Andrea Cittadini Bellini

Scienziato mancato, appassionato divoratore di fumetti, collezionista di fatto, provo a capirci qualcosa di matematica, di scienza e della Nona Arte...

Charles Babbage su Comics&Science

Charles Babbage è stato un proto-informatico, perché pensava alla costruzione di una macchina calcolatrice fin dagli anni ’20 del XIX secolo.

È stato sicuramente una figura interessante, che ha lavorato tutta la vita su alcune macchine, e ha incrociato la sua vita con Ada Lovelace, figlia del poeta Lord Byron e nota come l'”inventrice” del primo vero algoritmo pensato per una macchina.

La storia dei due è stata anche protagonista di un graphic novel, ad opera di Sidney Padua, autrice canadese, nominato all’Eisner Award nel 2016 e battuto da Ruins di Peter Kuper.

La storia di Babbage e della sua macchina, i legami con Ada Lovelace, hanno creato intorno a questa storia un vero alone di mistero, a volte non lontano dal sensazionalismo pseudoscientifico che circonda figure che sono assurte a livelli mitologici, come Nikola Tesla.

E bisogna dire che di questo tipo di mysteri Alfredo Castelli se ne intende non poco…

Così non deve essere stato difficile per lui forzare un po’ la mano alla storia, mescolandola con le voci e le più o meno realistiche interferenze (è proprio il caso di dirlo) aliene, creando 20 tavole che starebbero benissimo in un volume del BVZM.

Trovando poi nella matita di Gabriele Peddes un ottimo riferimento grafico.

Così la storia a fumetti che maggiormente caratterizza questo numero di Comics&Science (che recensiamo con colpevole ritardo, dovuto alla nostra fumetteria preferita 🙂 ) lascia un po’ l’amaro in bocca perché è… troppo corta e troppo intrigante per finire in poche tavole (meno di un quarto dei più piccoli mensili Bonelli…)

Ma ci sono tanti aspetti che rendono ulteriormente appetibile questo numero del magazine pubblicato dal CNR.

Oltre a Babbage, Davide La Rosa ci presenta uno dei fisici divulgatori in Italia, quel Paco Lanciano ormai arcinoto al pubblico delle trasmissioni di Piero Angela, che, con il suo fagiano crononauta ci racconta in 10 vignette la storia di Alan Turing, un altro che con le macchine per il calcolo ha avuto non poco a che fare.

Sicuramente un merito del semestrale che ha avuto origine dall’omonima sezione di Lucca Comics è quello, ogni volta, di presentare non solo le relazioni tra scienziati e fumettisti, ma anche delle belle realtà di scienza e di divulgazione di cui il nostro paese dovrebbe andare fiero e che invece sono del tutto sconosciute.

Stavolta si tratta dell’Università di Pisa e della sua storia legata al calcolo e alle macchine elettroniche. Se è vero che a Pisa c’è stato il primo collegamento Internet in Italia, oltre trent’anni fa. Se è vero che a Pisa da oltre 50 anni il CNUCE (Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico), oggi confluito nell’Istituto di scienza e tecnologia dell’informazione, si occupa di calcolo e di macchine che lo facilitano. Se è vero che a Pisa si trova un interessante Museo degli Strumenti per il Calcolo, che fa da sfondo alla nostra storia.

E Babbage e Turing sono l’occasione di ripercorrere la storia del calcolo numerico, a partire dalle calcolatrici (umane), fino alle macchine meccaniche sempre più complesse (per scoprire ad esempio che Enigma non è stata l’unica e la più potente macchina usata nella seconda guerra mondiale).

Storia nella quale l’Italia ancora una volta ha avuto una parte non secondaria.

Ancora una volta Andrea Plazzi e Roberto Natalini colpiscono nel segno. Speriamo che la serializzazione di Comics&Science sia finalmente realtà, perché per gli appassionati di scienza è un modo divertente di approfondire gli argomenti, ed è un modo efficace di appassionare alla scienza gli amanti della Nona Arte.

Archimede in Comics&Science: una recensione storica

Archimede, uno scienziato e un ingegnere ante litteram, noto a tutti gli studenti per aver gridato Eureka! nudo in una tinozza dopo aver avuto la geniale intuizione per risolvere un problema metallurgico al tiranno di Siracusa, e dalla cui emersione è nata l’idrostatica, o per aver inventato le leve e gli specchi ustori.

Archimede, noto agli appassionati di fumetti per aver dato il nome al bizzarro e geniale inventore di Paperopoli.

Quindi forse un perfetto connubio tra scienza e fumetto.

Archimede è il primo scienziato dell’antichità a comparire sulle pagine di Comics&Science, in questo secondo numero del 2017, presentato come ormai tradizione nell’omonima sezione “culturale” di Lucca Comics.

E vi compare per raccontare i contenuti e il ritrovamento del cosiddetto Codice C, o palinsesto di Archimede, di cui ci raccontano nell’interessante e dettagliato redazionale Roberto Natalini e Andrea Plazzi, fautori e prosecutori di questa opera meritoria che sta contribuendo a creare una cultura del fumetto scientifico in Italia.

La storia a fumetti è opera di Giuseppe Palumbo, poliedrico autore lucano, che ha già lavorato su temi storici ai limiti della mitologia ne L’elmo e la rivolta, e che con i suoi disegni acquerellati e di sicuro effetto interpreta la storia del Mistero di Archimede con efficacia e delicatezza.

Passando dalla scrittura della dedica a Eratostene, all’incendio della Biblioteca di Alessandria, alla fondamentale figura di Eutocio di Ascalona, all’avventurosa conservazione dell’opera archimedea.

Racconta, anche tecnicamente, del passaggio su diversi supporti, prima il papiro, poi la pergamena, fino alla raschiatura, e le modifiche subite anche dopo il ritrovamento da parte di Heiberg agli inizi del ‘900.

Il fumetto non ha un protagonista in carne ed ossa, ma in inchiostro e pergamena: è proprio il codice C, le cui vicissitudini durano oltre due millenni, fino all’asta di Christie’s del 1998, in cui il codice arriva all’attuale misterioso (?) proprietario, che comunque ha consentito di studiarlo e di estrarre digitalmente tutte le informazioni sull’opera del grande siracusano.

L’opera di Palumbo è affascinante ed evocativa, i colori danno una atmosfera onirica. Eppure la storia è chiara, come il tratto delle chine che su quei colori si stagliano.

Solo la fine della storia non è quella reale, non è il (probabile) compratore Rick Adams (fondatore di UUNET, uno dei primi e più grandi internet providers, e quindi tra i primi ricchi della web economy) a prendere il codice alla fine, ma lo stesso Archimede che chiude la curva e si dice pronto ad aggiungere nuove idee.

Quali? Lo sa solo lui…

D’altra parte una figura così importante e misteriosa non poteva esaurire il suo percorso fumettistico con una storia di 22 tavole.

Lo stesso Palumbo si lascia intervistare (in un pezzo da leggere tutto d’un fiato) da uno dei più noti matematici italiani (e attuale presidente dell’Unione Matematica Italiana), e dice che la storia del Codice C lo ha entusiasmato al punto di volerne realizzare un vero e proprio romanzo a fumetti, considerando questo come un trailer.

Beh, se il buongiorno si vede dal mattino, non possiamo fare altro che augurarcelo.

Il resto del numero di Comics&Science, comunque, non è da meno:

  • la storia dei supporti per la scrittura, dal papiro alla pergamena, a firma di Andrea Ercolani;
  • le tecniche ultramoderne per la lettura dei papiri, che passano anche per le grandi strutture di ricerca come ESRF, a firma di un affermatissimo ricercatore come Vito Mocella, con tanto di bibliografia, a testimoniare ancora una volta la grande attenzione scientifica nella realizzazione di un’opera che non è solo fumetto, ma seria e precisa divulgazione scientifica;
  • gli interventi di Lercio, in particolare del matematico Stefano Pisani, che è anche caporedattore di MaddMaths! e ci racconta a modo suo gli episodi più famosi della vita di Archimede;
  • il fumetto di Davide La Rosa disegnato male, ma incisivo e divertente.

Ancora una volta Comics&Science coglie nel segno. Non è un numero “facile” ma scorre via, lasciando, come accade alla buone opere di divulgazione, la voglia di saperne di più.

Comics&Science: è la volta di Archimede

Come ormai è tradizione, Lucca Comics&Science fa da volano per l’uscita del numero dell’omonima rivista edita dal CNR.

Stavolta, ne The Archimede Issue, Giuseppe Palumbo e Davide La Rosa ci presentano in due storie molto diverese il genio di Siracusa che da circa 23 secoli guarda lo sviluppo delle sue idee.

Che differenza c’è tra un papiro e una pergamena?

Che cos’è un palinsesto?

In quale modo nell’antichità si conservavano i testi scritti?

Sono domande importanti per la trasmissione della scienza e del sapere, sullo sfondo dello straordinario Archimede 2.0 di Giuseppe Palumbo.

La storia appassionante e vera fino all’ultimo dettaglio di come le scoperte del genio di Siracusa sono arrivate sino a noi.

Arricchiscono il numero i gustosi editoriali e una intervista a Palumbo da parte di Ciro Ciliberto, presidente dell’Unione Matematica Italiana.

Macumba: ancora i fantasmi di Mattia Iacono

Macumba: denominazione di particolari riti, proprî dei culti spiritistici del Brasile, di natura sincretistica, derivati da tradizioni sia africane sia amerindie: sono volti a ottenere la liberazione dal male e consistono in danze accompagnate da musiche e canti spinti fino al parossismo, per giungere a stati di estasi o trance ritenuti prova della possessione da parte della divinità o degli antenati.

(da www.treccani.it)

Per primi erano stati i libri a condizionare la vita delle persone, e a farle incrociare in modo strano, attraverso uno strano carretto che vende volumi usati (e non solo).

All’incirca dallo stesso carretto il signor Bellini, un archeologo che insegna storia all’università, di cui non sapremo mai il nome di battesimo, compra tre strane pietre, la cui aura fucsia collega il mondo reale a qualcos’altro.

