Daniele Paolanti

Comprendere il fumetto: “A tu per tu” con Max Brighel

La Marvel ha entusiasmato i lettori per anni e, sorprendentemente, dopo decenni di esistenza riesce ancora a farlo reinventandosi e proponendo soluzioni diverse e sempre più interessanti. I personaggi della Casa delle Meraviglie riescono sempre a convincere il pubblico, talvolta sollevando anche qualche critica per determinate scelte narrative, ma i fedelissimi sono ancora in barca e non intendono lasciare la propria postazione. Tra i personaggi più amati come non menzionare l’amichevole Uomo Ragno di quartiere? Scommetto che, solo leggendo quest’espressione, molti di voi abbiano immaginato Spidey volteggiare tra i grattacieli, alternando sempreverdi sfide con i classi villains (Goblin, Rinoceronte, Lizard ecc.) agli immancabili tentativi di accontentare un po’ tutta la collettività, anche con piccoli gesti (come un gattino sull’albero che viene aiutato a tornare a terra). Complice anche la parallela attività svolta dalla Marvel Cinematic Universe il nostro eroe ha un seguito vastissimo, sia su carta che sul grande schermo e, in questi anni più che mai, ha fatto molto parlare di sé.

Tutti ricordiamo il nostro Peter adolescente, ancora studente liceale, che viene morso da un ragno radioattivo acquistando così grandi poteri. Tuttavia il giovane Pete, non impedendo la fuga di un ladro che poco dopo avrebbe ucciso suo Zio Ben, apprende che da grandi poteri derivano grandi responsabilità e decide di impiegare la sua forza e i suoi talenti al servizio del prossimo. Oggi la storia è molto più avanti. Peter Parker, l’amichevole Spidey di quartiere, lavora come redattore scientifico per il supplemento settimanale del Daily Bugle. Ma sicuramente riuscirete ad apprendere molto di più portando l’attenzione sulle testate di riferimento.

Oggi conosceremo un professionista impegnato direttamente sul fronte del fumetto, ovvero Massimiliano “Max” Brighel, editor di tantissimi albi e sicuramente uno dei più grandi esperti della storia editoriale del Tessiragnatele in Italia. Cerchiamo di conoscerlo meglio e lasciamo a lui la parola, cercando così di comprendere meglio l’attività che svolge. 

Ciao Max, grazie per averci offerto parte del tuo tempo, è un immenso onore!

Wow. Grazie! È un piacere, davvero.

Dunque, raccontaci: come hai iniziato?

Da lettore infuocato e onnivoro di fumetti, che bombardava di lettere di elogi/critiche le case editrici già a partire dalla fine degli anni ’70. Poi, a inizio anni ’90, scrissi qualche articolo sulla Marvel per la versione cartacea di Glamazonia, una curatissima fanzine dell’epoca. Uno di essi raccontava di una mia chiacchierata con Mark Gruenwald, uno dei supervisori Marvel degli anni ’80/’90 e conteneva anche qualche gustosa anticipazione: ne mandai una copia a Luca Scatasta, oggi mio collega, convinto di fargli piacere. Anche grazie a questo, fui chiamato per un colloquio dal compianto Luigi Bernardi, il direttore editoriale di Granata Press, che prima di diventare la casa editrice di Ken il Guerriero e Nova Express, era un service editoriale per varie ditte, tra cui la Play Press di Roma. Granata aveva bisogno di un esperto di super eroi Marvel e DC da affiancare a Scatasta, che in quel periodo stava svolgendo il servizio civile. Luigi mi testò come revisore delle traduzioni di due albi (Justice League e Wolverine), e feci evidentemente un buon lavoro, oltretutto in poco tempo. Non avevo mai pensato di entrare nel campo finché non mi ci sono ritrovato, e non era quella la mia strada, considerando che mi stavo laureando in scienze politiche ramo economico.

Parliamo della tua attività. Ci spiegheresti come lavora un editor? Magari con riferimento a una testata come The Amazing Spider-Man?

Come bagaglio culturale di un editor di testate anglofone, ci sono o una laurea in inglese e/o un certificato Cambridge Advance, oltre a una conoscenza a 360° del fumetto. In poche parole, per Amazing, dopo varie discussioni, si scelgono le serie USA da pubblicare e si compilano i vari numeri della rivista in base a queste. Dopodiché, si rivedono le  traduzioni, si decide nello specifico cosa ci sarà in ciascuna pagina del numero, e si scrivono gli articoli di corredo.

 Se un nostro lettore scegliesse di perseguire questo obiettivo, ovvero svolgere questo lavoro, cosa ti sentiresti di consigliargli?

Di studiare l’inglese, leggendo e scrivendo più possibile in questa lingua. Nelle pause, leggere fumetti aiuta. 🙂

Parliamo del Tessiragnatele: quando è iniziato il tuo percorso con l’amichevole Spidey di quartiere?

Tecnicamente nel 1991, quando ho iniziato a supervisionare le traduzioni de L’Uomo Ragno Classic4.

Nel corso degli anni a Spider-Man è capitato davvero di tutto, ma The Superior Spider-Man ha avviato un dibattito molto acceso tra  i lettori. Alcuni affezionatissimi sono stati molto critici, altri (tra cui il sottoscritto) lo hanno invece apprezzato molto. Cosa puoi dirci al riguardo?

Nel bene e nel male, questo ciclo ha mantenuto vivo l’interesse sul personaggio sia in Italia sia in USA. Non ho mai pensato che Superior sarebbe durato per sempre (dopotutto film e cartoni hanno un personaggio ben diverso…), ma il fatto che alcuni lettori lo abbiano creduto e si siano arrabbiati di questo sviluppo è a mio avviso bellissimo: dimostra infatti come si possano ancora scrivere storie a fumetti sorprendenti di personaggi in giro da più di 50 anni, catalizzando l’attenzione dei lettori di super eroi oltre che della stampa.

Molto spesso le critiche che vengono mosse ai comics americani sono relative alla continuity, ritenuta difficile da gestire poiché il più delle volte implica la necessità di seguire molte testate per star dietro all’evoluzione degli eventi. Credi che la Marvel sia cambiata negli anni a questo proposito?

No, anzi ha ampliato il concetto a tutti i film e telefilm prodotti dai Marvel Studios. Nei fumetti, la situazione è più o meno costante dal primo Guerre Segrete del 1984. L’evento editoriale – il crossover tra più serie – cambia (in modo più o meno sconvolgente) la facciata dell’Universo Marvel fino all’evento successivo. Alcuni crossover sono più invasivi di altri sulle storie, naturalmente. Comunque, da sempre, alcuni autori hanno la possibilità di non inglobare i crossover nelle loro trame. Per esempio, voi avete visto molti riferimenti a Secret Empire nella collana del Fichissimo Hulk?

L’esperienza Marvel Now ha avvicinato ai comics tantissimi lettori, alcuni dei quali conoscevano poco della vita editoriale di alcuni personaggi e delle loro storie. Credi che sia cambiato qualcosa a livello di target? Insomma, un pubblico diverso oppure uno sempre fedele agli affezionati di un tempo? 

