Andrea Gagliardi

Wednesday Warriors #35 – Superman: Year One #1

In questo numero di Wednesday Warriors:

SUPERMAN: YEAR ONE #1 di Frank Miller e John Romita Jr.

Bam’s Version

Inserendo “Frank Miller hates” come ricerca su Google, il testo vi verrà auto-completato in “Frank Miller hates Superman”. Dell’odio di Miller nei confronti dell’Uomo d’Acciaio se n’è discusso sin da Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, opera del 1986 che insieme a Watchmen di Moore e Gibbons rivoluzionò il concetto di supereroe per gli anni a venire.

Il Superman di Miller è sempre stato visto come servile, assoggettato dal Governo Statunitense – una chiave di lettura solo in parte corretta, dato che il suo era un compromesso necessario per mantenere la pace e proteggere i suoi compagni d’arme supereroi, messi al bando dal Governo anni prima. Quello di Miller, per alcuni, è sempre stato visto come un Superman umiliato, servo del sistema, cane da guardia di politici spaventati dall’eroe vigilante Batman, protettore degli innocenti. Superman agiva per un bene superiore, mascherato dalle bugie dei politici e dei capi di stato. Come tutti noi, almeno una volta nella vita, l’Uomo d’Acciaio si è fatto ingannare ed ha creduto in un futuro pacifico. Non bastò Il Cavaliere Oscuro Colpisce Ancora, sequel del 2001 della graphic novel originale, tantomeno il capitolo successivo, il più recente Razza Suprema del 2015. Il percorso di redenzione dell’Uomo d’Acciaio e la sua presa di coscienza del proprio ruolo nel mondo non furono capite da chi leggeva Miller, forse più concentrato a criticarne l’evoluzione artistica, le volute esagerazioni narrative o i lunghi ritardi nella produzione.

Con il debutto della linea “per adulti” Black Label, DC Comics ha approfittato dell’occasione per spingere sui propri personaggi di punta e tornare ad offrire serie a fumetti in formato prestigio dai toni sferzanti, audaci e sicuramente non convenzionali. In quest’ottica va fissato il ritorno di Frank Miller sul personaggio. Superman: Year One offre all’autore del Maryland una nuova occasione per tornare in quell’universo narrativo e raccontare le origini del “suo” Superman, accompagnato per l’occasione dai disegni di John Romita Jr.

Le 68 pagine dell’albo si aprono su Krypton, un pianeta sull’orlo della distruzione. La voce narrante appare impersonale, distaccata eppure metodica e “viva” nell’analisi delle emozioni e degli eventi che circondano il neonato Kal-El. Il narratore segue diverse prospettive: alle volte, il suo tono è solenne nel descrivere i venti del Kansas spezzati dall’atterraggio della navicella Kryptoniana, “come la Mano di Dio” che purifica il raccolto nei campi. Altre volte, si abbassa e si mescola alla voce degli abitanti di Smallville, diventa volgare e umana: Jonathan Kent prende “il bastardino” tra le braccia, chiedendosi di “cosa cacchio” sia fatto per pesare così tanto. La griglia rigida, ma mai soffocante, delle tavole di John Romita Jr. segue i primi giorni del piccolo Clark sulla Terra. La scoperta dei poteri è graduale e legata a momenti particolari della crescita di un bambino: le prime corse nei prati, accompagnate da balzi inumani; un boccone di pappa troppo caldo, che scatena la vista termica del bimbo Kryptoniano; una nottata di sonno inquieta, disturbata dal suono di milioni di creature, dalle più grandi alle più piccole, che friniscono, bubolano, gracidano, un tormento per un ragazzino che scopre il suo super-udito. Il Clark Kent di Frank Miller dorme e senza accorgersene vola lontano, risvegliandosi la mattina dopo in un campo di grano lontano. “Now, how the heck am I gonna get home?” si chiede, “Come cavolo faccio a tornare a casa?”. Il ragazzino venuto dallo spazio, caduto sulla Terra ricorda, forse non a pieno ma ricorda Krypton, sente l’istinto inconscio di volare lontano.

Le prime ventisei pagine dell’albo raccontano di un solo bambino e due famiglie – una perduta, l’altra trovata. Kal-El viaggia lo spazio in splendide tavole di John Romita Jr. per trovare una nuova casa ed un nuovo nome, la Terra, l’America, il Kansas di Clark Kent. La natura e l’educazione del giovanissimo Clark passano attraverso le parole schiette, sincere di Jonathan Kent e dei pomeriggi d’autunno passati a giocare a baseball in un campo, così come l’irrequietezza, il seme del dubbio dell’abbandono sembrano nascosti all’interno della navicella venuta da Krypton. Clark sa benissimo di essere destinato a grandi cose – l’ha sentito chiaro e tondo, come se il narratore di Superman: Year One parlasse anche a lui e non solo ai lettori. Frank Miller decide di non dare una risposta immediata e la narrazione si sposta nel futuro, verso un’età fondamentale nella crescita – l’adolescenza.

Per questa occasione, il narratore esterno si sposta in disparte, più precisamente nelle chiose ai pensieri e parole di Clark Kent. L’anno scolastico comincia all’insegna del bullismo, uno degli argomenti centrali dell’albo; prendendo in prestito una pagina dal Ragno della Casa delle Idee, Clark si trova sempre più pensieroso sulle sue responsabilità. Sente benissimo di avere il potere per fermare i bulli e dar loro una lezione, ma sarebbe giusto utilizzare le sue capacità in questo modo? L’ansia e il nervosismo sopiti si fanno sempre più evidenti, bollono e il ragazzino innocente di Smallville inizia a sviluppare insofferenza, un’aggressività tipicamente adolescenziale. Le parole e le raccomandazioni dei genitori gli stanno stretti, la sofferenza di chi gli sta intorno brucia. Metterlo “nei guai” è un modo interessante per far venir fuori l’indole altruista di Clark, che ha nei suoi migliori amici un gruppo di sfigati ed emarginati, “alieni” in un mondo normale. Anche quando il giovane mostra una briciola del suo potenziale, finendo per rompere il braccio ad uno dei bulli, la risposta è infinitamente più crudele. Clark ha disobbedito ai genitori, ha difeso i suoi amici, ha dato una lezione ai cattivi, ma alla fine ciò che gli rimane è aver ferito ancora di più chi pensava di proteggere.

Il ritmo della narrazione si fa più intenso. Come il protagonista, il lettore si trova a dover interrogare la natura di questi atti crudeli, dalle uova in faccia alle bastonate, dagli armadietti zuppi d’acqua fino all’atto estremo, un tentato stupro. Gesti estremi ma mai troppo da sembrare surreali o improbabili nel “nostro” mondo. Superman: Year One rende Smallville maledettamente reale per la sua natura bieca, nella quale i personaggi positivi si sentono accerchiati e minacciati. Per Miller e Romita Jr., la vita al liceo di Smallville è un continuo ciclo di sopravvivenza, un posto in cui oggi sei il re e domani il giullare – una visione da cliché, stereotipata ma in fondo veritiera. Il figlio di Ma’ e Pa’ Kent rompe la griglia di Romita Jr. nella prima grande splash page dell’albo. Clark vola e salva Lana Lang dagli aggressori. Quello che il “Clark umano” non poteva fare viene spazzato via nel primo atto di maturazione del “Clark superumano”, audace, folle, spontaneo, eroico. Torna il narratore esterno per descrivere al lettore la magica sensazione del primo volo di Clark Kent, il rumore del battito del suo cuore che fa sbocciare la love story con Lana, le nuvole ad un passo. La fase adolescenziale di Superman: Year One si interrompe qui.

Il rapporto di Clark e Lana Lang è una nota tenera necessaria dopo venti pagine piuttosto ciniche. Le love story non sono mai state il fiore all’occhiello di Frank Miller, ma essendo questa la loro prima esperienza l’autore si lascia andare a qualche benvenuta tenerezza tra i due, corredata da una splendida sequenza che illustra e racconta l’emozione dei primi baci tra i due. Le parole del narratore si fanno volutamente smielate ed i primi voli nell’aria del giovane Kent sembrano quasi il naturale effetto di una freccia di Cupido.
Clark matura e la rabbia sembra sbollire, le idee si chiariscono e le parole del padre acquisito – così come quelle di Jor-El – si imprimono nella mente: “Sveglia, figlio mio, sveglia. Un mondo di meraviglie ed orrori ti attende. Un mondo che ha bisogno di te, ha bisogno di essere salvato.” Dopo una lunga giornata nei campi, illuminati dal Sole, Clark confessa al padre di essersi arruolato in Marina, di aver accettato il suo consiglio e di aver necessario bisogno di conoscere il mondo che lo ha accolto. Una scelta sofferta ma responsabile, una scelta che molti ragazzi normali come lui fanno a quell’età. Non la scelta di un supereroe, ma di una persona comune che vuole dare qualcosa a chi lo ha cresciuto, vuole proteggerli e vedere il mondo.

Con una narrazione semplice, serrata ma mai tremendamente pesante o cupa, cinica – specialmente dato il contesto narrativo e la continuity in cui si inserisce – gli autori stagliano il loro giovane Superman in maniera innovativa, fresca e soprattutto nuova. Non risparmiano sui dialoghi né sull’abbondanza di pensieri e descrizioni, anche a costo di risultare ridondanti. Le linee di John Romita Jr. sono le più classiche del figlio d’arte di casa Romita: la velocità d’esecuzione può essere scambiata per superficialità, ma l’impatto delle tavole chiave dell’albo raggiungono l’effetto sperato.

Con Superman: Year One #1 Frank Miller non sembra assolutamente dare più alcun adito alla strana, bizzarra teoria del suo odio verso Superman. Semmai, questo #1 conferma quanto Frank Miller ami Clark Kent e ciò che rappresenta. Il Kansas e Smallville giocano un ruolo fondamentale nella crescita di Kent quanto la sua nascita su Krypton. Qui vero e proprio Alieno Americano, molto più che nella miniserie omonima di Max Landis, il Clark Kent di Frank Miller e John Romita Jr. rappresenta una sfida non solo alla readership tradizionale di Superman, ma soprattutto al preconcetto che si ha di Frank Miller e del suo rapporto con Superman.