Dell’acquisto scopriamo solo alla fine, quando il carrettino, simile a quello che vendeva le copie di Babadush, compare e, con un improvviso flashback, ripropone e compendia tutte le sensazioni che abbiamo trovato nella storia.

Alcune positive, come quelle percepite nel negozio del russo Boris, che ha una cicatrice che gli attraversa tutta la faccia (e oltre) ed è proprietario di una parafarmacia non dissimile dall’antro di una fattucchiera.

Altre meno, come quelle emanate dal vecchio e inquietante mendicante con la pelle viola che lancia (lui sì) la sua macumba al nostro protagonista (anche se il suo biri-biri inizialmente non sembra così pericoloso).

Una storia quotidiana che incrocia la banalità della donna delle pulizie o dei bollettini per pagare il condominio con un sentore di soprannaturale, graficamente caratterizzato dal colore fucsia.

Con questo soprannaturale si scontra il professore universitario, arrabbiato con il mondo, perché ha dato tutto al lavoro e non ha avuto in cambio nulla, visto che l’archeologia gli ha chiuso la porta in faccia, dopo che lo aveva fatto anche la sua donna, proprio a causa del lavoro.

Oltre a non fare il lavoro che sognava, vive giorni tutti uguali, e, all’interno di uno di questi giorni banali, dopo il solito tram, la solita pizza, a causa di una sbornia fuori programma, improvvisamente si trova in una escalation di eventi che avrà un epilogo inatteso.

Una storia come tante, fatta di frustrazioni esistenziali («sono diventato una mozzarella»), solitudini, pseudonotizie e film nella TV ancora più opaca della realtà (splendida la citazione de I soliti sospetti), pizze con le acciughe.

Una storia che improvvisamente cambia (per i biri biri del vecchio?) e che si alterna tra i colori smorti e pastello di una esistenza grigia, e la tricromia (bianco-nero-fucsia) di un mondo parallelo, più vivido di quello reale, che però porta alla morte.

Una storia che sembra uscire dal grigiore nel modo più semplice, con una serena giornata trascorsa con il Dottor Cabrera, una sorta di custode del condominio, dottore solo per soprannome, che nel suo consueto giro di personaggi inconsueti (Boris, Lafayette) sembra rappacificare il protagonista con il tran-tran quotidiano che per lui è stato finora solo fonte di frustrazione.

E quando tutto sembra a posto, quando la normalità sembra ormai acquisita, anzi, sembra vicina una vera e propria catarsi del protagonista, l’imponderabile diventa ineluttabile.

Quando ormai la maledizione sembra aver mancato il suo effetto e Bellini sembra aver aggirato o superato ogni ostacolo, è la banalità del male a colpire, la pochezza e la piccolezza di un evento (anzi, la concatenazione di eventi banali) che forse con la macumba non ha nulla a che fare, o forse sì…

Così il destino colpisce, e colpisce duro. Portando a compimento le piccole storie che si sono incrociate fino al… merluzzo arrosto. Lasciandoci in fondo il dubbio se la macumba sia causa di questo male o cerchi di portarlo via.

L’opera di Mattia Iacono è ancora una volta interessante. L’autore ha mescolato in modo accattivante tanti elementi nella trama: la solitudine e la quotidianità dei personaggi con la magia e il soprannaturale, tra l’altro pescando da diverse tradizioni culturali (An Puch è una divinità Maya della morte). Le persone sono interessanti nella loro semplicità, con relazioni significative. Dolcissima quella tra Cabrera e la moglie Guendalina.

Iacono evidenzia anche la pazzia che permea la vita di ciascuno di noi, dentro e fuori. Ma accanto a questa pazzia intrinseca veleggia l’imponderabile, e anche un po’ onirico, mondo trascendente, con cui tutti dobbiamo avere a che fare, alla fine anche il razionalissimo e previdente “Dottor” Cabrera.

Graficamente Iacono usa il colore per separare i due piani del reale e dell’onirico/magico, non delinea le vignette, che vengono squadrate direttamente dai colori delle scene. Il disegno è stilizzato, ma non per questo meno completo o dinamico. Anzi. Gioca con i dettagli e le inquadrature.

La sensazione di essere in un film è forte. Un film che ricorda un po’ quella vena intimista che ha caratterizzato larga parte del cinema italiano a cavallo dell’anno 2000, ma con un respiro in fondo più positivo. Come era accaduto anche nell’opera precedente, pur senza un finale e vissero tutti felici e contenti, l’uomo è alla ricerca delle sue energie migliori e le trova.

Anche se un giorno qualunque può succedere che sia l’ultimo.

Jim Ottaviani: an italoamerican science comic writer

Those who follow our site know that our association is always interested in how comics can interact with other cultural worlds, as history, or science.

Jim Ottaviani, writer of some of the most interesting biographies of modern scientists, produced by his own publishing house, has issued us this interview.

I read your Wikipedia biography. Why, and how, a former golf caddie and nuclear engineer becomes a librarian and a science biography writer?
Well, the path from caddy to engineer was straightforward: I worked at a golf club to pay for college, and I think my getting to know a lot of members helped me get a scholarship that also helped pay for school. To get from nuclear engineer to writer, with librarian along the way, I simply had to become interested in the lives of people whose equations I was learning. And I did!

Would you be interested in writing science related books and biographies even if they were’t drawn by so good artists?
Probably not. If I knew readers would have to experience the books as drawn by me, for instance, I’d stick with prose since I’m not a good enough (much less fast enough) artist.

Illustrations and drawings give much more “concreteness” to your biographies. Do you somehow interfere with graphical aspects of the work or you let your co-authors completely free?
I do give clear and detailed directions to the artists, but they’re always free to draw or stage a scene differently if they have a better idea. As long as the story gets told well, I defer to the artist’s vision.

Do you think that a “static” medium like comics could help worldwide to raise the interest for scientific culture and improve it? Do you think that younger people could be attracted to science and culture by your works (and similar ones)?
I certainly hope so. There are advantages to static media, the main one being it presents a small technological barrier (paper and ink is almost always going to work, at least during daylight hours!) and the ability for readers to control the pace of their own journey through a story.

In Italy, there is a growing interest in biographies of our important artists and scientist. A small Publishing House (Kleiner Flug) is now working on the biographies of some famous Italian people (mostly artists, but also some scientist, one for all, Galileo). But there is some part of fiction. Are your works completely documented, and didactic, or do you have sometimes to fill in with some fantasy? Do you think it is important to use a certain quantity of fiction to amalgamate, or to make things more suitable for modern readers?
There are fictionalized elements in my books; there have to be given the constraints of book length, reader attention, and interest. A simple example is that I (and others who do similar work) will often create composite characters, and have, let’s say, one or two people represent a scientist’s laboratory assistants rather than showing all the dozens who worked on a series of experiments. It’s unfair to the dozens, of course, but there’s no way to keep things comprehensible and include every person who might have made a contribution, or said an interesting thing.

Most scientists have quite interesting biographies, or, at least, some parts of their lives are strange or can be told as a novel. I am thinking about Einstein, Newton, the Bernoulli Family. How and why do you choose the persons you write about? Do you have fixed criteria?
No fixed criteria. It’s mostly about who interests me most at a given time. There are many people worthy of books about them, but sometimes I’m not the best person to write that book either because I wouldn’t do a good job, or I can’t find the right angle from which to tell their story.

How you develop your work, which are your main sources? Do you also collaborate with some expert in scientist’s biographies? For example in Italy, often, in the universities where there is a faculty of Physics or Maths, there is also some expert about History of these disciplines, and mostly about the people who worked or lived in that faculty. It is the same in the US? And did this help you? What helped you in your research and writing?
I do a lot of reading, and where possible, talk to experts (or even some of the main characters themselves). There are indeed people like you describe in the U.S., but I’ve never collaborated with a professional historian, though. That would be interesting to do someday!

Unfortunately, not all you books have been translated in Italian (some of them have been just translated for the series I cited before). I also read about your italian origin (we are in the same region of Sassoferrato, a little more southward). Never thought about Italian Scientists? I imagine some of them, like Galileo Galilei, or Enrico Fermi, are really famous even in the US…
I agree about both Galileo and Fermi. There are already books about Galileo Galilei, including one in the series from Le Scienze we’re talking about. As for Fermi, I’d like to do a book about him. I’ve read a few volumes myself, and he’d be great for comics. (He does appear in my book Fallout.)

In an interview published in Italy I read some days ago, you said that you began writing these biographies because you “met” these people in the books you were studying and cannot find a “drawn biography”. Why do you think that it is not enough to have a “usual” biography, written, with photos and, eventually, some formula? Don’t you think that, if you have two aspects you have to work on, that is the “story” and the “graphics” you have to be, let’s say, twice as careful to give a “good photo” of the scientist you are talking about? Are you always trying to be precise in describing scientific, historical and graphical sides of the personalities you talk about?
Many people find comics more accessible and easier to approach (and read) than long, non-fiction prose works. For example, I own probably a dozen books about Niels Bohr, some with lots of equations, some that are hundreds of pages long. I like that kind of book myself, but not everybody does! So, my books are intended to reach an audience that would never dream of picking up a 500 page, equation-filled book on a scientist. I do try give an accurate “photo” of every character. As we talked about above, you have to leave things out in the comic book telling of a story, but even all those long books I like leave things out…that’s why I have so many of them: to get a more complete picture.

I also try to connect people, science and comics with my (not professional) reviews of scientific comics, and in a small web-radio, with some pills of scientific profanation. Can you explain why it should be so important to know science and scientists in your opinion? And do you think that these comics can help in this? And how?
To quote Mustafa Kemal Ataturk: Science is the most reliable guide for civilization, for life, for success in the world. I really believe that’s true. Mostly, anyway; there are things where science doesn’t always help (dealing with emotional issues, especially tragedies), but even in those situations it can provide a guide and a good way to approach difficult things. And the world is full of difficult things.

