I Gentiluomini

Tra un assaggio di gin e una fumata di perique noi foschi gentiluomini di campagna si ha il vezzo di leggere contemporaneamente e poi commentare lo stesso fumetto.

Chanbara: la via del Samurai – Una lettura da Gentiluomini

Chanbara, la via del Samurai” (testi di Roberto Recchioni, disegni di Andrea Accardi, un albo della Bao Publishing, 2015) tratta di due vicende: nella prima un samurai si sacrifica pur di permettere al suo discepolo di smascherare una turpe trama di commercio di schiavi sessuali e violenta corruzione, ordita alle spalle del feudatario. Nella seconda una ragazza, rimasta orfana di entrambi i genitori, che hanno scelto di sacrificarsi con harakiri per protesta contro la dilagante corruzione del feudo e l’inumanità di come esso è amministrato, trova la sua vendetta verso la derisione con cui il sacrificio è stato accolto dagli empi dignitari. In entrambe le storie è un piccolo, e apparentemente innocuo, vecchietto cieco a indirizzare gli eventi, con una saggezza che ha del profetico.

Chanbara

–        V. Eheu fugaces, Postume, Postume, labuntur anni nec pietas moram…

–        R. Ma che fai mo? Ti dai a Orazio? E da quando? Mentre lanci dardi, poi! Horribile visu!Chanbara 1

–        V. Sono sempre stato interessato alla poesia…

–        R. Ah, ecco! Già che ci siamo ti sono piaciuti gli haiku dell’albo che ci hanno assegnato?

–        V. Partiamo da lì?

–        R. E perché no!?

–        V. E allora: sì! Come tutto il resto, mi ha pienamente convinto!

–        R. Bell’albo, eh! Una storia di samurai delle più canoniche, piuttosto complicata…

–        V. …Di samurai non ne so certo quanto te, ma a me è sembrata una trama semplice…

–        R. Volevo dire che c’è molta “carne al fuoco”, c’è molto da leggere, si toccano un po’ tutti i topici delle storie di genere, e in modo egregio sotto tanti punti di vista. La prima vicenda è la classica storia feudale di oppressione, mentre la seconda, pure classica, tratta di vendetta per un’ingiustizia palese, che come spesso accade è basata su una forte mancanza di rispetto per impegno e sofferenza umana, cioè sulla “pochezza d’animo”, ciò che il Samurai vero aborre. In definitiva, come dire… c’è stato un giro completo del genere!

–        V. E tutto sommato le storie avvincenti per il grande pubblico sono due, la cui differenziazione è anche impalpabile a volte, vendetta, o lotta per un bene altrui e superiore, che poi si configura a sua volta come “una vendetta”, ma non personale, realizzata da un “agente esterno o terzo” che esercita quindi la “giustizia”…

–        R. …Che alla fine nella sua prima formulazione cola del sangue della retribuzione pura. Sono proprio queste due storie!

–        V. Esatto! Ma allora andiamo con ordine! Partiamo dal genere, non essendo un esperto di Giappone, posso dirti quello che ho percepito subito, e in sintesi: che mi pare un ottimo prodotto italiano! Mi spiego! Secondo me si nota una bella padronanza della cultura giapponese, ma l’elaborazione mi ha suscitato l’idea di un “western alla Sergio Leone”, e da lì c’è un famoso filo rosso col Giappone…

–        R. Sulla padronanza della cultura giapponese ti do subito ragione, è tutto perfetto, dagli ambienti ai costumi, al modo di parlare, alla storia, d’altra parte un forte indizio di competenza si aveva in apertura con la dedica di Recchioni a Frank Miller, che ha una conoscenza profonda della cultura nipponica; e lo stesso valga per Accardi il quale, in fondo, ha disegnato un episodio di Lupin,collaborando con lo stesso autore originale Monkey Punch, in una stranissima commistione tra artisti di Italia e Giappone.

–        V. Accardi non è quello del concorso…?

