Andrea Cittadini Bellini

Scienziato mancato, appassionato divoratore di fumetti, collezionista di fatto, provo a capirci qualcosa di matematica, di scienza e della Nona Arte...

San Francesco: una conversione grafica

Ringrazio San Francesco per aver amato Dio e grazie a Dio per tutto!

Strano essere colpiti, nel leggere un fumetto, dai ringraziamenti nel colophon e quindi farsi ben disporre nella lettura e nell’apprezzamento.

D’altra parte Astrid ha già lavorato su storie in qualche modo legate al cattolicesimo, e ne abbiamo già parlato. E anche stavolta non si tira indietro. Dal San nel titolo, ai ringraziamenti a Don, frati e infine quello riportato sopra.

Ci racconta una storia nota, raccontata da tanti. Già nel medioevo di vite di Francesco ne erano state prodotte diverse al punto che nel 1500 già si cercava di fare un po’ di ordine.

Nelle sole Fonti Francescane si contano le Vite di Tommaso da Celano, le Leggende di San Bonaventura, insieme a due biografie non ufficiali. 1

Altri media si sono fatti affascinare dalla storia di Giovanni figlio di Pietro di Bernardone. Il cinema (dal 1911), il teatro (da Dario Fo a Forza Venite Gente), fino ai fumetti. Anche per la Nona arte, grandi maestri si sono fatti coinvolgere, da Dino Battaglia a John Buscema.  Nel 2015 il Cartoon Club di Rimini ha organizzato una mostra in proposito.

Fino ad oggi, ad Astrid Lucchesi, toscana di Barga, comune che ha per frazione Castelvecchio Pascoli, ai piedi dell’Abetone. In quella Lucchesia considerata spesso la zona bianca della Toscana.

In un tempo in cui è molto più facile dissacrare, e ne abbiamo migliaia di esempi, Kleiner Flug  propone invece una vera e propria agiografia, che rende umanissimo il percorso di Francesco.

Cimentandosi sia nella sceneggiatura che nei disegni (e nella copertina), Astrid si limita al periodo del cambiamento di vita del minor per eccellenza.

Che era tale per le sue origini non nobili, e quindi considerato inferiore dai majores.

Anche se il cambiamento modifica tutto, tranne proprio la sua minorità. È interessante infatti che questo suo essere minor, che gli veniva rinfacciato dai nobili assisani mentre si indebitavano con la sua famiglia, sarà poi il percorso della sua vita.

Questa è, in fondo, il centro della conversione di san Francesco: dall’aspirazione alla majoritas al percorso verso la affermazione finale:

andrò nudo incontro al Signore.

Dal voler dimostrare il proprio valore in combattimento, all’umiliarsi anche dentro la casa di suo padre.

Si accenna appena in un paio di passaggi al carattere festaiolo che invece tante leggende ci propongono. Giovanni di Bernardone, detto Francesco perché la madre era Francese e il padre commerciava con la Francia. Figlio tra i più ricchi di Assisi, certamente dedito al lusso e ai ricchi passatempi, ma ancor di più alle storie di uomini valorosi.

Le prime venti pagine ci raccontano della passione per le armi e le imprese, che però si scontrano con sconfitte e una salute  non certo marmorea.

Della prigione dopo la battaglia di Collestrada (1202) da cui, secondo Tommaso da Celano, parte il cammino di conversione.

Fino alla Crociata, indetta da Innocenzo III, con destinazione Puglia, poi Gerusalemme, che però Francesco conclude a Spoleto, ancora una volta per la sua salute cagionevole.

E proprio lì il cambiamento ha un momento decisivo.

In quattro pagine cambia tutto: la frase della donna che a Spoleto ospita i crociati …è quel ragazzo! Se ne sta andando! dà il LA.

La vita di Francesco si converte. Etimologicamente conversione: da converterecum rafforzativo e vértere: volgere. Una vera e propria inversione a U.

E non solo metaforica, ma quella che avviene nelle tre pagine intensissime dell’incontro con il lebbroso.

La conversione “fisica”

Francesco ferma il cavallo e torna indietro (si con-verte, appunto). E cambia definitivamente il suo cuore (biblicamente forse da cuore di pietra a cuore di carne, Ez 11,19).

Allo stesso modo si converte anche la parte grafica dell’opera. Il disegno ben delineato e con colori definiti e pieni diventa quasi schizzato, con una mescolanza di tecniche diverse, e passaggi molto evidenti nelle dimensioni del tratto. Le pagine finora colorate utilizzando viraggi sempre intensi o colori che ricordano affreschi o arazzi medievali, sbiadiscono. Bianco e nero diventano assolutamente predominanti, con l’aggiunta di colori caldi (principalmente ocra e rosso).

La conversione “grafica”

Astrid usa delle vere e proprie pietre miliari della Leggenda francescana. Frasi e parole di san Francesco e dei suoi interlocutori, umani o trascendenti, prese dalla tradizione ed entrate nell’immaginario collettivo. Attinge alle biografie (saranno questi i libri di cui ringrazia Don Luca nel colophon?) e a fonti più tradizionali. Sappiamo che l’agiografia è sempre stata ricca di storie popolari, che sono servite per avvicinare le figure dei santi a noi “normali” (che siamo cristianamente comunque chiamati a somigliare loro, no?) .

E usa anche le parole scritte da San Francesco, dal Cantico delle Creature, alla forse meno famosa ma almeno altrettanto poetica Preghiera davanti al Crocifisso.

E le usa in particolare proprio nel momento della conversione, quando appunto l’immagine perde definizione e colori.

L’uso del bianco e nero, con gli inserti colorati, non impoverisce l’immagine, ma si ha lo stesso passaggio che si ha dalla prosa alla poesia. Quando si fa una parafrasi, occorre usare molte parole per spiegare dei versi. Qui succede circa lo stesso, alla rovescia. Il messaggio grafico diventa un compendio di umanità.

La seconda parte dell’opera è pertanto più essenziale. E lo è tanto più quanto si riducono i colori. La tavola più piena di senso non solo per chi crede, ma anche solo per l’esperienza umana è la 39, la più bianca dell’intero albo. E viene alla fine di un altro trittico, in cui è quasi tutto bianco e nero. Ancora tre tavole per una conversione…

… che qui si completa, e San Francesco tornerà nel mondo.

Il fumetto recupererà definizione, e anche un po’ di colore, ma restando nella nuova prospettiva. Fino all’abbraccio finale con il Vescovo di Assisi, che non si limita a coprire per pudore le nudità, ma condivide, con lo stesso abbraccio del lebbroso.

Che San Francesco abbia convertito anche lui?

1. Le biografie ufficiali sono quelle commissionate dall’Ordine Francescano o dalla Curia Romana, in particolare quelle di San Bonaventura da Bagnoregio.

