Fabrizio Nocerino

Creatore di Uncanny Comics., amante del buon fumetto, da anni prova ad essere meno geek, con scarsi risultati.

L’Importanza dell’Amore – “Days Of Hate” di Aleš Kot e Danijel Žeželj

Days Of Hate 2Tra i colori primari additivi, il colore rosso calcola dalle 15 alle 37 gradazioni, che spaziano dal carminio al terracotta, dal pompeiano al rosa shocking. Escludendo le definizioni scientifiche in base alle coordinate cromatiche, negli ultimi anni l’accezione politica del colore rosso ha subito un drastico cambiamento. Sinonimo della lotta comunista, l’accesa tonalità del rosso è stata adottata come “simbolo” da indossare per i sostenitori delle politiche del 45º Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un salto da un lato all’altro dello spettro – una bestemmia, per la colorimetria. Questo preambolo potrebbe risultare decontestualizzato, tuttavia è necessario notare quanto il colore rosso, che trionfa in copertina, e relativa simbologia diventino una chiave di lettura fondamentale nell’analisi dell’opera Days Of Hate di Aleš Kot e Danijel Žeželj.

Pubblicato in Italia dall’audace Eris Edizioni, Days Of Hate potrebbe essere considerato un thriller fantapolitico dalle sfumature distopiche. Il condizionale è d’obbligo, in quanto Days Of Hate manifesta uno schiacciante ed oppressivo senso di concretezza sin dalle prime pagine. Kot non riempie le pagine di città futuristiche ed astratte, claustrofobiche,  Žeželj non ritrae personaggi dal look cyberpunk – non presenta una effettiva “realtà alternativa”. Al lettore, gli autori mostrano uno squarcio d’America terribilmente attuale, distorta nelle proprie narrative ultra-nazionaliste, pervasa dall’odio per chiunque la pensi in maniera diversa o mostri un lato più umano e razionale, meno aggressivo e feroce.

Tristemente, dunque, gli U.S.A. di Kot e Žeželj sono paurosamente simili alla realtà. Quella riempita di cappellini rossi, che siedono sulla testa di persone convinte che l’America possa tornare al suo splendore a discapito degli “Altri”, chiunque essi siano. Il rosso spicca, colpisce l’occhio, rispecchia la voglia di potere e l’ambizione, il fervore di chi dedica la propria vita ad uno scopo, positivo o negativo che sia, come la rincorsa alla lotta, feroce e all’affermazione del proprio ego.

La storia di Days Of Hate comincia nel 2022. Il primo dialogo tra due protagonisti, Arvid e Amanda, chiarisce subito il valore dell’Odio, presente anche nel titolo. Dal 2016 fino all’inizio dell’opera, i giorni dell’odio hanno avviluppato l’America in una stretta mortale, che sembra aver soffocato qualsiasi sentimento amorevole, soppresso qualsiasi forma di tolleranza e accettazione. Gli atti terroristici che scatenano gli eventi della trama sono, per Kot, un pretesto per puntare chiaramente il dito verso i movimenti di estrema destra, mascherati sotto il moniker di alt-right. Sin dalla prima vignetta della prima pagina, Kot e Žeželj mettono in bella vista una svastica dipinta sul muro, non si sa se con vernice rossa o addirittura con del sangue. Moschee, sinagoghe e raduni, feste LGBTQ+ diventano obiettivi da distruggere, da bombardare di molotov. In questo contesto va inserita l’odissea della resistenza di Arvid e Amanda, parte della “sinistra” – che Kot tiene lontana dai controversi movimenti antifa – costretta a reagire in maniera altrettanto violenta. Gli Stati Uniti del 2022 sono illustrati da una divisione profonda e lacerante, fieramente supportata da motti come America first!, invasi da campi di lavoro per «[…] i più difficili da controllare, che rubano, si ribellano e non rispettano le leggi di questo paese».Days Of Hate 3In Days Of Hate gli autori hanno creato la distopia esasperando la realtà attuale, eliminando qualsiasi forma di confronto. L’alt-right ha vinto, l’opposizione politica e pseudo-terroristica di sinistra è costretta ad una guerra di reazione e l’America è di nuovo “grande” per chi ha fatto dell’intolleranza il suo modus vivendi.

Superato l’incipit della trama e quello che sarà lo scheletro degli eventi di questo primo volume, Ales Kot ramifica la narrazione presentando una seconda coppia di personaggi. Viene a crearsi uno specchio tra i protagonisti: da un lato, Arvid ed Amanda, dall’altro Huian Xing e Peter Freeman. Peter Freeman dà la caccia ai nemici dello stato, i dissidenti, i ribelli. Huian Xing ha la possibilità di  vendicarsi e consegnare Amanda, l’amor perduto della sua vita, al Governo degli Stati Uniti.

Days Of Hate 3Freeman è l’Uomo dell’Odio, un agente governativo bello, bianco e ateo che non si preoccupa ad incalzare, minacciare e insultare chi gli sta attorno. Ama la sua famiglia, ma anche l’amore, per Freeman, risulta freddo, trattato con sdegno e superbia. Una pratica burocratica vuota, senza emozione e distaccata, contrapposto alla frustrazione di Arvid, brutalmente separato dalla moglie Taraneh e dal figlio Nassim. Due personaggi ai poli opposti: il “ribelle” Arvid cerca una via, anche disperata, per riunirsi con i suoi cari, che per lui valgono piú della sua stessa vita; Freeman, al contrario, tratta con sufficienza ciò che ha, preferendo concentrarsi, al punto dell’ossessione malata, sul suo lavoro.

Un personaggio detestabile, arrogante e fiero di sé: il suo credo politico ha vinto in maniera schiacciante e la presunzione di Freeman è splendidamente giustificata dalla spocchia di chi, con troppa fiducia nelle proprie ideologie, ha guardato all’ascesa dei nazionalismi e sovranismi come una moda del momento. In un solo personaggio, Kot riassume il quadro politico e la discussione seguente alle ultime campagne presidenziali statunitensi – una critica super partes che mostra il fascino dei vittoriosi così come le loro peggiori sfumature.

Lo squallore americano prende vita su pagina grazie alle matite graffianti, appesantite dal nero delle chine di Danijel Žeželj – dalle soffocanti luci al neon cittadine, alle truppe militari ad ogni angolo, con i protagonisti in giro per motel e bettole e gli ampi stralci d’autostrada, immersi nel deserto o tra le montagne, l’America di Žeželj é un paesaggio deprimente che sembra cercare ossigeno dal marcio che ne abita il territorio. Grazie ai colori di Jordie Bellaire, l’artista croato immerge le sue figure taglienti ed esili in ambientazioni amare e ricche di particolari, siano questi gradevoli o spiacevoli. Come per il paese descritto da Kot, nel tratto di Žeželj  non ci sono mezze misure: i dialoghi sono pesanti, carichi di emozioni, dalla rabbia alla tenerezza e le tavole si dividono in vignette a rapida successione, inquadrature a primo piano che mostrano i volti esasperati, stanchi e collerici dei protagonisti.

Eppure, c’è ancora spazio per la tenerezza. Kot resiste alla tentazione misantropica e si rifugia in quegli angoli di umanità che l’America nasconde nelle sue pieghe, quasi vergognosamente, in silenzio. Days Of Hate si tinge con colori opachi e fumosi, colora l’amore con le sue tonalità calde. In questi giorni pieni d’odio, in cui l’amore sembra ingiusto e quasi illegale, per citare il dialogo clou di questo primo volume, il rosso torna ad essere il colore della passione amorosa nei tiepidi, romantici ricordi di Amanda e Huian Xing. Un amore perduto, strappato e bugiardo. Un amore ricco di dolcezza, di comprensione, di difficoltà ma anche di tolleranza e carica erotica.

Quanto e più dell’intreccio principale, l’amore di Amanda e Huian riempie la mente del lettore con immagini struggenti e poetiche, raccontate dalla voce di chi ha visto quell’amore infrangersi contro la triste realtà della vita. I gruppi d’odio, le parole al veleno e lo squallore diventano un triste sottofondo per un delicatissimo frangente che mostra l’Ales Kot più sensibile ed il lato vellutato delle rigide matite di Danijel Žeželj. Days Of Hate 4

La chiusura di questo primo volume di Days Of Hate lascia aggrappati al più classico dei cliffhanger – un colpo di fucile che rompe il silenzio, un proiettile nell’aria ma nessuna certezza sul suo destino. Il viaggio attraverso l’America distopica – ma non troppo – degli autori ne illustra le brutture e le parti più torbide. L’analisi del mondo come lo conosciamo si trasforma in un tetro monito per il futuro: l’amore diventa un interludio dolce e amaro allo stesso tempo.

Il colore rosso che abbaglia in copertina si riflette nelle pagine – il rosso del sangue, di un cappellino Make America Great Again che c’è ma non si vede; il rosso del cuore che batte forte, stretto tra le braccia di chi amiamo e il rosso degli occhi di ha reso l’odio la normalità.

Wednesday Warriors #29 – Da Spider-Man a Wonder Twins

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

FRIENDLY NEIGHBORHOOD SPIDER-MAN #5 di Tom Taylor e Yildiray Cinar.

Nel Febbraio del 2002, in America, venne pubblicato The Amazing Spider-Man #38 di J.M. Straczynski e John Romita Jr. In quel numero, una stoica ma profondamente ferita zia May affrontò il nipote Peter Parker, mettendolo di fronte alla nuda verità. Dopo il devastante scontro con Morlun e la vita del nostro Amichevole Spider-Man di Quartiere sconvolta dall’abbandono di Mary Jane e dal suo nuovo status quo editoriale, il confronto tra zia e nipote cambiò per sempre le dinamiche tra i due, rimuovendo il segreto che aveva ancorato a terra le loro vite da troppo tempo. The Conversation passò alla storia, affermandosi come uno dei numeri migliori della lunghissima gestione Straczynski proprio per la toccante umanità con la quale Peter e sua zia affrontarono il tremendo discorso riguardo l’identità dell’Uomo Ragno.

A diciassette anni di distanza, Tom Taylor e Yildiray Cinar propongono una nuova, intima conversazione tra Peter Parker e zia May nel quinto numero di Friendly Neighborhood Spider-Man. Ci troviamo di fronte al rovescio della medaglia – con Straczynski e Romita Jr. potemmo osservare la reazione di zia May alla scoperta del Ragnesco segreto di Peter. In questa occasione, è Peter a dover far fronte ad un terribile male che attanaglia zia May, un problema drammaticamente umano e che non può essere risolto svolazzando per New York.

Ma il primo pensiero di Peter è proprio quello di fuggire, di rifiutare la notizia. La assimila, la comprende, esprime ciò che pensa ma gli risulta difficile mandarla giù e affrontarla di petto. La sua fuga nella notte, sotto la maschera dell’Uomo Ragno, ha un significato radicalmente diverso se confrontato con la storia del 2002, in cui Spider-Man si lanció in volo sulla città soltanto nell’ultima pagina, libero dal peso della sua identità segreta. Due segreti diversi, due pesi diversi e – di conseguenza – due storie che si sviluppano in maniera differente.

