Andrea Cittadini Bellini

Scienziato mancato, appassionato divoratore di fumetti, collezionista di fatto, provo a capirci qualcosa di matematica, di scienza e della Nona Arte...

Scienziati tra le nuvole: grandi della scienza a fumetti

Sabato 9 settembre, con la decima uscita, si è chiuso il ciclo de I grandi della Scienza a fumetti, pubblicati in edicola dal Gruppo Editoriale L’Espresso.

Ne avevamo parlato già a luglio, in occasione del primo numero.

Da allora il numero delle uscite è salito da 8 a 10, aggiungendo alla lista già pubblicata Cacciatori di ossa e Galileo Galilei.

La parte del leone è stata fatta dalle opere di Jim Ottaviani, notissimo sceneggiatore di biografie di scienziati, tra l’altro di origine marchigiana (qui una sua recente intervista sul sito di La Repubblica), con ben sei sceneggiature. Ma anche la presenza di due fumetti italiani è molto interessante e ci dice che qualcosa si muove in questo campo anche nel Belpaese.

Sicuramente il prezzo è stato concorrenziale e la qualità delle opere sufficiente a far avvicinare (speriamo!) qualche nuovo lettore di fumetti alla scienza e qualche fan della divulgazione scientifica alla Nona arte perché, come già sostenuto diverse volte in passato su queste pagine, la divulgazione scientifica può passare (e bene) per le opere disegnate.

In realtà questa collana è forse più storica, come nella maggior parte dei casi in cui i fumetti trattano di scienza, in quanto è più facile parlare di storie che di concetti astratti come quelli scientifici. Ma poiché si tratta di biografie di scienziati e di racconti riguardanti scoperte, invenzioni e sfide scientifiche e tecnologiche, la speranza che qualche lettore si appassioni ai contenuti è sempre viva.

1. Feynman

Jim Ottaviani, Leland Myrick

Questa biografia del fisico probabilmente più famoso (oltre che geniale) del secondo dopoguerra era già stata pubblicata cinque anni fa dalla Bao in un bel volume cartonato, all’incirca nello stesso formato.

Emerge la profonda umanità e l’interesse per tutti gli aspetti dell’uomo di uno scienziato che ha profondamente condizionato la fisica del dopoguerra, anche perché il manuale ottenuto raccogliendo le sue lezioni è un viaggio affascinante nella natura.

Come dice lo stesso Ottaviani, probabilmente rendere la vita di Feynman non deve essere stato affatto facile, anche perché la sua stessa biografia è stata complessa, come la sua personalità.

Ma l’opera mescola bene storia e scienza, anche grazie al tratto pulito e senza ombre di Myrick.

Da non perdere, ma sapendo di doverci spendere del tempo.

2. Turing (The imitation game)

Jim Ottaviani, Leland Purvis

Un altro pezzo da novanta del secolo scorso, famoso per il fatto di aver decrittato il sistema tedesco di comunicazione, e di aver consentito così alla Royal Navy di contrastare lo strapotere della flotta del Führer.

Ma altrettanto problematico per la sua storia personale.

Di lui si era occupato anche Tuono Pettinato, in un’opera sicuramente meno dettagliata dal punto di vista biografico e dal titolo quanto mai azzeccato, Enigma, a sottolineare non solo l’aspetto storico (era il nome in codice della macchina crittografica tedesca), ma anche l’enigmaticità del personaggio.

E anche questa lo è, sottolineando maggiormente anche le ambiguità personali di Turing, nella vita e nella morte, come evidenzia lo stesso Ottaviani in una nota alla fine del testo. La ricerca dell’attendibilità storica da parte dell’autore, anche in questo volume, si sposa con il tratto realistico di Purvis, che consente alla storia di scorrere senza renderla faticosa.

Il fumetto è uscito dopo l’omonimo film, raccontando la storia in modo analogo. In Italia è stato pubblicato da Gribaudo.

Impegnativo.

3. Russell (Logicomix)

Apostolos Doxiadis, Christos Papadimitriou, Alecos Papadatos, Annie di Donna

In questo libro, considerato tra i migliori graphic novel di sempre e tra i 1001 fumetti da leggere prima di morire, secondo la lista di Paul Grevett, uno scrittore, un pluripremiato informatico teorico e due illustratori-animatori hanno cercato di raccontare come Bertrand Russell abbia posto le basi della logica moderna.

Intrecciando la vita del filosofo-matematico con la cronaca della costruzione del libro e con l’evoluzione delle idee nel XX secolo, ne esce un’opera enciclopedica, ricca di riferimenti storici e scientifici, con una ricca bibliografia e delle note divulgative sugli aspetti meno facili che ne fanno un volume culturalmente molto denso.

In oltre 300 pagine, infatti, si cerca di rispondere alla domanda Cos’è la logica?, passando per il pacifismo, la guerra, le esperienze personali.

Pubblicato originariamente in Italia da Guanda, 2010.

Ancora più impegnativo, ma ne vale la pena.

4. Cosmicomic

Amedeo Balbi, Rossano Piccioni

Astrofisico, divulgatore, noto ai lettori de Le Scienze perché ha sostituito il compianto Giovanni Bignami nella rubrica mensile dedicata all’astronomia, Amedeo Balbi ha scritto la sceneggiatura di quest’opera, originariamente pubblicata nel 2013 da Codice Edizioni, intersecando le vite e le idee degli scienziati che, tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, hanno contribuito in maniera decisiva a far capire all’umanità come è fatto l’universo che ci circonda. Einstein, Hubble, Gamow, Penzias, Wilson, ma anche meno noti come Curtis, Lemaître intrecciano le loro vite e le loro idee in una storia che ha i caratteri del giallo. Ma non si arriva alla conclusione, perché nella scienza è così.

La chiosa finale «nella scienza è l’evidenza che conta, e non ne abbiamo abbastanza. Finora.» dovrebbe far riflettere molti, anche sulla base di quello che succede oggi in Italia e nel mondo nei confronti di tanti aspetti della scienza. Che non ha certezze.

Il tratto di Piccioni, spesso legato a opere graficamente più forti, è lineare e godibile.

Didascalico.

5. Trinity

Jonathan Fetter-Vorm

Come scrive lo stesso autore nella postfazione:

Centocinquanta pagine sono ovviamente troppo poche per raccontare la storia della bomba atomica. Le storie da raccontare sono infinite, e infiniti sono i dettagli che andrebbero ricordati.

Però i dettagli storici di questa opera inedita in Italia sono corretti e documentati nella maggior parte dei casi.

Si incrociano persone, idee, eventi storici, luoghi (didascalica è la costruzione di Los Alamos), tecnologie (chi conosce la differenza tra le bombe che colpirono Hiroshima e Nagasaki?).

In un’opera graficamente piacevole, con un bianco e nero che (come un vecchio televisore, per chi lo ricorda) fa tanto vintage.

Istruttivo.

6. Bohr (Un pensiero abbagliante)

Jim Ottaviani, Leland Purvis

Devo confessare una cosa: questo numero non l’ho acquistato.

Ma solo perché avevo già l’edizione Sironi del 2007, peraltro già recensita su queste pagine.

Abbagliante, appunto.

 

 

 

 

 

7. T-minus

Jim Ottaviani, Zander e Kevin Cannon

La storia della corsa allo spazio e della sfida tra USA e URSS per l’arrivo sulla Luna.

Il titolo T-minus indica il modo in cui viene indicato il tempo nelle missioni, ponendo a zero il tempo del lancio, per cui tutti i tempi antecedenti sono negativi.

Il solito, preciso, didascalico Ottaviani, affiancato, per quest’opera, anch’essa inedita in Italia, dal duo della Big Time Attic, non nuovo a fumetti a sfondo scientifico, ma anche con precedenti di tutto rispetto (Top Ten di Alan Moore).

Dal 1957 al 1969, passando da Houston al Kazakhstan, fino allo spazio, con alcune trovate grafiche interessanti, come il lettering pseudo-cirillico dei russi.

La storia fila via, scandita dai lanci falliti e riusciti, dalle tragedie e dai successi, chiudendosi con la corsa a due che si trasforma in collaborazione, con l’auspicio dell’aggancio tra le navicelle statunitense e russa.

Conto alla rovescia.

8. Darwin

Eugene Byrne, Simon Gurr

La vita, il viaggio e le teorie di Charles Darwin raccontate con ironia attraverso gli occhi di due scimmie stelle della televisione che si trovano a dover girare una trasmissione proprio sul naturalista che ha cambiato il nostro modo di vedere la storia naturale del mondo.

Così, tra animali parlanti e scimmie registe, si ha un racconto dettagliato e preciso della biografia e dell’evoluzione delle idee che hanno portato il giovane Charles, in opposizione con la sua famiglia, ad affrontare l’ormai famoso viaggio con il Beagle.

Le ultime pagine sono uno scorrevole e interessante riassunto de Sull’origine delle specie, arrivando fino al giorno d’oggi e alle recenti posizioni negazioniste di alcuni esponenti politici e religiosi.

Ironico.