Gufu’s Version

Nella letteratura di tipo seriale esistono due tipi di continuity, una ufficiale e una che potremmo definire individuale.
La seconda riguarda l’esclusiva esperienza di ogni singolo lettore ed è composta dalle storie che lui ha letto e che ha coscientemente inserito nell’elenco di quelle che egli ritiene essere il canone relativo a un determinato personaggio.
La cosiddetta continuity individuale non può quindi essere terreno per confronti specifici, né può essere base di una qualunque critica che possa definirsi anche lontanamente oggettiva, in quanto riguarda esclusivamente la sfera personale di ognuno di noi e in quanto tale è assolutamente soggettiva. Per farla breve non si può dire che un fumetto debba rispondere a determinati canoni che sono frutto di un’esperienza esclusiva.
La continuity ufficiale invece è ben altra cosa e riguarda quell’insieme di storie che il proprietario dei diritti di quel dato personaggio decide siano parte della storia effettiva dello stesso.
Superman: Year One è assolutamente fuori dalla continuity ufficiale e lo è per un motivo essenziale: quello di permettere a due degli autori più importanti della storia del fumetto di lavorare alla loro personale rilettura del mito dell’Uomo d’Acciaio senza dover sottostare ai vincoli della “burocrazia”.
Nella lettura, e nel conseguente giudizio, di Superman: Year One è quindi fondamentale tenere a mente che ci troviamo di fronte all’elaborazione di una continuity individuale, somma delle due diverse concezioni che i due autori hanno di Superman.
Possiamo chiederci quindi che senso abbia un’operazione del genere visto che, muovendosi al di fuori dei canoni dell’ufficialità, teoricamente non potrebbe incidere in maniera determinante sull’iconografia del personaggio. La risposta è tanto semplice quanto evidente anche a chi guardi distrattamente la copertina dell’albo: è scritto da Frank Miller.
E tanto basta.
Da Miller ci si aspetta sempre una rilettura che ridefinisca il personaggio in maniera determinante anche in contesti ufficiosi (vedi “Il Ritorno del Cavaliere Oscuro”), e nel momento in cui l’autore mette mano a un’icona come quella di Superman è lecito quindi pensare che vedremo qualcosa di veramente diverso dal solito e altrettanto determinante per il futuro dello stesso.
In un certo senso è proprio quello che succede in questo primo albo: questo giovane Kal-El non è l’Uomo d’Acciaio di Byrne, tanto meno quello post-Flashpoint o quello delle storie di Otto Binder e Curt Swan. Frank Miller attinge e rielabora il Superman primigenio di Jerry Siegel e Joe Shuster per ridefinirne il Mito.
In quest’ottica è fondamentale, quanto complessa nella sua intelligibilità, la scelta narrativa dello scrittore del Maryland: la narrazione in prima persona, che caratterizza gran parte della sua scrittura, viene leggermente spostata, decentrata, proponendosi non più come una soggettiva quanto come una semi-soggettiva dalle caratteristiche più cinematografiche che letterarie. Il narratore, parzialmente onnisciente, pone l’ipotetica cinepresa alle spalle dei protagonisti, descrivendoci il loro punto di vista, spostandosi da personaggio a personaggio e offrendo ogni volta una diversa angolazione del racconto: una volta è Clark, un’altra è Jonathan, poi Martha e così via…
Come è normale che sia, gran parte del racconto si svolge dalla prospettiva del piccolo Kal/Clark mostrandocelo come già cosciente al momento della tragedia di Krypton e durante la solitaria traversata del cosmo fino all’arrivo sulla Terra: questo espediente permette al lettore di vivere assieme al piccolo Kal-El la tragedia della perdita dei genitori che si somma all’esperienza della più assoluta solitudine vissuta durante il viaggio interstellare. L’arrivo sulla Terra quindi si disvela ai suoi/nostri occhi come una vera e propria salvezza, carica di luce – il sole che dona al Kryptoniano i suoi superpoteri – e di vita, in contrasto con la sterilità asettica di Krypton.
Miller enfatizza, forse anche eccessivamente, il rapporto tra i sensi supersviluppati di Clark e il mondo che lo circonda, un mondo talmente vasto e interessante che non può fare a meno di mettere il nostro eroe nella prospettiva di chi vuole esplorarlo.
Tutto il racconto è talmente permeato da questa soggettività che il duo di autori sceglie di mettere in secondo piano ogni velleità di realismo: ad esempio l’arrivo del bimbo viene accettato da Martha con un’incredibile nonchalance e non si fa cenno alle pratiche di adozioni con le relative giustificazioni. La stessa Smalville viene descritta come un luogo che non esiste e non è mai esistito nella realtà degli Stati Uniti, è più un’icona, un luogo idealizzato, che non la rappresentazione di una vera cittadina del Midwest.
Tutta la prima parte dell’albo è smaccatamente naif e tradisce un ottimismo che Frank Miller raramente mostra nelle sue opere: a differenza di gran parte delle altre “storie di origini” qui, come nella prima versione scritta da Siegel e Shuster, Clark ha i superpoteri sin da piccolo. Questo però non lo rende un piccolo dittatore crudele come mostrato, in un’ottica decisamente plausibile, da Rick Veitch nel suo Maximortal; il Clark Kent di Miller non diventa “buono” per via dell’impossibilità di accedere ai propri superpoteri prima di subire l’educazione genitoriale, come invece accade dal Man of Steel di Byrne in poi, ma lo diventa per scelta, perché così viene cresciuto ed educato dai genitori adottivi: i due accettano la diversità del figlio senza alcuna paura – e con un rigore morale che sa molto di “American Way of Life” – descrivendo un percorso formativo diverso da quello visto, ad esempio, sugli X-Men o sullo stesso Man of Steel di Zack Snyder.
Qui i superpoteri sono un dono e non una maledizione da temere.
Questo velo di ingenuità viene però strappato, verso la metà della storia, da un’invasione perentoria di una realtà molto meno idealizzabile, un punto di svolta significativamente crudo che ha fatto sollevare non poche sopracciglia nel mondo della critica statunitense e che è sottolineato dall’unica spread page che JRJR si concede in tutto l’albo. R
ileggendo le prime pagine alla luce di questo avvenimento si nota come Miller e Romita avessero inserito, quasi subliminalmente, degli indizi – un sottotesto inquietante – che lasciavano percepire una realtà non così idilliaca come può sembrare inizialmente. Si tratta, in tutta evidenza, della prima vera battaglia “per la Verità, Giustizia e tutto il resto”: è il primissimo passo di Clark Kent per diventare quell’icona eroica e supereroica che è Superman, il primo capitolo di un racconto di formazione che assume i contorni del Grande Romanzo Americano che ogni scrittore statunitense ha nel cassetto.
La narrazione prosegue compassata per tutte le 64 pagine e lo stesso Romita Jr imposta la sua gabbia nel modo più ordinato possibile, evitando tagli e inquadrature ardite cadenzando un ritmo costante e privo di rilievi significativi pur restando, grazie alla sintesi raggiunta da JRJR negli ultimi anni, una lettura agevole nel suo complesso. Probabilmente delle chine più corpose, rispetto al tratto esile di Danny Miki, avrebbero giovato in un’ottica di maggior tridimensionalità e forza delle immagini, ma il lavoro dell’inchiostratore risulta comunque adeguato al tono ricercato dall’opera.
Il Superman di Miller e Romita Jr si presenta in questo primo capitolo come un’interessante atto di fedeltà e amore per il personaggio originale, sebbene privo di quella carica simil-socialista che caratterizzava i primi numeri di Action Comics poi ripresa da Grant Morrison nel 2011, dove la prospettiva originale viene ribaltata: se il Clark Kent goffo, imbranato e pavido era la rappresentazione di come Kal-El vedeva gli esseri umani, qui quella prospettiva è introiettata e gli autori ci mostrano il punto di vista del Kryptoniano, alieno come poche volte prima d’ora, sulla fragilità umana di chi lo circonda.

First Issue!

EVENT LEVIATHAN #1 Di Brian Michael Bendis e Alex Maleev

Ci sono oggettivamente pochi team creativi in grado di tenere in piedi un intero albo composto principalmente da un dialogo e uno di questi è sicuramente quello composto da Bendis e : se c’è una cosa che un aspirante scrittore di fumetti può e deve imparare da Bendis è proprio la sua capacità di costruire dialoghi credibili in maniera estremamente intelligente. Questi non si sovrappongono mai a quanto già raccontato dai disegni e, laddove non forniscono elementi di intreccio, aggiungono profondità ai personaggi senza che questi ultimi “spieghino” in maniera didascalica loro stessi.
LEGGI LA RECENSIONE COMPLETA QUI

Wednesday Warriors #32 – Da Doomsday Clock a Heroes in Crisis

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

DOOMSDAY CLOCK #10 di Geoff Johns e Gary Frank

«Sto pensando a come il nostro universo debba apparire da una prospettiva super-dimensionale. Piatto. Completo. Eppure con infiniti inizio e fine. Sempre diverso.  La storia è lineare, ma posso saltare da una pagina all’altra. Seguendo un ordine e una direzione qualsiasi. Avanti nel tempo, verso la Conclusione. Indietro, verso la scena iniziale. I personaggi non sembrano consapevoli di essere osservati da me, ma i loro pensieri sono trasparenti, contenuti in nuvolette senza peso. È così che il continuum bidimensionale appare ai vostri occhi. Immaginate come deve sembrare il vostro mondo 3-D a me.
Le vostre pagine già scorse, le vostre continuity future. Conosco le vostre origini. Le identità segrete che nascondete persino ai vostri cari. Posso leggere i vostri balloon di pensiero. So cosa avete in mente di fare

Parlare di Doomsday Clock #10 con una citazione tratta da Multiversity #4 dev’essere una sorta di contorto loop mentale – due opere scritte da autori profondamente diversi, accomunati dall’incredibile rilevanza storica e narrativa dei propri contenuti. Entrambe le opere sono altrettanto accomunate, però, dal loro punto d’origine, dall’analisi e cura nella dissezione delle formule, tematiche e strutture del colosso del fumetto che li ispira, Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons.

Ma se la Pax Americana di Grant Morrison e Frank Quitely propose una ri-narrazione di Watchmen, una sua visione alternativa, una distorsione dell’opera prima, Doomsday Clock ha saputo evolversi e camminare lontano dal tracciato di Moore e Gibbons, offrendo un vero e proprio seguito ad un fumetto che, di sequel, non ne aveva bisogno. Il giorno del suo annuncio, Doomsday Clock spaccò il pubblico in due: l’inserimento dei personaggi di Watchmen e soprattutto del Dottor Manhattan nella continuity tradizionale DC Comics fece gridare allo scandalo – ultima mossa di una disperata (?) direzione editoriale senza più inventive ed idee; allarmismi e dichiarazioni sciocche, figlie di chi legge di fumetto ma, concedetemi il termine, non lo capisce mai fino in fondo.

Con soli due numeri a separare la storia dalla conclusione, Geoff Johns e Gary Frank pongono il Dottor Manhattan al centro del palcoscenico, assoluto protagonista di questo imponente decimo numero. La storia comincia con una delle tante sottotrame che il team creativo ha costruito lungo il corso della storia – la vita di Carver Coleman, attore della Golden Age Hollywoodiana ed interprete del personaggio Nathaniel Dusk, investigatore pulp degli anni ‘30. Fino ad oggi, Coleman non aveva avuto particolari interazioni con l’Universo DC. La sua presenza nella trama sembrava marginale e, in certi passaggi, addirittura invadente – eppure, l’arrivo del Dottor Manhattan nel “nostro” Universo DC cambia la vita di Carver Coleman. Come un angelo custode, Manhattan sfrutta la sua onniscienza multiplanare per ritoccare la vita di Coleman, guidandolo nel suo percorso.
Johns semina i primi indizi: Manhattan misura i suoi poteri, mettendoli in diretto contatto con elementi esterni al suo mondo. “La galassia meno complicata” diventa alterabile e malleabile e, lontano dal giogo di Moore e Gibbons, Manhattan assume un ruolo metanarrativo andando ad intervenire direttamente nella vita di un personaggio reale, basato e rielaborato a sua volta da una creazione a fumetti di Don McGregor e Gene Colan. “Nathaniel Dusk” assume dunque un ruolo fondamentale in “Doomsday Clock”.