–        R. Sì, infatti è il motivo per cui l’abbiamo chiamato per il concorso di Dimensione Fumetto.

–        V. Capisco! Chanbara 3Riguardo ai Western! Pensa a “I Magnifici Sette”, adattamento americano di una storia giapponese, poi a Leone, adattamento italiano di una storia giapponese ambientata in America, la linea è chiara, no? Storia feudale giapponese, interpretazione americana, spaghetti western di Leone… E adesso finalmente degli italiani restituiscono la storia all’ambientazione originale, facendolo con competenza, ma conservando al contempo qualcosa del western italiano. Che poi è il meglio che sappiamo fare.

–        R. …E lo facciamo anche meglio degli americani in questi casi, distorcendo meno e capendo meglio la cultura giapponese! Sono comunque tre paesi che hanno lavorato tanto e bene insieme.

–        V. Concordo!

–        R. Riguardo a Leone, i primi piani sono citazioni chiare a mio avviso!

–        V. Bellissimi disegni tra l’altro!

–        R. Sì, ecco! Parlando del disegno, in primo luogo fa strano leggere una storia di samurai così accurata con la griglia tipica dei Bonelli…

–        V. Ah! Ecco perché mi scorreva tutto in modo così familiare, ho letto Tex per decenni!

–        R. E sì, dai! Griglia di Tex, IL western a fumetti su storia di samurai… con qualche libertà, ma siamo lì! Direi che è stata modificata ad arte per rendere meglio sui combattimenti di spada che hanno bisogno di un pochino più di spazio di quelli con la pistola.

–        V. Ottima osservazione! I disegni sono molto, molto belli! Ho particolarmente apprezzato il dinamismo…

–        R. E io un po’ tutto! I colori… Compreso che Ichi è Yoda! …Anche più che Kitano.

–        V. Senza dubbio! Viene in mente a tutti, credo, bel personaggio, ben formato, diremmo canonico… ma ce lo vuole, ha il suo fascino, è divertente. Dice frasi molto belle.

–        R. Sulla scrittura magari tu sei più meticoloso, a me è piaciuta molto, scivola via che è un piacere, non ha fronzoli, o parole di troppo, si segue bene, ma è profonda, ha frasi memorabili…

–        V. Concordo! E non aggiungerei altro se non che per una volta si ha un bel prodotto italiano che non si perde, non è una lagna! Ho molto gradito: «la morte si sarà stancata di aspettarmi», che è veramente clamoroso.

–        R. E «vivere non è mai facile, ma morire a volte lo è», una frase da Colonnello Douglas Mortimer, che nel film cita Wilde…

–        V. Eh sì! In questo casoChanbara 2 si sente una eco chiarissima dell’Esenin, recitato da Carmelo Bene… anzi, si rasenta la citazione: «in questa vita non è difficile morire. Vivere è di gran lunga più difficile». Frase spezzata, quindi più drammatica… Unica cosa…

–        R. …? Che c’è adesso!?

–        V. Unica cosa…  «Clamore di spade», la prima frase del testo… non si può leggere proprio!

–        R. E va be’!
Ma tu pure! Fai il sommelier! Hai una lista di espressioni che odi pubblicata pure sul Blog… sei un rompicoglioni, scusa!

–        V. Lo so!

–        R. Allora dai! Rubrica tavola preferita!

–        V. Il cafone sceglierebbe la tavola “shibari”…

–        R. Ma noi siamo gentiluomini, e io scelgo a pari merito pagina 90, Ichi che taglia cavallo e testa, e pagine 226-227 quando Jun esce fuori dal castello dopo il massacro e Ichi chiede indietro la spada.

–       V. Bellissimo momento tra l’altro! Per me invece il giardino giapponese e la mossa di judo su sfondo rosso di pagina 155.Chanbara judo

–        R. Dopo tutto questo discutere che ne diresti di un drink defaticante?