In Italy (but as far as I can see even in the US) there are some anti-scientific movements. Perhaps the most famous nowadays is the anti-vaxxer, but even about climate change, and it looks like this effect is widening (earthquake predictions, lunar landing, etc). Comics can surely help: do you think that it is necessary even to write and draw technical and scientific comics, or fiction stories based on real sciences, or scientists’ biographies are enough?
It’s not enough, but it’s a piece of the puzzle. Anything that helps people better appreciate what science can tell us about the world we live in helps us to live better.

On a comics technical level: how do you begin writing comics? Do you have some writer you have been inspired by? Do you base your writing on a personal style or have some models, both as a biographer and a scriptwriter?
I took inspiration from many writers of comics and fiction and non-fiction. Far too many to list, even! I don’t know whether I have a personal style that shines through my work, but here again there are no specific people I can list as models. I read and enjoy too many authors, I suppose!

If you want to read this interview in our italian translation, you can find it here!

Jim Ottaviani: un italoamericano tra scienza e fumetto

Dopo Eric Shanower, abbiamo fatto qualche domanda a un altro scrittore e sceneggiatore americano, in un settore di nicchia come le biografie di scienziati.

Come ormai avranno capito gli affezionati di Dimensione Fumetto, è un settore del quale siamo grandi appassionati.

Così prendendo spunto dalla recente collana sugli scienziati pubblicata in edicola dal Gruppo Editoriale Repubblica L’Espresso, in cui ben sei delle dieci opere pubblicate sono opera di Jim Ottaviani, abbiamo realizzato questa intervista, di cui, come per quella a Shanower, qui trovate la versione originale. Jim Ottaviani è uno sceneggiatore di chiare origini italiane (anzi marchigiane), le cui storie hanno dato un grosso impulso ai fumetti di stampo storico-scientifico.

Abbiamo letto la tua biografia su Wikipedia (pubblicizzata anche sul sito ufficiale www.gt-labs-com, ndr): perché, e come, un ex caddie di golf e ingegnere nucleare diventa prima un bibliotecario e poi uno scrittore di fumetti sulla scienza?
Bè, il passo da caddie a ingegnere è stato piuttosto diretto: facevo il caddie per pagarmi gli studi di ingegneria. E credo che l’aver conosciuto un sacco di membri del club del golf mi abbia anche aiutato a ottenere una borsa di studio, che ha a sua volta aiutato a pagarmi la scuola. Per il passaggio da ingegnere nucleare a scrittore, passando per l’esperienza da bibliotecario, ho dovuto semplicemente interessarmi alle vite delle persone di cui stavo studiando le equazioni. E l’ho fatto!

Sarebbe ugualmente interessante scrivere fumetti sulla scienza e gli scienziati anche se non fossero disegnati da artisti così validi?
Probabilmente no. Se sapessi che i lettori dovessero sorbirsi dei libri disegnati da me, per esempio, lascerei perdere immediatamente la scrittura, dato che non sono un artista abbastanza bravo (e molto meno veloce).

Disegni e illustrazioni danno grande concretezza alle biografie da te scritte. In qualche modo interferisci con gli aspetti grafici del lavoro o lasci completa libertà ai tuoi co-autori?
In realtà do istruzioni chiare e dettagliate agli artisti con cui lavoro, ma sono sempre liberi di disegnare o rappresentare le scene in modo diverso, se hanno idee migliori. Fino a che la storia viene raccontata efficacemente, mi rifaccio completamente all’interpretazione dell’artista.

Pensi che un medium comunque statico come il fumetto possa aiutare a far crescere l’interesse per la cultura scientifica nel mondo? Pensi che i giovani possano essere attratti dalla scienza e dalla cultura attraverso le tue opere e quelle dello stesso tipo?
Certamente lo spero. Ci sono alcuni vantaggi nell’utilizzare un medium statico. Quello principale è che presenta poche barriere legate alla tecnologia (carta e inchiostro continuano a funzionare sempre, per lo meno durante il giorno!) e la possibilità per il lettore di controllare il ritmo del loro viaggio attraverso la storia che stanno leggendo.

In Italia c’è un interesse crescente nelle biografie dei nostri scienziati e artisti. Una casa editrice in crescita (Kleiner Flug) lavora da qualche tempo sulle biografie di italiani famosi (per lo più artisti, ma anche alcuni scienziati, uno per tutti, Galileo). Ma c’è una parte di fantasia. I tuoi lavori sono completamente documentati e didascalici, o a volte devi utilizzare scene di fantasia? Pensi sia importante usare una certa dose di fiction per amalgamare le storie, o per renderle più adatte ai lettori odierni?
Ci sono elementi romanzati nei miei libri. Sono necessari alcuni vincoli: la lunghezza del libro, la capacità di attirare l’attenzione e l’interesse del lettore. Un esempio banale è che io (e altri colleghi che producono opere simili) creo spesso dei caratteri compositi, e ho, diciamo così, una o due persone che rappresentano gli assistenti di laboratorio di uno scienziato, piuttosto che mostrare tutte le dozzine di persone che hanno lavorato su una serie di esperimenti. Non è molto carino nei confronti di quelle dozzine di persone, naturalmente, ma non c’è modo di mantenere una sorta di comprensibilità della storia e mantenere ogni singola persona che in qualche modo ha contribuito, o ha detto una cosa interessante.

Diversi scienziati hanno biografie interessanti, o, per lo meno, hanno avuto delle parti delle loro vite così particolari da poter essere benissimo argomento di un romanzo. Penso ad esempio a Einstein, Newton, la famiglia Bernoulli. Come scegli di quali scienziati parlare? Hai dei criteri standard?
In realtà no. Penso più a chi mi interessa di più in un dato momento. Ci sono molte persone sulle quali varrebbe la pena scrivere un libro, ma a volte non sono la persona giusta per scrivere quel libro, o perché non farei un buon lavoro, o perché non riuscirei a trovare il punto di vista giusto da quale raccontare la loro storia.

Come sviluppi il tuo lavoro? Quali sono i punti di partenza? Collabori di solito con esperti nella vita degli scienziati? Ad esempio in Italia spesso, nelle università in cui c’è una facoltà scientifica, c’è anche qualche esperto di storia della scienza, e che conosce benissimo o studia gli scienziati che hanno lavorato in quell’università. È lo stesso negli USA? E questo ti aiuta? Altrimenti, cosa ti aiuta nelle tue ricerche e nella scrittura?
Leggo moltissimo circa le persone di cui scrivo e, quando possibile, parlo direttamente con gli esperti (o a volte direttamente con i protagonisti delle mie storie). Ci sono anche qui degli studiosi come quelli che descrivi nella domanda, tuttavia io non ho mai collaborato con degli storici della scienza professionisti. Però sarebbe una esperienza interessante da fare, prima o poi!

Sfortunatamente non tutti i tuoi libri sono tradotti in Italiano (alcuni di loro lo sono stati molto recentemente per la collana appena uscita). Ho letto anche delle tue origini italiane (viviamo nella regione di cui sei originario, le Marche, solo un po’ più a sud di Sassoferrato): hai mai pensato a scrivere la vita di scienziati italiani? Immagino che alcuni di loro, penso a Galilei, o Enrico Fermi, siano estremamente famosi anche oltreoceano!
Ovviamente sono assolutamente d’accordo su Galileo e Fermi. Ci sono moltissimi libri a fumetti su Galileo, compreso quello nella collana che abbiamo citato. Per quanto riguarda Fermi, mi piacerebbe scrivere un libro su di lui. Ho letto finora pochi libri su di lui, e la sua vita sarebbe perfetta per un fumetto. Comunque lui compare nel mio libro Fallout!

In una intervista pubblicata in Italia che ho letto qualche tempo fa, hai detto che hai cominciato a scrivere queste biografie perché hai incontrato queste persone sui libri che stavi studiando e non ne trovavi delle biografie disegnate. Perché pensi non sia abbastanza avere biografie tradizionali, scritte, magari con foto e formule? Non credi che, dovendo avere due aspetti su cui lavorare, in un fumetto, cioè la storia e la parte grafica, devi essere il doppio più attento nel fare un ritratto fedele dello scienziato di cui stai parlando? Cerchi di essere sempre preciso nel descrivere le caratteristiche storiche, scientifiche e grafiche dei protagonisti delle tue opere?
Molte persone trovano i fumetti più accessibili e di più facile approccio (e lettura) di lavori scritti lunghi e privi di parti romanzate. Per esempio, ho probabilmente una dozzina di libri su Niels Bohr, alcuni pieni di equazioni, altri lunghi centinaia di pagine. A me piace quel tipo di libri, ma non tutti la pensano così! Così, le mie opere vogliono raggiungere un pubblico fatto di persone che non si sognano neanche di prendere un libro di 500 pagine, pieno di formule che parla di uno scienziato. Provo a fare una foto accurata dei personaggi di cui parlo. Come abbiamo detto sopra, devi necessariamente lasciare delle cose fuori da un libro che racconta una storia, ma anche quelle lunghe biografie che a me piacciono tanto devono per forza lasciar fuori qualche dettaglio. Ecco perché ne ho così tanti: per avere un quadro più completo.

Anche io cerco di collegare tra loro le persone, la scienza e i fumetti con le mie (assolutamente non professionali) recensioni e alcune pillole di divulgazione scientifica che autoproduco per una piccola webradio (Radio Incredibile). Perché secondo te è così importante conoscere la scienza e gli scienziati? E pensi che i tuoi fumetti possano aiutare? Come?
Cito Mustafa Kemal Ataturk (il padre della Turchia moderna, ndr): la scienza è la guida più affidabile per la civiltà, per la vita, per il successo nel mondo. Credo nel profondo che questo sia vero. Comunque, ci sono cose con cui la scienza non può aiutare (aver a che fare con problemi emozionali, specie le tragedie) ma anche in quelle situazioni può essere una guida e un buon modo per affrontare le cose difficili. E il mondo è pieno di cose difficili.

