Andrea Topitti

Guni – la nuova opera di Tauro e Karicola

Guni Tauro Karicola Tunué

Seconda opera della coppia Tauro/Karicola sempre per la collana Tipitondi della Tunué che dopo il grande debutto con Clare e Malù, tornano in grande spolvero e confermano la loro professionalità nel costruire favole adatte a tutti.

Guni racconta dei gudlak, esseri fantastici che potremmo definire degli angeli custodi, ma non è proprio esatta la definizione. Sono degli esseri con l’aspetto di animali fantastici come sirene, unicorni ma anche animali esistenti come piccioni o tigri (sempre dall’aria molto rassicurante), che accompagnano la vita di ognuno di noi e ci creano delle occasioni che dobbiamo saper cogliere e sfruttare.

Ma la storia non si basa su questa già splendida idea. Ogni gudlak ha un periodo di apprendimento presso il loro mondo natale e solo dopo averlo superato, può andare sulla Terra e scegliersi il proprio individuo. La storia narra del periodo di apprendistato di quattro gudlak: la sirenetta Printil, il tigrotto Corrado, il piccione Delpi e l’unicorno Guni. Insieme e singolarmente dovranno affrontare delle prove che li metteranno a dura prova e ovviamente cambieranno nel carattere, essendo ognuno non immune a difetti. A voi scoprirli e assistere a come cambieranno.

Dal punto di vista della narrazione Antonio Tauro Silvestri non lascia mai tempi morti e calibra benissimo i ritmi di lettura dando il giusto respiro e le giuste pause al lettore, portandolo a entrare nella vicenda con i giusti dosaggi. Per dire: non potrete rimanere indifferenti all’ultima vignetta che vi prenderà il cuore e questo significherà che anche questa volta siete entrati dentro la favola, senza neanche accorgervene. Molto belli gli omaggi e le citazioni a tante opere di culto. Tauro non cade mai nella scopiazzatura e la citazione rimane tale. Ecco alcuni esempi:

I Goonies

Ratman (la sua più celebre battuta!)

Don Zauker di Daitarn III (!):

Ecco la differenza tra il citare e il copiare: si cita, si omaggia qualcosa senza che questo elemento diventi importante o addirittura fondamentale per la struttura della storia. La storia ha una sua struttura e non ha bisogno di tali appigli (copiature) per poter andare avanti. Al massimo rende più particolare la situazione, ma niente più. Tauro ormai è un professionista nella sceneggiatura, se non si era capito.

Mentre i disegni di Chiara Karicola sono una grandissima sorpresa anche per chi conosceva il suo stile in Clare e Malù. Sono decisamente diversi dalla sua precedente opera e dimostrano che è una disegnatrice che non si accontenta di aver trovato un suo stile e cerca sempre nuove soluzioni evolvendosi sempre più, studiando il tono della storia che deve realizzare.

In effetti il suo segno qui è più surreale e i colori netti e forti rendono il senso di favola e fantastico che c’è per tutta la storia. Effettivamente il tratto che ha dato alla precedente opera forse non sarebbe stato male per Guni, ma sicuramente ha trovato un modo diverso di rendere il tutto ancora più funzionale. Sfondi e paesaggi sono davvero da osservare con grande ammirazione, nel loro voluto minimalismo e certe inquadrature sono davvero comunicative e suggestive: vedete le prime due illustrazioni all’inizio del volume ambientate nella notte. Non può lasciarvi indifferenti, anche se avete qualche anno in più sul groppone.

Ecco la particolarità di questa coppia di autori: si sono confermati come splendidi creatori di favole per tutte le età. Lo dimostrarono con la loro prima opera e lo confermano con questa, senza riciclare nulla e facendo qualcosa di completamente diverso.

Ammetto di desiderare un eventuale seguito dove un gudlak è sulla Terra e accompagna un individuo, dalla nascita fino alla morte. Io lancio la pietra poi spero che un pensierino gli autori lo facciano…

Il ritorno del mito – Akira: trentesimo anniversario

Locandina di "Akira" di Katsuhiro Otomo.Questo non vuole essere l’ennesimo articolo sulla validità o meno del lungometraggio Akira, croce e delizia del regista/mangaka Katsuhiro Otomo che ha marchiato a vita il suo operato, oscurando le sue successive opere. Di siti e saggi che ne parlano ne troverete a volontà. Qui si parla del suo trentesimo anniversario e della terza proiezione nei cinema italiani, grazie a Nexo Digital e Dynit.

Qui troviamo un nuovo doppiaggio e anche, almeno in una parte, un leggero cambio di montaggio delle musiche (il Requiem dei Geinoh Yamashirogumi, durante la distruzione della città, rimane montato come su disco). Il nuovo doppiaggio stavolta, rispetto a quello precedente, rimane fedele praticamente al 100% a quello originale giapponese, realizzando anche gli stessi effetti vocali e anche la scelta delle voci è stata fatta per essere più simile possibile a quelle dei doppiatori giapponesi. Ad esempio Takashi, Masaru e Kyoko hanno una voce da bambini. Molti nomi vengono corretti (Ryu anziché Roy, Yamagata anziché Yama). Addirittura gli accenti tonici dei nomi vengono rispettati come dovrebbero essere pronunciati, rinunciando alla italianizzazione utilizzata da sempre nella nostra penisola. Finalmente, dopo più di un quarto di secolo dalla prima edizione, abbiamo una versione rispettosa, quasi timorosa e accorta verso qualsiasi possibile critica di chi è particolarmente puntiglioso, di questo capolavoro cinematografico.

Molti spettatori potranno capire molto meglio l’intricata trama, grazie a questo nuovo adattamento e personalmente la cosa mi è stata confermata da più di una persona, dopo la visione. I precedenti doppiatori erano sicuramente bravi (da citare Angelo Maggi e soprattutto Alessandro Quarta), ma avevano a che fare con una traduzione fatta alla meno peggio in più punti, probabilmente per il fatto che furono ripresi i dialoghi inglesi fatti a suo tempo dalla Streamline Pictures, che adattò alla fine degli anni ’80 Akira per gli Stati Uniti d’America. Qui troviamo doppiatori altrettanto professionisti (Pierluigi Astore, Manuel Meli, Alessio Puccio e tanti altri bravi) e che finalmente possono anche loro capire quello che stanno recitando!

Ecco i punti migliorati sensibilmente, citando le incongruenze e gli errori nel vecchio doppiaggio:

  • Nella scena all’inizio nel bar Harukiya il proprietario smercia di nascosto della droga e si lamenta dell’ingresso improvviso di Yamagata. Nella versione precedentemente si lamenta di Kaneda che attacca un pezzo al jukebox dicendo che non è una sala da ballo (se ha un jukebox, qualcuno metterà ogni tanto della musica, no?).
  • Masaru capisce dove si trova Takashi e si dirigono nella zona ovest della città. Nella versione precedente Masaru dice «Questo capitolo è finalmente chiuso», e il colonnello risponde «Molto bene, e adesso andiamo via di qui!» (Quale capitolo? Via da dove?).
  • Il primo incontro tra Kaneda e Kei: Kaneda la fissa mentre Kei rimane sorpresa della rissa che si sta svolgendo nella stanza delle interrogazioni, invece nel primo adattamento sembrerebbe che Kei fissi Kaneda facendo sembrare che già si conoscessero, cosa non vera ovviamente.
  • Viene finalmente citata la Babyroom dove alloggiano i tre bambini vecchi, mentre nel vecchio doppiaggio parrebbe che Tetsuo la trovi per caso.
  • Viene nominato e citato Nezu, capo della ribellione e ministro con doppio ruolo che riesce a procurare i pass per Kei e i suoi compagni per entrare nel palazzo dove si trovano i bambini. Precedentemente veniva citato solo un certo «amico», creando confusione.
  • Più volte vengono nominati i soggetti degli esperimenti con il loro numero tatuato sulla mano, compreso Akira. Nella scorsa versione non si cita mai.
  • Viene detto a chiare lettere che Akira ha provocato l’esplosione che si vede all’inizio del film, scatenando la Terza guerra mondiale. Tutto ciò viene omesso nella passata versione.
  • La riunione del consiglio esecutivo è decisamente più chiara e capiamo che il colonnello vuole investire il budget per evitare che Akira si possa risvegliare. Prima era impossibile da capire.
  • Tetsuo legge nella mente di Kyoko per capire dove si trova Akira. Prima lo potevamo solo intuire. Da citare l’assurdo dialogo di Kyoko che c’era, rivolgendosi a Tetsuo: «Farai del male a qualcuno se non la smetti!», poco prima aveva già fatto un vero massacro!
  • Tetsuo di fronte ai resti in capsule di Akira non è più un improvviso sedicente esperto di chimica: «Questo ha un valore chimico superiore a 101» (?).
  • Kaneda distrugge la moto di Yamagata per fare in modo che possa avere la sua moto nell’aldilà. Prima completamente omesso.
  • Soprattutto il risentimento di Tetsuo verso Kaneda è finalmente esplicito.

