Fabrizio Nocerino

Creatore di Uncanny Comics., amante del buon fumetto, da anni prova ad essere meno geek, con scarsi risultati.

Wednesday Warriors #37 – da The Wild Storm a Doom Patrol

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

THE WILD STORM #24 di Warren Ellis e Jon Davis-Hunt.

Ci sono voluti ventiquattro numeri per mandare il mondo in fiamme.

La guerra invisibile che ha separato il cielo e la Terra si rivela al mondo: da un lato Henry Bendix, direttore delle operazioni e capo del programma spaziale occulto Skywatch; dall’altro Miles Craven, leader delle Operazioni Internazionali e custode dei più grandi segreti del pianeta. E’ iniziato tutto da un uomo in caduta verso l’asfalto – immagine che, col passare del tempo, è diventata sempre più simbolica, metafora del conflitto tra le due agenzie. Il sottile equilibrio tra superpotenze Terrestri e extraterrestri venne rotto nel #1, quando Angela Spica sfruttò la tecnologia segreta della O.I. per salvare Jacob Marlowe, boss della HALO Corporation, vittima di un complotto. Gli ultimi numeri della serie hanno spalancato le porte della familiarità: l’enorme cast si è riunito, diviso e scelto da che parte stare. Lungo il percorso, Angie Spica ha incontrato volti familiari ai lettori del vecchio Universo Wildstorm – da Michael Cray ad Apollo e Midnighter, da Jenny Sparks a Jack Hawksmoor. La Tempesta Perfetta del titolo ha riformato l’Authority in maniera organica e follemente efficace, sparando un gruppo di soldati, metaumani e reietti come un proiettile al centro di un tornado. 

Il #24, finale della serie, si apre con una città in fiamme e uomini e donne, legati in maniera malsana a codici genetici alieni scatenare il caos per le strade. Bendix e Craven, dalle loro torri d’avorio, osservano i monitor riportare scenari catastrofici, mentre entrambi cedono alla disperata paranoia tipica degli uomini sull’orlo di perdere tutto. La collera, l’invidia e la voglia di supremazia spingono entrambi a gesti estremi, ottusi dalla loro sfida personale, coscienti di ciò che la loro guerra stia per scatenare – la fine del mondo.  La frenesia dell’azione coinvolge tutte le parti in causa. La risoluzione finale di The Wild Storm è il risultato di una lenta ma avvincente partita a scacchi – ma purtroppo per l’umanità, tra Skywatch e O.I. non si gioca per l’onore.
I protagonisti di Warren Ellis si confrontano in maniera schietta, seguono piani d’attacco e si lasciano sopraffare dall’emozione. Non ci troviamo di fronte allo squadrone ultra-militarizzato di The Authority. Qui Ellis si libera della veste politica, dissacrante e incattivita indossata dalla squadra originale. C’è spazio per dello humor, piuttosto paradossale e con uno spiccato gusto per l’assurdo. I nomi sono gli stessi, eppure i protagonisti di questa storia non hanno nulla in comune con chi li ha preceduti. Nei dialoghi e nelle caratterizzazioni di Ellis si nota un meraviglioso senso di disfunzionalità e nevrosi da nuovo millennio, che in egual misura permea la trama di tutto The Wild Storm – ed è incredibile quanto sia cambiata la visione distopica della società Ellisiana nel giro di un ventennio.

Jon Davis-Hunt e Steve Buccellato al tavolo da disegno sono liberi di seguire il proprio istinto: in un fumetto che storicamente ha fatto dell’azione à la John Woo e Michael Bay i propri punti di riferimento, Davis-Hunt ha saputo distinguersi, presentando uno stile più vicino ai Wachowski nella trilogia di Matrix – ipertecnologia, impianti cibernetici, poteri alieni, esplosioni, missili e proiettili hanno riempito le pagine in maniera aggraziata, saggiamente ritmata grazie ad una metodica gestione della griglia. Le pagine di The Wild Storm sono scandite dal movimento e sebbene tecnicamente ancora impreciso, Davis-Hunt colma le proprie lacune con uno sguardo registico invidiabile e fuori luogo, attentissimo nel massimizzare l’impatto dell’azione e il peso della recitazione dei propri personaggi.

Il climax del numero riesce ad essere perfettamente in linea con l’intero rilancio WildStorm – autocontenuto, soddisfacente, preciso nell’esecuzione: ventiquattro numeri di costruzione risolvono le varie linee narrative in maniera soddisfacente, aprendo le porte al lancio di WildCATS questo Agosto in DC Comics e lasciando volontariamente irrisolto un solo “mistero” legato ad alcuni, particolari bambini prodigio (chi ha orecchie per intendere…). Tuttavia, The Wild Storm è difficilmente considerabile un “perfetto entry point” per tutti i lettori. Approcciarsi ad una lettura così complicata e stratificata risulterebbe particolarmente arduo per chi non ha mai letto niente dell’originale universo WildStorm. Sebbene Ellis provi e riesca a creare un ground zero comune per il nuovo lettore, l’autore si affida ad alcune strutture narrative e dinamiche di continuity già affrontate in passato. La rielaborazione permette un processo di ringiovanimento ma, al tempo stesso, più volte sembra dare per assunte certe nozioni. Un difetto marginale per qualcuno, ma piuttosto indigesto per altri, al quale si sarebbe potuto rimediare con un più cospicuo supporto editoriale – anche una semplice pagina di riassunto avrebbe chiarito alcuni passaggi oscuri della trama.

Grazie ad una disastrosa serie di reazioni a catena e alla fobia collettiva per l’imminente collasso della società Occidentale, Warren Ellis e Jon Davis-Hunt hanno reinventato un complesso universo troppo spesso caduto vittima della propria natura anni ‘90. Costruendo una intrigante struttura action/thriller, gli autori hanno saputo modellare un reboot moderno partendo da un concept semplice e mai come oggi attuale: la pericolosità della tecnologia, dell’informazione e la loro militarizzazione. The Wild Storm è una tempesta perfetta di paranoia estremizzata, cospirazioni segrete, rivoluzioni necessarie e imperfezioni umane. Eppure non ci sono derive autoritarie, il cinismo si è trasformato in sarcasmo e la visione dei propri protagonisti è certamente più positiva, aperta e umana. Nel riaffrontare gli anni bastardi del suo periodo d’oro, Warren Ellis si riscopre e si trasforma in ottimista, celebrando l’ascesa della sua personalissima visione del futuro, trasformando in eroi un gruppo di “gatti randagi”.

DOOM PATROL: THE WEIGHT OF THE WORLDS #1 di Gerard Way, Jeremy Lambert e James Harvey.

Ci eravamo dati l’ultimo saluto con la Pattuglia del Destino in conclusione della Guerra del Latte, l’evento crossover con l’Universo DC che ha rimodellato la realtà e confermato come i piani multidimensionali non siano altro che una grande fiction che qualcuno si diverte ad osservare prender forma – sia questo “qualcuno” il lettore o una razza di alieni inebetiti di fronte alla TV. Quello di Gerard Way e la sua Doom Patrol era un arrivederci, più di un addio ed infatti, ad un anno di distanza, Doom Patrol torna con la nuova serie Weight Of The Worlds.

Il #1 della nuova miniserie si apre con una scena a dir poco squallida eppure geniale: Robotman, tornato alla sua forma umana di “Cliff”, è intento ad espletare le sue funzioni corporali più disgustose in uno sporco w.c. di un fast-food mexamericano, Taco Hell. Non c’è modo migliore, per Way e il suo co-scrittore Jeremy Lambert, di introdurre il visionario artista pop James Harvey al pubblico. Harvey, già noto per aver collaborato con l’editor Mark Doyle su “Batgirl” e alcune copertine di “We Are Robin”, è il primo segnale di una nuova aria in seno alla linea editoriale Young Animal. Aria decisamente più libera – si direbbe puzzolente, visto il contesto, ma sicuramente audace.

La prima pagina di Doom Patrol: Weight Of The Worlds #1 è un manifesto programmatico: è una piena decostruzione della pagina a fumetti tradizionale ed Harvey, da artista a 360° quale è, valuta l’impatto visivo e la composizione dell’immagine quanto la melodia del suono, l’armoniosità della melodia, calibrando ogni aspetto, anche il più bizzarro, in maniera dettagliata, quasi scientifica. Dall’alto della pagina, la parola “LIFE” viene ripetuta più volte, l’atto della defecazione è evidenziato da una sezione a parte, descritto come “a gentle violence”, una violenza gentile camuffata da tubi di scarico in alto a sinistra; i colori sono accesi, ma le tonalità pastello favoriscono l’atmosfera psichedelica di questa bizzarra scena d’apertura. Il lettore è portato a voltare pagina, accompagnato da una planimetria tridimensionale del fast-food, relegato all’angolo basso a destra, dove le dita coincidono col margine del foglio. Weight Of The Worlds si dimostra irriverente, senza ricercare alcuna volgarità: la peculiare scelta di James Harvey permette a Way e Lambert di staccarsi, immediatamente, dalla serie precedente, come nel reparto artistico così nello “spirito” di questa ritrovata Doom Patrol.

Giunti alla conclusione di essere “fan-fiction per qualche ciccione di fronte ad una tastiera”, i membri di Doom Patrol sono in piena crisi spirituale. Gerard Way e Jeremy Lambert ricuciono lo strappo che separa Weight Of The Worlds dal finale di Milk Wars con il giusto ritmo. Il necessario ritmo rilassato e la narrazione didascalica permettono un piacevole gioco di catch-up con i protagonisti della serie. Superato il cambiamento fisico e la trasformazione da robot ad umano di Cliff/Robotman, Way e Lambert si addentrano nella frammentata e turbolenta psiche degli altri personaggi. Crazy Jane cerca di mantenere salda la leadership del gruppo, tenendo d’occhio la sua stabilità mentale nel frattempo; Flex Mentallo aiuta Rita Farr, la Donna Elastica, a riprendersi dall’iperespansione del suo Io, evento che ha portato la donna a valicare le dimensioni; l’Uomo Negativo si affida alla pet therapy per combattere la sua depressione. Il teatrino patetico e strepitosamente umano di questa bizzarra famiglia tiene unito un #1 semplice, quasi scolastico, con l’inizio di un viaggio multiversale che possa “dare una ragione d’essere” alla Doom Patrol.

Ogni apparenza di scolasticità così come l’imboccamento del lettore vengono però spazzate via una volta concluso l’antefatto. Danny l’Ambulanza trascina la Pattuglia su un pianeta lontano, Orbius, dove strane creature globulari cercano di ottenere il massimo della forma fisica, allontanandosi dalla vergognosa forma sferica naturale correndo la Maratona Eterna sul Tapis-Roulant Infinito. Way e Lambert affrontano la questione da un punto di vista tutto particolare, lasciando che il fitness sfoci nel fanatismo e integralismo religioso. Non è certo casuale che la prima missione della Doom Patrol consista nello smantellare un sistema malsano che predica l’uniformità assoluta a scapito dell’espressione personale. Mentre l’epopea multiversale è solo all’inizio e Harvey, dal canto suo, riesce a rendersi unico nel suo genere, portando sugli scaffali un fumetto meravigliosamente pop, le atmosfere si fanno cupe e drammatiche sulla Terra, con Cliff costretto ad una dura presa di coscienza dopo una brutale conversazione con la madre.