La conversione di San Francesco
Prodigi fra le nuvole n. 18
Astrid
Ottobre 2018, Kleiner Flug
Brossura, 62 pagg., colore

Il Re dei Ribaldi 1: ai tempi di Filippo II

Come ammette candidamente Vincent Brugeas nella postfazione, intitolata Genesi e intenzioni, Il Re dei Ribaldi non è propriamente un’invenzione.

L’idea infatti l’ha presa dalla serie di romanzi storici I re maledetti di Maurice Druon, accademico di Francia. Ma è di più. È infatti una figura storica, citata anche nell’edizione del 1911 della Encyclopædia Britannica alla voce Ribaldus:

The name (ribaldae or ribaldi) was particularly applied to prostitutes, brothel-keepers and all who frequent haunts of vice, and there was at the French court from the 12th century an official, known as Rex Ribaldorum, king of the ribalds, changed in the reign of Charles VI to Praepositus Hospitii Regis, whose duty was to investigate and hold judicial inquiry into all crimes committed within the precincts of the court, and control vagrants, prostitutes, brothels and gambling-houses.

Traducendo liberamente:

Il nome “ribaldi” era applicato a prostitute e tenutari di bordelli […] e alla corte francese dal XII secolo c’era un ufficiale noto come Re dei Ribaldi, il cui nome fu cambiato durante il regno di Carlo VI (1368-1422 n.d.r.),  che si occupava di investigare su tutti i crimini commessi a corte, controllando anche vagabondi, prostitute, bordelli e bische.

Uomo di fiducia del re, chiamato anche triste sire, Brugeas si diverte a metterlo in difficoltà, creando un intreccio nella Parigi del 1194. Si incrociano così storia e finzione sullo sfondo del regno di Filippo II, salito al trono già da 14 anni, detto anche il re guercio e augusto.

Mentre sullo sfondo si susseguono gli accordi e gli intrighi internazionali tra lo stesso Filippo, Eleonora d’Aquitania, suo figlio Riccardo Cuor di Leone e l’imperatore Enrico VI, in primo piano le questioni economiche e di potere si intrecciano con le storie personali.

Ed è proprio Tristan Il Re dei Ribaldi a mescolare una questione personale con il “lavoro”. Mentre cerca di evitare un attentato a Filippo e agli emissari imperiali, si trova, paradossalmente, ad essere ricercato dal suo stesso re per un omicidio commesso.

Infatti ha ucciso un uomo per vendicare la figlia, per poi scoprire che questi era in realtà una pedina importante nello scacchiere delle spie reali. Così deve barcamenarsi in equilibrio tra i diversi livelli dell’intreccio.

E il mezzo con cui risolve tutte le situazioni è la violenza, l’intimidazione, il sotterfugio.

Ma non senza onore e, a modo suo, correttezza.

Brugeas, storico di formazione, oltre a gestire bene il background storico (dice di aver cercato di essere il più preciso possibile anche se ammette egli stesso qualche piccolo anacronismo), dà spessore ai personaggi, sia reali che di fantasia.

Tutti sono infatti ben caratterizzati. E la composizione della banda del triste sire è molto interessante. In particolare la presenza di un moro in terra di Francia in pieno periodo di crociate è molto stimolante.

Un po’ Games of Thrones, con intrighi, sangue e anche con qualche scena un po’ hard, ma senza perdere mai il taglio storico e senza esagerare nell’esplicitare le violenze.

Ma in fondo la realtà non è tanto distante dalla fantasia: alcuni personaggi storici come Eleonora d’Aquitania, Riccardo, lo stesso Filippo II sono da romanzo. Brugeas è bravo a tratteggiarne le caratteristiche storiche e a utilizzarle nella finzione, ma anche ad andare oltre.

Il Re dei Ribaldi, Tristan

Come lui, per scelta, anche Ronan Toulhoat è il più possibile realistico e preciso. E allo stesso modo caratterizza con pochi tratti sia gli sfondi di Parigi alla fine del XII secolo che i personaggi. Allo stesso modo i costumi, le ambientazioni interne ed esterne, le armi. Forse esagerando un po’ con la prestanza fisica dei soldati e la bellezza delle prostitute, ma fa parte della scelta di “fisicità” nella parte grafica. Il tratto è infatti apparentemente poco dettagliato, dà consistenza e volume.

L’oscurità medievale (non quella culturale, peraltro solo presunta, ma quella fisica, per carenza di fonti luminose) domina gli stretti vicoli parigini. La stessa copertina attrae per la figura del triste sire che emerge dall’oscurità, che ha del demoniaco.

Il tratto dinamico si accompagna con una colorazione per lo più non realistica, ricca di viraggi con colori pastello. Dal blu della luce notturna, all’arancio delle scene davanti ai focolari. Ma anche con colori che sottolineano stati d’animo e pathos. Solo il sangue è sempre rosso intenso, e l’azzurro con i gigli dorati della dinastia Capetingia non scolora mai.

Toulhoat usa anche dei bei giochi prospettici e particolari effetti lente per sottolineare la drammaticità di alcune scene. Frequentissimo è inoltre l’utilizzo dei dettagli per sottolineare i passaggi importanti in ciascuna tavola. Tavole che presentano anch’esse una griglia al servizio degli eventi, con passaggi molto cinematografici: continui cambi di camera, lunghi passaggi con pochi dialoghi, che sottintendono anche una colonna sonora adeguata.

Un volume corposo, ma appassionante, da leggere tutto d’un fiato. Salvo poi tornarci per cercare i riferimenti storici, le citazioni. Per apprezzare i particolari dei disegni, le ambientazioni. Per ripercorrere i fatti e cogliere l’alternarsi di personaggi e fatti storici o inventati.

In attesa di conoscere i prossimi sviluppi per il primo dei Re dei Ribaldi.


Vincent Brugeas, Ronan Toulhoat
Il Re dei Ribaldi, 1 di 3
160 pagg, colore
Edizioni Star Comics

Anche Topolino festeggia Piero Angela

Piero Angela e Topolino sono coetanei. Distano appena 34 giorni.

Steambot Willie vedeva la luce infatti il 18 novembre 1928, mentre il divulgatore più famoso della nostra TV nasceva a Torino il 22 dicembre.

Così è parsa come la cosa più naturale dedicare un numero di Topolino Comics&Science (sul numero 3289 della rivista) al divulgatore più famoso e probabilmente importante della televisione italiana.

Nella storia scritta da Fausto Vitaliano e disegnata da Alessandro Perina, comprensiva di copertina, i due novantenni (che non lo dimostrano) lottano contro bufale e fake news.

L’alter ego disneyano del noto musicista/giornalista/scrittore infatti prende il nome di Peter Quarky e conduce un programma che si chiama Lo sbufalone.

Metodo scientifico, pacatezza nel ragionamento e uno strumento dal nome evocativo di debunkatore sono gli strumenti utilizzati per «smascherare ciarlatani, imbroglioni e impostori».

Perina, dopo il genio di Einstein, affronta un altro grande. Stavolta meno scienziato, ma più comunicatore.