Fortunatamente, la notte newyorkese è ricca di crimini e c’è sempre modo di distrarsi: un frenetico inseguimento per le strade permette a Spidey di volteggiare tra i palazzi, mostrando la sua muscolare dinamicità. Rispetto al più educato e plastico Juan Cabal, artista che tende a giocare più con la tavola che con le figure, Yildiray Cinar si lascia accompagnare dai testi di Taylor in una movimentata danza tra le auto della polizia. Dinamico, Cinar spezza volentieri l’ordine delle vignette per evidenziare il moto del suo Uomo Ragno, agile e potente.

La narrazione cambia ritmo e si fa più pacata una volta che Taylor riafferma il nucleo, il cuore pulsante di Friendly Neighborhood Spider-Man. Una volta rivelata l’identità dello sventurato ladro d’auto che ha occupato la notte di Spidey, per Tom Taylor e il nostro protagonista torna la necessità di fermarsi a riflettere sulle responsabilità verso i nostri cari – e ciò che siamo disposti a fare pur di farli sentire bene. Largo spazio di Friendly Neighborhood Spider-Man viene lasciato alla componente umana e “patetica” – nel senso alto del termine. Tom Taylor ha posto la sua storia su un gradino diverso dalla serie principale Amazing Spider-Man. Se quest’ultima mette in risalto il Ragno e il suo canone narrativo prettamente supereroistico, a Taylor resta l’Uomo, il Peter Parker che cerca, in tutti i modi, di trovare la forza necessaria a combattere un nemico che non sia Big Wheel o l’Hobgoblin.

L’importanza di The Conversation per Straczynski e Romita Jr. si ripropone in Not Running di Tom Taylor e Yildiray Cinar. Storia che diventa un perno fondamentale per il futuro dell’Uomo Ragno, che cambia radicalmente le dinamiche del rapporto tra zia May e suo nipote Peter. Umani, fragili, spaventati ed insieme invincibili.

Gufu’s Version

WONDER TWINS #3 di Mark Russell e Stephen Byrne

Nel terzo numero di Wonder Twins, Mark Russell e Stephen Byrne continuano a stupirci per l’eleganza con cui riescono a destreggiarsi sulla linea di confine tra la commedia e la critica sociale.
Come già visto nell’albo precedente gli autori mettono sotto la lente di ingrandimento l’aspetto ciclico tipico del fumetto supereroico, dove tutto cambia costantemente per restare sempre uguale. Non a caso la storia si apre con una lezione sul mito di Sisifo e la metafora della perseveranza assume un valore diverso quando applicata al concetto di supereroe così come trattato nella produzione mainstream: i superpoteri non sono più il vero discriminante, non sono ciò che davvero fa la differenza.

 “…you save the world one act of kindness at a time”

Quella di Russell è una commedia imperniata sul paradosso dell’inutilità del supereroe in quanto tale, gli stessi villain ridicoli della “Lega del Fastidio”, che come i migliori clown tradiscono un sottotesto drammatico nascosto dal cerone, rifuggono da qualsiasi ipotesi di utilità (quand’anche questa si prospetti come un brillante piano criminale) per preferire il classico gioco del buono contro il cattivo.

Questo paradosso viene poi sottilmente rilanciato verso il mondo reale tramite il racconto delle origini di Bleep, la scimmietta di Zan, che tanto ricorda l’episodio di Flintsotnes in cui lo stesso Russell ci raccontava la vita degli animali/elettrodomestici di Fred & Soci.
Quante volte, nella nostra vita di tutti i giorni, abbiamo affrontato un problema prendendo a pugni qualcuno? E quante di queste volte la violenza è stata risolutiva? La dinamica tipica del supereroe, per quanto avvincente, è distante dalla realtà come la più ardita delle speculazioni fantascientifiche.
La salvezza della piccola scimmia, la cui vita precedente era funestata dalla violenza dei suoi proprietari, non è veicolata da una scazzottata tra i pugni dei giovani protagonisti e i perfidi aguzzini di Bleep, bensì da un atto di gentilezza di Zan e Jayna.
“…one act of kindness…”

Sebbene Wonder Twins si presenti come una commedia adolescenziale dall’aspetto camp, in virtù delle succitate scelte, risulta essere caratterizzata da una narrazione fortemente realistica ed è in questo sostenuta dai disegni di Stephen Byrne che modella l’atmosfera della serie sulla base dei cartoon Hanna Barbera degli anni 70/80 aggiornandone l’iconografia alla sensibilità contemporanea. L’economia del tratto, la sua sintesi e pulizia colloca i personaggi della serie tra quelli con cui è facile identificarsi, che si avvicinano alla nostra intima percezione del mondo.

Al netto di alcune rigidità di certe pose, il disegnatore restituisce dei personaggi talmente credibili da risultare a tratti disturbanti agli occhi di chi è abituato alle iperboli del linguaggio supereroistico: il Superman di Byrne è un uomo in calzamaglia e mantello, i supercriminali sono dei tizi in pigiami colorati e così via. Tutte le vicende risuonano estremamente umane e terrene.
La forza del lavoro di Russell e Byrne qui è quella del riuscire a parlare di gentilezza e bontà senza avere il timore di essere etichettato come “sdolcinato” o peggio “buonista”.

Wednesday Warriors #26 da Batman a Spider-Man

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

BATMAN #67 di Tom King, Lee Weeks e Jorge Fornés

Tom King e Lee Weeks approfittano di questo ennesimo knightmare per regalarci un sequel dell’acclamato Batman/Elmer Fudge  dello scorso Luglio. Questa volta il crociato incappucciato è impegnato in una lunga caccia all’uomo, un personaggio misterioso – del quale non vediamo mai il volto – e apparentemente imprendibile che emette un unico suono: beep beep.
Un lungo inseguimento silenzioso che porta i due dai tetti di Gotham alle sue fogne passando per vicoli, bar e appartamenti, durante la quale l’iconica routine di Wyle E. Coyote e Roadrunner si trasforma in una metafora del rapporto tra Batman e una delle sue storiche nemesi.
Al duo già collaudato e affiatato da diverse collaborazioni, sia su Batman che su Heroes in Crisis, si unisce il talentuoso Jorge Fornes che uniforma il proprio stile, fortemente debitore al primo David Mazzuchelli, a quello di Weeks rendendo fluido e privo di scossoni il passaggio tra un disegnatore e l’altro. Questo, che potrebbe sembrare un dettaglio, fa invece la differenza in un fumetto che, nella quasi totale assenza di balloon di testo, fa del ritmo della narrazione il proprio punto di forza.
È fuori di dubbio che in questo caso Tom King abbia fatto un passo indietro per lasciare il campo alle notevoli interpretazioni dei due disegnatori che restituiscono la fiducia regalando un piacevole momento di puro intrattenimento visivo ai lettori.

NAOMI #3 Di Brian Michael Bendis, David F. Walker e Jamal Campbell

Nonostante i pochi albi al suo attivo possiamo dire che la Wonder Comics, pop-up imprint della DC Comics affidata a Brian Michael Bendis, è una piacevole ventata di novità nel mondo del fumetto supereroistico e Naomi è, con tutta probabilità, il progetto simbolo di tutta l’iniziativa.
Se Wonder Twins e Young Justice rielaborano delle proprietà intellettuali preesistenti, questa testata propone un personaggio inedito presentandolo in maniera inconsueta per il genere.
Naomi non ha superpoteri e vive da spettatrice il fantastico mondo dei supereroi DC, ma c’è un mistero che la coinvolge, un mistero che viene svelato con studiata lentezza dai suoi autori e che è in grado di irretire i lettori.
Le dinamiche classiche del fumetto supereroistico, fatte di conflitti e risoluzioni dei medesimi, che puntano sulle imprese supereroiche dei protagonisti, cedono il passo all’intreccio totalmente umano/adolescenziale delle vicende di Naomi.
È una storia in cui la grandeur supereroica non è il fine ma il mezzo per raccontare dei personaggi, le loro motivazioni e le dinamiche che muovono il loro mondo. In questo racconto, che punta molto sul processo di identificazione lettore/protagonista, risulta efficace il tratto sintetico e morbido di Jamal Campbell: il disegnatore canadese si dimostra estremamente versatile riuscendo a passare dal registro della narrazione del quotidiano, bravo nel linguaggio del corpo e nell’espressività dei volti, a quella più iperbolica degli eventi supereroistici.

Bam’s Version

AVENGERS #17 di Jason Aaron e David Marquez.

Quanto a fondo bisogna infilare il paletto di frassino, per uccidere un’intera ribellione vampirica? La Guerra Civile tra i figli di Dracula termina questo mese per i Vendicatori di Jason Aaron, che insieme a David Marquez ha saputo intrattenere a dovere il lettore ed i propri personaggi nell’attesa di War Of The Realms.

La saga non passerà agli annali come indimenticabile o imperdibile ma, ancora una volta, Aaron sa dare il giusto peso ad ogni evento, calcolando azioni e reazioni, ripercussioni che verranno sentite attraverso tutto l’Universo Marvel. La sua Avengers, d’altronde, è sin dall’inizio una serie che ha visto gli Eroi Più Potenti della Terra ai margini degli eventi principali, tasselli di un mosaico ben più vasto che sta costruendo nuove gerarchie e meccaniche interne ad un mondo diverso e senza più cardini saldi a muoverlo. Senza lo S.H.I.E.L.D. e il supporto del Governo Statunitense, i Vendicatori hanno dovuto fronteggiare l’ascesa dei Difensori degli Abissi di Namor, della nuova e letale Guardia D’Inverno russa, senza contare la minaccia dell’ultima Schiera; tutto questo mentre le reclute Vendicative come She-Hulk e Ghost Rider erano ancora alla ricerca di un loro posto nel team.

L’arco narrativo qui concluso, che ha visto l’arrivo di Blade nella formazione di Vendicatori titolari, ha raccontato una trama semplice, accattivante e concisa, lasciando indizi per l’immediato futuro e trascinando Avengers fuori dalla sua comfort zone, a confronto con l’occulto, il grottesco e l’orrore della razza vampirica.

Il vero problema è che non c’è molto altro da dire – ancora una volta, Avengers sembra più importante per ciò che arriverà, piuttosto che per ciò che racconta al momento. Jason Aaron e David Marquez lavorano benissimo insieme e l’intero story-arc è godibile dall’inizio alla fine, ma i Vendicatori non sono affatto protagonisti. Nonostante questo difetto, che per alcuni potrebbe essere ben più grave di quanto il sottoscritto lo consideri, la lettura resta consigliata.

SPIDER-MAN: LIFE STORY #1 di Chip Zdarsky e Mark Bagley.