Possiamo dire che questo è il punto di arrivo di Akira in Italia che, da lungometraggio passato in sordina giusto perché era un vero kolossal dell’animazione e niente più, è diventato un capolavoro lodato da tutta la critica ufficiale: il tanto apprezzato Dizionario dei film curato da Paolo Mereghetti, dopo un iniziale voto intermedio, nelle successive edizioni ha dato il massimo dei voti. Stessa cosa per il famoso sito MYmovies, da una iniziale recensione dal tono sufficiente, oggi vediamo sul sito una lode esorbitante. Adesso lo si paragona per importanza a Matrix o addirittura a Blade Runner e 2001 Odissea nello spazio. Anche lo stesso pubblico italiano l’ha scoperto con estremo ritardo. Quando uscì nei primi anni ’90 fu un vero fallimento. Stavolta, con un solo giorno di proiezione, ha totalizzato quasi 70 mila euro con più di settemila spettatori.

L’influenza e l’importanza di Akira, invece che diminuire con il passare del tempo, aumentano con gli anni e oggi non possiamo che ringraziare, anche se con un notevole ritardo, per questa nuova edizione. Ovviamente l’acquisto del Bluray, quando uscirà, sarà d’obbligo per me, per ogni appassionato di questo immortale titolo, e anche per i veri amanti del grande cinema, d’animazione o non.

Paranoid Boyd – Disneycide

Dopo un po’ di attesa, ecco arrivare finalmente l’ultimo numero di Paranoid Boyd, la serie di Andrea Cavaletto, pubblicata dalla Edizioni Inkiostro.

Probabilmente la lunga gestione è dovuta anche al difficile coordinamento di ben cinque disegnatori che si sono avvicendati nella realizzazione del volume. Ben 96 pagine pregne di impegno e di dedizione.

La serie più psicologica (e non psichedelica!) della casa editrice abruzzese non tradisce le atmosfere dei precedenti numeri, anzi Cavaletto spinge l’acceleratore e ingrana la quinta arrivando quasi a un delirio che ci farà venire voglia di rileggere l’intera serie, anche per capire se non abbiamo avuto degli abbagli o se veramente lo sceneggiatore ha voluto fare una narrazione sregolata al limite dello sberleffo verso il lettore.

Il calvario di William Boyd continua dopo la morte della figlia a causa della sua follia e la sua vita in cella sta per concludersi. Troverà la libertà? Ma nemmeno per sogno, anzi le cose sono destinate a peggiorare…

Senza fare spoiler, si arriva a una pagina quasi metafisica, e mi riferisco al personaggio di Boyd che viene disegnato da ben dodici disegnatori (tutti quelli che hanno contribuito alla serie!) in primo piano sulla stessa tavola, mentre si chiede chi è veramente.

Flashback e salti temporali, questa volta non lasciano tempo di respirare e i colpi di coda sono sempre dietro l’angolo, o meglio, dietro la pagina seguente. Una lettura non certo rilassante ma davvero appagante per chi entra in questo malato mondo. Si passa dalla povertà del Congo, toccando l’11 Settembre fino a Disneyland, ma i luoghi sono solo un appoggio per il percorso mentale dei protagonisti. Se proprio devo essere severo, non mi è piaciuto lo spiegone verso la fine, anche se si fa perdonare nel momento di chiudere la storia (avviso: finale assolutamente non scontato!).

Da punto di vista grafico, come ho scritto, ben cinque sono i disegnatori (esclusi omaggi a fine albo e la pagina delle dodici vignette) che hanno creato graficamente l’albo, alternandosi tra un gruppo di pagine e l’altra. Sono cinque che hanno un tratto davvero diverso l’uno dall’altro e sono stati utilizzati per varie situazioni narrative.

Francesco Giani, che realizza le prime tavole, ha un tratto sognante, incrociando iperrealismo e surrealismo. Immaginate un incrocio tra Dino Battaglia e Dave McKean. Sperimenta e usa anche immagini reali per filtrarle e metterle in un’aurea sognante. Ester Cardella ha un tratto più realistico che potrebbe ricordare Stefano Casini. Non arriva ovviamente al livello del maestro Casini, ma già è a un buon livello. Segue Cristiano Sartor: grande promessa che fa cose straordinarie nel disegnare mostri e ambientazioni fanta/horror; ha alcune incertezze nelle ambientazioni più realistiche, ma penso che sia solo una questione di tempo e il ragazzo avrà molto da mostrare per sorprenderci sempre più. Simona Simone ci mostra un tipo di disegno più pulito. Tecnicamente preparatissima. Tratto deciso e, nonostante faccia poche ombre, dà il suo senso di inquietudine. La vedo adatta a disegnare Dampyr. Per me sarebbe perfetta.

Sicuramente un degno finale per una serie che ha la forza di ritagliarsi la nominata di “cult” nel fumetto italiano. Ovviamente numero da non perdere per chi ha già letto i numeri precedenti e per chi apprezza i fumetti della Edizioni Inkiostro, ma consiglio di recuperare la serie anche a chi vuole esplorare un altro lato oscuro del fumetto italiano che spalleggia con serie ormai affermate come Cannibal Family e La Iena.

 

ODY-C – Un’odissea fantascientifica al femminile

Copertina di "ODY-C" di Matt Fraction e Christian Ward.ODY-C è un fumetto della Image Comics che la saldaPress pubblica in volume intitolato Verso Ithicaa raccogliendone i primi cinque numeri.

L’autore è il veterano Matt Fraction che riprende il mito dell’Odissea con vari protagonisti di altri classici delle tragedie greche, facendone una trasposizione tutta personale, in un contesto fantascientifico e sfruttando il talento del giovane Christian Ward per farne una versione coloratissima al limite dello psichedelico. I nomi dei protagonisti sono modificati rispetto all’opera originale e nessuno è di sesso maschile, o almeno non completamente.

La storia riprende, come abbiamo detto, l’Odissea, ma ne mantiene solamente lo svolgimento generale: Odyssa, Gamen e Ene, (versioni femminili di Ulisse, Agamennone e Menelao) dopo un’estenuante guerra a Troiia, vogliono tornare a casa (Itichaa) e il viaggio di ritorno, per mezzo della loro astronave ODY-C, sarà pieno di insidie per mano degli dei che si divertiranno a creare ostacoli, ma questo porterà anche squilibri e un punto di rottura tra di loro. Incontreremo versioni fanta-assurde di Polifemo, dei Ciconi ed Eolo.

Tavola di "ODY-C" di Matt Fraction e Christian Ward.Sia Fraction che Ward fanno un lavoro decisamente contrastante in vari aspetti: la caratterizzazione dei personaggi è abbastanza buona e Fraction si affida spesso a monologhi interiori e primi piani per lo scavo psicologico. Personalmente preferisco che un personaggio, almeno nel fumetto, si caratterizzi attraverso azioni e interazioni con altri, ma il famoso sceneggiatore utilizza un tipo di prosa che vorrebbe riprendere quella di Omero. Probabilmente la lingua inglese e la conseguente traduzione, sicuramente fa perdere tante sfaccettature, come normale che sia, ma penso che più di un lettore troverà il tutto abbastanza ostico.

A livello di testi il lavoro svolto è decisamente poco riuscito, ma la sceneggiatura è spesso piena di grandi trovate che mostrano grande azione con una sequenza di vignette molto dinamiche. Sicuramente Ward ha messo il suo contributo.

Ovviamente il confine di competenze nelle sceneggiatura nei fumetti americani è spesso labile e il merito penso che vada anche per il giovane disegnatore.

Tavola di "ODY-C" di Matt Fraction e Christian Ward.

Il lavoro effettivo di Ward è altrettanto contrastante: il suo modo di realizzare macchinari, astronavi, mostri, cabine di guida, al limite dell’assurdo, sono un viaggio mentale come poche volte ho mai visto. Anche i colori forti e accesi e definiti rendono il tutto un viaggio allucinante.

Potrei definire la sua immaginazione senza limiti, ma ovviamente anche qui abbiamo il rovescio della medaglia: mentre le trovate visive sono da rimanere a bocca aperta, Ward ha molte incertezze nella definizione delle anatomie e soprattutto dei volti. Il ragazzo è giovane e penso che queste incertezze con i prossimi lavori saranno superate, se non addirittura nei prossimi volumi di questa serie. Insomma grande spettacolo verso le cose inanimate, ma incertezze nei dettagli dei personaggi.