In fondo lo abbiamo sempre detto: la comunicazione della scienza a fumetti può essere un modo per far uscire gli scienziati dalle torri d’avorio, in cui la maggior parte delle persone li cerca. Ciò non toglie che per capire e approfondire occorre studiare.

Così il buon Peter, che in copertina fa surf nello spazio a bordo dell’asteroide a lui dedicato, dopo aver sbugiardato psicocinetici, lettori del pensiero animale, scopritori delle macchine del moto perpetuo, ci spiega le fasi del metodo scientifico.

E ci dice che

Molti fenomeni sono ancora inspiegati! La speranza è che lo sviluppo del pensiero sveli quanti più segreti possibile!

In modo molto più prosaico amo dire che per gli scienziati di lavoro ce ne sarà sempre in grandi quantità…

Nella storia però, Peter Quarky decide di smettere di debunkare e di divulgare la scienza.

Come sta succedendo un po’ oggi, in cui chi afferma il metodo scientifico e le sue (parziali e per definizione non definitive) verità, deve confrontarsi con chi risponde «questo lo dice lei» (cit.).

Così, se la divulgazione ben fatta si ferma, lascia il campo ai Charly de Boor, che purtroppo esistono nella realtà.

Millantatori di titoli che raccolgono schiere di osannanti (e paganti) seguaci che preferiscono seguire chi li fa sentire intelligenti e sapienti, piuttosto che diventarci davvero. In cui la verità è decisa democraticamente (magari con il televoto) e diffusa su un sito web senza possibilità di confronto.

E ai quali basta mostrare un coordinatore termo-spazio-temporale che assomiglia a un cannocchiale giocattolo montato sopra una radio a valvole. Perché uno strumento che abbia qualche familiarità sembra più “reale” di un magnete per acceleratori di particelle o uno specchio composito per l’ottica adattiva.

E che a volte raccolgono anche i consensi di chi a sua volta cerca facile consenso, a Topolinia come nella vita reale:

Topolino – Non avrete intenzione di dare retta al quel tale!

Basettoni – Non ho scelta, Topolino! Il sindaco minaccia di licenziarmi da quando l’opinione pubblica si è convinta che lui sia una salamandra!

E così Topolino mette in campo le sue armi di detective e scienziato, per scoprire le truffe, mettere a tacere il mistificatore e scrollare dal torpore i suoi seguaci che, al contrario di quanto accade purtroppo nella nostra realtà, se messi di fronte all’evidenza, alla fine la riconoscono…

E il nostro Peter?

Ha superato un difficilissimo esame per fare divulgazione scientifica con una troupe di alieni, per cui diventerà il primo divulgatore scientifico interplanetario.

Così, dopo una citazione della relatività che ci assicura la presenza di Peter Quarky, per cui

data la velocità, il tempo a bordo scorre più lentamente rispetto alla Terra!

l’alter ego di Piero Angela parte per un altro dei suoi viaggi, analoghi a quelli del nostro divulgatore preferito.

E dopo il corpo umano, la scienza, ci aspetta il cosmo, perché è ora di guardare la scienza in positivo, e non solo di difenderla da chi, pur utilizzandola quotidianamente, se ne serve per truffare; ormai

cialtroni e ciarlatani […] hanno sinceramente stufato.

Alla storia segue una lunga e bella intervista, raccolta al CICAP FEST di Padova, proprio in occasione di uno degli eventi italiani più importanti di debunking e informazione scientifica.

L’intervista è alla portata di tutti i lettori di Topolino, ricca di spunti per tutte le età e come nella tradizione di Topolino Comics&Science approfondisce i temi toccati dalla storia a fumetti e allarga lo sguardo sulla realtà.

Auguriamo anche noi ai nostri due eroi, l’uno di carta, l’altro in carne ed ossa, di trovare veramente un modo per prolungare la collaborazione e la rispettiva attività. Al servizio del buon divertimento e della scienza, of course!

Crittografia a fumetti: una piccola storia

Quando parliamo di logica e crittografia a fumetti, in Italia viene ormai in mente Bruno Codenotti. Il ricercatore del CNR ha fatto della divulgazione matematica illustrata un vero e proprio filone. Anche applicandolo a campi della matematica che possono sembrare difficilmente rappresentabili graficamente. Ha messo a frutto le sue competenze scientifiche e convertito diversi artisti ai fumetti su questi temi, raccontando storie che sottendevano argomenti matematici. Il più delle volte alternando dei (bei) scritti divulgativi, con i disegni. Nei precedenti libri ha inserito le storie a fumetti in lunghi testi di divulgazione.

Dopo aver parlato dell’infinito e, più recentemente, di paradossi, con Acutamente pubblica un agile libretto di storia della crittografia. E, come sempre in questi casi succede, di storie. Tanto da intitolarlo Racconti di crittografia.

Storie tra il reale e il leggendario, prese per lo più dalla letteratura, che introducono alcuni metodi crittografici con grande semplicità; 48  pagine gustose e scorrevoli, tra le storie illustrate e i brevi approfondimenti storici e tecnici; cinque storie aneddotiche, dall’antichità al secolo scorso, che propongono diversi metodi per nascondere un testo tra le righe.

E, dopo aver proposto con Insolubilia una storia a fumetti romanzata con sfondo matematico, per la prima volta la parte illustrata predomina in un libro dedicato espressamente alla divulgazione.

Fin dall’inizio impariamo che crittografia e crittoanalisi sono le due facce della stessa medaglia, infatti riguardano rispettivamente la codifica e la decodifica dei testi. Poi partono le storie. Che raccontano metodi crittografici ancora in uso nell’era moderna, ma che hanno avuto origine in tempi ben più remoti. Ad esempio, la scitala non è dissimile, dal punto di vista formale, di un meccanismo crittografico a chiave privata o simmetrica.

Non si tratta in realtà di fumetti veri e propri, ma di storie illustrate di 7-9 pagine (non ci sono in effetti le nuvolette). Ciascuna illustra un evento raccontato in letteratura, mostrando la potenza della crittografia:

Gli intermezzi teorici, quattro in tutto, della lunghezza di uno o due pagine, sono gustosi approfondimenti sui sistemi di cifratura di cui si parla nelle storie, o delle piccole raccolte di aneddotica su questi. Dal Cifrario di Bellaso a ENIGMA.

Abbiamo imparato già in passato a conoscere il Codenotti sceneggiatore: le storie, certamente brevi, sono però complete. I personaggi sono caratterizzati abbastanza bene, la contestualizzazione ben riuscita.

Qui, non essendo le storie originali, mette alla prova non il cosa raccontare, ma il come raccontarlo. E anche stavolta riesce a colpire nel segno. Gli episodi risultano ben raccontati e inquadrati, in poche pagine forniscono tutti i dettagli necessari.