Per l’Universo Marvel, la possibilità di rinfrescarsi e dare una svecchiata ad Ottant’Anni di continuity è un’occasione troppo ghiotta per essere ignorata. Ciclicamente, la Casa delle Idee sforna serie che possano aiutare i lettori, nuovi o vecchi che siano, a connettere con i personaggi più importanti, riproponendo magari una nuova origin story o una saga che ripercorra i momenti salienti della storia editoriale.
All’apparenza, Spider-Man: Life Story può sembrare una semplice serie celebrativa, un modo di rivivere i greatest hits dell’Uomo Ragno. Tuttavia Chip Zdarsky e Mark Bagley aggiungono un interessante twist che stacca Life Story dal resto delle produzioni autoincensanti Marvel. Piuttosto che svecchiare e ringiovanire, gli autori intraprendono la strada opposta, facendo crescere l’Uomo Ragno “in tempo reale”.

L’età dei supereroi, del resto, non è che un artificio, regolabile a seconda della volontà dello scrittore. Peter Parker, superata l’adolescenza, non ha mai superato la soglia dei 30 anni, un eterno giovanotto. Lo scorrere del tempo canonico, non fumettistico, rappresenta la variabile che nasconde parecchio potenziale: come reagirebbe un Peter Parker quarantenne all’Ultima Caccia di Kraven, ad esempio? Che valore assumerebbe la tragedia dell’11 Settembre agli occhi di un Uomo Ragno alla soglia dei sessant’anni?

Life Story #1, The War At Home, racconta i primi momenti dell’Uomo Ragno, partendo dal 1966. Quattro anni dopo il morso di un ragno radioattivo e la morte del povero zio Ben – che gli autori, gentilmente, ci risparmiano – il giovane Peter Parker si trova a dover gestire la travagliata vita privata di un adolescente sfigato, le minacce criminali che affliggono il Ragnetto e le prime ondate di contro-cultura. Le proteste contro la Guerra in Vietnam si accavallano agli amici di scuola che imbracciano le armi, vestono le uniformi e partono al fronte. Tra loro c’è Flash Thompson e, per Peter, i dubbi su poteri e responsabilità crescono in maniera esponenziale. Sarebbe giusto rivelare la propria identità e mettere l’Uomo Ragno al servizio dello Zio Sam, servendo l’America oltreoceano?

Zdarsky cattura perfettamente l’atmosfera del Ragno di Stan Lee e John Romita, più che di Ditko. Il suo protagonista ha lasciato alle spalle il timido liceale: Peter Parker é diventato adolescente, l’amore per Gwen Stacy è sul punto di sbocciare, la vita come Uomo Ragno gli permette di portare il piatto a tavola – grazie alle foto scattate per J. Jonah Jameson – e il suo migliore amico Harry Osborn sembra invidiare le attenzioni ed i complimenti che suo padre Norman gli riserva. Il giovane Parker mantiene il perfetto equilibrio che Stan Lee riuscí ad imprimergli e Zdarsky non vuole sovrascrivere il suo personaggio a quello che é lo stampo originale dell’Uomo Ragno.

Il contesto narrativo é incredibilmente classico ed efficace, un throwback necessario, ma il Peter Parker di Zdarsky ragiona in termini più complessi. Pur essendo ambientato negli anni ‘60, il primo capitolo di Life Story evolve l’aspetto teen drama, sovrapponendolo ad una struttura collaudata e retró, creando un piacevolissimo contrasto che marca una netta evoluzione e maturazione stilistica – forse il primo, vero caso di ammodernamento a fumetti. Dove altri si limitano a rinarrare, senza cambiare troppo, Zdarsky aggiunge balloon, monologhi interni e sfaccettature di pensiero che superano il personaggio-figurina e lo rendono nuovamente tridimensionale. Il Flash Thompson originale è ancora sulla pagina, riconoscibile sin dal primo istante, eppure ha molto più da dire, da esprimere, quando arriva a muso duro con Peter Parker.

Se l’Uomo Ragno e il suo alter-ego escono rinvigoriti dal “trattamento Zdarsky”, a Mark Bagley tocca dare al fumetto un look classico, quello di un artista che ha segnato diverse ere fondamentali per il personaggio. Disegnatore sinonimo del Ragno, un nome che immediatamente richiama il suo lavoro su Ultimate Spider-Man e il suo apporto alle fondamentali run degli anni ‘90 con David Michelinie, Bagley fa quello che sa fare meglio: se stesso. I personaggi trasmettono i propri pensieri nelle vignette, dialogano in maniera animata e le scene d’azione che coronano il climax del numero sono la dimostrazione del buon stato di forma dell’artista. L’unico appunto – un vero pelo nell’uovo: sarebbe interessante, per il futuro, vedere il tratto di Bagley, così come la colorazione di Frank D’Armata, adattarsi alle varie ere dell’Uomo Ragno.

Spider-Man: Life Story #1 nasconde un paio di chicche e svolte improvvise che cambiano radicalmente il percorso narrativo del personaggio, momenti impossibili da raccontare qui in sede di recensione. La sottesa natura da What If? della serie sbuca fuori all’improvviso, quando la nostalgia nel rileggere momenti storici del Ragnetto aveva preso possesso della lettura. Chip Zdarsky e Mark Bagley rendono interessante una storia che sembra sia stata letta centinaia di volte, per la freschezza con la quale viene raccontata, per la curiosa gimmick del “tempo reale” e per dei colpi di scena davvero inaspettati – elementi che cambieranno radicalmente il futuro dell’Uomo Ragno.

“Death or Glory”, Rick Remender & Bengal – Motori! Dramma! Azione!

Death or Glory modQuando si pensa a qualcosa di “puramente Americano”, è solito fermarsi all’immagine di una strada desolata nel mezzo del deserto. Il sole cocente che picchia incessantemente, le stazioni di servizio, i classici diner. Un gigantesco truck in viaggio verso chissà quale destinazione. Nel corso degli anni, la cultura Statunitense ha saputo costruire un vero e proprio mito attorno alla highway, al culto del motore rombante, della vita solitaria a bordo di bestie metalliche. Una glorificazione della vastità del suolo a stelle strisce e della libertà, ma anche aggiornamento e rinarrazione del mito western. Grazie ad Image Comics e Bao Publishing, la vita sull’autostrada trova nuova linfa vitale con Death Or Glory, serie scritta da Rick Remender e disegnata dalla superstar francese Bengal.

É proprio l’incontro di stili, la fusione franco-americana a catturare l’occhio alla prima manciata di pagine dell’albo. Autore completo del fantasy Luminae e più volte collaboratore di Jean David-Morvan in Francia, Bengal ha saputo creare un curriculum piuttosto ricco di figure femminili aggraziate, bellissime e letali, fortissime, metabolizzando le lezioni e la sintassi del fumetto d’Oltralpe insieme alle forti influenze orientali, una sensibilità manga che si mostra nella sua versatilità nel design dei personaggi e nella loro “recitazione” sulla pagina.

Non a caso, Rick Remender opta per una protagonista femminile che favorisca i punti di forza del proprio artista: Glory è uno spirito libero, una ragazza nata a bordo di un autocarro, cresciuta girando per l’America con la madre ed il padre, Red. L’unica famiglia che abbia mai conosciuto era tutta lí, estesa esclusivamente a chi, come loro, ha scelto la strada e l’odore di benzina e asfalto come stile di vita. Biker, vagabondi, cameriere nei ristoranti, truck drivers popolano Yuma, Arizona, location che fa da sfondo a questo primo volume della serie.

Un ambiente come questo, però, porta con sé anche parecchi pericoli. All’idilliaco ritratto di America romantica e motorizzata, Death or Glory contrappone il lato oscuro di questa vita al limite, sporcata da gangster e mafiosi, trafficanti di droga – se non peggio – e sceriffi corrotti. Con tanti elementi da gestire e sviscerare, Remender predilige soffermarsi su un nucleo concentrato di personaggi e situazioni, incastri famigliari e l’immancabile, tragico passato che torna a causare problemi nel presente.

Il mDeath or Glory 2ondo di Death Or Glory gioca al confine di questa indefinita “zona grigia”, un contrasto che racchiude tutto ciò che c’è da sapere per mettere in moto la trama. Rick Remender e Bengal non vogliono sfociare spudoratamente nel western fatto di cowboy e banditi ai lati della barricata, ma provano decisamente gusto nell’avvicinarsi a queste atmosfere, dove a parlare prima erano le pistole e gli assalti alle diligenza erano all’ordine del giorno.

Sarà proprio Glory a dover decidere da che parte stare, quanto è disposta a spingersi oltre il limite pur di salvare il padre, afflitto da una terribile malattia. Quando tutto va storto e non c’è più nulla da fare, la strada criminale diventa pericolosamente facile da percorrere. È conveniente, per Rick Remender, caricare il personaggio principale con un’infanzia felice e improvvisamente spezzata, un’adolescenza ribelle e un presente carico di dubbi, tenacia e responsabilità. È un tipo di empatia fittizia, artificiale, forse fin troppo conveniente, ma funzionale allo scorrimento di queste prime 140 pagine. Una volta esplorate le radici della protagonista, la trama ha piena libertà ed ampio orizzonte per muoversi in verticale, sfrecciando freneticamente tra gli eventi.

Con Glory a fare da colonna portante della trama e da centro morale della storia, Remender può giocare con i personaggi di contorno. Pablo, un immigrato brasiliano, sarà la spalla della protagonista, una figura positiva fortemente legata alla parte più macabra della storia. La sua introduzione segnerà il punto di non ritorno che costringerà la giovane ragazza ad agire in maniera sempre più avventata, mettendosi contro l’impero criminale di Toby, suo ex-marito e viscido, pomposo redneck arricchito, disposto a tutto pur di riavere Glory al suo fianco.
Il sottobosco criminale attorno a Toby permette a Remender e Bengal di potersi scatenare nella creazione di personaggi coloriti – forse anche troppo.

Le pagine vengono improvvisamente riempite da macellai dalla Corea del Sud con il gusto per la carne freschissima, due sadiche suore dal grilletto facile, uno sceriffo con il perverso gusto del peperoncino piccante, un killer senza scrupoli che uccide con l’azoto liquido – e molto altro ancora. Impossibile negare l’influenza Tarantiniana di certe situazioni e comportamenti. Figure divertenti da leggere, terrificanti, che spezzano la narrazione con la loro natura sfacciata, ma la loro introduzione frenetica risulta quasi ingiustificata, come se gli autori avessero voluto inserire personaggi così esagerati per il puro gusto dello shock. Death or Glory 3
Non c’é niente che rovini la lettura, ben venga mettere alla prova Bengal con qualcosa di rischioso e caricaturale; eppure, avesse Death or Glory fatto a meno di questa macabra ironia, una massiccia dose di crudele realtá, fatta di uomini spregevoli e bassezze indicibili, avrebbe donato alla storia un tocco in più.

