Andrea Cittadini Bellini

Scienziato mancato, appassionato divoratore di fumetti, collezionista di fatto, provo a capirci qualcosa di matematica, di scienza e della Nona Arte...

I Sapienti, ovvero CSI stagione 0…

E se il primo scienziato a occuparsi di crimini non fosse stato l’entomologo Gil Grissom di CSI, ma un astronomo?

sapienti copertinaE non un astronomo qualsiasi, ma Copernico, quello del sistema eliocentrico, affiancato da un altro nome altisonante come Paracelso?

Il tutto sullo sfondo di una delle città più importanti del Rinascimento italiano, quella governata dai d’Este, nella cui università hanno conseguito entrambi la laurea.

Oppure se fosse stato quello che è universalmente riconosciuto come il primo scienziato della storia, Galileo Galilei, affiancato da due altre stelle di prima grandezza, come Keplero e Tycho Brahe, a indagare su degli omicidi avvenuti a Uraniborg?

Luca Blengino, autore quasi quarantenne con tanta esperienza sulle spalle, che è passato dal thriller, alla storia, alla scienza, editor della Inkiostro, con esperienza nella bande dessinée, scrittore per ragazzi e non solo, sta finalmente trovando lo spazio che merita in Italia, dove la Star Comics sta dando alle stampe le sue opere francesi. Così, dopo Le 7 meraviglie, la collana Star Comics Presenta porta in Italia Les savants, due storie interessanti e particolari.

Con la collaborazione di Stefano Carloni, originario delle campagne marchigiane, alle matite e chine, e di Franck Isambert ai colori, confeziona due godibilissimi intrecci tra scienza e thriller, conditi da una bella analisi dell’animo umano.

E risulta abbastanza evidente il contrasto tra una società, come quella odierna, in cui la sapienza perde sempre più terreno, e un momento storico, come quello del Rinascimento, in cui il sapere era motivo di vanto, e i sapienti erano tenuti in gran conto. Anche per questo fa bene respirare i personaggi plasmati da Blengino e Carloni.

Il libro è innanzitutto un bel thriller, con due indagini ben costruite, con colpi di scena e intrecci che non possiamo rivelare, per evitare ogni forma di spoiler. L’ambientazione è importante e la caratterizzazione dei personaggi e delle società in cui essi si muovono è ben fatta. Così Ferrara è diversa da Uraniborg, l’ambiente della corte estense è certamente meno isolato della comunità stabilita sull’isola fatta modificare da Brahe a spese del re di Danimarca.

sapienti copernicoNella prima storia emerge il legame tra Copernico e la città dove ha studiato. Si incrociano i sentimenti personali e i fatti storici, come la difficoltà per l’astronomo polacco di accettare la natura ellittica delle orbite, dopo che già l’eliocentrismo ha minato la visione aristotelica del mondo. Blengino mescola bene la fiction con i dati storici su Ferrara, Copernico e Paracelso. Intesse relazioni umane (alcune storicamente accertate) e una storia misteriosa “secondaria” sfruttando intelligentemente gli elementi forniti dall’ambientazione, ma mostrandoci dei personaggi nei quali possiamo riconoscere la nostra modernità. Perché l’animo umano in fondo è sempre lo stesso. Gli eventi delle storie personali tornano sempre: l’invidia, la vendetta, la volontà di emergere e primeggiare, l’opportunismo. E guidano gli uomini del 1500 come quelli odierni.

A distanza di 80 anni e 1250 km più a nord lo stile è lo stesso: l’ambientazione, la caratterizzazione dei personaggi. Anche se stavolta i personaggi sono ancora più di fantasia. Keplero è stato in effetti assistente di Brahe a Uraniborg, ma Galileo nel 1594 era tra Padova e Venezia (e per sua natura avrebbe difficilmente intrapreso un viaggio così lungo e complesso). È bravo Blengino a trovare dei trait d’union: il gioco di parole tra le isole di Ven-ezia e l’isola di Ven, su cui è costruito Uraniborg,  il fatto che Brahe avesse visitato Venezia. Anche qui non mancano gli elementi storici: dalla citazione della Quaranta Criminal, ai rapporti tra Galileo e Keplero. E su questi costruisce un intreccio tra politica e superstizione, tra scienza e rune, in un lungo flashback raccontato da Galileo, anche se in realtà il mistero lo risolve Keplero.

sapienti uraniborgEcco un’altra cosa che hanno in comune i due racconti, in ciascuno di essi i Sapienti a investigare sono (almeno) due, e quelli che invece compaiono nella storia sono molti di più, trovandosi entrambi in luoghi di scienza. Forse perché il lavoro di scienziato, fatto in squadra, funziona meglio, come quello di fumettista…

La grafica di Carloni ben si adatta alle storie, lo stile è molto bande dessinée. E si mette al servizio della storia, movimentando con il taglio delle vignette e la composizione delle pagine i momenti che lo consentono, ma senza appesantire quando il lettore deve concentrarsi sugli eventi. La gabbia irregolare, con pagine che si susseguono in modo sempre diverso, non disturba la lettura dando un senso di grande dinamicità, e sottolinea i diversi passaggi della storia…

… che scorre via, con l’intensità di un bel romanzo, con un disegno che è fluido ma dettagliato, per cui lo sguardo può anche soffermarsi e tardare, se non vuole sottostare al ritmo dettato dai dialoghi, a volte lunghi ma mai eccessivi. D’altra parte è culturalmente impegnativo: i riferimenti nel testo, ma anche nella parte grafica, sono molteplici, ad esempio nella riproduzione dei paesaggi storici, dal Castello Estense a Uraniborg.

Un solo difetto, che rischia di limitare un poco la lettura: il formato. In Francia sono stati pubblicati in grand format, cioè cm 23×32, quel quasi 20% in meno nelle dimensioni (il formato italiano è cm 19,5×26) si nota. Si ha la sensazione di vedere le cose quasi fossero al limite della comprensibilità, come le scritte in sovrimpressione su una TV troppo piccola. Sicuramente ha consentito di ridurre i costi, di avere l’edizione brossurata, invece del più ingombrante e costoso cartonato, ottenendo un più che soddisfacente rapporto qualità prezzo, però a volte si perdono alcuni dettagli del disegno e la lettura dei balloon, specie quelli più lunghi, è un po’ difficoltosa.

Ma metteteci anche che sono un accanito e famelico lettore di fumetti, e quindi a volte un po’ stanco, e un po’ di presbiopia si fa sentire 🙂


Luca Blengino, Stefano Carloni
I Sapienti
Star Comics 2017
Brossurato con alette, 112 pag, cm 19,5×26

Il paese dei tre santi, tre santi per un solo paese

Fade from black…

Kleiner Flug pubblica il suo primo lungometraggio a fumetti, stampando con la consueta qualità Il paese dei tre santi, di Stefano Nardella e Vincenzo Bizzarri, già pubblicato sotto forma di web comic (e in volume) dal Collettivo Mammaiuto.