9. Cacciatori di ossa

Jim Ottaviani, Big Time Attic

La storia degli scienziati Edward Drinker Cope e Othniel Charles Marsh che, nel tardo 1800, quando gli Stati Uniti iniziarono a scavare per creare tunnel e provocare esplosioni per una ferrovia che unisse le due coste, tra le rocce portate alla luce diedero inizio alla paleontologia moderna.

L’opera ha vinto due premi Eisner (con sei nomination) ma non è mai stata tradotta in italiano, così, visto il forte interesse che il connubio scienza-fumetto sta riscuotendo in Italia negli ultimi anni, la Symmaceo ha provveduto a colmare questa lacuna.

La storia del’Età dell’oro della Paleontologia mostra come truffatori (tra cui il famoso Phineas T. Barnum dell’omonimo circo) abbiano giocato con finti fossili di mitologiche creature a lungo prima che la storia e la geologia mettessero ordine.

Il team artistico è testato, interessante la chiusura con miti e realtà della paleontologia, l’edizione però ha perso il colore seppia dell’originale e ha ridimensionato un po’ le tavole, rendendole di meno facile lettura.

Scomodo.

10. Galileo Galilei

Paolo D’Antonio

Anche di quest’opera, pubblicata nel 2015 da Kleiner Flug, ci siamo occupati sul nostro sito circa un anno fa.

La cosa interessante di questo numero, oltre al fumetto, di cui potete leggere qui la recensione, è un saggio sul filosofo naturale di Enrico Bellone, a lungo occupatosi di Storia della Fisica e grande esperto di Galileo.

Il fumetto forse perde un po’ con la diminuzione del formato, ma è ugualmente godibile, il saggio su Galileo, al quale a scienza moderna deve molto, è impegnativo ma dà un quadro molto chiaro sulle idee e sulla storia.

Completo.

 

In definitiva la collana, sull’onda anche di altre esperienze passate, forse meno efficaci, è una buona introduzione a un filone, quello del fumetto storico-scientifico, che in Italia sta lentamente prendendo piede. Un formato meno ristretto avrebbe forse facilitato la lettura, ma visti i costi, la qualità è più che accettabile.

Può essere un volano interessante per scoprire o riscoprire figure non del tutto note del nostro passato (scienziati e tecnologi) per renderle parte della coscienza collettiva, ritrovando anche un po’ di quella fiducia nelle capacità del nostro paese che la storia dovrebbe insegnarci.

An interview with Eric Shanower

This is the original text of the email interview I had with the Eisner Award Winner Eric Shanower.

I really want to thank Maura Pugliese, from our association, who urged me to contact Eric.

If you want to read my translation into Italian, can click here.

Did you ever visit the places where the story has its location? Or you just imagined the Aegean Sea, its Islands and the landscapes, Hellespont, on the bases of maps and photographs? Which are your interactions with University of Cincinnati and its Department of Classics and Institute for Mediterranean studies? Did they help you directly?

When I started Age of Bronze I worked from photos, maps, video, and written descriptions. I finally visited the site of Troy (Hissarlik) and the surrounding area, including the island of Tenedos (Bozcaada) and Mount Ida (Kaz Dag) in 2006. I visited the sites of Delphi, Mycenae, Pylos, Tiryns, and Nauplia in 2010.

I phoned the University of Cincinnati in the mid-1990s when I found out that excavations at the site of Troy (Hissarlik) had re-opened in 1988. I exchanged information with Getzel Cohen there. Later in 2005 I was invited by Jack Davis to give a presentation to the Classics Department and I met everyone there at the time. Jack later became Director at the American School of Classical Studies at Athens. He and his wife Shari Stocker, also an archaeologist, invited me to stay with them in Athens in 2010 and they showed me the Mycenaean sites in Greece. I gave a presentation at the ASCSA, too. All these people and places have given me immense help and support with Age of Bronze.

  1. I counted something like 267 sources just in the first volume, and almost 400 in the following three. You used some scientific sources, like Studia Troica, but also things like ABBA songs. How did you matched all these heterogeneous sources? Which is the strangest? How long does it take to write the script of a single issue and how much the study of sources affect this time? Do you contemplate some kind of critical edition, where sources are linked to the pages and to the single illustration? In the afterword of the first volume you underlined that myths are quite confused and confusing, and you had to mix them and made some choice. As the number of sources grows in time, the first issue of your work is 16 years old, and your research is even older, did you get some important discrepancy or incoherence between what you already wrote and illustrated and some information you get from sources you discovered later? Would you have done something differently, or would you change something, because of some important discover occurred after the publication of issues? You also cite some iconographic sources (ancient pots). Did your graphic style has ever been influences by them? Did you try to be somehow coherent with Greek and Assyrian own representation?

All my story sources just go into the pot, I mix them around, and pull them out in what seems the most sensible manner. Some sources provide a lot of information for the story, some not very much. But I try to take at least some sort of inspiration from each one, no matter how tangential or odd.

Some of the oddest Troy material I’ve run across includes a book claiming that Britain was actually Troy, based on the writings of Dictys and Dares, which the author of this book for some strange reason took to be older and more authentic than Homer’s Iliadand a book that claimed that many of the characters of the Trojan War were reincarnated as then-current world figures, including Diomedes reincarnated as Saddam Hussein. I’m not making Saddam Hussein part of Age of Bronze. I usually write a 20-page script for an issue of Age of Bronze in one to two weeks, but I continually make small revisions to the script while I draw that issue.

Age of Bronze was published for a time as a digital download for iPad. Tom Beasley of Bucknell University wrote excellent annotations for each page and included references to both literary and archaeological sources. Unfortunately the digital publisher went out of business, so those annotations stopped. It would be nice to have a fully annotated edition of Age of Bronze, but I don’t have any plans for that at present.

Fortunately I haven’t come across any new discoveries that completely invalidate my earlier work on Age of Bronze. I’ve made minor adjustments here and there to the way I draw a few things, but so far there are no major discrepancies with new information that’s turned up.

I don’t think my artwork is influenced by ancient styles of artwork. There are a few instances where I’ve deliberately used ancient art to inform Age of Bronze, but not as a whole. Of course, some ancient art takes a bit of interpretation to decipher the original artist’s intent. I’ve had to make some choices about costuming, armor, hairstyles, and things like that, which another person might have interpreted differently.

On which point of Iliad are you working now? And which is the best part of this poem for you? Did you try to be mostly coherent with Iliad even when you tell “parallel” stories, like Troilus and Cryseide?

Homer’s Iliad only covers a short period near the end of the Trojan War, though it refers to both earlier and later events in the war. I haven’t reached the Iliad material yet in Age of Bronze. I’m currently working on the episode of Helen and Achilles meeting on the summit of Mount Ida, an episode near the end of the Kypria, the poem that preceded the Iliad in the Epic Cycle. Next I’ll be writing and drawing the episode of Troilus’s death, which is the final episode in the Kypria. I’ll still have some other material to cover before I get to the Iliad, though, such as the trial of Palamedes and Achilles sacking a whole bunch of cities around Troy.

My favorite part of Homer’s Iliad is Achilles fighting Hektor.

One of the challenges of the Troilus and Cressida material was to make what’s essentially a story of medieval courtly love fit into the Aegean Late Bronze Age. My technique was to focus on the story threads that were universal to human experience and try to eliminate all Christian and medieval influence.

The Greek poet Kostantin Kavafis, in his poem Trojans wrote:

Our efforts are those of men prone to disaster;
our efforts are like those of the Trojans.
We just begin to get somewhere,
gain a little confidence,
grow almost bold and hopeful,
when something always comes up to stop us:
Achilles leaps out of the trench in front of us
and terrifies us with his violent shouting.
Our efforts are like those of the Trojans.
We think we’ll change our luck
by being resolute and daring,
so we move outside ready to fight.
But when the great crisis comes,
our boldness and resolution vanish;
our spirit falters, paralyzed,
and we scurry around the walls
trying to save ourselves by running away.
Yet we’re sure to fail. Up there,
high on the walls, the dirge has already begun.
They’re mourning the memory, the aura of our days.
Priam and Hecuba mourn for us bitterly.

Do you agree? Is your vision of Trojan War different? And what do you think about humanity in this story? Which values described in Iliad (courage, honor, faithfulness, hospitality, respect for “external” entities like gods) are still good for our times? Which aspect of the poem (and of your work) make it actual nowadays?

Certainly the Trojans lose the war. But I don’t think that before the end of the war that they are clearly destined to fail. They have as much a chance of winning as anyone in any war. But on the other hand, because of who the Trojan are, because of whom Priam is, because of whom Hektor is, the Trojans will lose the war.

I hope to show the entire tapestry of human capacity for both good and evil in Age of Bronze. I think that all of human capacity is already there in the story of the Trojan War and is one of the reasons that the story has lasted for thousands of years and means so much to every generation. I designed Age of Bronze to show the story on a human level, to eliminate the gods as actors and agencies.