Diciamo che, dopo Heroes Reborn/La rinascita degli eroi ossia dal 1996, la Marvel si è resa conto che, per trovare nuovi lettori, è necessario dare loro ogni tanto un buon punto d’inizio per cominciare a leggere le storie. Questo, senza cancellare mai il passato, al massimo ritoccandolo e/o aggiornandolo. Sì, capisco che la Diretta Concorrenza lo fa, ma la Marvel per adesso non ha mai fatto un vero reboot.

 Il Marvel Cinematic Universe tende a tracciare una linea narrativa dei personaggi un po’ diversa rispetto ai loro pregressi editoriali. Cosa ne pensi dei cinecomics? Tra quelli relativi a Spidey puoi dirci qual è il tuo preferito?

Li adoro. Mi piacciono un po’ tutti, e mi fa piacere vedere che scelgano strade narrative diverse dai fumetti, così da poter restare io stesso sorpreso degli sviluppi. Non potete immaginare quanto mi sia arrabbiato con un parente quando mi ha svelato come funzionava Avengers: Infinity War.

Il mio preferito di Spidey credo sia Amazing Spider-Man, con Homecoming al secondo posto.

Torniamo ai comics: i disegnatori sono una parte essenziale dell’esperienza fumettistica, quasi ontologica. Chi è il disegnatore a cui sei più affezionato? E quello che ti ha impressionato di più?

Forse John Romita padre, con cui ho anche chiacchierato un po’, in una Lucca Comics di tanti anni fa. Ogni volta che rivedo le sue tavole mi si scalda il cuore. Quello che mi impressiona sempre (tra gli autori ancora in vita) è Bill Sienkiewicz. Comunque, adoro centinaia di autori di tutte le scuole. Il mio autore italiano preferito è Magnus.

Ci avviamo alla conclusione e, ovviamente, vogliamo parlare ancora del Ragno! Se incontrassi qualcuno che non ha mai sentito parlare di Spider-Man, come lo incoraggeresti ad avvicinarsi alla sua storia?

È impossibile oggi come oggi, nel senso che persino i bimbi di 3 anni compagni d’asilo di mia figlia sono “griffati” Spider-Man. Più difficile è fare appassionare alla lettura dei fumetti un bambino delle elementari/medie che voglia iniziare a leggerli, perché sono un’esperienza diversa dai libri illustrati, anche solo per il fatto che continuano.

Comunque, un numero vale l’altro: l’importante è che non sia troppo violento o pauroso, e soprattutto che sia una storia a puntate che spinga il piccolo lettore a comprare il numero successivo: questo perché la lettura di un fumetto dei supereroi dovrebbe portare sempre alla lettura del seguente.

Ultimissima domanda, quella più importante: i fumetti possono svolgere una funzione anche educativa? Trattandosi di una forma d’arte complessa, quale prospettiva si palesa per il fumetto sotto il profilo pedagogico? È possibile una visione simile? O ha ragione chi pensa sia solo intrattenimento?

Possono svolgerla. Se, però, si concentrano solo su questa difficilmente avranno successo tra i lettori di fumetti o creeranno nuovi lettori. Ricordo un bel fumetto (breve) educativo e utile di Giorgio Cavazzano sulla prevenzione dentaria, ma tanti bruttissimi, a partire da La storia d’Italia di Enzo Biagi. La Marvel ha fatto anche cose carine nel campo, tipo Spider-Man – Basta bullismo!.

 Max, sei stato gentilissimo ed estremamente prezioso. Conoscere personalità come la tua ci aiuta a comprendere meglio la nostra passione, quindi ti ringraziamo infinitamente per aver conversato con noi su questi temi.

Figurati. Grazie a voi dell’attenzione.

 Ovviamente, speriamo di sentirti ancora in futuro, così potrai aggiornarci su molte novità!

…Nei limiti del possibile. 🙂

Dragon Ball Star Comics celebration book

La Star Comics è in una fase importante della sua vita editoriale. O meglio, sarebbe più opportuno dire che in realtà la Star Comics ha raggiunto un grande traguardo ed è pronta a spegnere un bel numero di candeline… Ben 30 per l’esattezza! (Come il sottoscritto… mah…) La stellare casa editrice non ha mancato occasione per celebrare la ricorrenza e ne abbiamo avuto un esempio palmare con il trentennale di Spider-Man, circostanza  in cui l’albo del nostro amichevole tessiragnatele si è presentato in un’edizione di tutto rispetto e pronta a soddisfare i palati dei collezionisti agguerriti (e che magari avevano già una teca pronta per l’occasione, con tanto di lampada e spazio celebrativo).

La Star Comics non si è sottratta però nemmanco alla celebrazione della ricorrenza anche per altre testate e, ovviamente, ha deciso di levare in alto i cuori per il manga più conosciuto: Dragon Ball. Se anche voi siete estasiati per l’uscita di Dragon Ball Full Color (e chi vi scrive sta ancora festeggiando) potreste aggiungere alla vostra biblioteca questo volume, un celebration book che la Star Comics ha dedicato a Goku e al suo entourage.

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Dopo un capitolo (anche piuttosto corposo) sul percorso editoriale che ha condotto la Star Comics dov’è oggi, ovvero nell’Olimpo degli editori, questo celebration book riserva tante piccole curiosità per il lettore e per gli appassionati: un’ampia sezione è riservata alle cover ma, quella che indubbiamente attirerà l’attenzione dei fedelissimi, è quella dedicata al parere reso da alcuni dei più importanti fumettisti del panorama italiano (del calibro di Recchioni, Zerocalcare, Milo Manara, Bevilacqua, Sio e anche molti altri) sul manga che ha poi ispirato uno degli anime più conosciuti della storia.

E il maestro in tutto questo? Ma no, non mi riferisco al Maestro Muten e alla sua fedele tartaruga, ma ad Akira Toriyama, il padre dell’epopea dei Saiyan (senza la “i” nella versione italiana, Sayan). Il creatore della saga, ancora oggi ovviamente compiaciuto della sua creatura, ha rilasciato una lunga intervista al team della Star Comics per festeggiare in Italia la ricorrenza, ma anche e soprattutto l’affetto e l’entusiasmo con il quale il pubblico italiano ha accolto (e continua ad amare) tutti e sei i cicli narrativi dell’opera.

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Non ho potuto non menzionare Dragon Ball Full Color (del quale abbiamo anche parlato in altro articolo), immagino che i più attenti con il dito indice in segno d’accusa siano pronti a dire: «Cosa c’entra?» Ebbene, questo celebration book riserva una cospicua sezione all’anteprima del nuovo prodotto editoriale che, come saprete se avete letto la recensione che gli abbiamo riservato, ci ha entusiasmato molto superando le aspettative di chi credeva fosse solo un esperimento cromatico. Poteva mancare una sezione riservata a qualche quiz? Certo che no e, sebbene nelle fumetterie sia già disponibile il Dragon Ball Quiz Book, qualche pagina la si dedica anche ai domandoni per testare la conoscenza dei seguaci della serie del loro manga preferito.

Insomma, la Star Comics per i suoi trent’anni ha voluto festeggiare per bene. Non ha trascurato le singole testate del brand e ha riservato a Dragon Ball un trattamento d’onore, con un volume celebrativo degno del nome che porta la casa editrice. Per gli appassionati sfogliare il volume è come scoprire sul proprio volto una nuova ruga, si pensa con nostalgia al passato e si rimembrano i momenti in cui, chi come me è quasi prossimo al raggiungimento degli “enta”, Goku salvava il pianeta con una Kamehameha (“Onda energetica”, nell’anime italiano). Per le nuovissime generazioni è sicuramente una valida occasione per approcciare uno shounen comic old style, per chi anni fa “c’era”… ci si può anche commuovere un po’… Come diceva Giovanni in Tre uomini e una gamba: «Non ce la faccio, troppi ricordi!»

