Andrea Cittadini Bellini

Scienziato mancato, appassionato divoratore di fumetti, collezionista di fatto, provo a capirci qualcosa di matematica, di scienza e della Nona Arte...

DF a Folignano Librarte

Dal 26 maggio al 3 giugno si terrà Librarte, kermesse culturale organizzata dal Comune di Folignano.

Il programma, ricchissimo, vedrà coinvolta anche Dimensione Fumetto in due distinti momenti:

  • l’allestimento della mostra relativa alle tavole Marvel degli anni ’80
  • un intervento dal titolo Comics&Science: fare cultura scientifica con i fumetti, a cura del nostro socio Andrea Cittadini Bellini domenica 3 giugno alle ore 15

Trovate il programma completo della manifestazione sul sito http://www.leggiamounlibroamammaepapa.it/eventi/44-librarte-2018-folignano.html

 

Mr Higgins: Mignola reloaded

Mike Mignola è probabilmente il più influente scrittore di comics dell’ultimo ventennio. Al punto che, nella scrittura o nel disegno, ha coinvolto gran parte dello scenario fumettistico americano. E non solo nel campo delle storie noir, horror e legate in qualche modo al soprannaturale.

Ha collaborato con, e ispirato, scrittori e artisti in qualsiasi parte del mondo e le testate da lui create, principalmente legate all’universo di Hellboy, ma non solo, hanno dato origine al Mignolaverse. Rinnova storie ancestrali, che quindi il lettore sente sue, mescolando in modo sapiente atmosfere vittoriane, leggende di tutto il mondo, personaggi moderni ma, allo stesso tempo, già un po’ ingrigiti.

Higgins copertinaQuesta volta si dedica a un divertissement che torna alle sue origini gotiche e horror, con l’aiuto di Warwick Johnson-Cadwell (Tank Girl, Samurai Jack, Helena Crash), ma con un taglio molto ironico e ai limiti del comico.

Che la storia sia poco seria lo afferma lo stesso Mignola nelle dediche.

Questo libro è un omaggio ai grandi film della Hammer, ma in particolare al mio film di vampiri preferito Per favore non mordermi sul collo.

Il fumetto è pieno di stereotipi delle storie di vampiri: il cacciatore di vampiri, il castello tra i Carpazi e il Mar Nero, la notte di Valpurga, la giovane sposa vampirizzata, il castello, paletti di frassino e proiettili d’argento.

Anche se Mignola li legge in un modo leggero e ricco di facezie.

Il signor Higgins è una vittima del nobile Golga, che ne ha vampirizzato la giovane moglie e lo ha reso un licantropo, dopo che erano stati costretti a passare la notte nel Castello Golga da un incidente durante la luna di miele (toh, un altro classico).

E Higgins viene usato dal prof. Meinhardt, dell’Università di Ingolstadt (quella dove ha studiato Victor Frankenstein) per entrare nel castello e uccidere tutti i vampiri.

Il disegno, che sembra minato fin dall’inizio a causa dell’intervento del Barone Ladzo che visita nottetempo il professore e avvisa il padrone di casa, trova compimento proprio grazie a Mr. Higgins.  E a Satana che ne stimola la metamorfosi: lo porta ad accettare e ad usare ciò che egli è.

Anche se in modo rocambolesco, proprio come nei film. Quando tutto sembra perduto, il professore e il suo assistente per errore colpiscono con un piccolo proiettile d’argento la (fu?) signora Higgins. La rabbia che ne consegue porta alla distruzione del castello, alla distruzione di tutti i vampiri e affini, e alla fine alla incenerazione di Golga.

Alla fine il ritorno a casa di Higgins si conclude bene, tranne che per lui, che aspirava alla pace eterna, e invece sopravvive a tutti i non morti.

Mignola mette a frutto la sua passione per le storie horror e la sua ironia, di cui comunque il suo Mignolaverso Hellboyesco è riccamente intriso, per raccontare una storia classica, semplice. Le citazioni stavolta riguardano le classiche storie di vampiri e dell’orrore. E si alternano con alcune gag. Una tra tutte: l’evocazione satanica malriuscita che porta alla lite tra l’evocatore e la sacrificata…

Mignola tratteggia i personaggi con il sorriso sulle labbra. E stavolta non un sorriso noir, ma che ha del divertito.

Satana che prova una profonda antipatia per coloro che vogliono evocarlo, al punto di perorarne la distruzione da parte di Higgins. La coppia dei cacciatori di vampiri, che poco hanno del Van Helsing, e finiscono senza vestiti nella piazza di Ingolstadt. Il servitore di Golga che, pur non avendone i lineamenti, ricorda un po’ l’Aigor di Marty Feldman. Golga stesso, che “fa il superiore” ma alla fine vede crollare il castello e viene ucciso. I vampiri che rappresentano una sorta di nobiltà decaduta.

higgins3Il Mignola che conosciamo, quello che pur senza mai tralasciare la vena ironica, necessaria per non impazzire davanti agli orrori che ha raccontato nelle storie di Hellboy e dei suoi comprimari, non si è mai limitato nel raccontare ogni forma di crudeltà, qui fa vincere la leggerezza e crea una storia che forse neanche ci aspetteremmo. Anche se non è la prima volta.

Già Hellboy in altre storie brevi, come Pancakes, o altri personaggi creati o rivisitati dall’autore californiano sono stati interpretati in modo così leggero, quasi comico.

La parte grafica è coerente con la storia. Pur raccontando di licantropi e vampiri è del tutto priva di atmosfere oscure, addirittura quasi senza ombre. Il tratto di WJC ricorda un po’ Kevin O’Neill, anche nelle deformità. Interessante è l’utilizzo delle onomatopee come parte integrante del disegno.

La caratterizzazione che dà ai personaggi è a sua volta ironica, ma non li ridicolizza. Ci scherza su. Li deforma quanto basta per non renderli ridicoli.

Da lettore di Mignola non sono abituato a questo tratto: sottile, luminoso, poco realistico. Ma devo riconoscere che è del tutto adatto al taglio della storia. Anche se in qualche tratto fa pensare a un racconto illustrato per bambini.

Tutto è deforme ma senza orrore, mi piace paragonarlo in qualche modo alle illustrazioni tolkieniane di Mr Bliss.