In Italia, e a quanto posso vedere anche negli Stati Uniti, ci sono movimenti antiscientifici. Forse i più famosi sono gli antivaccinisti, ma anche sui cambiamenti climatici e altri aspetti, e sembra che questo atteggiamento si espanda (le predizioni dei terremoti, l’atterraggio sulla luna). I fumetti possono certamente aiutare: pensi sia necessario anche produrre fumetti più tecnici e con contenuto più scientifico, o storie di narrativa basate sulla scienza, o sono sufficienti le biografie degli scienziati?
Non sono certo sufficienti, ma sono un pezzo del puzzle. Qualunque cosa che aiuti le persone ad apprezzare maggiormente quanto la scienza può dirci sul mondo in cui viviamo ci aiuta a vivere meglio.

Da un punto di vista strettamente tecnico: come hai cominciato a scrivere fumetti? Hai qualche sceneggiatore a cui ti sei ispirato? Hai uno stile che reputi personale o hai dei modelli, sia come biografo che come sceneggiatore?
Mi sono ispirato a molti scrittori di fumetti, sia fiction che non-fiction. Inoltre, sono davvero troppi per citarli tutti! Non so se ho uno stile personale che si evidenzia dalle mie opere, ma neanche qui sono in grado di elencare delle persone specifiche a cui mi sono ispirato. Ho letto (e mi sono piaciuti) troppi autori, credo!

Ringraziamo di cuore Jim per averci concesso questa intervista. Per chi volesse maggiori informazioni sulle opere di Ottaviani, questo è il suo sito ufficiale.

Se invece volete leggere la versione inglese, la trovate qui!

Scienziati tra le nuvole: grandi della scienza a fumetti

Sabato 9 settembre, con la decima uscita, si è chiuso il ciclo de I grandi della Scienza a fumetti, pubblicati in edicola dal Gruppo Editoriale L’Espresso.

Ne avevamo parlato già a luglio, in occasione del primo numero.

Da allora il numero delle uscite è salito da 8 a 10, aggiungendo alla lista già pubblicata Cacciatori di ossa e Galileo Galilei.

La parte del leone è stata fatta dalle opere di Jim Ottaviani, notissimo sceneggiatore di biografie di scienziati, tra l’altro di origine marchigiana (qui una sua recente intervista sul sito di La Repubblica), con ben sei sceneggiature. Ma anche la presenza di due fumetti italiani è molto interessante e ci dice che qualcosa si muove in questo campo anche nel Belpaese.

Sicuramente il prezzo è stato concorrenziale e la qualità delle opere sufficiente a far avvicinare (speriamo!) qualche nuovo lettore di fumetti alla scienza e qualche fan della divulgazione scientifica alla Nona arte perché, come già sostenuto diverse volte in passato su queste pagine, la divulgazione scientifica può passare (e bene) per le opere disegnate.

In realtà questa collana è forse più storica, come nella maggior parte dei casi in cui i fumetti trattano di scienza, in quanto è più facile parlare di storie che di concetti astratti come quelli scientifici. Ma poiché si tratta di biografie di scienziati e di racconti riguardanti scoperte, invenzioni e sfide scientifiche e tecnologiche, la speranza che qualche lettore si appassioni ai contenuti è sempre viva.

1. Feynman

Jim Ottaviani, Leland Myrick

Questa biografia del fisico probabilmente più famoso (oltre che geniale) del secondo dopoguerra era già stata pubblicata cinque anni fa dalla Bao in un bel volume cartonato, all’incirca nello stesso formato.

Emerge la profonda umanità e l’interesse per tutti gli aspetti dell’uomo di uno scienziato che ha profondamente condizionato la fisica del dopoguerra, anche perché il manuale ottenuto raccogliendo le sue lezioni è un viaggio affascinante nella natura.

Come dice lo stesso Ottaviani, probabilmente rendere la vita di Feynman non deve essere stato affatto facile, anche perché la sua stessa biografia è stata complessa, come la sua personalità.

Ma l’opera mescola bene storia e scienza, anche grazie al tratto pulito e senza ombre di Myrick.

Da non perdere, ma sapendo di doverci spendere del tempo.

2. Turing (The imitation game)

Jim Ottaviani, Leland Purvis

Un altro pezzo da novanta del secolo scorso, famoso per il fatto di aver decrittato il sistema tedesco di comunicazione, e di aver consentito così alla Royal Navy di contrastare lo strapotere della flotta del Führer.

Ma altrettanto problematico per la sua storia personale.

Di lui si era occupato anche Tuono Pettinato, in un’opera sicuramente meno dettagliata dal punto di vista biografico e dal titolo quanto mai azzeccato, Enigma, a sottolineare non solo l’aspetto storico (era il nome in codice della macchina crittografica tedesca), ma anche l’enigmaticità del personaggio.

E anche questa lo è, sottolineando maggiormente anche le ambiguità personali di Turing, nella vita e nella morte, come evidenzia lo stesso Ottaviani in una nota alla fine del testo. La ricerca dell’attendibilità storica da parte dell’autore, anche in questo volume, si sposa con il tratto realistico di Purvis, che consente alla storia di scorrere senza renderla faticosa.

Il fumetto è uscito dopo l’omonimo film, raccontando la storia in modo analogo. In Italia è stato pubblicato da Gribaudo.

Impegnativo.

3. Russell (Logicomix)

Apostolos Doxiadis, Christos Papadimitriou, Alecos Papadatos, Annie di Donna

In questo libro, considerato tra i migliori graphic novel di sempre e tra i 1001 fumetti da leggere prima di morire, secondo la lista di Paul Grevett, uno scrittore, un pluripremiato informatico teorico e due illustratori-animatori hanno cercato di raccontare come Bertrand Russell abbia posto le basi della logica moderna.

Intrecciando la vita del filosofo-matematico con la cronaca della costruzione del libro e con l’evoluzione delle idee nel XX secolo, ne esce un’opera enciclopedica, ricca di riferimenti storici e scientifici, con una ricca bibliografia e delle note divulgative sugli aspetti meno facili che ne fanno un volume culturalmente molto denso.

In oltre 300 pagine, infatti, si cerca di rispondere alla domanda Cos’è la logica?, passando per il pacifismo, la guerra, le esperienze personali.

Pubblicato originariamente in Italia da Guanda, 2010.

Ancora più impegnativo, ma ne vale la pena.

4. Cosmicomic

Amedeo Balbi, Rossano Piccioni

Astrofisico, divulgatore, noto ai lettori de Le Scienze perché ha sostituito il compianto Giovanni Bignami nella rubrica mensile dedicata all’astronomia, Amedeo Balbi ha scritto la sceneggiatura di quest’opera, originariamente pubblicata nel 2013 da Codice Edizioni, intersecando le vite e le idee degli scienziati che, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, hanno contribuito in maniera decisiva a far capire all’umanità come è fatto l’universo che ci circonda. Einstein, Hubble, Gamow, Penzias, Wilson, ma anche meno noti come Curtis, Lemaître intrecciano le loro vite e le loro idee in una storia che ha i caratteri del giallo. Ma non si arriva alla conclusione, perché nella scienza è così.

La chiosa finale «nella scienza è l’evidenza che conta, e non ne abbiamo abbastanza. Finora.» dovrebbe far riflettere molti, anche sulla base di quello che succede oggi in Italia e nel mondo nei confronti di tanti aspetti della scienza. Che non ha certezze.

Il tratto di Piccioni, spesso legato a opere graficamente più forti, è lineare e godibile.

Didascalico.

5. Trinity

Jonathan Fetter-Vorm

Come scrive lo stesso autore nella postfazione:

Centocinquanta pagine sono ovviamente troppo poche per raccontare la storia della bomba atomica. Le storie da raccontare sono infinite, e infiniti sono i dettagli che andrebbero ricordati.

Però i dettagli storici di questa opera inedita in Italia sono corretti e documentati nella maggior parte dei casi.

Si incrociano persone, idee, eventi storici, luoghi (didascalica è la costruzione di Los Alamos), tecnologie (chi conosce la differenza tra le bombe che colpirono Hiroshima e Nagasaki?).

In un’opera graficamente piacevole, con un bianco e nero che (come un vecchio televisore, per chi lo ricorda) fa tanto vintage.

Istruttivo.

6. Bohr (Un pensiero abbagliante)

Jim Ottaviani, Leland Purvis

Devo confessare una cosa: questo numero non l’ho acquistato.

Ma solo perché avevo già l’edizione Sironi del 2007, peraltro già recensita su queste pagine.

Abbagliante, appunto.

 

 

 

 

 

7. T-minus

Jim Ottaviani, Zander e Kevin Cannon

La storia della corsa allo spazio e della sfida tra USA e URSS per l’arrivo sulla Luna.

Il titolo T-minus indica il modo in cui viene indicato il tempo nelle missioni, ponendo a zero il tempo del lancio, per cui tutti i tempi antecedenti sono negativi.

Il solito, preciso, didascalico Ottaviani, affiancato, per quest’opera, anch’essa inedita in Italia, dal duo della Big Time Attic, non nuovo a fumetti a sfondo scientifico, ma anche con precedenti di tutto rispetto (Top Ten di Alan Moore).

Dal 1957 al 1969, passando da Houston al Kazakhstan, fino allo spazio, con alcune trovate grafiche interessanti, come il lettering pseudo-cirillico dei russi.

La storia fila via, scandita dai lanci falliti e riusciti, dalle tragedie e dai successi, chiudendosi con la corsa a due che si trasforma in collaborazione, con l’auspicio dell’aggancio tra le navicelle statunitense e russa.

Conto alla rovescia.

8. Darwin

Eugene Byrne, Simon Gurr

La vita, il viaggio e le teorie di Charles Darwin raccontate con ironia attraverso gli occhi di due scimmie stelle della televisione che si trovano a dover girare una trasmissione proprio sul naturalista che ha cambiato il nostro modo di vedere la storia naturale del mondo.

Così, tra animali parlanti e scimmie registe, si ha un racconto dettagliato e preciso della biografia e dell’evoluzione delle idee che hanno portato il giovane Charles, in opposizione con la sua famiglia, ad affrontare l’ormai famoso viaggio con il Beagle.