Un fumetto che non si erge rispetto a tanti altri, alla fine, anche se al primo impatto sembrerebbe scioccante. Non lo considero un bluff, assolutamente, ma solo un prodotto che spero si affini con l’andare dei numeri. Le possibilità ci sono. Fraction non è un imberbe e ha fatto fumetti davvero belli, e Ward è una promessa alla fine.

Un fumetto che non boccio, ma che lo rimando ai prossimi numeri.


Matt Fraction, Christian Ward
ODY-C, volume 1: Verso Ithicaa
cm 16,8×25,6, brossurato con alette, 120 pagine, colore, € 14,90
ISBN 9788869193507

Mostri e Alieni: intervista a Gianmarco Fumasoli

Gianmarco Fumasoli è uno dei protagonisti dell’editoria italiana a fumetti di oggi. Stavolta non abbiamo voluto intervistare un Autore, o almeno non solo. Abbiamo qui con noi anche un Editore.

Gianmarco ha iniziato frequentando la Scuola Romana dei Fumetti per fare poi i suoi primi passi verso il fumetto collaborando con la rivista Splatter, quando uscì di nuovo nel 2013. In seguito prese l’iniziativa di aprire la casa editrice BUGS Comics che fece rinascere un’altra rivista horror degli anni ’80-’90: Mostri. Il successo di Mostri, che oggi continua ad uscire per la BUGS, sembra proprio confermato, anche dal fatto che le iniziative editoriali che bollono in pentola sono tante e da qualche tempo ha visto la luce anche una seconda rivista, Alieni, altra via per esplorare il fantastico.

Iniziamo a fare due chiacchiere con Gianmarco, parlando non solo della sua vita di autore ma anche di editore.

Avendo frequentato una scuola di fumetto, quanto è stata importante per la tua formazione?

Intanto buongiorno Andrea, grazie per le tue parole e buongiorno a chiunque si sia preso la briga di leggere queste righe. Parafrasando un film Pixar che mi sta molto a cuore, direi che non tutti possono diventare sceneggiatori di fumetti ma uno sceneggiatore di fumetti può celarsi in chiunque. Scrivere per un fumetto, per un film, per il teatro o scrivere un libro implica, di base, il saper creare delle storie. Questa secondo me è una dote innata che si può affinare e assecondare ma che è figlia di creatività e curiosità e difficilmente si può imparare. Quelli che, al contrario, si possono e si devono imparare, sono i meccanismi narrativi propri di ogni finzione letteraria; il fumetto ha i suoi. Tempi, gestione degli elementi in scena, regia, passaggi da vignetta e vignetta e da tavola a tavola, terminologia e tutto ciò che è “il mestiere” di sceneggiatore, va studiato a tavolino e in questo caso, la scuola, non solo è utile; è indispensabile.

Cosa e come ricordi l’esperienza su Splatter?

L’esperienza su Splatter la ricordo sempre con grande affetto. È stato grazie a quell’anno passato fianco a fianco con Paolo Altibrandi (che collabora con la BUGS) e Paolo Di Orazio che ho imparato alcuni dei meccanismi fondamentali che muovono il mondo dell’editoria a fumetti e che, ancora oggi, rappresentano importanti pilastri sui quali la BUGS poggia. Inoltre se non fosse per la collaborazione con Splatter, non avrei conosciuto alcuni degli autori che a oggi lavorano con me, uno su tutti Valerio Giangiordano che disegna le copertine regular di Mostri.

Come è stata decisa la nascita di BUGS Comics?

BUGS Comics nasce quando la ESH, che pubblicava Splatter, decise a seguito di ponderate scelte editoriali, di interrompere momentaneamente gli inediti. Nel frattempo si era creato un bel gruppo, di autori ma soprattutto di amici che avevano imparato a lavorare insieme e che avrebbero voluto proseguire la strada intrapresa. BUGS nasce da quel gruppo di autori e da quell’entusiasmo, niente di più e niente di meno.

 

Da autore a editore: la differenza sicuramente è grande, come la potresti descrivere?

Più la BUGS cresce e più mi trovo spesso a dover scegliere quali panni vestire e, sempre più spesso, vesto quelli da editore. Il punto è che quando devi pensare al meglio per quello che fai, per le riviste che realizzi, l’autore deve essere messo da parte se non si vuole pubblicare per forza qualcosa che non sia all’altezza del resto. Se devo fare le cose velocemente, solo per vedere il mio nome tra gli autori, preferisco mettermi da parte.

Come si gestisce una casa editrice come la BUGS?

Una casa editrice si deve gestire imparando a fidarsi delle persone che hai attorno e con le quali collabori. So che sembra una banalità ma per me, maniaco del controllo, non è stata e non è una cosa semplice. I primi mesi sono stati complicati e anche grazie alla pazienza delle persone che mi aiutano a tenere in piedi la BUGS, siamo arrivati a questo punto. Non mettere bocca ovunque ma occuparsi solo di una revisione finale, fare in modo che se un aspetto delle tue pubblicazioni è nelle mani di un professionista, quest’ultimo abbia il via libera e piena fiducia e affidare “pezzi della BUGS” a terzi non è semplice ma se ci si riesce, sei a metà del lavoro. L’altro aspetto fondamentale è quello di avere sempre un piano B in tasca. Realizzare un albo come Mostri, per esempio, implica il lavoro di almeno quindici persone e qualcosa può sempre andare storto. Ritardi, errori, lavoro perso, si deve essere sempre pronti a tappare i buchi cercando di mantenere intatta la qualità di quello che realizzi.

Come per la ACME degli anni ’90, oggi è tornato Mostri, rivista cult del passato della quale dirigi la rinascita. Ma cosa hanno in comune Mostri di oggi con Mostri della ACME?

Del Mostri del passato, come di altre pubblicazioni della ACME e altre realtà editoriali di quegli anni, quello che più mi colpiva, e che secondo me le rende tutt’oggi attuali, erano la chiarezza e la contestualizzazione che gli autori riuscivano a dare a un racconto breve. Leggere uno di quei racconti vuol dire leggere un raro esempio di quello che un racconto breve dovrebbe essere. Ci sono infatti regole proprie della narrazione legate esclusivamente alla durata di un racconto. La lunghezza di quello che andrai a realizzare, influenza sempre ciò che scrivi, non ci sono scorciatoie. Questo è sicuramente uno degli aspetti principali che accomuna le due fasi di Mostri.

Oltre Mostri è uscito da qualche tempo Alieni. Da quale idea è nata?

Alieni nasce semplicemente dalla voglia di continuare a raccontare le nostre storie esplorando generi differenti. C’è sembrato logico proseguire su un qualcosa di più vicino all’horror, non tanto per identità editoriale, quanto per conoscenza del genere stesso. L’importante è che non venga identificata la BUGS come casa editrice dell’horror o del fantastico. Abbiamo in lavorazione altri prodotti che esulano da questo contesto. Vorrei che la nostra identità editoriale fosse legata a come facciamo le cose e non a cosa facciamo.

Ritieni che gli obiettivi, almeno per il momento, siano stati raggiunti?

Le persone con le quali collaboro mi dicono sempre che punto troppo in alto ma a detta loro gli obiettivi, al momento, sono stati raggiunti. Alla fine, riflettendoci, per una realtà come la nostra, che ha esordito con la prima pubblicazione a fine 2015, direi anche io che il primo traguardo, ma solo il primo, è stato tagliato.

Come valutate le storie degli autori che vi arrivano?

L’organizzazione BUGS, dall’esordio a oggi, è cambiata già numerose volte per far fronte alle nuove esigenze. Al momento attuale la supervisione delle storie, sulle quali comunque perdiamo tanto tempo per revisioni sulla nostra linea editoriale, è gestita da due differenti editori; uno per i disegnatori e uno per gli sceneggiatori. Il problema è che arriva sempre tanto materiale e mentre inizialmente riuscivamo a dedicare tempo alla revisione di storie che in parte funzionavano e in parte meno, oggi non è possibile anche perché nelle risposte cerchiamo sempre di essere esaurienti e di non liquidare nessuno con una “risposta pronta”.

Nel panorama editoriale a fumetti che ruolo ha secondo te la BUGS Comics? La potremmo definire una casa editrice che esplora il fantastico, senza troppe limitazioni rispetto ad altre realtà editoriali?

Come accennavo in precedenza, la BUGS non è una casa editrice che esplora il fantastico. Questo è un punto che tengo molto ad affrontare. Da qualche parte bisogna partire, avendo come prime pubblicazioni Mostri, Alieni e MoFtri, ovviamente abbiamo ricevuto questo tipo di etichetta. Il nostro obiettivo, però, è quello di poter essere riconosciuti per come raccontiamo e non per cosa raccontiamo. Un lettore che si avvicina alle nostre pubblicazioni, mi piacerebbe lo facesse a prescindere dal genere ma con la certezza che quel genere, la BUGS lo affronterà in un determinato modo.