Come in quelle, anche il paesaggio e le linee prospettiche servono a muovere lo sguardo del lettore. Oltre che a rendere la storia paradossale, irreale, al di là dei contenuti. Anche se a volte questa deformità è un po’ fastidiosa. E sempre ricca di dettagli. Spesso Mignola chiede a Johnson-Cadwell di soffermarsi sui dettagli e di cambiare inquadratura più volte nella stessa pagina.

Le vignette sono tutte piuttosto regolari e squadrate, di ampio respiro, con un continuo cambio di punto di vista e livello di dettaglio. È assai raro che si incontrino due vignette che raccontano in sequenza la storia, se non forse proprio all’epilogo della storia.

I colori sono pastello, e vividamente inadatti a una storia horror. Tranne forse nelle pagine rosse e nere dell’esplosione di violenza del Mr Higgins licantropo.

higgins4

L’azzurro del cielo, il verde splendente dei boschi della Transilvania, i luminosi ambienti del Castello Golga, persino durante l’evocazione satanica non preludono però a un finale altrettanto luminoso.

Alla fine, infatti, al povero Mr Higgins tornare nella casa dove è rinato per opera di Golga e dove sperava di porre fine alla sua esistenza eterna di licantropo non è servito a nulla.

Mr Higgins torna a casa
Mike Mignola, Warwick Johnson Cadwell
17×26, 56 pagg, colori, cartonato
€ 15

100 anni di Feynman: un elogio a fumetti

L’11 maggio del 1918 nasceva Richard Phillips Feynman.

Cento anni esatti dalla nascita di uno dei più grandi fisici del secolo scorso. E dire che ce ne sono stati tanti: da Einstein a Bohr.

E di molti di questi abbiamo una biografia a fumetti, ancora una volta grazie a Jim Ottaviani che più volte ha trovato posto su queste pagine, anche con una straordinaria intervista.

Questa biografia non è di nuova uscita, ha già avuto più edizioni, ma mi pare indicato parlarne in questi giorni. Perché preferisco sempre ricordare le persone scomparse in occasione della loro nascita. Soprattutto i grandissimi, che meritano di essere ricordati per la loro vita, non per la loro morte.

Ottaviani, come nel suo stile, si documenta moltissimo (alla fine del fumetto c’è una bibliografia quasi completa). Sia dal punto di vista biografico che scientifico. E nonostante la lunghezza dell’opera (oltre 250 pagine densissime) fa delle scelte obbligate, sottolineando tutti gli aspetti belli della vita di Feynman.

Utilizza inoltre per la maggior parte le parole dello scienziato nella sceneggiatura, partendo dalla trascrizione del Discorso al liceo di Far Rockaway.

E così scrive una sceneggiatura spumeggiante, ricca di sfaccettature e battute, quasi irregolare.

Irregolare nei tempi, con salti temporali continui che danno un’idea anche dell’eclettismo di Feynman, che in ogni periodo della sua vita è stato un grande visionario della scienza. E un uomo di grande cultura e di grandi e molteplici passioni.

Irregolare nel modo di mescolare i tanti e affascinanti aspetti scientifici della vita del fisico statunitense. Dall’invenzione dell’elettrodinamica quantistica che lo ha portato al Nobel in comproprietà, ai numerosi interventi divulgativi dal grande impatto sull’opinione pubblica. Basti pensare alla partecipazione alla commissione d’inchiesta sull’incidente dello Shuttle del 1986. Fino ai momenti cruciali della sua formazione, a partire dagli stimoli che ebbe in famiglia fin dalla più tenera età.

Irregolare nel sottolineare l’estro e l’istrionismo, la totale e piena umanità, accanto al genio.

È bravo a inserire pillole di scienza, integrandole perfettamente tra la biografia e la filosofia più o meno spicciola. A far ciò lo aiuta molto la scelta del punto di vista in soggettiva. In ogni vignetta, o compare il protagonista, o sembra di vedere il mondo attraverso i suoi occhi, o si materializzano i suoi pensieri.

Allo stesso modo Leland Myrick evidenzia i medesimi aspetti con un tratto pulito, il suo stile a linea chiara, ma con un che di irregolare. Non cerca l’iperrealismo. Il disegno è semplice, e consente di concentrarsi sulla ricerca delle caratteristiche del personaggio. Non soffoca, ma accompagna, una storia impegnativa ma, alla fine, molto soddisfacente.

Ed è irregolare e parimenti pulito nel continuo movimento della gabbia e nell’uso cinematografico delle inquadrature. E nell’alternarsi dei registri cromatici, che, mantenendo coerentemente uno stile molto soft e pastello, sottolineano i continui cambi di scena.

Anche lui integra in modo molto efficace i disegni a sfondo scientifico nel racconto grafico, evidenziando anche un grande lavoro di informazione scientifica, anche attraverso il supporto di Ottaviani, che ha un forte background nel campo.

Così, ancora una volta, il fumetto si dimostra un linguaggio efficacissimo per raccontare la scienza, e non solo le storie degli scienziati. Perché anche le formule possono essere disegnate e integrarsi nell’opera. Perché con il disegno si perde quell’alone noioso che circonda la cultura in generale, e quella scientifica in particolare. Soprattutto nel nostro paese.

Se poi il fumetto è anche scritto e disegnato ottimamente, diventa un efficace trampolino di lancio per approfondire.

Ci permettiamo infine di citare la digressione scientifica sulla stessa opera pubblicata su Lo Spazio Bianco da Gianluigi Filippelli, anche lui fisico, come il sottoscritto. Anche lui, come il sottoscritto, affascinato da Feynman. Ed è riuscito a fare un riassunto efficace del percorso scientifico di Feynman e di come Ottaviani e Myrick lo hanno reso nell’opera.

Feynman
di Jim Ottaviani e Leland Myrick

BAO Publishing, 2012
266 pagg., cartonato, colore, € 19

I grandi della scienza a fumetti 1, 2017
266 pagg., brossurato, colore, € 9.90

In uscita il nuovo numero di Comics&Science: donne e matematica

Copertina di "Comics&Science: The Women in Math" dedicato al rapporto fra le donne e la matematica.Uscirà a breve, dopo la presentazione alle Olimpiadi Femminili Europee di Matematica 2018, nelle quali peraltro le nostre studentesse hanno avuto risultati lusinghieri, il nuovo numero di Comics&Science, dedicato proprio alle donne nella matematica.

Al femminile anche le disegnatrici delle storie, una delle quali, Claudia Flandoli, ha già trovato posto sulle pagine di Dimensione Fumetto, l’altra è una artista pisana, figlia di un matematico (Andrea Milani) e una fisica (Anna Nobili), che ha già disegnato (e come avrebbe potuto non farlo) la storia di Marie Curie.