Falene: Welcome back Lorenzo!

Falene, Lorenzo Palloni

È passato quasi un anno da quando intervistai Lorenzo Palloni, o meglio, da quando avvertii l’impellente necessità di conoscere l’autore di una graphic novel – forse tra le più belle del 2017 che abbia letto – recensita sul nostro sito. Mi riferisco a Mooned, un voluminoso lavoro con il quale il bravo Lorenzo Palloni riuscì a stupire i lettori con un grande esercizio di stile, rivelando una considerevole abilità nello storytelling e una curiosa (o meglio affascinante) capacità grafica, incrementata dalla saggezza dell’autore, nell’impiego dei suoi strumenti (la famosa penna-pennello).

Fortuna volle che incontrai Lorenzo anche a Pescara (in occasione del Pescara Comic), circostanza in cui riuscimmo a conoscerci meglio e funzionale anche a un obiettivo personale: ottenere la dedica sul mio volume di Mooned.

Qualche tempo fa su Mammaiuto balzò agli occhi del sottoscritto la notizia che un’antologia del nostro amico sarebbe stata distribuita al grande pubblico dei fruitori di fumetti e, ovviamente, non ho perso l’occasione per richiedere la mia copia corredata – come tutte – da una bellissima dedica dell’autore. Il volume al quale faccio riferimento è Falene, un’opera completamente diversa rispetto a Mooned che mi ha permesso di esplorare l’arte di Lorenzo Palloni con una prospettiva diversa rispetto a quella che già conoscevo.

Lo stesso autore, in occasione della precedente intervista, aveva annunciato di avere in programma una serie di lavori ed eccone uno, pronto per essere divorato dal pubblico. Falene, come sopra detto, è un’antologia che comprende quattro storie che in comune hanno forse l’atmosfera tenebrosa e un po’ noir che talvolta può pervadere l’animo umano. In ciascuna di esse Lorenzo Palloni ripropone la sua capacità, che è un po’ quasi una sua prerogativa: “sbucciare il personaggio” (come ci aveva già raccontato per Mooned). In ciascuna delle quattro storie la negatività e l’oscurità interiore permeano un mondo che non sembra essere in grado di trovare la luce. I personaggi che si alternano rappresentano appunto il buio (che a parere di chi scrive è talvolta percettibile finanche sul comparto grafico e, ovviamente, questa è la bravura dell’autore) e vengono rappresentati nella loro crudezza (siano essi assassini, scafisti o creature della notte) la cui verosimiglianza, invero, induce il lettore verso una progressiva sensibilizzazione alle tematiche trattate con lucidità e precisione.

Falene, Lorenzo Palloni

La prima differenza sostanziale che balza agli occhi, specie di chi come me ha amato Mooned, è che per Falene l’autore impiega tutt’altro registro grafico. Ogni disegnatore che ho conosciuto/intervistato, mi ha sempre confermato un aspetto del proprio lavoro che è divenuto quasi un assunto: i disegni vanno adeguati al soggetto. Tecnica e stile, storia e soggetto, idee e… Basta così, chiediamo a Lorenzo, che ancora una volta ci manifesta la sua amicizia offrendosi per un’intervista sulla sua opera.

Ciao Lorenzo, piacere di risentirti!

Ciao Daniele, è bello sentirti ancora.

Ci siamo lasciati circa un anno fa con Mooned, che come ricordi ci aveva entusiasmato parecchio. Sei tornato in fretta e in grande forma!

È che vado a correre tre volte a settimana e ho buttato giù un po’ di chili. Scherzi a parte: non me ne sono mai andato, al di fuori di Mooned, Mammaiuto e Shockdom, continuo a fare fumetti per i francesi e altre case editrici italiane. E poi ogni tanto insegno. Quando il tuo lavoro è il tuo hobby, lavorare è un piacere. Una benedizione che è una maledizione, insomma.

Falene, Lorenzo Palloni

Arriviamo a Falene, la tua antologia articolata in quattro racconti. Utilizzi soggetti particolari e sviluppi trame diverse rispetto a quelle che abbiamo conosciuto pochi mesi fa: come hai avuto l’idea per la scelta dei soggetti e perché?

Le mie idee per le storie brevi nascono e si evolvono in modo molto diverso da quelle per racconti lunghi o graphic novel. Prima di tutto devi sapere che ho un pacco assurdo di fogli già squadrati, con le vignette già definite, e che sarebbero dovute diventare altre storie, altre pagine di fumetti mai realizzati, o che sono state sostituite. Il mio odio per gli sprechi e il fatto che ogni tanto un minimo di brivido ci vuole mi innescano la volontà di provare a riutilizzare quelle pagine già squadrate. Questo mi permette un piccolo esercizio di storytelling che mi mantiene la testa fresca e sveglia: adattare storie e idee per racconti brevi all’interno delle tavole già pronte, di forzare, accompagnare la narrazione e farsi guidare dalle vignette vuote. Tutte le storie di Falene in effetti sono state fatte con questo procedimento. Passando alla scrittura: i racconti brevi sono veloci come ghepardi nel deserto e devono essere altrettanto forti e feroci. Quando l’idea e il concetto base sono semplici ma ti permettono di costruire un mondo, sai che sei davanti a qualcosa di buono. In questo caso volevo raccontare che significa essere mostri, anche se non lo sapevo ancora.

Ci hai raccontato che a te piace lo storytelling, stavolta i racconti sono quattro: perché un’antologia?

La ragione è prima di tutto pragmatica: con i colleghi Daveti e Ravazzani abbiamo avuto l’idea della Collana Duepunti, una serie di monografie degli autori Mammaiuto in spillati riconoscibili negli scaffali, e volevamo avere un numero in fretta per testarne l’efficacia. Di solito io mi trovo a lavorare ai racconti brevi fra un libro e l’altro, per ammazzare il tempo, e si dà il caso che avessi quelli che sono entrati in Falene già pronti, insieme ad altri che poi abbiamo scartato. L’idea di un’antologia mi ondeggiava da tempo in testa, a dirla tutta. Ne ho altre due in lavorazione, e una terza è praticamente pronta. Usciranno con calma, tutte sulla Collana Duepunti.

Ti ha accompagnato nella narrazione un particolare nesso che avevi pensato esistesse tra i personaggi che hai scelto?

Quando mi sono messo a lavorare alla storia breve Falene, ancora non sapevo che sarebbe entrata in un’antologia e che i mostri sarebbero stati il fil rouge di essa. Personaggi e storia, che vanno sempre a braccetto, nascono dopo l’idea, e il concetto di mostro mi ha sempre affascinato per la solitudine e la sofferenze implicite in esso. È pieno di mostri là fuori, esseri singolari per furore o inumanità, o addirittura che non lo sono e che si ritengono tali. Penso di voler sempre raccontare l’eccezionale che si trova nell’ordinario, in queste storie più che mai.

Falene, Lorenzo Palloni

I temi che affronti sono di corrente attualità. Credi che il fumetto possa essere pedagogico/educativo?