Le ultime pagine sono uno scorrevole e interessante riassunto de Sull’origine delle specie, arrivando fino al giorno d’oggi e alle recenti posizioni negazioniste di alcuni esponenti politici e religiosi.

Ironico.

9. Cacciatori di ossa

Jim Ottaviani, Big Time Attic

La storia degli scienziati Edward Drinker Cope e Othniel Charles Marsh che, nel tardo 1800, quando gli Stati Uniti iniziarono a scavare per creare tunnel e provocare esplosioni per una ferrovia che unisse le due coste, tra le rocce portate alla luce diedero inizio alla paleontologia moderna.

L’opera ha vinto due premi Eisner (con sei nomination) ma non è mai stata tradotta in italiano, così, visto il forte interesse che il connubio scienza-fumetto sta riscuotendo in Italia negli ultimi anni, la Symmaceo ha provveduto a colmare questa lacuna.

La storia del’Età dell’oro della Paleontologia mostra come truffatori (tra cui il famoso Phineas T. Barnum dell’omonimo circo) abbiano giocato con finti fossili di mitologiche creature a lungo prima che la storia e la geologia mettessero ordine.

Il team artistico è testato, interessante la chiusura con miti e realtà della paleontologia, l’edizione però ha perso il colore seppia dell’originale e ha ridimensionato un po’ le tavole, rendendole di meno facile lettura.

Scomodo.

10. Galileo Galilei

Paolo D’Antonio

Anche di quest’opera, pubblicata nel 2015 da Kleiner Flug, ci siamo occupati sul nostro sito circa un anno fa.

La cosa interessante di questo numero, oltre al fumetto, di cui potete leggere qui la recensione, è un saggio sul filosofo naturale di Enrico Bellone, a lungo occupatosi di Storia della Fisica e grande esperto di Galileo.

Il fumetto forse perde un po’ con la diminuzione del formato, ma è ugualmente godibile, il saggio su Galileo, al quale a scienza moderna deve molto, è impegnativo ma dà un quadro molto chiaro sulle idee e sulla storia.

Completo.

 

In definitiva la collana, sull’onda anche di altre esperienze passate, forse meno efficaci, è una buona introduzione a un filone, quello del fumetto storico-scientifico, che in Italia sta lentamente prendendo piede. Un formato meno ristretto avrebbe forse facilitato la lettura, ma visti i costi, la qualità è più che accettabile.

Può essere un volano interessante per scoprire o riscoprire figure non del tutto note del nostro passato (scienziati e tecnologi) per renderle parte della coscienza collettiva, ritrovando anche un po’ di quella fiducia nelle capacità del nostro paese che la storia dovrebbe insegnarci.

An interview with Eric Shanower

This is the original text of the email interview I had with the Eisner Award Winner Eric Shanower.

I really want to thank Maura Pugliese, from our association, who urged me to contact Eric.

If you want to read my translation into Italian, can click here.

Did you ever visit the places where the story has its location? Or you just imagined the Aegean Sea, its Islands and the landscapes, Hellespont, on the bases of maps and photographs? Which are your interactions with University of Cincinnati and its Department of Classics and Institute for Mediterranean studies? Did they help you directly?

When I started Age of Bronze I worked from photos, maps, video, and written descriptions. I finally visited the site of Troy (Hissarlik) and the surrounding area, including the island of Tenedos (Bozcaada) and Mount Ida (Kaz Dag) in 2006. I visited the sites of Delphi, Mycenae, Pylos, Tiryns, and Nauplia in 2010.

I phoned the University of Cincinnati in the mid-1990s when I found out that excavations at the site of Troy (Hissarlik) had re-opened in 1988. I exchanged information with Getzel Cohen there. Later in 2005 I was invited by Jack Davis to give a presentation to the Classics Department and I met everyone there at the time. Jack later became Director at the American School of Classical Studies at Athens. He and his wife Shari Stocker, also an archaeologist, invited me to stay with them in Athens in 2010 and they showed me the Mycenaean sites in Greece. I gave a presentation at the ASCSA, too. All these people and places have given me immense help and support with Age of Bronze.

  1. I counted something like 267 sources just in the first volume, and almost 400 in the following three. You used some scientific sources, like Studia Troica, but also things like ABBA songs. How did you matched all these heterogeneous sources? Which is the strangest? How long does it take to write the script of a single issue and how much the study of sources affect this time? Do you contemplate some kind of critical edition, where sources are linked to the pages and to the single illustration? In the afterword of the first volume you underlined that myths are quite confused and confusing, and you had to mix them and made some choice. As the number of sources grows in time, the first issue of your work is 16 years old, and your research is even older, did you get some important discrepancy or incoherence between what you already wrote and illustrated and some information you get from sources you discovered later? Would you have done something differently, or would you change something, because of some important discover occurred after the publication of issues? You also cite some iconographic sources (ancient pots). Did your graphic style has ever been influences by them? Did you try to be somehow coherent with Greek and Assyrian own representation?

All my story sources just go into the pot, I mix them around, and pull them out in what seems the most sensible manner. Some sources provide a lot of information for the story, some not very much. But I try to take at least some sort of inspiration from each one, no matter how tangential or odd.

Some of the oddest Troy material I’ve run across includes a book claiming that Britain was actually Troy, based on the writings of Dictys and Dares, which the author of this book for some strange reason took to be older and more authentic than Homer’s Iliadand a book that claimed that many of the characters of the Trojan War were reincarnated as then-current world figures, including Diomedes reincarnated as Saddam Hussein. I’m not making Saddam Hussein part of Age of Bronze. I usually write a 20-page script for an issue of Age of Bronze in one to two weeks, but I continually make small revisions to the script while I draw that issue.

Age of Bronze was published for a time as a digital download for iPad. Tom Beasley of Bucknell University wrote excellent annotations for each page and included references to both literary and archaeological sources. Unfortunately the digital publisher went out of business, so those annotations stopped. It would be nice to have a fully annotated edition of Age of Bronze, but I don’t have any plans for that at present.

Fortunately I haven’t come across any new discoveries that completely invalidate my earlier work on Age of Bronze. I’ve made minor adjustments here and there to the way I draw a few things, but so far there are no major discrepancies with new information that’s turned up.

I don’t think my artwork is influenced by ancient styles of artwork. There are a few instances where I’ve deliberately used ancient art to inform Age of Bronze, but not as a whole. Of course, some ancient art takes a bit of interpretation to decipher the original artist’s intent. I’ve had to make some choices about costuming, armor, hairstyles, and things like that, which another person might have interpreted differently.

On which point of Iliad are you working now? And which is the best part of this poem for you? Did you try to be mostly coherent with Iliad even when you tell “parallel” stories, like Troilus and Cryseide?

Homer’s Iliad only covers a short period near the end of the Trojan War, though it refers to both earlier and later events in the war. I haven’t reached the Iliad material yet in Age of Bronze. I’m currently working on the episode of Helen and Achilles meeting on the summit of Mount Ida, an episode near the end of the Kypria, the poem that preceded the Iliad in the Epic Cycle. Next I’ll be writing and drawing the episode of Troilus’s death, which is the final episode in the Kypria. I’ll still have some other material to cover before I get to the Iliad, though, such as the trial of Palamedes and Achilles sacking a whole bunch of cities around Troy.

My favorite part of Homer’s Iliad is Achilles fighting Hektor.

One of the challenges of the Troilus and Cressida material was to make what’s essentially a story of medieval courtly love fit into the Aegean Late Bronze Age. My technique was to focus on the story threads that were universal to human experience and try to eliminate all Christian and medieval influence.

The Greek poet Kostantin Kavafis, in his poem Trojans wrote:

Our efforts are those of men prone to disaster;
our efforts are like those of the Trojans.
We just begin to get somewhere,
gain a little confidence,
grow almost bold and hopeful,
when something always comes up to stop us:
Achilles leaps out of the trench in front of us
and terrifies us with his violent shouting.
Our efforts are like those of the Trojans.
We think we’ll change our luck
by being resolute and daring,
so we move outside ready to fight.
But when the great crisis comes,
our boldness and resolution vanish;
our spirit falters, paralyzed,
and we scurry around the walls
trying to save ourselves by running away.
Yet we’re sure to fail. Up there,
high on the walls, the dirge has already begun.
They’re mourning the memory, the aura of our days.
Priam and Hecuba mourn for us bitterly.

Do you agree? Is your vision of Trojan War different? And what do you think about humanity in this story? Which values described in Iliad (courage, honor, faithfulness, hospitality, respect for “external” entities like gods) are still good for our times? Which aspect of the poem (and of your work) make it actual nowadays?

Certainly the Trojans lose the war. But I don’t think that before the end of the war that they are clearly destined to fail. They have as much a chance of winning as anyone in any war. But on the other hand, because of who the Trojan are, because of whom Priam is, because of whom Hektor is, the Trojans will lose the war.

I hope to show the entire tapestry of human capacity for both good and evil in Age of Bronze. I think that all of human capacity is already there in the story of the Trojan War and is one of the reasons that the story has lasted for thousands of years and means so much to every generation. I designed Age of Bronze to show the story on a human level, to eliminate the gods as actors and agencies.

I think all positive values, including a few you mention, are relevant for all times. They’re universal for humanity. It’s the humanity of the characters in any version of the Trojan War story that captures an audience’s attention and continues to make the story interesting and vital.

  1. About characters: In Achilles we find the brave and young hero, and you also describe his relationship with his mother Thetis, and his love with Patroclus. Do you think he is coherent with the character of Greek legends or have you built your own Achilles? Did you do the same with other main characters (Paris, Helen, etc)?
    Where did you get their physical features (hair color, height, etc)? Which are your main sources for this graphical feature (in addition to what you wrote in the afterword of first volume)? Are you trying to be faithful to sources (which ones?) or are you also giving a personal view of them? In this second case, why and how?

My version of Achilles is a sum of all the versions of Achilles I’ve read about. I do think he is recognizable as the Achilles of Homer’s Iliad, but he is also more than that, since I’ve drawn on more sources than the Iliad. I think I’ve treated all the characters in a similar way. I don’t want to make them different than we find in Homer, but I certainly want to make them relevant in their thoughts and actions to a modern reader.