Il tempo non è stato sicuramente signore con Doom Patrol: Weight Of The Worlds, che soffre la distanza con la serie precedente. Alcune dinamiche sono un po’ arrugginite ed aver cominciato con un #1 di “riassunto” non fa certo male alla digeribilità dell’opera per i nuovi lettori. Recuperare l’originale Doom Patrol (Milk Wars compresa!) di Gerard Way è un passaggio obbligatorio per ogni novizio alla Pattuglia del Destino, specialmente in questa moderna incarnazione. Doom Patrol: Weight Of The Worlds #1 fa quello che ogni buon fumetto dedicato al gruppo dovrebbe fare – ne sottolinea l’estrema umanità puntualizzandone le più insolite stranezze, giocando con il metatesto e divertendo il lettore, viaggiando verso confini inimmaginabili dell’Universo DC.

First Issue!

Lois Lane #1 di Greg Rucka e Mike Perkins

Giornalista senza remore in cerca della verità, donna decisa, moglie di un supereroe, consapevole di vivere un rapporto matrimoniale che non può essere definito normale per forza di cose, la Lois descritta da Rucka attraverso dialoghi e azioni è un personaggio a tutto tondo, di un realismo talmente vivo da rendere realistico, per vicinanza, anche il personaggio di Superman.

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Crescere con un Carnotauro – Kids With Guns 2: Tribe di Capitan Artiglio

Cantava Caparezza «il secondo album è sempre il più difficile, nella carriera di un artista». Se il discorso musicale intavolato dal capelluto rapper pugliese si potesse applicare anche al fumetto, Kids With Guns 2: Tribe di Capitan Artiglio, pubblicato ancora da Bao Publishing, in tale ottica diventa l’opera più importante per il giovane autore torinese.

L’ultima pagina del primo volume di Kids With Guns consegnò ai lettori un mondo appena scoperto, fatto di giganteschi dinosauri, ampi orizzonti orientaleggianti, cowboy e banditi pronti a darsi battaglia per affermarsi come peggior feccia che si possa incontrare.

I Fratelli Dave, Dan e Duke Doolin hanno affrontato il loro momento più buio subito dopo essere entrati in contatto con i misteriosi Teschi di Moloch, doni arcani ereditati dal padre, il temibile Bill “La Morte” Doolin.

Con tre obiettivi separati, le vite dei fratelli si sono complicate sempre di più, coperti dalla ingombrante ombra del padre – spesso con tragici risultati.

L’ambientazione costruita da Capitan Artiglio ha saputo ben custodire la storia della Bambina Senza Nome, una ragazzina di poche parole accompagnata da un feroce Carnotauro, protagonista in grado di mettere sottosopra l’intero status quo della terra selvaggia che la circonda.
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L’escalation di eventi contenuta nel primo atto di Kids With Guns cadeva spesso vittima di una sindrome naturale, insita a tutte le opere prime – nella costruzione di un credibile e accattivante personaggio principale e del relativo contesto narrativo, Capitan Artiglio aveva sacrificato limature e dettagli riservati ai personaggi di contorno.

In sede di analisi, il primo Kids With Guns risultava particolarmente interessante per la creatività dell’ambientazione, la natura puramente shonen manga della Bambina Senza Nome – frenato tuttavia da una generale mancanza di mordente per quel che riguardava i personaggi secondari. Il volume uno raccontava di un mondo bello e intrigante da vedere, ma ancora troppo acerbo.

Il secondo volume di Kids With Guns, Tribe, corregge il tiro e dimostra una discreta crescita autoriale per Capitan Artiglio che, libero dal fardello di dover “presentare” lo scenario, può concedere più spazio ai personaggi che lo vivono.

Contrariamente a quanto la sua popolarità possa suggerire, la Bambina Senza Nome appare solamente dopo il primo capitolo, interamente dedicato ai Fratelli Doolin – e al loro nuovo ruolo in questo secondo volume. Il ritorno di Dan, Dave e Duke riflette nuova luce sull’intera linea narrativa legata ai tre fuorilegge: l’introduzione vera e propria di Bill “La Morte” Doolin permette a Kids With Guns di poter giocare con un nuovo antagonista, accerchiato dai suoi tremendi scagnozzi. “La Morte” e il Mucchio Selvaggio introducono nuove dinamiche nella storia di Capitan Artiglio, in grado di fare chiarezza sugli allineamenti morali dei personaggi secondari e sulle meccaniche di pura trama in movimento sullo sfondo.

Le rivelazioni dietro i Teschi di Moloch e i relativi poteri, insieme al colorito cast di comprimari e nemici che qui Artiglio mette in risalto, elevano la didascalica sottotrama dei Fratelli Doolin del primo libro a un binario narrativo decisamente più interessante e tridimensionale.

Artisticamente, l’autore tende a differenziare questo filone di trama con tavole aggressive, ricche di primi piani “a muso duro”, alternati a splash page colossali, più congeniali al suo stile – chiaramente debitrici delle influenze più occidentali, figlie di artisti come James Stokoe e Geoff Darrow.

Strutturalmente solida, la griglia delle tavole di Capitan Artiglio inquadra bene il caos dell’azione dirompente ed esplosiva, sebbene resti qualche errore marginale in “sede di regia”. L’occhio segue comunque l’action in maniera fluida e divertente, con alcuni momenti degni di essere propriamente animati.
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Il ritorno in scena della Bambina Senza Nome inaugura, come citato in precedenza, una linea narrativa parallela piuttosto interessante. Come nel caso del primo Kids With Guns, ci troviamo di fronte al cuore dell’opera e alla sua componente meglio realizzata.

Capitan Artiglio introduce da subito una novità nella sua storia e, per un personaggio che ha vissuto gran parte del primo volume “in solitaria”, il suo inserimento in un gruppo di amiche e coetanee risulta immediatamente fresco: inquadrato il personaggio nel primo volume, Capitan Artiglio preferisce in questa occasione scuoterlo e renderlo più malleabile. La Bambina Senza Nome, da protagonista solitaria badass dalle tinte shonen si immerge ancora di più in alcuni temi tradizionali di questa categoria come la scoperta del valore dell’amicizia, della fiducia nel prossimo. Keoma, Ponygirl Curtis e Pixote saranno la ventata d’aria fresca che “umanizzerà” la pistolera invincibile e il suo temibile Carnotauro. La nuova ambientazione di Palanka City, così come le sue colorite gang di criminali, offrono all’autore la possibilità di sperimentare e di divertirsi con le quattro enfants terriblès di Kids With Guns: Tribe.

Il blocco centrale di questo secondo volume accompagna il lettore attraverso casinò, alberghi, bettole e ristoranti della città e vede Artiglio sperimentare, quasi sfidando se stesso, giocando tra esterno e interno degli edifici, disegnando vignette e sequenze visivamente più audaci. Senza alcun balloon di dialogo, Capitan Artiglio costruisce dal nulla un nuovo palcoscenico in un mix di easter eggs ad Akira Toriyama, interessanti scelte architetturali e strutture narrative e layout di pagine completamente nuovi per l’autore.

Il fil rouge di Kids With Guns: Tribe, come suggerisce il titolo, sta nel concetto stesso di “tribù”, di appartenenza e soprattutto di famiglia. Come rivelato dallo stesso autore nell’intervista rilasciata al nostro sito, le persone che entrano ed escono dalle nostre vite ci formano, ci guidano, ci lasciano qualcosa di loro e noi diamo in cambio altrettanto. Tribe parla di famiglie e di amicizie, siano esse il Mucchio Selvaggio, la famiglia Doolin o le nuove amiche della Bambina Senza Nome. Problematiche, tranquille, animate o silenziose, le “famiglie” di Kids With Guns: Tribe riempiono le pagine e l’escalation degli eventi di trama metterà sempre più in risalto quanto i legami che uniscono i personaggi siano importanti e, talvolta, pericolosi. Senza entrare nel dettaglio, gli ultimi capitoli di questo secondo volume prendono svolte drammatiche e, seppur prevedibile, il colpo di scena più pesante della storia finora colpisce duramente, lasciando al lettore il compito di farsi strada attraverso le macerie in vista del terzo e conclusivo volume.
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L’opera soffre ancora di qualche difetto consistente, ereditato dal primo arco narrativo: alcuni dialoghi si perdono in troppa esposizione, altri ancora sembrano non avere un tono adatto alla situazione. La “voce” che racconta la storia protagonisti ha bisogno di rodaggio, tuttavia si dimostra azzeccata e precisa, divertente quando ha a che fare con i personaggi più giovani del volume.

Capitan Artiglio brilla quando ha la possibilità di liberarsi e sperimentare, allontanandosi dal ruolo di narratore “parlante” e lasciando pieno campo alla tavola, alle sue sequenze action e al design accattivante del folle mondo da lui creato.

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non rappresenta la coronazione di Capitan Artiglio, né tanto meno l’opera che ne segna la sua definitiva maturazione – e aspettarsi tali risultati da un autore soltanto alla sua seconda graphic novel sarebbe folle. Tuttavia, Kids With Guns: Tribe mostra discreti e incoraggianti passi in avanti per Capitan Artiglio, più conscio di sé, soprattutto del potenziale narrativo che la sua storia nasconde, con una visione precisa sul come questo grand finale verrà messo in scena.

Il terzo volume della serie concluderà il percorso della Bambina Senza Nome e dei Fratelli Doolin in quello che si prospetta senz’altro uno dei titoli più interessanti e da tenere d’occhio del 2020.

Kids With Guns – Tribe, l’intervista e il ritorno di Capitan Artiglio

Kids With Guns 1Un saluto a Capitan Artiglio! Grazie per esserti fermato qui con Dimensionefumetto.it in questa splendida cornice del Napoli Comicon, per scambiare due parole sulla tua nuova opera, Kids With Guns 2 – Tribe.

So che questa è la tua seconda esperienza alla fiera partenopea: sei già stato ospite di COMICON grazie a Bao Publishing nel 2018, in occasione dell’uscita del primo Kids With Guns. 365 giorni dopo sei di nuovo qui a Napoli, sei ancora ospite Bao Publishing e ti chiedo dunque quali siano le tue impressioni sulla fiera, la città, il tuo rapporto con il pubblico.

Ciao Fabrizio! Napoli è bellissima, si mangia benissimo ed essere al COMICON è esaltante, stancante ma sempre soddisfacente e soprattutto molto, molto divertente.

Sono contento della risposta del pubblico: vedo molte persone acquistare il secondo volume, tanta gente che vuole scambiare qualche chiacchiera durante la sessione di firme, fanno la fila allo stand Bao per parlare insieme a me di Kids With Guns. Alcuni addirittura ricordavo di averli visti alla fiera precedente! È elettrizzante, vuol dire che il primo volume è piaciuto tanto e sono fiero di questo risultato.

Voglio entrare subito nel vivo della nostra intervista e farti qualche domanda su Tribe, secondo capitolo della trilogia Kids With Guns. Il primo volume si era concluso con il peggior momento nella vita dei Fratelli Doolin, che diventano propriamente protagonisti in Tribe. C’è molta più attenzione dedicata a loro padre, Bill “la Morte” Doolin, e al gruppo di fuorilegge al suo seguito, il Mucchio Selvaggio – senza dimenticare il mistero dei potenti ed occulti Teschi di Moloch.
Cosa puoi anticipare ai lettori riguardo il percorso dei Doolin in Kids With Guns – Tribe?

I Doolin hanno molto più spazio in Tribe e saranno al centro di importanti risvolti di trama.