Non ho una versione strettamente pasoliniana dell’arte, per me si può anche fare arte per intrattenere, per riflettere sull’umano e sulla storia, anche se non hai un impatto immediato e positivo sulla società. In generale credo che il fumetto sia il mezzo dalla potenza espressiva più dirompente e sottovalutata di ogni tempo: credo e sono certo che possa essere pedagogico ed educativo, e che debba essere usato nelle scuole. Crederò a Dio il giorno in cui sostituiranno l’imbarazzante I Promessi Sposi con Blankets di Thompson e stapperò champagne quando Maus di Spiegelman verrà letto in classe al posto del noiosissimo L’amico ritrovato: quel giorno il mondo sarà un posto migliore per tutti.

Veniamo ora al comparto grafico. Stavolta il tuo tratto e lo stile impiegati sono decisamente diversi rispetto a Mooned. Cosa è cambiato a livello tecnico – stilistico?

Tutto. Intanto in mezzo ci sono diversi anni di esperienze e sperimentazioni, oltre al fatto che storie breve così “di genere” necessitavano di un tratto più realistico, qualcosa che, unito a una regia cinematografica, prendesse il lettore per la giacca e dicesse “ehi, capito cos’è un mostro? Guardati intorno, che potresti vederne, soprattutto nello specchio”. Pennarello e pentel veloci, molto nero, scacchiera b/n molto curata, storytelling curatissimo. Il resto è storia.

Ci hai lasciato nel 2017 annunciandoci una serie di impegni e lavori che avevi in programma. Per il 2018 puoi svelarci i tuoi obiettivi?

Ci sono tre libri pendenti per tre grosse case editrici francesi (di cui per ora non posso parlare);  i due volumi di The Desolation Club che Vittoria Macioci sta disegnando per Editions Sarbacane; l’Emma Wrong su cui è al lavoro Laura Guglielmo per Editions Akileon; poi due libri in uscita con Shockdom (365 con Paolo Castaldi, a Napoli Comicon, e Instantly Elsewhere con Martoz, più avanti); un libro per Oblomov da autore unico e tutte le raccolte di racconti brevi in lavorazione. Al di fuori dal fumetto, sto lavorando alla sceneggiatura del film di Un Lungo Cammino con Samuel Daveti, e seguo due adattamenti a corto di due mie storie brevi, uno dei quali in uscita quest’anno, Un’altra via. Troppa roba, ho bisogno di una segretaria.

Lorenzo, è sempre un immenso piacere leggerti e conversare con te sui tuoi lavori. Non possiamo che augurarti buona fortuna per tutti i tuoi progetti e sperare di risentirti per recensire presto un tuo nuovo lavoro. Grazie mille!

Ma grazie te, Daniele, sei sempre gentilissimo. Un abbraccio e alla prossima.

 

Dragon Ball Full Color: può il colore fare la differenza?

Ammetto che il titolo che ho scelto non è dei migliori, sembra quasi uno spot di serie B per qualche smacchiatore per capi colorati… Ma rendeva adeguatamente l’idea, almeno nel mio immaginario e credo sia prettamente calzante dal momento che in tantissimi (rectius: tutti) si sono chiesti se davvero l’aggiunta del colore all’opera di Akira Toriyama fosse davvero necessaria. I giudizi prognostici lasciano sempre e comunque il tempo che trovano, ragion per cui con ogni probabilità è sempre meglio indagare su cosa ci si para innanzi.

A dir la verità non nascondo come fossi pervaso da sincera curiosità quando appresi che la casa editrice Shueisha, in Giappone, aveva lanciato il brand e che lo stesso sarebbe poi approdato in Italia. In tantissimi, quando informai coloro che condividono con me la passione per il fumetto, piuttosto prevenuti si chiedevano cosa cambiasse dall’edizione normale (perfect edition, evergreen edition ecc.) e io, dopo aver testato il primo tankobon, ho capito che le differenze ci sono. E non sono poche!

Partiamo dal presupposto che Dragon Ball è un’opera che tutti dovrebbero leggere, non limitandosi alla visione dell’anime. Il lavoro di Toriyama è mastodontico, una storia senza eguali, fatta di personaggi epici che si confrontano in combattimenti permeati da un campo valoriale che comprende lealtà, coraggio, orgoglio e chi più ne ha… Ogni shonen necessita tuttavia di un disegnatore che riesca a rendere adeguatamente il concetto di azione, e qui le splash page e le onomatopee hanno sempre fatto da padrone, ma cosa accadrebbe se a uno shonen (che vieppiù ha fatto la storia dei manga) aggiungessimo… I colori?

Al momento in cui scrivo sono disponibili i primi due tankobon e, inutile dirlo, entrambi sono due toccasana per la vista. La Star Comics ha portato dunque nel bel Paese il manga originale ripulito e adeguatamente cromato, per poi riproporlo in tutti e sei gli archi narrativi della storia. Si inizierà quindi con la saga di Goku bambino, per poi arrivare a Piccolo Daimao, ai Saiyan, la saga di Freezer, la saga di Cell e la saga di Majin Bu.

La Shuesha ha chiarito sin dall’inizio che non si tratterà di un anime-comic, ovvero un volume realizzato attraverso il montaggio in sincronia delle immagini provenienti dalla versione animata, quanto piuttosto di un’attenta ripulitura e colorazione delle tavole originali del manga per la stampa. Una differenza sostanziale rispetto ai volumi tradizionali (la serie di 42 tankobon) sta nello svolgersi degli eventi: il primo volume della serie tradizionale si concludeva con l’incontro tra Goku e lo Stregone del Toro (padre di Chichi, futura moglie del nostro eroe) mentre la Full Color si spinge un po’ più avanti, arrivando alle vicende prodromiche all’incontro con Pilaf, ovvero il primo villain della saga che ritroveremo anche in Dragon Ball GT (quando tenta di rubare le sfere con la stella nera, create dal Supremo prima che questi scindesse la sua persona liberandosi della componente malvagia) ma anche in Dragon Ball Super.

La storia ci viene riproposta e ormai la conosciamo in tutte le salse, anche se questa edizione qualcosina in più (oltre alla rinnovatissima veste grafica che determina un effetto davvero appagante) cerca di riproporre. Il viaggio avrà inizio nel momento in cui il giovane Goku incontra Bulma che lo convince a intraprendere il viaggio alla ricerca delle sfere del Drago (solo perché nota che Goku possedeva quella da quattro stelle lasciatagli in eredità dal nonno Son Gohan, primo allievo del Maestro Muten).

Rassegniamo quindi le conclusioni, per cercare di capire quanto Dragon Ball Full Color sia meritevole e se l’iniziativa sia degna di nota. Ritengo che gli appassionati della saga di Dragon Ball non possano farne a meno e questo per due ordini di ragioni: primo, l’edizione lanciata dalla Star Comics propone tankobon più estesi e con l’aggiunta di piccoli dettagli rispetto alle edizioni precedenti e, secondo motivo, vedere Dragon Ball a colori è estremamente gratificante, soprattutto alla luce del fatto che l’anime non è stato mai realizzato in HD (sebbene il manga non sia, come detto sopra, un action comic ma una storia autentica). Ovviamente il prezzo di ogni singolo volume sarà un po’ più elevato, ma comunque entro parametri accettabilissimi per dei volumi da circa 256 pagine interamente a colori.