La griglia a nove vignette Watchmen-iana sembra, mai come in questo numero, stare stretta a Gary Frank, che gioca con le inquadrature, il movimento dei personaggi e il loro posto nell’Universo proprio come Manhattan. La narrazione diventa serrata, la mente dell’Uomo elevato a Dio fugge in continuazione attraverso il flusso temporale, risucchiato e attirato dall’arrivo del primo Supereroe. Il 18 Aprile 1938, un Uomo d’Acciaio distrugge un’auto contro una roccia, un’immagine che tutti abbiamo impressa nella mente, che decora la copertina di “Action Comics” #1, la prima apparizione di Superman. Quel giorno, il Dottor Manhattan era presente. Il lettore volta pagina ed assiste alla nascita di un Universo, ancora al fianco di Manhattan. Nasce la Justice Society Of America: Alan Scott, Jay Garrick, Jim Corrigan, Wesley Dodds assumono le loro identità segrete, ispirate dall’arrivo dell’Azzurrone. Qualche vignetta dopo, più nulla. L’Uomo d’Acciaio debutta ancora – 1956, poi 1986, poi ancora, avanti con gli anni, osserviamo Superman rinascere dopo il Flashpoint. Il Dottor Manhattan di Geoff Johns e Gary Frank è testimone di ogni singolo avvenimento…e non riesce a darsi una spiegazione.

Come un lettore frustrato, incapace di venire a capo di un mistero multidimensionale, Manhattan osserva l’Universo fermarsi e ripartire, annullarsi e trasformarsi, Crisi dopo Crisi, evento dopo evento, Superman dopo Superman: l’unica costante di un mondo in costante cambiamento. Per un essere che ha trasceso il concetto di umanità, osservare l’Uomo d’Acciaio potrebbe sembrare quasi un affronto. Perché tutto sembra tornare a Superman? Perchè, nonostante i più grandi cambiamenti e le più piccole divergenze, Superman resta al centro di un intero Multiverso.

Come il Capitan Atom di Grant Morrison in Pax Americana, il Dottor Manhattan di Geoff Johns e di Doomsday Clock osserva l’Universo DC come il lettore sfoglia le pagine di un fumetto. Ma Pax Americana lavorava nei termini Multiversali istituiti da Morrison e perdipiù non veniva apertamente sfidato dalla sola presenza di un Superman. In Doomsday Clock, Manhattan si dimostra umano e capriccioso: gioca con la linea temporale, disfa un Universo in suo nome per osservarne la reazione scientifica. Come l’orologiaio che rappresenta, Manhattan smonta i pezzi di un meccanismo perfetto per riposizionarli a suo piacimento, osservando gli ingranaggi incastrarsi, incepparsi e smettere di funzionare per poi ripartire, trovando la loro quadratura.
La creazione del concetto di Metaverso non è da sottovalutare – le teorie postulate da Johns in questo numero cambiano radicalmente la visione del Multiverso DC Comics. L’autore sfrutta il suo ruolo e, in questo costante via-vai metanarrativo, agisce tramite Manhattan. Deduzioni e ritocchi di una penna che scrive un fumetto ancora non pubblicato diventano azioni tangibili ed esperimenti di un personaggio su carta. Le forme, i muscoli e i movimenti della matita di Gary Frank incontrano il risultato e la reazione una volta inseriti all’interno delle vignette.

Doomsday Clock #10 arriva dopo giorni, mesi di ritardo nelle fumetterie statunitensi – il lettore non sa che, una volta aperto, la propria concezione delle macrostrutture di un universo narrativo a lui caro stanno per essere rivoluzionate. Sebbene possa sembrare esagerato parlare così di sole trenta pagine, Johns e Frank consegnano alla storia un numero eccezionale, narrato sapientemente, che chiude fili lasciati sospesi anni addietro, spiega con maestria e dovizia di particolari la storia di uno scontro destinato a scuotere le fondamenta di quello stesso universo narrativo. L’Oggetto Inamovibile contro la Forza Irresistibile, il Dio Inerte contro l’Uomo d’Azione. Il Dottor Manhattan contro Superman… sublimazione e legittimazione della fan-fiction.

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #9 di Tom King e Clay Mann

Perché SÌ

Una crisi che non è una Crisi
Un fumetto con i supereroi che non è un fumetto di supereroi
Un evento che non è un Evento.

O, quantomeno, Heroes in Crisis non è quel tipo di evento che l’ufficio marketing di una casa editrice come la DC Comics è preparato a gestire.

Il nono e conclusivo numero della miniserie di Tom King e Clay Mann ha decisamente diviso pubblico e critica, contando una significativa maggioranza di pareri e commenti negativi. Al momento in cui scrivo, infatti, raccoglie un poco edificante 5.6 su Comicbook Round Up (il Rottentomatoes dei comics) è diversi commenti negativi dei fan sui social (uno dei quali lo abbiamo fatto articolare proprio qui sotto da Alessandro Altosole).

I motivi di tale scontento sono molteplici e, a volte, anche argomentati ragionevolmente, ma possono essere riassunti in due parole: aspettative tradite.

Abbiamo una storia che è stata pubblicizzata come il più classico dei maxi eventi proposti periodicamente dalle major; la stessa parola “Crisis” in DC è sinonimo di conflitti epocali e trame dalle proporzioni ciclopiche. Generalmente queste storie vengono precedute da un’intensa campagna promozionale che introduce e spiega gli eventi a venire, una serie di introduzioni che preparino il pubblico: miniserie, anteprime, tie-in e tutto il corollario che il fan del fumetto supereroistico conosce bene.
In questo caso è stato invece anticipato davvero poco: l’esistenza di questa struttura supersegreta, chiamata Sanctuary, destinata al trattamento psichiatrico di eroi e criminali vittime della loro stessa vita sopra le righe.
Ad aggiungere sconcerto e confusione, il primo albo si apre con la distruzione della stessa e ci mostra i risultati di una carneficina: non vengono spese pagine per spiegarci i dettagli sul funzionamento del santuario, né, come le regole del whodunit imporrebbero, ci vengono dati indizi sulla scena del delitto e sui possibili colpevoli. E questa “mancanza di appigli” procede per tutti i successivi otto albi. A complicare ulteriormente il tutto abbiamo una trama principale imperniata sui viaggi nel tempo e che vede protagonisti due versioni identiche dello stesso personaggio. Un vero e proprio mal di testa.

Questa anticonvenzionalità ricercata si riflette anche nell’uso che i King e Mann fanno del linguaggio fumetto, una fuga dalla descrizione didascalica in cerca di un racconto imperniato sull’ellissi, o se preferite sulla Closure. In questo caso valgono anche qui le considerazioni già fatte precedentemente per Batman QUI .

Il risultato finale è così destabilizzante da far scrivere a uno dei miei contatti social, uno dei detrattori di cui sopra, la seguente frase:
“…non mi sento a casa, non esiste alcun punto di riferimento, è tutto straniante, distorto, rielaborato. Ma nessun grande fumetto supereroistico degli ultimi decenni è stato scritto in questo modo.”

Questa, che vuole essere una dura reprimenda nei confronti delle scelte del team creativo di Heroes in Crisis, si trasforma ai miei occhi in una delle più edificanti chiavi di lettura della serie e di questo ultimo numero potenzialmente rivoluzionario.
Al netto dei citati errori grossolani di promozione e del nostro gusto personale che ci fa apprezzare o meno questo fumetto, non si può non ammettere il fatto che Heroes in Crisis abbia, di fatto, introdotto un nuovo paradigma nel fumetto supereroistico.
Il super-eroe è anche super-vulnerabile e il suo destino, il dato che lo definisce in quanto eroe, non è più quello del sacrificio quanto quello di venire a patti con le proprie debolezze.
C’è qui un bizzarro parallelo con il Captain America di Endgame: anche lì l’eroe smette di essere tale, di sacrificare i propri bisogni sull’altare di un bene superiore, e sceglie di concludere la sua vita in maniera completamente umana. Parimenti, nella miniserie di King e Mann, l’eroe viene convinto a non commettere il sacrificio finale ma a confrontarsi con le conseguenze della propria fallibilità.
“Convinto” qui è la parola chiave: non c’è un villain classicamente inteso e la risoluzione della trama non passa per una scazzottata più o meno grossa. Siamo di fronte a una dinamica inusuale – sebbene non inedita – che trova il suo precedente nell’Identity Crisis di Brad Meltzer e Rags Morales. Non a caso anche quest’opera, alla sua uscita, ricevette critiche durissime (che convinsero Meltzer a tornare alla narrativa) per poi essere rivalutata ai nostri giorni.
Se Watchmen aveva postulato l’impossibilità per il supereroe di essere sano di mente Heroes in Crisis propone la possibilità di una cura: che consiste nel tornare pienamente umani. Che è sostanzialmente una delle chiavi di lettura di un’altra opera di Tom King: Mister Miracle
Non si faccia però l’errore di considerare Heroes in Crisis come “l’opera di Tom King”, il lavoro di Clay Mann e Tomeu Moray è ben più di una semplice interpretazione dello script ma si distingue come determinante nella resa finale tanto da “costringere” due artisti di rilievo come Lee Weeks e Mitch Gerads, ospiti in alcuni capitolo della serie, ad attenersi alla linea impostata dal talentuoso disegnatore di Orlando.
Clay Mann, finalmente svincolatosi dal fardello delle influenze di Oliver Coipel, riesce a modulare i canoni del fumetto supereroistico in funzione di una narrazione più compassata ed emotiva facendo leva sul linguaggio del corpo e sull’espressività dei volti – fondamentali nelle sequenze del confessionale – e sfruttando la profondità di campo per illustrare dei campi lunghi alla John Ford. Il lavoro di Morey, sopratutto in questo ultimo numero, parte quasi sempre da una base giallo/arancio caratterizzata da forti luci e ombre sfumate, che amplificano il tono crepuscolare della storia.
Heroes in Crisis è una storia che avrebbe potuto fare La Storia, che avrebbe potuto operare un cambiamento determinante nel raccontare il fumetto supereroistico, ma che non lo farà, così come non l’ha fatto Identity Crisis. Il motivo principale, a mio parere, è che manca un determinante primo livello di lettura, quello più superficiale ma non per questo meno importante, fondamentale al lettore per “entrare” nell’opera, che lo convince a rileggere per poterne poi afferrare i significati profondi.
Ma fu Howard Chaykin in un’intervista di una ventina di anni fa a dire “chi l’ha detto che un fumetto deve essere facile da leggere?”

Extra Version

Perché NO (di Alessandro Altosole)

“Puddlers skin the molten metal, remove the impurities so the iron can be strong”
“Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.”

La trinità DC è nata durante la Golden Age, periodo in cui i supereroi erano esseri perfetti che dovevano non solo salvare vite ma anche e sopratutto essere fonti di ispirazione per il comune cittadino. Dopo gli anni 40 si è sentita l’esigenza di andare oltre quella formula e si è spinto sempre più verso l’umanizzazione del supereroe, arrivando oggi a quello che il buon Gufu ha definito in varie occasioni come “nuovo umanesimo supereroistico”.
Ma i supereroi vogliono essere umanizzati? Possono permetterselo? O diventare troppo solo simili a chi devono salvare finisce per danneggiarli? Queste sono le domande che Tom King si è posto nel corso della sua personale Crisi DC, nel mentre ci mostra cosa succedeva dentro il Santuario e come mai si è arrivati ad un massacro dei suoi pazienti.

La trinità di King si rivela figlia succube del proprio tempo. Non può concepire l’esistenza del difetto perché il supereroe deve essere perfetto se vuole salvare vite e ispirare i più deboli.
E se poi il problema emerge lo stesso bisogna essere capaci di non farlo percepire, perché se la sostanza manca quantomeno si può compensare con l’apparenza.
Si può quindi capire molto bene quanto affidare la realizzazione di una struttura di aiuto psicologico a Batman, Superman e Wonder Woman sia l’equivalente di far costruire un palazzo ad un criceto. Magari ci riesce, ma è molto probabile che le fondamenta crollino al primo soffio di vento.