Non voglio spoilerare troppo, ma ciascuno dei tre fratelli prenderà una direzione propria, che porterà la famiglia a separarsi. Hanno i loro obiettivi individuali, sono persone molto diverse e la storia li sta spingendo gli uni lontano dagli altri. Poi, come hai accennato, il potere distruttivo dei Teschi di Moloch sarà un elemento fondamentale di questo secondo volume, ne scopriremo le origini, capiremo il loro ruolo nel mondo di Kids With Guns – ma soprattutto, il lettore potrà rendersi conto di quanto siano pericolosi e particolari. Sono quel pizzico di soprannaturale che rende l’azione in Kids With Guns divertentissima da disegnare…

Un’altra parte importante di Tribe è riservata al Mucchio Selvaggio, una gang di predoni e fuorilegge con poteri assurdi e letali, “figli” di Bill Doolin che il lettore ha già sentito nominare nel primo volume, a seguito dell’introduzione del Reverendo e del Cherubino. Sono rimasto parecchio soddisfatto del lavoro sul Cherubino, è un personaggio che ha affascinato molti lettori già dal debutto e mi sento libero di poter rivelare che compirà un’ evoluzione importante.

KWGInsieme a questo gruppo di adulti scellerati e impegnati nelle loro dispute, c’è la Bambina Senza Nome, la protagonista silenziosa della tua trilogia e vero “cuore” della storia. Proprio dopo la grande battaglia shonen con il Cherubino, la ritroviamo in Kids With Guns – Tribe con un nuovo status quo, nel ruolo di leggendario bandito. Ma la sorpresa più grande, per me, è stata l’introduzione di una nuova dinamica nella storia: un gruppo di amiche nella vita travagliata di una bambina fuori dal comune.
Che ruolo ha questa “gang” di ragazzine per la Bambina Senza Nome?

Per me era fondamentale che la Bambina potesse entrare in contatto con ragazze della sua stessa età, che potesse toccare con mano una vita diversa dalla sua. Un tipo di rapporto nuovo per lei, che potesse riflettere nuova luce sul suo percorso di crescita.
Avere sempre a fianco un gigantesco Carnotauro ti segna un po’, come persona! [ride, nda] Ma proprio a causa di questo suo “essere anomala” era importante per me trovare qualcosa di “normale” con cui farla confrontare. In Tribe la Bambina Senza Nome affronterà molto di più la sua emotività, scoprirà un nuovo lato di sé e quanto è disposta a combattere per proteggere chi ama. Scoprirà di avere una famiglia e, al tempo stesso, dovrà mantenere fede alla sua fama da “invincibile fuorilegge” che si è creata.

Mi fa piacere che tu abbia parlato di “famiglia”, perché se è vero che il primo Kids With Guns era improntato alla costruzione del mondo e al setup della storia, in Tribe ho notato una maggior concentrazione proprio sul tema della famiglia, acquisita o meno, costruita da sé o naturale che sia. Dato che entrambi i volumi sono dedicati alla tua famiglia, suppongo sia un perno fondamentale della tua narrativa. Cosa ti va di rivelarci a riguardo?

Mi affascina raccontare questo aspetto in particolare della vita di ognuno di noi: l’individuo e chi gli sta intorno, i diversi cerchi che ci abbracciano e ci circondano. Analizzare i rapporti tra le persone è una mia fissazione, che cerco di inserire nella mia narrazione.

Io ho un buon rapporto con la mia famiglia ma so contemporaneamente di aver creato un’altra cerchia di conoscenze, di amici ai quali voglio bene. È un po’ il discorso del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, fino alla piena maturità: la famiglia si trasforma, assume un nuovo ruolo, magari si arriva a rinnegarla per poi tornarci – allo stesso modo funziona con le amicizie.
In ogni caso, questo intreccio di relazioni ci forma e la famiglia ha sempre un ruolo fondamentale, secondo me.

Ecco un aspetto di Kids With Guns che mi attira particolarmente: anche se la tua opera appare molto eccentrica, con elementi western, architetture orientali e dinosauri fantasy che interagiscono nello stesso contesto, Kids With Guns rivela in realtà una natura alquanto introspettiva e intimista, che sostanzialmente affonda le sue radici nel percorso di crescita di una bambina.

Questo era il mio preciso obiettivo, raccontare il percorso di formazione di una ragazzina così come degli altri protagonisti intorno a lei. Non è facile trovare il proprio posto in un mondo talmente caotico: fra action, splatter e poteri soprannaturali il mio scopo era raccontare il viaggio di persone insicure.

Il nuovo volume Tribe è ricco di extra che rivelano le tue origini come artista. Mi piacerebbe approfondire il discorso legato alla nascita di Kids With Guns – che, come accennavo prima, vive di una natura “giocattolosa”. Le storie di questo mondo sembrano quelle di un bambino dalla fervida immaginazione, immerso in un gigantesco playset nel quale poter inserire tutto ciò più gli piace.

A me piace creare “come farebbe un bambino”, non ci vedo assolutamente nulla di male nel dirlo. Ho voluto catturare l’energia creativa che tutti noi, quando eravamo piccoli, sfruttavamo per inventare storie assurde e ho scoperto in questa forma di narrazione e di disegno il mio habitat naturale. La fantasia va al primo posto e mi permette grande libertà con lo storytelling.
In secondo luogo, credo sia impossibile non notare alcune strizzate d’occhio ad un certo tipo di cultura pop. In Kids With Guns ci sono tante citazioni legate alla mia infanzia ed ai cartoni anni ‘90, con il quale siamo cresciuti un po’ tutti. Aver creato un collegamento tra l’infanzia del lettore e il mondo di Kids With Guns consente una connessione emotiva più facile, più curiosa e più empatica, a mio avviso.

Parlando di disegno – noti un’evoluzione nel tuo stile lavorando a Kids With Guns? Cosa è cambiato dal primo al secondo volume dell’opera, quanto è maturato Capitan Artiglio?

Lo stile è in continua evoluzione, direi! [ride, nda] Proprio di recente ho notato come le prime venti pagine di Tribe siano completamente diverse dal modo di scrivere e disegnare che ho adottato nel primo volume. Il processo di studio è assiduo: confrontarmi con altri artisti e colleghi del settore si sta rivelando fondamentale per il processo di crescita come narratore vero e proprio.
Ho tanta strada da fare ma, passo dopo passo, spero di migliorare ancora.

Tiriamo le somme di questa piacevole discussione: con Kids With Guns – Tribe chiudi il secondo capitolo della trilogia ed il finale della saga è ormai alle porte. Se potessi dare solo una anticipazione ai lettori, quale sarebbe?

Tanta, tanta azione e tanto, tanto caos. La conclusione di Kids With Guns riunirà tutti i personaggi – sarà un momento imperdibile, che non vedo l’ora di poter raccontare.

L’importanza dell’amore – Days of Hate di Aleš Kot e Danijel Žeželj

Days Of Hate 2Tra i colori primari additivi, il colore rosso calcola dalle 15 alle 37 gradazioni, che spaziano dal carminio al terracotta, dal pompeiano al rosa shocking. Escludendo le definizioni scientifiche in base alle coordinate cromatiche, negli ultimi anni l’accezione politica del colore rosso ha subito un drastico cambiamento. Sinonimo della lotta comunista, l’accesa tonalità del rosso è stata adottata come “simbolo” da indossare per i sostenitori delle politiche del 45º Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un salto da un lato all’altro dello spettro – una bestemmia, per la colorimetria. Questo preambolo potrebbe risultare decontestualizzato, tuttavia è necessario notare quanto il colore rosso, che trionfa in copertina, e relativa simbologia diventino una chiave di lettura fondamentale nell’analisi dell’opera Days of Hate di Aleš Kot e Danijel Žeželj.

Pubblicato in Italia dall’audace Eris Edizioni, Days of Hate potrebbe essere considerato un thriller fantapolitico dalle sfumature distopiche. Il condizionale è d’obbligo, in quanto Days of Hate manifesta uno schiacciante e oppressivo senso di concretezza sin dalle prime pagine. Kot non riempie le pagine di città futuristiche e astratte, claustrofobiche,  Žeželj non ritrae personaggi dal look cyberpunk – non presenta una effettiva “realtà alternativa”. Al lettore, gli autori mostrano uno squarcio d’America terribilmente attuale, distorta nelle proprie narrative ultra-nazionaliste, pervasa dall’odio per chiunque la pensi in maniera diversa o mostri un lato più umano e razionale, meno aggressivo e feroce.

Tristemente, dunque, gli U.S.A. di Kot e Žeželj sono paurosamente simili alla realtà. Quella riempita di cappellini rossi, che siedono sulla testa di persone convinte che l’America possa tornare al suo splendore a discapito degli “Altri”, chiunque essi siano. Il rosso spicca, colpisce l’occhio, rispecchia la voglia di potere e l’ambizione, il fervore di chi dedica la propria vita a uno scopo, positivo o negativo che sia, come la rincorsa alla lotta, feroce e all’affermazione del proprio ego.

La storia di Days of Hate comincia nel 2022. Il primo dialogo tra due protagonisti, Arvid e Amanda, chiarisce subito il valore dell’Odio, presente anche nel titolo. Dal 2016 fino all’inizio dell’opera, i giorni dell’odio hanno avviluppato l’America in una stretta mortale, che sembra aver soffocato qualsiasi sentimento amorevole, soppresso qualsiasi forma di tolleranza e accettazione. Gli atti terroristici che scatenano gli eventi della trama sono, per Kot, un pretesto per puntare chiaramente il dito verso i movimenti di estrema destra, mascherati sotto il moniker di alt-right. Sin dalla prima vignetta della prima pagina, Kot e Žeželj mettono in bella vista una svastica dipinta sul muro, non si sa se con vernice rossa o addirittura con del sangue. Moschee, sinagoghe e raduni, feste LGBTQ+ diventano obiettivi da distruggere, da bombardare di molotov. In questo contesto va inserita l’odissea della resistenza di Arvid e Amanda, parte della “sinistra” – che Kot tiene lontana dai controversi movimenti antifa – costretta a reagire in maniera altrettanto violenta. Gli Stati Uniti del 2022 sono illustrati da una divisione profonda e lacerante, fieramente supportata da motti come America First!, invasi da campi di lavoro per «i più difficili da controllare, che rubano, si ribellano e non rispettano le leggi di questo paese».Days Of Hate 3In Days of Hate gli autori hanno creato la distopia esasperando la realtà attuale, eliminando qualsiasi forma di confronto. L’alt-right ha vinto, l’opposizione politica e pseudo-terroristica di sinistra è costretta a una guerra di reazione e l’America è di nuovo “grande” per chi ha fatto dell’intolleranza il suo modus vivendi.

Superato l’incipit della trama e quello che sarà lo scheletro degli eventi di questo primo volume, Ales Kot ramifica la narrazione presentando una seconda coppia di personaggi. Viene a crearsi uno specchio tra i protagonisti: da un lato, Arvid ed Amanda, dall’altro Huian Xing e Peter Freeman. Peter Freeman dà la caccia ai nemici dello stato, i dissidenti, i ribelli. Huian Xing ha la possibilità di  vendicarsi e consegnare Amanda, l’amor perduto della sua vita, al Governo degli Stati Uniti.

Days Of Hate 3Freeman è l’Uomo dell’Odio, un agente governativo bello, bianco e ateo che non si preoccupa a incalzare, minacciare e insultare chi gli sta attorno. Ama la sua famiglia, ma anche l’amore, per Freeman, risulta freddo, trattato con sdegno e superbia. Una pratica burocratica vuota, senza emozione e distaccata, contrapposto alla frustrazione di Arvid, brutalmente separato dalla moglie Taraneh e dal figlio Nassim. Due personaggi ai poli opposti: il “ribelle” Arvid cerca una via, anche disperata, per riunirsi con i suoi cari, che per lui valgono piú della sua stessa vita; Freeman, al contrario, tratta con sufficienza ciò che ha, preferendo concentrarsi, al punto dell’ossessione malata, sul suo lavoro.