For physical appearances in general I looked at art from the Aegean Bronze Age, mostly frescoes and paintings on objects. For specific characteristics I used what I could from the literary tradition. Although Helen and Achilles are sometimes depicted as having blond hair, I gave them dark hair, since I haven’t seen any blondes among Aegean Bronze Age artifacts. A few of the characters were inspired by artifacts, such as Agamemnon, who was based on the famous Mycenaean shaft grave death mask popularly called the Mask of Agamemnon. Klytemnestra was based on a Mycenaean fresco. Cheiron was based on a Pompeiian fresco. But most of the characters’ appearances I simply create myself. For some characters I only need to draw a sketch or two to come up with a look that seems right to me. Other characters take many attempts.

  1. Gods seem not to be a real presence in the story so far. Their names have been used perhaps three or four times, and never in the first volume. Humans seems to be much more afraid about gods’ vengeance than it seems to be due or necessary. Why gods are in such a deep background while in Homer they are really immanent? Will it be the same to the very end?

I’m not interested in having the gods take part in the story. I’m interested in the human characters and how they interrelate. One of the main purposes of Age of Bronze is to show how humans can justify doing terrible things to each other. I want to make that comprehensible to the reader, though not necessarily sympathetic. The supernatural element of the Trojan War story will be suppressed throughout Age of Bronze.

Of course the characters believe in the gods—some believe more strongly than others. The Achaeans worship the Greek pantheon and the Trojans worship the Hittite pantheon. I only use the names of Greek gods that we know existed in the Late Bronze Age. I don’t mention the Hittite gods’ names at all, since in the literary tradition the Trojans worshipped the Greek pantheon and I don’t want to contradict that.

  1. You gave a lot of space to smaller stories: Phyloktetes, Troilus, Cryseide. How have you chosen them? You wrote in the afterword of volume I, that you wanted to give space to all stories which are part of Trojan history tradition (I only read Italian translation, sorry I am not using your own words). Is it difficult to give the proper equilibrium between Greek and ancient sources and the tradition coming out from more recent writers (Shakespeare, Chaucers)? Did you try to include stories and characters which are nearer to Anglo-American tradition? Why?

Every episode of the Trojan War that I can find goes into Age of Bronze. I don’t choose some episodes and not other. I use them all. Sometimes I have to reduce them to mere mentions, such as the idea that Helen was left in Egypt before Paris returned to Troy. I can’t always fully integrate episodes that are diametrically opposed to the traditional story. But I always try to find some way to use them, even if I have to transform them radically.

My purpose isn’t to concentrate on episodes and characters that are nearer to the Anglo-American tradition. I’m trying to fit every episode and character of the Trojan War into Age of Bronze. My intent is to tell the whole story of the Trojan War as it’s developed over the centuries.

  1. Graphically, why did you choose black and white instead of colors? Was it difficult to keep the same graphical register for such a long period (16 years!)? What did you change in these years? There are some parts you would draw in a completely different way?

I chose black and white for Age of Bronze because it would take too long for me to color the project and because black and white is cheaper to print than color.

However, the digital edition of Age of Bronze was colored by John Dallaire under my supervision. Even though the digital edition was discontinued when the publisher folded, John and I have continued coloring Age of Bronze, and an edition in color will be published one day.

I haven’t purposely changed anything about my drawing style for Age of Bronze since the beginning. I just try to draw as well as I can. I hope my work is getting better with time.

There are a few details in costume and architecture I might choose to draw differently now than I did years ago, but these are minor. One change I made for the color version was to put artwork on the walls of Priam’s throne room. I knew back when I first designed the throne room that the walls should be decorated, but it seemed too burdensome to have to draw those decorations in panel after panel whenever I drew Priam’s throne room, so I left the walls blank. It’s easy to put the wall designs into the digital edition of Age of Bronzeand I only had to draw the designs once.

  1. Heroes and superheroes: In your opinion, superheroes are somehow the heroes of a modern epic? Which are the differences you find? It is still possible to build an epic in our days?

I don’t see much parallel between modern superheroes and the heroes of Greek epic. I guess other people do see parallels, but I don’t. I don’t think the themes are there in the same way for superheroes, and if there are themes at the beginning of those superheroes’ stories, those themes are often lost among the shuffle of different writers and illustrators. Modern superheroes are franchises that eventually become debased by the agglomeration of more and more material that must be produced to keep the franchise bright and shiny to the eyes of a fickle public.

I’m not sure what it takes to build an epic, so I can’t say for sure whether it’s possible to build an epic today. I guess the closest I can think of is George R. R. Martin’s Song of Ice and Fire series. That seems to have the makings of an epic. I guess we’ll see at the end what the final lesson is that he’s been building up to.

  1. Are you trying to be didactic, bringing more people near to classical stories and history? Or you just want to tell a nice story, maintaining a formal link with sources?

I’m not trying to be didactic in Age of Bronze. I’m trying to tell an exciting, emotional drama. I want the reader to think and feel with the characters inside the story, not think about what it takes to make Age of Bronze or about where it came from.

  1. The last question: when are we going to read the end of the “Age of Bronze”?

When I reach the end.

Eric Shanower: un Premio Eisner su Dimensione Fumetto

È ormai da un po’ che con alcuni dell’Associazione si parla di eroi e supereroi, di mito, epica e fumetti. Incontri nelle scuole, progetti, ricerche.

Per chi, come me, ama il medium perché crede che possa veicolare la cultura, anche quella scientifica e storica, il lavoro di Eric Shanower è imprescindibile, da qui l’idea, che era partita come un gioco: “Pensa se Shanower mi rispondesse…”

In realtà non è stato così difficile: è bastato andare sul suo sito ufficiale e inviare una email per sentirmi dire: “Invia pure le domande, mi fa sempre piacere parlare di Age of Bronze.”

E così è partita l’avventura di una intervista impegnativa (anche perché per me è la prima in assoluto): “E adesso? Cosa gli chiedo? Sarà banale? Sarà troppo complesso? Si annoierà a leggere le mie domande? Cosa si chiede a un Premio Eisner senza fare brutta figura?”

Ed ecco il (lungo ma entusiasmante) risultato.

Hai mai visitato i posti in cui hai ambientato la storia? Oppure hai semplicemente immaginato come potessero essere il Mare Egeo, le sue isole e i suoi paesaggi, l’Ellesponto, sulla base di mappe e fotografie? Come hai interagito con l’Università di Cincinnati, il suo Dipartimento di Studi Classici e l’Istituto per gli Studi Mediterranei (che operano negli scavi su Troia, n.d.r.)? Ti hanno aiutato direttamente?
Quando ho cominciato a lavorare su L’Età del Bronzo, ho lavorato su foto, mappe, video e descrizioni scritte. Ho infine visitato il sito di Troia (Hissarlik) e l’area circostante, compresa l’isola di Tenedo (Bozcaada) e il Monte Ida (Kaz Dag) nel 2006. Ho visitato anche i siti archeologici di Delfi, Micene, Pilo, Tiryns e Nauplia nel 2010. Ho contattato l’Università di Cincinnati a metà degli anni ’90, quando ho scoperto che gli scavi presso il presunto sito di Hissarlik erano stati riaperti nel 1988. Ho potuto scambiare delle informazioni con Getzel Cohen (scomparso nel 2015, n.d.r.). Nel 2005 sono stato invitato da Jack Davis a tenere una presentazione nel Dipartimento di Studi Classici e, in quella occasione, ho incontrato tutti insieme, in una sola volta, gli studiosi che si occupavano di Troia. Jack è poi diventato Direttore alla American School of Classical Studies ad Atene (ASCSA). Lui e sua moglie, Shari Stocker, a sua volta archeologa, mi hanno invitato per un periodo ad Atene nel 2010 e mi hanno mostrato i siti Micenei in Grecia. Ho tenuto una presentazione anche alla ASCSA. Tutte queste persone e istituzioni mi hanno dato un aiuto e un sostegno immenso nella realizzazione de L’Età del Bronzo.

Ho contato qualcosa come 267 referenze solo nel primo volume dell’opera, e quasi 400 nei tre successivi. Hai usato sia sorgenti scientifiche, come Studia Troica, ma anche cose come le canzoni degli ABBA (Cassandra, n.d.r.). Come sei riuscito a far coesistere fonti così eterogenee? Qual è la più strana che hai usato? L’utilizzo di così tante fonti ha certamente influenzato i tempi per la stesura della sceneggiatura. Come?
Hai pensato a una specie di edizione critica in cui collegare le fonti alle pagine e alle singole illustrazioni?
Nella postfazione del volume 1 hai sottolineato che i miti sono confusi e creano confusione, e che hai dovuto mescolarli e fare delle scelte. Visto che il numero delle fonti cresce nel tempo, e il lavoro prosegue da sedici anni, hai trovato qualche incoerenza o discrepanza importante tra quanto avevi già scritto e delle fonti che hai scoperto successivamente? Avresti fatto qualcosa diversamente, in base a scoperte successive? Tra le fonti ci sono anche fonti iconografiche (vasi). Lo stile grafico ne è stato influenzato? Hai cercato di essere coerente con lo stile in cui i Greci e gli Assiri si rappresentavano?

Tutte le fonti storiche sono state messe in un calderone, le ho mescolate e ho tirato fuori la storia nel modo che mi è sembrato il più ragionevole. Alcune fonti forniscono molte informazioni sulla storia, altre poche. Ma ho cercato di prendere un qualche briciolo di ispirazione da ciascuna di esse, non importa quanto la fonte fosse strana o marginale.