Parlando di Bengal, Death or Glory non poteva trovare interprete artistico migliore. Come già accennato, la scuola francese si fa sentire: la meticolosa divisione della tavola enfatizza e mette in risalto le grandi capacità recitative dell’artista. Glory è ricca di emozioni genuine, espressioni facciali a volte buffe, cartoonesche ma intense, drammatiche ed efficaci. Bengal sa dare spessore ad ogni personaggio grazie ad una fine eleganza nel rappresentarli su carta, dando loro voce anche quando non c’è dialogo. L’artista si piega strategicamente al gusto statunitense quando la trama lo richiede. Il climax di questo primo volume della serie cresce ed esplode in un inseguimento a folle velocità, una deflagrazione action á la Fast & Furious, valorizzata dalla frenesia di tavole, campi larghi e primi piani che si susseguono ed una gamma di colori caldi che rispecchia le emozioni e l’adrenalina pompante nei personaggi coinvolti.

Conclusa la lettura, il primo volume di questa nuova serie di Rick Remender e Bengal lascia al lettore la voglia di continuare a correre, di sfruttare l’impeto e l’energia per proseguire la corsa. Azione, dramma e il retrogusto grottesco sono benzina nel motore di una lettura presenta un sogno western e tutto americano, ribelle e romantico, corrotto dalla crudele realtà della peggior specie di criminali ed approfittatori. Un pulp crime ad alta velocità, Death Or Glory fa del suo cliff-hanger il suo manifesto: un autocarro sfrecciante sull’asfalto, gangster feroci alle costole e l’ultima speranza di rimettere a posto le cose che preme furiosa sul pedale.

Wednesday Warriors #24 – Da Conan a Green Arrow

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

JUSTICE LEAGUE #19 di Scott Snyder e Jorge Jimenez

Questo diciannovesimo capitolo della Lega della Giustizia di Snyder può essere sintetizzato efficacemente dalla figura e dalle contraddizioni del villain di turno: Mr. Mxyzptlk.
Il folletto proveniente dalla quinta dimensione, nemico storico di Superman, incarna quel dualismo che sta alla base del concetto stesso di intrattenimento supereroico: un costante conflitto tra la necessità di divertire (in senso ampio) il lettore e quello più “oscuro” fatto di crescenti minacce poste di fronte agli eroi di turno.

Come già visto negli anni ‘90, durante il mai abbastanza celebrato ciclo di Grant Morrison – autore feticcio di Snyder – su JLA, Mxyzptlk nasconde un immenso e terrificante potere dietro alle sue buffe sembianze. Snyder e Jimenez (questa volta anche accreditato come co-autore del plot) riprendono questa lettura del folletto arrivando a renderla visibile, esteriorizzandola nel design dello stesso: il Mxyzptlk di Jimenez è gommoso, mutevole, il suo aspetto cambia da vignetta a vignetta, mantenendo costante un sottotesto inquietante. Un registro che il disegnatore estende a tutta la storia, passando repentinamente dal tratto realistico a quello caricaturale senza difficoltà. In questo lo segue, e lo guida, Scott Snyder, capace di inserire momenti più leggeri, caratterizzati da dialoghi brillanti, in contesti significativamente drammatici.

In questa sorta di ping-pong emotivo gli autori continuano ad alzare la posta in gioco: la portata della minaccia è sempre più grande e lo stesso multiverso DC sembra espandersi in concerto con essa.

Se è vero che negli scorsi decenni, da Crisis on Infinite Earths in poi, molti autori hanno provato a semplificare, sintetizzare, umanizzare le complesse continuity dei supereroi, Snyder va in senso opposto: prende il multiverso (così come strutturato da Grant Morrison) e, dopo averlo espanso in Dark Knights: Metal aggiungendo la sua controparte oscura, lo complica ancor di più aggiungendo una fantomatica “sesta dimensione”, la sala di controllo del Multiverso.
Se tanto mi dà tanto si direbbe il mondo in cui viviamo noi.
Sebbene sia un autore che incontra un certo astio nel fandom, non si può certo imputare a Snyder la mancanza di una bella dose di coraggio: se vi vi piace l’avventura e amate le sfide questo è il fumetto che fa per voi.

CONAN THE BARBARIAN #4 di Jason Aaron e Gerardo Zaffino

Quarto capitolo del Barbaro di Jason Aaron che si fa notare soprattutto per il disegnatore ospite: un Gerardo Zaffino dal tratto sporco e oscuro che riesce a dare il giusto aspetto oscuro e tenebroso a una storia crepuscolare.
Crepuscolare sia in quanto ambientata per gran parte di notte, tra le strade di Tarantia, capitale di Aquilonia, sia perché ci mostra la vita di un Conan in là con gli anni: insofferente e ai limiti della depressione, vessato com’è dalle incombenze della vita da sovrano che mal gli si addice.

Curiosamente questa potrebbe essere definita allo stesso tempo come la prova migliore e quella peggiore di Aaron sulla testata.
Da un lato lo scrittore riesce ad affrancarsi dal timore reverenziale che sembra avere nei confronti di Robert E. Howard e la sua creatura, proponendo al lettore un Conan inusuale, un vigilante di stampo quasi supereroistico; anche dal punto di vista del ritmo lo scrittore abbandona, seppure non sempre, lo stile “libro illustrato”, a favore di uno sviluppo più canonicamente sequenziale e fumettistico.
Di contro sembra non esserci traccia della macrotrama introdotta nei primi tre capitoli, dando quindi l’impressione di un mero riempitivo in attesa del ritorno del disegnatore principale.
Al netto di quest’ultima considerazione, che può essere ininteressante sotto diversi punti di vista, siamo di fronte a un deciso passo in avanti nello sviluppo di questa proprietà intellettuale.

Bam’s Version

GREEN ARROW #50 di Jackson Lanzing, Colin Kelly e Javier Fernandez.

Vigilanti impazziti, terribili lutti, una enorme responsabilità sulle spalle e l’amore della sua vita a fargli da supporto. Il biennio 2018 / 2019 è stato più che altalenante per Freccia Verde – principalmente a causa di un turbinoso avvicendamento ai writing duties della serie.Da Maggio dello scorso anno a questo Marzo, sui testi di Freccia Verde si sono alternate le sorelle Benson, Mairgrhead Scott e il duo Lanzing e Kelly. Tutti questi scrittori – e i tanti artisti che li hanno accompagnati – hanno reso la serie piuttosto difficile seguire: una trama principale ha fatto da stampella alla quale tutti si sono appoggiati, eppure Green Arrow non ha mai saputo brillare di luce propria, costruendo una trama che potesse respirare ed evolversi nel tempo.

All’alba del 2019, la rotazione frenetica sembrava, finalmente, pronta ad interrompersi. Con le Benson a chiudere il loro arco narrativo, Lanzing e Kelly saltavano a bordo della serie con una ottima storia legata a “Heroes In Crisis”, il ritorno del Conte Vertigo e le sensazionali matite di Javi Fernandez a fare da supporto. Tuttavia, mi trovo qui a scrivere dell’ultimo numero della serie: Green Arrow chiude improvvisamente i battenti, con quello che doveva essere l’inizio di un lungo story-arc e che si rivela, invece, la conclusione della serie.

Il villain conquistatore della serie diventa la direzione editoriale e, dunque, Lanzing e Kelly si trovano a dover chiudere le trame, piuttosto che aprirle. Il duo di scrittori tira fuori il meglio da una situazione disperata: braccato dalle forze speciali e a muso duro con Black Canary, Oliver Queen è assoluto protagonista di una lunga sequenza action, adrenalinica ed esplosiva. Javi Fernandez mette a buon uso la sua matita ultra-dinamica e le sue tavole complesse, una tela che l’artista sa piegare e modellare, scomporre in più vignette che seguono con occhio attento inseguimenti, frecce, proiettili e folli acrobazie.

Ma la chiarezza dei disegni, purtroppo, non rispecchia la caoticità di una trama chiusa velocemente e all’improvviso. Jackson Lanzing & Colin Kelly firmano buoni dialoghi e indovinano la voce di Freccia Verde, ma hanno l’ingrato compito di dover infilare tantissimo in sole 40 pagine. La serie ha scoccato, più volte, qualche buona freccia dalla faretra, ma senza mai centrare a pieno l’obiettivo. Purtroppo, queste non sono bastate per salvare Green Arrow. Cosa riserverà il futuro?

MEET THE SKRULLS #1 di Robbie Thompson e Niko Henrichon.

Undici anni dopo Secret Invasion di Brian Michael Bendis e Leinil Francis Yu, l’infida legione aliena degli Skrull torna ad essere protagonista. Ma sono cambiate tante cose in questi undici anni: gli Eventoni a fumetti hanno perso quell’aura di grandeur e solennità, lasciando il posto ad un rinnovato gusto per le dimensioni intime, l’umanizzazione e l’introspezione.

La famiglia Warner vive una vita tranquilla a Stamford, nel Connecticut. Il padre Carl lavora alla Stark Unlimited, la madre Gloria è impegnata nella politica locale, le figlie Madison e Alice cercano di sopravvivere al liceo. Ma, dietro la patina di quotidianità suburbana che può ricordare The Vision di King e Walta, si nasconde un nucleo famigliare di Skrull, mortalmente intenzionati a portare a termine la loro missione: sventare il Progetto Blossom e favorire, così, una nuova invasione aliena.

Robbie Thompson, più che da narratore, funge da osservatore. Lo scrittore, attraverso i Warner, analizza meccaniche sociologiche, reazioni e comportamenti studiati da occhi alieni. Un semplice gesto d’altruismo, una parola cattiva in mensa tra compagne di scuola, una gita alla mostra di scienze naturali: gli elementi della vita di tutti i giorni si trasformano in occasioni per manipolare, soggiogare e trarre vantaggio dalle debolezze umane. Ma il fumetto non risulta didascalico, tutt’altro.

Thompson brilla nella costruzione del mistero famigliare, individui uniti da una missione più che dall’affetto, che preferiscono rimanere in silenzio piuttosto che confrontarsi. In questa strana famigliola – tutt’altro che felice – ha più valore ciò che non viene detto che il contrario. La presentazione di questo “quadretto” è affidata a Niko Henrichon, artista dal tratto delicato e atipico dalla tradizione Marvel, valorizzato dalla colorazione di Laurent Grossat. Combinazione di stili americani, francesi ed orientali, la matita di Henrichon riesce a cogliere la sottile tensione che si nasconde sotto i volti umani scelti dagli Skrull. Le figure nervose e gli sguardi perfidi si confrontano, soffrono e rispondono con veemenza, con l’esito della missione – ed il bene dell’impero Skrull – che pende sulla testa dei Warner come una spada di Damocle.

Manca un po’ di contesto e qualche elemento meriterebbe un chiaro approfondimento, ma Meet The Skrulls #1 è solo il primo capitolo di un bel mistero urbano e fantascientifico. Il world-building é necessario, ma cominciare una storia senza avere tutte le carte scoperte puó rivelarsi un vantaggio sul lungo termine. Thompson e Henrichon fanno leva sul subdolo fascino degli Skrull per rivitalizzarli, calandoli in un interessante ed inedito contesto. Undici anni fa, l’Invasione Segreta cominciò dai supereroi; nel 2019, l’uomo comune torna al centro della narrazione.