Un personaggio detestabile, arrogante e fiero di sé: il suo credo politico ha vinto in maniera schiacciante e la presunzione di Freeman è splendidamente giustificata dalla spocchia di chi, con troppa fiducia nelle proprie ideologie, ha guardato all’ascesa dei nazionalismi e sovranismi come una moda del momento. In un solo personaggio, Kot riassume il quadro politico e la discussione seguente alle ultime campagne presidenziali statunitensi – una critica super partes che mostra il fascino dei vittoriosi così come le loro peggiori sfumature.

Lo squallore americano prende vita su pagina grazie alle matite graffianti, appesantite dal nero delle chine di Danijel Žeželj – dalle soffocanti luci al neon cittadine, alle truppe militari a ogni angolo, con i protagonisti in giro per motel e bettole e gli ampi stralci d’autostrada, immersi nel deserto o tra le montagne, l’America di Žeželj é un paesaggio deprimente che sembra cercare ossigeno dal marcio che ne abita il territorio. Grazie ai colori di Jordie Bellaire, l’artista croato immerge le sue figure taglienti ed esili in ambientazioni amare e ricche di particolari, siano questi gradevoli o spiacevoli. Come per il paese descritto da Kot, nel tratto di Žeželj  non ci sono mezze misure: i dialoghi sono pesanti, carichi di emozioni, dalla rabbia alla tenerezza e le tavole si dividono in vignette a rapida successione, inquadrature a primo piano che mostrano i volti esasperati, stanchi e collerici dei protagonisti.

Eppure, c’è ancora spazio per la tenerezza. Kot resiste alla tentazione misantropica e si rifugia in quegli angoli di umanità che l’America nasconde nelle sue pieghe, quasi vergognosamente, in silenzio. Days of Hate si tinge con colori opachi e fumosi, colora l’amore con le sue tonalità calde. In questi giorni pieni d’odio, in cui l’amore sembra ingiusto e quasi illegale, per citare il dialogo clou di questo primo volume, il rosso torna a essere il colore della passione amorosa nei tiepidi, romantici ricordi di Amanda e Huian Xing. Un amore perduto, strappato e bugiardo. Un amore ricco di dolcezza, di comprensione, di difficoltà, ma anche di tolleranza e carica erotica.

Quanto e più dell’intreccio principale, l’amore di Amanda e Huian riempie la mente del lettore con immagini struggenti e poetiche, raccontate dalla voce di chi ha visto quell’amore infrangersi contro la triste realtà della vita. I gruppi d’odio, le parole al veleno e lo squallore diventano un triste sottofondo per un delicatissimo frangente che mostra l’Ales Kot più sensibile e il lato vellutato delle rigide matite di Danijel Žeželj. Days Of Hate 4

La chiusura di questo primo volume di Days of Hate lascia aggrappati al più classico dei cliffhanger – un colpo di fucile che rompe il silenzio, un proiettile nell’aria, ma nessuna certezza sul suo destino. Il viaggio attraverso l’America distopica – ma non troppo – degli autori ne illustra le brutture e le parti più torbide. L’analisi del mondo come lo conosciamo si trasforma in un tetro monito per il futuro: l’amore diventa un interludio dolce e amaro allo stesso tempo.

Il colore rosso che abbaglia in copertina si riflette nelle pagine – il rosso del sangue, di un cappellino Make America Great Again che c’è, ma non si vede; il rosso del cuore che batte forte, stretto tra le braccia di chi amiamo e il rosso degli occhi di ha reso l’odio la normalità.


Aleš Kot (testi), Danijel Žeželj (disegni), Jordie Bellaire (colori)
Days of Hate, vol.1
Eris Edizioni, 26 febbraio 2019
colore, € 17,00
ISBN 9788898644612

Wednesday Warriors #29 – Da Spider-Man a Wonder Twins

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

FRIENDLY NEIGHBORHOOD SPIDER-MAN #5 di Tom Taylor e Yildiray Cinar.

Nel Febbraio del 2002, in America, venne pubblicato The Amazing Spider-Man #38 di J.M. Straczynski e John Romita Jr. In quel numero, una stoica ma profondamente ferita zia May affrontò il nipote Peter Parker, mettendolo di fronte alla nuda verità. Dopo il devastante scontro con Morlun e la vita del nostro Amichevole Spider-Man di Quartiere sconvolta dall’abbandono di Mary Jane e dal suo nuovo status quo editoriale, il confronto tra zia e nipote cambiò per sempre le dinamiche tra i due, rimuovendo il segreto che aveva ancorato a terra le loro vite da troppo tempo. The Conversation passò alla storia, affermandosi come uno dei numeri migliori della lunghissima gestione Straczynski proprio per la toccante umanità con la quale Peter e sua zia affrontarono il tremendo discorso riguardo l’identità dell’Uomo Ragno.

A diciassette anni di distanza, Tom Taylor e Yildiray Cinar propongono una nuova, intima conversazione tra Peter Parker e zia May nel quinto numero di Friendly Neighborhood Spider-Man. Ci troviamo di fronte al rovescio della medaglia – con Straczynski e Romita Jr. potemmo osservare la reazione di zia May alla scoperta del Ragnesco segreto di Peter. In questa occasione, è Peter a dover far fronte ad un terribile male che attanaglia zia May, un problema drammaticamente umano e che non può essere risolto svolazzando per New York.

Ma il primo pensiero di Peter è proprio quello di fuggire, di rifiutare la notizia. La assimila, la comprende, esprime ciò che pensa ma gli risulta difficile mandarla giù e affrontarla di petto. La sua fuga nella notte, sotto la maschera dell’Uomo Ragno, ha un significato radicalmente diverso se confrontato con la storia del 2002, in cui Spider-Man si lanció in volo sulla città soltanto nell’ultima pagina, libero dal peso della sua identità segreta. Due segreti diversi, due pesi diversi e – di conseguenza – due storie che si sviluppano in maniera differente.

Fortunatamente, la notte newyorkese è ricca di crimini e c’è sempre modo di distrarsi: un frenetico inseguimento per le strade permette a Spidey di volteggiare tra i palazzi, mostrando la sua muscolare dinamicità. Rispetto al più educato e plastico Juan Cabal, artista che tende a giocare più con la tavola che con le figure, Yildiray Cinar si lascia accompagnare dai testi di Taylor in una movimentata danza tra le auto della polizia. Dinamico, Cinar spezza volentieri l’ordine delle vignette per evidenziare il moto del suo Uomo Ragno, agile e potente.

La narrazione cambia ritmo e si fa più pacata una volta che Taylor riafferma il nucleo, il cuore pulsante di Friendly Neighborhood Spider-Man. Una volta rivelata l’identità dello sventurato ladro d’auto che ha occupato la notte di Spidey, per Tom Taylor e il nostro protagonista torna la necessità di fermarsi a riflettere sulle responsabilità verso i nostri cari – e ciò che siamo disposti a fare pur di farli sentire bene. Largo spazio di Friendly Neighborhood Spider-Man viene lasciato alla componente umana e “patetica” – nel senso alto del termine. Tom Taylor ha posto la sua storia su un gradino diverso dalla serie principale Amazing Spider-Man. Se quest’ultima mette in risalto il Ragno e il suo canone narrativo prettamente supereroistico, a Taylor resta l’Uomo, il Peter Parker che cerca, in tutti i modi, di trovare la forza necessaria a combattere un nemico che non sia Big Wheel o l’Hobgoblin.

L’importanza di The Conversation per Straczynski e Romita Jr. si ripropone in Not Running di Tom Taylor e Yildiray Cinar. Storia che diventa un perno fondamentale per il futuro dell’Uomo Ragno, che cambia radicalmente le dinamiche del rapporto tra zia May e suo nipote Peter. Umani, fragili, spaventati ed insieme invincibili.

Gufu’s Version

WONDER TWINS #3 di Mark Russell e Stephen Byrne

Nel terzo numero di Wonder Twins, Mark Russell e Stephen Byrne continuano a stupirci per l’eleganza con cui riescono a destreggiarsi sulla linea di confine tra la commedia e la critica sociale.
Come già visto nell’albo precedente gli autori mettono sotto la lente di ingrandimento l’aspetto ciclico tipico del fumetto supereroico, dove tutto cambia costantemente per restare sempre uguale. Non a caso la storia si apre con una lezione sul mito di Sisifo e la metafora della perseveranza assume un valore diverso quando applicata al concetto di supereroe così come trattato nella produzione mainstream: i superpoteri non sono più il vero discriminante, non sono ciò che davvero fa la differenza.

 “…you save the world one act of kindness at a time”

Quella di Russell è una commedia imperniata sul paradosso dell’inutilità del supereroe in quanto tale, gli stessi villain ridicoli della “Lega del Fastidio”, che come i migliori clown tradiscono un sottotesto drammatico nascosto dal cerone, rifuggono da qualsiasi ipotesi di utilità (quand’anche questa si prospetti come un brillante piano criminale) per preferire il classico gioco del buono contro il cattivo.

Questo paradosso viene poi sottilmente rilanciato verso il mondo reale tramite il racconto delle origini di Bleep, la scimmietta di Zan, che tanto ricorda l’episodio di Flintsotnes in cui lo stesso Russell ci raccontava la vita degli animali/elettrodomestici di Fred & Soci.
Quante volte, nella nostra vita di tutti i giorni, abbiamo affrontato un problema prendendo a pugni qualcuno? E quante di queste volte la violenza è stata risolutiva? La dinamica tipica del supereroe, per quanto avvincente, è distante dalla realtà come la più ardita delle speculazioni fantascientifiche.
La salvezza della piccola scimmia, la cui vita precedente era funestata dalla violenza dei suoi proprietari, non è veicolata da una scazzottata tra i pugni dei giovani protagonisti e i perfidi aguzzini di Bleep, bensì da un atto di gentilezza di Zan e Jayna.
“…one act of kindness…”

Sebbene Wonder Twins si presenti come una commedia adolescenziale dall’aspetto camp, in virtù delle succitate scelte, risulta essere caratterizzata da una narrazione fortemente realistica ed è in questo sostenuta dai disegni di Stephen Byrne che modella l’atmosfera della serie sulla base dei cartoon Hanna Barbera degli anni 70/80 aggiornandone l’iconografia alla sensibilità contemporanea. L’economia del tratto, la sua sintesi e pulizia colloca i personaggi della serie tra quelli con cui è facile identificarsi, che si avvicinano alla nostra intima percezione del mondo.

Al netto di alcune rigidità di certe pose, il disegnatore restituisce dei personaggi talmente credibili da risultare a tratti disturbanti agli occhi di chi è abituato alle iperboli del linguaggio supereroistico: il Superman di Byrne è un uomo in calzamaglia e mantello, i supercriminali sono dei tizi in pigiami colorati e così via. Tutte le vicende risuonano estremamente umane e terrene.
La forza del lavoro di Russell e Byrne qui è quella del riuscire a parlare di gentilezza e bontà senza avere il timore di essere etichettato come “sdolcinato” o peggio “buonista”.