Ed il santuario che ci presenta Tom King è appunto prodotto di tutte queste distorsioni.
La struttura è isolata, il personale medico assente ed il contatto umano inesistente.
Ogni eroe è lasciato in balia di se stesso, alla ricerca autonoma di una soluzione al proprio problema, nel mentre l’unico contatto che ha è con dei robot e un’IA. L’esatto opposto di ciò che dovrebbe essere un vero servizio di assistenza psicologica insomma e per questo destinato ad essere teatro di una tragedia.
Una tragedia che però non smuove più di tanto la situazione. La JL fa partire subito la caccia all’uomo, perché necessita di un cattivo da punire. “our hope for redemption is now another hunt for vengeance” dice Batman, a dimostrazione del fatto che la trinità in un primo momento non riesce a fare autocritica.
E quando poi Superman decide di rivelare l’esistenza del santuario, appare evidente quanto si trovi a disagio nel farlo e nello spiegare che anche gli eroi hanno a volte bisogno di aiuto, arrivando addirittura a bloccarsi a metà discorso.
Nemmeno il “killer” sfugge a questo destino. Unico/a che si accorge delle contraddizioni alla base del Santuario, non riesce comunque ad aprirsi al confronto con altre persone, finendo per farsi la psicanalisi da solo/a, in un’ultima degenerazione di questa incapacità chiedere ogni tipo di aiuto.

In questo senso il lavoro di King è ottimo. Approfondisce quanti più pazienti possibili, cerca di dare il giusto spazio a ogni vittima e fa capire poco a poco al lettore che qualcosa non va, anche se probabilmente pecca nel mostrare troppo spesso un certo personaggio, facendo capire troppo presto chi possa essere stato.
C’è poi apparentemente un’eccessiva fretta con cui King tratta il miglioramento dei due sospettati.
Booster e Harley infatti trovano persone disposte ad aiutarli, a sentire il loro punto di vista, a far loro da spalla su cui appoggiarsi, e come se nulla fosse stato tornano magicamente alle loro vecchie personalità, come se si fosse premuto il bottone del reset.
La spiegazione finale poi usa/abusa di Booster, riempendo l’ultimo terzo di questa storia con viaggi nel tempo, paradossi e tecnologie futuristiche, che complicano la trama in modo inutile senza nemmeno che riesca poi a tornare effettivamente tutto in modo esatto (come è ovvio che sia quando si fa operazioni di questo tipo in continuity), giusto per darci un punto fermo in attesa di capire dove, come e quando qualcuno porterà avanti quanto narrato in queste miniserie.

Tutti questi difetti però hanno come minimo comune denominatore la fretta, il voler infilare tante roba, forse troppa, in una miniserie di solo nove numeri, palesemente inadatta a contenere insieme tutti i temi e le linee narrative che King e la DC hanno cercato di spremere.
Emblematica in questo senso è l’esplosione di confessioni che vediamo nel numero finale, con decine di eroi che compaiono e che dicono cose che nemmeno sono traumi (Catwoman dice solo “meow” ).
Probabilmente in una forma diversa King avrebbe potuto approfondire il tema in maniera decisamente diversa, prendendosi il giusto tempo e dando a ogni personaggio ed a ogni linea narrativa lo spazio che si meritava.
Ma come ci dice King a fine storia, dobbiamo guardare a quello che abbiamo, e Heroes In Crisis è un po come il Santuario di cui racconta la fine. Tante belle intenzioni che per un motivo o per un altro finiscono per portare a chi lo ha ideato più grane che lodi.

Wednesday Warriors #31 – Da Batman a Daredevil

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

AQUAMAN #48 di Kelly Sue DeConnick e Viktor Bogdanovic.

Con la minaccia salina di Namma alle spalle ed un primo, solido arco narrativo a fare da sostegno per il futuro, Kelly Sue DeConnick da il via al nuovo story-arc di Aquaman con le brezze estive alle porte e un personaggio da ricostruire. Ferito, steso su un freddo tavolo, lontano da Atlantide e circondato da antiche e dimenticate divinità marine, “Andy” si trova a dover fare i conti con gli ultimi sviluppi di trama – il Campione dell’Oceano deve trovare un modo per colmare i vuoti della sua memoria.
I sottotesti mitologici portati da Kelly Sue DeConnick hanno completamente rivitalizzato la testata. L’autrice ha infuso un’aura mistica e affascinante al personaggio, colto al centro di una vera e propria guerra segreta tra le antiche forze oceaniche, una narrazione diametralmente opposta alla comunque solida scrittura di Dan Abnett, più concentrato sugli aspetti politici del personaggio. La DeConnick ha saputo modellare un intero pantheon senza intaccare il mythos del Re di Atlantide, proponendo un’ambientazione completamente nuova, co-protagonisti adatti e un mistero di fondo che sapesse scuotere il personaggio dalle fondamenta. Mai come in questa occasione, l’allontanamento dalle vicende Atlantidee e dalle sue meccaniche narrative – che, come già detto, Abnett aveva spremuto all’osso – hanno giovato particolarmente ad Arthur “Andy” Curry, naufrago senza memoria, adottato dagli abitanti di una misteriosa isola.
Dopo aver lavorato con un personaggio “vergine”, la DeConnick decide in questo story-arc di riportare Aquaman al suo vecchio status quo. Il protagonista della serie si imbarca in un viaggio abissale ed onirico, tra le fauci di un gargantuesco megalodonte: Madre Squalo, protettrice dei ricordi delle vittime del mare e custode dunque delle memorie perdute di Arthur Curry. Anche in questa occasione, è ammirevole notare la dedizione dell’autrice nell’inclusione di richiami mitologici reali nella narrativa di Aquaman. Lo Squalo come divinità – o come figura mitica – è presente in diverse culture, principalmente in quella Hawaiana. Non ci troviamo di fronte a niente di rivoluzionario, ma è corretto sottolineare come l’autrice stia cercando, riuscendoci, di diversificare il suo Aquaman rendendolo parte integrante di una cultura oceanica globale.
Il debutto di Mother Shark segna anche l’arrivo del secondo disegnatore, il Capulliano Viktor Bogdanovic. Le figure slanciate, taglienti segnano un cambio di stile brusco, ma non traumatizzante, dallo stile più morbido e dinamico di Robson Rocha – che tornerà con il terzo arco narrativo. Bogdanovic, già fattosi notare su serie come New Super-Man e Action Comics, mostra una discreta evoluzione mettendosi alla prova con elementi inediti al suo repertorio: momenti più silenziosi e riflessivi si alternano a grandi splash page “illustrative” con un buon ritmo.

Aquaman #48 rappresenta un’importante svolta e l’inizio di una fase cruciale per l’intera trama sviluppata da Kelly Sue DeConnick. Le ottime premesse costruite nella saga precedente forniscono adeguato supporto a questa nuova fase narrativa, che ha tutte le carte in regola per proseguire nel percorso di “ricostruzione” del personaggio.

DAREDEVIL #5 di Chip Zdarsky e Marco Checchetto.

Hell’s Kitchen non è più come una volta – o forse è il suo custode ad essere profondamente cambiato? Questa domanda rappresenta il fulcro dei primi cinque numeri di Daredevil.
Dopo un tragico incidente, Matt Murdock è stato costretto a continuare il suo sentiero di dubbio, scarsa autostima, rabbia repressa e cattive scelte. Senza mettere da parte la crescita interiore e i forti scossoni subiti dal personaggio in Man Without Fear di Jed MacKay, Chip Zdarsky e Marco Checchetto si sono rimboccati le maniche per consegnare ai lettori la peggior versione di Devil possibile. Sia chiaro però che questa affermazione trova riscontro non nella qualità effettiva della serie, tuttalpiù nel vero e proprio nucleo narrativo dell’arco narrativo Know Fear. Dopo l’esperienza pre-morte attraversata, Matt Murdock ha finalmente conosciuto la paura. Paura di sbagliare, di non essere all’altezza del proprio compito, di diventare vittima delle proprie, irrefrenabili pulsioni violente. Come già accennato, New York ed Hell’s Kitchen sono profondamente diverse: sotto il controllo del Sindaco Wilson Fisk, la caccia a Daredevil è diventata più intensa e feroce. La tensione artificialmente costruita da Zdarsky traspare dalle pagine – Daredevil si trova più volte braccato dal NYPD e dal nuovo Commissario e, allo stesso modo, la comunità supereroistica è sempre più preoccupata del modus operandi del Diavolo. È straordinario notare come la semplice instillazione di un dubbio, legittimo, abbia saputo scatenare una reazione effetto domino, capace di mettere in discussione la caratteristica fondamentale di Daredevil: cosa succede all’Uomo Senza Paura quando quest’ultimo ha paura di se stesso?

Metodica ed ansiogena, la scrittura di Zdarsky in questo primo arco narrativo praticamente perfetto squarcia il personaggio con una lama affilata, lanciandolo in una spregiudicata e pericolosa corsa nella notte Newyorkese. I pensieri di Murdock sono quelli di un uomo in balia della sfiducia e dell’ansia ma questo status travagliato non si riflette nelle potenti tavole di Marco Checchetto. L’artista italiano sembra aver fatto tesoro delle sue esperienze nel mondo urban Marvel: la sua New York e il suo Diavolo sono sporchi, sanguinanti e pronti a prendersi a pugno a vicenda. La colorazione di Sunny Gho si sposa perfettamente ai corpi dettagliati in fuga attraverso i vicoli di Hell’s Kitchen. L’azione rocambolesca sa quando far respirare ed i ritmi sono perfetti – la costruzione dell’ultima pagina è potentissima ed efficace, un momento di respiro per Devil e per il lettore; eppure, ancora, per il Diavolo Custode non sembra esserci pace.

Gufu’s Version

BATMAN #71 di Tom King, Mikel Janin e Jorge Fornes

Premessa: questo articolo è corredato di alcuni brani presi dall’intervista rilasciata da Tom King a Hollywood Reporter

Quante volte, nella vita di tutti i giorni, ci è capitato di risolvere un problema prendendolo a pugni? A me, personalmente mai, sebbene un paio di volte ammetto di averci provato. Credo che ci siano delle situazioni che possono richiedere metodologie così drastiche, tipo quando si è vittima di un’aggressione o si vuole vincere il titolo mondiale dei pesi massimi, ma credo che possiamo essere tutti d’accordo quando sosteniamo che “prendere a pugni cose e persone” non è la prassi standard del problem solving.
Nel mondo dei supereroi invece è così.

“Batman è l’eroe per eccellenza. Risolve ogni crimine; non puoi affrontarlo con una cosa semplice. Un piano per sconfiggere Batman deve essere stratificato; devi essere sei passi avanti a lui, perché è già cinque passi avanti. Ecco perché ha così tanti strati. Batman sconfigge Bane con una testata [nel #20], ma no – perché non è così che funziona.”

“Voglio dire, non è l’istinto più maturo: ‘Non importa chi mi affronterà, li prenderò a pugni’. Questo non funziona nel mondo reale. Il mondo reale richiede a volte di mostrare le tue vulnerabilità, e il mondo reale richiede che tu ti appoggi alle persone a volte, e ti richiede di commettere errori e di tornare da loro. Questo è ciò che gli sto lanciando contro. Richiede questa ridefinizione di ciò che Batman può essere, e ciò che può insegnarci di noi stessi. Gli permette, come ha fatto per anni, un modo migliore di essere, una via d’uscita che è meglio della semplice vendetta.”