Oggi l’editoria è un campo così difficile come sembra?

Secondo me tutto è difficile. Se apri un bar, un mobilificio o una casa editrice. Per fare qualcosa devi sapere cosa offre il mercato, cosa funziona e cosa no e, soprattutto, devi avere ben chiare le idee su cosa tu puoi proporre per tentare di fare la differenza e poi, devi farlo bene, rispettando l’idea iniziale e spingendo anche quando sembra che non ce la fai. Sono regole che valgono per tutte le iniziative imprenditoriali e l’editoria non è differente da questo punto di vista. Ovviamente non parlo dal punto di vista artistico ma solo ed esclusivamente da quello imprenditoriale.

Hai a che fare sia con autori di chiara fama, come Marco Soldi o Maurizio Di Vincenzo, sia con autori giovani che praticamente hanno esordito con te. Dal punto di vista di chi pubblica le loro storie e/o copertine che differenza noti in generale?

La differenza la fa quasi sempre la persona, che sia un autore affermato o un giovane esordiente conta chi sei (parlo della persona, non dell’autore). Quello che mi colpisce sempre in casa BUGS e che Paolo Altibrandi mi fa notare, è che c’è grande fermento e collaborazione. Vedo grandi autori come quelli che hai citato tu, come Giancarlo Caracuzzo che ringrazio sempre ogni occasione per l’aiuto che continua a darci e tanti altri che aiutano i più giovani per farli crescere e migliorare e questo ci da modo di creare prodotti omogenei a prescindere dalla “provenienza artistica”. Questo è impagabile. Il gruppo, il laboratorio che abbiamo messo in piedi è emozionante.

Molto spesso fate un vero e proprio tour tra festival, le librerie e le fumetterie con i vostri autori che fanno dediche. Di solito com’è l’accoglienza?

L’accoglienza è sempre molto calorosa. Alcune fiere medio piccole hanno cominciato da qualche mese anche a invitarci e questo non può che farmi piacere. C’è sempre un ottimo riscontro perché grazie agli autori che sono il cuore di ogni realtà editoriale, ci muoviamo sempre in tanti.

Possiamo sapere qualche altra iniziativa che bolle in pentola?

Certamente. Stiamo al lavoro sui prossimi numeri di Mostri e Alieni e in contemporanea su due nuove testate che vedranno la luce a Lucca 2017 e Lucca 2018. Al contempo stiamo lavorando per dare una nuova forma ai MoFtri e alle prime due graphic novel in casa BUGS. Stanno anche per partire due progetti paralleli seriali che mi auguro possano vedere la luce rispettivamente nel 2018 e nel 2019. O prima se riusciamo.

 

Grazie Gianmarco per la grande disponibilità!

Tra Dylan e Mercurio intervista ad Alessandro Bilotta

alessandro-bilottaAlessandro Bilotta, per chi segue anche marginalmente l’ultima generazione di autori della Bonelli, non ha bisogno di presentazioni. Probabilmente è lo sceneggiatore più “d’autore” del fumetto popolare in Italia, avendo spesso scelto di creare opere sue (gli episodi autoconclusivi de Le Storie e Walter Buio, giusto per fare degli esempi) e molto spesso, quando lavora per personaggi seriali, utilizza dei presupposti inusuali (come il suo Dylan Dog alternativo, più anziano, che vive in un mondo popolato da zombi).

Apprezzato anche dalla critica, avendo ricevuto il premio Anafi e il premio Micheluzzi come Miglior sceneggiatore, abbiamo voluto fare due chiacchiere su come lavora e quali forze oscure sollecitano la mente di chi fa questo mestiere. 

Grazie Alessandro per la disponibilità, innanzitutto e ti volevo chiedere: da dove viene un’idea? Da cosa parti solitamente? Possiamo anche fare l’esempio di come è nata la storia di Dylan uscita recentemente [La fine è il mio inizio]. Quali parametri utilizzi per capire se un’idea è valida o è da scartare?

È un’idea valida se mi coinvolge, se si fissa nella mia mente, progredisce e mi fa venire voglia di dedicargli tempo e lavoro.

 Si dice che di solito a un soggettista/sceneggiatore vengono in mente decine di idee, ma quasi tutte si rivelano inefficienti. Succede anche a te?

Nel mio caso non è un problema di inefficienza, ma di selezionare le idee che mi interessano realmente, avendo a disposizione, come tutti, una vita con un tempo determinato.-la_macchina_umana___dylan_dog_356_cover

 Secondo te oggi si può essere originali?

 Certamente. Ma penso che l’originalità sia sopravvalutata.

Quanto pesa il “come” raccontare rispetto al “cosa” raccontare? Intendo: si può rendere la storia di una principessa che viene salvata dal suo principe avvincente e moderna, con una sceneggiatura che mascheri la classicità degli eventi?

Sì. Penso che la scelta del “cosa” ci parli delle intenzioni dell’autore, ma è il “come” che fa la qualità di un narratore. 

Vederti passare da Le Storie e Dylan Dog, a Corsari di classe Y pubblicati ne “Il Giornalino” ai cartoni animati delle Winx Club fa capire quanto sei poliedrico. Quanto è importante questa capacità in un autore, nel tuo campo?

È importante solo da un punto di vista strettamente lavorativo. Nel mio caso è naturale perché mi interessano moltissime cose, anzi potrei dirti che il fumetto è solo uno dei miei tanti interessi, però ho molta stima di coloro che scrivono la stessa cosa tutta la vita, mi sembra che coltivino un’ossessione.

La documentazione oggi quanto è importante, se si racconta un fatto riferito a un periodo storico reale? In quali casi le inesattezze storiche potrebbero essere plausibili? 

Dipende sempre da cosa si vuole raccontare. Se la storia è incentrata sui personaggi, lo sfondo storico può diventare marginale.

mercurio loi 01Quale consideri un’opera perfetta dal punto di vista narrativo/sceneggiatura?

Watchmen.

Passando nel dettaglio: qual è il rapporto con il disegnatore? Come gestite l’impaginazione e la scansione? Dai direttive precise o preferisci affidarti a ripetuti scambi di opinioni? Potremmo anche parlare della genesi…

Parlo a lungo con il disegnatore prima di scrivere la sceneggiatura, ma dopo aver chiara in mente la storia. Mi confronto sulla direzione verso cui vogliamo andare. In seguito scrivo una sceneggiatura molto dettagliata. Dopo di che, mentre il disegnatore realizza le tavole, c’è uno scambio e un confronto continui. 

Lavorare con un disegnatore esordiente o con un veterano del mestiere: a quali differenze sei andato incontro?

Un esordiente ha sempre molti problemi sulla prima storia, che in qualche modo per lui è l’occasione di imparare, però può essere molto disponibile a mettersi in gioco. Un veterano non ha alcun problema a realizzare una storia, ma potrebbe non avere interesse ad alzare l’asticella della sfida. 

Spesso si parla con un disegnatore di come la tecnologia ha cambiato il modo di disegnare. E per uno sceneggiatore, quanto è cambiato il modo di lavorare negli ultimi anni?

È molto più semplice e rapido l’accesso alle informazioni e questo consente a chiunque lo voglia di ottenere in poco tempo e in modo credibile qualunque genere di documentazione.

C’è una piccola voce che circola e vorrei sapere se per te è vera: in Italia abbondano i disegnatori bravi e capaci, ma di sceneggiatori bravi e preparati ce ne sono pochi. Solo una voce o pensi che sia vero?

C’è oggettivamente un numero inferiore di sceneggiatori rispetto ai disegnatori, ma non è un problema italiano, è così in tutto il mondo.

Il fumetto italiano si sta muovendo molto in questi ultimi anni e tu sei uno dei protagonisti. Pensi che presto l’innovazione soppianterà la tradizione e vedremo (eresia!) Tex fatto da un mangaka?

Penso che nei fumetti, come in molti altri settori culturali, ci sia voglia e bisogno di novità, ma non penso che queste coincidano necessariamente con lo stravolgimento di quello che c’è già, anzi, questo potrebbe essere sintomatico proprio dello scarseggiare delle novità.