Ottimo direi! (Sì sembra lo slogan di un prodotto per capi colorati, lo ammetto…).

La terra dei figli – Gipi: This is the end… my only friend

Ho sempre creduto che leggere le storie di Gipi potesse condurmi a una serie di valutazioni introspettive, tese soprattutto a indurre a chiedermi come mi sarei comportato laddove mi fossi trovato nelle vesti di uno dei suoi personaggi. Leggendo La terra dei figli, per la Coconino Press, non è stato così: la bravura dell’autore è evidenziata ancor di più dal fatto che le esperienze vissute dai protagonisti non possono ritenersi fungibili, dopotutto… chi ha mai avuto esperienza della fine?

Non abbiamo contezza alcuna di quale evento abbia determinato la fine del mondo, ma lo scenario che si para innanzi al lettore incredulo è quello di un pianeta ormai depauperato di ogni sua risorsa. Beni elementari e di prima necessità sono talmente rari da essere oggetto di aspra contesa tra i personaggi che si avvicendano nella storia. Ciascuno di essi ha cura esclusivamente della propria sopravvivenza, che tende a perseguire dimenticando ogni legge morale e riconducendo le relazioni umane al primitivo stato di natura, dove a prevalere è il più forte.

Come poc’anzi accennato non conosciamo l’origine dell’ormai avvenuta apocalisse, ma le parole iniziali poste a fronte del volume ci lasciano intendere qualcosa, quel minimo che al lettore è consentito sapere, poiché pretendere oltre avrebbe reso la storia forse meno avvincente. Su questo l’eccellenza narrativa di Gipi (uno dei miei artisti preferiti) si conferma come un paradigma: Gipi è un maestro e l’opera proposta tende a riconfermarlo.

Le parole che scandiscono l’introduzione mi hanno fatto pensare a lungo alla sigla dell’anime di Ken il guerriero… la ricordate tutti, non è vero?

Mai scorderai, l’attimo, la terra che tremò. L’aria si incendiò. E poi… silenzio.

Ascoltare i primi versi della sigla di Ken il guerriero mi entusiasmava poiché, da quelle poche ma azzeccatissime parole, apprendevo quanto bastava per figurarmi gli eventi passati e così, allo stesso modo e magistralmente, avviene in questo straordinario volume.

Sulle cause e i motivi che portarono alla fine si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di storia. Ma dopo la fine nessun libro venne scritto più.

È inevitabile come il lettore si trovi involontariamente a leggere queste prime battute con animo quieto, ma rassegnato. Un po’ come il timbro della voce di Jim Morrison quando canta The End.

Inevitabilmente l’opera si presta a essere apprezzata sotto molteplici punti di vista, laddove si abbia come parametro di riferimento il compendio narrativo: la trama si palesa lineare e di facile intuizione ma, quel che l’arricchisce, è ciò che l’autore non racconta e che lascia alla libera intuizione del lettore avido di sviluppi. Leggere La terra dei figli conduce in un universo distopico connotato da ogni riprovevole lato oscuro dell’uomo, come se questi avesse perso la consapevolezza della sua natura per proiettarsi in una dimensione selvaggia e materiale, dove ogni spazio emotivo viene soffocato dallo stato di necessità. Il capolavoro, già tempo addietro annunziato, si palesa nel momento in cui il lettore condivide quella grettezza in cui si riconducono i pochi superstiti, nell’angosciosa speranza che un margine di umanità possa rifiorire in loro per così rimettere in pristino quel che resta del genere umano.

Gipi riesce a tenersi lontano da giudizi e da improvvide valutazioni morali: i personaggi sono prospettati nella crudezza di un mondo ormai caduto (e con maestria il Maestro toscano cela le cause del declino) alle prese con la pochezza di risorse e la stringente necessità di sopravvivere.

La trama, seppur in molti crederanno che un futuro post apocalittico sia ormai un topos, si sviluppa accompagnando la delicatezza di alcuni momenti con la durezza di altri che talvolta avvengono contestualmente ai primi. Scoprire un quaderno, nel corso della storia, determina il sorgere della curiosità dei protagonisti i quali, in pieno ossequio della dicotomia cui si è fatto testè cenno, bramano di conoscerne il contenuto, quasi come se la grafia suscitasse in loro una brama (ma qual è il loro reale intento? Dovrete leggere la storia!).

Sotto il comparto grafico ogni giudizio sarebbe talmente superfluo da apparire pretenzioso. Esprimere valutazioni sul disegno di Gipi sarebbe come criticare l’arte di Van Gogh. Volendo comunque rassegnare brevi considerazioni su detto profilo credo che l’indagine dell’autore si sia spinta verso la ricerca di un’essenzialità resa necessaria dagli eventi narrati.

Il mondo, nella storia raccontata, è un residuo di avvenimenti che, sebbene non descritti, ne hanno causato la fine. Impiegare ampollose tecniche di inchiostrazione o voler riempire le tavole di tratti inutili e barocchi avrebbe stonato: si sarebbe creata una fastidiosa dicotomia che il lettore non avrebbe retto.

Il disegno è essenziale, tanto lo è la sceneggiatura quanto il tratto e, il tutto si esalta in un connubio di perfetta complementarietà tra tavole e concept.

Il giudizio non può che essere positivo, parliamo ovviamente di un lavoro di notevole qualità destinato a un pubblico potenzialmente sconfinato.

La storia è abbastanza avvincente per chi cerca un racconto basato su eventi post-apocalittici ma anche introspettiva a sufficienza per chi mira a indagare di più sul lato umano delle relazioni.

Prova superata a pieni voti! Ottimo!


Gipi
La terra dei figli
Fandango-Coconino, collana Coconino Cult
288 pagine, b&n, cm 17×24, cartonato, € 19,50
ISBN 9788876183256

Mooned… Non voglio mica la Luna, solo intervistare Palloni!

Questo mese, causa una noiosissima degenza in ospedale che mi ha costretto a lunghe ore di contemplazione del soffitto, ho avuto occasione di leggere moltissime graphic novel (complici anche i miei amici che puntualmente mi recapitavano le opere ordinate su Amazon o in fumetteria). Leggere una graphic novel per un appassionato di fumetti è un’attività diversa rispetto alla lettura di un manga o dei comics americani, pretendi qualcosa in più, come se stessi guardando un film e ci sono troppi parametri ai quali sei costretto a fare riferimento. Così, lo sventurato e affezionatissimo scrivente, costretto in ospedale e circondato da parenti che ti rincuorano con il sempreverde “Ti trovo meglio” o ancora “Quando esci organizziamo qualcosa (l’equivalente di “ci sentiamo presto”), inizia a ravanare sui social, su Youtube, sui siti specializzati, alla ricerca del romanzo grafico che possa allietare la degenza e uccidere il tempo.

Molte opere le ho consumate in fretta, apprezzandole e concludendo che tutto sommato non potevo ritenermi deluso degli acquisti (anzi, in qualche occasione ho riconosciuto che qualche volume avrebbe potuto ritenersi un “must have”) e poi… C’è Mooned. La mia prima reazione è stata di incredulità: quello è un uomo arenato sulla Luna! Che ci fa un uomo adagiato sulla Luna?