–        V. Conoscendoti non lo sarà per niente, che vuoi propormi questa volta?

–        R. Ti ricordi di quando ti parlai della Creme de Cassis e del Jolly Roger…

–        V. Uh, certo! Anzi, direi che è senz’altro arrivato il momento… il drink si sarà stancato di aspettarmi!

“Storie di un Tempo Lontano” – Matsumoto, ovvero: la morale di nonno ‘Ndonì

storie-di-un-tempo-lontanoStorie di un tempo lontano, di Leiji Matsumoto, Edizioni RW Goen, è una raccolta di venticinque storie brevi originariamente concepite negli anni ’70 e pubblicate prima in Giappone, poi nel resto del mondo, anche negli ’80, e oggi riproposte in Italia.

L’autore è il padre di titoli famosissimi come Capitan Harlock e Galaxy Express 999. Il tema è apparentemente e come al solito fantascientifico, ma in effetti non solo, negli episodi si riprendono altre creazioni, sia nei personaggi (anche graficamente) che nello sviluppo narrativo, ma le ambientazioni sono disparate, dalla preistoria al mare, ai monti, al deserto, e la maggior parte delle vicende ha un piglio scherzoso se non addirittura ilare e ridicolo.

  • V – Allora? Come è?
  • R – Un classico Martini in perfetto stile retrò, se non sbaglio con il Boodles…
  • V – Come al solito hai ragione!
  • R – Ottimo gin! Ottimo Martini! Bello freddo!
  • V – Grazie! E cerchiamo di farlo durare che le donne sono sempre in ritardo…
  • R – Non ti lamentare che senza di lei oggi saremmo spacciati…
  • V – …Il campanello!?
  • R – Sì! Ma è troppo debole, si sente appena…
  • V – E tanto chi deve venire qua…?
  • R – Beh, oggi per fortuna Silvia! L’esperta di Leiji Matsumoto.
  • V – Benvenuta esperta e consulente Silvia!
  • R – Benvenuta consulente ed esperta Silvia, entrambi qui ci siamo un po’ scorati nella lettura…
  • S – Onorata di essere con voi, gentlemen! Ma… cos’è quest’atmosfera brumosa, non ditemi che Leiji Matsumoto non vi è piaciuto!? Il creatore dell’amore della mia infanzia, Capitan Harlock? Uno dei miei autori preferiti? Colui che attraverso il manga di fantascienza ha fatto rivivere il mito di Ulisse, di “virtute e canoscenza”, in chiave spaziale…54-page-001
  • V – Personalmente dire che “non mi è piaciuto” forse sarebbe esagerato, e da ritenersi un giudizio privo di pretese di oggettività; non si vuole togliere nulla alla maestria del suo ideatore, il venerabile Matsumoto che conosco molto meno di voi… solo… noi gentiluomini siamo refrattari ad argomentare “per autorità” e per me la lettura, francamente, è stata pesante, non scorreva. Specie dopo fumetti americani… appare limacciosa… ci si impantana. E questo è il punto più ostico per me!
  • R – Ma quanto sei pomposo!
    Io non disdegno affatto Matsumoto e ne amo assai il disegno fantascientifico, ma questo fumetto in particolare ha degli aspetti risibili.
    In primo luogo devo capire come si faccia ad affidare a un fumettista che ama le navi spaziali ed eccelle lì, storie tutte ambientate in contesti diversi: deserto, preistoria con mammut, cime montane, scimmie e via discorrendo. Devi essere proprio cretino!
  • V – Forse di fantascienza c’è troppo poco… ho colto riferimenti a 2001 Odissea, per esempio, nel pilastro che emette un forte segnale…
  • R – Sì, sì, ma fammi finire! Tutti i riferimenti che ti pare: lo spaziotempo, lo stesso pianeta che visto da due punti di osservazione diversi è al passato o al futuro… è tutto piuttosto rabberciato comunque, e insufficiente…
  • S – Ma questo non è importante! Come mai nella tecnologia altisonante, ma imprecisa delle opere dell’epoca… con sigle strambe, cosmo radar, rotta 2020… ma la poesia del tratto! La regia!
  • R – E sia! Ma inoltre da quasi tutte le storie trapela un messaggio che decontestualizzato un attimo e per dirla chiara… pare la morale “di nonno ‘Ndonì”: le donne vivono in uno strano limbo tra violenza sessuale subita e accettata, spinta riproduttiva ed erotica fuori controllo, prosecuzione della specie e maternità come realizzazione dell’esistenza, sottomissione e accettazione della loro condizione di debolezza… è tutto orribile!