Come dicevamo, non si tratta esattamente di fumetti: le storie sono in realtà illustrate con lunghe e ricche didascalie (graficamente contestualizzate, come pure i font utilizzati). Ad esempio, per Sparta le didascalie sono scritte con caratteri tutti maiuscoli su riquadri che sembrano le iscrizioni lapidarie greche o romane. Per Conall Corc i font sono di tipo celtico, su quelle che sembrano pergamene con intorno un fregio a nodi.

In questi si vede tutta la ricerca fatta da Codenotti, che è andato a indagare i retroscena delle leggende e dei racconti, mischiando il canovaccio principale con altre informazioni.

A un primo impatto le illustrazioni di Eros Pedrini, di cui è impossibile trovare altro materiale che non siano le opere create con Codenotti, appaiono non del tutto adatte al livello dei contenuti.

Sembrano fatte in computer grafica elementare, con sfondi presi da immagini reali più o meno deformate ed elaborate, e una parte originale dei disegni che appare non sempre all’altezza. Le immagini risultano a volte distorte (gli sfondi delle didascalie, alcuni elementi riprodotti utilizzando sempre lo stesso campione, come lo scudo di Corc). Quelle originali si limitano per lo più ai soli personaggi, e a volte anche questi risultano cambiati. Inoltre appaiono talvolta confuse, senza struttura.

Però in conclusione risultano sufficientemente efficaci. Infatti:

  • sono abbastanza divertenti ed esplicative;
  • non disturbano i concetti matematici cioè non predominano sui contenuti, come forse sarebbe potuto succedere con altri stili grafici;
  • sono pensate anche per attrarre i più giovani che si trovano certamente a loro agio con degli animali antropomorfi, anche se non perfettamente disegnati ma ben caratterizzati.

In conclusione, il contenuto merita. Alcuni esempi e metodi crittografici sono spiegati con grande chiarezza e molto leggibili. La parte grafica è certamente migliorabile, ma non al punto di inficiare del tutto il lavoro.

Una introduzione godibile alla crittografia partendo da esempi storici ben spiegati, certamente adatta a chi non ne sa nulla, ma anche a chi non parta proprio da zero. E a chi si lascia appassionare dalle storie e dagli aneddoti.

Racconti di crittografia
Bruno Codenotti, Eros Pedrini
Edizioni Acutamente, 2018
48 pagg, brossura, colore
EAN 9788885708037, € 12

Cartoon Music Contest Lucca C&G: The Misfits spaccano!

The Misfits, propaggine musicale di Dimensione Fumetto (per chi non lo sapesse, la Cartoon Cover Band è nata nel 2014, in occasione del ventennale dell’Associazione e due membri del Direttivo ne fanno parte, tra cui il Presidente), sbancano Lucca Comics&Games 2018.

La Band ascolana si è aggiudicata sul prestigioso palco del Baluardo San Donato, nel Cartoon Music Contest, il premio Red Phoenix, e con esso la possibilità di incidere la sigla di PENGUIN HIGHWAY, film di animazione in uscita per Dynit.

Nonostante la pioggia battente, nel pomeriggio di ieri 2 novembre, quattro band si sono scontrate sul palco: le Teste di Croma, i Re dei sette mari, gli Ipergalattici e, appunto, The Misfits.

A vincere il Contest ci pensano gli Ipergalattici, ma per il resto, i nostri hanno trionfato!

Il successo è stato infatti completato dai premi singoli assegnati ad Arianna (miglior cantante) e Giorgia (miglior musicista).

Complimenti a Stefano, Pierpaolo, Giorgia, Arianna, Andrea, Andrea, Alfredo (in stretto ordine antialfabetico, per non far dispiacere nessuno, poi decidete voi in che verso leggerlo) e anche un pizzico di orgoglio da parte mia, perché, come ha scritto un amico comune su un noto social network, i Misfits sono i figli naturali dei Fujiko Mon Amour.

E adesso, dopo Lucca e la collaborazione con Dynit, li aspettiamo su palchi sempre più prestigiosi. AD MAJORA!

The Light Issue: Zerocalcare a Trieste

La filosofia di Comics&Science è semplice: raccontare storie belle e interessanti, che divertano e incuriosiscano il lettore, spingendolo ad approfondire argomenti scientifici avanzati.

Andrea Plazzi e Roberto Natalini introducono così il secondo numero del 2018 della pubblicazione CNR che ha definitivamente sdoganato la divulgazione scientifica a fumetti in Italia. E sta provando a farne uno strumento efficace e diffuso di divulgazione culturale.

Il frutto del viaggio a Trieste, nella struttura di Elettra, il sincrotrone italiano, è un numero ricchissimo di fisica di frontiera, di esperimenti e nozioni per niente intuitivi. Con la  solita cura messa negli aspetti scientifici e la capacità del fumetto di tradurla in disegni e storie del tutto comprensibili.

L’attenzione del big del fumetto italiano coinvolto in questo numero è stata maniacale (ne abbiamo parlato nella presentazione che abbiamo già pubblicato). Infatti dopo aver ammesso che è territorio suo per fare bella figura davanti agli editor, in realtà mostra qualche perplessità.

Il reportage pubblicato sul sito divulgativo della SIMAI è esplicativo e approfondito e le foto, molte delle quali riportate anche nei redazionali scientifici del cartaceo, ci mostrano un Michele Rech attento e preoccupato come il suo alter ego grafico.

E la stessa attenzione scientifica si trova, come al solito, negli editoriali e nel materiale della nuova pubblicazione.

Il main course è il racconto di Zerocalcare della visita a Elettra, accompagnato da tre strani personaggi, due dei lemuri protagonisti di Madagascar e SailorMoon (d’altra parte siamo abituati agli alter ego).

Con la solita efficacia.

Tra le battute solo apparentemente ignoranti e i disegni ormai caratteristici, spiega con chiarezza la struttura e il funzionamento di base del sincrotrone. E anche un pochino della fisica che c’è dietro.

Con il fine per niente celato di far appassionare alla scienza. Perché più è grande il mistero, maggiore è l’impegno necessario a svelarlo. E maggiore è la presa che il mistero e la sua soluzione hanno su di noi.

Fine che emerge in modo esplicito alla conclusione della storia. Ed è un po’ il fine di tutti i fumetti dedicati alla scienza, non solo di quelli di questa serie.

Il fumetto, soprattutto se ben fatto, diventa veicolo forse imprescindibile per interessare il lettore a questi argomenti. Specie in una società disattenta come questa, in cui i giornali e i media seri finiscono con l’inseguire il pubblico scendendo in una spirale al limite dell’indecenza. Mentre i comics possono accendere l’attenzione su temi non banali.

La forma della facility di Trieste, gli elettroni, le linee del sincrotrone, le possibilità di ricerca vengono narrati con efficacia.