Questo è solo uno dei tanti capisaldi del fumetto superomistico che Tom King e soci stanno scardinando in questa discussa run di Batman.
Vediamo gli altri:
L’assunto preferito dei fan dell’Uomo Pipistrello è quello che dice “Batman vince sempre”. Sempre, senza possibilità di scampo, senza se e senza ma. Che è l’estremizzazione di un canone del fumetto d’azione che non può fare a meno del proprio protagonista, in quanto nella maggior parte dei casi una sconfitta equivarrebbe alla morte dell’eroe.
Il Batman di King subisce continue sconfitte (o quantomeno non vince) da circa un anno se non di più. Anzi, ad osservare bene tutta la run dal primo numero del 2016 a oggi, probabilmente il Nostro non ha mai davvero vinto una volta.
Ed è proprio in questo episodio che questo ci viene detto in maniera forte e chiara per bocca di Alfred.

“Per me, l’arco ‘Knightmares’ era il più importante, forse dell’intera serie. Qui è dove abbiamo, in un certo senso, ‘slegato’ Batman. Abbiamo portato via la sua difesa. Il punto è che Batman non dubita mai della sua causa. La fine di “Knightmares” – la rivelazione che fosse quasi felice, che ce l’avesse quasi fatta, ma è stato il suo voto [quello di vendicare la morte dei suoi genitori] che gli ha impedito di esserlo – questo, per me, è: ‘Ora è vulnerabile’. Ora ha dei dubbi.”

Quello del linguaggio è un altro punto nodale: il fumetto popolare, o mainstream se preferite, esige che quanto è più vasto il tuo pubblico tanto più devi rivolgerti al suo minimo comun denominatore. Essendo Batman la testata di punta dell’intera DC Comics è obbligatorio che tutto venga raccontato in maniera estremamente esplicita e chiara anche al lettore più distratto. Se quindi su un personaggio di seconda o terza fascia si può e si deve giocare con la forma, sui fumetti ad alta tiratura queste “sperimentazioni” vanno contenute e ragionate all’interno di un contesto che sia comunque chiaro a tutti.
Questo non succede e non è successo nel corso dei precedenti 70 numeri e non succede nemmeno in questo settantunesimo: sebbene la narrazione degli eventi sia dilatata, King utilizza questo spazio per aumentare l’esposizione a discapito della spiegazione. Ogni dialogo racconta poco o nulla sottintendendo contenuti diversi, ogni passaggio è suggerito e raramente mostrato.

Questi fattori fanno sì che il percorso su due binari, illustrati uno da Janin e l’altro da Fornes, risulti spiazzante e costringa il lettore alla faticosa opera di “unire i puntini”, del cercare di capire il prima e il dopo e di leggere nei volti disegnati dai due artisti dei contenuti che non sono esplicitati in altro modo. Fornes ci disegna un Batman col capo chino e le spalle afflosciate, a un passo dalla sconfitta fisica ma già presente in nuce sin dalla prima tavola; Janin invece mostra il lato muscolare del protagonista e la rabbia visibile del volto sotto la maschera.
Per riprendere un parallelo con le nozioni di armonia possiamo dire che tutto l’albo è una nota sospesa che non trova risoluzione, non la soluzione attesa, non quella a cui decenni di letture di supereroi ci hanno preparato, l’ultima pagina dell’albo è una “cadenza dell’inganno”. Rimanda a una risoluzione vera che non sappiamo quando arriverà. E a questo punto non siamo sicuri se arriverà o meno.

 

Perché andiamo al San Beach Comix

La locandina dell’ultimo Ascoli Comics & Games.

Chi conosce l’Associazione Culturale Dimensione Fumetto – associazione che sta dietro a questo sito che tanto vi/ci appassiona – sa quanti sforzi e quanto lavoro abbiamo profuso negli ultimi 25 anni nella promozione e nella divulgazione del medium Fumetto nel territorio di Ascoli Piceno e dintorni.
Incontri, mostre, concorsi, cineforum, viaggi e chi più ne ha più ne metta: abbiamo ottenuto la nostra buona dose di successi e un altrettanto significativo numero di fallimenti.
Nell’ultima categoria ricade il progetto, vissuto assieme ad altre associazioni e imprenditori della nostra città, Ascoli Comics & Games.

Sia chiaro: le cinque edizioni che siamo riusciti a mettere in piedi tra il 2008 e il 2012 sono state un momento importante sia dal punto di vista della proposta culturale che da quello della risposta del pubblico. In un periodo in cui la “moda” delle fiere del fumetto e degli “eventi comix” non esisteva ancora, siamo riusciti a portare in piazza il lavoro di tante associazioni culturali facendo emergere un sottobosco di attività che fino a quel momento era perlopiù sconosciuto ai residenti della città di Ascoli Piceno.

Il fallimento sta nel non essere riusciti a imporci nonostante il valore oggettivo della manifestazione: tenere in piedi l’evento avrebbe chiesto un grosso sforzo fatto di mediazioni, compromessi e un altissimo tasso di rospi da ingoiare.

Non ce l’abbiamo fatta.

Negli ultimi anni invece è esploso il fenomeno delle varie fiere del fumetto organizzate in posti improbabili nelle maniere più improbabili da enti e/o associazioni dalla dubbia competenza.

Un aneddoto per chiarire: parlando del più e del meno con uno di questi organizzatori, costui mi disse una cosa del tipo «Ah sì, poi adesso hanno fatto uscire quella brutta copia di Tex. Aspe’ come si chiama? Agon? Agor?». Parlava di Zagor.
Non credo di dover aggiungere altro.

La locandina di DF e Scienza.

Ci si è accorti che questo tipo di eventi può essere molto utile per “far cassa”, soprattutto perché, spesso e volentieri, si può contare su una forza lavoro che, spinta dalla passione, può risultare molto economica.
Roba organizzata alla bell’e meglio e che col fumetto  ha davvero poco a che spartire: due bancarelle di Funko Pop, un venditore di cup noodles, un concorso cosplay con i costumi da 15 euro comprati su AliExpress e, quando va bene, una zona ludica con Monopoli e Gino Pilotino.

Per farla breve molti “Comix” sono delle sagre in cui si mangia peggio.

Per questo motivo, quando tre anni fa sono venuto a conoscenza del San Beach Comix non ho potuto fare a meno di storcere il naso (Valentino, Raffaela e gli altri mi perdoneranno, ma non li conoscevo e la stima che nutro ora nei loro confronti doveva ancora nascere).
Era anche la mia personalissima fase in cui ritenevo che al di fuori di Lucca Comics & Games, Napoli Comicon, ARF! e poche altre non c’era ragione che esistessero altre manifestazioni sul fumetto.
Sbagliavo.

Sebbene sia tutt’ora convinto che molte di queste “sagre del fumetto” (nessun riferimento alla Sagra dei Fumetti di Verona che ora ha giudiziosamente cambiato nome in ComicsFest n.d.a.) siano dannose alla promozione del mondo del Fumetto, non portando nessun tipo di proposta culturale e svilendo tutto il “mondo fumetto” riducendolo a baraccone pseudo-circense, esistono delle manifestazioni che riescono a proporre dei contenuti interessanti pur non disponendo di budget astronomici.
Queste manifestazioni medio-piccole hanno il merito di riuscire a radicarsi sul proprio territorio e di intercettare un pubblico che le varie Lucca Comics non hanno possibilità di raggiungere: quello composto da persone che non hanno idea di cosa sia questo mondo in cui noi viviamo abitualmente, ma che un’occhiata gliela danno volentieri. Famiglie che fanno una passeggiata tra gli stand, ragazzini che comprano un fumetto perché hanno visto Avengers al cinema, semplici curiosi catturati dal titolo di una conferenza, ecc…

In questo senso il San Beach Comix si presenta come un riuscito compromesso tra le necessità di bilancio e quelle di proporre un evento con una precisa dimensione culturale.

La locandina del San Beach Comix 2019 disegnata da Pasquale Qualano.

Ci sono gli stand coi Funko Pop anche qui, ci sono quelli che vendono i cup noodles, i cosplay fatti bene e quelli “arrangiati”, e ci sono tante altre iniziative che invece di portare soldi cercano di parlare alla gente di fumetto nella maniera più ampia possibile: noi di Dimensione Fumetto porteremo avanti qui il nostro progetto DF e Scienza, ci saranno la Noise Press e le Edizioni Inkiostro, ci saranno autori con una bella carriera alle spalle e altri, ci auguriamo, con una bella carriera davanti.

Ma soprattutto, come nelle due edizioni passate, ci saranno la passione e la caparbietà dei nostri amici dell’Associazione Fumetti Indelebili che organizzano la manifestazione spendendo quantità copiose di soldi, lacrime e sangue.

Loro il grosso sforzo l’hanno saputo fare, hanno ingoiato più rospi di quanti se ne possano pensare, ma alla fine stanno riuscendo nel loro intento.
Quindi: forza San Beach Comix!

P.S.: chi conosce il nostro territorio sa quanto sia rivoluzionario il fatto che degli ascolani tifino per dei sanbenedettesi e che questi ultimi si affidino a degli ascolani per delle collaborazioni.

Wednesday Warriors #28 – War of the Realms

WAR OF THE REALMS #1 di Jason Aaron e Russell Dauterman.

Bam’s Version

Si dice che un’opera va valutata, complessivamente, al netto della sua conclusione. L’ultimo capitolo di una storia lunga dieci anni può distruggere, oppure esaltare, l’intera strada percorsa dagli autori. Jason Aaron questo lo sa bene – ed è per questo che War Of The Realms va considerato il momento più importante del “suo” Thor.

In una decade editoriale segnata dalla paranoia del reboot e dalla psicosi del rilancio compulsivo, la Marvel ha saputo mantenere salda la direzione narrativa del Dio del Tuono. Da Thor God Of Thunder del 2012 ad oggi, Jason Aaron ha riscritto il mythos del Tonante, toccando presente, passato e futuro, giocando con la natura divina e mortale del figlio di Odino, privandolo del suo Mjolnir e raccontando, nel frattempo, del Macellatore di Dei Gorr, dell’ascesa di Jane Foster, della natura ingannevole di Loki e i suoi disperati tentativi di redenzione. Ma facendo un passo indietro e osservando questi sette anni di storie come un unico, grande quadro d’insieme, il Thor di Jason Aaron è la storia di Asgard, dei suoi dogmi e della caduta dei Nove (anzi, Dieci) Regni come li conoscevamo.

War Of The Realms #1 comincia con una meravigliosa mappa del mondo, illustrata da Russell Dauterman – l’Albero della Vita si dipana agli occhi del lettore. Una voce fuori campo illustra con dovizia di dettagli gli eventi che hanno portato all’imminente Guerra dei Regni. Il narratore esterno ci accompagna per mano, chiarendo punti oscuri per gli appena arrivati alla lettura, mettendo in chiaro lo stato d’animo turbolento dei protagonisti, indugiando sulle loro emozioni.

Le prime pagine sono il campanello d’allarme per il lettore. War Of The Realms cambia tonalità, adottando un mantello scuro per raccontare il lato torbido della guerra. Jason Aaron non è mai stato autore lezioso, né tantomeno è solito scrivere con il guanto di velluto. Aaron è un calcolatore, amante dei momenti eroici quanto degli atti più sordidi e brutali. Le trame a lunga gittata si confondono con le macchinazioni di Malekith, che studia il momento migliore per colpire Asgard – ciò che ne resta, almeno – al cuore, mettendo in scena un efferato delitto che cattura l’attenzione e shocka, stupisce, disgusta.