  • 85-page-001V – Non ne so molto di Giappone, anzi mi piacerebbe capire se tutto ciò, che ho notato anche io, dipende dalla “cultura” giapponese, oppure è solo il punto di vista di un autore determinato.
  • R – Certamente i piani si intersecano…
  • S – Fermi, fermi! Andiamo con ordine! È molto interessante invece che le storie sono tutte formate in riferimento ad avvenimenti del secolo passato, sicuramente avrete notato El Alamein, le battaglie dell’aviazione, le maschere anti gas, l’estinzione come prospettiva concreta, i rifugi, insomma tutto l’immaginario sociopolitico del dopoguerra, che specie per il Giappone fu estremamente duro da assimilare, non solo per la tragica fine, con l’uso delle due atomiche, ma anche perché non è proprio della mentalità giapponese accettare la resa. E infatti è linea guida di molte opere di quei decenni, compresi gli orfanatrofi alla Uomo Tigre, i paesaggi post nucleari alla Kenshiro…
  • V – Sì, e in effetti mi pare di aver notato anche qualche riferimento al processo di Norimberga, i vincitori che processano ipocritamente i vinti… nell’ultima storia… o la penultima?
  • R – Penultima! “Il pianeta scomparso”.
  • S – Dovete contestualizzare il tutto sia storicamente che culturalmente, ma anche dal punto di vista particolare e biografico dell’autore; pensate che ha vissuto nella miseria postbellica, tanto estrema che non aveva mai visto uno smeraldo e pensava che fosse rosso (confondendolo col rubino) …solo a trent’anni ha avuto accesso a conoscenze che per noi ora sono scontate, e ha scoperto che non era così, e intanto aveva creato Esmeralda, la piratessa rossa…
  • V – In effetti quello del Giappone è stato uno dei miracoli della storia, la sua rinascita…
  • R – E smettila!
  • S – Quanto al messaggio che si evince, beh, va riconosciuto che solo in parte esso può essere ricondotto alla cultura giapponese, per quanto alcuni stilemi sono piuttosto canonici: l’erotismo, la fragilità e al contempo la forza femminile, l’amore tragico, il suicidio, il languore.
  • V – Alcuni elementi io li ho anche graditi, specie perché per me hanno significato un po’ un tuffo nel passato, erano eoni che non vedevo il cosciotto rotondo… sapete, quello con l’osso che spunta da entrambi i lati…
  • R – Ma falla finita! …Il cosciotto mo!
  • V – Eddai! Poi mi è tornato alla mente Kyashan, la mia infanzia, e quelle ingiustizie esorbitanti, le vessazioni gratuite, le umiliazioni che erano tipiche dei plot nipponici, forse in riferimento alla loro società in parte ancora “feudale”, gerarchica. Nel testo per esempio abbiamo l’essere condannati a morte per aver sognato zozzerie.
    O forse sono situazioni mutuate ancora dall’oppressiva condizione post bellica, sono analogie di una cultura che doveva scomparire e riconfigurarsi in qualcos’altro, metafore, o persino allegorie, in cui l’umanità è costretta a vivere a stento, invasa da “alieni”, che forse sono proprio gli americani, così diversi…
  • S – Ma infatti Matsumoto ripropone queste come “storie di un tempo lontano” e lo fa come un samurai nostalgico ripropone il suo mondo che sta scomparendo per sempre…
  • R – …La morale di “nonno ‘Ndonì”!
  • S – Ma insomma!108-page-001
  • V – Dai alcune vicende, va concesso, sono abbastanza ridicole… me le sono segnate: la gelosia maritale e la pratica della fellatio viste come disdicevoli nella stessa frase-tavola! La storia dell’uomo troppo serio, a cui viene consigliato di farsi una sega e dormire! Il padre che sprona il figlio a giacere con la bella donna che sta aiutando, e che poi afferma che “inseguire una donna troppo a lungo è vergognoso”…
  • R – … Ad Harlock viene anche consigliato di scoparsi un paio di tipe, e peggio ancora, lui manco ci pensa a farlo!
  • S – Ma Harlock è un personaggio tragico! Persegue la filosofia del Bushido e lui non “scopa”!