I think all positive values, including a few you mention, are relevant for all times. They’re universal for humanity. It’s the humanity of the characters in any version of the Trojan War story that captures an audience’s attention and continues to make the story interesting and vital.

  1. About characters: In Achilles we find the brave and young hero, and you also describe his relationship with his mother Thetis, and his love with Patroclus. Do you think he is coherent with the character of Greek legends or have you built your own Achilles? Did you do the same with other main characters (Paris, Helen, etc)?
    Where did you get their physical features (hair color, height, etc)? Which are your main sources for this graphical feature (in addition to what you wrote in the afterword of first volume)? Are you trying to be faithful to sources (which ones?) or are you also giving a personal view of them? In this second case, why and how?

My version of Achilles is a sum of all the versions of Achilles I’ve read about. I do think he is recognizable as the Achilles of Homer’s Iliad, but he is also more than that, since I’ve drawn on more sources than the Iliad. I think I’ve treated all the characters in a similar way. I don’t want to make them different than we find in Homer, but I certainly want to make them relevant in their thoughts and actions to a modern reader.

For physical appearances in general I looked at art from the Aegean Bronze Age, mostly frescoes and paintings on objects. For specific characteristics I used what I could from the literary tradition. Although Helen and Achilles are sometimes depicted as having blond hair, I gave them dark hair, since I haven’t seen any blondes among Aegean Bronze Age artifacts. A few of the characters were inspired by artifacts, such as Agamemnon, who was based on the famous Mycenaean shaft grave death mask popularly called the Mask of Agamemnon. Klytemnestra was based on a Mycenaean fresco. Cheiron was based on a Pompeiian fresco. But most of the characters’ appearances I simply create myself. For some characters I only need to draw a sketch or two to come up with a look that seems right to me. Other characters take many attempts.

  1. Gods seem not to be a real presence in the story so far. Their names have been used perhaps three or four times, and never in the first volume. Humans seems to be much more afraid about gods’ vengeance than it seems to be due or necessary. Why gods are in such a deep background while in Homer they are really immanent? Will it be the same to the very end?

I’m not interested in having the gods take part in the story. I’m interested in the human characters and how they interrelate. One of the main purposes of Age of Bronze is to show how humans can justify doing terrible things to each other. I want to make that comprehensible to the reader, though not necessarily sympathetic. The supernatural element of the Trojan War story will be suppressed throughout Age of Bronze.

Of course the characters believe in the gods—some believe more strongly than others. The Achaeans worship the Greek pantheon and the Trojans worship the Hittite pantheon. I only use the names of Greek gods that we know existed in the Late Bronze Age. I don’t mention the Hittite gods’ names at all, since in the literary tradition the Trojans worshipped the Greek pantheon and I don’t want to contradict that.

  1. You gave a lot of space to smaller stories: Phyloktetes, Troilus, Cryseide. How have you chosen them? You wrote in the afterword of volume I, that you wanted to give space to all stories which are part of Trojan history tradition (I only read Italian translation, sorry I am not using your own words). Is it difficult to give the proper equilibrium between Greek and ancient sources and the tradition coming out from more recent writers (Shakespeare, Chaucers)? Did you try to include stories and characters which are nearer to Anglo-American tradition? Why?

Every episode of the Trojan War that I can find goes into Age of Bronze. I don’t choose some episodes and not other. I use them all. Sometimes I have to reduce them to mere mentions, such as the idea that Helen was left in Egypt before Paris returned to Troy. I can’t always fully integrate episodes that are diametrically opposed to the traditional story. But I always try to find some way to use them, even if I have to transform them radically.

My purpose isn’t to concentrate on episodes and characters that are nearer to the Anglo-American tradition. I’m trying to fit every episode and character of the Trojan War into Age of Bronze. My intent is to tell the whole story of the Trojan War as it’s developed over the centuries.

  1. Graphically, why did you choose black and white instead of colors? Was it difficult to keep the same graphical register for such a long period (16 years!)? What did you change in these years? There are some parts you would draw in a completely different way?

I chose black and white for Age of Bronze because it would take too long for me to color the project and because black and white is cheaper to print than color.

However, the digital edition of Age of Bronze was colored by John Dallaire under my supervision. Even though the digital edition was discontinued when the publisher folded, John and I have continued coloring Age of Bronze, and an edition in color will be published one day.

I haven’t purposely changed anything about my drawing style for Age of Bronze since the beginning. I just try to draw as well as I can. I hope my work is getting better with time.

There are a few details in costume and architecture I might choose to draw differently now than I did years ago, but these are minor. One change I made for the color version was to put artwork on the walls of Priam’s throne room. I knew back when I first designed the throne room that the walls should be decorated, but it seemed too burdensome to have to draw those decorations in panel after panel whenever I drew Priam’s throne room, so I left the walls blank. It’s easy to put the wall designs into the digital edition of Age of Bronzeand I only had to draw the designs once.

  1. Heroes and superheroes: In your opinion, superheroes are somehow the heroes of a modern epic? Which are the differences you find? It is still possible to build an epic in our days?

I don’t see much parallel between modern superheroes and the heroes of Greek epic. I guess other people do see parallels, but I don’t. I don’t think the themes are there in the same way for superheroes, and if there are themes at the beginning of those superheroes’ stories, those themes are often lost among the shuffle of different writers and illustrators. Modern superheroes are franchises that eventually become debased by the agglomeration of more and more material that must be produced to keep the franchise bright and shiny to the eyes of a fickle public.

I’m not sure what it takes to build an epic, so I can’t say for sure whether it’s possible to build an epic today. I guess the closest I can think of is George R. R. Martin’s Song of Ice and Fire series. That seems to have the makings of an epic. I guess we’ll see at the end what the final lesson is that he’s been building up to.

  1. Are you trying to be didactic, bringing more people near to classical stories and history? Or you just want to tell a nice story, maintaining a formal link with sources?

I’m not trying to be didactic in Age of Bronze. I’m trying to tell an exciting, emotional drama. I want the reader to think and feel with the characters inside the story, not think about what it takes to make Age of Bronze or about where it came from.

  1. The last question: when are we going to read the end of the “Age of Bronze”?

When I reach the end.

Eric Shanower: un Premio Eisner su Dimensione Fumetto

È ormai da un po’ che con alcuni dell’Associazione si parla di eroi e supereroi, di mito, epica e fumetti. Incontri nelle scuole, progetti, ricerche.

Per chi, come me, ama il medium perché crede che possa veicolare la cultura, anche quella scientifica e storica, il lavoro di Eric Shanower è imprescindibile, da qui l’idea, che era partita come un gioco: “Pensa se Shanower mi rispondesse…”

In realtà non è stato così difficile: è bastato andare sul suo sito ufficiale e inviare una email per sentirmi dire: “Invia pure le domande, mi fa sempre piacere parlare di Age of Bronze.”

E così è partita l’avventura di una intervista impegnativa (anche perché per me è la prima in assoluto): “E adesso? Cosa gli chiedo? Sarà banale? Sarà troppo complesso? Si annoierà a leggere le mie domande? Cosa si chiede a un Premio Eisner senza fare brutta figura?”

Ed ecco il (lungo ma entusiasmante) risultato.

Hai mai visitato i posti in cui hai ambientato la storia? Oppure hai semplicemente immaginato come potessero essere il Mare Egeo, le sue isole e i suoi paesaggi, l’Ellesponto, sulla base di mappe e fotografie? Come hai interagito con l’Università di Cincinnati, il suo Dipartimento di Studi Classici e l’Istituto per gli Studi Mediterranei (che operano negli scavi su Troia, n.d.r.)? Ti hanno aiutato direttamente?
Quando ho cominciato a lavorare su L’Età del Bronzo, ho lavorato su foto, mappe, video e descrizioni scritte. Ho infine visitato il sito di Troia (Hissarlik) e l’area circostante, compresa l’isola di Tenedo (Bozcaada) e il Monte Ida (Kaz Dag) nel 2006. Ho visitato anche i siti archeologici di Delfi, Micene, Pilo, Tiryns e Nauplia nel 2010. Ho contattato l’Università di Cincinnati a metà degli anni ’90, quando ho scoperto che gli scavi presso il presunto sito di Hissarlik erano stati riaperti nel 1988. Ho potuto scambiare delle informazioni con Getzel Cohen (scomparso nel 2015, n.d.r.). Nel 2005 sono stato invitato da Jack Davis a tenere una presentazione nel Dipartimento di Studi Classici e, in quella occasione, ho incontrato tutti insieme, in una sola volta, gli studiosi che si occupavano di Troia. Jack è poi diventato Direttore alla American School of Classical Studies ad Atene (ASCSA). Lui e sua moglie, Shari Stocker, a sua volta archeologa, mi hanno invitato per un periodo ad Atene nel 2010 e mi hanno mostrato i siti Micenei in Grecia. Ho tenuto una presentazione anche alla ASCSA. Tutte queste persone e istituzioni mi hanno dato un aiuto e un sostegno immenso nella realizzazione de L’Età del Bronzo.