L’enorme anellone sdraiato origina dallo Stargate, con una citazione che i più giovani forse faticheranno a comprendere. Le particelle (elettroni) sono rappresentate con un aspetto che è a metà tra i neurotrasmettitori di Siamo fatti così e i rattodonti di Bone (ops, ho spoilerato?). Il tutto arricchito anche da citazioni coatte, come nelle corde di Zerocalcare.

Tutto serve a far conoscere una realtà nazionale che porta avanti la ricerca di base e di punta da oltre trenta anni, di cui peraltro non molti sono a conoscenza. Come ignoriamo che il nostro paese sia stato lungamente all’avanguardia, da ADA, ad ADONE, fino a DAΦNE, salvo poi perdersi un po’ quando altri paesi hanno messo a disposizione denari per ordini di grandezza ben maggiori. Perché comunque quella del sincrotrone è una storia quotidiana di lavoro, di raccolta dati, di analisi, di rendere usuale una cosa che usuale non è.

La gente ce lavora qua, mortaccivostri. Mica stiamo a Gardaland

protestano i ricercatori quando la strana spedizione guidata da Roberto “Julien” Natalini attraversa (bloccando la fila) i cancelli del centro di ricerca.

Certo non è l’unico o il più grande dei sincrotroni, basti pensare al ben più famoso LHC del CERN (che in realtà ha altri scopi scientifici), o ad ESRF a Grenoble. Ma è l’occasione di far vedere che anche il nostro paese, nonostante l’ormai atavica mancanza di fondi per la ricerca, è all’avanguardia. E lo è da anni. E lo è in tanti campi.

Il titolo del numero The light issue fa riferimento al fatto che è con la luce che si fa scienza. La cosiddetta luce di sincrotrone, cioè la radiazione continua prodotta da questo tipo di fenomeni subatomici negli acceleratori (ovviamente è spiegato benissimo nei disegni e nei redazionali). Ma anche la luce del FEL (free electron laser) la luce pulsata a femtosecondi (1 milionesimo di miliardesimo di secondo!) che sta avendo moltissime applicazioni dirette. Quella di Elettra a Trieste si chiama FERMI.

E a partire dalla luce vengono approfonditi temi tecnici e scientifici. Dalle stesse persone che compaiono nella strana foto di gruppo. Tutta gente che Zerocalcare incontra a Trieste.

Andrea Lausi e Roberto Visintini sono gli autori del primo articolo tecnico. Spiegano in modo chiarissimo la fisica di queste sorgenti luminose, i risultati che portano e anche come la comunità scientifica internazionale ne usufruisca.

Mattea Carmen Castrovilli  ci porta per mano a capire perché in realtà non possiamo pensare agli atomi e ai loro componenti come delle semplici “palline”, come ci ha invece abituato il modello di Bohr.

Daniele Catone ci racconta una parte della vita del ricercatore (o dello sperimentale, come lo chiama qualcuno). Che è fatta di turni impossibili, logbook e un gergo al limite dell’iniziazione.

Gabriele Bianchi ci fa capire come la scienza sia precaria. Perché potrebbe bastare un solo esperimento per buttare alle ortiche anni di teoria e di pratica scientifica (come è già successo in passato).

Chiudono il numero i soliti Davide La Rosa e la redazione di Lercio.it.

Insomma un numero che è un vero e proprio manualetto di fisica dei sincrotroni, che viene affrontata da diversi punti di vista, anche quello umano del ricercatore, che spesso si “seppellisce” nelle linee. Perché in queste grandi facilities il tempo per gli esperimenti è dato e va sfruttato al massimo. E che spesso lo fa solo per la passione di far diventare una fessura sul mondo una portafinestra.

Comics&Science – The light issue
CNR Edizioni
52 pag, colore, brossura, € 7

Comics&Science: Light Issue in uscita

Dopo Leo Ortolani, Tuono Pettinato, Alfredo Castelli, Silver, un altro pezzo da novanta del fumetto italiano si cimenta su Comics&Science, The light issue.

Questa volta tocca infatti a Zerocalcare.

Presentato al Festival della Scienza a Genova il 30 ottobre con Giorgio Paolucci, sarà ovviamente protagonista anche al prossimo Lucca Comics&Games.

Stavolta si parla di luce, non di luce qualsiasi, ma di sorgenti di luce avanzate, siano sincrotroni o FEL. Così dopo un viaggio a Trieste tra ELETTRA e FERMI, Zerocalcare scrive e disegna una storia dal titolo Educazione subatomica.

Accompagnano il main dish di questo Light Issue i contributi di Davide La Rosa, Walter Leoni, i soliti ricchi editoriali, e l’edicola di Lercio.it.

In questo nuovo numero dell’ormai ferrea collaborazione tra Symmaceo e CNR, ovvero tra Piazzi e Natalini, la fisica degli acceleratori di particelle e delle cosiddette light sources diventa protagonista.

Insieme a ricercatori e collaboratori dell’Istituto di Struttura della Materia, il numero si concentra infatti sul funzionamento di un sincrotrone (e di un free electron laser), sulla fisica subatomica e sulla teoria quantistica che serve a descriverla, sulle applicazioni (tanto frequenti quanto impensabili) che ormai questi centri di ricerca hanno.

Così si studia la fisica fondamentale, ma, accanto a questa, le opere d’arte, gli alimentari, la struttura tridimensionale delle proteine.

E si riporta quel misterioso oggetto che è il logbook di una linea di sincrotrone.

Maggiori informazioni li trovate nella pagina di questo numero di Comics&Science su MaddMaths.

Il FINAC su Topolino Comics&Science

Il 14 dicembre 1955 presso il CNR di Roma venne inaugurato, alla presenza del presidente Gronchi, FINAC. Acronimo di Ferranti-INAC, dal nome del produttore inglese di macchine calcolatrici Ferranti Ltd (modello Mark I*), e dall’abbreviazione dell’Istituto Nazionale di Applicazioni per il Calcolo. La macchina, progettata dall’Università di Manchester con gente del calibro di Alan Turing, e costruita fino allora in quattro esemplari, fu un passo fondamentale per la storia dell’informatica in Italia.

Storia che avrebbe avuto sviluppi importantissimi soprattutto tra Roma e Pisa.

Grande protagonista della storia è il professor Mauro Picone, vero deus ex machina di questo campo in Italia.

Roberto Natalini, direttore odierno dello stesso istituto del CNR (oggi solo IAC), che prende il nome proprio dal professore, è tra i promotori di Comics&Science e ha scritto a quattro mani con Francesco Artibani una storia ambientata in Italia.

Storia che ha preso spunto dalla notissima e plurisfaccettata figura di Picone, già raccontata in un libro pubblicato dall’Università Bocconi, ma anche in numerosi articoli, i cui riferimenti troviamo qui. E ha voluto mettere al centro la tecnologia, sottolineando come la scienza dura sia indispensabile anche al miglioramento delle condizioni pratiche della nostra vita quotidiana, non solo alla crescita delle nostre conoscenze.