Wednesday Warriors #26 da Batman a Spider-Man

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

BATMAN #67 di Tom King, Lee Weeks e Jorge Fornés

Tom King e Lee Weeks approfittano di questo ennesimo knightmare per regalarci un sequel dell’acclamato Batman/Elmer Fudge  dello scorso Luglio. Questa volta il crociato incappucciato è impegnato in una lunga caccia all’uomo, un personaggio misterioso – del quale non vediamo mai il volto – e apparentemente imprendibile che emette un unico suono: beep beep.
Un lungo inseguimento silenzioso che porta i due dai tetti di Gotham alle sue fogne passando per vicoli, bar e appartamenti, durante la quale l’iconica routine di Wyle E. Coyote e Roadrunner si trasforma in una metafora del rapporto tra Batman e una delle sue storiche nemesi.
Al duo già collaudato e affiatato da diverse collaborazioni, sia su Batman che su Heroes in Crisis, si unisce il talentuoso Jorge Fornes che uniforma il proprio stile, fortemente debitore al primo David Mazzuchelli, a quello di Weeks rendendo fluido e privo di scossoni il passaggio tra un disegnatore e l’altro. Questo, che potrebbe sembrare un dettaglio, fa invece la differenza in un fumetto che, nella quasi totale assenza di balloon di testo, fa del ritmo della narrazione il proprio punto di forza.
È fuori di dubbio che in questo caso Tom King abbia fatto un passo indietro per lasciare il campo alle notevoli interpretazioni dei due disegnatori che restituiscono la fiducia regalando un piacevole momento di puro intrattenimento visivo ai lettori.

NAOMI #3 Di Brian Michael Bendis, David F. Walker e Jamal Campbell

Nonostante i pochi albi al suo attivo possiamo dire che la Wonder Comics, pop-up imprint della DC Comics affidata a Brian Michael Bendis, è una piacevole ventata di novità nel mondo del fumetto supereroistico e Naomi è, con tutta probabilità, il progetto simbolo di tutta l’iniziativa.
Se Wonder Twins e Young Justice rielaborano delle proprietà intellettuali preesistenti, questa testata propone un personaggio inedito presentandolo in maniera inconsueta per il genere.
Naomi non ha superpoteri e vive da spettatrice il fantastico mondo dei supereroi DC, ma c’è un mistero che la coinvolge, un mistero che viene svelato con studiata lentezza dai suoi autori e che è in grado di irretire i lettori.
Le dinamiche classiche del fumetto supereroistico, fatte di conflitti e risoluzioni dei medesimi, che puntano sulle imprese supereroiche dei protagonisti, cedono il passo all’intreccio totalmente umano/adolescenziale delle vicende di Naomi.
È una storia in cui la grandeur supereroica non è il fine ma il mezzo per raccontare dei personaggi, le loro motivazioni e le dinamiche che muovono il loro mondo. In questo racconto, che punta molto sul processo di identificazione lettore/protagonista, risulta efficace il tratto sintetico e morbido di Jamal Campbell: il disegnatore canadese si dimostra estremamente versatile riuscendo a passare dal registro della narrazione del quotidiano, bravo nel linguaggio del corpo e nell’espressività dei volti, a quella più iperbolica degli eventi supereroistici.

Bam’s Version

AVENGERS #17 di Jason Aaron e David Marquez.

Quanto a fondo bisogna infilare il paletto di frassino, per uccidere un’intera ribellione vampirica? La Guerra Civile tra i figli di Dracula termina questo mese per i Vendicatori di Jason Aaron, che insieme a David Marquez ha saputo intrattenere a dovere il lettore ed i propri personaggi nell’attesa di War Of The Realms.

La saga non passerà agli annali come indimenticabile o imperdibile ma, ancora una volta, Aaron sa dare il giusto peso ad ogni evento, calcolando azioni e reazioni, ripercussioni che verranno sentite attraverso tutto l’Universo Marvel. La sua Avengers, d’altronde, è sin dall’inizio una serie che ha visto gli Eroi Più Potenti della Terra ai margini degli eventi principali, tasselli di un mosaico ben più vasto che sta costruendo nuove gerarchie e meccaniche interne ad un mondo diverso e senza più cardini saldi a muoverlo. Senza lo S.H.I.E.L.D. e il supporto del Governo Statunitense, i Vendicatori hanno dovuto fronteggiare l’ascesa dei Difensori degli Abissi di Namor, della nuova e letale Guardia D’Inverno russa, senza contare la minaccia dell’ultima Schiera; tutto questo mentre le reclute Vendicative come She-Hulk e Ghost Rider erano ancora alla ricerca di un loro posto nel team.

L’arco narrativo qui concluso, che ha visto l’arrivo di Blade nella formazione di Vendicatori titolari, ha raccontato una trama semplice, accattivante e concisa, lasciando indizi per l’immediato futuro e trascinando Avengers fuori dalla sua comfort zone, a confronto con l’occulto, il grottesco e l’orrore della razza vampirica.

Il vero problema è che non c’è molto altro da dire – ancora una volta, Avengers sembra più importante per ciò che arriverà, piuttosto che per ciò che racconta al momento. Jason Aaron e David Marquez lavorano benissimo insieme e l’intero story-arc è godibile dall’inizio alla fine, ma i Vendicatori non sono affatto protagonisti. Nonostante questo difetto, che per alcuni potrebbe essere ben più grave di quanto il sottoscritto lo consideri, la lettura resta consigliata.

SPIDER-MAN: LIFE STORY #1 di Chip Zdarsky e Mark Bagley.

Per l’Universo Marvel, la possibilità di rinfrescarsi e dare una svecchiata ad Ottant’Anni di continuity è un’occasione troppo ghiotta per essere ignorata. Ciclicamente, la Casa delle Idee sforna serie che possano aiutare i lettori, nuovi o vecchi che siano, a connettere con i personaggi più importanti, riproponendo magari una nuova origin story o una saga che ripercorra i momenti salienti della storia editoriale.
All’apparenza, Spider-Man: Life Story può sembrare una semplice serie celebrativa, un modo di rivivere i greatest hits dell’Uomo Ragno. Tuttavia Chip Zdarsky e Mark Bagley aggiungono un interessante twist che stacca Life Story dal resto delle produzioni autoincensanti Marvel. Piuttosto che svecchiare e ringiovanire, gli autori intraprendono la strada opposta, facendo crescere l’Uomo Ragno “in tempo reale”.

L’età dei supereroi, del resto, non è che un artificio, regolabile a seconda della volontà dello scrittore. Peter Parker, superata l’adolescenza, non ha mai superato la soglia dei 30 anni, un eterno giovanotto. Lo scorrere del tempo canonico, non fumettistico, rappresenta la variabile che nasconde parecchio potenziale: come reagirebbe un Peter Parker quarantenne all’Ultima Caccia di Kraven, ad esempio? Che valore assumerebbe la tragedia dell’11 Settembre agli occhi di un Uomo Ragno alla soglia dei sessant’anni?

Life Story #1, The War At Home, racconta i primi momenti dell’Uomo Ragno, partendo dal 1966. Quattro anni dopo il morso di un ragno radioattivo e la morte del povero zio Ben – che gli autori, gentilmente, ci risparmiano – il giovane Peter Parker si trova a dover gestire la travagliata vita privata di un adolescente sfigato, le minacce criminali che affliggono il Ragnetto e le prime ondate di contro-cultura. Le proteste contro la Guerra in Vietnam si accavallano agli amici di scuola che imbracciano le armi, vestono le uniformi e partono al fronte. Tra loro c’è Flash Thompson e, per Peter, i dubbi su poteri e responsabilità crescono in maniera esponenziale. Sarebbe giusto rivelare la propria identità e mettere l’Uomo Ragno al servizio dello Zio Sam, servendo l’America oltreoceano?

Zdarsky cattura perfettamente l’atmosfera del Ragno di Stan Lee e John Romita, più che di Ditko. Il suo protagonista ha lasciato alle spalle il timido liceale: Peter Parker é diventato adolescente, l’amore per Gwen Stacy è sul punto di sbocciare, la vita come Uomo Ragno gli permette di portare il piatto a tavola – grazie alle foto scattate per J. Jonah Jameson – e il suo migliore amico Harry Osborn sembra invidiare le attenzioni ed i complimenti che suo padre Norman gli riserva. Il giovane Parker mantiene il perfetto equilibrio che Stan Lee riuscí ad imprimergli e Zdarsky non vuole sovrascrivere il suo personaggio a quello che é lo stampo originale dell’Uomo Ragno.

Il contesto narrativo é incredibilmente classico ed efficace, un throwback necessario, ma il Peter Parker di Zdarsky ragiona in termini più complessi. Pur essendo ambientato negli anni ‘60, il primo capitolo di Life Story evolve l’aspetto teen drama, sovrapponendolo ad una struttura collaudata e retró, creando un piacevolissimo contrasto che marca una netta evoluzione e maturazione stilistica – forse il primo, vero caso di ammodernamento a fumetti. Dove altri si limitano a rinarrare, senza cambiare troppo, Zdarsky aggiunge balloon, monologhi interni e sfaccettature di pensiero che superano il personaggio-figurina e lo rendono nuovamente tridimensionale. Il Flash Thompson originale è ancora sulla pagina, riconoscibile sin dal primo istante, eppure ha molto più da dire, da esprimere, quando arriva a muso duro con Peter Parker.

Se l’Uomo Ragno e il suo alter-ego escono rinvigoriti dal “trattamento Zdarsky”, a Mark Bagley tocca dare al fumetto un look classico, quello di un artista che ha segnato diverse ere fondamentali per il personaggio. Disegnatore sinonimo del Ragno, un nome che immediatamente richiama il suo lavoro su Ultimate Spider-Man e il suo apporto alle fondamentali run degli anni ‘90 con David Michelinie, Bagley fa quello che sa fare meglio: se stesso. I personaggi trasmettono i propri pensieri nelle vignette, dialogano in maniera animata e le scene d’azione che coronano il climax del numero sono la dimostrazione del buon stato di forma dell’artista. L’unico appunto – un vero pelo nell’uovo: sarebbe interessante, per il futuro, vedere il tratto di Bagley, così come la colorazione di Frank D’Armata, adattarsi alle varie ere dell’Uomo Ragno.

Spider-Man: Life Story #1 nasconde un paio di chicche e svolte improvvise che cambiano radicalmente il percorso narrativo del personaggio, momenti impossibili da raccontare qui in sede di recensione. La sottesa natura da What If? della serie sbuca fuori all’improvviso, quando la nostalgia nel rileggere momenti storici del Ragnetto aveva preso possesso della lettura. Chip Zdarsky e Mark Bagley rendono interessante una storia che sembra sia stata letta centinaia di volte, per la freschezza con la quale viene raccontata, per la curiosa gimmick del “tempo reale” e per dei colpi di scena davvero inaspettati – elementi che cambieranno radicalmente il futuro dell’Uomo Ragno.

“Death or Glory”, Rick Remender & Bengal – Motori! Dramma! Azione!

Death or Glory modQuando si pensa a qualcosa di “puramente Americano”, è solito fermarsi all’immagine di una strada desolata nel mezzo del deserto. Il sole cocente che picchia incessantemente, le stazioni di servizio, i classici diner. Un gigantesco truck in viaggio verso chissà quale destinazione. Nel corso degli anni, la cultura Statunitense ha saputo costruire un vero e proprio mito attorno alla highway, al culto del motore rombante, della vita solitaria a bordo di bestie metalliche. Una glorificazione della vastità del suolo a stelle strisce e della libertà, ma anche aggiornamento e rinarrazione del mito western. Grazie ad Image Comics e Bao Publishing, la vita sull’autostrada trova nuova linfa vitale con Death Or Glory, serie scritta da Rick Remender e disegnata dalla superstar francese Bengal.

