrare la propria personalità, le proprie motivazioni e, sebbene nessuno risulti fuori posto o fondamentalmente banale, la storia gioca al meglio delle sue possibilità con questi elementi.
L’intreccio emotivo risulta comunque efficace e funzionale alla carica di sentimenti che esploderà nel crescendo finale, quando tutta la visione del mondo diventerà nichilista e senza possibilità di redenzione.

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Tecnicamente, Devilman Crybaby può risultare audace, così come indigesto: non è un segreto che lo stile essenziale di Yuasa sia un mezzo per far risaltare le animazioni folli e slegate da qualsiasi fisica. La corsa dei protagonisti da umana diventa bestiale, le esplosioni dei corpi posseduti dai demoni divampano in un mix di sangue giallo, colori acidi e arti, seni, vagine e teste che mutano in maniera mostruosa e raccapricciante.

Come accennato, però, lo stile e le animazioni rimangono controverse, piazzandosi perfettamente in quella larga categoria del de gustibus che varia di persona in persona: a chi tocca adattarsi, al pubblico o al regista? Non sapremo mai la risposta.

Le scene d’azione che coinvolgono Devilman sono sempre interessanti da guardare e la battaglia finale mantiene fede al pathos brutale e apocalittico di Go Nagai; la colonna sonora unisce una deriva elettronica, un massiccio uso di sintetizzatori, quasi da club, con musica orchestrale ed epica, creando ancora di più una ideale unione tra le atmosfere oscure dello shonen e l’atmosfera urbana moderna.

Devilman Crybaby non è un prodotto perfetto, sia per la formula adottata, che magari aveva bisogno di più spazio per far respirare i personaggi, sia per la qualità dell’animazione spesso e (mal)volentieri altalenante.
Tuttavia, è difficile trovare un anime che, a quasi mezzo secolo di distanza dalla fonte originale, sia in grado di mantenere lo spirito cinico, maledetto, aggressivo e, nascosto sotto questi strati di violenza, positivo.
Questo, ancora una volta, a dimostrazione dell’importanza e della potenza del concept originale di Nagai, talmente valido e qualitativamente incredibile che, nonostante cambiamenti e adattamenti nel tempo, resta uno scheletro solidissimo sul quale ricostruire la storia di Devilman.
Il giorno del giudizio scatenato da Ryo e Akira osserva l’umanità in tutto ciò che può essere e non essere, mostrando cosa sia giusto e chi sia il vero demone, chi può definirsi umano o meno.
A noi il compito di osservare… e giudicare a nostra volta.

CrybabyPromo

Transformers – La morte di Optimus Prime

Transformers: More Than Meets The Eye #1.Prima di cominciare a parlare di Transformers: More than Meets the Eye, c’è da fare una giusta premessa al tutto: Panini Comics è stata molto coraggiosa nella decisione di proporre una serie vecchia di cinque anni e “fuori tempo massimo”, cercando di catturare l’attenzione del pubblico con l’hype generale Transfomers – L’ultimo cavaliere.

Dall’inizio della serie di James Roberts e John Barber è passata molta acqua sotto i ponti e la storia si è evoluta al punto tale da rilanciarsi, questo 2017, con due nuove serie regolari, sequel delle storie che Panini presenta oggi al pubblico italiano.

Questo primo albo brossurato, Transformers – La morte di Optimus Prime, comincia una lunga saga pluriennale che viene raccontata in due albi principali, More than Meets the Eye e Robots in Disguise; in queste 96 pagine iniziali vedremo appunto l’inizio della prima.

La storia di James Roberts parte dalle macerie di Chaos, maxi-evento inedito in Italia che ha permesso all’universo dei Transformers di ripartire con una tabula rasa perfetta per nuove trame e un nuovo status quo: Cybertron è tornata al suo stato primordiale, un pianeta grezzo e inospitale.

La guerra tra Autobot e Decepticon si è conclusa con molte vittime e una popolazione in ginocchio, costretta a schierarsi con una o l’altra fazione, obbligata a fronteggiare il dolore della guerra e i costanti capovolgimenti di fronte.

Il lettore non dovrà dunque sorprendersi di trovare personaggi come Optimus Prime, Rodimus Prime, Bumblebee, Drift, Ratchet, Magnus e molti altri ancora confrontarsi con le loro azioni in tempo di guerra e le scelte poste di fronte a loro in tempo di pace.

Il cast di protagonisti è veramente ampio e i disegni di Alex Milne e Nick Roche permettono una varietà nell’aspetto e nelle personalitá in grado di spiccare a prima vista, anche se sarà sicuramente difficile tener conto di dozzine e dozzine di robottoni in ogni pagina del volume.