Mi documento sull’autore e sull’opera: solo giudizi positivi. Ok, devo dare un’occhiata. Rimango immediatamente colpito dal soggetto, la leggo tutto d’un fiato e concludo con un sospirato…Woooow! Avete presente la sensazione che provi quando un prestigiatore realizza un gioco di cui non capisci dove sia il trucco? Ecco, ho reagito più o meno così. Inizio a recuperare qualche passaggio narrativo, a esaminare nuovamente i disegni e la mia conclusione è stata che Mooned è un’opera… Diversa! Negli ultimi anni non mi sono capitati mai lavori del genere tra le mani, devo conoscere l’autore!

Mooned di Lorenzo Palloni

Ci arriveremo, ma immagino che  in molti vi state chiedendo cosa sia Mooned e perché mi abbia colpito così tanto. D’accordo, due brevi paroline sui contenuti, ma non ho intenzione di spoilerare nulla! Protagonista della storia è un cosmonauta che, a seguito di un incidente con la sua astronave, rimane bloccato su una Luna e lì si adagia in attesa del suo compagno di viaggio, certo che questi giungerà a salvarlo per riportarlo a casa. Il protagonista vivrà l’intera avventura nell’attesa del suo secondo, che non accenna a manifestarsi (il perché dovrete scoprirlo leggendo il volume). Tutta la storia è ambientata in questo minuscolo satellite, e in un primo momento si potrebbe ritenere che il tutto sia una sorta di stand up comedy: ma in questo scenario costretto e angusto i personaggi si susseguono freneticamente e la piccola Luna diventa il posto più affollato che si possa immaginare.

Da un piccolo concept ne scaturisce un mondo: sotto il profilo narrativo Mooned è talmente geniale da far apprezzare al lettore soprattutto l’abilità nello storytelling dell’autore. Le situazioni si susseguono a ritmo alternato: talvolta le tavole sono piene di frenesia mentre in altre c’è talmente tanta quiete da consentire al lettore di accompagnare il protagonista nelle sue riflessioni, con le sue angosce, speranze e qualche paranoia. Il sentimento attorno al quale gravita la storia è la speranza. E questa speranza (mal riposta) pone nel dubbio il lettore su quanto giusto sia avere delle forti aspettative. Ma di questo ne abbiamo parlato con l’autore, Lorenzo Palloni, che con estrema gentilezza ci ha concesso una gradevolissima intervista che qui vi riportiamo.

Mooned di Lorenzo Palloni

 

Ciao Lorenzo, grazie innanzi tutto per averci concesso parte del tuo prezioso tempo!

Grazie a voi, è un piacere!

Ho letto Mooned tutto d’un fiato, a dire il vero più di una volta, e la mia reazione è stata…”Questa è un’opera diversa!”

Wow, ti ringrazio, per un autore è senz’ombra di dubbio uno dei giudizi più entusiasmanti che si possano ricevere.

Parliamo di Mooned, la sua nascita per intenderci…

Solitamente inizio con un concetto, poi racconto la storia. Il concetto attorno al quale gravita Mooned era, inizialmente, l’assenza di speranza in termini assoluti: ognuno deve convincersi di dover raggiungere i suoi obiettivi con le proprie forze.

Eppure al protagonista capitano diverse occasioni per “salvarsi” (anche se immaginarie).

Esatto. La realtà è diversa rispetto a ciò che egli crede e sebbene riceva numerose possibilità di salvataggio Rico Ferris (il protagonista: ndr) rimane ancorato alla sua mal riposta speranza. La cosa bella è che il messaggio alla base del fumetto, in via di produzione, è cambiato nella misura in cui sono cambiato io. Dentro ci ho messo ogni evento degno di nota in due anni e mezzo di vita, trasfigurandolo nell’universo cosmo-demenziale di Rico: era impossibile che, raccontando e riflettendoci su, il messaggio non cambiasse.

Mi tengo alla larga da dettagli sulla trama per non spoilerare nulla ai lettori, ci racconti di come hai scelto i protagonisti e li hai poi caratterizzati?

Certo. A me piace, nei miei lavori, “sbucciare il personaggio” (fantastico: ndr), ovvero togliere tutte le certezze e le sicurezze che lo identificano agli occhi di se stesso, cercare di caratterizzarlo e di far sì che questi appaia nei suoi tratti essenziali ma soprattutto che si riveli al lettore in ogni suo aspetto. Questo è fondamentale. E mi diverte molto farlo soffrire, in questo processo, e con lui, il lettore.

Ok, ora parliamo del comparto grafico. Puoi risponderci in generale e non facendo riferimento solo a Mooned. Usi uno stile conforme a tutte le tue opere oppure lo adegui al soggetto? Che tipo di disegnatore sei?

Non mi sento un disegnatore. Mi sento di più uno storyteller. A me sta a cuore raccontare una storia, poi ovviamente anche Mooned ha richiesto un certo stile per il comparto grafico. In particolare ho usato la “penna pennello” per addolcire un tratto che, per mia natura, è molto spigoloso. Per rispondere alla tua domanda: adeguo il segno alla storia, le conferisce un’identità unica, più dello stile di scrittura, che è per la maggior parte delle volte riconoscibile e riconducibile all’autore. Non è una strategia che paga in termini di riconoscibilità autoriale, ma ripeto che a me sta molto a cuore la storia. Leggo più libri di prosa che fumetti, è in parte per questo che non sono legato a un principale stile visivo. Lo storytelling è e rimane il mio obiettivo principale.

Domanda da un milione di dollari: ogni artista ha un suo predecessore che lo ha ispirato, chi è l’autore che ti ha motivato nell’intraprendere questo percorso, sempre che ce ne sia uno?

Non c’è un autore in particolare che mi abbia ispirato a intraprendere la professione di fumettista, ma se devo citarne uno che ha avuto una forte influenza sulla mia formazione non posso non menzionare Mazzucchelli (Batman: Anno 1 : ndr). Ho letto moltissimi comics e fumetti supereroistici, sebbene poi nella mia carriera mi stia occupando di altri soggetti più autoriali.

Ci sveli qualche progetto per il futuro?

A dire il vero ce ne sono fin troppi, sono iper impegnato e dovrò realizzare una serie di lavori a breve termine che mi impegneranno notevolmente: un libro horror per Edizioni Inkiostro in uscita a Lucca, un webcomic di divulgazione scientifica per ErcComics, nuovi libri per il mercato francese, nuove serie per Mammaiuto e, last but not the least, l’insegnamento di un nuovo corso di sceneggiatura alla Scuola di Comics Firenze. Vi terrò aggiornati!

Noi saremo ovviamente qui a seguirti e a chiederti nuovamente info sui tuoi lavori. Ma comunque ci vedremo al Pescara Comic Convention di Luglio, giusto?

Certamente, sarò presente.

Autograferai il mio volume di Mooned?

Ovviamente!

Un sentito grazie a Lorenzo Palloni, alla sua disponibilità, simpatia e professionalità. Inutile dirvi che continueremo a seguire questo artista e a documentarvi sui suoi lavori!

 

 

 

 

 

 

Quartieri Lontani… E si torna bambini

Jiro Taniguchi Quartieri lontani

Il maestro Jiro Taniguchi se ne è andato. Ci lascia un’eredità immensa e talmente tante opere che sceglierne una ed elevarla a propria preferita sarebbe un’impresa alquanto ardua.