É proprio l’incontro di stili, la fusione franco-americana a catturare l’occhio alla prima manciata di pagine dell’albo. Autore completo del fantasy Luminae e più volte collaboratore di Jean David-Morvan in Francia, Bengal ha saputo creare un curriculum piuttosto ricco di figure femminili aggraziate, bellissime e letali, fortissime, metabolizzando le lezioni e la sintassi del fumetto d’Oltralpe insieme alle forti influenze orientali, una sensibilità manga che si mostra nella sua versatilità nel design dei personaggi e nella loro “recitazione” sulla pagina.

Non a caso, Rick Remender opta per una protagonista femminile che favorisca i punti di forza del proprio artista: Glory è uno spirito libero, una ragazza nata a bordo di un autocarro, cresciuta girando per l’America con la madre ed il padre, Red. L’unica famiglia che abbia mai conosciuto era tutta lí, estesa esclusivamente a chi, come loro, ha scelto la strada e l’odore di benzina e asfalto come stile di vita. Biker, vagabondi, cameriere nei ristoranti, truck drivers popolano Yuma, Arizona, location che fa da sfondo a questo primo volume della serie.

Un ambiente come questo, però, porta con sé anche parecchi pericoli. All’idilliaco ritratto di America romantica e motorizzata, Death or Glory contrappone il lato oscuro di questa vita al limite, sporcata da gangster e mafiosi, trafficanti di droga – se non peggio – e sceriffi corrotti. Con tanti elementi da gestire e sviscerare, Remender predilige soffermarsi su un nucleo concentrato di personaggi e situazioni, incastri famigliari e l’immancabile, tragico passato che torna a causare problemi nel presente.

Il mDeath or Glory 2ondo di Death Or Glory gioca al confine di questa indefinita “zona grigia”, un contrasto che racchiude tutto ciò che c’è da sapere per mettere in moto la trama. Rick Remender e Bengal non vogliono sfociare spudoratamente nel western fatto di cowboy e banditi ai lati della barricata, ma provano decisamente gusto nell’avvicinarsi a queste atmosfere, dove a parlare prima erano le pistole e gli assalti alle diligenza erano all’ordine del giorno.

Sarà proprio Glory a dover decidere da che parte stare, quanto è disposta a spingersi oltre il limite pur di salvare il padre, afflitto da una terribile malattia. Quando tutto va storto e non c’è più nulla da fare, la strada criminale diventa pericolosamente facile da percorrere. È conveniente, per Rick Remender, caricare il personaggio principale con un’infanzia felice e improvvisamente spezzata, un’adolescenza ribelle e un presente carico di dubbi, tenacia e responsabilità. È un tipo di empatia fittizia, artificiale, forse fin troppo conveniente, ma funzionale allo scorrimento di queste prime 140 pagine. Una volta esplorate le radici della protagonista, la trama ha piena libertà ed ampio orizzonte per muoversi in verticale, sfrecciando freneticamente tra gli eventi.

Con Glory a fare da colonna portante della trama e da centro morale della storia, Remender può giocare con i personaggi di contorno. Pablo, un immigrato brasiliano, sarà la spalla della protagonista, una figura positiva fortemente legata alla parte più macabra della storia. La sua introduzione segnerà il punto di non ritorno che costringerà la giovane ragazza ad agire in maniera sempre più avventata, mettendosi contro l’impero criminale di Toby, suo ex-marito e viscido, pomposo redneck arricchito, disposto a tutto pur di riavere Glory al suo fianco.
Il sottobosco criminale attorno a Toby permette a Remender e Bengal di potersi scatenare nella creazione di personaggi coloriti – forse anche troppo.

Le pagine vengono improvvisamente riempite da macellai dalla Corea del Sud con il gusto per la carne freschissima, due sadiche suore dal grilletto facile, uno sceriffo con il perverso gusto del peperoncino piccante, un killer senza scrupoli che uccide con l’azoto liquido – e molto altro ancora. Impossibile negare l’influenza Tarantiniana di certe situazioni e comportamenti. Figure divertenti da leggere, terrificanti, che spezzano la narrazione con la loro natura sfacciata, ma la loro introduzione frenetica risulta quasi ingiustificata, come se gli autori avessero voluto inserire personaggi così esagerati per il puro gusto dello shock. Death or Glory 3
Non c’é niente che rovini la lettura, ben venga mettere alla prova Bengal con qualcosa di rischioso e caricaturale; eppure, avesse Death or Glory fatto a meno di questa macabra ironia, una massiccia dose di crudele realtá, fatta di uomini spregevoli e bassezze indicibili, avrebbe donato alla storia un tocco in più.

Parlando di Bengal, Death or Glory non poteva trovare interprete artistico migliore. Come già accennato, la scuola francese si fa sentire: la meticolosa divisione della tavola enfatizza e mette in risalto le grandi capacità recitative dell’artista. Glory è ricca di emozioni genuine, espressioni facciali a volte buffe, cartoonesche ma intense, drammatiche ed efficaci. Bengal sa dare spessore ad ogni personaggio grazie ad una fine eleganza nel rappresentarli su carta, dando loro voce anche quando non c’è dialogo. L’artista si piega strategicamente al gusto statunitense quando la trama lo richiede. Il climax di questo primo volume della serie cresce ed esplode in un inseguimento a folle velocità, una deflagrazione action á la Fast & Furious, valorizzata dalla frenesia di tavole, campi larghi e primi piani che si susseguono ed una gamma di colori caldi che rispecchia le emozioni e l’adrenalina pompante nei personaggi coinvolti.

Conclusa la lettura, il primo volume di questa nuova serie di Rick Remender e Bengal lascia al lettore la voglia di continuare a correre, di sfruttare l’impeto e l’energia per proseguire la corsa. Azione, dramma e il retrogusto grottesco sono benzina nel motore di una lettura presenta un sogno western e tutto americano, ribelle e romantico, corrotto dalla crudele realtà della peggior specie di criminali ed approfittatori. Un pulp crime ad alta velocità, Death Or Glory fa del suo cliff-hanger il suo manifesto: un autocarro sfrecciante sull’asfalto, gangster feroci alle costole e l’ultima speranza di rimettere a posto le cose che preme furiosa sul pedale.

Wednesday Warriors #24 – Da Conan a Green Arrow

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

JUSTICE LEAGUE #19 di Scott Snyder e Jorge Jimenez

Questo diciannovesimo capitolo della Lega della Giustizia di Snyder può essere sintetizzato efficacemente dalla figura e dalle contraddizioni del villain di turno: Mr. Mxyzptlk.
Il folletto proveniente dalla quinta dimensione, nemico storico di Superman, incarna quel dualismo che sta alla base del concetto stesso di intrattenimento supereroico: un costante conflitto tra la necessità di divertire (in senso ampio) il lettore e quello più “oscuro” fatto di crescenti minacce poste di fronte agli eroi di turno.

Come già visto negli anni ‘90, durante il mai abbastanza celebrato ciclo di Grant Morrison – autore feticcio di Snyder – su JLA, Mxyzptlk nasconde un immenso e terrificante potere dietro alle sue buffe sembianze. Snyder e Jimenez (questa volta anche accreditato come co-autore del plot) riprendono questa lettura del folletto arrivando a renderla visibile, esteriorizzandola nel design dello stesso: il Mxyzptlk di Jimenez è gommoso, mutevole, il suo aspetto cambia da vignetta a vignetta, mantenendo costante un sottotesto inquietante. Un registro che il disegnatore estende a tutta la storia, passando repentinamente dal tratto realistico a quello caricaturale senza difficoltà. In questo lo segue, e lo guida, Scott Snyder, capace di inserire momenti più leggeri, caratterizzati da dialoghi brillanti, in contesti significativamente drammatici.

In questa sorta di ping-pong emotivo gli autori continuano ad alzare la posta in gioco: la portata della minaccia è sempre più grande e lo stesso multiverso DC sembra espandersi in concerto con essa.

Se è vero che negli scorsi decenni, da Crisis on Infinite Earths in poi, molti autori hanno provato a semplificare, sintetizzare, umanizzare le complesse continuity dei supereroi, Snyder va in senso opposto: prende il multiverso (così come strutturato da Grant Morrison) e, dopo averlo espanso in Dark Knights: Metal aggiungendo la sua controparte oscura, lo complica ancor di più aggiungendo una fantomatica “sesta dimensione”, la sala di controllo del Multiverso.
Se tanto mi dà tanto si direbbe il mondo in cui viviamo noi.
Sebbene sia un autore che incontra un certo astio nel fandom, non si può certo imputare a Snyder la mancanza di una bella dose di coraggio: se vi vi piace l’avventura e amate le sfide questo è il fumetto che fa per voi.

CONAN THE BARBARIAN #4 di Jason Aaron e Gerardo Zaffino

Quarto capitolo del Barbaro di Jason Aaron che si fa notare soprattutto per il disegnatore ospite: un Gerardo Zaffino dal tratto sporco e oscuro che riesce a dare il giusto aspetto oscuro e tenebroso a una storia crepuscolare.
Crepuscolare sia in quanto ambientata per gran parte di notte, tra le strade di Tarantia, capitale di Aquilonia, sia perché ci mostra la vita di un Conan in là con gli anni: insofferente e ai limiti della depressione, vessato com’è dalle incombenze della vita da sovrano che mal gli si addice.

Curiosamente questa potrebbe essere definita allo stesso tempo come la prova migliore e quella peggiore di Aaron sulla testata.
Da un lato lo scrittore riesce ad affrancarsi dal timore reverenziale che sembra avere nei confronti di Robert E. Howard e la sua creatura, proponendo al lettore un Conan inusuale, un vigilante di stampo quasi supereroistico; anche dal punto di vista del ritmo lo scrittore abbandona, seppure non sempre, lo stile “libro illustrato”, a favore di uno sviluppo più canonicamente sequenziale e fumettistico.
Di contro sembra non esserci traccia della macrotrama introdotta nei primi tre capitoli, dando quindi l’impressione di un mero riempitivo in attesa del ritorno del disegnatore principale.
Al netto di quest’ultima considerazione, che può essere ininteressante sotto diversi punti di vista, siamo di fronte a un deciso passo in avanti nello sviluppo di questa proprietà intellettuale.

Bam’s Version

GREEN ARROW #50 di Jackson Lanzing, Colin Kelly e Javier Fernandez.

Vigilanti impazziti, terribili lutti, una enorme responsabilità sulle spalle e l’amore della sua vita a fargli da supporto. Il biennio 2018 / 2019 è stato più che altalenante per Freccia Verde – principalmente a causa di un turbinoso avvicendamento ai writing duties della serie.Da Maggio dello scorso anno a questo Marzo, sui testi di Freccia Verde si sono alternate le sorelle Benson, Mairgrhead Scott e il duo Lanzing e Kelly. Tutti questi scrittori – e i tanti artisti che li hanno accompagnati – hanno reso la serie piuttosto difficile seguire: una trama principale ha fatto da stampella alla quale tutti si sono appoggiati, eppure Green Arrow non ha mai saputo brillare di luce propria, costruendo una trama che potesse respirare ed evolversi nel tempo.