L’inizio della storia è stato pubblicato online oltre due anni fa, e il lavoro è stato portato avanti per trentasei puntate che trovate qui, l’ultima è stata resa disponibile a marzo del 2017, mentre usciva il volume.

Da qui, dopo l’esaurimento delle versioni cartacee direttamente pubblicate dal collettivo, Kleiner Flug ha ripreso e pubblicato questa storia «che sembra scolpita nella luce. Scritta da un uomo che è introvabile e disegnata da un uomo che puoi incontrare solo al crepuscolo in casuali strade di periferia. È una storia che parla di Santi che presidiano il territorio della violenza, della rabbia e del senso di colpa.» (dalla sinossi sul sito Mammaiuto.it)

In effetti non si trovano tante informazioni sugli autori, però alla fine qualcosina sì: sono entrambi pugliesi, nati negli anni ’80 del secolo scorso, e appassionati cantori di storie del sud Italia (è uscito un altro volume a loro firma, pubblicato da Hazard Edizioni, nell’ambito di una collana chiamata proprio Fumetti per il sud).

La storia stavolta è quella di un paese che festeggia i suoi tre santi protettori:

  • San Michele Arcangelo, compagno nei combattimenti e nelle lotte terribili, Patrono (un po’ paradossalmente) della Polizia, e figura ricca di interpretazioni nella devozione anche popolare;
  • San Nicandro e San Marciano, associati nel Martirologio Romano, e il cui culto è diffuso nelle zone tra Molise e Puglia (dove sono stati portati dalla transumanza, come dicono gli stessi paesani), invocati rispettivamente come argine alla corruzione, agli errori e ai vizi e come sguardo pietoso su questa misera terra.

Michele, Nicandro e Marciano sono anche i tre protagonisti delle storie che si intrecciano nel paese.

Michele è un ex-pugile tossicodipendente, violento e con pochi scrupoli, che mostra un po’ di umanità nell’andare a trovare la madre malata (che a volte lo scambia per il padre e lo istiga a non farsi mettere i piedi in testa da nessuno) e nel veder vincere un giovane pugile che non ha voluto sottostare alle imposizioni della malavita.

Nicandro, piccolo spacciatore che vuole fuggire da una vita sempre ai confini, di muscoli mostrati, di omertà e frustrazione. Ma non prima di aver risolto alcune situazioni per non andarsene come nu vigliacco. E prova a far nascere una nuova vita dalla morte.

Marciano, ex detenuto che si è rifatto una vita, completa, con moglie e figlio, che ha il chiosco di panini e bibite attorno al quale gira la vita del paese, e che si rifiuta di pagare il pizzo. E che ci racconta la storia dei tre santi.

Tutto gira intorno ai tre giorni di festa, all’incontro di pugilato, alla processione e alla resa dei conti per i tre protagonisti, prima che tutto torni nel buio omertoso di sempre.

Quel buio fumoso dei fuochi artificiali di una festa di paese tanto ipocrita e immobile quanto rumorosa.

La scrittura e il disegno nella storia si compenetrano, sono complementari, e funzionano in simbiosi. Pochi personaggi si incrociano tra silenzi e allusioni, tra violenze fisiche e minacce più o meno esplicite. Uno spaccato di vita del Sud che noi, che viviamo in altre regioni d’Italia, spesso scambiamo per folklore o solo per un retaggio del passato. Come quella immagine di San Pio scarabocchiata su un muro dietro a un mucchio di immondizia, vicino alla frase L’invidia, la mamma di tutte le infamità.

E invece colpisce nella realtà e attualità, come un pugno, una coltellata, un morso, un colpo di pistola.

Una storia che comincia con le campane e finisce con i tre botti di chiusura dello sparo finale.

Pochi colori bastano a descrivere graficamente tutto questo, tre, quattro in tutto, oltre a bianco e nero, un giallo ocra e un azzurro pastello, che danno a tutta l’opera un senso di ovattato, quasi a renderne più accettabili i contenuti.

I ritmi, le inquadrature, le alternanze tra silenzi e parlati hanno un aspetto molto cinematografico (è anche vero che Nardella è partito proprio dalle sceneggiature per lo schermo). Si possono ricostruire le carrellate e i piani sequenza. I dettagli, i luoghi tornano e i particolari sono sempre gli stessi, proprio come su un set cinematografico. Bizzarri è stato attento a riproporre gli stessi oggetti, gli stessi posti, con inquadrature diverse, dando così al luogo una connotazione fisica molto precisa.

Cinematografiche sono anche le onomatopee, che riempiono di suoni la storia, quei suoni che al cinema si colgono anche in sottofondo, a riempire la parte acustica della storia, dandoci l’esperienza di una sinestesia illustrata.

Fino alla fine di un racconto che intreccia le storie dei tre uomini, santi solo di nome, in una serie di tragedie, in cui i compaesani fanno parte dello sfondo, e poi torna esattamente al punto di partenza.

… fade to black.

Il nero è quello delle anime di tutti, a partire dal parroco, primo e ultimo personaggio, colto entrambe le volte nell’atto di fare il segno della croce (che si vede anche in un altro momento, quando i sicari, quasi con le pistole in mano per uccidere Marciano, si fanno cogliere dalla processione).

Sembra una di quelle storie in cui ancora una volta non c’è scampo all’ineluttabilità del male, di un percorso che non riesce a uscire dalla coltre dell’ipocrisia e dell’omertà. Alla fine della lettura non sembrano aprirsi spiragli di speranza, perché il nero che conclude è lo stesso che apre. E ci si aspetta solo che il ciclo riparta, tra un anno, per quei tre giorni in cui un po’ della luce dei tre santi torni a rompere il buio.


Stefano Nardella – Vincenzo Bizzarri
Il paese dei tre santi
196 pagine, colore, € 22
Nuvole sparse, n. 1
Kleiner Flug

Fisica quantistica: e se bastasse un fumetto?

Quando ho visto la copertina di questo volume della Gribaudo, soprattutto il titolo, ho pensato a una storia in 3D sulla fisica quantistica.

Ma poi dentro non ci sono occhialini in dotazione e le pagine sono per lo più in bianco e nero. Ci sono svariati inserti colorati che sottolineano le cose importanti, e solo alla fine si scoprirà qual è il significato dei colori, anche di quella scritta in copertina che appare come il più classico dei disegni in 3D.

La storia, scritta da Thibault Damour, fisico francese dell’Institute de Haute Ètudes Scientifiques, con quaranta anni e oltre 350 pubblicazioni scientifiche (stando al suo CV, nel sito dell’ente) alle spalle, che si sta dedicando ad altri tipi di scrittura, è stata illustrata da Mathieu Burniat, che l’ha presentata all’ultimo Lucca Comics.

Tutto parte da Bob, un giovane avventuriero dal ciuffo biondo, e dal suo cane bianco parlante che sbarcano sulla Luna con il loro casco a bolla (perché ho pensato a TinTin e Milou?).