In questo numero si racconta del rapporto tra le donne e la matematica (e la scienza più in generale). Un rapporto cruciale e complesso, che si intreccia con le questioni di genere, l’avanzamento delle carriere accademiche e il fatidico “soffitto di cristallo”, l’invisibile barriera che sembra impedire alle donne di salire “più di così” nelle gerarchie lavorative. Femminili sono molte delle presenze su questo numero, compresi i cognomi in copertina: Barbara Nelli, Susanna Terracini e Giada Rossi (insieme a Luigi Bianchi) sono note e in vista nel mondo matematico e divulgativo italiano.

Come è accaduto nei numeri precedenti si affianca un fumetto di stampo biografico  a una storia a sfondo scientifico. Questa volta si racconta di Sofia Kovalevska, pur morendo a soli 41 anni, segnò profondamente l’ultima parte del XIX secolo, ottenendo, prima donna in assoluto, un dottorato in matematica con Weierstrass a Gottinga, una delle università più prestigiose in questo campo, e vincendo diversi importanti premi. Ricordando un po’ la storia di Maryam Mirzakhani, prima donna a vincere la medaglia Fields nel 2014 e scomparsa nel 2017.

Qui trovate la presentazione completa sul sito di maddmaths.

Questa invece è la pagina facebook di Comics&Science, dove potete trovare anche informazioni sugli eventi divulgativi.

Tornate a trovarci fra qualche tempo per la recensione…

Bibbia a fumetti: un altro tentativo

bibbia copertina

Anche se è difficile che si pensi a lui in questi termini, è Dio il primo grande eroe della storia. Si rimane tutti senza fiato quando Superman fa volare via un’auto con un soffio; con il suo soffio, però, Dio ha creato l’intero universo.

Comincia così la prefazione da parte di Doug Mauss, curatore dell’opera. Non certo un esperto di scrittura dei fumetti, come viene desunto dal suo curriculum. Piuttosto un esperto di christian publishing, creatore di una app per sfogliare la Bibbia a fumetti ed esperto di marketing, oltre che pastore evangelico.

In effetti l’opera, il cui titolo originale è The Action Bible (riferimento agli Action Comics testata che ha presentato per la prima volta il più grande dei supereroi dei fumetti?), viene pubblicata da BE Edizioni, casa editrice fiorentina. E costola italiana di Word of Life, una delle principali chiese evangeliche statunitensi. Di Word of Life è anche pastore Sergio Cariello, artista di origini brasiliane, con trascorsi anche nelle major, che pare sia stato chiamato da Joe Kubert in DC proprio durante il suo anno (!) di studi teologici.

Il testo della Bibbia non è quello a cui siamo abituati in Europa, ma quello pubblicato dalla David C Cook, probabilmente la più grande casa editrice cristiana (evangelica) del mondo.

Tradurre in fumetti un libro come la Bibbia riuscendo a renderne minimamente la profondità dei concetti e del linguaggio, è di per sé opera improba. In effetti in Europa ce ne siamo accorti da tempo, pertanto le riduzioni illustrate sono spesso utilizzate per avvicinare i bambini ai personaggi biblici, rimandando al testo vero e proprio gli approfondimenti. In Italia abbiamo infatti una lunga tradizione di fumetti a sfondo biblico, o ispirati alle narrazioni della Bibbia.

Basti pensare alle storie pubblicate su Il Giornalino o ai tanti giornali di origine cattolica, come Il Vittorioso.  Ricordo i miei trascorsi di lettore delle Edizioni Paoline, in cui il linguaggio del fumetto era usato in modo da avvicinare tutti, ma in particolare gli adolescenti, a temi sociali e religiosi.

Più spesso, soprattutto nel tempo più recente, i fumetti sono stati usati per ironizzare, quando non in modo sarcastico o addirittura blasfemo, su una visione del mondo e su dei valori che ai più (non a chi scrive) sembrano ormai quanto meno anacronistici. Ne abbiamo parlato anche su queste pagine

Abbiamo recentemente anche analizzato altri tentativi europei di trasposizione a fumetti del testo biblico, meno enciclopedici, e comunque anche in quel caso non del tutto convincenti.

paulus, bibbiaForse il termine di paragone è elevato, ma in fondo lo scopo era lo stesso.

Condividere e diffondere un messaggio anche etico e morale attraverso uno strumento sicuramente più attrattivo. Ma, mentre quei prodotti erano essenzialmente diretti a bambini e adolescenti e avevano un elevato contenuto artistico, che consentiva a chiunque di accostarvisi, l’opera di Carello si pone come un vero strumento di evangelizzazione, come si evince dalla prefazione e dalla quarta di copertina.

In effetti i fumetti biblici italiani hanno visto all’opera veri artisti a tutto tondo, di grandissimo spessore e cultura, a volte neanche cristiani. Si può pensare a Paulus di Gianni De Luca, che proprio a causa degli argomenti e dell’ambiente da cui è uscito non ha avuto praticamente diffusione, o Iacopo del Mare, con i disegni di Nadir Quinto, entrambi pubblicati dalle Edizioni Paoline sulla quasi centenaria testata per ragazzi. Artisti che, al di là delle loro convinzioni, hanno saputo rappresentare con grande intelligenza, passione e talento storie che fanno parte (quanto meno) dell’epica dell’intera umanità.

The Action Bible si pone invece come un vero e proprio fumetto divulgativo, con un taglio supereroistico, forse per incontrare maggiormente il pubblico americano. E sembra più indirizzato agli adulti. Certamente per la mole (oltre 700 pagine).

Inoltre le didascalie e i dialoghi sono corposi, nel tentativo di riproporre la maggior parte possibile del testo biblico. L’opera vuole raccontare praticamente TUTTI i libri della Bibbia, compresi quelli meno facili, ad esempio le lettere del Nuovo Testamento. Sembra non voler tralasciare i dettagli importanti, concentrandosi sui grandi libri delle origini (Pentateuco) e sui cosiddetti libri storici. Ma, ad esempio, non attinge affatto ai cosiddetti libri poetici ad esempio il Cantico dei Cantici, o i Salmi, certamente più difficili da trasporre.

Anche per questo il libro risulta piuttosto vuoto, senza un grande appeal. È il racconto di una storia abbastanza nota, senza approfondimenti e senza la ricerca del messaggio che questa storia porta.