  • R – Ci mancherebbe!
  • S – E ricordiamoci anche che la sua fidanzata ufficiale è Mime! La donna senza bocca!!! Come dire…
  • R – …Che se sei così pirla da combattere per la libertà, sei anche così pirla da non scopare! Forse Leiji odia Harlock, queste sono violenze al personaggio che nemmeno Martin… gesto di scherno estremo!
  • S – Ecco!
  • V – Il mio eroe personale è Goma e il mio momento preferito nell’albo è sentirlo scegliere di continuare a leggere, invece di trombare:
    «come sei dotto Goma! (dotto!) Scopiamo?
    … maaaaa… no! Preferisco leggere! Sai…»
  • R – Ma poi ci pensa il capitano a ristabilire le leggi di natura… Mica è Harlock!
  • S – Voi siete troppo occidentalizzati! Qua si parla della spiritualità di Miyamoto Musashi, che pur di raggiungere la perfezione nella sua arte ha eliminato qualsiasi tentazione carnale! Ed è diventato un mito!
  • R – Mito!
  • S – Se lo conosceste meglio non vi stupirebbe che Harlock “non scopa”, perché i grandi giapponesi hanno passato la vita ad inseguire un rigido ideale di perfezione che aborre il cedere ai piaceri carnali!
  • V – Il piacere per il piacere, alla Wilde, non è proprio cosa delle cultura e spiritualità giapponese, se ho capito, sai che ne so poco…
  • S – Esatto! Da questo punto di vista siamo molto differenti, anche le battute dei personaggi piccolini e un po’ porci o beoni, sono indegne di un samurai, ed è per questo che loro sono anche fisicamente caratterizzati così, come “non-samurai”; un samurai è bello perché spiritualmente retto, e duro, volitivo, non si fa dominare dai bassi istinti.
  • V – Su questo trovo analogie con l’antico mito greco del guerriero, il “kalòs kaì agathòs”, ciò che è bello è anche giusto, buono e viceversa…
  • R – Sì sono miti e figure strettamente correlate, ma tu oggi sei di una pallosità incredibile!
  • V – E fammi finire, scusa! Non essere così irritabile! Volevo aggiungere che comunque la cultura nipponica è anche più estrema di quella classica dove ha sempre serpeggiato quell’eudemonismo a cui mi ascrivo, è più simile a Sparta, se non addirittura peggio, se pensiamo che non solo non ricercano il piacere, e non rifuggono il dolore, ma cercano proprio, assumono volontariamente il dolore, il dolore fisico, non solo la sofferenza morale. Anche nel fumetto, mi è tornato in mente ora, il tizio preistorico piccolo e brutto afferma che loro passano ore ed ore stesi sul greto sassoso del fiume e si mazzulano con la clava… per indurirsi! Perché tutto ciò che viene mazziato si indurisce…
  • R – Comprese le mie palle a leggere certi fumetti e sentire certe interpretazioni!
  • V – Bah! Comunque la frase migliore rimane: «il sakè non è che una delle più grandi invenzioni umane»…
  • R – …E ce lo vuole, e tanto, per sopportare ‘sto fumetto, scritto e disegnato nelle ore di pausa pranzo, eh! Anzi! Qua ci vuole un altro Martini, che questa discussione sul nulla non si strozza altrimenti. Non ci sta una tavola che sia all’altezza del nome!
  • S – Lo stile grafico non è brutto, dai!
  • R – Ma per cortesia! A parte i primi episodi, negli altri si scorda ampiamente i fondali, fa inquadrature paracule per non ridisegnarli…
  • V – Quindi stavolta niente rubrica “tavola preferita”?
  • R – Ma vai via, anche tu!
  • V – Be’ a me è piaciuta la tavola dell’alba che ricorda un po’ il sole giapponese, e alcune della Città delle Macchine…
  • R – Ok, ma basta a parlare di questo fumetto, su! Metti un po’ questo pezzo, senti: Grace Potter and Joe Satriani cover Cortez the Killer! Farei qualunque cose per non rileggerlo.
  • S – Siete cattivi! Non capite Matsumoto!
  • V – Gradisci un Martini?
  • S – No grazie! Me ne vado, e sdegnata!
  • R – Alla prossima!
  • V – Scusalo, diventa così intrattabile quando ha la sensazione di perdere tempo… non che dopo tutto abbia mai troppo da fare comunque… eh!
  • R – Questo Martini arriva? E la musica?