E parte con una tragedia, perché il cane Rick viene colpito da un asteroide. E sarà la voce di Rick a guidare il nostro Bob in un viaggio affascinante, a partire da una delle famose Conferenze Solvay, in particolare quella del 2011 sulla fisica: la 25° della serie, intitolata proprio The Theory of the Quantum World, e in occasione della quale si festeggiava proprio il centenario della prima. Tenuta come sempre nell’Hotel Metropole di Bruxelles.

I partecipanti alla Conferenza Solvay del 2011, alcuni sono riconoscibili nei disegni del volume

Qui, durante un intervento non certo alla portata di tutti, tenuta da Viatcheslav (Slava) Mukhanov sulle Fluttuazioni quantistiche in cosmologia, effettivamente presente negli atti della Conferenza (se volete approfondire li trovate qui), e alla quale assiste anche Damour, riconoscibile davanti al protagonista, Bob parte per un viaggio fantastico che lo porterà a incontrare le più grandi menti della storia scientifica dello scorso secolo.

Nell’ordine Planck, Einstein, deBroglie, Heisenberg, Schrödinger, Bohr, Born, seguendo proprio la cronologia delle scoperte della meccanica quantistica, inseguendo una h gialla che è la costante fondamentale che ha fatto uscire la fisica dal continuum classico.

Si vede che la sceneggiatura è di un fisico di professione, che dopo tanta ricerca trova un modo per rendere facilmente masticabili concetti che appaiono, ai più, astrusi. E facendo parlare direttamente i fisici che questi concetti li hanno pensati, si parte dall’idea di quanto, passando per le equazioni (che non ci stanno affatto male, perché, in fondo, tutte quelle lettere greche, sono anche belle da vedere), per arrivare fino alle diverse interpretazioni della meccanica quantistica e ai suoi legami con la filosofia occidentale.

Alla fine sarà Hugh Everett (tra l’altro defunto padre di Mark Everett degli Eels) spiegando il paradosso di Schrödinger, a dare una speranza a Bob di poter ritrovare il suo cane, esponendo la visione della meccanica quantistica nella sua interpretazione a molti mondi, per cui in realtà ogni diverso evento, che ha una probabilità non nulla di verificarsi, in realtà è una opzione che potrebbe verificarsi.

Così in un mondo diverso Rick sarebbe ancora vivo perché appena sfiorato dall’asteroide. E i mondi possibili sarebbero tanti quante sono le possibilità che ha ciascun evento di accadere e quindi di modificare il corso della storia, perché tutte le opzioni sarebbero reali, almeno in parte. Questa interpretazione è del tutto scientifica, non ha implicazioni pseudo scientifiche e ha un chiaro e forte supporto matematico.

E infatti il fumetto non lascia spazio a elucubrazioni o a voli pindarici (a cui appaiono assai più propense serissime testate giornalistiche un po’ ovunque nel mondo, che titolano su mondi paralleli e viaggi nel tempo), ed è di una chiarezza scientifica e divulgativa davvero impressionante.

Altrettanto interessante la parte grafica, con un disegno asciutto e classico, con poche ombreggiature e senza fronzoli. Bob è nello standard dei protagonisti dei fumetti franco-belgi da TinTin a Titeuf: biondi e con un ciuffo di capelli. Le caricature dei fisici sono allo stesso tempo ben caratterizzate e divertenti. A questi aspetti si aggiunge la trovata, secondo me geniale, di rappresentare questa visione della meccanica quantistica con i colori.

Ogni possibile versione dell’universo, in questa interpretazione dei molti mondi, viene colorata diversamente. Ecco l’aspetto policromo delle ultime pagine, in cui Bob diventa consapevole che il mondo quantistico è un mondo molteplice realizzato dalla sovrapposizione di realtà classiche differenti, cogliendo l’interpretazione di Everett, che è una delle tante possibili, in disaccordo con quella probabilistica proposta da Born e maggiormente radicata. Quindi gli uccelli in copertina potrebbero non essere un grande stormo, ma lo stesso volatile in realtà differenti…

Ancora una volta il fumetto si dimostra un medium utilissimo per divulgare la scienza, anzi sta passando dal raccontare le storie degli scienziati a introdurre i concetti veri e propri. E così diventano un complemento quasi necessario le 20 pagine finali, che ci raccontano le biografie dei fisici che compaiono nel fumetto, ma anche le equazioni, gli esperimenti, alcuni aspetti divulgabili delle teorie.

Ci si può fermare alla storia e ai disegni, ma il lettore più scafato troverà il modo di soddisfare anche più di una curiosità intellettuale, e anche tra quelle meno banali.

Il fumetto si dimostra un medium che sa essere lento, che può richiedere letture e riletture, e, al contrario di quanto succede oggi, in cui le informazioni devono essere fruite rapidamente, e spesso poco comprese, consente una lettura agevole e piacevole di cose che, scritte a parole, sarebbero poco leggibili (con le dovute eccezioni, ad esempio il Teorema del Pappagallo o i gialli a sfondo matematico del prof. Toffalori).

Il libro è dettagliato, curato nella parte scientifica e scorrevole nella parte grafica; l’aspetto semi-caricaturale dei personaggi ben si adatta alla storia e all’argomento.

Beh, io mi augurerei che Bob e Rick vivano nel mondo scientifico un numero di avventure pari almeno a quelle dei (per ora) più famosi alter ego fumettistici Tintin e Milou.


Il Mistero del Mondo Quantistico
Thibault Damour, Mathieu Burniat
160 pagg, brossurato
Gribaudo 2017

Savonarola, una visione equilibrata

Kleiner Flug nei suoi Prodigi fra le nuvole ci ha abituato a biografie e storie particolari, spesso dedicate a personaggi toscani, visto dove nasce e vive questa ormai bella e solida realtà editoriale.

E toscani spesso sono anche gli autori, più o meno noti, dei volumi. Stavolta troviamo due giovani: ai testi Olga Mazzolini, filosofa fiorentina non ancora trentenne; alla parte grafica Giulio Bilisari, piombinese.

Girolamo Savonarola non era toscano, ma in fondo lo è stato di adozione. Nato a Ferrara, entrò nell’ordine dei Domenicani. Chiamato a Firenze da Lorenzo il Magnifico in persona, ebbe largo seguito in città come predicatore, attirandosi le ire dei potenti, a partire in certa misura dai Medici stessi.

Olga Mazzolini ripercorre tutta la sua vita, utilizzando il punto di vista del predicatore tanto controverso, cominciando dal 10 aprile 1498, quando fu condotto in catene presso il Bargello (oggi adibito a museo), dove venne interrogato e torturato dall’Inquisizione. Tutta l’opera è un lungo flashback, che inizia e finisce durante le torture inflitte a Savonarola, in particolare la sospensione, e poi trova l’epilogo con la morte stessa del predicatore domenicano. In realtà storicamente pare che fu sottoposto a torture più cruente, ma la morte per impiccagione con due compagni, il rogo e la dispersione delle ceneri per evitarne il culto, sono storiograficamente corretti.