Il Signore degli Elfi Oscuri raggiunge il culmine, l’apice del proprio lunghissimo arco narrativo. Una storia ignobile, raccontata all’ombra delle vignette e nelle note a pié di pagina del Thor di Aaron. Malekith ha saputo dimostrarsi un villain infingardo, spietato e trucido, capace di ingannare e pianificare ogni singola mossa, approfittando della distrazione dei vari Dei del Tuono (e non) che si sono avvicendati. La Guerra dei Regni non è figlia di un incidente, tutt’altro. Per chi ha seguito la serie del Tonante dal 2012 ad oggi, è impressionante notare il meticoloso lavoro di scrittura di Aaron, capace di distillare gocce di trama verticale in sette anni di storie.

Il raggio d’effetto e la scala di War Of The Realms permettono a Jason Aaron di slegarsi da Thor e dal suo “microuniverso”. Sembra un paradosso: un crossover nato dalle pagine della serie che separa il proprio autore dai personaggi che ha scritto finora. Più di Fear Itself o Original Sin, la Guerra dei Regni apre il proprio campo di battaglia in maniera del tutto autonoma, indipendente e, comunque, pregna di ciò che ha reso grande questa run di storie sul Dio del Tuono.

L’albo segna l’esatto momento di transizione tra l’Aaron di Thor e l’Aaron di Avengers. I due mondi “separati” dell’autore si uniscono, aprendo la strada ad interessanti interazioni tra personaggi. L’Uomo Ragno fa una comparsata, il primo a rendersi conto della massiccia presenza Asgardiana a Manhattan.
Tocca all’Amichevole Spider-Man di Quartiere alleggerire la tensione con una raffica di battute capaci di indispettire anche la stoica Lady Freyja.

Il team artistico Dauterman / Wilson della Mighty Thor ha segnato (e disegnato) uno dei punti più alti dell’intera gestione Aaron. Il loro ritorno per questo #1 di War Of The Realms manifesta l’immensa fiducia concessa loro dalla Marvel, ripagata con una prestazione straordinaria ed impressionante. Midgard e l’Universo Marvel si trovano a dover affrontare una minaccia mai vista prima d’ora e, di conseguenza, Dauterman e Wilson fanno di tutto per mettersi in mostra, rendendo l’esperienza fresca, dinamica ed esaltante. Balzano agli occhi i colori brillanti, lo schema delle vignette irregolare e fluido, imprevedibile e caotico – ma mai confusionario. Dauterman gestisce dozzine di personaggi per pagina, circondati di effetti particellari che rendono tangibile la devastazione di New York: le macerie si accumulano nelle strade, deturpate dall’avvento di troll, Giganti di Ghiaccio, Elfi Oscuri e Angeli.

L’evento Marvel dell’anno è appena iniziato – con sangue, combattimenti forsennato, artisti fuori scala, narrazione serratissima e una ricca dose di colpi di scena da metabolizzare. War Of The Realms #1 è titanico e, a chiusura di “questo” Thor, non ci si sarebbe mai potuti accontentare di un semplice epilogo. Jason Aaron ha intenzione di chiudere il suo ciclo proprio come lo aveva cominciato: con i rombi del tuono ed i tamburi di guerra.

Gufu’s Version

I maxi-eventi, si sa, sono fatti per vendere: ne consegue che chiunque sia chiamato a gestirne uno deve prevedere una mole di lettori che esula dal solito bacino di utenza di questa o quella singola testata. Allo stesso modo gli autori sono chiamati a gestire un parco personaggi che comprenda tutti (o quasi) gli eroi della Casa Editrice dando a ognuno di questi il giusto spazio e la corretta caratterizzazione.
Sotto molti punti di vista possiamo dire che si tratta di una tipologia di storia che è tra le più difficili da realizzare: bisogna essere appetibili a un pubblico più ampio possibile, con una storia comprensibile a chiunque non abbia alcuna conoscenza della storia pregressa ma che non annoi i lettori più fedeli, rispettando e dando il giusto spazio a tutti i personaggi senza svilire l’intreccio.
Una gatta da pelare non da poco quindi.

Jason Aaron decide di complicarsi la vita scegliendo War of the Realms come teatro per lo showdown finale di tutte le trame cominciate dieci anni or sono con Thor God of Thunder #1.

Questo primo albo di WOTR è quindi comprensibilmente scritto e articolato con una particolare attenzione verso i nuovi lettori: c’è un prologo corredato da un riassunto introduttivo che ci dice tutto il necessario alla comprensione di quello che andremo a leggere.
Ma non basta: per evitare una vera e propria partenza in medias res gli autori inseriscono nelle prime pagine quello che in gergo si chiama “un evento scatenante” che, sebbene sappiamo che le trame di Malekith abbiano radici ben più profonde, offre al lettore un punto di partenza per una lettura più soddisfacente e meno disorientante.
Per fare un paragone letterario è un po’ come leggere Il Signore degli Anelli: la celebre trilogia di Tolkien non è che una minima parte del gigantesco affresco dipinto dal professore britannico, nondimeno chiunque lo affronti non accusa particolari sbandamenti perché quella porzione di storia è autosufficiente senza avere la pretesa di essere esaustiva della mitologia della Terra di Mezzo. Anzi, gran parte del fascino dell’opera di Tolkien sta proprio nel fascino del mistero di un mondo e di una Storia dalle proporzioni mitologiche.

Il paragone non è casuale in quanto il taglio conferito da Aaron a WOTR è un curioso composto letterario/fumettistico fatto di climax e anticlimax, pathos e bathos, che inizia con uno stile significativamente epico per poi svilupparsi su binari più smaccatamente supereroistici indulgendo forse eccessivamente nella ricerca della gag volta a sdrammatizzare.

Non meno efficace è la (ri)presentazione del villain di turno: Malekith è una figura ben nota ai lettori di Thor sin dai tempi della run di Walt Simonson ma, come detto, va introdotto anche a chi conosce il Dio del Tuono in maniera superficiale.
Qui gli autori adottano una delle soluzioni più classiche ed efficaci normalmente usate negli Shonen Manga: la pericolosità di Malekith viene ben esplicitata sia dalle sue prime azioni su Asgard – mettendo fuori gioco un noto personaggio – che dimostrandosi più ingannevole del più noto ingannatore dell’universo Marvel – anzi, la struttura delle prime pagine che lo vedono protagonista riesce anche a ingannare i lettori stessi a ogni svoltare di pagina – riproponendo quello schema del “nemico progressivamente più forte rispetto al precedente” che ha fatto la fortuna di fumetti come Dragon Ball e simili.

Si tratta quindi di un primo albo dai fortissimi intenti introduttivi che, come tale, predilige innanzitutto la chiarezza espositiva: in questo risulta fondamentale l’abilità di Russel Dauterman di articolare con chiarezza tavole ricche di complessi dettagli. Il modo in cui il disegnatore riesce a costruire dei layout complessi e quasi mai ortogonali in maniera incredibilmente funzionale al racconto dovrebbe essere oggetto di uno studio approfondito che non troverebbe il giusto spazio in questa sede.

WOTR parte quindi in maniera decisa e incalzante ma con un occhio di riguardo nei confronti dei nuovi arrivati.

Wednesday Warriors #25 – Da Wonder Twins ai Transformers

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

THE MAGNIFICENT MS. MARVEL #1 di Saladin Ahmed e Minkyu Jung.

Il concetto di legacy, nel mondo del fumetto, ha ancora una forte valenza. Anzi, mai come in questi anni, il passaggio del testimone generazionale ha catturato l’immaginario collettivo dei Marvel-fan, ricoprendo un ruolo fondamentale nel 2018.
Non a caso, l’ultima fase editoriale della Casa delle Idee sotto Axel Alonso portava proprio questo nome, simbolo di un cambiamento necessario. Una generazione di supereroi più giovani ha reclamato il proprio posto nell’Universo Marvel e ora cammina al fianco delle “Meraviglie”, giusto per citare Kurt Busiek e Alex Ross. Ms. Marvel è il baluardo di questa Legacy. La giovanissima Kamala Khan è un ricettacolo di tutti gli elementi essenziali della Marvel “Alonsiana”. Una ragazza Pakistano-Americana, Musulmana, una Nuova Inumana che ha saputo balzare agli onori di cronaca proprio per essere la prima di una generazione di eroi giovane, multiculturale e figlia dello slancio verso l’equa rappresentazione di tutte le minoranze e diversità nel fumetto mainstream.
Cinque anni dopo il suo esordio firmato G. Willow Wilson, autrice alla quale è stata legata sin dalla sua creazione, per Ms. Marvel è finalmente giunto il momento di cambiare registro – con una nuova serie ed un nuovo team creativo. Saladin Ahmed e Minkyu Jung lanciano The Magnificent Ms. Marvel, una nuova serie rivolta ai nuovi e vecchi fan di Kamala. Ahmed, forte del successo avuto con Black Bolt e Miles Morales: Spider-Man, si trova così ad unire le sue precedenti esperienze, scrivendo di una giovane Inumana, dei suoi superpoteri e, ovviamente, delle sue super-responsabilità.
L’albo si apre lontano dal nostro pianeta, su un mondo alieno e con una scena famigliare che evoca dolcezza e sentimentalismi. Una bimba chiede al padre di raccontarle una storia, la storia della Predestinata, l’eroina più importante del pianeta Terra: Ms. Marvel. Sarà importante tenere a mente questa premessa per il futuro. Ritornando sulla Terra, si fa presto a notare l’impostazione di The Magnificent Ms. Marvel #1 sia piuttosto standard, dedicata ad un veloce riassunto delle origini e alla descrizione del mondo costruito intorno alla sua protagonista.
Si può dire che sia un numero scritto col freno a mano tirato, un #1 “safe”, ma Saladin Ahmed ha abituato il lettore ad un lavoro votato all’introspezione dei propri protagonisti – si è visto con il suo Freccia Nera. Kamala Khan vive il Complesso del Supereroe Adolescente e, sebbene possa essere definito un cliché, questo rende il personaggio immediatamente empatizzante e “vivo”, tridimensionale. Il colpo di scena e la svolta improvvisa di trama arriva alla precisa metà dell’albo e segna il netto distacco tra il lavoro della Wilson e questo nuovo corso editoriale. L’inserimento di questa nuova, drammatica variabile alla formula Ms. Marvel costituirà il perno delle trame da qui in avanti – ed è anche più intrigante della sottotrama aliena presentata nella prima pagina.
Minkyu Jung, Juan Vlasco alle chine e Ian Herring ai colori lavorano in perfetta simbiosi. I disegni sono morbidi e dettagliati, con particolare attenzione all’espressività e alle emozioni dei protagonisti, senza trascurare le poche – ma efficaci – sequenze action che spingono in avanti la trama. La palette di colori di Ian Herring è morbida e delicata, in grado di balzare fuori dalla pagina e catturare il lettore una volta che la “minaccia del giorno” verrà completamente rivelata.
The Magnificent Ms. Marvel #1 manca l’aggancio immediato, quel colpo di genio che convincerebbe un nuovo fan ad aspettare, trepidante, il numero successivo. L’opening salvo di Ahmed & Jung è piuttosto un perfetto capitolo introduttivo per i novizi ed un ottimo ponte tra la gestione narrativa che ha posto le basi del personaggio ed il futuro di Kamala Khan, dal quale ci si aspetta maturità, estro creativo e colpi di scena che sappiano far discutere.