 

“Gideon Falls”, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino – All’Ombra del Fienile Nero

Che David Lynch sia una delle maggiori ispirazioni di Jeff Lemire non dovrebbe stupire nessuno. Del resto, in più occasioni l’autore canadese ha espresso la sua vicinanza ai temi e la sua ammirazione per la brillante, lucida follia del regista e sceneggiatore di Missoula, nel Montana. Da sempre, l’autore esprime chiaramente la voglia di raccontare la sua personale visione del mondo, portandola al pubblico tramite il cinema, la televisione, la musica, la fotografia o la pittura.
Per i fan, Lynch è una sorta di figura mistica, un elemento di ispirazione irraggiungibile ed inarrivabile, eppure sempre pronto a donare nuove visioni e modi di interpretare le sue storie.

In questo momento della sua carriera, Lemire si trova molto vicino al “modello Lynch”. Dopo anni di onorata militanza tra Marvel e  DC e una carriera costruita su graphic novel di incredibile successo – con storie che hanno catturato attimi della sua vita, se pensiamo ad Essex County, Il Saldatore Subacqueo e Niente Da Perdere Lemire ha saputo trovare una nuova dimensione in Image Comics. Pur mantenendo viva la fiammella del divertissement supereroistico in Dark Horse Comics e il suo Black Hammer, è proprio in Image che Lemire ha saputo accostarsi ancora di più a David Lynch.

Nel 1984, Lynch creò un cult con Dune, il kolossal sci-fi tratto dal romanzo di Frank Herbert, dedicato alla turbolenta guerra del Landsraad; nel 2015, insieme a Dustin Nguyen, Jeff Lemire pubblica Descender, fumetto fantascientifico costruito su un conflitto interplanetario che ha a cuore la sorte delle intelligenze artificiali. Nel 1991, David Lynch e Mark Frost rivoluzionarono la TV statunitense con Twin Peaks, thriller con le tinte paranormali che sconvolse il mondo con la morte di Laura Palmer e l’indagine dell’Agente Dale Cooper nell’omonima cittadina; nel 2018, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino debuttano con Gideon Falls, un horror – thriller che lega le vite di due individui intorno al mistero del Fienile Nero. «Coincidenze?»

PuGideon Falls 2bblicato da Bao Publishing in formato cartonato, il primo arco narrativo di Gideon Falls, Il Fienile Nero, introduce da subito tre elementi fondamentali per la storia. La prima splash page ci presenta Norton, protagonista affetto da gravi disturbi psichici: paranoico, ossessionato e intimorito dal mondo che lo circonda, morbosamente attratto dalla spazzatura di una megalopoli opprimente, alla forsennata ricerca di qualcosa nell’immondizia.

Andrea Sorrentino, invece, si presenta da solo: chi ha letto il suo Freccia Verde o Vecchio Logan conosce le capacità di questo talento nostrano, audace storyteller che gioca con le tavole e padroneggia con destrezza il ritmo della narrazione.

Ogni occasione é buona per sorprendere il lettore ed ecco che la primissima pagina di Gideon Falls – Il Fienile Nero esterna uno dei temi portanti della serie. Norton appare per la prima volta a testa in giù, in piedi su uno sfondo urbano rosso sangue.
La prospettiva del lettore si raddrizza nella vignetta successiva, ma il primo impatto distorce il senso della pagina e costringe a guardare tutto da un punto di vista insolito, “sbagliato”.

Non ci sono POV da assumere che giustificano questa scelta, il lettore non è portato al livello di qualche elemento che osserva il protagonista da qualche strana prospettiva. L’atmosfera disturbante, inquietante e squilibrante di Gideon Falls si fa strada da subito, un manifesto che Lemire e Sorrentino affiggono affinché il lettore possa meglio capire che tipo di storia vogliono raccontare.

Dopo l’accattivante introduzione del povero Norton, gli autori guidano su una strada desolata che porta al centro di Gideon Falls, una città rurale di pochi abitanti che ha recentemente perso il proprio uomo di chiesa. A sostituirlo è Padre Fred, parroco dal passato turbolento che sembra aver rubato il volto a Woody Harrelson. Sarà proprio questo personaggio a fare le veci del lettore nella conoscenza di Gideon Falls, un posto orribilmente silenzioso, abitato da gente di campagna poco avvezza ai nuovi arrivati.

Proprio come Dale Cooper in Twin Peaks, che durante il corso delle indagini scoprirà l’esistenza della terribile ed onirica Loggia Nera, Padre Fred toccherà con mano le stranezze di Gideon Falls, scoprendone i lati più oscuri e venendo a conoscenza del mito sul Fienile Nero, una struttura apparentemente fuori da questo mondo, un fantasma di legno oscuro come la notte, chiodi arrugginiti e incubi da custodire, che da secoli minaccia l’esistenza stessa di Gideon Falls. Contemporaneamente, Norton si trova catturato in una spirale paranoica, circondato da reliquie del Fienile che lo richiamano compulsivamente, costringendolo a scavare tra il pattume dei sacchi di spazzatura e a condividere le sue teorie sul luogo insieme alla sua psicologa.

Il ritmo della storia rallenta, Lemire e Sorrentino si assestano in una introduzione del ‘mondo’ tramite una narrazione che scorre doppio binario. Norton e Padre Fred vivono due realtà diametralmente opposte, tuttavia accomunate dalla onnipresente sensazione che qualcosa di oscuro stia per distruggere bruscamente la “quiete” della trama.

Gli ambienti chiusi, ingrigiti e decadenti della metropoli si alternano alla campagna desolata di Gideon Falls. Non c’è niente di pittoresco nella ruralità che circonda Padre Fred, così come gli abitanti della città non sembrano accorgersi del piattume urbano che fa da sfondo alla malattia mentale di Norton. Dave Stewart, il colorista, ci tiene a non rendere le due ambientazioni troppo distanti, a voler sottolineare come Gideon Falls – Il Fienile Nero non racconti due storie distinte e separate. Gideon Falls 2

A causa di questo tedio visivo, di questa disarmante banalità urbana e contadina sapientemente illustrata su carta, l’apparizione del Fienile Nero shocka il lettore. Il cielo si fa cremisi. La griglia delle vignette utilizzata finora da Sorrentino lascia il posto ad una struttura mastodontica, che riempie la pagina e impone la sua presenza sull’intera storia.

Nei momenti che precedono la visione del Fienile Nero, Lemire e Sorrentino alternano freneticamente i due protagonisti, lontani ma legati indissolubilmente, trascinati con forza nell’orrore che questo luogo – comparso dal nulla – custodisce diabolicamente al suo interno.

Ogni manifestazione del Fienile è indimenticabile, si imprime a sangue nella mente dei protagonisti e del lettore. Segna la narrazione, interrompe bruscamente il racconto e ripartire è ogni volta destabilizzante, come riprendersi dopo un violento shock.

Fortunatamente, lo svolgere della trama non sottrae spazio allo sviluppo e alla voce dei personaggi. Non ci sono manichini sacrificati al netto dell’intreccio: Gideon Falls pullula di figure umane, devastate, irrequiete, contaminate dal mistero del Fienile Nero.
Lemire architetta con intelligenza i dialoghi, le interazioni tra membri del cast: la vera protagonista è la diffidenza, la difficoltà nell’aprirsi all’altro. Sembra che l’influenza negativa soprannaturale del Fienile scorra davvero nelle vene di questi personaggi, abbia un peso sulle loro spalle.

Grande merito del senso di costante disarmonia tra realtà ed incubo, tra tangibile ed inafferrabile, tra Gideon Falls e il Fienile Nero é da attribuire ad Andrea Sorrentino.

L’artista sembra più volte invasato dallo spirito occulto evocato da Lemire. Occasionalmente, il fumetto si apre turpi ed oniriche frenesie allucinogene, dense di simbologia, significati nascosti, presagi del futuro ma anche lente di ingrandimento per i contorcimenti psicologici dei personaggi – ancora, i paragoni con la Loggia Nera di David Lynch sono piú che azzeccati.

La tavola si spezza,  si auto-distrugge per raccogliere i propri pezzi e riassestarsi. Sorrentino non ripete mai lo stesso schema, ogni splash page è costruita in maniera diversa dalla precedente, racchiude nuovi dettagli, nuove formule per raccontare il dettaglio più insignificante e sviscerare i temi della storia. L’equilibrio tra esperimento artistico-narrativo e story-telling tradizionale è incredibile, sotto questo aspetto.

La voglia di scoprire cosa si nasconde dietro le porte del Fienile Nero muove non solo le pulsazioni dei protagonisti, ma sembra coinvolgere anche gli autori, stimola la curiosità del lettore, lo invita a girare pagina, a prendere rischi e spaventarsi.

Gideon Falls – Il Fienile Nero è un volume introduttivo che non scopre tutte le sue carte nel tentativo di catturare l’attenzione ad ogni costo. Piuttosto, Lemire e Sorrentino giocano con le tempistiche del genere thriller e l’adrenalina del genere horror, unendo i personaggi attraverso i silenzi, più che i dialoghi.  Gideon Falls 3
Come i primi 8 episodi di Twin Peaks, non a caso, Lemire offre il preludio al mistero, lo affronta di petto ma non lo comprende, non lo sviscera a pieno. Ne offre un ricco, oscuro preambolo e tuttavia non ha alcuna intenzione di risolverlo in maniera semplicistica o, quantomeno, di dare qualche indizio al lettore ed ai personaggi.
Lemire preferisce immergerli nei loro rimorsi, terribili segreti, fobie e li mette alla prova sotto il peso degli eventi che li schiaccia ed intrappola. Norton e Padre Fred sono protagonisti che rifuggono tale status, oppressi dagli eventi, alla ricerca di un modo di fuggire dal “mostro” che ha imprigionato le loro vite in un incubo perverso.

Una storia che prende il meglio dalla struttura narrativa sempre piú vicina al modello televisivo, adottando ritmi e tempistiche, utilizzo dei cliffhanger e della costruzione dei personaggi, senza dimenticare le libertà, tutte a fumetti, dello psicotico, sfrenato story-telling di Andrea Sorrentino. É una lettura che offre atmosfere difficilmente reperibili altrove. Un fumetto unico nel suo genere, forse l’unico vero horror attualmente in circolazione.

Wednesday Warriors #9

In questo numero di Wednesday Warriors:

I questa settimana sono usciti tanti fumetti interessanti ma, per fare un paragone musicale, se esce un nuovo album di inediti dei Led Zeppelin non ha senso parlare di altro. Per cui ci siamo dedicati a…

THE GREEN LANTERN #1 di Grant Morrison & Liam Sharp.