La trama: Topolino e Pippo devono ritrovare il professor Marlin, che, durante una delle sue vacanze temporali, si è perso proprio a Roma nel 1955. Dove si era recato per vedere all’opera il FINAC.

Ma è sparito, così Zapotec invia a cercarlo i nostri cronoinvestigatori preferiti.

In una città eterna descritta in modo fumettisticamente realistico, i nostri eroi “compaiono” nei Giardini del Quirinale. Poi passano davanti alla Fontana di Trevi. Più  tardi, concluderanno uno spericolato inseguimento in Piazza di Spagna, per salutarci dalla Terrazza del Gianicolo. Oltre ovviamente alla sede centrale del CNR che compare diverse volte.

Quindi la visita a FINAC diventa anche un modo per mostrarci una Roma disneyana che fa la sua bella figura. Anche con la sua inconfondibile skyline.

Mentre sullo sfondo vediamo una città meno caotica e forse più poetica (circa 60 anni fa), la storia ci mostra proprio i momenti a ridosso dell’inaugurazione.

E il mistero è legato proprio a quei calcolatori umani che temono di perdere il lavoro perché sostituiti da un computer che fa ben 800 calcoli al secondo!

Uno di loro, Alvise Pallottolier, ha rapito Marlin, con la complicità di altri due, perché lo aveva visto mentre sabotava FINAC.

Nonostante le rassicurazioni di Marlin, infatti, anche uomini moderni e competenti come i calcolatori, si fanno spaventare dal futuro, senza coglierne le opportunità, ma temendo per il proprio lavoro.

Anche in questo, Natalini e Artibani rappresentano bene l’italica atavica inerzia nei confronti dei cambiamenti. O meglio l’incapacità di seguire insieme delle eccellenze che hanno messo il nostro paese sempre all’avanguardia, in moltissimi campi. Si pensi, oltre al calcolo, ad esempio alle esplorazioni spaziali. L’inerzia dei governanti e della società civile ci hanno fatto sempre perdere il vantaggio che l’ingegno degli scienziati ci aveva procurato.

Topolino, avvisando il visionario professor Picone, alla fine salverà tutto. Il sabotatore viene preso e il FINAC salvato dall’esplosione.

Natalini e Artibani mescolano in modo efficace realtà e fantasia. Tra i personaggi in prima fila, con Marlin e Topolino, manca il presidente Gronchi, forse poco significativo per la storia, ma non mancano  Paolo Ercoli e Roberto Vacca. Il primo grande protagonista della cultura della tecnologia, il secondo famoso anche per il grande pubblico, già prima della fine del secondo millennio, come futurologo.

Picone con Ercoli e Vacca nel fumetto, riconoscibili anche nella foto a sinistra (Ercoli il secondo da sinistra, Vacca con la barba)

Il titolo della storia, Topolino e i numeri del futuro, fa pensare proprio alla possibilità che la matematica e le sue applicazioni siano alla base del progresso dell’umanità. Se è vero che la potenza di calcolo a nostra disposizione sta ormai aumentando a dismisura, anche con l’aiuto di tecniche che mettono in relazione le macchine fra loro, come il cloud computing, vista l’impossibilità di potenziare con la stessa efficienza la singola macchina.

Oggi il telefonino che ciascuno di noi ha in tasca ha una capacità di calcolo miliardi di volte superiore a quella dei calcolatori che tra la fine della seconda guerra mondiale e i decenni successivi hanno consentito scoperte scientifiche importantissime.

Pensiamoci, la prossima volta che lo useremo magari solo per guardare un filmato o giocare.

Perché, se è divertente farlo, possiamo anche renderci utili mettendo a disposizione della scienza le risorse fisiche dei nostri strumenti elettronici. Aderendo a progetti di cosiddetto calcolo distribuito, come BOINC.

Una curiosità, l’uscita della storia ha trovato spazio anche tra le news principali del sito del CNR!

 

Intervista a Claudia Flandoli: dalla biologia ai fumetti

Copertina di "Comics&Science: The Women in Math" dedicato al rapporto fra le donne e la matematica.Abbiamo intervistato Claudia Flandoli, biologa e disegnatrice, che ha lavorato anche con Comics&Science nell’ultimo numero uscito, quello su Donne e Matematica, con una divertente storia sull’E.G.M.O. La recensione di questo, e degli altri numeri, la trovate ovviamente sul nostro sito.

  • Ciao Claudia, dicci qualcosa di te.

Ho 30 anni e vivo a Cambridge da quattro. Ho paura dei cani e l’hobby del cucito.

  • Sei stata immersa nella scienza fin da bambina. Anche io sono un fisico, e forse il buttarsi su mondi fantastici può essere un modo per fare da contraltare all’estremo realismo delle scienze, specie quelle dure… Per poi accorgersi, almeno nel mio caso, che alla fine la scienza torna sempre. E in qualche modo anche i fumetti 🙂 Ti sei data ai fumetti anche un po’ per reazione? Oppure la passione per la scienza e l’arte sono andate di pari passo?

Più la seconda credo. Fino all’università sono stata solo una lettrice (dei fumetti, soprattutto di comic strips), poi un giorno ho incontrato in rete i fumetti di Elisabetta Decontardi, in arte Deco, che scrive la striscia Inkspinster. Me ne sono innamorata a tal punto che ho iniziato a immaginarmi la mia quotidianità con lo stesso stile narrativo. Pian piano l’ho messo su carta e poi su Internet spronata da un amico che credeva molto in me. Raccontare la scienza è venuto naturalmente, studiavo Biologia e quindi parlavo anche di quella. Anche oggi non le vedo come due entità separate, la biologia mi affascina e mi piace raccontarla.

  • In una recente intervista hai parlato del tuo entusiasmo nel disegnare la matematica intendendo, ad esempio, lo studio di funzione. Quindi è assolutamente vero che la rappresentazione grafica è indispensabile alla scienza. Non solo il piano cartesiano, penso a Feynman, alla struttura 3D delle proteine e delle molecole… Cosa ne dici? Pensi che in qualche modo il rapporto tra scienza e fumetto sia solo una evoluzione di questa necessità?

Vedere (anche solo nella mia testa) le cose che studiavo era il primo passo per comprenderle e digerirle. Non credo di essere sola in questo, una volta che si può immaginare quello che si è letto lo si può vedere da più prospettive e capirne i meccanismi, ad esempio quelli molecolari. Credo che il fumetto possa aiutare a dare una prima rappresentazione, poi chi legge elaborerà il contenuto in maniera tutta personale.

  • Nel tuo sito, nella parte intitolata science illustrations c’è qualche esempio di struttura secondaria delle proteine o di altre illustrazioni (a sfondo biologico, fisico, ecc). Quanto ti senti illustratrice scientifica, avendo anche lavorato con Zanichelli? Da sempre grandi illustratori si sono dedicati al lavoro su scienza e tecnologia, basti pensare alle illustrazioni dell’Enciclopedie. Ti senti un po’ sulla falsariga di questa tradizione? A cosa è dovuto questo legame che si sta stringendo sempre di più?