Gli autori colgono l’occasione di ripercorrere storicamente i fatti che hanno caratterizzato la seconda metà del XV secolo, in particolare a Firenze: la morte di Lorenzo de’ Medici, prima in qualche modo mecenate, poi osteggiato, infine confortato in fin di vita dal Savonarola; lo scontro con Sisto IV della Rovere; l’elezione al soglio pontificio prima di Innocenzo VIII e poi di Alessandro VI Borgia; il falò delle vanità.

Il tutto guardato da un punto di vista che in realtà non è sempre quello interno di Savonarola. Infatti si alternano visioni apocalittiche di Firenze con immagini della curia romana, mescolando il punto di vista personale con la narrazione storica.

La visione iniziale è di sette profeti, che si identificano anche con i sette doni dello spirito santo e sono i sette con cui Savonarola colloquia in uno dei suoi libri, il De veritate prophetica, e lo sostengono, identificandosi con la verità. E le visioni ogni tanto tornano, annunciate dagli occhi infuocati del profeta (gli stessi che vediamo in copertina).

Il canovaccio principale è costituito dai momenti salienti della vita di Girolamo: la formazione con il nonno medico che lo inizia allo studio di Tommaso d’Aquino, il rapporto altalenante con Lorenzo de’ Medici, lo scontro con la Curia romana e il rifiuto di recarsi dal Papa, le grandi capacità di asceta e predicatore, ma anche socio-economiche, con le elemosine straordinarie e il loro impatto sull’economia fiorentina, i roghi delle vanità e la creazione di alcuni Monti di Pietà, e politiche, basti pensare ai legami con Carlo VIII. Ovviamente intervallati da momenti meno importanti, quotidiani, anche per mostrare in modo semplice il pensiero della piazza fiorentina e della Chiesa romana, che tanta parte ebbero nella storia personale del frate.

E intervallati anche dalle visioni che spingono Savonarola sulla strada della profezia. Una profezia che è per lo più di sventura, di critica contro i costumi corrotti del mondo e della Chiesa (le prime opere di Savonarola di intitolano De ruina mundi e De ruina ecclesiae).

La parte grafica è gotica e a volte deforme, ma altrettanto piena di citazioni: il rogo delle vanità è una citazione di Pedro Berruguete e del suo San Domenico e gli Albigesi, con Gerolamo nelle vesti del fondatore dell’Ordine a cui poi si voterà.

Lo stile grafico ricorda a volte Kelley Jones, con le figure allungate e parossistiche; colpisce l’assenza degli occhi, o meglio il loro oscuramento totale, tranne in rare eccezioni, e quasi sempre senza pupille. Sono rossi quando a Savonarola si accende la profezia, che viene ben rappresentata con apocalittiche visioni, fatte di angeli e di minacciosi messaggi divini, che hanno però per sfondo una riconoscibilissima Firenze; si colorano di colori indefiniti quando alcuni cattivi tirano fuori la loro natura.

Mazzolini e Bilisari riescono a rendere in 44 pagine illustrate una biografia complessa e controversa, tra le più discusse della Storia. Per chi volesse approfondire di Girolamo Maria Francesco Matteo Savonarola sono giunte fino a noi sia le opere religiose, le prediche, in cui trae dalle Sacre Scritture l’etica del cristiano, che le opere sociali e politiche (come il Trattato circa il reggimento e governo della Città di Firenze) in cui i medesimi principi trovano applicazione alla collettività. Ma anche la storiografia è ricca, fin da quella rinascimentale. La figura è complessa, con tanti aspetti che si intersecano, e tanti lati oscuri e grigi.

Un po’ come i colori di quest’opera. In cui però viene resa giustizia a tutti: a Savonarola, che probabilmente era un uomo retto, certamente convinto di essere pro-feta, cioè parlare per conto di Dio. Ma sicuramente utilizzava e professava la sua rettitudine e le sue profezie anche in modo politico, a Firenze ma non solo (sicuramente univa potere e intransigenza, come la mia generazione sa bene dalla lettera che gli scrissero da Frittole Roberto Benigni e Massimo Troisi). Fino a porsi come portavoce ufficiale e riconosciuto anche dal re di Francia della rivolta fiorentina contro i Medici.
Alla Chiesa, che, fatta di uomini, ed essendo struttura di Potere, di uomini spesso corrotti, ma che, senza le ire e le mire di papa Alessandro VI, avrebbe continuato forse ad accettare le profezie e i giudizi di Savonarola. Rendendo possibile una riforma dall’interno, invece della scissione, che accadde poco dopo con Lutero, se solo Firenze non fosse stata così vicino a Roma e a portata di tiro del Papa.
A una Storia che in realtà sembra più casuale che predeterminata: se Savonarola fosse stato appena meno intransigente, se fosse stato in un altro ambiente e non nella bellicosa Firenze medicea, se la prova del fuoco non fosse fallita a causa della pioggia, se…

Un volume da rileggere più volte, cogliendo le sfaccettature sia umane che storiche, trovando piccoli spunti per approfondimenti dottrinali, culturali e sugli accadimenti reali, che possono liberarci da visioni partigiane. I due autori si mantengono in una visione che mi è parsa molto legata ai fatti e alle fonti (con le ovvie riduzioni per rendere la storia pubblicabile e traducibile in un fumetto) e si permette di raccontare una storia intrigante facendo quello che, secondo me, un fumetto di questo tipo deve fare: suscitare interrogativi stimolando il lettore a farsi domande e a cercare risposte convincenti nei fatti accertati, non nelle proprie opinioni.

C’è spazio per Ratman? Con Paolo Nespoli sì…

La preview di C’è spazio per tutti (32 pagine, in bianco e nero, giusto per far assaggiare il futuro piatto forte) era uscita durante la permanenza di Paolo Nespoli in orbita, in vista dei suoi record (l’italiano con più tempo di permanenza complessiva nello spazio, il primo ultrasessantenne europeo nello spazio). E Nespoli l’aveva portata con sé, facendosi fotografare sulla Stazione Spaziale Internazionale con l’albetto che ha fatto da traino al piatto forte e con la copertina definitiva del volume a colori (per lo meno nei redazionali finali).

Nel frattempo a novembre a Lucca è stato presentato, in anteprima, il volume di 256 pagine di fumetto.

Ribadendo ancora una volta il legame di Leo Ortolani con i fumetti e la scienza (d’altra parte ormai tutti sanno della sua laurea in Geologia), di cui abbiamo anche parlato.

Così stavolta l’eroe con le grandi orecchie da topo flette i muscoli, e nel vuoto c’è davvero. In un vuoto forse un po’ meno spinto della sua testa.

E non fa certo da comprimario, tra il racconto della vita nello spazio e la storia dell’esplorazione spaziale.