Ho contato qualcosa come 267 referenze solo nel primo volume dell’opera, e quasi 400 nei tre successivi. Hai usato sia sorgenti scientifiche, come Studia Troica, ma anche cose come le canzoni degli ABBA (Cassandra, n.d.r.). Come sei riuscito a far coesistere fonti così eterogenee? Qual è la più strana che hai usato? L’utilizzo di così tante fonti ha certamente influenzato i tempi per la stesura della sceneggiatura. Come?
Hai pensato a una specie di edizione critica in cui collegare le fonti alle pagine e alle singole illustrazioni?
Nella postfazione del volume 1 hai sottolineato che i miti sono confusi e creano confusione, e che hai dovuto mescolarli e fare delle scelte. Visto che il numero delle fonti cresce nel tempo, e il lavoro prosegue da sedici anni, hai trovato qualche incoerenza o discrepanza importante tra quanto avevi già scritto e delle fonti che hai scoperto successivamente? Avresti fatto qualcosa diversamente, in base a scoperte successive? Tra le fonti ci sono anche fonti iconografiche (vasi). Lo stile grafico ne è stato influenzato? Hai cercato di essere coerente con lo stile in cui i Greci e gli Assiri si rappresentavano?

Tutte le fonti storiche sono state messe in un calderone, le ho mescolate e ho tirato fuori la storia nel modo che mi è sembrato il più ragionevole. Alcune fonti forniscono molte informazioni sulla storia, altre poche. Ma ho cercato di prendere un qualche briciolo di ispirazione da ciascuna di esse, non importa quanto la fonte fosse strana o marginale.

Tra il materiale più strano in cui mi sono imbattuto circa Troia, c’è un libro che sostiene che in realtà la Bretagna era Troia, basandosi sugli scritti di Dictys Cretensis (in italiano Ditte Candiotto, un presunto partecipante della guerra di Troia al servizio di Idomeneo, n.d.r.) e di Dares il Frigio (avrebbe scritto un De Excidio Trojae Historia, i lavori di questi due autori sarebbero alla base dei rimaneggiamenti medievali della storia di Troia, n.d.r.). Per qualche motivo l’autore di questo libro ritiene che questi scritti siano più antichi e più veritieri di quelli omerici (in realtà ne abbiamo solo le versioni latine, n.d.r.). Poi c’è un libro che sostiene che molti dei personaggi della guerra di Troia si siano reincarnati in figure del mondo moderno, ad esempio Diomede si sarebbe reincarnato in Saddam Hussein. Non credo che inserirò Saddam Hussein ne L’Età del Bronzo.

Di solito scrivo l’intera sceneggiatura di 20 pagine de L’Età del Bronzo in una o due settimane, ma poi faccio continue piccole revisioni della sceneggiatura mentre disegno. Per un certo periodo L’Età del Bronzo è stato pubblicato digitalmente per iPad: per quella versione Tom Beasley della Bucknell University ha scritto delle eccellenti note per ciascuna pagina, includendo dei riferimenti da fonti sia letterarie che archeologiche. Purtroppo l’editore digitale è fallito e questo tipo di annotazioni sono finite. Sarebbe davvero bello avere una edizione annotata de L’Età del Bronzo, ma per adesso non è nei miei piani. Per fortuna non ci sono state scoperte che hanno invalidato il mio lavoro precedente su L’Età del Bronzo. Ho fatto qualche piccolo aggiustamento qua e là al modo in cui rappresento alcune cose, ma finora non ci sono state delle grosse discrepanze con le nuove informazioni che sono venute fuori successivamente. Non credo che il mio lavoro sia influenzato dagli stili dell’arte antichi. Ci sono alcuni casi in cui ho deliberatamente usato l’arte antica per dare forma all’opera, ma non nella sua interezza. Naturalmente, nell’arte antica a volte ci vuole un po’ di capacità interpretativa per decifrare l’intento originale dell’artista. Ho dovuto fare delle scelte su vestiario, armature, acconciature, e cose di questo tipo, che naturalmente un’altra persona avrebbe potuto interpretare diversamente.

Su quale punto dell’Iliade stai lavorando? E qual è la parte più bella per te? Hai cercato di essere coerente soprattutto con l’Iliade anche quando hai narrato episodi “paralleli” come quello di Troilo e Cressida?
In realtà, l’Iliade copre solo un breve periodo vicino alla fine della guerra di Troia, anche se contiene riferimenti ad eventi sia nella parte iniziale che finale della guerra. Non sono arrivato ancora al materiale dell’Iliade in L’Età del Bronzo. Attualmente sto lavorando all’episodio di Elena e Achille che si incontrano sulla vetta del Monte Ida, un episodio che è quasi alla fine dei Canti Ciprii, il poema che precede l’Iliade nel Ciclo Troiano. Poi scriverò e disegnerò l’episodio della Morte di Troilo, che è l’accadimento finale dei Canti Ciprii. Ho ancora dell’altro materiale su cui lavorare prima di arrivare all’Iliade, però, come il processo a Palamede e il saccheggio da parte di Achille di una serie di città attorno a Troia. La mia parte preferita dell’Iliade è certamente lo scontro tra Achille ed Ettore. Una delle sfide del materiale di Troilo e Cressida è stata quella di riuscire a inserire in modo coerente quella che essenzialmente è una storia di amor cortese medievale nel contesto della tarda età del bronzo nel Mar Egeo. La tecnica che ho usato è stata quella di focalizzarmi sugli intrecci della storia che sono nell’esperienza umana universale, cercando di eliminare tutte le influenze Cristiane e medievali.

Il poeta greco Kostantin Kavafis, nella sua opera Troiani, scrive:
Sono, gli sforzi di noi sventurati,
sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani.
Qualche successo, qualche fiducioso
impegno; ed ecco, incominciamo
a prendere coraggio, a nutrire speranze. Ma qualche cosa spunta sempre, e ci ferma.

Spunta Achille di fronte a noi sul fossato
e con le grida enormi ci spaura. Sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani.
Crediamo che la nostra decisione e l’ardire
muteranno una sorte di rovina.
E stiamo fuori, in campo, per lottare. Poi, come giunge l’attimo supremo,
ardire e decisione se ne vanno:
l’anima nostra si sconvolge, e manca;
e tutt’intorno alle mura corriamo,
cercando nella fuga scampo.La nostra fine è certa. Intonano, lassù;
sulle mura, il corrotto.
Dei nostri giorni piangono memorie, sentimenti.
Pianto amaro di Priamo e d’Ecuba su noi.

Concordi con questa visione? O vedi la guerra di Troia in modo diverso? Cosa pensi dell’umanità in questa storia? Quali dei valori descritti nel Ciclo Troiano (coraggio, onore, fedeltà, ospitalità, rispetto per le entità “esterne” come gli dei) valgono ancora per i nostri tempi? Quali aspetti del poema (e della tua opera) li rendono attuali anche al giorno d’oggi?

Certamente i Troiani hanno perso la guerra, ma non credo che fossero destinati a fallire chiaramente già prima della fine. Avevano le stesse possibilità di vincere, come chiunque in qualsiasi guerra. Ma d’altra parte, a causa di chi sono i Troiani, di chi è Priamo, di chi è Ettore, i Troiani effettivamente perderanno la guerra.

Spero di riuscire a mostrare l’intero campionario delle capacità umane, sia nel bene che nel male ne L’Età del Bronzo. Credo che tutte le possibilità umane siano già lì, nella storia della guerra di Troia, ed è uno dei motivi per cui questa storia è durata per migliaia di anni e ha ancora così tanto significato per tutte le generazioni. Ho progettato L’Età del Bronzo per mostrare la storia al livello umano, per eliminare gli dei come attori agenti direttamente.

Credo che tutti i valori positivi, compresi quelli che citi nella domanda, abbiano valore in tutte le epoche. Sono universali per l’umanità. È l’umanità dei personaggi in qualsivoglia versione della storia della guerra di Troia che cattura l’attenzione del pubblico e continua a rendere la storia vitale ed interessante.

Sui personaggi: in Achille c’è l’eroe coraggioso e giovane, e descrivi la sua relazione con la madre Teti e il suo amore con Patroclo. Credi che sia coerente con il personaggio delle leggende greche o hai costruito il tuo Achille? Hai fatto lo stesso anche con gli altri personaggi (Paride, Elena, ecc)? Dove hai preso spunto per le caratteristiche dell’aspetto (colore dei capelli, altezza, ecc)? Quali sono le fonti principali che hai usato per le caratteristiche grafiche (in aggiunta a quanto hai scritto nella postfazione del primo volume)?
Sei stato fedele alle fonti (a quali in particolare?) o ne hai dato una interpretazione personale? Nel secondo caso, come e perché?
La mia versione di Achille è la somma di tutte le versioni di cui ho letto. Credo davvero che sia riconoscibile come l’Achille dell’Iliade di Omero, ma va anche oltre, dato che mi sono basato su altre sorgenti, oltre all’Iliade. Penso di essermi comportato con tutti i personaggi in modo analogo. Non voglio renderli diversi da come li troviamo in Omero, ma certamente voglio che siano significativi, sia nei pensieri che nelle azioni, anche per un lettore moderno. In generale, per l’aspetto fisico, mi sono basato sull’arte egea dell’Età del Bronzo, soprattutto sugli affreschi e le pitture sugli oggetti. Per caratteristiche specifiche, ho usato quanto sono riuscito a ricavare dalla tradizione letteraria. Sebbene Elena e Achille a volte siano descritti come biondi, li ho disegnati con i capelli scuri, dato che non ho trovato persone bionde tra gli artefatti dell’arte Egea dell’Età del Bronzo. Alcuni personaggi sono ispirati a degli artefatti, come Agamennone, che è basato sula famosa maschera mortuaria della tomba a tumulo micenea chiamata proprio la Maschera di Agamennone. Clitennestra è basata su un affresco miceneo, Chirone su un affresco pompeiano. Ma l’aspetto della maggior parte dei personaggi l’ho semplicemente creato. Per alcuni personaggi è stato necessario disegnare solo un paio di schizzi per arrivare a un aspetto che mi soddisfacesse. Per altri ci son voluti un numero maggiore di tentativi.