Bam’s Version

Chi è “the Green Lantern” del titolo di questa nuova serie? La copertina di questo #1 invita ad utilizzare il rasoio di Occam: Hal Jordan è la Lanterna Verde, la più famosa, la protagonista di quasi 60 anni di storie. Ma una volta aperto l’albo, la Lanterna Verde si mostra, imponente, riempiendo metà della prima pagina. La Batteria del Potere trionfa sui piccoli, azzurri Guardiani dell’Universo, intenti a comunicare con un’altra Lanterna, impegnata in una caotica missione su un pianeta-casinò. Basta girare la pagina per ammirare Liam Sharp riempire le tavole con strane creature aliene, un gigantesco ragno-pirata, un frenetico inseguimento e una Lanterna Verde in grado di manifestarsi sotto forma di virus influenzale.

Sharp cattura l’energia artistica provocatoria delle produzioni 2000AD ed averla aggiornata, canalizzando al meglio le influenze artistiche di Alan Davis, Ian Gibson e Mark White. Nelle prime cinque pagine si avvicendano caos e movimento, ma i dettagli non vengono assolutamente sacrificati: i personaggi mostrano subito tratti definiti, peculiarità contestualizzate alla follia intrinseca al Corpo delle Lanterne Verdi. Maxim Mox, Fleeze Flem, Thrilla-Tu e Chryselon sono le primissime Lanterne che Grant Morrison e Liam Sharp portano sulle pagine della serie e, da subito, al lettore resta la voglia di rivederle in azione.
La trama comincia a mettersi in moto, ammantando nell’ombra il villain di questa saga e le sue oscure motivazioni.

L’occhio si sposta sulla Terra, dove il lettore e i disegni possono respirare: dalle affollate visioni cittadine di Ventura, attraverso navi spaziali arricchite di ghirigori alla H.R. Giger e composte da metallo grezzo e sporco, ci avventuriamo nel deserto del New Mexico, che accoglie Hal Jordan, girovago e perso con gli occhi al cielo. Dopo aver passato la notte con la vecchia fiamma Eve Doremus e aver preso parte ad una tragicomica scazzottata con degli hobos, Jordan si trova impelagato nella seconda parte della trama del numero, costretto a rimediare al guaio intergalattico delle prime pagine; tre peculiari ma pericolosi assassini sono liberi sulla Terra e tocca a Jordan consegnarli alla giustizia. Morrison ne approfitta per ricreare il passaggio di consegna dell’Anello tra Abin Sur e Hal Jordan, un’eco alle origini del personaggio che chiude con stile l’introduzione del protagonista. Furia e distruzione aliena imperversano in città, ma con calma olimpica, esperienza sul posto di lavoro e sana, eroica arroganza, Lanterna Verde utilizza costrutti classici e cartooneschi – mani giganti, barattoli e blocchi di ferro – per riportare la calma e placare gli animi, arrestando i criminali. Quell’uomo un po’ sporco e senza lavoro, che ha intrattenuto i passanti prendendo a pugni dei vagabondi pochi minuti prima ha lasciato spazio ad un Eroe galattico in grado di sconfiggere tre criminali senza alzare un dito, come se urlare il Giuramento del Corpo delle Lanterne Verdi lo avesse trasformato in qualcun altro.

Se dovessimo dividere in capitoli queste prime 32 pagine, potremmo individuare la presentazione del problema all’inizio, un interludio che ci rivela il protagonista e la risoluzione del conflitto; in questa quarta ed ultima porzione di storia, Morrison & Sharp introducono la Nuova Oa e la macro-trama che dà il via ai 12 numeri di “The Green Lantern”. I Guardiani dell’Universo espongono l’Universo secondo le Lanterne Verdi, dando possibilità allo scrittore di scozzese di esporsi nella sua reinvenzione del Corpo delle Lanterne, ricostruito sotto una nuova luce e un’ottica ben più ampia, approfondito e ingigantito dalla concezione universale Morrisoniana; Sharp, nel frattempo, va oltre l’approccio britannico al comparto artistico e illustra un cosmo ricco di luci, infiniti kirby krackles e influenze europee figlie di Metál Hurlant, da Moebius a Druillet.
I Settori della galassia si espandono in un secondo, cinque pagine che sembrano quasi cosmogonia per quanto cariche di idee; un solido #1 finora diventa così una dichiarazione d’intenti, un manifesto programmatico che indica la direzione ma non porta limitazioni alla trama in divenire. Morrison si crea un tavolo da gioco infinito e colmo di folli possibilità da prendere al volo.

Aver dato questa enorme occasione a Grant Morrison e Liam Sharp significa, per DC Comics, avere gli occhi puntati su un futuro lucente, brillante di immaginazione e Volontà color giada e smeraldo. “The Green Lantern” monopolizzerà l’attenzione dei lettori per tutta la sua durata, un occhio di riguardo provato dal personaggio soltanto durante l’era Johns / Tomasi. Eppure, ci si trova di fronte a qualcosa di radicalmente diverso ed esaltante.

Gufu’s Version

Negli ultimi 10 anni, e forse anche di più, sono due gli autori che hanno contribuito in maniera determinante alla costruzione dell’universo DC così come lo conosciamo: Geoff Johns e Grant Morrison. Dalla Justice League a Flash, da Superman a Batman due si sono “rincorsi” nella definizione di quello che è forse il parco dei personaggi più iconico dell’intero fumetto statunitense e mondiale.
È quindi estremamente significativo che lo scrittore scozzese si trovi ora a dare voce al personaggio simbolo della carriera di Johns: Lanterna Verde.
Con questo Green Lantern #1 Morrison, com’era prevedibile, prende una direzione totalmente diversa da quella percorsa da Johns e per farlo si affida al tratto, oscuro e ai limiti del grottesco, del bravo Liam Sharp.
Il duo britannico si allontana dal racconto epico-supereroico impostato da Johns e che ha caratterizzato le gestioni precedenti, in favore di una nuova ambientazione più crudamente fantascientifica che richiama le atmosfere del 2000AD – storica rivista inglese che ha svezzato entrambi – degli anni 80/90.
Laddove Johns aveva allargato a dismisura il cast di comprimari e avversari, Morrison si concentra sul singolo Hal Jordan mettendolo in rapporto (conflitto?) con l’intero universo. Nelle prime dieci pagine dell’albo Sharp e Morrison ignorano il protagonista per mostrarci il loro cosmo, nuovi mondi alieni, nuovi personaggi e un nuovo look che destabilizza e affascina chi legge. Quando finalmente viene introdotto Hal ci troviamo di fronte a un personaggio complesso e travagliato, la drammatica distanza tra il suo ruolo di esploratore dell’infinito e la sua realtà terrena e terrestre lo rende un disadattato aprendo così una crepa nella corazza di spavalderia arrogante che da sempre caratterizza questo “Han Solo del fumetto supereroico”.
In questo lavoro di ridefinizione del personaggio e della serie gioca un ruolo cruciale il tratto dettagliato e cupo di Liam Sharp: il disegnatore inglese riesce a restituire ai lettori un universo tangibilmente alieno, diverso, fatto di personaggi e luoghi impossibili da ricondurre al vissuto quotidiano e alla narrazione canonica del fumetto supereroico; allo stesso tempo si dimostra assolutamente efficace nelle sequenze dal sapore quasi western ambientate sulla Terra.
Tutti gli aspetti del linguaggio fumetto in questo albo bilanciano le necessità del fumetto di intrattenimento con l’intenzione di densità narrativa portata avanti dai due autori: una densità che fa presagire un ciclo di storie ben più ambizioso rispetto al semplice “poliziesco fantascientifico” prospettato da Morrison durante le interviste rilasciate finora.
I due mettono tantissima carne sul fuoco (tra cui una pagina che farà tirare giù un paio di sacramenti dalle parti di Northampton) riempiendo così l’albo di interessantissime premesse sul futuro.

Wednesday Warriors #7 – Da Batman a Ghost Rider

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

GREEN LANTERNS #57 di Dan Jurgens e Mike Perkins

“End of the road” per le Lanterne Verdi…o almeno, lo sarà, fino all’arrivo di Grant Morrison.
Green Lanterns chiude la sua corsa al #57, serie lanciata con la Rinascita da Sam Humphries con protagonisti Simon Baz e Jessica Cruz, evoluta poi negli ultimi mesi in uno sguardo d’insieme all’intero Corpo delle Lanterne Verdi.
A Dan Jurgens è toccato l’arduo compito di calare il sipario e non l’ha fatto in maniera sommessa: ripescando fuori il suo pupillo, Cyborg Superman, Jurgens ha sfruttato al massimo le ultime pagine a disposizione per regalarci uno scontro titanico tra Hank Henshaw e l’intera legione smeraldo con il destino di Coast City in palio; al tavolo da disegno Mike Perkins in buona forma artistica, perfetto nelle sequenze action, meno pulito e composto nei momenti di quiete dopo la tempesta.
Un discreto numero finale, che cambia alcuni fondamentali elementi ed apre le porte al completo rilancio e ad un nuovo futuro per le Lanterne.

WHAT IF? MARVEL COMICS WENT METAL WITH GHOST RIDER #1 di Sebastian Girner e Caspar Wijngard.

Scritto da Sebastian Girner, editor e scrittore in Image, disegnato da Caspar Wijngard, What If? Marvel Comics si distingue immediatamente per le proprie scelte metanarrative, per un look avulso e un’audacia, finora, impensata dagli autori dei precedenti What If?
La “Marvel Comics” del titolo non è intesa come universo narrativo, ma invece come l’azienda Marvel, con C.B. Cebulski che riesce ad interagire con i propri personaggi senza distorcere la propria continuity o…il tessuto della realtá.
Girner, avvezzo al tono satirico e demenziale con Shirtless Bear Fighter, sceglie Robbie Reyes, il nuovo Ghost Rider, come protagonista di questo tour degli uffici Marvel in compagnia degli Hassenwald, gruppo black metal latveriano collegato ad una sempre più oscura serie di incidenti demoniaci ed occulti, avvenimenti macabri in grado di terrorizzare le menti dei loro fan, un presagio sottile ma efficace che lascia il sospetto nel lettore fino al momento cruciale della storia.
Il fumetto si trasforma presto in un delirio dal colore nero pece: il plot twist coglie alla sprovvista e la rottura dell’atmosfera iniziale è talmente netta e brutale che estranea chi sta leggendo, chiude gli strappi dimensionali tra il nostro mondo e quello dei fumetti, creando un incubo inaspettato e divertentissimo.

SHURI #1 di Nnedi Orakofor e Leonardo Romero.