Sta per debuttare la tua nuova serie: Mercurio Loi. Il personaggio nasce su un albo de Le Storie (il 28): al tempo avevi già in mente una possibile serie o hai scritto un romanzo “fatto e finito” senza curarti troppo del futuro del personaggio?
Avevo provato a scrivere il primo numero di un nuovo personaggio immaginando eventuali sviluppi, ma solo per dare l’idea che quel mondo fosse credibile, esistesse da sempre e sarebbe esistito ancora a lungo. Non avevo ancora in mente che potesse davvero avere un futuro editoriale.
mercurio loi 02Come cambierà, se cambierà, il tuo approccio al personaggio e alla scrittura dello stesso adesso che è stato tradotto in una serie?
Mentre ci lavoro, sono sempre un passo avanti. In qualche modo, prima di Mercurio stesso devo sapere a cosa porteranno tutti gli eventi.
Si tratterà di una serie di racconti autoconclusivi oppure ci sarà qualche tipo di collegamento tra i vari albi? 
Saranno episodi autoconclusivi che, se letti tutti e in ordine, mostreranno anche un’evoluzione degli eventi e dei personaggi.
La scelta del colore è funzionale al tipo di narrazione che tu e i disegnatori volete costruire oppure si tratta di una nuova direzione presa dalla Casa Editrice (dopo Orfani e il nuovo Martin Mystère) alla quale vi siete adattati?
È entrambe le cose. Ma non parlerei di adattamento, piuttosto di opportunità.
Abbiamo già visto qualche anteprima di Casertano e immagino ci sarà un ritorno di Matteo Mosca. Puoi anticiparci qualche altro disegnatore?
Non posso ancora farti altri nomi, ma posso dirti che sono tornato con piacere a lavorare con diversi disegnatori con cui ho costruito progetti importanti.
Ringraziamo Alessandro per la sua disponibilità a un’intervista “doppia” (che a differenza di quelle del Le Iene aveva due intervistatori piuttosto che due intervistati) e attendiamo impazientemente di leggere il suo Mercurio Loi.

Dylan Dog 362 Dopo un lungo silenzio – Recensione

Il timore c’era. Il caro Recchioni criticò alcuni forum (piattaforme morte ma, in questo caso, un qualcosa dove posare un attimo l’occhio) che avevano alzato il sopracciglio anziché accogliere calorosamente il ritorno del papà di Dylan Dog. Tuttavia qualche timore era giustificato: non era la prima volta che Sclavi tornava, dopo anni di assenza, a scrivere una storia della sua creatura più famosa e, diciamocelo, questi ritorni non brillarono molto. Si ripresentò con Ucronia, il numero 240, nel 2006 e non fu proprio il massimo: una storia nonsense che pochi (forse neanche lui) capirono. Ha poi dichiarato che, a rileggerlo oggi, non sa precisamente cosa avesse voluto dire con un classico come Morgana, ma in Ucronia quell’alchimia che stregò gli adolescenti degli anni ’80-’90 era decisamente lontana anni luce. Abbiamo avuto grandi autori che con l’età sono stati ritenuti “bolliti” e l’impressione che il caro Tiziano rischiasse di far parte di questa poco felice categoria poteva esserci.

Copertina bianca. Nessun editoriale. In pratica le tre prime pagine senza nulla. Timore che non ci fosse davvero nulla, anche nella storia.

LA STORIA

Ho aperto l’albo con batticuore (non esagero) e, leggendo le prime pagine, ho capito che Tiziano Sclavi era tornato davvero: la storia è maledettamente semplice. Tutte le storie migliori sono in pratica rette da una idea semplice: Owen Travers è un uomo solo, ma sente la presenza di sua moglie nel salotto nonostante sia venuta a mancare. Non vuole liberarsene ma vuole che si faccia sentire davvero. Da questa idea vediamo e sentiamo la solitudine di Owen, che si accontenterebbe anche di comunicare con il fantasma della persona a lui più cara. Quel silenzio, citato nel titolo, che nasce da quel contatto-non contatto è l’elemento portante della storia. Owen arriva addirittura a chiedere a un prete se Cristo, indicando un crocifisso, gli parli. È lui l’ennesimo cliente di Dylan, ma stavolta il nostro indagatore troverà una strana simbiosi con il suo cliente, cadrà nella trappola dell’alcool mentre affronta una nuova relazione che lo fa star bene, nonostante tutto. Crystal lo rende felice, così felice da destabilizzarsi e autodistruggersi. Non penso che troveremo la donna nei numeri seguenti, almeno non con costanza, e questo sottolinea la condanna di Dylan a continuare a cercare qualcosa che, quando la trova, lo annienta. Entrambi avranno una dura prova da superare.

Fin dalle prime pagine si mette subito in risalto la solitudine dell’uomo, l’atmosfera inquieta, lo scavo psicologico fatto con poche immagini e testi, pregni di significato. Mi azzardo a dire che si ritorna a respirare le atmosfere che forse solo Sclavi riesce a creare. Ritrovo un lato di Dylan che mi mancava da tempo. Non che senza il Tiziano non ci fosse stato nulla di buono, ma quell’inquietudine, quel domandarsi dei significati della vita, erano, per me, ormai rari. Non è semplicemente una riproposta, o un riciclo, che dir si voglia, del vecchio Dylan Dog, ma si riprendono certi aspetti come solo il suo creatore può fare, in modo così esemplare: il suo modo di rappresentare con le storie il rapporto con il mondo, con la vita e quello che gli sta attorno, che sono entrate nell’anima di almeno due generazioni di ragazzi svegliati dal torpore del benessere della prima metà degli anni ’80, e che trovarono nell’Indagatore dell’incubo uno specchio su cui riflettere.

LA SCENEGGIATURA

Capiamo che Tiziano Sclavi è in splendida forma anche a livello di sceneggiatura. Prendiamo due vignette e sei parole che bastano per caratterizzare una situazione e un rapporto a due:

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Ecco, già ci incuriosisce e ci fa entrare nella vicenda. Tiziano era un maestro in questo e qui lo ribadisce come non lo faceva da parecchi anni. Forse è presto per dirlo ma parrebbe che il papà di Dylan abbia trovato una seconda giovinezza. Ovviamente non fa gli sperimentalismi che alcuni degli autori più giovani hanno realizzato, specie nei Color Fest, ma si concede un esperimento che raramente abbiamo visto sulle pagine di Dylan: fa realizzare un paio di pagine con sole foto di repertorio di casi di fantasmi, mettendo in discussione, nella storia, la loro effettiva esistenza (anche se tutti i lettori di Dylan Dog sanno che il loro protagonista ha avuto a che fare con loro parecchie volte).

 

I DISEGNI

Dimostrano una ritrovata sinergia con le matite di Giampiero Casertano (devo ribadire che Memorie dell’invisibile è un capolavoro della letteratura disegnata? Siamo tutti d’accordo, vero?)

Il caro Giampiero ha un tratto leggermente più morbido rispetto ai primi numeri che disegnò, ma non per questo è meno oscuro, anzi in questa storia ha illustrato due vignette, tra l’altro simili e con stessa inquadratura, che spiegano da sole cosa intendo:

 

Un’atmosfera lugubre pervade le pagine e Giampiero usa sapientemente i neri per sottolinearla. Sfrutta molto bene la sceneggiatura, già di per sé cupa, rincarando la dose, specie nelle immagini dove c’è una pausa narrativa. Ma non c’è solo questo: l’espressività è sempre stato un punto di forza per Casertano e qui, senza dubbio, ha realizzato una delle sue prove migliori. Provare per credere (come diceva qualcuno anni fa):

 

Mi voglio riferire a Sclavi come se potesse leggere questa recensione: Tiziano torna ancora a farci emozionare come hai fatto questo mese e fallo con la tua prossima serie annunciata con il titolo Le storie di Dylan Dog che, ora più che mai, attendiamo. Non importa se non vuoi creare un nuovo personaggio. Le ultime generazioni hanno davvero bisogno di qualcosa da leggere che li scavi nel profondo e che, una volta girata l’ultima pagina, inizino a chiudere gli occhi e ad analizzarsi dentro, come hanno fatto orde di ragazzi che resero il tuo fumetto un fenomeno di costume.

Un italiano alla corte del Dr. Strange: Intervista a Marco Turini

Abbiamo il piacere di intervistare di nuovo Marco Turini. Chi segue il nostro sito ha già ammirato le sue creazioni e la sua disponibilità, e la sua bravura è tale che è stato chiamato a collaborare al film del momento: Doctor Strange. Scaviamo un attimo, attraverso la sua esperienza, in quella macchina mastodontica che è il cinema americano e che stimola ancora più curiosità se si tratta dei Marvel Studios. Che dire? W l’Italia!!

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Qual è stato il tuo ruolo nel film del Dr. Strange?

Mi sono occupato di concept art per la scena in cui gli vengono mostrati i poteri. I concept art sono dei concetti visivi, provo a spiegare per chi non è dell’ambiente; mi hanno mostrato parti del film già girate e mi hanno detto: tu qui cosa faresti? Io ho visualizzato cosa avrei fatto, ma di ciò che ho proposto non so cosa è stato preso.

Insomma non è chiaro cosa hanno messo fino a che non vedremo il film.

Di solito i concept artist sono liberi, e poi il regista a decidere cosa prendere. Potrebbe anche aver preso tutto, vedremo.