Gli dei non sembrano essere una presenza reale nella storia, almeno finora. I loro nomi sono stati usati complessivamente forse tre o quattro volte, e mai nel primo volume. Gli esseri umani sembrano molto più spaventati della vendetta degli dei di quanto sembri effettivamente necessario. Perché gli dei sono così lontani sullo sfondo, mentre in Omero sono assai più immanenti? Sarà lo stesso fino alla fine?
Non ho nessun interesse a che gli dei siano parte della storia. Sono interessato solo ai personaggi umani e alle loro interazioni. Uno degli scopi principali de L’Età del Bronzo è mostrare come gli esseri umani possano giustificare il farsi cose terribili l’un l’altro. Voglio che questo sia completamente chiaro al lettore, anche se non attirerà necessariamente le sue simpatie. L’elemento sovrannaturale della storia della guerra di Troia non emergerà mai per tutta L’Età del Bronzo. Naturalmente però i personaggi credono negli dei – e ovviamente qualcuno ci crede più di altri. Gli Achei venerano il pantheon greco, e i Troiani quello ittita. Uso solo i nomi degli dei greci che sappiamo erano già venerati nella tarda età del Bronzo. Non ho menzionato nessuno dei nomi degli dei ittiti, poiché nella tradizione letteraria i Troiani veneravano il pantheon greco, e non volevo andare contro questo aspetto.

Hai dato molto spazio alle storie secondarie: Filotete, Troilo, Criseide. Come le hai selezionate? Nella postfazione del primo volume c’è scritto che volevi dare spazio a tutte le storie che fanno parte della tradizione della guerra di Troia. È stato ed è difficile trovare un equilibrio tra le storie della tradizione classica e le storie che vengono da scrittori più recenti (da Shakespeare a Chaucer)? Hai provato a inserire storie e personaggi più vicini alla tradizione Anglo-Americana?
Ogni evento della guerra di Troia che sono riuscito a trovare è finito ne L’Età del Bronzo. Non ho fatto una selezione di alcuni, li ho usati tutti. A volte ho dovuto limitarli a mere citazioni, come l’idea che Elena è stata lasciata in Egitto prima che Paride tornasse a Troia. Non sono sempre riuscito a integrare completamente gli episodi che sono diametralmente opposti alla versione tradizionale. Ma ho provato sempre a trovare un modo per usarli, anche se ho dovuto trasformarli in modo radicale. Il mio scopo non è concentrarmi su episodi o personaggi che siano più vicini alla tradizione anglo-americana. Ho provato (e sto provando) a inserire ogni storia e personaggio della guerra di Troia ne L’Età del Bronzo. Il mio intento è raccontare l’intera storia della guerra di Troia, come si è sviluppata nel corso dei secoli.

Graficamente, perché hai scelto il bianco e nero? È stato difficile mantenere lo stesso registro grafico per un’opera durata così tanto? Cosa hai cambiato in questi anni? Ci sono delle parti che oggi ridisegneresti in modo completamente diverso?
Ho scelto il bianco e nero per L’Età del Bronzo perché ci avrei messo troppo tempo a colorare l’intero progetto e anche perché il bianco e nero è più economico da stampare. Comunque, l’edizione digitale de L’Età del Bronzo (non più disponibile, n.d.r.) è stata colorata da John Dallaire sotto la mia supervisione. Anche se la versione digitale è stata interrotta quando l’editore è fallito, io e John stiamo continuando a colorare L’Età del Bronzo, e un giorno ci sarà una edizione a colori. Di proposito non ho cambiato nulla del mio stile di disegno durante L’Età del Bronzo fin dall’inizio. Ho solo cercato di disegnare nel miglior modo possibile e spero che l’opera stia migliorando con il tempo. Ci sono alcuni dettagli nei vestiti e nell’architettura che avrei potuto scegliere di disegnare in modo diverso, rispetto a quanto ho fatto anni fa, ma sono aspetti marginali. Un cambiamento che ho fatto nella versione a colori è stato quello di inserire dei disegni artistici sulle pareti della stanza del trono di Priamo. Sapevo già quando ho disegnato per la prima volta la sala del trono che le pareti avrebbero dovuto essere decorate, ma sembrava troppo gravoso dover disegnare tutte quelle decorazioni tavola dopo tavola, ogni volta che avrei disegnato la stanza del trono di Priamo. Così ho deciso di lasciare bianche le pareti. È semplice poi inserire le pitture sulle pareti nell’edizione digitale, e devo fare i disegni una volta sola.

Eroi e supereroi: secondo te, in qualche modo, i supereroi sono in qualche modo gli eroi di una epica moderna? Quali sono le differenze che trovi? È ancora possibile costruire un’epica al giorno d’oggi?
Non vedo un gran parallelismo tra i supereroi moderni e gli eroi dell’epica greca. Immagino che invece altre persone ce lo vedano, ma io no. Non credo che i temi sono posti nello stesso modo per i supereroi moderni, e se ci sono temi analoghi all’inizio delle storie supereroistiche, poi spesso si perdono nel passaggio da uno scrittore all’altro e da un disegnatore all’altro. I supereroi moderni sono marchi che vengono di tanto in tanto degradati dall’accumulo di una quantità sempre maggiore di materiale, che deve essere prodotto per mantenere il marchio lucido e splendente agli occhi di un pubblico spesso volubile. Non sono sicuro di sapere cosa ci voglia per costruire un’epica, così non so dire con certezza se sia possibile costruirne una oggi. Immagino che la cosa più vicina a un’epica a cui riesco a pensare oggi sia la serie di George R.R. Martin Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Questa sembra in effetti avere la struttura di un’epica. Immagino che alla fine vedremo qual è la lezione conclusiva che vuole impartire e che sta costruendo.

Vuoi provare a essere anche didattico, portando a più persone possibile le storie classiche e la storia reale? O vuoi semplicemente raccontare una bella storia, mantenendo un legame formale con le fonti?
Non voglio essere didattico con L’Età del Bronzo. Voglio solo provare a raccontare una tragedia eccitante e che emozioni. Voglio che il lettore pensi e si senta come i personaggi della storia, non che pensi a cosa c’è voluto per fare L’Età del Bronzo, o da dove venga.

Un’ultima domanda: quando vedremo la fine de L’Età del Bronzo?
Quando arriverò alla fine.

Ringrazio di cuore la collega e co-associata Maura Pugliese per avermi suggerito alcune domande (sperando di non averle interpretate troppo).

Nella traduzione, dove non è stato possibile tradurre letteralmente, ho cercato di cogliere il senso della risposta, per chi volesse leggere l’originale in inglese, può leggere domani questo articolo.

Attila: un fumetto all’opera

Tra le arti liberali non c’è l’Opera, e anche il fumetto, pur essendo per gli appassionati la Nona Arte, non sempre è riconosciuta come tale (tanto è vero che ancora si discute di quale sia l’ottava).

Kleiner Flug, dopo aver pubblicato una raccolta delle opere di Verdi, con il prosieguo di questa collana vuole utilizzare tutti i linguaggi della comunicazione contemporanea, contribuendo ad avvicinare nuove fasce di pubblico al melodramma.

Certo che non è banale rappresentare sulla carta un media complesso come il melodramma, in cui presenza scenica, musica, trama, allestimento, recitazione e canto si intrecciano.

Ma non è la prima esperienza, visto che questo è il nono numero della serie che lega opera e fumetto. E, vista l’origine emiliana, venendo l’idea da Modena, la parte del leone non poteva farla che Giuseppe Verdi. E così è anche in questo caso.

Verdi nel 1846 è nel pieno del suo periodo più produttivo, almeno dal punto di vista numerico e patriottico. Così quattro anni dopo la composizione del Nabucco, con il famoso coro del Va’ pensiero, e tre dopo I lombardi alla prima crociata, traduce in opera un dramma teatrale di Zacharias Werner, poeta, drammaturgo e predicatore tedesco, con il libretto di Temistocle Solera, peraltro già librettista delle opere citate.