L’effetto Coates riverbera ancora tra le mura degli uffici Marvel e l’onda di autori afroamericani e, in questo caso specialmente, afrofuturisti apre le porte a Nnedi Orakofor, autrice pluripremiata che ha bagnato i piedi in Marvel negli ultimi mesi ed ora ha finalmente l’occasione di scrivere la sua prima serie regolare.
Il debutto di Shuri é una gioia per gli occhi, non solo grazie agli straordinari disegni dell’erede di Chris Samnee Leonardo Romero, ma anche e soprattutto per l’atmosfera leggera, forte e positiva che trasmette la protagonista, un radicale cambio di tono dal lavoro di Ta-Nehisi Coates sul personaggio.
I colori vividi e vibranti di Jordie Bellaire animano un Wakanda tutto al femminile, colto alla sprovvista dall’assenza del proprio Re; Shuri si trova a dover elaborare la sua nuova posizione, insieme ad un misterioso compagno di chat e i suoi nuovi poteri, dono della sua esperienza nel Djalia, il “Valhalla” Wakandiano.
Orakofor firma un primo numero azzeccato e piacevole alla lettura, con qualche indizio sul futuro e una importante decisione che segnerá il percorso da qui in poi.

Gufu’s Version

JUSTICE LEAGUE #10 di Scott Snyder e Francis Manapul

Con questo albo comincia il crossover “Drowned Earth” con il quale Scott Snyder si assume il compito di “ricollocare” Aquaman all’interno dell’universo DC a seguito degli sconvolgimenti raccontati durante Dark Nights: Metal e sulla testata dedicata al supereroe acquatico.
Gestire un crossover è sempre un affare complicato, anche quando coinvolge un numero limitato di testate e autori come in questo caso, che rischia di snaturare l’identità delle serie coinvolte; in questo albo però Snyder riesce a introdurre l’evento, comunicandone al lettore la portata, continuando a sviluppare coerentemente la propria narrazione. La scelta, intelligente e “di mestiere”, di suddividere il gruppo in più team operativi, ognuno con la propria missione permette allo scrittore di raggiungere diversi obiettivi: riesce ad allargare il cast inserendo dei comprimari (Adam Strange e Firestorm) senza dare l’impressione di un albo sovraffollato, di portare avanti le sottotrame senza sacrificarle all’evento principale, infine gli consente di lavorare alle dinamiche tra i personaggi e sull’approfondimento dei singoli esponenti della lega.
Questo tipo di racconto richiede, di norma, un interprete che sappia rendere con efficacia la portata dell’evento senza perdere di vista gli attori principali; un disegnatore in grado di coniugare chiarezza espositiva a roboanti tavole in cinemascope. Questo interprete si chiama Francis Manapul che conferma il suo stato di grazia in ventidue pagine di virtuosismi che mettono su carta il blockbuster di Snyder aggiungendo a questo la sua innata capacità di rendere iconici i personaggi coinvolti.

AQUAMAN #41 di Dan Abnett e Lan Medina

Se Snyder e Manapul hanno confezionato il prologo di Drowned Earth come un blockbuster epico, Dan Abnett scrive il suo tie-in al crossover nella forma del disaster movie.
Strettamente legato a Justice League #10, Aquaman #41 racconta gli eventi visti dalla prospettiva dei cittadini di Atlantide mettendo Mera al centro di un albo privo del suo titolare. Aquaman è infatti disperso e la sua compagna, neo-sovrana di Atlantide, si trova ad affrontare questa crisi da sola.
Abnett è bravo a descrivere il conflitto di Mera con delle forze progressivamente più soverchianti, scavando nella psicologia della protagonista che, evidentemente, deve ancora prendere piena coscienza delle sue nuove responsabilità. Da questo duplice conflitto, extra-personale e personale, emerge un personaggio forte, nella personalità e nei poteri, e allo stesso tempo inesperto, quasi fragile, nella gestione del proprio ruolo. Abnett lascia in eredità al suo successore, la scrittrice Kelly Sue DeConnick, un personaggio femminile interessante e complesso. Meno appariscente e talentuoso di Manapul Lan Medina è quello che normalmente viene definito un disegnatore solido; il suo stile sobrio privilegia la chiarezza espositiva e la riconoscibilità dei personaggi restando fedele all’impostazione generale della testata. Alterna tavole di ampio respiro, che si adeguano all’impostazione da film catastrofico di cui sopra, a primi piani e inquadrature strette focalizzate sui protagonisti delle vicende riuscendo così a descrivere consistentemente il dramma che vede opposti (super)uomo e Natura.

BATMAN #57 di Tom King e Tony Daniel

Con questo numero si conclude lo storyarc “Beast of Burden” che vede opposto il nostro eroe a KGBeast reo di aver [non ve lo dico che sennò è spoiler e poi chi vi sente].
Come già successo con David Finch, e soprattutto nel ciclo I Am Bane, Tom King sfrutta lo stile muscolare e “anni ‘90” del disegnatore di turno per portare avanti il suo racconto su due binari: quello più strettamente d’azione – fatto di combattimenti, denti digrignati e uomini picchiati come la sella di un cosacco – e quello più introspettivo.
Tony Daniel disegna un’intensa sequenza di lotta nella quale il lettore percepisce vividamente la fatica dei due contendenti portati al proprio limite fisico alla quale fa da contrappunto un singolare racconto popolare russo. A differenza di quanto fatto in passato infatti, King non affida la ricerca introspettiva a dialoghi o a monologhi in didascalia ma delega questo compito alle tavole di Mark Buckingham nel quale ci viene raccontata una fiaba intitolata “Gli animali nel pozzo”, un racconto folkloristico raccolto e pubblicato da Aleksandr Nikolaevič Afanas’ev nel 1923, che racconta una cruenta parabola sulla “sopravvivenza del più forte” venata da quella crudele ironia tipica del popolo russo.
Ancora una volta King utilizza la storia di un personaggio, di un villain, per far emergere nuovi aspetti della personalità e della psicologia di Bruce Wayne: i recenti eventi hanno trasformato Batman rendendolo un personaggio diverso rispetto a quello conosciuto 56 numeri (e quindi 28 mesi) fa, facendo emergere, o riemergere, il suo lato più oscuro proprio nelle ultime pagine. Un finale che per modalità e personaggi ricorda uno dei capitoli più controversi della storia del personaggio: il Batman #420 del 1988 di Starlin e Aparo che lasciava KBeast, presumibilmente, a morire chiuso in una cella.

Wednesday Warriors #5 – Dai What if a Nightwing

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

WHAT IF? SPIDER-MAN #1 di Gerry Conway & Diego Olortegui.

Ottobre è arrivato e per la Marvel è il momento di porsi domande serie…per esempio, cosa sarebbe successo se Flash Thompson fosse stato morso dal ragno radioattivo?
Da veterano ragnesco qual è, Gerry Conway decide di prendere un classico comprimario delle avventure di Peter Parker e dargli il palcoscenico, rinarrando le origini dell’Uomo Ragno; non ci troviamo, però, di fronte al Flash Thompson eroico che conosciamo tramite l’Agente Venom. Conway sa benissimo rievocare i tempi del Flash bullo ed arrogante, una persona profondamente insicura sul suo futuro, frustrata, che si aggrappa ferocemente al poco che ha. La scelta dell’utilizzo di un narratore esterno, l’Invisibile, tarpa le ali ad un protagonista ed una storia che mostrano intriganti colpi di scena ma che una volta realizzati, sono soffocati dai costanti interventi estemporanei che troncano il potenziale sviluppo dei personaggi. Diego Olortegui inventa un buon costume per questo Ragno-Thompson e ricorda, in alcuni tratti, Todd Nauck, con chine e colori di Walden Wong e Chris O’Halloran che fanno il loro dovere e rendono la lettura piacevole. Si poteva fare di più…

WHAT IF? X-MEN #1 di Bryan Hill, Neil Edwards e Giannis Milogiannis.

I What If? si dividono in tre categorie: cambio di personaggi, di trama o di contesto: la scelta di Bryan Hill per questo What If? X-Men ricade nel terzo ambito. Nel mondo creato dall’autore, il cyber-spazio si è evoluto oltre il mondo reale, abitato da utenti comuni e dagli Exe, utenti in grado di modificare il proprio codice e quello intorno a loro, cambiando il loro aspetto e abilitá a loro piacimento. La metafora degli X-Men e della lotta al diverso viene sacrificata, dunque, in favore dell’esperimento narrativo alla “Matrix”, senza evitare, però, qualche accenno di discorso sociologico sull’evoluzione della tecnologia e la disparità tra ricchi e poveri, tra chi vede la convivenza tra utenti ed exe pacifica e chi, invece, crede nel potere superiore dei “mutanti digitali”. Una storia piacevole e curiosa proprio per le influenze cinematografiche (e non) che l’hanno plasmata, disegnata e divisa da due artisti: Neil Edwards, solidamente piantato con i piedi nel pericoloso mondo reale del roccioso Cable, e Giannis Milogiannis, che ci cala nel mondo virtuale, dove può esprimere tutte le sue influenze manga nella frenetica sequenza action con Domino e i Nimrod.

DOCTOR STRANGE #6 di Mark Waid e Javier Pina.

Terminata la scampagnata stellare del buon Dottore, Mark Waid decide di riportare Stephen Strange sul suo pianeta e tirare fuori dal cappello un personaggio visto nella sua vecchia miniserie “Doctor Strange: The Doctor Is Out”. L’operato dello scrittore su questa serie è stato finora discreto, ma assolutamente lontano dal must-read o sconvolgente: aver saputo adattare Strange al contesto spaziale (con un nuovo look, tra l’altro, firmato Javier Pina) è sì stato interessante e, alla fin fine, ben realizzato, ma con una premessa simile si doveva necessariamente fare di più. Con una premessa ben più semplice, Donny Cates aveva rivoluzionato l’intero assetto costruito da Jason Aaron, per fare un esempio.
Il ritorno sulla Terra dello Stregone Supremo apre vecchi portoni e introduce una nuova nemesi, ma continua a non avere quell’appeal che gli autori precedenti hanno saputo trasmettere al personaggio.

Gufu’s Version

SHATTERSTAR #1 di Tim Seeley, Carlos Villa e Gerardo Sandoval

Shatterstar è indubbiamente uno dei personaggi simbolo del fumetto supereroico anni ‘90, o quantomeno di un certo modo di intendere il genere, figlio della scuola di Rob Liefeld: azione, violenza, denti digrignati e anatomie improbabili.
Ed è proprio con questo stile che si apre l’albo, con un flashback che vede il nostro protagonista coperto di sangue e circondato dai cadaveri dei suoi nemici.
Già dalla seconda pagina però Tim Seeley delude i fan hardcore del fumetto “Extreme” mostrandoci il nostro eroe intento a svolgere compiti più mondani – spazzare la strada – dando al racconto una caratterizzazione più vicina allo “slice of life”. Questo contrasto tra le due vite di Shatterstar, sottolineato anche dall’alternanza di disegnatori, è anche il grosso indizio che Seeley ci dà sulla direzione che intende intraprendere in questa miniserie.
Il soggetto è tanto canonico quanto funzionale e affidabile: l’eroe “in pensione” viene costretto a tornare in azione a seguito di eventi tragici.
Si tratta di un soggetto ampiamente collaudato da decenni di letteratura, cinema e fumetti; non può fallire. Lo svolgimento purtroppo affossa quasi totalmente il ritmo di questo primo numero: la necessità di introdurre dei nuovi comprimari, di riepilogare la vita del protagonista ad uso dei potenziali nuovi lettori e di arrivare al momento topico dell’eroe entro le 22 pagine costringono lo scrittore a un lungo e frettoloso spiegone, narrato in terza persona tramite le didascalie, che va dalla prima all’ultima pagina.
L’effetto è quello di appiattire tutto il racconto, smussando qualsiasi possibile rilievo e arrivando a neutralizzare anche la scena cardine sulla quale si regge tutta la sceneggiatura.
Carlos Villa offre una prova in linea col compito affidatogli, narrazione, linguaggio del corpo ed espressività dei personaggi sono coerenti e solidi ma il tutto risulta privo di mordente e dà l’impressione di un talento imbrigliato dalle necessità di sceneggiatura elencate sopra. Più incisivo risulta invece il lavoro del pur meno dotato Gerardo Sandoval sui flashback, più affine allo spirito originario di Shatterstar.