All’alba del 2019, la rotazione frenetica sembrava, finalmente, pronta ad interrompersi. Con le Benson a chiudere il loro arco narrativo, Lanzing e Kelly saltavano a bordo della serie con una ottima storia legata a “Heroes In Crisis”, il ritorno del Conte Vertigo e le sensazionali matite di Javi Fernandez a fare da supporto. Tuttavia, mi trovo qui a scrivere dell’ultimo numero della serie: Green Arrow chiude improvvisamente i battenti, con quello che doveva essere l’inizio di un lungo story-arc e che si rivela, invece, la conclusione della serie.

Il villain conquistatore della serie diventa la direzione editoriale e, dunque, Lanzing e Kelly si trovano a dover chiudere le trame, piuttosto che aprirle. Il duo di scrittori tira fuori il meglio da una situazione disperata: braccato dalle forze speciali e a muso duro con Black Canary, Oliver Queen è assoluto protagonista di una lunga sequenza action, adrenalinica ed esplosiva. Javi Fernandez mette a buon uso la sua matita ultra-dinamica e le sue tavole complesse, una tela che l’artista sa piegare e modellare, scomporre in più vignette che seguono con occhio attento inseguimenti, frecce, proiettili e folli acrobazie.

Ma la chiarezza dei disegni, purtroppo, non rispecchia la caoticità di una trama chiusa velocemente e all’improvviso. Jackson Lanzing & Colin Kelly firmano buoni dialoghi e indovinano la voce di Freccia Verde, ma hanno l’ingrato compito di dover infilare tantissimo in sole 40 pagine. La serie ha scoccato, più volte, qualche buona freccia dalla faretra, ma senza mai centrare a pieno l’obiettivo. Purtroppo, queste non sono bastate per salvare Green Arrow. Cosa riserverà il futuro?

MEET THE SKRULLS #1 di Robbie Thompson e Niko Henrichon.

Undici anni dopo Secret Invasion di Brian Michael Bendis e Leinil Francis Yu, l’infida legione aliena degli Skrull torna ad essere protagonista. Ma sono cambiate tante cose in questi undici anni: gli Eventoni a fumetti hanno perso quell’aura di grandeur e solennità, lasciando il posto ad un rinnovato gusto per le dimensioni intime, l’umanizzazione e l’introspezione.

La famiglia Warner vive una vita tranquilla a Stamford, nel Connecticut. Il padre Carl lavora alla Stark Unlimited, la madre Gloria è impegnata nella politica locale, le figlie Madison e Alice cercano di sopravvivere al liceo. Ma, dietro la patina di quotidianità suburbana che può ricordare The Vision di King e Walta, si nasconde un nucleo famigliare di Skrull, mortalmente intenzionati a portare a termine la loro missione: sventare il Progetto Blossom e favorire, così, una nuova invasione aliena.

Robbie Thompson, più che da narratore, funge da osservatore. Lo scrittore, attraverso i Warner, analizza meccaniche sociologiche, reazioni e comportamenti studiati da occhi alieni. Un semplice gesto d’altruismo, una parola cattiva in mensa tra compagne di scuola, una gita alla mostra di scienze naturali: gli elementi della vita di tutti i giorni si trasformano in occasioni per manipolare, soggiogare e trarre vantaggio dalle debolezze umane. Ma il fumetto non risulta didascalico, tutt’altro.

Thompson brilla nella costruzione del mistero famigliare, individui uniti da una missione più che dall’affetto, che preferiscono rimanere in silenzio piuttosto che confrontarsi. In questa strana famigliola – tutt’altro che felice – ha più valore ciò che non viene detto che il contrario. La presentazione di questo “quadretto” è affidata a Niko Henrichon, artista dal tratto delicato e atipico dalla tradizione Marvel, valorizzato dalla colorazione di Laurent Grossat. Combinazione di stili americani, francesi ed orientali, la matita di Henrichon riesce a cogliere la sottile tensione che si nasconde sotto i volti umani scelti dagli Skrull. Le figure nervose e gli sguardi perfidi si confrontano, soffrono e rispondono con veemenza, con l’esito della missione – ed il bene dell’impero Skrull – che pende sulla testa dei Warner come una spada di Damocle.

Manca un po’ di contesto e qualche elemento meriterebbe un chiaro approfondimento, ma Meet The Skrulls #1 è solo il primo capitolo di un bel mistero urbano e fantascientifico. Il world-building é necessario, ma cominciare una storia senza avere tutte le carte scoperte puó rivelarsi un vantaggio sul lungo termine. Thompson e Henrichon fanno leva sul subdolo fascino degli Skrull per rivitalizzarli, calandoli in un interessante ed inedito contesto. Undici anni fa, l’Invasione Segreta cominciò dai supereroi; nel 2019, l’uomo comune torna al centro della narrazione.

 

“Gideon Falls”, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino – All’Ombra del Fienile Nero

Che David Lynch sia una delle maggiori ispirazioni di Jeff Lemire non dovrebbe stupire nessuno. Del resto, in più occasioni l’autore canadese ha espresso la sua vicinanza ai temi e la sua ammirazione per la brillante, lucida follia del regista e sceneggiatore di Missoula, nel Montana. Da sempre, l’autore esprime chiaramente la voglia di raccontare la sua personale visione del mondo, portandola al pubblico tramite il cinema, la televisione, la musica, la fotografia o la pittura.
Per i fan, Lynch è una sorta di figura mistica, un elemento di ispirazione irraggiungibile ed inarrivabile, eppure sempre pronto a donare nuove visioni e modi di interpretare le sue storie.

In questo momento della sua carriera, Lemire si trova molto vicino al “modello Lynch”. Dopo anni di onorata militanza tra Marvel e  DC e una carriera costruita su graphic novel di incredibile successo – con storie che hanno catturato attimi della sua vita, se pensiamo ad Essex County, Il Saldatore Subacqueo e Niente Da Perdere Lemire ha saputo trovare una nuova dimensione in Image Comics. Pur mantenendo viva la fiammella del divertissement supereroistico in Dark Horse Comics e il suo Black Hammer, è proprio in Image che Lemire ha saputo accostarsi ancora di più a David Lynch.

Nel 1984, Lynch creò un cult con Dune, il kolossal sci-fi tratto dal romanzo di Frank Herbert, dedicato alla turbolenta guerra del Landsraad; nel 2015, insieme a Dustin Nguyen, Jeff Lemire pubblica Descender, fumetto fantascientifico costruito su un conflitto interplanetario che ha a cuore la sorte delle intelligenze artificiali. Nel 1991, David Lynch e Mark Frost rivoluzionarono la TV statunitense con Twin Peaks, thriller con le tinte paranormali che sconvolse il mondo con la morte di Laura Palmer e l’indagine dell’Agente Dale Cooper nell’omonima cittadina; nel 2018, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino debuttano con Gideon Falls, un horror – thriller che lega le vite di due individui intorno al mistero del Fienile Nero. «Coincidenze?»

PuGideon Falls 2bblicato da Bao Publishing in formato cartonato, il primo arco narrativo di Gideon Falls, Il Fienile Nero, introduce da subito tre elementi fondamentali per la storia. La prima splash page ci presenta Norton, protagonista affetto da gravi disturbi psichici: paranoico, ossessionato e intimorito dal mondo che lo circonda, morbosamente attratto dalla spazzatura di una megalopoli opprimente, alla forsennata ricerca di qualcosa nell’immondizia.

Andrea Sorrentino, invece, si presenta da solo: chi ha letto il suo Freccia Verde o Vecchio Logan conosce le capacità di questo talento nostrano, audace storyteller che gioca con le tavole e padroneggia con destrezza il ritmo della narrazione.

Ogni occasione é buona per sorprendere il lettore ed ecco che la primissima pagina di Gideon Falls – Il Fienile Nero esterna uno dei temi portanti della serie. Norton appare per la prima volta a testa in giù, in piedi su uno sfondo urbano rosso sangue.
La prospettiva del lettore si raddrizza nella vignetta successiva, ma il primo impatto distorce il senso della pagina e costringe a guardare tutto da un punto di vista insolito, “sbagliato”.

Non ci sono POV da assumere che giustificano questa scelta, il lettore non è portato al livello di qualche elemento che osserva il protagonista da qualche strana prospettiva. L’atmosfera disturbante, inquietante e squilibrante di Gideon Falls si fa strada da subito, un manifesto che Lemire e Sorrentino affiggono affinché il lettore possa meglio capire che tipo di storia vogliono raccontare.

Dopo l’accattivante introduzione del povero Norton, gli autori guidano su una strada desolata che porta al centro di Gideon Falls, una città rurale di pochi abitanti che ha recentemente perso il proprio uomo di chiesa. A sostituirlo è Padre Fred, parroco dal passato turbolento che sembra aver rubato il volto a Woody Harrelson. Sarà proprio questo personaggio a fare le veci del lettore nella conoscenza di Gideon Falls, un posto orribilmente silenzioso, abitato da gente di campagna poco avvezza ai nuovi arrivati.

Proprio come Dale Cooper in Twin Peaks, che durante il corso delle indagini scoprirà l’esistenza della terribile ed onirica Loggia Nera, Padre Fred toccherà con mano le stranezze di Gideon Falls, scoprendone i lati più oscuri e venendo a conoscenza del mito sul Fienile Nero, una struttura apparentemente fuori da questo mondo, un fantasma di legno oscuro come la notte, chiodi arrugginiti e incubi da custodire, che da secoli minaccia l’esistenza stessa di Gideon Falls. Contemporaneamente, Norton si trova catturato in una spirale paranoica, circondato da reliquie del Fienile che lo richiamano compulsivamente, costringendolo a scavare tra il pattume dei sacchi di spazzatura e a condividere le sue teorie sul luogo insieme alla sua psicologa.

Il ritmo della storia rallenta, Lemire e Sorrentino si assestano in una introduzione del ‘mondo’ tramite una narrazione che scorre doppio binario. Norton e Padre Fred vivono due realtà diametralmente opposte, tuttavia accomunate dalla onnipresente sensazione che qualcosa di oscuro stia per distruggere bruscamente la “quiete” della trama.

Gli ambienti chiusi, ingrigiti e decadenti della metropoli si alternano alla campagna desolata di Gideon Falls. Non c’è niente di pittoresco nella ruralità che circonda Padre Fred, così come gli abitanti della città non sembrano accorgersi del piattume urbano che fa da sfondo alla malattia mentale di Norton. Dave Stewart, il colorista, ci tiene a non rendere le due ambientazioni troppo distanti, a voler sottolineare come Gideon Falls – Il Fienile Nero non racconti due storie distinte e separate. Gideon Falls 2

A causa di questo tedio visivo, di questa disarmante banalità urbana e contadina sapientemente illustrata su carta, l’apparizione del Fienile Nero shocka il lettore. Il cielo si fa cremisi. La griglia delle vignette utilizzata finora da Sorrentino lascia il posto ad una struttura mastodontica, che riempie la pagina e impone la sua presenza sull’intera storia.

Nei momenti che precedono la visione del Fienile Nero, Lemire e Sorrentino alternano freneticamente i due protagonisti, lontani ma legati indissolubilmente, trascinati con forza nell’orrore che questo luogo – comparso dal nulla – custodisce diabolicamente al suo interno.

Ogni manifestazione del Fienile è indimenticabile, si imprime a sangue nella mente dei protagonisti e del lettore. Segna la narrazione, interrompe bruscamente il racconto e ripartire è ogni volta destabilizzante, come riprendersi dopo un violento shock.