Per quello che hai immaginato, hai dovuto documentarti sul personaggio?

No, la scena di mia competenza era la più libera del film, e ho dovuto invece attingere a mie conoscenze di Fisica Quantistica per trovare idee un po’ fuori dagli schemi, ho giocato anche molto con i simboli. (Marco è anche esperto di Fisica Quantistica! N.d.r.)

In quello che hai creato (che è top secret al momento!) quanto c’è di Marco Turini e quanto del background di Dr. Strange?

100% Turini. Sono stato fortunato perché fondamentalmente ciò che mi era richiesto era svincolato dalle caratteristiche del personaggio in sé. In sostanza il mio lavoro era più una ricerca su cosa la mente umana può immaginare, svincolata dalle leggi della Fisica.

Hai avuto libertà o ci sono state delle linee guida?

Mi è stata data in visione una parte del girato e soprattutto cosa c’era prima e cosa c’era dopo la suddetta scena, questo in pratica il mio unico vincolo: immaginare cosa potesse accadere in quel lasso di tempo.

Quanto trovi affascinante questo personaggio Marvel?

Io sono un fumettista ‘’anomalo’’, nel senso che non sono un grande amante dei Supereroi e quindi il personaggio in sé non ha provocato in me una reazione del tipo: – Incredibile, posso lavorare su un personaggio che amo! Lavorando a questa scena però ne ho colto le potenzialità e soprattutto le possibili ‘’vie’’ che può intraprendere, in questo senso ne sono rimasto affascinato, sì.

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Questa proposta di collaborazione come è nata?

È nata da una ‘’chiamata’’ della Prologue Vfx, una società di effetti speciali di Hollywood. Avevano il mio nome in archivio (lavoro infatti nel cinema da un po’ ) e vedendo che, oltre a essere un Concept Artist, avevo al mio attivo anche collaborazioni Marvel mi hanno scritto e ci siamo sentiti su Skype per i dettagli.

I mezzi che utilizzi per disegnare nel campo dell’illustrazione sono diversi rispetto a quelli che vengono utilizzati nel cinema?

Dipende, nella mia visione un illustratore deve saper usare tutto, qualsiasi programma e qualsiasi mezzo (quindi deve saper usare anche la carta con la stessa facilità del digitale e viceversa). Nel cinema conta molto ‘’il risultato’’, non conta tanto come lo fai ma COSA fai: questa può sembrare una sciocchezza ma per un fumettista significa cambiare modo di pensare, e non è facile. Inoltre quando lavori per il cinema sai che ciò che stai facendo deve poi trasformarsi in qualcos’altro, se ad esempio fai un concept per un personaggio 3D devi sapere come comunicare al modellatore tutte le informazioni e come far ‘’funzionare’’ il personaggio… Facile a dirsi, meno a farsi.

Mi viene un dubbio: ciò che crei lo fai su un foglio di carta ed è ovviamente bidimensionale. Per il cinema, la sua creazione spesso diviene tridimensionale, apportando dettagli aggiuntivi. Pensi che sia stata fatta la stessa cosa per la tua creazione?

Il mio concept è qualcosa che va a metà strada tra un classico concept e una ‘’sceneggiatura”, nel senso che non solo ho disegnato ma ho anche raccontato. Certamente sono curioso di come saranno le trasposizioni di tutto ciò e se ci saranno dettagli ulteriori (sia visivi che narrativi )…i film sono lavori di gruppo, tu fai il tuo e poi questo viene assimilato all’interno di un lavoro più grande e con teste diverse…quindi la mia risposta è: non lo so!

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Quindi potrebbe cambiare in base a questi o altri criteri una volta trasposto sul grande schermo?

Assolutamente sì. Immaginate un film come un grande pentolone dove ognuno mette il suo lavoro (come fosse un ingrediente), io so che sapore ha ciò che ho fatto ma non so quale sarà il gusto finale della pietanza…a fare ciò ci pensa il regista.

Molti grandi successi di cinema fantascientifico americano hanno avuto l’appoggio di artisti che hanno avuto una passata esperienza nel mondo del fumetto, come ad esempio Philippe Druillet in Star Wars, Mòebius in Alien o Geof Darrow in Matrix. Pensi che lavorare nel fumetto aiuti l’immaginazione di chi deve creare il fantastico per qualsiasi ambito, compresi i videogiochi?

Lavorare nel fumetto aiuta moltissimo e questo a Hollywood lo sanno bene. Il media fumetto ha diversi punti in contatto con il cinema e ha il grande pregio di poter spaziare con la fantasia senza pensare al budget: è una grossa risorsa. Il problema è che non tutti i fumettisti, secondo me, potrebbero lavorare nel cinema, ma non per un problema di qualità, piuttosto di testa. Bisogna capire che si lavora in un team e che le priorità sono diverse rispetto a quelle del fumetto. Un autore dall’ego spropositato potrebbe essere a disagio.

E invece chi ha iniziato a disegnare in modo professionale lavorando nel campo dei videogiochi o del cinema e si ritrovasse (improbabile vista una famigerata disparità di trattamento economico, ma ipotizziamo per assurdo) a fare un fumetto, secondo te avrebbe difficoltà a narrare attraverso una sequenza di vignette? 

Non posso rispondere a questa domanda perché dipende molto dai casi. Generalmente in questi settori si tende a fare molto bene una cosa specifica e quindi ad essere carente in altre. Ad esempio un bravo Concept Artist può essere un immenso illustratore ma lo storytelling fumettistico può non essere una sua qualità. (Praticamente Marco sa fare tutto! N.d.r.) Facendo un esempio un po’ assurdo potrei dire che il fumettista è un decatleta che sa fare un po’ tutto, magari non tutto a livello massimo, ma lo sa fare. Un artista che proviene dai videogiochi è più un atleta che eccelle in alcune specialità, ma che non tiene il passo in altre.

C’è qualche esempio di Concept artist che hai apprezzato particolarmente? Se sì, di chi e in quale film?

Quando c’è da fare un elenco entro sempre in panico, così citerò un esempio di Concept Art fatto da un fumettista (e che fumettista!): Il Quinto Elemento fatto da Moebius (anche se oggi i Concept Art non si fanno più in quel modo).

Non so se puoi giudicarlo, ma al pubblico i Marvel Studios appaiono come una fucina senza sosta di idee e progetti che si susseguono in modo dinamico e serrato. È parso anche a te, lavorandoci anche se a distanza?

So di averlo ripetuto più volte in questa intervista ma ciò che mi ha colpito molto è l’estrema libertà che ho avuto nel creare idee (anche davvero fuori di testa!), certamente la scena mi facilitava, ma ho apprezzato come mi sia stata data mano libera senza paletti…quindi verrebbe da dire che sì, ho avuto questa impressione.

Grazie di nuovo per la tua disponibilità Marco e non ci resta che andare al cinema!

Intervista Antonio “Tauro” Silvestri e Chiara “Karicola” Colagrande

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Questo incontro è stato qualcosa di inaspettato. Oltre alla curiosità di aver fatto un’intervista contemporaneamente ai due autori di Claire e Malù, bellissimo volume da poco pubblicato dalla Tunuè, iniziata in modo canonico, la chiacchierata si è trasformata in un raccontare di come si può alla fine raggiungere i propri obiettivi, anche in quel mondo ostico che è l’editoria dei fumetti. Loro non hanno avuto nessuna spinta, nessuna raccomandazione, come spesso sentiamo denunciare dai cosiddetti “Wannabe” che si lamentano di una certa casta e di un certa cerchia ristretta che non bada alla meritocrazia. Antonio e Chiara ce l’hanno fatta ed è stato un modo di sbugiardare queste voci. Ovviamente ci vuole talento ma anche abilità nel sapersi muovere, accompagnato da tanta costanza e ossessione (sì), che sono la base di tutto per poter partire.

Claire e Malù versione La Storia Infinita

Claire e Malù versione La Storia Infinita

Da dove è nata l’idea di Claire e Malù (da qui in poi C&M)?

Chiara “Karicola” Colagrande: L’idea è nata dopo mesi di ricerca di argomenti. Un giorno, esasperata, ho fatto un sunto e ho trovato due idee. Una di queste era C&M, dopo aver visto al mio fianco la mia cagnetta. C&M era un progetto da portare in Francia ad Angoulême. Il titolo e nomi erano volutamente adattati all’editoria francofona. L’idea era però di ri-adattare l’umorismo al pubblico italiano, il primo pubblico che abbiamo sempre in mente.