NIGHTWING #50 di Benjamin Percy, Chris Mooneyham e Travis Moore

Nightwing #50 segna un punto di svolta apparentemente molto importante nella storia del primo Robin, gli eventi raccontati in Batman #55 hanno avuto delle ripercussioni significative su Dick Grayson e sul suo alter-ego, ammesso che quest’ultimo esista ancora.
Benjamin Percy, dopo un paio di prestazioni opache, lascia la serie con una storia decisamente convincente: l’albo esplora approfonditamente e in maniera convincente la vita e la personalità del nuovo Richard Grayson – o anche Rick Gray – ricorrendo anche al confronto con il “vecchio” Dick ripercorrendo uno dei suoi primi scontri con lo Spaventapasseri quando ancora vestiva i panni di Robin.
Percy riesce a rendere efficacemente il conflitto interiore, e il senso di estraniamento, vissuto dal protagonista e lo inserisce in un nuovo contesto, con nuovi comprimari e ambientazione, facendogli tagliare i ponti con il suo passato, Barbara Gordon compresa. Il tratto fotorealistico di Travis Moore ben si adatta alla narrazione degli eventi presenti e offre un interessante contrasto con il segno più espressivo e anni ‘90 di Chris Mooneyham incaricato dei disegni del flashback.
Non è ancora chiara la direzione che verrà intrapresa dal nuovo Nightwing ma la caratterizzazione sembra pericolosamente vicina a quella “ribelle” tipica di Red Hood (Jason Todd), e il fatto che la serie sarà affidata, dal #51 al #53, proprio a Scott Lobdell, che ha gestito Red Hood negli ultimi sette anni, rende questa ipotesi assolutamente plausibile.
Di conseguenza al plauso per un albo ben realizzato si affianca il legittimo dubbio sulla reale necessità di questa svolta. C’è davvero bisogno di un nuovo Nightwing?

Wednesday Warriors #3 – Da The Wild Storm al Ritorno di Wolverine

 

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

JUSTICE LEAGUE #8 di James Tynion IV e Mikél Janin.

Ritorna al centro del palcoscenico la Legione del Destino, protagonista di questo ottavo numero di Justice League. Dopo il gran finale di arco narrativo nello scorso numero, James Tynion IV sposta nuovamente l’attenzione del lettore: Luthor resta il nemico pubblico #1 per la Justice League e le sue azioni stanno togliendo equilibrio alla bilancia di forze in gioco. Il ritorno di uno storico personaggio della continuity DC viene ben integrato con la trama principale della serie, l’esplorazione della Totalità e il suo significato in ottica multiversale, mentre il diavolo custodito nel cuore della Hall Of Doom sembra pronto a contrattare la sua vasta conoscenza con una terrificante promessa.
Tynion IV sa perfettamente gestire egocentriche e lugubri personalità come Luthor, Joker, Sinestro e Grodd allo stesso momento, dando voce ai personaggi senza far pestare i piedi; Mikél Janin si conferma artista notevole, sempre pulito e con una maestrale gestione della tavola.
Anche se protagonista di poche pagine, i due numeri pubblicati finora hanno messo in luce la Legione del Destino quanto la sua controparte eroica, rimarcando sempre di più il concetto principale di questa run firmata Scott Snyder, il flusso e lo scontro di forze equivalenti insito nell’Universo DC.

 

VENOM #6 di Donny Cates e Ryan Stegman.

Si ami o si odi il personaggio, c’è da ammetterlo: il lavoro di Cates & Stegman è stato enorme, audace e per certi versi rivoluzionario. L’autore ha scavato per tirare fuori una ret-con figlia di Jason Aaron e del suo primo Thor, coraggiosa ma vera boccata d’aria fresca per Eddie Brock & simbionte, finalmente usciti da un tunnel di mediocrità chiamato Mike Costa.
Il sesto numero della serie spinge sull’accelleratore prima dello stop: Venom e “Rex” si trovano a dover affrontare il terrificante Knull, Primo Dio dell’Abisso, unendo le proprie capacità in un mix di violenza aliena e armi da fuoco terrestri. Stegman, anche in questo numero in stato di grazia, ci tiene a rimarcare al lettore quanto sia in debito con gli anni ‘90, esplodendo in un tripudio di spade, bombe a mano, fucili e simbiotico liquido nero. Il risultato dello scontro, orchestrato e coreografato senza pecche, diventa importantissimo e cambia nuovamente le logiche del rapporto ospite / simbionte: Eddie sembra davvero non avere pace, ma data la sua natura “eroica” di questa serie, riuscire a creare empatia verso questo bastardo sembra essere perfettamente nelle corde di Cates.

THE WILD STORM #17 di Warren Ellis e Jon-Davis Hunt.

Il viaggio attraverso l’America di John Lynch non é ancora concluso: il progetto Thunderbook, ormai sotto copertura e fuori dai suoi radar da tempo, è nel mirino delle Operazioni Internazionali e, nella guerra contro Skywatch, potrebbero rivelarsi l’arma vincente. È una corsa contro il tempo e Warren Ellis lo sa benissimo.
Accompagnato da un Jon-Davis Hunt in splendida forma e sempre più padrone della pagina e delle sue vignette con il proseguire della storia, l’autore divide questo diciassettesimo numero di The Wild Storm in due parti; come accennato, alle prime dieci pagine il compito di introdurre un nuovo membro dell’ex Thunderbook, Stephen Rainmaker. Anche in questa occasione, i dialoghi e le parole usate mescolano familiarità tra i personaggi ma anche distacco emotivo, paura, dissenso, giocando sempre con la tensione tra Lynch e i suoi “figli”.
Quasi a sorpresa, la seconda parte dell’albo si prende la libertà di mostrarci il secondo, inquietante confronto vis-a-vis con i terrificanti Daemon, la razza di alieni ancestrali che ha deciso di riportare l’equilibrio in un mondo ormai fuori scala, incapace di ritrovare un bilanciamento. In una storia che non sembra avere una netta divisione tra eroi e villain, i Daemon sono certamente alcune delle figure più maligne introdotte da Ellis finora.
The Wild Storm continua a essere una delle letture migliori del mese in DC, un thriller fanta-politico che non sembra avere nulla a che fare con le figure ipertrofiche dalle quali prende ispirazione.

Gufu’s Version

RETURN OF WOLVERINE #1 di Charles Soule e Steve McNiven

A quattro anni dalla sua morte torna Wolverine, quello vero, non un clone, non una sua versione futuristica, non un figlio ecc… ma proprio il Logan morto in Death of Wolverine, e a farlo tornare sono proprio gli artefici della sua morte: Charles Soule e Steve McNiven.
Sebbene in questo primo albo venga detto relativamente poco, la storia risulta di facile approccio anche a chi è a digiuno della recente cronologia di Wolverine, segno che si tratta di un progetto determinato a richiamare all’ovile i fan storici del mutante canadese.
Cosciente dei punti di forza storici del personaggio Soule reintroduce il mistero nella vita di Logan: troviamo il nostro eroe coperto di sangue, in un laboratorio semidistrutto situato chissà dove, confuso, con ricordi frammentari e con un nuovo avversario, Persephone, anch’essa misteriosa. Lo scrittore rifugge dall’uso della classica narrazione per didascalie introspettive, trademark del personaggio sin dalla gestione di Claremont, per sperimentare un dialogo tra le varie personalità – o versioni –  di Wolverine descrivendo una sorta di schizofrenia che offre una serie di prospettive interessanti.
Il punto forte dell’albo è sicuramente la resa artistica, Steve McNiven si esibisce in una serie di virtuosismi che puntano a riproporre lo stile di Barry Windsor Smith riuscendo a catturarne l’eleganza pur essendo evidente che il disegnatore si trovi in una fase intermedia della sua sintesi nella ricerca di uno stile più personale.
Ad azzoppare parzialmente il lavoro di McNiven ci pensano purtroppo gli inchiostri discontinui di Jay Leinstein, capace di valorizzare il tratto nelle prime pagine e di renderlo goffo e grezzo alla fine dell’albo, e i colori di Laura Martin, troppo scuri e pesanti che forse tendono a coprire il lavoro dettagliato fatto sulle linee.

MISTER MIRACLE #11 di Tom King e Mitch Gerads

Penultimo capitolo di quello che è, qualitativamente parlando, probabilmente il punto più alto della carriera di Tom King fino a oggi, complice anche l’incredibile lavoro di Mitch Gerads capace di sfruttare al meglio un vincolo apparentemente castrante come quello della griglia fissa a nove vignette.
I due autori riescono a convogliare i propri talenti in uno stile che coniuga dramma e humor – esemplare in questo senso la pagina in cui Darkseid mangia le verdure -, epicità e quotidianità, capace di coinvolgere e appassionare fino all’ultima vignetta. L’albo si chiude con un twisted turn degno di M. Night Shyamalan, che tutti, più o meno, ci aspettavamo ma che ci lascia comunque curiosi sugli sviluppi possibili dell’ultimo capitolo.

 

PEARL #2 di Brian Michael Bendis e Michael Gaydos

In questo secondo capitolo vengono confermate le impressioni, buone e cattive, date dal primo albo: Brian Michael Bendis sviluppa una sceneggiatura attorno a un soggetto essenziale teso principalmente a sottolineare e valorizzare l’abilità compositiva e virtuosa di Michael Gaydos. I punti forti dell’albo risultano infatti essere quelli in cui l’artista viene maggiormente lasciato libero di sfogare la propria verve senza vincoli narrativi di sorta: le spread page in cui vediamo la protagonista intenta nel suo lavoro di tatuatrice sono indubbiamente le più appaganti di tutto l’albo.
La trama, imperniata su Yakuza e omicidi, è probabilmente l’elemento meno interessante, un mero pretesto per un’esposizione fatta di pop-art e dialoghi brillanti figli dell’indiscusso talento da paroliere dello scrittore. Mestiere e sapiente gestione del ritmo però non bastano però a coprire la sostanziale assenza di una vera sostanza, un’inconsistenza narrativa di fondo. Probabilmente il quadro generale sarà più apprezzabile una volta che la serie verrà raccolta in volume.