In generale i personaggi sono piatti, poco caratterizzati, a volte appena accennati, nonostante il taglio essenzialmente storico ed eroistico del lavoro. Anche quelli centrali, come Mosè, non hanno una caratterizzazione spiccata.

Le storie non hanno una precisa collocazione geografica o storica. Se si eccettuano alcune mappe dei viaggi di Paolo, di cui non si può proprio fare a meno in un testo biblico.

Si potrebbe pensare che sia una scelta per concentrare l’attenzione su Dio e sul suo popolo, ma il libro non è, da questo punto di vista, per niente intriso di spiritualità. Rimane su un piano che nulla ha di trascendente. Un po’ come il dio (volutamente minuscolo) dell’In God We Trust, motto degli Stati Uniti d’America. Un dio generico, buono per tutte le occasioni, non troppo impegnativo, ma al quale ci si può riferire senza timore di impegnarsi troppo.

Le personalità dei profeti e dello stesso Gesù dovrebbero erompere dalle pagine, al di là del crederci o meno, quanto meno dal punto di vista del racconto. Invece restano scialbi, tutti i momenti sono privi di pathos, i personaggi sembrano di plastica, nell’aspetto e nel destino, forse così predeterminato da annullarne la personalità. Eventi come la discesa della colomba su Gesù al momento del battesimo, o la trasfigurazione, il crollo delle mura di Gerico o il passaggio del mar Rosso sono scialbi, sia nella narrazione che nella grafica.

Le visioni ultraterrene, da quelle di Isaia all’Apocalisse, lasciano l’amaro in bocca a chi si aspetta almeno un po’ di epica. Certo una versione a fumetti della Passione di Mel Gibson sarebbe stato troppo, ma “giocarsi” i tre giorni centrali della storia (per stessa ammissione dell’autore in quarta di copertina) in una decina di tavole è eccessivo nell’altro senso.

E tutto questo, nonostante per molti dei fedeli a cui questa versione della Bibbia è destinata, il libro dovrebbe essere in tutto e per tutto un libro storico. È indirizzato soprattutto a quei cristiani, parafrasando una canzone di Samuele Bersani, che credono che nella Bibbia sia un racconto reale, senza metafore…

Ad esempio il creazionismo dovrebbe essere visto come una teoria scientifica alternativa, quindi dovrebbe essere rappresentato con grande forza. Invece la creazione è priva di ogni forma di impatto, sia nella narrazione che nelle immagini, e viene esaurita in quattro tavole.

Quindi la sacralità e la spiritualità sono stati i grandi assenti. E già per questo l’ho trovato deludente.

Nella quarta di copertina si dice che

le storie presentate trasmettono le verità bibliche in modo immediato ed entusiasmante.

Ho fatto fatica a ritrovarmi in questa affermazione. Da una parte perché tutte le verità sono poste allo stesso modo, dal principio in cui non c’era nulla… tranne Dio (sigh!), fino a Gesù, che non viene trattato diversamente da qualsiasi altro personaggio.

Dall’altra perché di entusiasmante, anche dal punto di vista artistico, ho trovato poco.

Sicuramente era possibile fare un lavoro più degno dell’opera a cui si ispira (al di là del valore religioso che gli viene attribuito dai singoli lettori). Invece ne è venuto un lavoro certamente accessibile, ma faticoso da leggere e piuttosto insignificante anche nella qualità grafica.

Ho provato (devo dire faticosamente) a rileggere il libro come una storia a fumetti, senza bias legati al mio pensiero etico e religioso.

E… niente, non è migliorato.

L’idea principale, anche dall’introduzione, sembra quella di fare marketing religioso. E fin qui niente di male: le immagini avrebbero potuto essere uno strumento eccezionale. Ma non sono state sfruttate.

Graficamente il tratto è disordinato, sembra poco curato, a volte distorto. I personaggi sono graficamente poco caratterizzati.

Le scene sono statiche, non c’è una linea di movimento, neppure nelle battaglie. I dettagli sono scarsi. Le scene di massa o i paesaggi per lo più poco curati.

Anche la colorazione in generale è deludente. I coloristi di Impacto Studio accreditati non hanno altre opere nei database di fumetti. I colori contribuiscono a dare l’aspetto “plasticoso” e piatto alle immagini, non sottolineano mai eventi o sentimenti. Vorrebbero riprodurre il reale, ma sono spesso troppo accesi, le ombre mal gestite.

Forse l’arte visiva ispirata da questo libro negli ultimi due millenni, dalla pittura alle miniature, alle sculture, mi ha fatto sperare in una grande opera. E la delusione è stata cocente. Come accade spesso nel vedere edifici di culto moderni brutti e poco efficaci, di fronte a tante opere del passato realizzate con tecnologie meno avanzate ma certamente con maggior maestria e coinvolgimento.

La Nona Arte può certamente fare di meglio nel dare spessore a questa e altre epiche, per portare nella modernità nel migliore dei modi la storia dell’umanità. O le sue storie.

E per portare al grande pubblico un testo che, al di là del proprio credo, fa parte della cultura comune.


La Bibbia a fumetti
BE Edizioni, 2017
752 pagg, colore, 35 €

Ringrazio l’amica e collega (anche su questo sito) Maura Pugliese, che mi ha stimolato ad approfondire alcuni punti.

Einstein, tra poesia e realtà

La scienza è la poesia della realtà…

È una frase di Richard Dawkins, etologo, biologo, grande divulgatore, importante esponente del neo-ateismo.

Einstein sicuramente non era cattolico, anche perché di famiglia ebrea, ma aveva una consistente religiosità o almeno una visione per nulla meccanicista del mondo (qui qualche esempio di citazione), al contrario di Dawkins, che ha peraltro lungamente tentato di “portare” Einstein dal lato degli atei, fino a tentare di comperarne le lettere. In un articolo di Life del 2 maggio 1955 dal titolo Death of a genius, pubblicato proprio in occasione della morte di Einstein, c’è una serie di citazioni in cui il fisico ribadisce, in una lunga conversazione con William Hermanns, una visione non certo chiusa al trascendente.

Non so se il sottotitolo voleva dunque essere una citazione apocrifa di Einstein o semplicemente una evidenza di come la visione del mondo dello scienziato, che per primo forse è stato anche personaggio pubblico, abbia collegato la realtà a una ricerca più alta. Ovvero abbia cercato di trovare una sorta di armonia del tutto, affermando anche di voler conoscere il pensiero di Dio.