Ho iniziato grazie alla mia tesi di Laurea Magistrale, quando ho sviluppato un codice visivo per la rappresentazione tridimensionale delle proteine. Ho scelto questo progetto per finire i miei studi unendo tutti i punti del mio percorso di formazione. Un professore della mia università mi ha segnalata a Zanichelli che mi ha chiamata una settimana dopo la laurea. Non avevo pensato di intraprendere questa strada, ma perché no? Ho disegnato con loro un libro di biologia per le superiori e improvvisamente avevo un portfolio ricco di illustrazioni scientifiche che potevo mandare a istituti di ricerca e riviste. A oggi faccio questo genere di lavoro con ricercatori qui di Cambridge, mi piace perché mi mantiene in contatto con il modo in cui si studia la biochimica.

  • Abbiamo intervistato recentemente anche Bruno Codenotti, con il quale hai lavorato da poco. Come ti sei trovata con lui? Ci racconti qualche aneddoto?

Bruno è una persona divertente e pazientissima, è un piacere lavorare con lui. Ha un po’ avuto la sfortuna di essere uno dei primi a lavorare con me, beccandosi tutta la mia timidezza e ritrosia a parlare in pubblico. Adesso sono un po’ (poco) più abituata, ma la prima volta che abbiamo presentato il libro mi sono nascosta dietro al proiettore e mi sono rifiutata di parlare: insomma, faceva prima a portare un cartonato della mia faccia con sé, sarebbe stato più di compagnia!

  • Nell’intervista con Alice Milani su Comics&Science avete parlato dei rispettivi genitori (quelli della Milani li ho avuti anche come docenti oltre venti anni fa, n.d.r.). Hai mai proposto, ad esempio, a tuo padre o ai suoi colleghi, di lavorare insieme a un progetto? Cosa dicono degli scienziati così “duri” di questa commistione fra scienza e disegno? Magari vi invidiano anche un po’…

Chissà! So che alcuni colleghi/amici dei miei genitori leggono i miei fumetti, anzi sono stati fra i primi lettori fedelissimi, che si compravano tutto quello che pubblicavo. Però non ho mai lavorato con loro, io tendo a proporre poco anche perché di matematica non saprei cosa suggerire, e di biologia scrivo per conto mio (anche se non mi dispiacerebbe lavorare con scienziati a qualche progetto!).

  • La divulgazione scientifica è diventata cruciale in un mondo in cui diventa sempre più necessario rendere la complessità alla portata di tutti. Pensi che ci sia una sorta di semplificazione eccessiva nel passare per i fumetti? O che effettivamente aiutino a stimolare la curiosità?

Io credo che la divulgazione abbia il ruolo di dare un’idea della meraviglia che sta dietro a certi concetti scientifici. Non si può pretendere che spieghi quanto un libro di testo, perché non viene fruita a una scrivania con un evidenziatore in mano. Intendo che per acquisire la complessità bisogna studiare, e studiare richiede una concentrazione e uno sforzo diverso dalla lettura sul divano. O almeno, questo è vero per me! Quindi – secondo me – la divulgazione deve farti scoprire che esistono questi concetti e darti un’idea di cosa trattano e di che cosa comportano, dare spunti di riflessione, farti vedere le cose da un altro punto di vista. Andare troppo nel dettaglio sarebbe come farti immergere in pochi secondi a 300 metri sotto l’acqua, ti parte un embolo di sicuro.

  • Ho la sensazione, a volte, che il fumetto, per quanto più rapido della parola scritta, sia un linguaggio ancora troppo “lento” per i giovani di oggi. Quali sono le tue sensazioni? Adolescenti e giovani si lasciano attirare dai fumetti in generale e in particolare dai fumetti scientifici?

Forse sono troppo romantica, ma penso che i giovani d’oggi siano come i giovani di ieri, solo con un mondo diverso attorno. E quindi credo che ci siano ragazzi e ragazze che hanno voglia di leggere fumetti e altri che preferiscono fare altre cose o apprendere in modo diverso. Ma questo è stato vero sempre, non penso sia frutto del mondo odierno.

  • Il tuo blog in realtà parla della tua vita, poco di scienza… ( ti nascondi dietro ai tuoi personaggi anche se c’è una bellissima foto di te e Alice Milani a Milano al CampusParty). È davvero un “diario di viaggio”. La scienza, dopo gli studi di biologia, sembra quasi uscita dalla tua vita quotidiana… È diventata una cosa di lavoro? Al di là del lavoro sui fumetti a sfondo scientifico, quanto la scienza è ancora parte della tua vita?

Mi diverte questa domanda perché racconta più di come vengo percepita dall’esterno che di come mi vedo io! Non ho un modo cosciente di rapportarmi con la scienza, ma di intendere lo scrivere fumetti sì. Per mio interesse leggo/guardo spesso cose di scienza, su riviste, libri, canali youtube, però per parlarne io in prima persona queste cose le devo studiare, e il mio blog lo faccio nel tempo libero, mi prenderebbe troppo tempo scriverci di scienza: per fare un articolo di cose scientifiche studio per giorni su quell’argomento, e anche lo storyboard deve essere strutturato bene per spiegare le cose in passaggi chiari. Insomma, il mio blog è un po’ la versione fumettistica dello stravaccarsi sul divano, lo faccio per divertirmi e per rilassarmi, e quindi racconto di cose che mi succedono e che penso possano divertire anche chi capita sulla mia pagina.

  • Esperienze come quelle del CampusParty sarebbero state impossibili senza questo connubio tra scienza e disegni, sei d’accordo?

Più che d’accordo. In realtà ho il dubbio che senza aver studiato biologia non avrei mai iniziato a lavorare, sicuramente mi ha dato una nicchia in cui svilupparmi in cui avevo poca concorrenza.

  • Storie a fumetti “non di scienza”. Quale ti è piaciuto disegnare di più? Quali argomenti e quali storie vorresti affrontare? Quali sono i progetti nell’immediato?

Considero l’ultimo fumetto fatto per Comics&Science non di scienza vera e propria, è più una storia di quattro amiche, e mi sono divertita tantissimo a scriverla e a disegnarla. Continua a divertirmi il fumetto che scrissi per Donna Moderna sulla regina Elisabetta e i miei post del blog di quando ancora stavo facendo la tesi.

Mi piacerebbe un giorno scrivere storie per ragazzi. Da bambina leggevo tantissimo, e ancora ricordo quanto mi facevano sognare le storie in cui mi immergevo. Quindi vorrei sapere inventare mondi in cui altri ragazzi possano voler vivere nella loro testa.

  • Quali sono i tuoi “scienziati” preferiti? E i tuoi “fumettisti”?