La storia segue la nota storia della conquista dell’Italia che si sarebbe arrestata ad Aquileia.

Fino alla fine del condottiero unno per mano della moglie, come raccontato in una versione alternativa della storia riportata dal cronista romano Marcellinus Comes all’inizio del VI secolo.

Moglie che ucciderà Attila per vendetta, dopo che questi ha distrutto la sua famiglia, con la stessa spada che egli le ha donato per ammirazione nei confronti della di lei audacia. Facendo la vendetta di tutti coloro i quali sono stati derubati di qualcosa e colpiti negli affetti o nell’amor patrio.

La rilettura patriottica dell’uccisione di Attila da parte di Odabella, catturata dal Flagello di Dio e poi presa in moglie, nella chiave di opposizione all’oppressore straniero e nonostante il tentativo di accordo del poco patriottico generale romano Ezio, si intravede chiaramente anche in questo lavoro di Stefano Ascari e Andrea Riccadonna.

Il primo, già autore di altre riduzioni fumettistiche di opere per la Fondazione Teatro Comunale di Modena, è molto abile a condensare in poco più di 30 pagine la trama dell’opera, senza farle perdere la maestosità, e facendo emergere i personaggi, che nel melodramma hanno molto più tempo per essere caratterizzati.

Il secondo non fa perdere mai il senso del palcoscenico, le tavole sono aperte, come abbiamo già visto nella trasposizione di opere teatrali, ad esempio, da parte di Gianni de Luca. I tratti e gli spazi, come d’altra parte si trova scritto anche nella descrizione del volume, ricordano grandi maestri del fumetto italiano come Sergio Toppi o Dino Battaglia.

La trascrizione scenica è fedele e il fumetto trascrive anche il linguaggio figurativo dell’opera.

  • In tutte le scene c’è un colore predominante, che fa pensare alle luci di scena, e i cambi di scena sono sottolineati proprio dai cambiamenti di colore nello sfondo o al viraggio dell’intero disegno.

  • Le azioni si svolgono sempre in ambienti aperti e vasti, che fanno pensare alle dimensioni del palcoscenico teatrale o comunque ai grandi allestimenti scenici.
  • Nonostante questo i primi piani consentono di concentrarsi sui singoli personaggi per cogliere i loro pensieri o le loro parole, non c’è neppure un primo piano in cui il protagonista dello stesso non parli o pensi qualcosa. Come dalla platea o dai palchi non è possibile cogliere esattamente l’espressione del volto ed è necessario che alla mimica, per quanto esagerata dei cantanti e degli attori, si accompagnino sempre le parole, così anche nel fumetto non ci sono praticamente passaggi muti. Neppure una scena densa di pathos e di sottintesi come quella dell’incontro di Attila con Leone I.
  • Il lettering fa pensare a un parlato particolare, l’irregolarità del font richiede un tempo maggiore per la lettura, espandendo i tempi, come succede quando si ascolta un’opera lirica, in cui la comprensione delle parole senza il libretto è resa meno immediata dal canto.
  • Come accade nelle opere, a parte i personaggi principali, presentati graficamente all’inizio, tutti gli altri sono indistinti, come parte di un coro, tanto è vero che i loro stessi dettagli fisionomici spesso sono invisibili.

Tutto questo senza tradire le peculiarità del fumetto, che però è per sua natura un medium flessibile e per questo adatto a contenere e a riproporre altri medium, senza sovrastarne le caratteristiche.

L’operazione di incuriosire all’opera mi sembra riuscita, pur con quelle che possono sembrare poche pagine di fumetto.

Consiglio: ascoltate l’opera mentre leggete (e rileggete) il fumetto, può essere un primo passaggio per ammalarsi di melomania.

Per chi volesse una anteprima, è possibile sfogliare qui le prime dodici pagine.

Ascari, Riccadonna
Attila

Collana: Teatro fra le nuvole
40 pag., spillato, colori
Formato 21×29,7 cm
prezzo: 7,00 €

Il caso Moro: un racconto scomodo

Ovviamente non è la prima volta che i fumetti si occupano del caso Moro. In realtà non è neppure la prima volta che la casa editrice BeccoGiallo si occupa del Caso Moro.

Lo aveva fatto infatti precedentemente con l’opera di Paolo Parisi Il sequestro Moro del 2006, citato anche da Enrico Deaglio nel suo enciclopedico Patria.

Come in quel caso, anche stavolta a cimentarsi con una storia che, come tante, in Italia è ancora sospesa, sono due giovani autori, anche se non del tutto esordienti: Luca Bagnasco e Tommaso Arzeno.

Bagnasco scrive una sceneggiatura asciutta, basata sui fatti, con precisi riferimenti biografici, geografici (ripercorrendo la Roma del 1978) e storici, senza lasciare troppo all’immaginazione.

Costruisce così una cronistoria che parte da Berlinguer e dal compromesso storico per finire con il ritrovamento del cadavere del Presidente della Democrazia Cristiana (o meglio con le indicazioni a Franco Tritto).

E diventa una operazione storica a tutti gli effetti, resa comunque più umana dai sogni di Moro, che si vede nelle vesti di un nuovo Giulio Cesare, o dai dialoghi nei palazzi del potere o all’interno dei covi e delle riunioni delle Brigate Rosse, assolutamente verosimili.

Ovviamente, non può dire la parola Fine su questo mistero italiano ma realizza una cronaca che mette in condizione anche una generazione che non ha vissuto affatto quegli anni di conoscere un po’ sia il quadro politico italiano che gli attori, anche con alcune citazioni interessanti, come la premonizione dell’Osservatore Politico di Mino Pecorelli.

È un racconto denso, di quasi 120 pagine, che richiede approfondimenti e ricerche, che serve come punto di partenza per scoprire uno dei tanti vasi di Pandora della moderna storia d’Italia, in cui si incrociano tante verità, depistaggi, interessi più o meno nascosti.

E non è detto che approfondimenti e ricerche portino a qualcosa, se non a farsi una opinione che però potrebbe essere del tutto fuori luogo, perché gli stessi indizi non sono chiari. E perdono via via di definizione a quasi quarant’anni dagli eventi.

Così in qualche modo sono sempre le nostre convinzioni a guidarci nel mare di opportunità che la cronaca ci offre: il Papa poteva fare di più, o altro? Davvero la Democrazia Cristiana ha abbandonato Moro? E lo ha fatto nel modo e per le finalità che si intravedono in questo fumetto?

In questo caso possiamo prendere la storia come punto di partenza, se ci interessa approfondire, e accogliere le personalità che ci vengono presentate, considerandole quanto più aderenti alla realtà.
O alla loro interpretazione da parte dell’autore?

Così, passando da una lettura storica e politica del fumetto, dalla quale comunque non ci si può esimere, a una più strettamente fumettistica, vediamo che l’analisi dei personaggi ci presenta Aldo Moro e i suoi carcerieri che spiccano come personalità chiare, su uno sfondo fosco, dalla parte dello Stato e dalla parte delle Brigate Rosse.

L’utilizzo di documenti storici, come le lettere che Moro scrisse alla sua famiglia, ai suoi compagni di partito, fino al Papa, aiutano nella definizione.

E sembra quasi di leggere una fiction, come quelle a cui la tv ci ha ormai abituato, un cold case piuttosto che un poliziesco a sfondo psicologico, come Criminal minds. E forse un po’, specie i più giovani, vivono questi momenti della storia del nostro paese in questo modo, anche per una lontananza culturale e storica. Ma anche chi li ha vissuti appare in qualche modo rassegnato al fatto che da quella foschia la verità non emergerà mai.

Anche perché anche oggi viviamo così tante situazioni fosche, che sembra quasi non essere necessario fare i conti fino in fondo con la storia. E invece forse la foschia odierna è solo dovuta al fatto che non siamo riusciti a dissipare quella del passato.

Tornando al fumetto, disegni, acquerelli e bianco e nero si adattano perfettamente. A quell’epoca le foto dei giornali e la tv erano in bianco e nero (in realtà in toni di grigio) e la tecnica che usa Arzeno la riproduce in modo molto efficace.

La grafica aiuta nella lettura, che, come dicevamo, è densa e complessa.

Lo fa anche con alcune belle trovate. Ad esempio il viaggio di Moro nell’auto dei rapitori: le vignette sono scure perché ha un cappuccio scuro in testa. Solo i rumori, resi con delle onomatopee che fanno molto fumetto italiano anni ’80, e le parole emergono da questo buio. E la struttura della gabbia che cambia da una pagina all’altra dà il senso dello sballottamento di un ostaggio in un’auto.

Le vignette sono al massimo sei per pagina, sempre ben squadrate (anche se in alcuni rari casi i disegni strabordano) e danno un ritmo cadenzato, impegnativo, a volte un po’ faticoso. Tranne nelle poche splash page che sottolineano momenti importanti e nell’unico momento di contatto tra i rapitori e la famiglia di Moro, con il personaggio del mimo che allevia per un attimo l’atmosfera cupa della storia, come sottolinea anche la gabbia della pagina.