Forse una locuzione tratta da Dawkins non è il massimo per indicare in Einstein, come scritto nel risvolto di copertina,

la capacità, attraverso la percezione, di cogliere le infinite sfumature del creato, visto come un luogo in cui si intrecciano continuamente scienza e umanesimo.

In effetti l’opera ha una ambientazione per certi versi poetica, quasi onirica. Rimane su un piano spesso aulico, in cui la drammaticità del periodo storico (il Nazismo prima, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda poi) non emerge in maniera evidente, neppure dalla grafica, che anzi risulta un po’ piatta.

Il fil rouge dell’opera è duplice.

Mark, studente a Princeton nel 1953, ha conosciuto Einstein negli ultimi anni della vita, raccogliendone la testimonianza durante i suoi studi di fisica. Poi anziano scienziato al CERN nel 2015 è testimone di una conferenza sulla relatività generale tenuta da suo figlio, a sua volta fisico.

Ma soprattutto la bussola che Einstein ricevette (realmente) in regalo dal padre nel 1884, e che nella finzione diede allo stesso Mark poco prima di morire.

Dopo essere stata in tasca all’icona della scienza moderna in molti dei momenti importanti, la ritroviamo in mano alla giovanissima nipote di Mark nel 2015.

Quella della bussola è una storia che lo stesso Einstein ha raccontato nella sua autobiografia scientifica, considerandola il dettaglio che ha fatto nascere la sua curiosità di scienziato. Da qui è partito anche Marwan Kahil per raccontarci la vita e il pensiero del fisico che tutti citano e che maggiormente ha avuto influenza nell’ultimo secolo, grazie ai disegni di Manuel Garcia Iglesias.

Sceneggiatore e disegnatore non hanno molte opere alle spalle, e affrontano una personalità e una storia impegnativa, che ha già ispirato altri fumettisti, dei quali abbiamo già parlato anche su queste pagine.

Che il grande scienziato abbia avuto una vita relazionale non sempre facile è ormai noto, e forse questo aspetto viene un po’ edulcorato, nello stile dell’intera opera. Infatti si sottolineano le grandi amicizie con Besso e Grossmann, gli incontri con Habicht e Solovine nella Akademie Olympia, i rapporti epistolari con alcuni grandi della storia del mondo (Gandhi). Mentre le relazioni con le donne e i difficili rapporti con le famiglie, siano quella di origine o quelle da lui create, passano attraverso il filtro della scienza. Mi pare di poter dire che la storia personale dello scienziato venga sovrastata dalla storia delle sue scoperte scientifiche, che scandiscono i passaggi e fanno passare tutto in secondo piano. Riconoscendo la enormità dello scienziato, si edulcorano i difetti umani della persona, in misura un po’ eccessiva.

Un po’ edulcorata appare anche la grafica. La tricromia (bianco, nero, grigio) ha un aspetto piatto, che non riesce a sottolineare i passaggi importanti. Il tratto delle parti più disegnate a volte dà la sensazione di essere quasi incerto, incostante. Gli sfondi e le ambientazioni sono perfetti nei minimi particolari, geometrici, con un tratto sottile e uniforme, al punto di sembrare ottenuti con la funzione trova contorni applicata a delle foto o con un CAD. I personaggi invece sono più schizzati, ma con un dettaglio fastidiosamente variabile, a volte al limite del deforme (teste troppo grandi, nasi storti). E le chine hanno spessori diversi, i tratteggi densità variabili, anche nella stessa vignetta; a volte del tutto inesistenti, a volte pesanti, senza apparente motivo. Questo registro dissonante non riesce a dare una sensazione piacevole, i due piani non si fondono, anzi, contrastano in maniera talora evidente.

Graficamente, la parte migliore sono i disegni a sfondo scientifico: i gedankenexperimen; Planck nel suo ufficio con lo sfondo del frontespizio de Annalen der Physik su cui nel 1905 verrà pubblicato il primo scritto importante di Einstein; la fedele riproduzione di LHC. E le illustrazioni di copertina. Perché Iglesias attinge spesso a foto e immagini, anche molto note.

La struttura delle pagine è tutto sommato equilibrata, le vignette sono pressoché sempre regolari, rettangolari, con poche concessioni.

Si fa anche  un uso abbastanza frequente di splash page utilizzate per i cambi di scena.

Il passaggio grafico più evocativo è certamente la doppia pagina con i funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki, che segue, nella storia, la firma della lettera che conferma il sostegno di Einstein al Progetto Manhattan.

Nella tavola si mescolano due dipinti (unico cambio di tecnica) che riproducono fotografie note delle colonne di fumo delle due bombe con alcune vignette che mostrano foto familiari  associate alle esplosioni atomiche. Il  palazzo della fiera commerciale della prefettura di Hiroshima, oggi Memoriale della Pace, il torii di Nagasaki circondato dalle macerie, riprodotti con una dovizia di dettagli maniacale vicino a uno dei cadaveri ustionati invece appena schizzato.

Ancora una volta con una dissonanza grafica un po’ confusa, anche se in questo caso crea una forte cesura che porta all’ultima parte del fumetto, in cui l’argomento principale non sono più le scoperte scientifiche e la storia personale di Einstein ma le tragedie, i dolori personali, come la morte di Gandhi e di Besso.

E la speranza che il genio, la creatività, lo studio possano salvare l’umanità da quello che sembra un destino ineluttabile.

Per quanto i fumetti sulla scienza siano evocativi, possano fare cultura, incuriosire, in quest’opera troppi aspetti mi sono parsi poco curati. È anche vero che confrontarsi con lo scienziato più importante e iconico del secolo scorso (insieme a Stephen Hawking, scomparso proprio in questi giorni, che ha guidato anche l’ingresso della cosmologia moderna nel nuovo millennio) è impresa titanica.

È indispensabile infatti scegliere alcuni aspetti di una personalità veramente poliedrica, e dare un taglio alla propria opera. Ne esce però un fumetto un po’ naïf, interessante, ma che affronta una personalità complessa con un lavoro che dà la sensazione dell’incompiuta, di un realismo che arriva fino a un certo punto, nella sceneggiatura e nella grafica.

Le fonti sono numerose e per lo più francofone. L’autore afferma di aver utilizzato nei dialoghi le parole di interviste o di estratti di opere e articoli di Einstein.