TRANSFORMERS #1 di Bryan Ruckley, Angel Hernandez e Cachét Whitman.

«Dar forma alla tua vita è tuo compito e di nessun altro. In questo percorso, nulla di ciò che sei è merito di chi ti ha preceduto. Tutto di ció che sei è dovuto a chi, dopo di te, cercherà la propria forma. Niente di ciò che sei dovrà limitare ciò che essi, a loro volta, potranno essere e diventare.»

Le parole dello scrittore – rivoluzionario Termagax aprono il #1 Transformers, il primo dopo quasi sette anni. Di questo misterioso autore non si sa quasi nulla e, per questo motivo, le parole dello scrittore Bryan Ruckley possono essere lette come una dedica a chi, prima di lui, ha modellato l’universo degli Autobot e dei Decepticon. Prendere in consegna una franchise imponente come Transformers equivale a caricarsi di una enorme responsabilità. Significa essere narratore di un universo narrativo con una fanbase agguerrita, appassionata e vibrante, in tutte le sue sfaccettature, negative o positive che siano. Ruckley lo sa bene e, pagato tributo a John Barber e James Roberts, autori prima di lui, decide quindi di dar forma alla sua vita con questo Transformers #1.

Il reboot è totale e comincia in maniera radicalmente opposta all’esordio degli stessi Barber e Roberts del 2012. Cybertron è qui restaurato alla forma originale, bellissimo, capace di stupire. A tenere la mano del giovanissimo Rumble – quasi una rappresentazione del nuovo lettore – c’è Bumblebee, un fan favorite scelto non a caso.  I colori vibranti, che spaziano dall’arancio del tramonto al blu della notte Cybertroniana, sono adatti all’atmosfera sci-fi ed aliena, merito del lavoro Joana Lafuente e di Angel Hernandez, che interpretano al meglio questa sezione dell’albo. I discorsi tra Bumblebee e l’entusiasta Rumble sono un utile maniera per snocciolare informazioni e creare legami tra due personaggi principali. Il disegno è semplice, fatto di linee precise e geometriche, blocchi che si incastrano (come parti di giocattoli) a formare protagonisti colorati, che saltano fuori dalla pagina a contrasto delle linee morbide dell’ambientazione.

Più rigida, austera e fredda la città, teatro di una seconda parte del fumetto. La comunità è più viva che mai e Ruckley ha a disposizione una tabula rasa che nessuno ha potuto sfruttare sin dal #1 di Transformers: Infiltration del 2008.

La continuity nasce sotto i nostri occhi, con il potenziale per nuove occasioni, slegate dalle formule che hanno dominato le trame negli ultimi anni. Senza la divisione tra Autobot e Decepticon, Bryan Ruckley può giocare con le zone d’ombra e proporci confronti inediti. Questa sezione dell’albo segna il punto d’inizio delle trame politiche della serie ed è meticolosamente illustrato da Cachét Whitman; uno stile più realistico, se così si può definirlo, rispetto alle ultime serie, ma comunque vicino alla tradizione cartoonesca dei personaggi.

Il tumulto degli Ascenticon, ispirati dalle parole di Termagax e fomentato dal sostegno  del problematico Megatron, sta causando parecchi grattacapi al Senatore Orion Pax (quello che in futuro diventerà Optimus Prime). Il confronto tra le due forze principali del conflitto è il punto più alto del numero, uno scontro tra personalità forti, in aperto dissenso, ma che vogliono dare ancora una possibilità alla diplomazia e al confronto.

C’è la sensazione che, dietro questo primo  dialogo tra i due, Ruckley nasconda più strati di interpretazione ed un intero sistema di governo, storia e politica venga tenuto volutamente nell’ombra dall’autore. Il cliffhanger scelto da Ruckley chiude un albo di debutto che – come The Magnificent Ms. Marvel – manca del “passo in più” per rendere la lettura imperdibile. Tuttavia, per i fan della serie e dei personaggi, l’occasione di un nuovo #1 si è fatta aspettare decisamente troppo per ignorarla.

Ruckley, Hernandez e Whitman costruiscono, da zero, un nuovo Cybertron da esplorare, con volti nuovi a dare il senso di familiarità al lettore ed una rivoluzione in seno al pianeta pronta a deflagrare.

Gufu’s Version

WONDER TWINS #2 di Mark Russell e Stephen Byrne

Jayna e Zan di Exxor, meglio noti come i Wonder Twins, sono due personaggi fortemente radicati nell’iconografia pop statunitense, legati perlopiù all’immaginario del pubblico 30-40enne cresciuto con i Superfriends nel periodo d’oro dei Saturday-morning Cartoons della ABC: un rito collettivo che ha accomunato centinaia di migliaia di ragazzini e adolescenti negli anni ‘70 e ‘80.
Russell e Byrne attingono a questo immaginario, facendo leva sul fattore nostalgia, utilizzando la popolarità dei personaggi a mo di grimaldello per “entrare in confidenza” con il lettore per poi colpirlo con la loro satira.
Dietro l’apparentemente innocuo aspetto del fumetto sbarazzino per teen-ager e dell’impostazione tipica da sit-com, con i due improbabili protagonisti dalle caratteristiche contrastanti e le dinamiche che hanno fatto le fortune di prodotti come “Two and a half men”, si cela infatti la ormai riconoscibile cifra stilistica di Mark Russell: una sottile e arguta critica sociale e politica raccontata con una gestione calibrata dei tempi comici e l’uso di dialoghi sferzanti e particolarmente divertenti.
Come già fatto su The Flintstones, Russell utilizza un registro leggero e iperbolico per parlare di temi difficili e particolarmente spinosi riuscendo a fornire al lettore degli spunti di riflessione senza risultare didascalico o pedante.
Questo registro viene promosso dallo stile in bilico tra il realistico e il cartoonesco di Stephen Byrne, particolarmente attento al linguaggio del corpo e all’espressività dei volti, capace di enfatizzare la narrazione di Russell senza sminuirne i contenuti.
In questo secondo numero la satira dei due autori prende di mira il sistema penitenziario: agli occhi di questi “immigrati da una civiltà più evoluta della nostra” lo stesso concetto di carcere risulta inconcepibile (mettendo metafumettisticamente in discussione anche il tormentone dell’eroe che sbatte il villain in carcere per poi inseguirlo di nuovo quando evade) ma soprattutto vengono evidenziate tutte le contraddizioni dell’attuale sistema penale USA.
Un sistema fatto di carceri private che puntano più al profitto che non alla riabilitazione o alla giustizia, dove i detenuti sono gestiti come risorse e la sicurezza degli stessi, e della pena che devono scontare, risulta assolutamente secondaria. Si tratta di un tema al centro di un acceso dibattito politico negli Stati Uniti attuali, soprattutto alla luce dei finanziamenti (si parla oltre 5 milioni di dollari sborsati da società come CoreCivic e Geo Group che profittano da questo sistema) alle campagne elettorali per le elezioni presidenziali del 2016.
Gli autori non si limitano alla semplice riflessione sociale ma riescono a rendere i lettori partecipi di un dramma tramite la figura comica e tragica di Baron Nightblood, meglio noto con il meno edificante soprannome di Drunkula, il vampiro alcolista: una vicenda che, nel giro di poche pagine riesce a divertire il lettore per poi colpirlo violentemente allo stomaco.
My two cents: Russell e Byrne potrebbero essere i degni successori del trio Giffen/DeMatteis/Maguire in un’eventuale ritorno della Justice League International.

Batman: Vita con Alfred – I vincitori

Sabato 15 Dicembre si è svolta ad Ascoli Piceno la premiazione del concorso di illustrazione “Batman: Vita con Alfred“, quinto concorso di illustrazione per non professionisti organizzato dall’associazione culturale Dimensione Fumetto.

I quattro giudici hanno selezionato tra i quaranta finalisti (tra 110 elaborati arrivati da tutta Italia) i primi tre classificati ai quali si sono aggiunti i premi speciali assegnati dall’Associazione Culturale Fumetti Indelebili di San Benedetto del Tronto e da Dimensione Fumetto.

La competizione è stata molto serrata ma si è aggiudicato il premio finale l’elaborato di Claudio Bighignoli.

Il secondo premio è stato assegnato all’elaborato di Gabriele Barsotti

Il terzo premio è stato vinto da Giorgia Vallicelli

Il Premio Speciale Dimensione Fumetto è stato vinto da Elena Castiglioni

Il “Premio Speciale San Beach Comix” (una stampa in edizione limitata della locandina del San Beach Comix autografata da Silver) assegnato da Fumetti Indelebili è stato vinto dall’elaborato di Gabriele Artusio.

 

 

Batman: Vita con Alfred – La premiazione con Eleonora Carlini, Mattia De Iulis e Fabio Listrani

Siamo finalmente giunti alle fasi finali del nostro concorso di illustrazione Batman: vita con Alfred.


40 elaborati sono stati selezionati, tra i 110 pervenuti, dalla nostra giuria per essere esposti a partire da Venerdì 7 Dicembre nella zona archeologica di Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno, in Piazza del Popolo e Sabato 15 Dicembre alle ore 17.30 alla Sala dei Savi di Palazzo dei Capitani – Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno verranno decretati i vincitori dei premi messi a disposizione da CARTOLIBRERIA CARTARIUS, ASSOCIAZIONE CULTURALE FUMETTI INDELEBILIPENTEL ITALIASCUOLA DI FUMETTO MARCHEEDIZIONI NPE RW EDIZIONI.

Durante una giornata che darà la possibilità agli aspiranti fumettisti di confrontarsi con tre affermati professionisti del settore.
Eleonora Carlini (DC Comics), Mattia De Iulis (Marvel Comics) e Fabio Listrani (Shockdom) parleranno infatti delle loro esperienze nel mondo del fumetto e saranno a disposizione degli aspiranti fumettisti per dare consigli, visionare i loro lavori e disegnare sketch in una giornata all’insegna del Fumetto.

Ma non finisce qui:

Eleonora, Fabio e Mattia saranno a disposizione dei fan anche Domenica 16 Dicembre alle 19.00 allo SPIN-OFF di San Benedetto del Tronto per autografare i propri volumi e fare quattro chiacchiere con chi vorrà.

 

The Real Cannibal – L’esordio di Toni Cittadini

Ted Bundy – Il Male Assoluto

Toni Cittadini è un nome nuovissimo nel panorama del fumetto nostrano che siamo certi si farà notare. La sua opera di esordio, “The Real Cannibal. Ted Bundy – Il Male Assoluto” edita da Edizioni Inkiostro e scritta da Alessandro Di Virgilio, uscirà in concomitanza con Lucca Comics 2018.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui e siamo riusciti a farci dare le prime tre tavole del volume in anteprima:

DF: Ciao Toni. Innanzitutto presentati ai lettori che non ti conoscono: dicci chi sei, cosa hai fatto finora e come è nata la tua passione per il disegno e il fumetto

Ciao Andrea. Dico subito che non sono un ragazzo di “primo pelo” e approdo, in questo settore, piuttosto tardi. Alle spalle ho un percorso un po’ tortuoso: dopo la scuola del fumetto di Milano ho lavorato come grafico web prima e nel campo della flessografia poi. Lungo la strada ho collezionato diverse collaborazioni come illustratore (High Noon e Mr Bill – Da Vinci Games; Methyrfall – Raven Distrbution; Quintessenze – Asterion Press) e come ideatore di giochi da tavolo (il Grande Gioco del Vino e Attention Games – Lisciani Giochi). Nonostante fossi “sistemato” e avessi un lavoro ordinario, però, non ho saputo resistere al “Richiamo del Mondo dei Fumetti”. Ora spero che, almeno in questo campo, la mia età matura non sia di ostacolo come invece avviene spesso in tanti altri settori.