Mi emoziona la storia di Mary Anning, perché ha avuto delle intuizioni incredibili di paleontologia. Come abbia fatto a capire cosa stava trovando rimane per me un mistero. Poi mi sta simpatico Mendel: me lo immagino sereno e paciocco a seminare le sue piante e a rivoluzionare il modo in cui ci conosceremo.

Di fumettisti che mi ispirano e invidio e odio perché sono più bravi di me ne ho troppi: Watterson, Beaton, Fior, Ziche, Boulet, Lust, Zerocalcare, Vives, Collins, Bagieu, Pearson, Sattouf, Pedrosa, e tanti altri.

  • Marzullianamente: quale domanda ti aspettavi e che non ti abbiamo fatto? (anche perché l’intervistatore non è che sia proprio esperto) Rispondici anche, of course…

Non avevo aspettative per la verità, ma credo che tu mi abbia chiesto un po’ di tutto!

  • Beh, sei già stata nelle Marche, visto che hai studiato a Urbino. Noi siamo un po’ più a SUD, ma ti aspettiamo, di certo per parlare di Scienza a fumetti 🙂

Certamente!!

Un grazie di cuore a Claudia Flandoli e un “a presto” per chiacchierare ancora!

Insolubilia: un paradosso a fumetti

Il termine insolubilia nel Medioevo indicava i paradossi logici (le cose non risolvibili, appunto) in particolare quelli collegati al paradosso del mentitore, che era ben noto fin dall’antichità.

Quindi protagonista del primo lavoro a fumetti (in qualche modo) adulto di Bruno Codenotti è proprio il paradosso detto dell’impiccagione imprevedibile. Così noto da essere associato al conquistatore spagnolo Francisco de Orellana.

In effetti il ricercatore del CNR, che abbiamo recentemente intervistato, si occupa da tempo di divulgazione nel campo della logica matematica. E ha sempre utilizzato il linguaggio delle nuvole parlanti.

Ma nelle opere precedenti, il centro è stato sempre la divulgazione. I fumetti erano un supporto, per quanto fondamentale. Adattissimo per alleggerire la lettura e rendere più comprensibili i problemi logici e le loro soluzioni.

Lo abbiamo visto anche nelle recensioni dei lavori di Codenotti con Claudia Flandoli.

In questo caso la storia è in tutto e per tutto un breve graphic novel (venti tavole disegnate in tutto). Anzi quasi un graphic stageplay.

Codenotti fa interpretare l’insolubilia da una piccola compagnia teatrale, i cui componenti si confondono con i personaggi che interpretano. Al punto di avere gli stessi nomi.

E la data dell’impiccagione del paradosso è invece un deus ex machina che deve comparire durante la rappresentazione teatrale. Un personaggio misterioso che, comparendo casualmente in seguito a un rintocco di campana, darà le istruzioni agli attori su come terminare la rappresentazione. Il regista e autore ne sostiene l’impredicibilità: non scriverà sul copione quando deve comparire….

Ma proprio rifacendosi al paradosso, gli attori si rendono conto in realtà che l’arrivo del personaggio misterioso è invece prevedibile.

La storia stessa di sviluppa come un lavoro teatrale, diviso in prologo, quattro scene ed epilogo. In ciascuna scena si ha una parte importante: l’idea, la proposta, la discussione sul paradosso, la messa in scena.

In mezzo, nella terza scena, l’imponderabile. Gli attori hanno scritto a loro volta un copione, con la soluzione del paradosso, che però viene portato via dal vento, per cui l’unico testo rimane quello del regista. Stefania, Emilio e Gisella non possono mostrare il loro copione al regista prima del palcoscenico.

Nell’ultima scena assistiamo alla rappresentazione di Insolubilia, che è anche il titolo della piece. Un lavoro in cui tutti i protagonisti/autori incrociano contraddizioni, incomunicabilità, sorpresa, verità, decisioni e le loro conseguenze.

E quando compare in scena il regista (che peraltro è l’unico senza nome in tutta la storia) nelle vesti del personaggio misterioso, la logica di Stefania, che aveva spiegato il paradosso, sembra essere perdente.

Così il regista si lancia nella citazione di Nietzsche, un maestro del sospetto. Nel 1873 nel suo Su verità e menzogna in senso extramorale, aveva scritto:

Che cos’è dunque la verità? un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, sono metafore che si sono logorate e hanno perduto ogni forza sensibile, sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete.
E il regista rappresenta proprio il Nietzsche che sostiene l’impossibilità di pianificare ogni cosa, per cui la verità è un’illusione e la logica di Stefania è in realtà fallace.

Ma la logica (rappresentata in questo caso da Stefania, che si è tirata dietro anche gli altri attori) non può arrendersi così facilmente. Così nell’epilogo c’è la sorpresa (che ovviamente non vi sveliamo).

Il lavoro di Codenotti è per forza di cose talvolta verboso. Alcuni passaggi devono per forza di cose essere ricchi di dialogo, dalle spiegazioni dei passaggi logici, alle discussioni sull’opera, alla stessa rappresentazione sul palco.

Però è in buon equilibrio con le tavole prive di parole, che staccano. Inoltre il grande formato e le caratteristiche di sceneggiatura e disegno rendono leggibili anche i lunghi parlati.

La parte grafica è opera di Michele Avigo, che ha cominciato come illustratore (nel suo vecchio sito qualche lavoro). Ha realizzato altri due lavori per Segni d’Autore, il primo con Codenotti (che è al terzo collaboratore grafico, dopo Eros Pedrini e Claudia Flandoli).

Il tratto è piacevole, leggero, colorato ad acquerello. In alcuni passaggi la precisione è migliorabile e le azioni sono poco dinamiche, ma non è certo questa la finalità.

La caratterizzazione, anche grafica, dei personaggi, è riuscita. Al di là dei quattro protagonisti non ne compaiono altri, tranne un cane e un bambino nel terzo atto. Il pubblico del teatro è privo di fisionomia.

L’uso del colore è altrettanto riuscito. Bella la trovata di riportare le pagine a quadretti con gli appunti di Stefania per spiegare il paradosso. Molto suggestivi i paesaggi e l’ambientazione nel paesino arroccato su una collina, che sembra di per sé un palcoscenico, mentre Emilio costruisce nella piazza centrale quello che poi verrà usato dalla compagnia.

La gabbia delle pagine è molto larga (3-5 vignette). Questo, come già notato, alleggerisce i ricchi dialoghi.

Come detto in altre occasioni, il fumetto dà l’occasione di presentare un tema matematicamente non elementare, proponendo citazioni e percorsi. Certamente per risolvere gli insolubilia occorrerà approfondire anche la parte teorica, ma un’idea quest’opera ce la lascia.

Fino al finale a sorpresa, che rimette in discussione tutto e stimola a cercare in tutta la storia le parole chiave da analizzare.

 

Insolubilia
21 x 29,7 cm, 32 pagine a colori
Brossura con alette, cucitura a filo refe
11,90 euro
Segni d’Autore