Ma alla fine resta la sensazione di una occasione perduta: negli approfondimenti delle storie, delle personalità, nell’esplorare aneddoti e pensieri. Analogamente nella ricerca e nella resa grafica manca qualcosa.

E in un momento in cui la divulgazione scientifica e il fumetto stanno vivendo un connubio di grande vitalità, è davvero un peccato.

Watson & Holmes: uno studio in nero

Watson and HolmesDice Sherlock Holmes a Watson nel primo romanzo dedicato al geniale detective della Londra vittoriana:

There’s the scarlet thread of murder running through the colourless skein of life, and our duty is to unravel it, and isolate it, and expose every inch of it.

Che suona più o meno così:

“C’è il filo rosso dell’omicidio che corre attraverso la matassa incolore della vita, e nostro dovere è svelarlo, isolarlo ed esporne ogni centimetro.”

Anche qui ci sono fili da dirimere, ma sono due, perché due sono i misteri da svelare, e si colorano di nero per tanti motivi:

  • perché Holmes e Watson sono due ragazzoni di Harlem;
  • perché tutti i personaggi principali hanno a loro volta la pelle oscura, non solo la coppia degli investigatori, ma anche quasi tutti i comprimari, compresa la signorina Hudson; di colore, nel senso che fuori da questo contesto è la versione femminile dell’Ispettore Lestrade (la detective Leslie Stroud);
  • perché si parla lo slang e si vivono molte delle situazioni che siamo abituati a vedere nelle serie TV ambientate nei condomini e nei magazzini delle zone meno raccomandabili della Grande Mela;
  • perché alcuni degli autori che hanno lavorato sui personaggi sono a loro volta black;
  • perché la storia è forse meno classicamente gialla e più noir.

La New Paradigm Studios ha lanciato oltre cinque anni fa questa revisione in chiave noir/pulp e in ambientazione newyorkese dell’investigatore più famoso del mondo.

Creata da Brandon Perlow e Paul J. Mendoza, con Karl Bollers (Emma Frost, What If?) ai testi e Rick Leonardi alle matite, vede Holmes abitare sempre in Baker Street 221B (anche se a New York non c’è nessuna Baker Street, solo un Baker Avenue nel Bronx) e Jon (senza “H”) Watson è un medico che ha combattuto in Afghanistan. Portandolo al giorno d’oggi, diventa uno specializzando, ex marine, con un fisico di conseguenza e con figlio ed ex moglie a carico.

Alcuni elementi richiamano in maniera chiara l’opera di Sir Arthur Conan Doyle: ovviamente i nomi dei personaggi, ma anche gli Irregulars di Baker Street; il fratello Mycroft Mike Holmes che staziona al Diogenes Club; le caratteristiche di osservatore deduttivo e sopra le righe di Holmes; alla relazione tra i due protagonisti, che da perfetti sconosciuti diverranno coinquilini, e Holmes offrirà a Watson di vivere con lui in Baker Street.

D’altra parte, l’opera è ben di più di una rivisitazione o attualizzazione delle storie del capostipite del cosiddetto giallo deduttivo. Il nostro Holmes è a sua volta un ottimo deduttore, ma ha anche lui, come Watson, una ex moglie.

È vero che anche nell’opera originale è Watson il narratore. Ma se in quel caso la storia è completamente centrata su Holmes, qui i due sono coprotagonisti, direi alla pari.

La storia incrocia diverse linee narrative, e ci sono diversi elementi che si sovrappongono, portando in un contesto moderno l’adagio sherlockiano per cui: «Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità».

Così ritroviamo elementi tipici della New York contemporanea: gang, sparatorie e fughe, discoteche ambulanti che aprono in posti diversi ogni notte, droga, infiltrati e informatori. Anche se, a pensarci bene, Sir Conan Doyle le aveva già utilizzate pressoché tutte nei suoi libri e racconti. Ovviamente stavolta sono un po’ aggiornate: hacker che aiutano Holmes a estrarre dati da hard disk e server virtuali, sparatorie con armi semiautomatiche sui tetti newyorkesi, flash back sulla guerra in Afghanistan, delitti in streaming e taxi al posto dei vetturini londinesi. Ci troviamo in effetti gli elementi a cui il pubblico delle odierne serie poliziesche ormai immancabili in TV è abituato. E che, a ben vedere, ancora una volta Conan Doyle aveva anticipato.

La storia ha due linee narrative.

Una, pur sviluppandosi per tutto l’albo, a un certo punto arriva a un empasse e viene sospesa, evidentemente troppo complessa per finire in poco più di cento pagine (oltre che per convincere i lettori, se ce ne fosse bisogno, a comprare il secondo volume).

L’altra, che aveva dato inizio al fumetto, viene ripresa e conclusa nell’epilogo.

La prima è piuttosto intricata, aggiunge elementi su elementi, e quando sembra chiarirsi in realtà la coppia di investigatori perde tutti gli elementi che ha in mano.

La seconda ha le caratteristiche di uno dei racconti brevi delle raccolte di Conan Doyle. Stavolta è Watson che, quando il caso principale stagna, nota quasi per caso la foto di un neonato e lo collega all’inizio della storia. Dà così il la alla soluzione del caso minore e portando a scoprire chi e come rapisce bambini appena nati.

Entrambe le storie hanno origine nel Centro Ricoveri Urgenti di Harlem, dove il dottor Watson lavora e dove Holmes va a trovare il secondo paziente di Watson, che è la vittima da cui parte l’investigazione principale.

Ovviamente i fatti si legano alle vite private dei due protagonisti, fino alla convivenza.

Vite che sono anch’esse in un momento di empasse, almeno dal punto di vista relazionale. E come il caso dei neonati è un modo per superare il momento di difficoltà del caso in cui sono coinvolti Shon e Trina, i due sembrano utilizzare l’amicizia che nasce tra loro come palliativo di una situazione sentimentale difficile per entrambi, che vedono le rispettive ex-mogli costruirsi una nuova vita con nuovi “fidanzati”.

Anche questa è una modalità ormai frequente nelle storie a cui siamo abituati in TV, in cui spesso le vicende personali dei protagonisti non sono solo di contorno, ma diventano il filo principale dell’intreccio.

La serie è partita come web comic, ma attraverso il crowdfunding ha raccolto oltre 15000 $, grazie anche al supporto di storiche società di fan di Holmes, come le Baker Street Babes, famoso collettivo di fan di Los Angeles. E ha avuto successo, se è vero che i diritti cinematografici dei personaggi sono già da tempo stati venduti e c’è stata una nomina per gli Eisner Awards e la vittoria dei Glyph Award 2014.