 

 

Recensione: Birthright

Da “Saldapress”, un fumetto di: Joshua Williamson, Andrei Bressan e Adriano Lucas 

Un ragazzino scompare nel parco mentre gioca a baseball col padre; dopo un anno di infruttuose ricerche, le autorità informano la sua famiglia, ormai al bordo dello sfascio, che un losco figuro, possente e formato guerriero come da più classico dei libri fantasy, si spaccia per lui.
Non ci sono dubbi! Si tratta proprio del desaparecido che, finito in un mondo parallelo e inverosimile, completamente fantastico e popolato di assolutamente tutto ciò che la nostra fantasia ha partorito sul tema, ha vissuto in uno spaziotempo più veloce ed è invecchiato prima.
Ora si spaccia per grande eroe e salvatore del regno fantastico dove ha vissuto, e ha da portare a termine la più scontata delle missioni: salvare anche questo, di mondo.
Assieme al fratello maggiore (ma ora divenuto “minore”) si mette all’opera, ma non tutto è così lineare come lui lo racconta, infatti non pare affatto che sia riuscito a sconfiggere il Dio che tiranneggiava le lande da cui è tornato. 

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  • V. Hai ragione, ma alla fine Star Wars è diventato la storia solo di Darth Vader… è una vicenda rabberciatissima, dai!
  • R. Tipico di quando un’opera sfugge alle mani del proprio autore e il cattivo ha più fascino dell’eroe biondino e un po’ tonto no?
  • V. Oggi però dovremmo parlare di Birthright, ricordi? Lo hai finito?
  • R. Divorato!
  • V. Idem!
  • R. Allora, giudizio in una parola: piaciuto o no?
  • V. Piaciuto!
  • R. Ehm, fino a poco fa ti avrei detto che non lo avevo ancora capito, ma mi ascrivo al giudizio positivo.
  • V. La storia non è ancora conclusa, ma è avvincente, ci ho passato la notte di Halloween e non ho smesso sino all’ultima pagina.
  • R. Sì, ma nonostante non sia giunta a conclusione, con gli ultimi numeri è molto più chiara la parabola dell’antieroe, che poi ne è il cardine. E non ho neppure notato lo iato di due anni tra la prima e la seconda parte, di cui parlano gli autori, tutto ha una maturità piena, sia nel disegno che nella narrazione.
  • V. Toglimi la curiosità: perché non eri del tutto convinto?
  • R. Si segue bene, si va avanti di gusto… ed ecco… forse anche troppo! È scritto in modo avvincente, ma molto paraculo. Comunque va riconosciuto che gli autori sono riusciti a delineare un mondo in pochissime pagine.
  • V. Sì, lo scritto è serrato e asciutto, ma per una volta devo dire che una delle cose che più mi ha colpito sono i disegni e i colori, specie quelle tavole con celesti luminosi… son ingenuo? Certo va detto che nulla del soggetto è del tutto “nuovo”… e se uno volesse fare critica facile potrebbe dire che c’è “un’accozzaglia” di creature e situazioni che attingono da tutto l’attingibile… e anche la narrazione su più piani e coi flashback è classicissima.