Dopo aver riletto Uno zoo di inverno mi sentivo particolarmente propenso a voler recensire questo lavoro, ma critica e pubblico hanno ritenuto (e il pubblico ha sempre ragione) che forse la sua opera migliore potrebbe essere Quartieri Lontani (recentemente ristampato in una nuova edizione dalla Coconino Press). Pertanto di questo specifico lavoro andremo a occuparci con questa recensione, con la speranza che coloro i quali non si sono mai imbattuti in un’opera del Maestro possano presto approcciare alla sua arte, fatta di illustrazioni superbe e storie sature di iconografia e poesia.

La storia ha inizio nel momento in cui Hiroshi Nakahara, adulto sulla quarantina con famiglia a carico e tendenzialmente proclive all’assunzione di alcool, si trova a dover prendere il treno per tornare da lavoro ma, accidentalmente, si imbatte sul mezzo sbagliato e, non assumendo mai piena contezza del come, si ritrova nel suo paese di origine. Appena giunto in situ il nostro protagonista visita la tomba della madre e di lì (non vi rivelo troppi dettagli poiché il rischio spoiler è altissimo) ripercorre (ma ancora non vi rivelo come e perché) la sua infanzia trovandosi da adulto nel suo corpo di ragazzo e dovendo affrontare l’adolescenza con una nuova mentalità e con nuove prospettive.

L’idea è semplice ma geniale. C’è tutto, da un’accurata indagine introspettiva dei singoli personaggi a una piena disamina della psiche di ciascuno di loro. Il protagonista viene mostrato in tutte le sue debolezze, fragilità e vizi che sono propri di un uomo adulto ma non pienamente soddisfatto della sua vita, che affoga sovente la sua frustrazione nell’alcool ma al quale, per ragioni che vi lascio scoprire, è affidata una seconda possibilità. La possibilità di intraprendere un nuovo percorso, di rivivere le emozioni affrontate da ragazzo e ripercorrerle, questa volta da uomo maturo (almeno nella mente), cercando di evitare quegli errori che l’ingenuità e la fanciullezza in passato avevano determinato. Si innamora, riscopre vecchi amici mostrandosi loro in una veste inedita e…

Jiro Taniguchi Quartieri lontani

Credo di avervi detto fin troppo della trama, sarebbe bene che, armati del vostro portamonete, vi rechiate in fumetteria ad acquistare una graphic novel sicuramente meritevole di attenzione.

E ora la nota che a noi appassionati di fumetti interessa di più: il comparto grafico. Sebbene sia un lettore attento mi sento un po’ in imbarazzo a commentare la qualità grafica dei lavori di Taniguchi, sarebbe come se un pianista alle prime armi si permettesse di criticare o giudicare la produzione di Mozart. Lo stile di Taniguchi è piuttosto tradizionale e attinente con quello che è il trend dell’illustrazione nipponica.

Quel che sorprende è la cura maniacale per i dettagli (capita spesso soprattutto nei manga di vedere illustrazioni accurate, a meno che non si parli di shonen e in tal caso il discorso si pone in una prospettiva diversa) ma credo che Taniguchi sorprenda soprattutto per i suoi soggetti e per la poesia sottesa ai suoi lavori più che per il disegno la cui qualità è, e rimane, indubbiamente altissima.

I disegni sono pregevoli e ricchi di dettagli, le tavole sono cariche ma non troppo da risultare vistosamente barocche, ciò non di meno quello che colpisce è ovviamente altro… La magia di Taniguchi va scoperta e io vi ho rivelato fin troppo, vi basti sapere che il volume oggi è facilmente reperibile a un prezzo accessibile e comunque modesto in proporzione alla qualità eccelsa dell’opera. Ancora qui? Correte a leggerlo!

Conversazione sul fumetto: Will Eisner e Frank Miller a confronto

Immaginate se Jimi Hendrix ed Eric Clapton si fossero incontrati in uno studio di registrazione per conversare amabilmente sulla loro musica. Due “big” a confronto, uno dinanzi all’altro, pronti a scambiarsi considerazioni, riflessioni su esperienze passate o, più in generale, sulla musica. Sarebbe stato bello, vero? Beh, per noi fan del fumetto questo sogno si è realizzato nel momento in cui Charles Brownstein ha deciso di trascrivere ore e ore di registrazione di una conversazione intercorsa tra Will Eisner e Frank Miller che la Kappa Edizioni ha pubblicato.

Conversazione Eisner Miller

Due guru della graphic novel: uno padre indiscusso del genere, l’altro autore di opere talmente influenti da essere approdate al cinema (guarda caso Frank Miller è anche regista). Gli stili dei due maestri sono indiscutibilmente diversi, sotto il profilo grafico e sotto la scelta dei soggetti, argomenti sui quali entrambi gli autori non disdegnano di lanciarsi frecciatine e pungolarsi amichevolmente. Non mancano evidenti punti di contatto, ma il vissuto dei due artisti, così come la loro arte, differisce sotto plurimi aspetti a tal punto che il lettore non attende altro che le deduzioni avverse di un autore rispetto a quanto asserito dal collega.

Conversazione Eisner Miller

Ma procediamo con ordine.

Quel che emerge, dapprima, dallo scambio di battute tra i due è che entrambi sono gelosi e legatissimi ai propri soggetti e tendono a rimarcare con consapevolezza la propria appartenenza. Will Eisner non manca di rammentare come egli prediliga la “gente comune”, ammonendo (scherzosamente, ci mancherebbe altro) Miller di tracciare storie in cui non si attende altro che l’ennesima rissa di Marv (Sin City, nda). Forse la conversazione, inconsapevolmente, troppo spesso si sposta sul “tecnico”, ma dopotutto è perfettamente normale se a confrontarsi sono due professionisti che devono parlare (tra loro, poi) del proprio lavoro.

Conversazione Eisner Miller

Il testo, per permettere anche ai neofiti di approcciare agevolmente la materia, è corredato da una serie di complete note didascaliche volte a permettere al lettore di conoscere il significato dei termini e delle espressioni più sofisticate, con un’esaustiva descrizione degli strumenti e delle tecniche di disegno alle quali i due “big” fanno sovente riferimento. Capita anche spesso che vengano citati autori che hanno fatto la storia del fumetto o che abbiano contribuito in modo significativo allo sviluppo di un genere (come l’underground) e anche in tal caso i curatori del volume dispensano a piè di pagina complete note biografiche che consentono di conoscere il contributo artistico dell’autore cui si fa riferimento. Come se non bastasse i curatori del volume arricchiscono l’opera con una serie di immagini tratte dai lavori dei due artisti.

Rimane un’affermazione, rilasciata da Will Eisner e trascritta nella prima parte del volume, da commentare perché particolarmente meritevole di attenzione: Eisner rivela, con ferma consapevolezza, che le sue opere sono «da teatro», mentre quelle di Miller«da cinema». Potremmo spendere delle ore a commentare il significato di quest’osservazione, quanto sia intrinsecamente vera e corretta. Se comparassimo New York (di Eisner) a 300 (di Miller) ci renderemmo conto di cosa si intenda.

Conversazione Eisner Miller

Ogni recensione normalmente si conclude con un giudizio che in questo caso ci conduce ad ammettere che…

Questa è una lettura obbligata per ogni appassionato di fumetti!

From Here to Eternity: perché anche i fumetti sono rock!