Fortunatamente, lo svolgere della trama non sottrae spazio allo sviluppo e alla voce dei personaggi. Non ci sono manichini sacrificati al netto dell’intreccio: Gideon Falls pullula di figure umane, devastate, irrequiete, contaminate dal mistero del Fienile Nero.
Lemire architetta con intelligenza i dialoghi, le interazioni tra membri del cast: la vera protagonista è la diffidenza, la difficoltà nell’aprirsi all’altro. Sembra che l’influenza negativa soprannaturale del Fienile scorra davvero nelle vene di questi personaggi, abbia un peso sulle loro spalle.

Grande merito del senso di costante disarmonia tra realtà ed incubo, tra tangibile ed inafferrabile, tra Gideon Falls e il Fienile Nero é da attribuire ad Andrea Sorrentino.

L’artista sembra più volte invasato dallo spirito occulto evocato da Lemire. Occasionalmente, il fumetto si apre turpi ed oniriche frenesie allucinogene, dense di simbologia, significati nascosti, presagi del futuro ma anche lente di ingrandimento per i contorcimenti psicologici dei personaggi – ancora, i paragoni con la Loggia Nera di David Lynch sono piú che azzeccati.

La tavola si spezza,  si auto-distrugge per raccogliere i propri pezzi e riassestarsi. Sorrentino non ripete mai lo stesso schema, ogni splash page è costruita in maniera diversa dalla precedente, racchiude nuovi dettagli, nuove formule per raccontare il dettaglio più insignificante e sviscerare i temi della storia. L’equilibrio tra esperimento artistico-narrativo e story-telling tradizionale è incredibile, sotto questo aspetto.

La voglia di scoprire cosa si nasconde dietro le porte del Fienile Nero muove non solo le pulsazioni dei protagonisti, ma sembra coinvolgere anche gli autori, stimola la curiosità del lettore, lo invita a girare pagina, a prendere rischi e spaventarsi.

Gideon Falls – Il Fienile Nero è un volume introduttivo che non scopre tutte le sue carte nel tentativo di catturare l’attenzione ad ogni costo. Piuttosto, Lemire e Sorrentino giocano con le tempistiche del genere thriller e l’adrenalina del genere horror, unendo i personaggi attraverso i silenzi, più che i dialoghi.  Gideon Falls 3
Come i primi 8 episodi di Twin Peaks, non a caso, Lemire offre il preludio al mistero, lo affronta di petto ma non lo comprende, non lo sviscera a pieno. Ne offre un ricco, oscuro preambolo e tuttavia non ha alcuna intenzione di risolverlo in maniera semplicistica o, quantomeno, di dare qualche indizio al lettore ed ai personaggi.
Lemire preferisce immergerli nei loro rimorsi, terribili segreti, fobie e li mette alla prova sotto il peso degli eventi che li schiaccia ed intrappola. Norton e Padre Fred sono protagonisti che rifuggono tale status, oppressi dagli eventi, alla ricerca di un modo di fuggire dal “mostro” che ha imprigionato le loro vite in un incubo perverso.

Una storia che prende il meglio dalla struttura narrativa sempre piú vicina al modello televisivo, adottando ritmi e tempistiche, utilizzo dei cliffhanger e della costruzione dei personaggi, senza dimenticare le libertà, tutte a fumetti, dello psicotico, sfrenato story-telling di Andrea Sorrentino. É una lettura che offre atmosfere difficilmente reperibili altrove. Un fumetto unico nel suo genere, forse l’unico vero horror attualmente in circolazione.

Wednesday Warriors #9

In questo numero di Wednesday Warriors:

I questa settimana sono usciti tanti fumetti interessanti ma, per fare un paragone musicale, se esce un nuovo album di inediti dei Led Zeppelin non ha senso parlare di altro. Per cui ci siamo dedicati a…

THE GREEN LANTERN #1 di Grant Morrison & Liam Sharp.

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Chi è “the Green Lantern” del titolo di questa nuova serie? La copertina di questo #1 invita ad utilizzare il rasoio di Occam: Hal Jordan è la Lanterna Verde, la più famosa, la protagonista di quasi 60 anni di storie. Ma una volta aperto l’albo, la Lanterna Verde si mostra, imponente, riempiendo metà della prima pagina. La Batteria del Potere trionfa sui piccoli, azzurri Guardiani dell’Universo, intenti a comunicare con un’altra Lanterna, impegnata in una caotica missione su un pianeta-casinò. Basta girare la pagina per ammirare Liam Sharp riempire le tavole con strane creature aliene, un gigantesco ragno-pirata, un frenetico inseguimento e una Lanterna Verde in grado di manifestarsi sotto forma di virus influenzale.

Sharp cattura l’energia artistica provocatoria delle produzioni 2000AD ed averla aggiornata, canalizzando al meglio le influenze artistiche di Alan Davis, Ian Gibson e Mark White. Nelle prime cinque pagine si avvicendano caos e movimento, ma i dettagli non vengono assolutamente sacrificati: i personaggi mostrano subito tratti definiti, peculiarità contestualizzate alla follia intrinseca al Corpo delle Lanterne Verdi. Maxim Mox, Fleeze Flem, Thrilla-Tu e Chryselon sono le primissime Lanterne che Grant Morrison e Liam Sharp portano sulle pagine della serie e, da subito, al lettore resta la voglia di rivederle in azione.
La trama comincia a mettersi in moto, ammantando nell’ombra il villain di questa saga e le sue oscure motivazioni.

L’occhio si sposta sulla Terra, dove il lettore e i disegni possono respirare: dalle affollate visioni cittadine di Ventura, attraverso navi spaziali arricchite di ghirigori alla H.R. Giger e composte da metallo grezzo e sporco, ci avventuriamo nel deserto del New Mexico, che accoglie Hal Jordan, girovago e perso con gli occhi al cielo. Dopo aver passato la notte con la vecchia fiamma Eve Doremus e aver preso parte ad una tragicomica scazzottata con degli hobos, Jordan si trova impelagato nella seconda parte della trama del numero, costretto a rimediare al guaio intergalattico delle prime pagine; tre peculiari ma pericolosi assassini sono liberi sulla Terra e tocca a Jordan consegnarli alla giustizia. Morrison ne approfitta per ricreare il passaggio di consegna dell’Anello tra Abin Sur e Hal Jordan, un’eco alle origini del personaggio che chiude con stile l’introduzione del protagonista. Furia e distruzione aliena imperversano in città, ma con calma olimpica, esperienza sul posto di lavoro e sana, eroica arroganza, Lanterna Verde utilizza costrutti classici e cartooneschi – mani giganti, barattoli e blocchi di ferro – per riportare la calma e placare gli animi, arrestando i criminali. Quell’uomo un po’ sporco e senza lavoro, che ha intrattenuto i passanti prendendo a pugni dei vagabondi pochi minuti prima ha lasciato spazio ad un Eroe galattico in grado di sconfiggere tre criminali senza alzare un dito, come se urlare il Giuramento del Corpo delle Lanterne Verdi lo avesse trasformato in qualcun altro.

Se dovessimo dividere in capitoli queste prime 32 pagine, potremmo individuare la presentazione del problema all’inizio, un interludio che ci rivela il protagonista e la risoluzione del conflitto; in questa quarta ed ultima porzione di storia, Morrison & Sharp introducono la Nuova Oa e la macro-trama che dà il via ai 12 numeri di “The Green Lantern”. I Guardiani dell’Universo espongono l’Universo secondo le Lanterne Verdi, dando possibilità allo scrittore di scozzese di esporsi nella sua reinvenzione del Corpo delle Lanterne, ricostruito sotto una nuova luce e un’ottica ben più ampia, approfondito e ingigantito dalla concezione universale Morrisoniana; Sharp, nel frattempo, va oltre l’approccio britannico al comparto artistico e illustra un cosmo ricco di luci, infiniti kirby krackles e influenze europee figlie di Metál Hurlant, da Moebius a Druillet.
I Settori della galassia si espandono in un secondo, cinque pagine che sembrano quasi cosmogonia per quanto cariche di idee; un solido #1 finora diventa così una dichiarazione d’intenti, un manifesto programmatico che indica la direzione ma non porta limitazioni alla trama in divenire. Morrison si crea un tavolo da gioco infinito e colmo di folli possibilità da prendere al volo.

Aver dato questa enorme occasione a Grant Morrison e Liam Sharp significa, per DC Comics, avere gli occhi puntati su un futuro lucente, brillante di immaginazione e Volontà color giada e smeraldo. “The Green Lantern” monopolizzerà l’attenzione dei lettori per tutta la sua durata, un occhio di riguardo provato dal personaggio soltanto durante l’era Johns / Tomasi. Eppure, ci si trova di fronte a qualcosa di radicalmente diverso ed esaltante.

Gufu’s Version

Negli ultimi 10 anni, e forse anche di più, sono due gli autori che hanno contribuito in maniera determinante alla costruzione dell’universo DC così come lo conosciamo: Geoff Johns e Grant Morrison. Dalla Justice League a Flash, da Superman a Batman due si sono “rincorsi” nella definizione di quello che è forse il parco dei personaggi più iconico dell’intero fumetto statunitense e mondiale.
È quindi estremamente significativo che lo scrittore scozzese si trovi ora a dare voce al personaggio simbolo della carriera di Johns: Lanterna Verde.
Con questo Green Lantern #1 Morrison, com’era prevedibile, prende una direzione totalmente diversa da quella percorsa da Johns e per farlo si affida al tratto, oscuro e ai limiti del grottesco, del bravo Liam Sharp.
Il duo britannico si allontana dal racconto epico-supereroico impostato da Johns e che ha caratterizzato le gestioni precedenti, in favore di una nuova ambientazione più crudamente fantascientifica che richiama le atmosfere del 2000AD – storica rivista inglese che ha svezzato entrambi – degli anni 80/90.
Laddove Johns aveva allargato a dismisura il cast di comprimari e avversari, Morrison si concentra sul singolo Hal Jordan mettendolo in rapporto (conflitto?) con l’intero universo. Nelle prime dieci pagine dell’albo Sharp e Morrison ignorano il protagonista per mostrarci il loro cosmo, nuovi mondi alieni, nuovi personaggi e un nuovo look che destabilizza e affascina chi legge. Quando finalmente viene introdotto Hal ci troviamo di fronte a un personaggio complesso e travagliato, la drammatica distanza tra il suo ruolo di esploratore dell’infinito e la sua realtà terrena e terrestre lo rende un disadattato aprendo così una crepa nella corazza di spavalderia arrogante che da sempre caratterizza questo “Han Solo del fumetto supereroico”.
In questo lavoro di ridefinizione del personaggio e della serie gioca un ruolo cruciale il tratto dettagliato e cupo di Liam Sharp: il disegnatore inglese riesce a restituire ai lettori un universo tangibilmente alieno, diverso, fatto di personaggi e luoghi impossibili da ricondurre al vissuto quotidiano e alla narrazione canonica del fumetto supereroico; allo stesso tempo si dimostra assolutamente efficace nelle sequenze dal sapore quasi western ambientate sulla Terra.
Tutti gli aspetti del linguaggio fumetto in questo albo bilanciano le necessità del fumetto di intrattenimento con l’intenzione di densità narrativa portata avanti dai due autori: una densità che fa presagire un ciclo di storie ben più ambizioso rispetto al semplice “poliziesco fantascientifico” prospettato da Morrison durante le interviste rilasciate finora.
I due mettono tantissima carne sul fuoco (tra cui una pagina che farà tirare giù un paio di sacramenti dalle parti di Northampton) riempiendo così l’albo di interessantissime premesse sul futuro.