Le pagine sono straripanti di dettagli e, se proprio c’è bisogno di trovare una nota negativa a un lato artistico decisamente solido e rispettoso della serie originale a cartoni animati, la colorazione di Josh Burcham è qualitativamente oscillante, molte volte non in grado di trovare i colori adatti per armature e ambientazioni e, specialmente nella seconda parte del volumetto, tutto diventa quasi smunto e tendente a colori pastello molto chiari che stonano con l’atmosfera di Cybertron. Staccandosi dalla poco avvezza all’appagamento cerebrale serie cinematografica dedicata ai Transformer di Michael Bay, sia Barber che Roberts hanno da sempre posto un forte accento sulle personalità e sulla particolarità dei propri protagonisti, riducendo l’esagerata azione da blockbuster hollywoodiano al minimo e lavorando minuziosamente sull’umorismo, la tensTransformers: More Than Meets The Eye #1.ione, la diversità ideologica che separa un Transformer dall’altro.

Il rapporto tra bianco e nero, yin e yang, che si può inizialmente avere pensando alla separazione tra Autobot e Decepticon viene costantemente sfumato dalle parole e dalle azioni dei personaggi che, ripeto, sono messi in una situazione mai affrontata prima d’ora: la privazione del conflitto.

Dove si muove Cybertron da qui in poi? Come gestire la convivenza tra i reduci di guerra, chi ha servito una o l’altra fazione in battaglia, e i B.A.N., i Bot Autoctoni Neutrali, rientrati alla fine della battaglia e pronti a vivere sul loro pianeta natale di cui erano stati privati? Senza addentrarmi troppo nella trama, col rischio di spoilerare, da questa nuova situazione emerge, per gli Autobot, la necessità di evolvere nel pensiero e nel modo di vivere e, malvolentieri, i protagonisti si trovano di fronte a una nuova spartizione.

Da un lato abbiamo Rodimus, audace e scavezzacollo, che sogna di tornare alle stelle e ritrovare i Cavalieri di Cybertron e scoprire cosa rende un Autobot davvero tale, poco propenso ad ascoltare un pianeta che rifiuta la guerra, e chi ha combattuto per liberare Cybertron dal giogo di Megatron e dei Decepticon.

Il piano di Rodimus è semplice: radunare quanti più fedeli alla causa possibile e lanciarsi alla volta di Cyberutopia a bordo della Luce Perduta, una colossale arca spaziale in grado di dare una nuova speranza a chi non si sente più appartenere a Cybertron; a opporvisi c’è Bumblebee, più convinto che mai sulla via della ragione e della discussione, della coesistenza con i BAN e i Decepticon, in una strada tortuosa verso un pianeta Cybertron rinato e pacifico.

Ancora una volta, dunque, è il conflitto a muovere le trame di questi primi quattro numeri ma dai fuochi di cannoni e il roteare in alt-mode tra Autobot e Deception si passa a una vera e propria discussione sulla filosofia post-bellica e sulla natura stessa della democrazia, di certo non qualcosa di tutti i giorni.

The Death Of Optimus Prime #1.

Giusto fermarsi anche un attimo e riflettere sull’atmosfera, in ogni caso, mai pesante o prolissa, condita dal giusto umorismo di personaggi più leggeri come Rewind, Rung o Swerve: prendersi fin troppo sul serio raccontando, in ogni caso, di robot giganti non converrebbe; sulla stessa linea, l’azione è ben dosata e arriva al punto giusto, coinvolgendo altri Transformers ancora come Cyclonus, Skids e Whirl.

Questi primi numeri di More than Meets the Eye risultano dunque più dedicati al world-building, alla costruzione del mondo e, letteralmente, la ricostruzione di Cybertron e l’allontanamento, di una parte dei protagonisti, da quello che ha sempre rappresentato la “norma” nella serie e nella continuity.

Transformers – La morte di Optimus Prime è solo l’opening salvo di una storia enorme e contorta, in grado di trascinare il lettore dalla profondità dello Spark, l’anima di un cybertroniano, fino ai remoti confini della galassia meno conosciuta.

Sottovalutare un’opera simile e trattarla semplicemente come per bambini, unicamente per i loro protagonisti, sarebbe decisamente arrogante e superficiale.

Questa prima introduzione a More than Meets the Eye permette a ogni tipo di fan, nuovo o vecchio che sia, di approcciarsi a un esperimento ancora in corso in America, una serie acclamata dai fan e una vera rivoluzione nel modo di raccontare i Transformers. “Roll out!”