Tra il materiale più strano in cui mi sono imbattuto circa Troia, c’è un libro che sostiene che in realtà la Bretagna era Troia, basandosi sugli scritti di Dictys Cretensis (in italiano Ditte Candiotto, un presunto partecipante della guerra di Troia al servizio di Idomeneo, n.d.r.) e di Dares il Frigio (avrebbe scritto un De Excidio Trojae Historia, i lavori di questi due autori sarebbero alla base dei rimaneggiamenti medievali della storia di Troia, n.d.r.). Per qualche motivo l’autore di questo libro ritiene che questi scritti siano più antichi e più veritieri di quelli omerici (in realtà ne abbiamo solo le versioni latine, n.d.r.). Poi c’è un libro che sostiene che molti dei personaggi della guerra di Troia si siano reincarnati in figure del mondo moderno, ad esempio Diomede si sarebbe reincarnato in Saddam Hussein. Non credo che inserirò Saddam Hussein ne L’Età del Bronzo.

Di solito scrivo l’intera sceneggiatura di 20 pagine de L’Età del Bronzo in una o due settimane, ma poi faccio continue piccole revisioni della sceneggiatura mentre disegno. Per un certo periodo L’Età del Bronzo è stato pubblicato digitalmente per iPad: per quella versione Tom Beasley della Bucknell University ha scritto delle eccellenti note per ciascuna pagina, includendo dei riferimenti da fonti sia letterarie che archeologiche. Purtroppo l’editore digitale è fallito e questo tipo di annotazioni sono finite. Sarebbe davvero bello avere una edizione annotata de L’Età del Bronzo, ma per adesso non è nei miei piani. Per fortuna non ci sono state scoperte che hanno invalidato il mio lavoro precedente su L’Età del Bronzo. Ho fatto qualche piccolo aggiustamento qua e là al modo in cui rappresento alcune cose, ma finora non ci sono state delle grosse discrepanze con le nuove informazioni che sono venute fuori successivamente. Non credo che il mio lavoro sia influenzato dagli stili dell’arte antichi. Ci sono alcuni casi in cui ho deliberatamente usato l’arte antica per dare forma all’opera, ma non nella sua interezza. Naturalmente, nell’arte antica a volte ci vuole un po’ di capacità interpretativa per decifrare l’intento originale dell’artista. Ho dovuto fare delle scelte su vestiario, armature, acconciature, e cose di questo tipo, che naturalmente un’altra persona avrebbe potuto interpretare diversamente.

Su quale punto dell’Iliade stai lavorando? E qual è la parte più bella per te? Hai cercato di essere coerente soprattutto con l’Iliade anche quando hai narrato episodi “paralleli” come quello di Troilo e Cressida?
In realtà, l’Iliade copre solo un breve periodo vicino alla fine della guerra di Troia, anche se contiene riferimenti ad eventi sia nella parte iniziale che finale della guerra. Non sono arrivato ancora al materiale dell’Iliade in L’Età del Bronzo. Attualmente sto lavorando all’episodio di Elena e Achille che si incontrano sulla vetta del Monte Ida, un episodio che è quasi alla fine dei Canti Ciprii, il poema che precede l’Iliade nel Ciclo Troiano. Poi scriverò e disegnerò l’episodio della Morte di Troilo, che è l’accadimento finale dei Canti Ciprii. Ho ancora dell’altro materiale su cui lavorare prima di arrivare all’Iliade, però, come il processo a Palamede e il saccheggio da parte di Achille di una serie di città attorno a Troia. La mia parte preferita dell’Iliade è certamente lo scontro tra Achille ed Ettore. Una delle sfide del materiale di Troilo e Cressida è stata quella di riuscire a inserire in modo coerente quella che essenzialmente è una storia di amor cortese medievale nel contesto della tarda età del bronzo nel Mar Egeo. La tecnica che ho usato è stata quella di focalizzarmi sugli intrecci della storia che sono nell’esperienza umana universale, cercando di eliminare tutte le influenze Cristiane e medievali.

Il poeta greco Kostantin Kavafis, nella sua opera Troiani, scrive:
Sono, gli sforzi di noi sventurati,
sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani.
Qualche successo, qualche fiducioso
impegno; ed ecco, incominciamo
a prendere coraggio, a nutrire speranze. Ma qualche cosa spunta sempre, e ci ferma.

Spunta Achille di fronte a noi sul fossato
e con le grida enormi ci spaura. Sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani.
Crediamo che la nostra decisione e l’ardire
muteranno una sorte di rovina.
E stiamo fuori, in campo, per lottare. Poi, come giunge l’attimo supremo,
ardire e decisione se ne vanno:
l’anima nostra si sconvolge, e manca;
e tutt’intorno alle mura corriamo,
cercando nella fuga scampo.La nostra fine è certa. Intonano, lassù;
sulle mura, il corrotto.
Dei nostri giorni piangono memorie, sentimenti.
Pianto amaro di Priamo e d’Ecuba su noi.

Concordi con questa visione? O vedi la guerra di Troia in modo diverso? Cosa pensi dell’umanità in questa storia? Quali dei valori descritti nel Ciclo Troiano (coraggio, onore, fedeltà, ospitalità, rispetto per le entità “esterne” come gli dei) valgono ancora per i nostri tempi? Quali aspetti del poema (e della tua opera) li rendono attuali anche al giorno d’oggi?

Certamente i Troiani hanno perso la guerra, ma non credo che fossero destinati a fallire chiaramente già prima della fine. Avevano le stesse possibilità di vincere, come chiunque in qualsiasi guerra. Ma d’altra parte, a causa di chi sono i Troiani, di chi è Priamo, di chi è Ettore, i Troiani effettivamente perderanno la guerra.

Spero di riuscire a mostrare l’intero campionario delle capacità umane, sia nel bene che nel male ne L’Età del Bronzo. Credo che tutte le possibilità umane siano già lì, nella storia della guerra di Troia, ed è uno dei motivi per cui questa storia è durata per migliaia di anni e ha ancora così tanto significato per tutte le generazioni. Ho progettato L’Età del Bronzo per mostrare la storia al livello umano, per eliminare gli dei come attori agenti direttamente.

Credo che tutti i valori positivi, compresi quelli che citi nella domanda, abbiano valore in tutte le epoche. Sono universali per l’umanità. È l’umanità dei personaggi in qualsivoglia versione della storia della guerra di Troia che cattura l’attenzione del pubblico e continua a rendere la storia vitale ed interessante.

Sui personaggi: in Achille c’è l’eroe coraggioso e giovane, e descrivi la sua relazione con la madre Teti e il suo amore con Patroclo. Credi che sia coerente con il personaggio delle leggende greche o hai costruito il tuo Achille? Hai fatto lo stesso anche con gli altri personaggi (Paride, Elena, ecc)? Dove hai preso spunto per le caratteristiche dell’aspetto (colore dei capelli, altezza, ecc)? Quali sono le fonti principali che hai usato per le caratteristiche grafiche (in aggiunta a quanto hai scritto nella postfazione del primo volume)?
Sei stato fedele alle fonti (a quali in particolare?) o ne hai dato una interpretazione personale? Nel secondo caso, come e perché?
La mia versione di Achille è la somma di tutte le versioni di cui ho letto. Credo davvero che sia riconoscibile come l’Achille dell’Iliade di Omero, ma va anche oltre, dato che mi sono basato su altre sorgenti, oltre all’Iliade. Penso di essermi comportato con tutti i personaggi in modo analogo. Non voglio renderli diversi da come li troviamo in Omero, ma certamente voglio che siano significativi, sia nei pensieri che nelle azioni, anche per un lettore moderno. In generale, per l’aspetto fisico, mi sono basato sull’arte egea dell’Età del Bronzo, soprattutto sugli affreschi e le pitture sugli oggetti. Per caratteristiche specifiche, ho usato quanto sono riuscito a ricavare dalla tradizione letteraria. Sebbene Elena e Achille a volte siano descritti come biondi, li ho disegnati con i capelli scuri, dato che non ho trovato persone bionde tra gli artefatti dell’arte Egea dell’Età del Bronzo. Alcuni personaggi sono ispirati a degli artefatti, come Agamennone, che è basato sula famosa maschera mortuaria della tomba a tumulo micenea chiamata proprio la Maschera di Agamennone. Clitennestra è basata su un affresco miceneo, Chirone su un affresco pompeiano. Ma l’aspetto della maggior parte dei personaggi l’ho semplicemente creato. Per alcuni personaggi è stato necessario disegnare solo un paio di schizzi per arrivare a un aspetto che mi soddisfacesse. Per altri ci son voluti un numero maggiore di tentativi.

Gli dei non sembrano essere una presenza reale nella storia, almeno finora. I loro nomi sono stati usati complessivamente forse tre o quattro volte, e mai nel primo volume. Gli esseri umani sembrano molto più spaventati della vendetta degli dei di quanto sembri effettivamente necessario. Perché gli dei sono così lontani sullo sfondo, mentre in Omero sono assai più immanenti? Sarà lo stesso fino alla fine?
Non ho nessun interesse a che gli dei siano parte della storia. Sono interessato solo ai personaggi umani e alle loro interazioni. Uno degli scopi principali de L’Età del Bronzo è mostrare come gli esseri umani possano giustificare il farsi cose terribili l’un l’altro. Voglio che questo sia completamente chiaro al lettore, anche se non attirerà necessariamente le sue simpatie. L’elemento sovrannaturale della storia della guerra di Troia non emergerà mai per tutta L’Età del Bronzo. Naturalmente però i personaggi credono negli dei – e ovviamente qualcuno ci crede più di altri. Gli Achei venerano il pantheon greco, e i Troiani quello ittita. Uso solo i nomi degli dei greci che sappiamo erano già venerati nella tarda età del Bronzo. Non ho menzionato nessuno dei nomi degli dei ittiti, poiché nella tradizione letteraria i Troiani veneravano il pantheon greco, e non volevo andare contro questo aspetto.