La grafica è sempre al servizio della narrazione, dei personaggi, dei sentimenti che si vogliono far emergere nel lettore, dei tempi e dei dettagli.

Una lettura intensa, non facile, come spesso accade con le opere di questa casa editrice. Una lettura che interroga e che a volte vuole indurre a cercare risposte, anche al lettore che fatica a farsi le domande giuste. Una lettura che stimola a non smettere di cercare e di farsi domande, e che per questo fornisce, in calce alla storia, una serie di elementi biografici dei personaggi, una bibliografia e una filmografia.

Dall’altra parte anche una lettura che non sempre aiuta a far pace con il passato e il presente di un paese che è ancora alla ricerca di una serenità nazionale, di una sintesi riconosciuta da tutte le parti in campo.

Fumetti di grandi scienziati

Dall’8 luglio e per 8 settimane Le scienze pubblica otto monografie, sotto forma di graphic novel,  che raccontano I grandi della scienza a fumetti.

A dire il vero non sono tutte biografie a fumetti, da una parte la vita di Feynman e di Bohr, dall’altra la storia di gruppi che hanno fatto la storia della fisica, dal “Progetto Manhattan” alla corsa alla Luna.

Grande protagonista della serie è Jim Ottaviani, che ha firmato metà delle opere in uscita (quasi tutte già edite in Italia, e delle quali si è occupato anche il nostro sito).

Sarà l’occasione per conoscere attraverso un medium accessibile le storie e i contenuti scientifici di personaggi noti e meno noti della storia della scienza degli ultimi due secoli: da Darwin a Feynman, da Bohr a Oppenheimer.

I volumi saranno in edicola al costo di 9,90€ con cadenza settimanale.

Piano dell’opera

Feynman – 8 luglio

The Imitation game – 15 luglio

Logicomix – 22 luglio

Cosmicomic – 29 luglio

Trinity – 5 agosto

Un pensiero abbagliante – 12 agosto

T-minus – 19 agosto

Darwin – 26 agosto

The complete Peanuts: siamo arrivati alla fine

Esce in questi giorni il volume numero 26 della collana che ha raccolto l’Opera omnia di Sparky (al secolo Charles Monroe Schulz) che Panini ha pubblicato mantenendo il titolo e il piano dell’opera originale della Fantagraphics Books e sviluppando l’opera in un lungo percorso dodecennale.

Così, se le strisce della sua opera più famosa si erano già concluse nel precedente numero, con l’aggiunta di tutto il materiale di Li’l Folks, per rendere l’opera davvero completa (e anche per far comprare agli appassionati un volume in più) sono state raccolte in quasi trecento pagine:

  • diciassette vignette pubblicate sul Saturday Evening Post tra il 1948 e il 1950;
  • sette storie dei Peanuts uscite in formato Comic Book negli anni ’60 e ’70 e disegnate da Schulz in persona (la maggior parte delle quali fu invece disegnata da Jim Sasseville);
  • alcune campagne pubblicitarie di cui i Peanuts sono stati protagonisti;
  • strisce e materiale natalizio;
  • quattro storybook ricavate da rielaborazioni delle strisce, ma ridisegnate completamente da Schultz;
  • vignette e aforismi pubblicati su Cose che ho imparato troppo tardi (e altre verità minori), 1981 e su Cose che ho dovuto imparare più di una volta (e qualche altra piccola scoperta), 1984;
  • una serie di vignette fuori serie dedicate al golf e al tennis.

Per appassionati, ma non solo.

Per attingere a piene mani ancora una volta alla filosofia semplice del grande cartoonist americano, che negli ultimi 50 anni del secolo scorso ha sicuramente lasciato un segno molto profondo nella cultura americana e mondiale, tanto è vero che le sue vignette vengono usate, spesso anche aggiungendoci delle parole che lui mai avrebbe usato, per promuovere i più disparati messaggi.

E che si identifica ormai con i suoi personaggi (anche se lui si è sempre riconosciuto in Charlie Brown, mentre il filosofo del gruppo era più Linus) al punto che un destino in qualche modo riconoscente lo ha fatto morire il giorno prima della pubblicazione dell’ultima striscia, il 13 febbraio del 2000.

Per esplicita scelta Schulz ha scritto, disegnato ed inchiostrato tutte le strisce della serie, che quindi non è sopravvissuta al suo ideatore.

Una persona semplice ma profonda che ha anticipato tanti temi, in qualche modo portandoli all’attenzione dell’americano medio: ecco un esempio del 1967 particolarmente in linea con una delle discussioni odierne…

A chiudere questa memorabile raccolta è Jean, la seconda moglie di Schulz, che scrive un lungo e appassionato ricordo di Sparky, che vale la pena leggere. Come sempre in questi casi, si tratta di una specie di discorso funebre: anche lui avrà avuto i suoi difetti, ma tutti noi, dagli appassionati di fumetti in giù, gli dobbiamo qualcosa.

Ma mi piace finire nello stesso modo in cui finisce quest’opera:

Una volta Sparky disse che si sarebbe sentito soddisfatto se sulla sua lapide fosse stato scritto “Ha reso felici le persone!”

È ciò che ha fatto. E che continua a fare.

Pian d’Albero: una recensione partigiana

La storia della battaglia di Pian D’Albero del 20 giugno 1944 è molto presente nella memoria storica della resistenza toscana.

Basta una piccola ricerca su internet e si trovano moltissimi documenti, anche dettagliatissimi.

Da quasi dieci anni il luogo dell’evento è Parco Storico della Resistenza.

Ciò che accadde alla famiglia Cavicchi nel loro casolare isolato tra il Valdarno e il Chianti è stato oggetto di una ricerca dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, perché, se è certo che 39 persone furono uccise dalle truppe tedesche, un po’ per rappresaglia, un po’ semplicemente per un’azione di guerra, visto che in quel casolare era rifugiata un’unità partigiana, molto meno certi sono altri dettagli dell’evento. Ad esempio circa l’intervento di informatori che avvisarono i tedeschi della presenza dei partigiani.

Comunque sia andata, la ricerca dei dettagli di questi scampoli di storia è importante, per non dimenticare, per trovare le piccole storie che la Storia ha stroncato.

I promotori della ricerca, Matteo Barucci e Gabriele Mori, hanno scritto l’introduzione all’opera di Pierpaolo Putignano, che abbiamo già conosciuto nell’episodio di Pier Capponi.

Il territorio di Bagno a Ripoli era competenza della 22bis Brigata Garibaldi d’assalto “Vittorio Sinigaglia” della Divisione “Arno” e come succedeva in tutta l’Italia occupata dai tedeschi dopo l’8 settembre, la Wehrmacht era alla ricerca dei combattenti (italiani e non) che gli si opponevano.

Nella rievocazione fumettistica dell’evento ci sono vari piani che si intrecciano.

Da una parte quello della memoria, con il vecchio partigiano, quindicenne all’epoca dei fatti, che racconta al figlio e sottolinea che «la guerra non ha nulla di eroico» e che «ha fatto cose di cui non va fiero» per ripulire il campo da facili entusiasmi retorici.

Poi quello della storia, con il racconto degli eventi, a volte crudo, senza lasciare nulla di nascosto, dai colpi alla nuca per finire i feriti, all’impiccagione sommaria anche del piccolo Aronne.

Quello dell’esperienza personale, della paura e del coraggio, che non è l’assenza di paura, ma capire di dover «fare la cosa giusta». Dei ricordi e degli incubi che non ti abbandonano mai.

Infine quello del monito, perché la memoria non può essere fine a se stessa, altrimenti si finisce con il «dar credito a quella faccenda dei corsi e ricorsi storici». Perché «le cose non “vanno storte”, non “si muovono da sole”, le cose si sbagliano». Così non si può cancellare la memoria per timore di “turbare i giovani”, ma tutto va raccontato, per evitare che si ripeta.

E il racconto che fa Pierpaolo Putignano è efficace, ricco, anche se fatto solo di 40 tavole.

La sua sceneggiatura riduce al minimo la retorica: i partigiani sono soldati, per i quali un quindicenne è troppo piccolo «per sparare alla gente», la guerra «non è un gioco, la gente muore»; i tedeschi sono anch’essi soldati, che usano la loro maggior forza per fiaccare sotto tutti i punti di vista la resistenza di un nemico che è anche traditore. Così non lasciano al frate la possibilità di confortare i condannati e non si fanno scrupolo a impiccare un pastorello. È un richiamo forte contro tutte le violenze e gli autoritarismi. Un richiamo universale, tanto che non c’è una sola battuta in dialetto toscano, un solo detto nei dialoghi che lasci trapelare in qualche modo l’ambientazione geografica, che pure è precisissima nella caratterizzazione dei luoghi.

E d’altra parte universali sono l’orrore delle troppe morti, la gioia della liberazione e il rimpianto della morte degli innocenti.

Il racconto è tutto virato seppia, come le vecchie foto, solo il rosso del sangue e il colore delle bandiere tricolori fanno eccezione, con una tecnica ormai assodata di utilizzare il colore per sottolineare alcuni elementi grafici e per cambiare scena, tempo e luogo senza dirlo.