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  • R. …Ecco, per tornare al motivo della mia indecisione, non capivo se lasciarmi stregare dalle doti di narrazione o se essere più severo, visto il soggetto. I colori, come dici, vengono usati a pieno per distinguere ciò che viene dal mondo magico e fantastico, da quello che è del nostro. Il tutto è realizzato in maniera magistrale, va detto, da gente che, si vede, ha il pieno possesso del mezzo, un’ottima erudizione fantasy, tanto mestiere, sicurezza, padronanza. Non è da tutti!
  • V. Senza dubbio! Alla fine, ti dico, ho scelto di abbandonarmi; mi sono lasciato piacevolmente trasportare, e specie grazie alla presenza di un soggetto con cui mi sono potuto identificare bene; non ovviamente il guerriero e neanche il padre un po’ “vinto”, ma il fratello maggiore divenuto minore… Alla fine chi di noi non ha sognato un’avventura in cui si piomba all’improvviso, mostri spade… anche se non si saprebbe come adoperarle e ci si sentirebbe inetti.
  • R. Essendo un po’ meno naif, forse quello che mi ha convinto meno è la reazione delle autorità, un po’ troppo cialtronesche nella rappresentazione, la storia lì fa un po’ acqua, come pure molte altre del genere su questo aspetto, è difficile integrare il genere alla nostra realtà, con poliziotti, federali, elicotteri…
  • V. Terminator compreso…
  • R. Protocollare, ma necessaria e sufficientemente irritante, è anche la figura della madre scassa balle; sembra messa lì a posta a dire: “ecco le femmine ci impediscono sempre di andare all’avventura”…
  • V. Sì, sì come deve essere!
  • R. E 655b9-clip-305kbcome è! Conservatorismo biologico…
  • V. Sì, compagno sir! Non ne parliamo, sapete che sono un misogino! Dell’eroe invece?
  • R. La storia dell’eroe corrotto è proprio tipica del fantasy, ma più raramente è stata usata nel fumetto se non ricordo male…
  • V. Allora abbiamo detto tutto, non ci rimane che concludere…
  • R. …Con la nostra “tradizionale” rubrica della “Tavola Rimasta”…

 

  • V. Tradizionale da ora…
  • R. Tradizionale da ora… e a fumetto chiuso io scelgo quelle dei combattimenti con i maghi, sia il primo che il secondo.
  • V. Io il fendente orizzontale alla testa del goblin col sangue al posto della calotta e quella con gli intestini del mostro sciorinati a terra!
  • R. Alla prossima puntata!
  • V. Alla prossima! Sigaro?
  • R. Ovviamente!

John Hays – «Dio creò gli uomini diversi. Il signor Colt li rese uguali.»

Tra un assaggio di gin e una fumata di perique noi foschi gentiluomini di campagna si ha il vezzo di leggere contemporaneamente e poi commentare lo stesso fumetto.
Stavolta è toccato a John Hays –Brutti, Sporchi e Cattivi– della Editoriale Cosmo, con sceneggiatura di Stefano Marsiglia e Michele Monteleone, disegni di Fabrizio Des Dorides: un western dove un’improbabile alleanza tra messicani e Ranger, in Texas, tutti duri, spietati e lerci, si scontra con nativi americani devoti a una ambigua dea lunare tremenda e bellissima che li trasforma in bestie terribili simili a mannari. Trionfano i primi grazie alla “strambotica” partecipazione diretta dell’inventore americano Samuel Colt, che ha con sé l’arma adatta per questo tipo di situazioni.