DF: Hai degli autori (di fumetti e non) che hanno influenzato il tuo stile di disegno e ai quali ti ispiri? E ce ne sono altri che invece, pur non costituendo un riferimento per il tuo modo di disegnare, apprezzi particolarmente?

Nessuno in particolare, anzi cerco di custodire gelosamente il mio stile e di non farmi influenzare da nessuno. Questo non vuol dire che non provi amore per tanti grandi maestri che trovo infiniti. Decisamente, comunque, provo più “chimica” per la sintesi che per il dettaglio.

DF: Quali sono i tuoi strumenti di lavoro? Digitale/analogico, la carta che usi ecc…

Prettamente in analogico (layout, matite, pennino), poi c’è un passaggio digitale in cui applico i chiaroscuri. Nel tempo ho selezionato degli strumenti e dei materiali ormai insostituibili. Per il layout uso una carta leggera che permette di intravedere i disegni sottostanti, è la fase più impegnativa: faccio tante prove, sposto la macchina da presa, ritaglio le parti che mi convincono e compongo un layout a dimensioni reali. Poi, sulla la carta da ingegnere, trasferisco e definisco le idee del layout rigorosamente con la mia matita F. Proprio come Jigen [N.d.r: il famoso pistolero compare di Lupin III] che prende la mira grazie al suo cappello, la matita F è per me insostituibile.
La carta da ingegnere poi risponde benissimo nella fase d’inchiostrazione con il pennino. Con mia sorpresa ho scoperto che anche chi fa calligrafia usa i miei stessi strumenti.

DF: Se non sbaglio questo è il tuo esordio come fumettista. Raccontaci il tuo incontro con la Ed. Ink e di come poi avete lavorato per sviluppare Real Cannibal: Ted Bundy.

Fortuna: per una volta hanno coinciso posto giusto e momento giusto! Nel tempo ho sempre cercato di candidare i miei lavori alle varie realtà editoriali, ottenendo magari anche attestati di stima, ma nulla di più. Con Ed ink è stato tutto semplice, Luca Blengino è il Nile Rogers [N.d.r.: storico chitarrista/arrangiatore degli Chic e attualmente uno dei produttori discografici più influenti della pop mondiale] del fumetto, fa mille cose, risponde alle tavole che posto con un paio di cambiamenti/suggerimenti e torna a fare mille cose. È stato Lui a propormi di disegnare “Ted Bundy”, dandomi modo di collaborare con Alessandro Di Virgilio, affermato sceneggiatore che conosce il suo mestiere.
E finalmente arriviamo a Ted!
La mia paura era quella di non avere una “mano” smaccatamente horror; quindi il mio lavoro si è concentrato sulla modulazione del registro: tutti gli episodi raccontati partono da atmosfere “solari”, poi le tavole si scuriscono e precipitano nell’incubo; emulando un ritmo narrativo di certe pellicole storiche degli anni 70/80. Almeno queste sono state le mie intenzioni, ma per me è difficile dare un giudizio distaccato, che l’operazione sia riuscita potranno dirlo solo i lettori.

DF: Tu e Ted Bundy. Il fatto che la storia sia realmente accaduto incide in qualche misura sul significato di questo libro? Sulla sua forma?

Mi ha aiutato a rimanere sempre sul pezzo: ogni tanto tornavo a documentarmi sulla sua figura. Come in ritratto dal vero, staccavo la matita dal foglio per conoscere nuove sfaccettature e verificare che il personaggio disegnato fosse coerente a quello descritto nelle cronache.
Mentre, per i lettori, la consapevolezza che Ted sia realmente esistito, li mette in allerta prima e si sedimenta e li fa riflettere alla fine della lettura stessa; in mezzo c’è il fumetto e il suo modo unico di raccontare.

DF: Cosa hai in cantiere dopo questo volume?

Spero di consolidare il rapporto con Ed. Ink, anche perché siamo dello stesso territorio e ci divide soltanto un fiume. Altrimenti ho un piano B, uno C e uno D…

Batman: vita con Alfred – I Giudici

È arrivato il momento di annunciare i quattro membri che compongono la giuria del nostro concorso di illustrazione Batman: Vita con Alfred

Come di consuetudine la giuria sarà composta da figure di spicco del panorama fumettistico nazionale e internazionale affiancate a eccellenze del mondo dell’illustrazione e dell’arte in generale provenienti dalla nostra ridente città di Ascoli Piceno.

Eleonora Carlini

Eleonora Carlini è una disegnatrice e fumettista romana. Inizia il suo percorso professionale in piccole realtà editoriali italiane come Crazy Camper (Bren Gattonero, Teenage Mummy) e Villain Comics (Gunsmoke and Dragonfire). Dopo aver frequentato il corso d’illustrazione alla Scuola Internazionale di Comics, prende parte a diverse mostre e collettivi artistici nella capitale fino a quando – qualche anno dopo – approda sulla testata Grimm Tales of Terror targata Zenescope Entertainment e successivamente, nel 2015, sulle avventure del Decimo Dottore (10th Doctor Who) per la Titan Comics, esordendo nell’albo speciale del Free Comics Book Day e continuando per buona parte della prima stagione e per tutta la seconda. A fine 2015 esordisce in DC Comics
sulla testata di Batgirl of Burnside chiudendo il primo ciclo narrativo della serie, poi su Green Arrow, Harley Quinn e Suicide Squad.
Parallelamente agli impegni per la DC Comics ha lavorato su un nuovo titolo creator- owned, Backways, scritto da Justin Jordan e colorato da Silvia Tiedi per l’AfterShock Comics.
Attualmente lavora per la BOOM! Studios sulla testata Go Go Power Rangers, in uscita nei prossimi mesi

Fabio Listrani

Fabio Listrani è un artista autodidatta, illustratore, autore, musicista e grafico, laureato in una facoltà scientifico/matematica chiamata Scienze dei Media, che vive e lavora a Roma. Negli anni si è affermato soprattutto come Cover Artist lavorando per diverse realtà internazionali quali la MARVEL, Titan Comics, Heavy Metal o IDW Publishing, spaziando fra testate del calibro di X-Men, Doctor Who, Warhammer 40.000, Quake, Dishonored, Dark Souls etc.
Oltre ad essere stato selezionato ed incluso per più anni consecutivi sulla prestigiosa antologia “SPECTRUM: The Best in Contemporary Fantastic Art “, nel 2014 vince anche il premio come Best Interior Illustrations per il libro da lui illustrato “Zombies vs Robots; No Man’s Land” edito dalla IDW Publishing.
Nello stesso anno si consolida anche la sua collaborazione con la Scarabeo di Torino per la quale realizza un mazzo di Tarocchi di successo chiamato Night Sun Tarot e in seguito all’ottimo riscontro ottenuto, nel 2017 ne realizza un secondo chiamato Santa Muerte Tarot” andato sold-out nel giro di soli due mesi dalla sua uscita ed attualmente in ristampa.
Artista poliedrico digitale 2D/3D, lavora inoltre su Artwork per band, Poster Art, T-Shirt Design e ora attraverso la casa editrice Shockdom ha esordito nel 2017 come autore completo di fumetto con il suo progetto “CHARON.
Ha appena pubblicato il suo artbook-retrospettiva chiamato “INTOtheVOID.vol01”, mentre a Novembre 2018 (anteprima a Lucca Comics) uscirà il secondo volume del fumetto CHARON e il nuovo progetto per la Scarabeo, ovvero un oracolo di 32 carte chiamato Santa Muerte Oracle“.

Mattia De Iulis

Nato l’8 maggio del 1991 ad Ascoli Piceno. Si è trasferito a Roma per 4 anni per studiare alla Scuola Internazionale di Comics, il corso di illustrazione e il master di colorazione digitale per comics. Ha iniziato a lavorare come assistente e illustratore per future fiction e per l’editoria, per poi passare definitivamente al fumetto dopo poco. La sua prima esperienza come colorista è stata per la Sergio Bonelli Editore con uno speciale di Brendon e Morgan Lost, sempre per Bonelli successivamente ha colorato 2 storie per Dragonero Adventures per poi passare come disegnatore completo (disegni e colori) a Kimera Mendax (per Manfont).
Attualmente lavora come disegnatore completo in Marvel per la serie Jessica Jones.

Pietro Cardarelli

Scenografo, Lighting e Visual Designer e Creative Director. Dopo la laurea in Scienze dell’Architettura, si specializza nel 2007 in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.
Ha lavorato per importanti nomi del cinema, del teatro di prosa, del teatro sperimentale e di ricerca e lirico: Leo Muscato, Francesco Micheli, Gabriele Giromella, Alessandro Marinelli, Stefano Artissunch, Flavio Bucci, Michal Znaniecki, Chiara Cicognani, Enzo Decaro, Davide Calvaresi, Irene Russolillo, Glen Çaçi e altri.
Dal 2009 lavora anche come Creative Director per cantanti, artisti, band e produttori musicali, stilisti, coreografi, strutture d’arte ed aziende (Dardust, Dario Faini, Ralf Schmid, Ivan Segreto, Garrison Rochelle, DiMaio, LaRua, Sursumcorda, Amat, ObliqSound, ZKM Karlsruhe, CWM Produzioni, Nanosystems, Roland Europe, Pea Cosmetics, PopSophia e altri).
Dal 2015 è responsabile lighting designer e visual art director per i progetti “Pyanook” e “PyanookLab” del musicista e compositore Ralf Schmid presso lo studio Kubus dello ZKM di Karlsruhe e la Humboldtsaal di Freiburg (Germania). Dal 2014 è progettista e lighting-visual artist per il compositore e musicista Dardust (Dario Faini) curando tutte le date dei tour (tra cui eventi per MTV ed Elita).
Nel 2017 è lighting designer del “Tutta la vita tour” della band LaRua. Dal 2011 al 2014 è stato scenografo, lighting designer e visual artist per la Roland Europe per l’evento internazionale “V-Accordion International Festival” presso l’Auditorium Parco della Musica in Roma.
Da ottobre 2011 tiene ad Ascoli Piceno diversi corsi sulle nuove forme dell’arte contemporanea, organizzando anche eventi d’arte. Nel 2012 è docente del corso “Manipolazione Creativa dello Spazio”, nel 2014 e nel 2017 del corso di “Visual Art” nell’evento nazionale “Ap Art Up.Gioventù Creativa” (ANCI – Consiglio dei Ministri). Le sue opere sono state esposte in diverse mostre e collettive d’arte (“Visto da diversi punti di vista” – Ascoli Piceno – 2004; “MCArt2005” – Macerata – 2005; “Toyz Toyz” – MondoPop – Roma – 2010; “1ForRun/Clutter Magazine Contest” – New York – 2011; “Trace Becoming Art” – Interni Mangiola Lab – Milano – 2012; “Tenderness” (personale) – Ascoli Piceno -2013; “Padre Nostro” – Fabriano e MAMS Sassoferrato – 2014; “Arte Pubblica” – Ascoli Piceno – 2015; “Voci nei vicoli” – Mosciano – 2017).

Per il Bando e le FAQ di partecipazione clicca qui -> BANDO & FAQ
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