Nel momento in cui la corsa allo spazio sembra tornare in auge, come una cinquantina di anni fa, anche con il contributo delle potenze emergenti, come Cina e India, l’ESA e l’ASI hanno pensato ottimamente di fare divulgazione scientifica e tecnica di alto livello. A sessant’anni dal lancio di Laika nello spazio, con la collaborazione di Panini Comics, con l’ormai solito contributo di Andrea Plazzi, le due agenzie spaziali raccontano attraverso l’esperienza di Nespoli due percorsi in parallelo: l’intera storia dell’anelito umano per il volo spaziale, e la vita (almeno per come la conosciamo ora) nello spazio.

È il solito Ratman, per certi versi ancora più fuori luogo e indisponente del solito, apertamente disprezzato dall’alter ego fumettistico dell’astroPaolo nazionale (lo so, è una definizione terribile) e quasi causa della distruzione dell’ISS.

Ho pensato a lungo alla puntata de I Simpson in cui Homer va nello spazio: ma come, è la domanda spontanea, gli astronauti non sono iperselezionati, iperpreparati, allora come fa il nostro inetto preferito con le orecchie da topo a finire nello spazio?

Per lo stesso motivo per cui c’era finito il ciccione giallo (guarda caso, lo stesso colore delle orecchie del nostro eroe), perché c’è bisogno di far capire che l’inettitudine non è un limite.

Beh, in realtà, purtroppo, lo è: purtroppo per ancora qualche (magari un solo) decennio lo spazio sarà appannaggio di pochi superaddestrati scienziati (a meno di essere dei super ricchi come i sette turisti spaziali che hanno finora raggiunto la ISS). Elon Musk promette di mandare i primi turisti in orbita lunare nell’anno che sta per cominciare, o almeno così faceva lo scorso febbraio. Ma da qui a pensare a navette che porteranno gente su e giù dalla Luna o dal pianeta rosso, ce ne vorrà un po’. Lo stesso Nespoli, in una intervista rilasciata recentemente, ha detto che i prossimi passi dell’esplorazione spaziale saranno proprio la Luna e Marte, ma non sarà certo una passeggiata.

Così Ratman sembra essere l’involontaria causa dell’incontrollabile e inspiegabile ingresso della ISS in atmosfera (solo a causa del fatto che porti sf…ortuna), ed è evidentemente la consapevole causa del salvataggio della medesima, perché sono i sogni (di cui i fumetti sono da sempre un grande catalizzatore) di tutti a salvare i grandi sogni dell’umanità.

È l’Ortolani che conosciamo, che studia i dettagli della parte reale della storia che racconta, li mette sulla tavola commentandoli a parole e “a disegni” in modo caustico, a volte al punto di essere indolore, o di farti ripensare a una battuta tre giorni dopo averla letta (facendoti sentire, in fondo, come Ratman).

È l’Ortolani che tira fuori il meglio dai suoi personaggi, non solo dal punto di vista dell’ironia, ma anche del bene che possono portare, dissimulandolo magari dietro una citazione di Fantastici 4 o di Guerre Stellari.

E ci racconta un presente fatto di sogni e speranze, e un futuro di fiducia, nell’umanità e nella scienza, perché in realtà nessuno di noi sa come andrà a finire, e magari sarà più veloce e facile delle speranze che nutriamo adesso.

Dal punto di vista fumettistico è l’Ortolani che conosciamo: chi lo ama, continuerà ad amarlo, chi non lo sopporta, non credo cambi idea per questo lavoro. Personalmente mi piace il modo in cui affronta le cose, le seziona, affondando la propria ironia con nonchalance.

La parte grafica è anch’essa quella che conosciamo, e ci gioca esattamente come fa con le parole e le battute.

Ancora una volta le citazioni si inseguono, dal punto di vista scientifico e storico, ma anche gli omaggi ad altri fumetti e prodotti della fantasia umana legati allo spazio, e si lasciano cogliere su quello sfondo surreale a cui Ratman e i personaggi di Ortolani ci hanno abituato.

Io sono grato al fumettista pisano (e parmense di adozione) perché utilizza un medium di approccio immediato per affrontare temi non sempre facili, e che anzi oggi trovano sempre più difficoltà a essere diffusi e apprezzati. Perché con ironia smonta pseudoteorie e ritorni al passato, e trova anche il tempo per celebrare il record di ore in orbita di Nespoli (non sul  libro, sfortunatamente, ma l’immagine qui a destra si trova facilmente sul web).

Lo fa con una lettura che può essere fatta tutta d’un fiato o su vari livelli, per cogliere fino in fondo le numerosissime citazioni, ma anche per incamerare le tantissime notizie storiche e scientifiche presenti nei dialoghi e nelle didascalie.

Tecnicamente sono disponibili due versioni, quella classica e la variant, che ha lo stesso prezzo e lo stesso contenuto.

Entrambe possono fare un buon lavoro per la scienza e per il fumetto, facendoci capire che davvero, là fuori, c’è spazio per tutti.

Science, Bitch! di Pierz, una recensione (alla fine non troppo) delusa

Scienza e fumetto rappresentano, insieme, un campo che esploro da tempo, soprattutto cercando buon materiale per la divulgazione.

Il fumetto offre alla scienza diversi approcci, dalla biografia degli scienziati alle spiegazioni vere e proprie, di cui abbiamo più volte parlato su queste pagine.

Non avevo trovato finora un fumetto che parlasse della divulgazione e del rapporto della scienza con il dogmatismo.

E non conoscevo Pierz. Lo so, risulta quasi una bestemmia (mai parola fu più adatta…). Ma il mondo del fumetto è vasto, e non è detto che si conosca o che ci piaccia tutto.

Avevo letto la storia che Davide la Rosa ha dedicato a Paco Lanciano, così mi sono lanciato, ho comprato, letto, cercato informazioni e mi sono imbattuto in questo breve (un centinaio di pagine) e piccolo (formato A5) volume uscito nell’ottobre 2016, in cui Davide La Rosa ha scritto e disegnato la prefazione.

E l’impatto iniziale non è stato dei migliori… Che bisogno ha un fumettista di scrivere “Sbattezzato” sul suo curriculum? E poi che vuol dire «Quando un uomo con la Bibbia incontra un uomo con le scienze, quello con la Bibbia è un uomo tonto».

Sono uno scienziato, almeno di estrazione, continuo a coltivare la buona scienza e a fare divulgazione quando mi capita, ogni tanto provo anche a fare un po’ di scienza, leggo fumetti di tutti i generi (amo Hellboy, il fantasy, e anche l’ironia) e, ahimè, (cosa che sembrerebbe impossibile secondo l’apparente logica del fumettista mio corregionale) non disprezzo altre visioni della vita.

Così, sinceramente, ho avuto un po’ di pregiudizio nella lettura.

Che ci siano degli ottusi antiscienziati è per me esperienza quotidiana, e anche da cattolico dichiarato ci combatto; che ci sia una percentuale non trascurabile di scienziati che condividono visioni antiscientifiche è altrettanto vero. Semplicemente separano i due campi: come è fatto il mondo è lavoro della scienza, chiedersi il perché e il senso delle cose, va oltre i suoi compiti (già Aristotele che pure non è altrettanto maltrattato, la chiamava metafisica).