Antonio “Tauro” Silvestri: Il progetto era l’ennesimo che io e Chiara “Karicola” Colagrande avevamo partorito, nel corso degli anni. Era inizialmente nato per Angoulême ed era a tavole autoconclusive. Ci fecero i complimenti, ma ci dissero che il tipo di umorismo non era adattabile per la Francia. Subito dopo c’è stato l’ARF!. Era nato quell’anno e il loro JobARF sembrava l’occasione giusta per ritentare. E ritentammo proprio con la Tunué che era un nostro sogno collaborativo da tempo. L’interesse di Massimiliano si concretizzò a pochi mesi dal colloquio, chiedendoci però di adattare quelle tavole umoristiche a un vero e proprio graphic novel.

So che siete amici. Quanto è stato importante il vostro rapporto di amicizia per la realizzazione del Graphic Novel?

Antonio “Tauro” Silvestri: Parecchio. Ci conosciamo da più di un decennio, tra i banchi dell’Accademia del Fumetto di Pescara. Siamo grandi amici, molto legati. Ne abbiamo passate tante nel mondo del disegno. Quest’amicizia è stata lavorativamente un’ulteriore positiva aggiunta alla professionalità e alla tenacia su cui ci eravamo cimentati. Non abbiamo mai litigato o avuto divergenze. I confronti sono sempre stati tanti e sempre utili. E avevamo una fiducia innata verso l’altro che – professionalmente è normale – ma in una storia del genere, dove c’è tantissimo di Chiara, sapere che mi ha lasciato “arravanare” nella stesura della sceneggiatura, è una fiducia di cui io la ringrazierò sempre e che si è cementificata proprio grazie a questa amicizia.

Chiara “Karicola” Colagrande: L’amicizia tra me e Antonio è stata la base per iniziare questa avventura fumettistica: non avrei messo questa storia in mano a nessun altro perché ci tenevo troppo e toccava punti personali che solo Antonio conosceva e poteva “raccontare”. Creare un fumetto è come fare un viaggio: puoi viaggiare solo con chi ti fidi, quindi si può fare un fumetto solo con chi ti fidi ciecamente!

Antonio, mi dici che ne avete passate tante. Che intendi?

Antonio “Tauro” Silvestri: Abbiamo fatto la nostra gavetta. La sana gavetta. E non parlo sono a carattere progettuale. Ma nel lavorare alle cose più disparate – anche se non erano nelle nostre corde – e a farci le ossa, soprattutto nel disegno. Tra centri commerciali dove venivamo pagati con biglietti del cinema per le caricature, dalle fanzine alle illustrazioni, dalle riviste alle commissioni di gente che chiedeva anche assurdità impraticabili.

Questi ora li chiamo “intermezzi”, ci hanno fatto fare le ossa soprattutto per ciò che riguarda la tenacia.

Io sono anche un vignettista satirico, ma il fumetto era qualcosa che era sempre lì. Granitico. Più forte di tutto e di tutti. Anche quando i primi progetti ci venivano rifiutati. Il marasma di esperienze passate ci ha fatto capire che la strada, per quanto poteva essere impervia, era quella.

Oggi il traguardo si chiama Claire e Malù e ne siamo fieri. Soprattutto guardandoci indietro.

Chiara “Karicola” Colagrande: C&M è uscito fuori dopo dieci anni di gavetta col disegno: caricature presso centri commerciali, disegni su riviste per ragazzi, disegni per pubblicità, collaborazioni con agenzie. Da dieci anni in questo mondo, ma sempre “dietro le quinte”, in attesa dell’idea giusta. Abbiamo fatto anni di Fiere in cui abbiamo avuto porte sbattute in faccia che non ti dico, ma anche giustamente, perché eravamo acerbi. Ogni tot mesi avevo un crollo psicologico, che so essere comune tra colleghi/e, ma, una volta passato, “stalkeravo” agenzie ed editori per far sì che tutti si “ricordassero” della Chiara “Karicola” Colagrande che da Pescara li contattava per “un appuntamento in sede” anche se questa sede si trovava in Lombardia o Veneto e per mostrare il mio portfolio. Nonostante tutto, sono contenta, però, che l’idea giusta sia venuta “tardi”: abbiamo fatto il libro giusto al momento giusto…forse, se la cosa fosse ingranata prima, avrei disegnato in maniera acerba, oppure avrei avuto un’idea meno “coinvolgente” o avrei avuto un volume tra le mani da criticare tra qualche anno… così NO: sono convinta che lo guarderò sempre con orgoglio! Soprattutto perché lo abbiamo “fortemente voluto”, con tutto il cuore. La tenacia è nostra DEA!

Claire e Malù versione 007

Claire e Malù versione 007

Diciamo che siete l’esempio di chi si fa il mazzo e alla fine riesce a concretizzare, vero?

Antonio “Tauro” Silvestri: Ci siamo fatti le ossa. Abbiamo avuto i nostri alti e bassi. Ma tutte le esperienze passate sono servite senza alcun dubbio.

Chiara “Karicola” Colagrande: Sì, ce lo siamo fatti davvero! E continuiamo: sempre professionali, sempre in movimento; basta vedere il nostro “spam” su FB dal 27 Dicembre (giorno di inizio matite) e abbiamo tenuto C&M sempre “sul pezzo” anche in mesi come Agosto XD siamo PEPPIE INSIDE (un modo di dire che una cosa o si fa bene o per niente).

Se aveste davanti il classico giovane che si lamenta dell’ambiente del fumetto: “è la solita casta, ci vogliono le conoscenze…”, che gli direste?

Chiara “Karicola” Colagrande: Direi: non devi demordere perché io e Antonio siamo l’esempio che è così.  Ovvio che ci siano delle “corsie” lavorative migliori (nel senso buono del termine), come in ogni campo, in realtà. Però chi ha un’idea GIUSTA prima o poi, se “c’è” per l’editore (e quindi si fa vedere interessato durante l’anno a delle pubblicazioni e gli fa vedere dei lavori, si fa vedere alle fiere, partecipa ai vari concorsi) e SE disegna bene, scrive in maniera interessante e ha un’idea BUONA, allora ci si riesce. Bisogna essere tenaci e precisi/professionali, leggere fumetti e informarsi sui cataloghi degli editori, muoversi e prendere appuntamenti con loro: non si può sperare di trovare lavoro in questo campo solo nella propria cameretta e con una decina di “like” sulla propria pagina e tra i propri contatti FB. L’editoria è un’altra cosa: è ESSERCI E LAVORARE sempre!

Antonio “Tauro” Silvestri: Che quelli che lui reputa casta, sono in realtà professionisti sempre in movimento e sempre in fermento. Che le conoscenze, inteso come raccomandazione solo per mera amicizia, sono una barzelletta. Nel senso che una volta si lavorava a bottega dal disegnatore tal dei tali già affermato. Che magari all’inizio ti faceva solo sgommare le matite, prima di metterti alla prova lavorativa. Oggi esistono gli studi, le scuole di fumetto (che io consiglio moltissimo) e le fiere. In ognuno di questi casi è possibile – educatamente – approcciare con il professionista che magari ti sa instradare, consigliare e valutare. Volendo anche proporre, se ci sono le qualità. Ma il lavoro alla base è personale. E sarà sempre e solo quello a parlare.

Chiara “Karicola” Colagrande: Aggiungo: la differenza la fanno le tavole, alla fine! Bisogna sempre disegnare e/o scrivere. PUNTO!

Claire e Malù versione Indiana Jones

Claire e Malù versione Indiana Jones

Come vi trovate con la Tunué?

Chiara “Karicola” Colagrande: Tunué è sempre stata una casa editrice al centro dei nostri pensieri. Tra fiere e quant’altro siamo stati sempre in mezzo alle loro pubblicazioni. Già qualche anno prima avevamo fatto un progetto (non andato in porto) proprio sulle corde delle loro pubblicazioni. Si chiamava Il Mostro. Quando abbiamo deciso di proporre a un editore italiano C&M abbiamo subito ripensato al “primo amore” e siamo stati d’accordo nel proporlo proprio a Tunué durante lo JobARF (del primo anno dell’ARF!). Ora posso dire che abbiamo fatto bene: ci stanno promuovendo benissimo il volume (e ancora non esce!) fanno tutto quello che un autore vorrebbe e stanno organizzando anche un mini-tour per portare C&M in giro per l’Italia. Io personalmente sono contenta che C&M, proprio per quanto ci tengo, sia in mano loro: essere coccolati non ha prezzo!

Antonio “Tauro” Silvestri: Benissimo! Io sono un lettore assiduo dei loro prodotti. La loro cura e tipologia editoriale è sempre stata nelle mie corde. Sono stato uno stalker del loro stand. Il primissimo progetto che io e Chiara “Karicola” Colagrande realizzammo (si chiama Il Mostro) era confezionato proprio per loro. Eravamo ancora acerbi, probabilmente. Ma l’appuntamento con loro è stato solo rimandato, come puoi ben vedere. Quando Claire e Malù è andato in porto, io e Chiara abbiamo voluto andare in redazione a Latina per firmare il contratto invece che rispedirlo via posta. Avevo bisogno della stretta di mano (nello specifico con Massimiliano Clemente, direttore editoriale), perché per me aveva un valore forte.