I disegni di un artista di più che trentennale esperienza, che ha attraversato tutte le major, danno spessore grafico alla storia. Lo stile è dinamico e pulp, anche nell’epilogo, disegnato da Larry Stroman. Infatti nonostante il cambio di matite, la parte grafica mantiene una sostanziale omogeneità. Molto fa anche il colore nero della carta, che dà una sensazione di “oscurità” diffusa, anche di giorno. Come succede, per fare ancora una volta un riferimento televisivo, in quelle puntate di CSI in cui, anche se sembra sia giorno, i detective usano le torce elettriche per esaminare la scena del crimine.

Comunque il cambio un poco si nota, sia nel tratto, che nella gabbia, decisamente più regolare e con pochissime concessioni a splash page o altre estemporaneità grafiche da parte dell’autore di origini italiane. Ma il registro risulta infine abbastanza omogeneo.

L’opera, anche se arriva tardi in Italia, merita. L’intreccio tiene ben alta la tensione, gli eventi e i colpi di scena si susseguono, e quando sembra che si arrivi al punto, la storia si resetta.

La parte grafica accompagna la storia in maniera adattissima.

Insomma, la speranza è che questo fumetto faccia venire voglia di leggere anche gli originali, perché Conan Doyle è stato davvero l’iniziatore del genere e nelle sue opere troviamo in nuce tutte le caratteristiche delle serie che oggi tengono davanti alla TV tante persone.

Un calcio per la storia: una squadra per l’Algeria

una maglia per l'Algeria copertinaUn disegnatore belga (Javi Rey), due sceneggiatori bretoni (Kris e Betrand Galic) per raccontare una storia al di là del Mediterraneo: la prima nazionale di calcio d’Algeria.

Nata quando l’Algeria non esisteva ancora.

Nata dalla fantasia dei due scénariste, che, pur ispirandosi alla realtà, hanno romanzato questa avventura umana, sportiva e politica fuori dal comune.

Filo conduttore è Rachid Mekhloufi.

Figlio di un ausiliario algerino della polizia francese, da Setìf, città resa famosa proprio dagli scontri fra militari francesi e rivoltosi algerini nel 1945, Rachid diventa protagonista assoluto del calcio francese degli anni ’50, meritandosi la convocazione nella nazionale dei bleus e trascinando l’A.S.S.E  alla conquista di diversi campionati.

Ma non dal 1958 al 1962.

Nei quattro anni a cavallo tra il mondiale di Svezia e quello del Cile, con l’aiuto di Mokhtar Arribi, e sotto la guida di Mohamed Boumezrag, infatti, Mekhloufi diede vita al progetto nazionale algerina, anche se la nazione Algeria non esisteva.

il giovane Rachid

Questo fumetto racconta i momenti importanti della storia di Rachid e di altri giocatori algerini, dalla strage di Setif, alla partenza per la Francia, ma si concentra soprattutto su quei quattro anni, dalla fuga dell’aprile 1958, al ritorno nel dicembre 1962.

Quattro anni che hanno fatto la storia dello sport, dell’Algeria e della Francia; una storia di storie, con protagonisti calciatori, allenatori e politici.

Un fumetto di cronaca e storia, certamente romanzato, ma più che verosimile anche nei dettagli, in cui lo sport è sicuramente protagonista, ma si intreccia con le amicizie, anche con quelle lontane, con i viaggi lunghi e complessi, che mettono alla prova e fanno nascere relazioni personali e familiari. I personaggi sono pienamente umani, si alternano tra il patriottismo, la passione sportiva e la vita quotidiana con delusioni, amori, frustrazioni. E vengono rappresentati con profondità, senza eroismi e senza nascondere difetti e difficoltà.

Sullo sfondo non vengono dimenticate le realtà storiche: le sanzioni che la FIFA promise alle nazionali che avessero giocato con la squadra algerina, i personaggi storici che hanno incrociato il percorso, da Ben Bella a Ho Chi Min.

I piani di lettura di quest’opera sono tanti, come i sentimenti che suscita. Grazie alla capacità degli autori di cogliere le piccole umanità che si incontrano nel quotidiano: la durezza del comandante Kaci e la macchietta del doganiere; la difficoltà del viaggio sul predellino e l’invidia per i compagni di squadra in campo nel mondiale svedese. Con il rimpianto per tutti i francesi che con i giocatori algerini quel mondiale magari avrebbero potuto vincerlo invece di accontentarsi del terzo posto e del record di gol di Fontaine.

Lo stile è quello più classico delle bande dessinée: tratto sottile e pulito, al limite della linea chiara, con pochissime ombre. Forse non sempre adatto a raccontare dei posti presentati: i furgoncini utilizzati nelle diverse tourneé, gli uffici del FNL e gli scarafaggi negli hotel polacchi sono fin troppo puliti.

La gabbia è dinamica, con una divisione in vignette mai uguale, ma allo stesso tempo classica: da tre a cinque righe, divise in riquadri sempre rettangolari. Il tratto è ovviamente realistico, rende riconoscibili luoghi e personaggi, riporta dettagli minuziosi negli sfondi, nelle azioni, nei volti.

Non sempre il disegno è dinamico, neppure nelle “cronache” delle partite di calcio, che sembrano più una sequenza di foto. Infatti, non avendo che poche vignette per raccontare intere partite, il più delle volte si focalizzano sulle istantanee dei momenti più significativi.

Le linee di movimento, anche quando sono presenti, sono comunque ridotte all’osso. Anche se i voli dei portieri e i gesti dei giocatori sono sempre molto plastici. Come plastiche sono le espressioni dei volti che sottolineano gli stati d’animo e le situazioni di tutta la storia.

Il fumetto veicola bene le emozioni che vuole suscitare nel lettore. È divertente quanto basta, mantiene sempre un substrato di leggerezza, anche negli inevitabili snodi difficili della storia. Forse perché sappiamo che la storia è finita bene.

Così la tensione finale del ritorno di Rachid nello stadio del Saint Etienne traspare anche dal fumetto, ma si scioglie rapidamente, perché è la storia (finita bene) di un calciatore.

Di un calciatore che ha usato la sua tecnica e la sua fama per una cosa più grande, ma, in fondo, sempre di un semplice calciatore.