Inoltre (e qui ammetto la mia scarsa apertura mentale, non ce la faccio a seguire anche le serie TV…) solo leggendo il fumetto e cercando (scientificamente) informazioni per parlarne, ho scoperto che il titolo è una citazione di Breaking Bad, serie TV pluripremiata e molto apprezzata, in cui la scienza (in particolare la chimica) la fa da padrone.

Devo dire però che, superato lo scoglio iniziale, e tolte le assolutizzazioni per cui non tutti i cristiani sono creazionisti e pensano che i fossili siano opera del Demonio, che non tutti i musulmani credono alla terra piatta (è vero, una studentessa tunisina ha provato anche a scriverci una tesi, ma per fortuna è stata respinta), non tutti i Testimoni di Geova sono cementati su posizioni irragionevoli e del tutto prive di senso, anche biblico (oddio, su questa sono in crisi anch’io…), si trovano battute piuttosto divertenti e la storia ha dei risvolti interessanti.

Anche se l’alter ego disegnato dell’autore (che racconta di aver preso spunto da un pomeriggio effettivamente perso per convincere un Testimone di Geova del fatto che l’evoluzione non fosse una delle possibili teorie che spiegano la presenza delle specie sulla Terra) ogni tanto fa di ogni credenza un fascio, mi trova assolutamente d’accordo con il fatto che “secondo me” non è mai un buon modo di rispondere a chi si oppone alla scienza.

E ha un atteggiamento che oggi, per chi prova a fare divulgazione e a rispondere alle critiche dei vari antivaccinisti, radonisti per la previsione dei terremoti, sta creando un fossato sempre più profondo tra la scienza e la società civile.

E lo usa per accomunare le teorie del complotto con le religioni, anche se a volte questo paragone risulta ingeneroso per queste ultime. Sono tutti, indistintamente, creduloni.

Alla fine, con un colpo di coda che mi ha decisamente stupito, si trasforma in un vero e proprio sacerdote della scienza, mostrando il rischio che la scienza corre, nella sua esposizione al pubblico, proprio in questi tempi. Cioè di cadere nello stesso dogmatismo di cui accusa i suoi presunti nemici.

Per evitare ciò, e allontanare il pubblico dalla scienza, è sul metodo che, secondo me, occorre tener duro…

La storia stessa, inoltre, in qualche modo alla fine ammorbidisce il cinismo antireligioso che ha trasudato per più di settanta pagine, e con quella che mi è parsa profonda autoironia sembra far trapelare il dubbio che oltre ci sia davvero qualcosa (forse la lettura di qualche aforisma di Blaise Pascal può aiutare…).

Alla fine Pierz ha aggiunto una serie di battute e vignette, in parte collegate con il main dish del libro, come la storia di Fedug e Scettug, in parte no, e riprese, in varie versioni, sul blog dell’autore. Anche queste (e il blog) hanno uno sfondo antireligioso più o meno spinto che non sempre risulta solo ironico, a volte secondo me travalica i confini del buon gusto.

Dal punto di vista grafico, a lungo non ho particolarmente amato i fumetti disegnati male, ma devo dire che, a forza di incontrarli, mi rendo sempre più conto che ci vuole grande tecnica. Anzi, per fare un paragone con la scienza, gli autori dei fumetti disegnati male fanno il paio con i grandi didatti e divulgatori: rendono apparentemente semplice un percorso che altrimenti è complesso e riservato agli addetti ai lavori, riescono a farti concentrare sulla parte che vogliono, utilizzando le altre parti come piacevole accessorio.

Ti fanno sentire quasi in grado di disegnarli, ma ti rendi conto che sono difficili esattamente come i fumetti disegnati bene, ma sono sicuramente i più adatti per delle trame che sono tra la cronaca e l’autobiografia, con continue puntate nell’ironia. Magari con disegni più realistici e impegnativi, invece di cogliere le ironie e le battute della trama, la lettura sarebbe stata troppo lenta per il giusto ritmo del volume.

Così dopo un iniziale senso di fastidio quasi fisico legato a quella che mi sembrava una distanza insormontabile con il mio pensiero, ho letto e riletto il volume, trovando le (numerose) cose buone in questo lavoro, che forse non avrebbe avuto lo stesso impatto (come d’altra parte il blog) senza le battute anticlericali (qualche volta al limite della blasfemia).

Mi viene da pensare che in fondo la critica sia nei confronti delle degenerazioni (come la vignetta di Jenus dopo l’attacco a Charlie Hebdo) e che ci sia spazio per tutte le forme di pensiero, purché ci sia un dialogo basato su regole condivise.

E che non ci sia bisogno di offendere in nessun modo le opinioni e credenze altrui per realizzare un buon prodotto.

Science, Bitch! può far discutere e allontanare per alcune battute, ma è certamente ricco di ironia (anche auto), regge benissimo graficamente, e avrebbe potuto portare un contributo ancora più significativo alla discussione sul modo di fare divulgazione senza l’anticlericalismo latente che pure oggi fa tanto figo.

Science, Bitch!
Pierz
Brossurato 15x21cm
112 pagine b/n
Prezzo € 7
ProGlo Edizioni
Ottobre 2016

Time breakers: paradossi temporali al contrario

Nel 1997 Chris Weston, disegnatore britannico, allora ventottenne, aveva già incontrato Mark Millar su Swamp Thing e Grant Morrison su The Invisibles.

Rachel Pollack era già la nota vincitrice di un Arthur C. Clarke Award ed aveva appena scritto la run più importante di Doom Patrol dopo quella di Grant Morrison.

Nel 1997 usciva in volume la miniserie (5 numeri) di Time Breakers, scritta dalla Pollack e disegnata da Weston.

Dal 1997 arriva solo oggi in Italia e, in qualche modo, ci porta indietro nel tempo, proprio come accade ai suoi protagonisti. Ma per fortuna questo viaggio nel tempo non provoca paradossi, o per sfortuna, visto che i paradossi salvano la storia e l’universo…

Per gli scienziati, il tempo assoluto è stato smontato da Einstein con la relatività speciale, e all’incirca parallelamente nell’immaginario collettivo il tempo diventava una coordinata percorribile grazie ad H.G. Wells, che dava origine alla fantascienza. Ma ancora oggi il tempo mantiene una sua direzione, una freccia che i principi della termodinamica rendono irreversibile. Pertanto i paradossi non hanno cittadinanza e sono un pericolo per il tessuto quadrimensionale in cui galleggiamo.

Come la Julia bonelliana, anche l’Angela di Weston ha i tratti di Audrey Hepburn, anche se più dura e meno affascinante della controparte italica. Ma non indaga, viene arruolata tra gli agenti che si occupano di generare i paradossi temporali,  perché, come dice Juta, la sua mentore, «senza paradossi temporali nessun universo, nulla accadrebbe. Tutto statico e chiuso.»

Sono i time breakers a rompere questo circolo, creando dei paradossi, per cui il viaggio del tempo diventa normale. Loro stessi sono nati da un paradosso.