Hai dato molto spazio alle storie secondarie: Filotete, Troilo, Criseide. Come le hai selezionate? Nella postfazione del primo volume c’è scritto che volevi dare spazio a tutte le storie che fanno parte della tradizione della guerra di Troia. È stato ed è difficile trovare un equilibrio tra le storie della tradizione classica e le storie che vengono da scrittori più recenti (da Shakespeare a Chaucer)? Hai provato a inserire storie e personaggi più vicini alla tradizione Anglo-Americana?
Ogni evento della guerra di Troia che sono riuscito a trovare è finito ne L’Età del Bronzo. Non ho fatto una selezione di alcuni, li ho usati tutti. A volte ho dovuto limitarli a mere citazioni, come l’idea che Elena è stata lasciata in Egitto prima che Paride tornasse a Troia. Non sono sempre riuscito a integrare completamente gli episodi che sono diametralmente opposti alla versione tradizionale. Ma ho provato sempre a trovare un modo per usarli, anche se ho dovuto trasformarli in modo radicale. Il mio scopo non è concentrarmi su episodi o personaggi che siano più vicini alla tradizione anglo-americana. Ho provato (e sto provando) a inserire ogni storia e personaggio della guerra di Troia ne L’Età del Bronzo. Il mio intento è raccontare l’intera storia della guerra di Troia, come si è sviluppata nel corso dei secoli.

Graficamente, perché hai scelto il bianco e nero? È stato difficile mantenere lo stesso registro grafico per un’opera durata così tanto? Cosa hai cambiato in questi anni? Ci sono delle parti che oggi ridisegneresti in modo completamente diverso?
Ho scelto il bianco e nero per L’Età del Bronzo perché ci avrei messo troppo tempo a colorare l’intero progetto e anche perché il bianco e nero è più economico da stampare. Comunque, l’edizione digitale de L’Età del Bronzo (non più disponibile, n.d.r.) è stata colorata da John Dallaire sotto la mia supervisione. Anche se la versione digitale è stata interrotta quando l’editore è fallito, io e John stiamo continuando a colorare L’Età del Bronzo, e un giorno ci sarà una edizione a colori. Di proposito non ho cambiato nulla del mio stile di disegno durante L’Età del Bronzo fin dall’inizio. Ho solo cercato di disegnare nel miglior modo possibile e spero che l’opera stia migliorando con il tempo. Ci sono alcuni dettagli nei vestiti e nell’architettura che avrei potuto scegliere di disegnare in modo diverso, rispetto a quanto ho fatto anni fa, ma sono aspetti marginali. Un cambiamento che ho fatto nella versione a colori è stato quello di inserire dei disegni artistici sulle pareti della stanza del trono di Priamo. Sapevo già quando ho disegnato per la prima volta la sala del trono che le pareti avrebbero dovuto essere decorate, ma sembrava troppo gravoso dover disegnare tutte quelle decorazioni tavola dopo tavola, ogni volta che avrei disegnato la stanza del trono di Priamo. Così ho deciso di lasciare bianche le pareti. È semplice poi inserire le pitture sulle pareti nell’edizione digitale, e devo fare i disegni una volta sola.

Eroi e supereroi: secondo te, in qualche modo, i supereroi sono in qualche modo gli eroi di una epica moderna? Quali sono le differenze che trovi? È ancora possibile costruire un’epica al giorno d’oggi?
Non vedo un gran parallelismo tra i supereroi moderni e gli eroi dell’epica greca. Immagino che invece altre persone ce lo vedano, ma io no. Non credo che i temi sono posti nello stesso modo per i supereroi moderni, e se ci sono temi analoghi all’inizio delle storie supereroistiche, poi spesso si perdono nel passaggio da uno scrittore all’altro e da un disegnatore all’altro. I supereroi moderni sono marchi che vengono di tanto in tanto degradati dall’accumulo di una quantità sempre maggiore di materiale, che deve essere prodotto per mantenere il marchio lucido e splendente agli occhi di un pubblico spesso volubile. Non sono sicuro di sapere cosa ci voglia per costruire un’epica, così non so dire con certezza se sia possibile costruirne una oggi. Immagino che la cosa più vicina a un’epica a cui riesco a pensare oggi sia la serie di George R.R. Martin Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Questa sembra in effetti avere la struttura di un’epica. Immagino che alla fine vedremo qual è la lezione conclusiva che vuole impartire e che sta costruendo.

Vuoi provare a essere anche didattico, portando a più persone possibile le storie classiche e la storia reale? O vuoi semplicemente raccontare una bella storia, mantenendo un legame formale con le fonti?
Non voglio essere didattico con L’Età del Bronzo. Voglio solo provare a raccontare una tragedia eccitante e che emozioni. Voglio che il lettore pensi e si senta come i personaggi della storia, non che pensi a cosa c’è voluto per fare L’Età del Bronzo, o da dove venga.

Un’ultima domanda: quando vedremo la fine de L’Età del Bronzo?
Quando arriverò alla fine.

Ringrazio di cuore la collega e co-associata Maura Pugliese per avermi suggerito alcune domande (sperando di non averle interpretate troppo).

Nella traduzione, dove non è stato possibile tradurre letteralmente, ho cercato di cogliere il senso della risposta, per chi volesse leggere l’originale in inglese, può leggere domani questo articolo.

Attila: un fumetto all’opera

Tra le arti liberali non c’è l’Opera, e anche il fumetto, pur essendo per gli appassionati la Nona Arte, non sempre è riconosciuta come tale (tanto è vero che ancora si discute di quale sia l’ottava).

Kleiner Flug, dopo aver pubblicato una raccolta delle opere di Verdi, con il prosieguo di questa collana vuole utilizzare tutti i linguaggi della comunicazione contemporanea, contribuendo ad avvicinare nuove fasce di pubblico al melodramma.

Certo che non è banale rappresentare sulla carta un media complesso come il melodramma, in cui presenza scenica, musica, trama, allestimento, recitazione e canto si intrecciano.

Ma non è la prima esperienza, visto che questo è il nono numero della serie che lega opera e fumetto. E, vista l’origine emiliana, venendo l’idea da Modena, la parte del leone non poteva farla che Giuseppe Verdi. E così è anche in questo caso.

Verdi nel 1846 è nel pieno del suo periodo più produttivo, almeno dal punto di vista numerico e patriottico. Così quattro anni dopo la composizione del Nabucco, con il famoso coro del Va’ pensiero, e tre dopo I lombardi alla prima crociata, traduce in opera un dramma teatrale di Zacharias Werner, poeta, drammaturgo e predicatore tedesco, con il libretto di Temistocle Solera, peraltro già librettista delle opere citate.

La storia segue la nota storia della conquista dell’Italia che si sarebbe arrestata ad Aquileia.

Fino alla fine del condottiero unno per mano della moglie, come raccontato in una versione alternativa della storia riportata dal cronista romano Marcellinus Comes all’inizio del VI secolo.

Moglie che ucciderà Attila per vendetta, dopo che questi ha distrutto la sua famiglia, con la stessa spada che egli le ha donato per ammirazione nei confronti della di lei audacia. Facendo la vendetta di tutti coloro i quali sono stati derubati di qualcosa e colpiti negli affetti o nell’amor patrio.

La rilettura patriottica dell’uccisione di Attila da parte di Odabella, catturata dal Flagello di Dio e poi presa in moglie, nella chiave di opposizione all’oppressore straniero e nonostante il tentativo di accordo del poco patriottico generale romano Ezio, si intravede chiaramente anche in questo lavoro di Stefano Ascari e Andrea Riccadonna.

Il primo, già autore di altre riduzioni fumettistiche di opere per la Fondazione Teatro Comunale di Modena, è molto abile a condensare in poco più di 30 pagine la trama dell’opera, senza farle perdere la maestosità, e facendo emergere i personaggi, che nel melodramma hanno molto più tempo per essere caratterizzati.

Il secondo non fa perdere mai il senso del palcoscenico, le tavole sono aperte, come abbiamo già visto nella trasposizione di opere teatrali, ad esempio, da parte di Gianni de Luca. I tratti e gli spazi, come d’altra parte si trova scritto anche nella descrizione del volume, ricordano grandi maestri del fumetto italiano come Sergio Toppi o Dino Battaglia.

La trascrizione scenica è fedele e il fumetto trascrive anche il linguaggio figurativo dell’opera.

  • In tutte le scene c’è un colore predominante, che fa pensare alle luci di scena, e i cambi di scena sono sottolineati proprio dai cambiamenti di colore nello sfondo o al viraggio dell’intero disegno.

  • Le azioni si svolgono sempre in ambienti aperti e vasti, che fanno pensare alle dimensioni del palcoscenico teatrale o comunque ai grandi allestimenti scenici.
  • Nonostante questo i primi piani consentono di concentrarsi sui singoli personaggi per cogliere i loro pensieri o le loro parole, non c’è neppure un primo piano in cui il protagonista dello stesso non parli o pensi qualcosa. Come dalla platea o dai palchi non è possibile cogliere esattamente l’espressione del volto ed è necessario che alla mimica, per quanto esagerata dei cantanti e degli attori, si accompagnino sempre le parole, così anche nel fumetto non ci sono praticamente passaggi muti. Neppure una scena densa di pathos e di sottintesi come quella dell’incontro di Attila con Leone I.
  • Il lettering fa pensare a un parlato particolare, l’irregolarità del font richiede un tempo maggiore per la lettura, espandendo i tempi, come succede quando si ascolta un’opera lirica, in cui la comprensione delle parole senza il libretto è resa meno immediata dal canto.
  • Come accade nelle opere, a parte i personaggi principali, presentati graficamente all’inizio, tutti gli altri sono indistinti, come parte di un coro, tanto è vero che i loro stessi dettagli fisionomici spesso sono invisibili.

Tutto questo senza tradire le peculiarità del fumetto, che però è per sua natura un medium flessibile e per questo adatto a contenere e a riproporre altri medium, senza sovrastarne le caratteristiche.

L’operazione di incuriosire all’opera mi sembra riuscita, pur con quelle che possono sembrare poche pagine di fumetto.

Consiglio: ascoltate l’opera mentre leggete (e rileggete) il fumetto, può essere un primo passaggio per ammalarsi di melomania.

Per chi volesse una anteprima, è possibile sfogliare qui le prime dodici pagine.

Ascari, Riccadonna
Attila

Collana: Teatro fra le nuvole
40 pag., spillato, colori
Formato 21×29,7 cm
prezzo: 7,00 €