C’è solo una pagina virata in rosso, quella della decisione di imbracciare il fucile dopo tanti tentennamenti da parte del quindicenne aspirante partigiano. Non è certo l’unica splash page, ma quella che dà senso alla storia, perché in qualche modo senza quella decisione non ci sarebbe stato neppure il racconto della storia di Pian d’Albero.

Le scene colorate in modo vivo sono quelle del presente, con una tecnica già vista altre volte, di utilizzare i colori per distinguere i diversi livelli della storia.

La gabbia delle pagine è molto varia, ma sempre piuttosto regolare. Le vignette sono tutte rettangolari, anche se di dimensioni e forme diverse. Ogni tanto ci sono delle vignette senza bordo nelle quali i primi piani possono permettersi un po’ di strabordare, ma senza eccessi. E di nuovo è la storia a guidare la grafica, perché l’unica pagina meno regolare è quella dell’assalto tedesco che coglie tutti impreparati, e anche se la gabbia è molto precisa, la bustina che vola da un piano all’altro dà il senso del momento.

Il tratto di Putignano è molto preciso e deciso, caratteristici gli occhi formati solo da un bottoncino nero, ma non per questo meno espressivi. Un modo di disegnare che ammorbidisce la realtà, senza toglierle nulla. In alcuni momenti mi fa pensare al modo di disegnare di Bill Watterson, che colpisce la realtà non solo con la profondità e la sagacia delle battute, ma anche con la efficacia del tratto.

È una realtà che può essere ammorbidita, anche nei tratti, ma non dimenticata, come la memoria, che vede i fatti farsi via via più indistinti, ma non può e non deve cancellarli. Perché altrimenti avremo bisogno di una nuova Pian d’Albero, di un altro Aronne Cavicchi e di una nuova lotta partigiana.

Pian d’Albero

Collana: Viaggi fra le nuvole
48 pag., Brossurato, colori
formato 21 x 29,7 cm
prezzo: 12,00

Samurai Jack: una recensione televisiva

Samurai Jack è stato uno dei primi cartoni animati che ho visto perché lo vedevano i miei figli. Il lavoro di Genndy Tartakovsky, a partire da Il laboratorio di Dexter, passando per le Superchicche, fino ai film di Hotel Transylvania, mi ha sempre stuzzicato, per l’impostazione grafica e per storie non (del tutto) banali, cosa non molto frequente (purtroppo) nei cartoni animati moderni. Ma per Samurai Jack ho avuto un interesse sincero. Mi è capitato di obbligare i miei figli a vederlo quando loro volevano cambiare canale.

Il cartone animato, mai concluso, ha avuto tanto successo che a distanza di tredici anni è stata prodotta la quinta e definitiva stagione, in cui finalmente si concluderà la lotta tra Jack e il demone Aku.

Così IDW e Cartoon Network hanno messo al lavoro lo sceneggiatore Jim Zub e il disegnatore Andy Suriano, che ha lavorato anche sul cartone, e tra il 2013 e il 2015 hanno prodotto un fumetto in venti numeri, poi raccolti in quattro volumi.

Gli episodi si collocano cronologicamente tra la quarta e la quinta serie e Panini Comics la propone a distanza di quasi due anni dall’uscita americana, in concomitanza con le nuove e conclusive puntate televisive, arrivate al numero 10 negli Stati Uniti.

Copertina del primo volume italiano di "Samurai Jack".Nel volume Samurai Jack fa quello che fa in tutti gli episodi del cartone animato: tentare di sconfiggere il demone, per tornare nel passato e contrastare il realizzarsi del futuro creato da Aku.

Vagando per il mondo del futuro, dominato dai demoni, tra arti marziali e tecnologia, Jack cerca manufatti più o meno magici per tornare indietro nel tempo.

Così in questo primo volume, cerca di recuperare la corda degli eoni, intessendo tra loro i fili del tempo. Samurai Jack gira per il mondo, incontrando (e sconfiggendo) mostri e demoni, liberando fantasmi e smascherando vecchie regine, con la sua ironia e qualche trovata divertente sulla falsariga di quanto accade nella versione televisiva.

Alla fine riesce a ritessere la corda, come dice lui stesso, visitando luoghi inesplorati, fino al più classico dei finali: l’ultimo pezzo si trova nella fortezza del nemico, al punto che Aku lo usa come… filo interdentale!

Ma ancora una volta, pur arrivando vicinissimo al ritorno nel passato, Samurai Jack si deve accontentare di prolungare la sua permanenza nel futuro corrotto, pur di sopravvivere.

Tavola di "Samurai Jack".

Chi ha amato e ama il cartone animato ritroverà le stesse atmosfere, tra la nostalgia e l’angoscia per la lontananza, ma con la forza e la limpidezza del samurai. A volte, forse, con qualche battuta di troppo, anche se obbligata. In fondo il cartone animato, con le immagini in movimento, riesce con uno zoom o una carrellata a rendere l’idea dell’espressione di un viso anche senza parole, questo nel fumetto deve più frequentemente essere fatto verbosamente. Ciononostante, anche nelle pagine, si incontrano momenti di silenzio, in cui solo i rumori e i movimenti danno pienamente l’idea di quanto sta succedendo, esattamente come nel cartone.

I personaggi sono caratterizzati nello stesso modo, anche se il demone Aku forse era meno “buffo” (in alcune scene finali, con il filo interdentale, quasi tendente al ridicolo).

Ma la caratterizzazione di Jack è perfetta e aderente a come la conosciamo; carattere, forza, scaltrezza, fino alla scelta di vita e di coerenza: continuare a lottare fino alla fine, preferendo vivere nel mondo malvagio del futuro, piuttosto che tornare nel proprio passato a morire. Con uno sguardo che la dice lunga.

Maggiore è, per forza di cose, la differenza dal punto di vista grafico: ricordando che il cartone è giocato tutto sulla tecnica del masking, senza linee di contorno, utilizzando in modo magistrale il contrasto dei colori e il dinamismo delle immagini. Qui è stato possibile applicare questa tecnica solo nelle copertine e in alcuni punti. Proprio per riproporre lo stesso dinamismo, infatti, gli autori del fumetto hanno dovuto cambiare la tecnica di disegno, reinserendo i contorni, anzi, è proprio l’irregolarità dei contorni e il pesante utilizzo del chiaroscuro a far percepire lo stesso movimento che nel cartone viene dalle tecniche di animazione e dai movimenti delle camere. Anche l’elevato contrasto dei colori, insieme alla gamma utilizzata nelle diverse situazioni, contribuisce (bellissima la scena in cui la corda degli eoni parla a un Jack morente, fermando il tempo e portandolo in una sorta di limbo luminoso, in cui i colori sono i complementari della realtà).

Per rendere la rapidità delle scene, il disegno risulta a volte anche deformato.

Tavole di "Samurai Jack".

Altro espediente utilizzato per riproporre sulla staticità della carta il disegno animato è la suddivisione in vignette, sempre diversa e per lo più molto irregolare. Spesso con sovrapposizioni dei personaggi che escono dai bordi, quasi mai sottili e uniformi.

Alla fine l’esperimento di inserire tra le stagioni del cartone animato una serie di storie a fumetti, al netto delle differenze di linguaggio dei diversi media, può dirsi riuscita. Anche se Tartakovsly non ha mai ufficialmente riconosciuto il legame tra il cartone e il fumetto, arrivando a dire che il fumetto non è canonico, il tentativo fatto da Zub e Soriano è stato quello di riproporre esattamente le stesse atmosfere e le stesse caratterizzazioni del cartone.

Ci sono alcune cose che non mi sono piaciute da amante del cartone, ma il fumetto regge il confronto, e regge anche in modalità stand alone. Anche se i personaggi, le atmosfere, le caratterizzazioni della serie animata restano negli occhi e mi sembrano superiori a quelle che ho trovato in questo volume. Però se Jim Zub attualmente è il principale sceneggiatore di Uncanny Avengers, dopo aver creato Skull Kickers, aver lavorato su Red Sonja, Suicide Squad, il fumetto di Munchkin, un motivo ci sarà.

Comics&Science: The Babbage Issue

È stato presentato in anteprima al Salone del Fumetto di Torino il 20 maggio il nuovo numero di Comics&Science edito da CNR Edizioni.

Due fumetti (di Castelli-Peddes e di Davide La Rosa)  e i soliti interessantissimi articoli redazionali, in questo che dovrebbe essere il primo numero della “serie” con cadenza semestrale realizzata dal CNR in collaborazione con Symmaceo, Lercio.it e per la cura di Andrea Plazzi e Roberto Natalini.

Comics&Science

The Babbage Issue

Editore CNR Edizioni – www.edizioni.cnr.it

A cura di Roberto Natalini, Andrea Plazzi

Formato 16,8×24,6 cm, 48 pagine brossurate COL

Prezzo 7,00 Euro

ISBN 978-88-8080-2419

Data di uscita maggio 2017