  • R: Veramente squisito questo tabacco, un Virginia condito con perique di raro equilibrio! Il signor McClelland sa il fatto suo…
  • V: Compagno sir non è il momento giusto per parlare di questo, oggi è la giornata dedicata a John Hays.
  • R: Ah giusto! Francamente direi che sono rimasto piuttosto costernato dal bizzarro sviluppo degli eventi, una prosodia inattesa… non me la sento certo di dare un’opinione negativa, il soggetto ha indubbio potenziale, ma la storia appaia modelli narrativi che, se non fanno proprio a pugni, hanno certa difficoltà a stare insieme.
  • V: Anche io mi aspettavo qualcosa di diverso: il tutto parte come una classica storia di frontiera, ma da subito ha tratti un po’ dubbi, poi prende un giro strano, che al contempo ne rappresenta la parte più originale ed interessante. Mi ricorda le storie meno riuscite di Tex, quelle (per fortuna solo sporadicamente insistite), con stregoni, sciamani o persino alieni, anche se l’estetica di questo western è un po’ all’antitesi di quel venerabile fumetto. …Vi è, per esempio, di quella crudeltà esagerata e spiccia… un messicano viene ucciso solo perché non mette il suo poncho su una pozzanghera… suvvia!
  • R: Inquadrature e tenore generale sono copiati fino alle virgole da Leone e non dai western americani alla Gary Cooper, come pure le luci, e specie i primi piani, il che non è un male…primipiani
  • V: …Anche perché Leone ormai, si sa, è l’unico western, persino in America!
  • R: Ma esagerato si arriva a quella violenza gratuita a cui ti riferisci. La quale non conferisce però dinamismo a un plot lento ad arrancare, che poi si perde un attimo, ma infine arriva al punto. Ed è un “punto” affascinante e almeno i disegni stanno bene con l’ambientazione, sono belli, anche se nei combattimenti un tanto confusionari. Ma mai quanto la storia, specie la parte assurda riguardante l’India, il coinvolgimento di Colt in persona come inedito e storicamente inventato “marinaio povero”, e un quasi imbarazzante professore britannico imperialista di Oxford… Grottesco! Grottesco!
  • V: Si sa che semmai Colt sarebbe andato bene in aiuto di Garibaldi… un minimo di fondamento storico si sarebbe intravisto! Cerchiamo di essere positivi! Anche se il plot fa acqua da ogni parte alla fine rimane affascinante quell’idea filosofica alla base: questa “forza universale naturale”, come tale onnipresente in ogni cultura non tecnologica (“arretrata”, almeno da questo punto di vista), la quale amoreggia con questa terribile Dea, ma viene sfidata e battuta dall’industrializzazione e dallo sviluppo…
  • R: Tutti sono ugualmente brutti, cattivi, amorali e bestiali, ma è la tecnica che li separa! Probabilmente da un soggetto del genere, dato in mano a qualcuno un po’ più scafato ed erudito, sarebbe venuto fuori qualcosa di meglio, ma l’idea è buona e anche la trattazione non è affatto da buttare. Molto interessante anche il dottorino che accompagna il signor Colt, pacifista e non violento, di Boston, costretto dall’iniqua lotta contro la natura ad andare contro il suo essere.dottore
  • V: Eh! Non c’è scampo alla legge di Natura: uccidere! In fondo, forse, Samuel Colt potrebbe ritenersi soddisfatto di questa sua versione non ortodossa, per tutto quello che ha rappresentato la sua invenzione…
  • R. Concordo… «Dio creò gli uomini diversi. Il signor Colt li rese uguali», ma ora torniamo ai nostri nobili vizi. Ci sarà tempo per altre strisce disegnate!