Ora che siamo dentro non posso che sottolineare quanto la stesura del lavoro è sempre stata professionale nel minimo dettaglio (davvero nel minimo dettaglio!) e anche quanto siamo costantemente seguiti sia nella pre che nella post produzione. Lo staff è fantastico. Gente come Massimiliano, Emanuele, Marco, Giulia e altri che compongono questa famiglia ci stanno accompagnando in quest’avventura senza mai farci sbandare. Parliamo la stessa lingua. Ed è una cosa molto appagante.

Antonio, so che tu solitamente ti occupi di Satira via web, come ti sei giostrato in questo racconto così misurato e delicato? E tu Chiara, a livello di tratto e disegno, cosa ha differenziato per te questo fumetto rispetto a come disegnavi prima?

Chiara “Karicola” Colagrande: Allora, io, come molti editori sanno, non ho un vero e proprio stile riconoscibile… ho fatto tante cose in tanti (troppi) stili diversi. E questa è una cosa “gioie e dolori” per il campo del fumetto, perché gli editor arrivavano a pensare che il mio portfolio fosse “portfolio di un’agenzia…perché ci sono troppi stili dentro!”. Magari nel campo dell’illustrazione mi ha sempre aiutato, ma nel fumetto no. Ho dovuto decidere quindi, con C&M, la direzione da prendere e quando mi è stato consigliato il mondo del fumetto francese, mi hanno detto di vedere un titolo molto famoso per i ragazzi: Lou, un fumetto che sta andando da diversi anni in Francia e che ha un target simile a C&M. Ho iniziato a studiare quello stile e a mixarlo con il tratto di altri grandi titoli come Calvin & Hobbes o Titeuf e con alcuni elementi derivanti dal mio background manga o con ciò che ho imparato nell’ultimo anno nel campo dell’illustrazione (e ciò si vede nelle prospettive sballate o nella natura disegnata in maniera irreale). Così è nato un primo disegno dove c’erano Claire, Malù e Fabrice dal tratto umoristico, ma non troppo commerciale. Era l’ideale, a mio avviso.

Antonio “Tauro” Silvestri: La satira è l’altra mia anima lavorativa. Ma nei fumetti – se devo prendere qualcosa dalla mia esperienza in quel campo – si riversa più che altro nel cercare di dosare il tempo comico o il testo della battuta. In C&M non c’è niente di satirico, ovviamente, ma c’è tanto di comico. Ecco, quelle battute magari non mi sarebbero mai uscite fuori in una determinata maniera se non avessi fagocitato tantissimi fumetti comici e poi non mi fossi allenato negli anni nelle vignette “cotte e mangiate”.

Claire e Malù con Arf!

Finito di leggere C&M mi è nata spontanea una domanda: potremmo mai rivedere queste due protagoniste ancora assieme, magari con qualche anno in più sulle spalle?

Antonio “Tauro” Silvestri: Ti rispondo subito: no. Quello che C&M avevano da dire lo dicono a pieno in questo volume. Chiara mi ha dato il permesso – e io la ringrazierò sempre – di raccontare qualcosa che ha tanto di lei. E lei mi ha dato tutto ciò che aveva da darmi e da dirmi. Farne un numero due sarebbe accanimento. Sarebbe far recitare a C&M qualcosa che non è più la loro storia o il loro ruolo. Sarebbero al nostro servizio in una maniera non più consona a quello che volevamo raccontare. Godetevi questo C&M, insomma, e se vi piacerà, vuol dire che anche Antonio “Tauro” Silvestri e Chiara “Karicola” Colagrande come autori vi sono piaciuti e saremo lieti di farci rivedere con altre storie, di sicuro.

Chiara “Karicola” Colagrande: C&M è un volume che non prevede seguiti, è una storia tra bambina e cane: non vogliamo snaturare la realtà narrativa di una situazione del genere, date le età delle protagoniste.

Claire e Malù versione Harry Potter

Claire e Malù versione Harry Potter

Pensate che C&M sia un punto d’arrivo?

Chiara “Karicola” Colagrande: C&M è un punto di arrivo, perché è uscito fuori dopo tanti sacrifici e anni di strade da scegliere e via dicendo. Quindi sì, con questo siamo “arrivati”. Ma “siamo arrivati” dove volevamo. Cioè siamo arrivati allo START per intraprendere la strada che volevamo. Quindi è al contempo il “punto d’inizio”, la MICCIA che volevamo innescare e che vogliamo far ardere a lungo. “Mi disegno sotto”, che si sappia!

Antonio “Tauro” Silvestri: Adesso sì. Perché voglio godermela. Non fraintendermi, non è presunzione, ma so quanta dedizione e quanta fatica c’è stata dietro. Tutto questo però dura l’arco di una dormita, perché il giorno dopo mi sveglio e ho già voglia di alzare l’asticella. Per me il fumetto è come il salto in alto, in fondo.

Se dovreste convincere a comprare C&M cosa direste?

Antonio “Tauro” Silvestri: Non sono un imbonitore. Ma se avessi davanti qualcuno riuscirei tranquillamente a guardarlo negli occhi, porgergli il fumetto e dirgli semplicemente “Fidati, poi mi dirai…”. Me lo leggeresti in volto che ti sto dando qualcosa in cui credo.

Chiara “Karicola” Colagrande: C&M può essere letto sotto tanti punti di vista e a tutte le età: è il fumetto che avrei voluto trovare in fumetteria. E poi ci sono un numero infinito di pulcini nascosti. Nemmeno io li ho contati!

E dopo queste curiosità ringrazio i ragazzi della disponibilità e di quanto si sono aperti in questa intervista. Attendiamo i loro prossimi lavori! 

I FIGLI DI EL TOPO – recensione

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Edito da Panini Comics, scritto da Alejandro Jodorowsky e disegnato da Josè Ladrònn, questo I Figli di El Topo è destinato a divenire un autentico caso già da come è stato concepito. Per chi non lo sapesse, Jodorowsky è un vero e proprio “regista maledetto”, che la grande industria del cinema mainstream ha fatto di tutto per bloccare e paralizzare.

Pur avendo girato film di culto e apprezzatissimi da orde di intellettuali, a un passo nello sfondare nel cinema di massa (con il progetto colossale di Dune, che per colpa di Hollywood non si concretizzò), l’ambiente del cinema lo osteggia da decenni e fa di tutto per non fargli realizzare film. Solo ultimamente è riuscito a girare due film (La Danza della Realtà e Poesia senza Fine), grazie al crowdfunding, ma sono ancora tanti i progetti mai realizzati. Tra questi, il seguito del film che lo consacrò: El Topo. Sono anni che sognava di farne un seguito, ma per l’ennesima volta trova nel fumetto un modo straordinario di sfogare la sua immensa fantasia, che non frena nemmeno a 87 anni suonati. Il volume si apre con il finale del film e racconta del primo figlio che il santo El Topo abbandonò all’inizio della suddetta pellicola. Ovviamente è essenziale aver visto il lungometraggio per poter capire la storia, ma oggi non è certo un problema grazie a internet lo si può trovare senza problemi.

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I due autori avevano già lavorato assieme nel Dopo L’incal, ma mentre quest’opera era pregna di azione frenetica e di un susseguirsi di situazioni assurde senza sosta, a discapito della caratterizzazione dei personaggi, I Figli di El Topo è sceneggiato in modo da dare ossigeno all’ambientazione e ai personaggi utilizzando davvero un taglio cinematografico.

Spesso si abusa di questa definizione ma qui Alejandro ha fatto in modo che chi leggesse avesse proprio davanti a sé delle vere inquadrature concepite per la macchina da presa. Panoramiche, primi piani espressivi, parecchie vignette “widescreen” ci fanno entrare in una sala cinematografica fatta di pagine disegnate in modo esemplare.

Ladrònn ha studiato benissimo le inquadrature del film per rispettarne l’atmosfera e il suo tratto divenuto più realistico ci immerge in questa visione di carta. Spesso rende un’espressività ai volti che lascia di stucco.

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Chi ha apprezzato El Topo deve assolutamente avere questo volume. Chi segue il culto jodorowskiano spesso apprezza i film e i libri dell’autore cileno, ma sottovaluta la sua maggiore produzione, ossia i fumetti, divenuti ormai il mezzo essenziale attraverso cui riesce a esprimersi.

I Figli di El Topo è stato ideato come una trilogia e spero che non passi molto tempo per poter leggere le altre due parti, attualmente in lavorazione. Tenete d’occhio la pagina Fb di Ladrònn!!

 

 

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