Negli anni in cui l’opera è stata prodotta, la cosmologia di frontiera e i tentativi di creare un legame tra cosmologia e meccanica quantistica non erano lontane dalla magia. La divulgazione scientifica non era diventata ancora diffusa come oggi, anche perché la scienza e i suoi lavoratori non avevano un bisogno così pressante di farsi riconoscere e di ottenere un riconoscimento sociale.

Il fumetto, tra le culture pop, attingeva a tutto, comprese le teorie scientifiche borderline, un po’ come accadeva al cinema di fantascienza. Erano ancora di là da venire da una parte il cinema che prendeva come consulenti i Premi Nobel per la fisica (Kubrick e il suo 2001 erano stati una eccezione), dall’altra la cultura scientifica di massa e la divulgazione resasi quasi indispensabile.

Rachel Pollack, esperta di tarocchi, al punto di averli letti per Neil Gaiman, interpreta la fisica dei viaggi del tempo, rendendola credibile. Giocando con manufatti pseudo-magici, linee temporali, universi paralleli, paradossi, crea una storia interessante, a volte un po’ cervellotica. Come accadde già nel 1984 con Terminator, il futuro determina il passato. Se lì l’eroe della resistenza del futuro veniva concepito dall’uomo inviato nel passato per salvarlo, qui è l’uomo che ha consentito scientificamente i viaggi nel tempo a dover essere ispirato da coloro che quei viaggi li realizzeranno in un qualche futuro.

Pollack utilizza personaggi reali che sono vicini al mito. Il matematico indù Srinivasa Ramanujan, caso davvero più unico che raro di matematico di altissimo livello, autodidatta, morto giovanissimo. Come pure il matematico inglese Hardy, che di Ramanujan fu il riferimento accademico e il mentore nel mondo occidentale, ma ebbe una biografia piuttosto movimentata.

Lo scontro è tra i time breakers, che reclutano Angela e la mandano a salvare il tempo, insieme a Aithon, un re dell’antica Grecia, e a Leo, e tra un gruppo di agenti di Yokhanan (che è la traslitterazione latina dell’ebraico Yahwh è buono, cioè Giovanni), che dovrebbero liberare il tempo dai paradossi.

Ma si scoprirà che questo gruppo è una parte del piano degli stessi time breakers per creare il tempo stesso.

Il paradosso assurge a principio assoluto, tanto che la vita che non viene da un paradosso non ha inizio. Angela vede se stessa più giovane, prova a ispirarla ma in realtà la vede sparire nella tempesta temporale che sta mangiando a ritroso il tempo.

Eppure lei non sparisce, pur essendo stata reclutata dopo quel momento. L’intreccio sembra così aggrovigliarsi, finendo quasi per autodistruggersi, un po’ come l’uroboro.

E per salvare il tempo, si finisce nel grande paradosso.

La natura del tempo e il suo significato continuano da secoli a interrogare scienziati e filosofi. Rachel Pollack, sia nella prefazione all’edizione originale del 1997 che in quelle poche righe riscritte nello scorso luglio, fa riferimento sia alla letteratura sul tema, a partire da H.G. Wells, che alla scienza che si occupa del tempo, dell’età dell’universo e della differenza tra universo reale e universo osservabile.

Oggi (forse) ne sappiamo un po’ di più di quando l’edizione americana è uscita. Ma di fianco ad alcune risposte, queste hanno generato nuove e più complesse domande, un po’ come succede nella storia a fumetti, dove coloro che vogliono salvare il tempo dai paradossi lo salvano proprio contribuendo inconsciamente a creare il paradosso che ri-origina tutto.

Weston nella prefazione all’edizione italiana scrive:

al tempo disegnavo in modo diverso, e il fumetto è colorato con uno stile tipico del periodo, quando la colorazione digitale muoveva i primi passi.

La differenza si nota rispetto alle opere più moderne, ma non invecchia la cura nella ricerca, l’attenzione ai particolari. I disegni sono chiari, meno cupi e ombreggiati di quelli più moderni, con un tratto forse più pulito. I colori meno sfumati, ma modernissima appare la gabbia delle tavole, dinamica e personale, che si integra con elementi della storia (come nella pagina a sopra a destra).

Ammetto di non aver letto nulla di Weston prima di quest’opera, alla quale mi sono avvicinato per curiosità scientifica (come sapranno i miei 25 lettori).

Oggi probabilmente questo fumetto sarebbe stato scritto e disegnato in modo diverso; la scienza ha fatto passi avanti e forse qualcuno di essi avrebbe potuto trovare spazio nella sceneggiatura, sicuramente il colore digitale sarebbe stato più dinamico. Ma non vuol dire che sia vecchio.

Semplicemente è un fumetto del 1997, che non è un intramontabile, ma è ancora un’opera che merita una lettura e richiede anche un po’ di impegno per portarla a termine con soddisfazione.

Charles Babbage su Comics&Science

Charles Babbage è stato un proto-informatico, perché pensava alla costruzione di una macchina calcolatrice fin dagli anni ’20 del XIX secolo.

È stato sicuramente una figura interessante, che ha lavorato tutta la vita su alcune macchine, e ha incrociato la sua vita con Ada Lovelace, figlia del poeta Lord Byron e nota come l'”inventrice” del primo vero algoritmo pensato per una macchina.

La storia dei due è stata anche protagonista di un graphic novel, ad opera di Sidney Padua, autrice canadese, nominato all’Eisner Award nel 2016 e battuto da Ruins di Peter Kuper.

La storia di Babbage e della sua macchina, i legami con Ada Lovelace, hanno creato intorno a questa storia un vero alone di mistero, a volte non lontano dal sensazionalismo pseudoscientifico che circonda figure che sono assurte a livelli mitologici, come Nikola Tesla.

E bisogna dire che di questo tipo di mysteri Alfredo Castelli se ne intende non poco…

Così non deve essere stato difficile per lui forzare un po’ la mano alla storia, mescolandola con le voci e le più o meno realistiche interferenze (è proprio il caso di dirlo) aliene, creando 20 tavole che starebbero benissimo in un volume del BVZM.

Trovando poi nella matita di Gabriele Peddes un ottimo riferimento grafico.

Così la storia a fumetti che maggiormente caratterizza questo numero di Comics&Science (che recensiamo con colpevole ritardo, dovuto alla nostra fumetteria preferita 🙂 ) lascia un po’ l’amaro in bocca perché è… troppo corta e troppo intrigante per finire in poche tavole (meno di un quarto dei più piccoli mensili Bonelli…)

Ma ci sono tanti aspetti che rendono ulteriormente appetibile questo numero del magazine pubblicato dal CNR.

Oltre a Babbage, Davide La Rosa ci presenta uno dei fisici divulgatori in Italia, quel Paco Lanciano ormai arcinoto al pubblico delle trasmissioni di Piero Angela, che, con il suo fagiano crononauta ci racconta in 10 vignette la storia di Alan Turing, un altro che con le macchine per il calcolo ha avuto non poco a che fare.