Copertina di "From Here to Eternity" di Francesco Guarnaccia.Avete presente la sensazione di salire su un palco, imbracciare una chitarra e darci dentro con il rock? No? Beh, però non si può nascondere che tutti (o quasi) l’abbiamo sognato. Magari da giovani (inizio a rilento ad abituarmi all’idea che mi sto avvicinando agli “enta”) a qualcuno di noi è capitato di avere una band, con i compagni del liceo o del quartiere magari e, perché no, un live potrebbe essere stato anche vissuto. I protagonisti della graphic novel di Francesco Guarnaccia, From Here to Eternity (Shockdom, 2015) tentano di vivere il sogno della musica ma, ex abrupto, rimangono sprovvisti di una figura chiave: il front man! Così, all’esito di deludenti provini, sono costretti a ingaggiare niente meno che… un anziano, il quale li condurrà progressivamente verso la gloria.

Basta con gli spoiler, credo di aver rivelato fin troppo e l’opera merita di essere letta per le ragioni che vi spiegherò appresso. Dapprima, From Here to Eternity può essere agevolmente consigliato a un pubblico “maturo” (nel senso fumettistico del termine) perché qualitativamente si tratta di un ottimo prodotto, sotto il comparto grafico e narrativo. Ma è consigliatissima anche per coloro che approcciano al fumetto per la prima volta, essendo coinvolgente e al contempo piuttosto leggera come lettura, l’ideale per chi ha voglia di divertirsi su delle pagine colorate.

From Here to Eternity colpisce soprattutto per il comparto grafico: il tratto è essenziale e l’autore si diverte soprattutto a creare una vivace commistione di colori che creano un’atmosfera molto psichedelica e al contempo entusiasmante. Le immagini non sono particolarmente elaborate, sembra quasi che l’artista sia proclive a desiderare una sintesi grafica a vantaggio di un gioco cromatico che rende l’intero fumetto accattivante e gradevole.

Vignetta di "From Here to Eternity" di Francesco Guarnaccia.

Sotto il profilo narrativo Guarnaccia mostra di aver acquisito una maturità notevolissima. La scelta di un anziano come interprete dopotutto è stata azzardata finanche dalla Pixar nell’animazione con Up e in From Here to Eternity riesce a spingere il lettore a sfogliare le pagine una dopo l’altra per assistere a una gag o a un expolit narrativo al quale non era pronto. L’intera trama è ben calibrata e indice di equilibrio, proprio di chi è consapevole di voler trasmettere al lettore una sensazione particolare, ben definita, che potrete apprendere meglio solo tuffandovi nell’opera.

Le ragioni che mi hanno indotto ad accostarmi a From Here to Eternity non le riconosco ancora. Credo sia stata soprattutto curiosità, almeno all’inizio. Sul web, in particolare su YouTube, ho letto qualche recensione, ma sono abbastanza persuaso del fatto che ad avermi convinto sia stato soprattutto il comparto grafico, i giochi di colore che creano un brio cromatico esaltante, e quel tratto sintetico, ma accattivante che troverebbe un corrispettivo, nell’animazione, nella filmografia di Bruno Bozzetto.

Guarnaccia ha realizzato un ottimo prodotto, che si indirizza agevolmente a una pluralità indefinita di lettori. Consigliatissimo, magari tenendo su gli auricolari con un bel sottofondo punk…


Francesco Guarnaccia
From Here to Eternity
Shockdom Edizioni
cm 17×24, colore, 132 pagg., € 15,00
ISBN 9788896275863

Blankets: un “normale” capolavoro

Leggo fumetti sin da quando ho memoria, sono certo di essere finanche in grado, come molti altri appassionati, di ricollegare determinate opere a periodi “particolari” della mia vita. Credo tutti abbiano presente cosa intendo, è la stessa emozione che si prova quando, ascoltando le note di una canzone o una colonna sonora di un certo film, siamo in grado di rimembrare episodi pregressi, che si sono incisi nella nostra mente lasciando tracce indelebili.

Blankets Craig Thompson

Questa breve introduzione, noiosa e ricca di luoghi comuni, penso possa essere prodromica o almeno funzionale alla disamina dell’opera la cui (modesta, ci mancherebbe!) recensione mi accingo a proporre. Nella mente di ogni individuo rimane fervido il ricordo del primo amore, l’attimo in cui il cuore inizia a sussurrare emozioni che non avevamo mai provato o che credevamo fossero addirittura estranee alla nostra personalità. A pensarci da “grandi” (vogliate concedermi questo brutto termine, ma credo che parlando di grandi non si corra il rischio di pretermettere nessuno avendo un significato piuttosto omnicomprensivo) a quei momenti si prova tenerezza, li si ricorda talvolta anche con comicità, ma nessuno metterebbe in dubbio di quanto fossimo pervasi da un’emotività estremamente accentuata, che ci affliggeva, tormentava, per poi scioglierci con dolcezza come neve al sole.

Ed è questo che ci propone Craig Thompson con Blankets, una graphic novel autobiografica dove l’autore, magistralmente, riesce a cogliere con minuzia di particolari le reali sensazioni che un adolescente prova in quei momenti. In Blankets il lettore ripercorre, accompagnato per mano dai personaggi egregiamente caratterizzati, la giovinezza di Craig, un ragazzo che vive la sua intera fanciullezza in un contesto che non azzarderei a definire atipico (anzi) e fortemente iconografico. Mi spiego. L’accuratezza con la quale Thompson è in grado di denotare ambienti, nucleo famigliare del protagonista e personaggi è tale da richiamare alla mente qualche topos letterario, ma quel che è estraneo a Blankets è l’astrattezza o l’alienità. Le emozioni narrate sono talmente reali da non lasciare spazio a ritmi prosaici o comunque troppo azzimati e tali comunque da indurre il lettore a convincersi che l’autore si stia realmente raccontando senza filtri, esponendo al mondo con naturalezza e candore la sua vita da fanciullo, quella che l’ha poi condotto a divenire l’uomo odierno.

Blankets Craig Thompson

Craig Thompson non si esime dal manifestare come la sua famiglia, di forte impronta religiosa, abbia inciso con particolare nerbo sulla sua formazione caratteriale e umana, a tal punto che egli, divenuto adulto, è in grado di decidere cosa non vuole più essere o, almeno, come vorrebbe che la sua vita fosse impostata. La storia d’amore vissuta da Craig, che è tutto fuorché “barocca” (ampollosa e faziosa s’intende) è narrata in prima persona con umiltà ed enfasi (quanto basta) non lasciando incolti altri aspetti che l’autore vuole che i suoi lettori condividano e che nella storia si insinuano a contorno di un quadro più grande.

I compagni di scuola, il fratellino, la famiglia e la ragazza di cui si innamora costellano un personaggio complesso ma non troppo distante, quel che basta a indurci a ritenere che i suoi modi siano estranei alla nostra indole ma neppure troppo dai canoni ordinari.

Blankets Craig Thompson

Blankets è un capolavoro. Ha convinto critica e pubblico e si insinua a pieno titolo tra i romanzi grafici appartenenti al novero dei must have. Ogni appassionato non può esimersi dall’averlo in collezione, sia che siate lettori di comics, manga o graphic novel di altro genere, Blankets non può deludere, perché si accosta vertiginosamente a quei canoni di perfezione che ogni lettore pretende da un fumetto.

Daniele Paolanti