Sicuramente un merito del semestrale che ha avuto origine dall’omonima sezione di Lucca Comics è quello, ogni volta, di presentare non solo le relazioni tra scienziati e fumettisti, ma anche delle belle realtà di scienza e di divulgazione di cui il nostro paese dovrebbe andare fiero e che invece sono del tutto sconosciute.

Stavolta si tratta dell’Università di Pisa e della sua storia legata al calcolo e alle macchine elettroniche. Se è vero che a Pisa c’è stato il primo collegamento Internet in Italia, oltre trent’anni fa. Se è vero che a Pisa da oltre 50 anni il CNUCE (Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico), oggi confluito nell’Istituto di scienza e tecnologia dell’informazione, si occupa di calcolo e di macchine che lo facilitano. Se è vero che a Pisa si trova un interessante Museo degli Strumenti per il Calcolo, che fa da sfondo alla nostra storia.

E Babbage e Turing sono l’occasione di ripercorrere la storia del calcolo numerico, a partire dalle calcolatrici (umane), fino alle macchine meccaniche sempre più complesse (per scoprire ad esempio che Enigma non è stata l’unica e la più potente macchina usata nella seconda guerra mondiale).

Storia nella quale l’Italia ancora una volta ha avuto una parte non secondaria.

Ancora una volta Andrea Plazzi e Roberto Natalini colpiscono nel segno. Speriamo che la serializzazione di Comics&Science sia finalmente realtà, perché per gli appassionati di scienza è un modo divertente di approfondire gli argomenti, ed è un modo efficace di appassionare alla scienza gli amanti della Nona Arte.

Archimede in Comics&Science: una recensione storica

Archimede, uno scienziato e un ingegnere ante litteram, noto a tutti gli studenti per aver gridato Eureka! nudo in una tinozza dopo aver avuto la geniale intuizione per risolvere un problema metallurgico al tiranno di Siracusa, e dalla cui emersione è nata l’idrostatica, o per aver inventato le leve e gli specchi ustori.

Archimede, noto agli appassionati di fumetti per aver dato il nome al bizzarro e geniale inventore di Paperopoli.

Quindi forse un perfetto connubio tra scienza e fumetto.

Archimede è il primo scienziato dell’antichità a comparire sulle pagine di Comics&Science, in questo secondo numero del 2017, presentato come ormai tradizione nell’omonima sezione “culturale” di Lucca Comics.

E vi compare per raccontare i contenuti e il ritrovamento del cosiddetto Codice C, o palinsesto di Archimede, di cui ci raccontano nell’interessante e dettagliato redazionale Roberto Natalini e Andrea Plazzi, fautori e prosecutori di questa opera meritoria che sta contribuendo a creare una cultura del fumetto scientifico in Italia.

La storia a fumetti è opera di Giuseppe Palumbo, poliedrico autore lucano, che ha già lavorato su temi storici ai limiti della mitologia ne L’elmo e la rivolta, e che con i suoi disegni acquerellati e di sicuro effetto interpreta la storia del Mistero di Archimede con efficacia e delicatezza.

Passando dalla scrittura della dedica a Eratostene, all’incendio della Biblioteca di Alessandria, alla fondamentale figura di Eutocio di Ascalona, all’avventurosa conservazione dell’opera archimedea.

Racconta, anche tecnicamente, del passaggio su diversi supporti, prima il papiro, poi la pergamena, fino alla raschiatura, e le modifiche subite anche dopo il ritrovamento da parte di Heiberg agli inizi del ‘900.

Il fumetto non ha un protagonista in carne ed ossa, ma in inchiostro e pergamena: è proprio il codice C, le cui vicissitudini durano oltre due millenni, fino all’asta di Christie’s del 1998, in cui il codice arriva all’attuale misterioso (?) proprietario, che comunque ha consentito di studiarlo e di estrarre digitalmente tutte le informazioni sull’opera del grande siracusano.

L’opera di Palumbo è affascinante ed evocativa, i colori danno una atmosfera onirica. Eppure la storia è chiara, come il tratto delle chine che su quei colori si stagliano.

Solo la fine della storia non è quella reale, non è il (probabile) compratore Rick Adams (fondatore di UUNET, uno dei primi e più grandi internet providers, e quindi tra i primi ricchi della web economy) a prendere il codice alla fine, ma lo stesso Archimede che chiude la curva e si dice pronto ad aggiungere nuove idee.

Quali? Lo sa solo lui…

D’altra parte una figura così importante e misteriosa non poteva esaurire il suo percorso fumettistico con una storia di 22 tavole.

Lo stesso Palumbo si lascia intervistare (in un pezzo da leggere tutto d’un fiato) da uno dei più noti matematici italiani (e attuale presidente dell’Unione Matematica Italiana), e dice che la storia del Codice C lo ha entusiasmato al punto di volerne realizzare un vero e proprio romanzo a fumetti, considerando questo come un trailer.

Beh, se il buongiorno si vede dal mattino, non possiamo fare altro che augurarcelo.

Il resto del numero di Comics&Science, comunque, non è da meno:

  • la storia dei supporti per la scrittura, dal papiro alla pergamena, a firma di Andrea Ercolani;
  • le tecniche ultramoderne per la lettura dei papiri, che passano anche per le grandi strutture di ricerca come ESRF, a firma di un affermatissimo ricercatore come Vito Mocella, con tanto di bibliografia, a testimoniare ancora una volta la grande attenzione scientifica nella realizzazione di un’opera che non è solo fumetto, ma seria e precisa divulgazione scientifica;
  • gli interventi di Lercio, in particolare del matematico Stefano Pisani, che è anche caporedattore di MaddMaths! e ci racconta a modo suo gli episodi più famosi della vita di Archimede;
  • il fumetto di Davide La Rosa disegnato male, ma incisivo e divertente.

Ancora una volta Comics&Science coglie nel segno. Non è un numero “facile” ma scorre via, lasciando, come accade alla buone opere di divulgazione, la voglia di saperne di più.

Comics&Science: è la volta di Archimede

Come ormai è tradizione, Lucca Comics&Science fa da volano per l’uscita del numero dell’omonima rivista edita dal CNR.

Stavolta, ne The Archimede Issue, Giuseppe Palumbo e Davide La Rosa ci presentano in due storie molto diverese il genio di Siracusa che da circa 23 secoli guarda lo sviluppo delle sue idee.

Che differenza c’è tra un papiro e una pergamena?

Che cos’è un palinsesto?

In quale modo nell’antichità si conservavano i testi scritti?

Sono domande importanti per la trasmissione della scienza e del sapere, sullo sfondo dello straordinario Archimede 2.0 di Giuseppe Palumbo.

La storia appassionante e vera fino all’ultimo dettaglio di come le scoperte del genio di Siracusa sono arrivate sino a noi.

Arricchiscono il numero i gustosi editoriali e una intervista a Palumbo da parte di Ciro Ciliberto, presidente dell’Unione Matematica Italiana.