Che alla fine è tornato a giocare dentro il suo stadio, l’enfer vert, verde come la maglia del suo A.S.S.E. e anche come la maglia della sua Algeria.

Per approfondire la storia della squadra del FNL, oltre ai redazionali in coda al libro che contengono moltissime informazioni, compresa una buona bibliografia, è possibile trovare molto materiale sul web (un esempio in italiano e uno in inglese).

Una maglia per l’Algeria

Kris – Bertrand Galic – Javi Rey
136 pagine colori – 17×24 – cartonato
ReNoir – 19.90 €

Moving Pictures – Figure in movimento…

Moving Pictures - Copertina…è la traduzione letterale del titolo, che potrebbe far pensare a un fumetto che racconti un film, invece il movimento è completamente diverso. Probabilmente perché in italiano picture si traduce in tanti modi (per Google Translate almeno 23)… avevo pensato a un fumetto che parlasse di cinema, anche per via del gioco di ombre e luci dell’immagine in copertina.

Invece devo ringraziare profondamente NPE e la sua campagna che lo scorso anno regalava titoli “casuali” dal catalogo in caso di acquisti online. E così ho conosciuto i coniugi Immonen, Stuart e Kathryn. Da trenta anni sulla scena del fumetto internazionale, hanno davvero esplorato tantissima parte del mondo dei comics (Marvel, DC, Image) e della bande dessineé, producendo nel 2010 un web comic che è poi stato raccolto in volume.

Lavorando in parallelo tra le major e le produzioni indipendenti, come hanno dichiarato più volte, si prendono i loro tempi per tirare fuori tutta l’arte che hanno dentro.

In questo lavoro si intrecciano molti aspetti, sia nella storia che nei disegni.

Una storia verosimile e a suo modo delicata, in un momento storico drammatico, che esplora un paradosso del periodo storico in cui è ambientata, e purtroppo non solo: il fatto che ci si occupi della cultura e dei quadri quando le persone venivano mandate a morire.

Un disegno schematico, appena accennato, con pochissimi dettagli dei personaggi e tante ombre completamente nere, senza sfumature, che diventa realistico solo nelle riproduzioni delle opere d’arte, per le quali invece si usa sempre la tecnica del tratteggio.

Vere protagoniste della parte grafica sono le opere d’arte, tra cui i dipinti, quelle pictures richiamate nel titolo, che si muovono non perché messe in ordine temporale su uno schermo, ma perché vengono trasportate. Trasportate via dal Louvre.

Infatti abbiamo da una parte i curatori francesi del Louvre che catalogano e nascondono nei vari castelli della Loira e della parte ancora sotto il controllo di Vichy: da Chambord a Chauvigny, dall’Abbazia di Loc Dieu a Chambord; dall’altra la Commissione Militare per l’Arte di stampo nazista. E discutono a lungo su dove e come sistemare le opere, andando incontro all’ineluttabile destino che finirà con il consegnare i capolavori all’invasore.

In realtà la storia (per fortuna) andò diversamente. Il responsabile del Louvre, Jacques Jaujard nel giro di qualche giorno (circa 72 ore) riuscì effettivamente a svuotare il museo, togliendo le opere principali dalle mani dell’Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg, incaricata di saccheggiare le principali gallerie d’arte europee per portare più capolavori possibile in Germania.

L’opera quindi è di fantasia, anche se perfettamente verosimile, e racconta della relazione fra il tedesco Rolf Hauptmann e la canadese Ila Gardner, che sui due fronti lavorano alla movimentazione delle opere d’arte del Louvre. La relazione e i rispettivi lavori si intrecciano, con una sensazione sempre presente di vischiosa oppressione che il tratto squadrato dei disegni e il netto bianco e nero della colorazione amplificano. Una relazione conflittuale, visto il lavoro che li porta a essere rivali, ma anche complice, alla ricerca di opere minori nascoste nei sotterranei e nelle casse, per mostre richieste dal Feldmaresciallo o per il solo gusto di trovarle (Hauptmann è alla ricerca di un’opera di George Braque, iniziatore del cubismo con Picasso, di piccolissime dimensioni, quasi un divertissement).

Moving3

Proprio le opere d’arte danno un po’ di sollievo dall’oscurità che spesso nasconde anche i visi, in tavole in cui il nero prevale quasi sempre sul bianco. Quadri e sculture vengono disegnate con maggior poesia e realismo, insieme agli scorci della campagna francese che chiudono il libro. Le une e le altre permettono di evadere da una realtà che è invece oscura, quadrata, senza scampo.

Anche la gabbia delle pagine è regolare, le vignette sono disposte su tre righe. E anche se spesso si hanno splash page, non si esce da quello che sembra un film in bianco e nero dal contrasto elevato e dalla fotografia “triste”.

Tolti i due protagonisti, appaiono dei personaggi che sono poco più che comprimari: Jane, che Ila manda via all’inizio della storia con il suo passaporto; Marc, il cinico collaboratore che scappa da Parigi e che scrive la lettera finale; gli operai che, tra sigarette e martelli, non hanno grande rispetto per le opere; il commesso al servizio di Hauptmann. Persino alla stazione non ci sono altre persone, solo ombre.

I veri comprimari, tolti Rolf e Ila, sono le opere d’arte: si parla pressoché solo di loro. Delle opere preferite, di come impacchettarle, di dove sono state nascoste. Del tempo passato davanti a un’opera. Si parla addirittura di emettere sentenze riferendosi a dipinti e statue, quando in quegli anni si prendevano decisioni almeno altrettanto gravi sulle persone.

Anche se, a essere sinceri, non compare neppure un simbolo nazista: le bandiere per le strade di Parigi sono anche loro nere e non si vedono soldati, neppure di sfuggita, nelle scene all’aperto.

In effetti sembra di essere in una realtà parallela, altrettanto ineluttabile che quella storica. In cui si respira un’aria oscura, con qualche sprazzo di luce, come quando l’operaio sottolinea

questa volta la Francia non perderà

parlando con Ila delle Nozze di Cana del Veronese e di come siano state date al Louvre dall’Italia in cambio della Cena in casa Levi alla caduta di Napoleone.

Le nozze di Cana

I coniugi Immonen ci mostrano la loro grande versatilità nell’esplorare con il fumetto argomenti e realtà particolari, con registri grafici e una poetica sottesa molto interessante, lontana dai comics che pure frequentano con assiduità. Il fumetto in sé è un po’ criptico e di lettura non immediata, ma dimostra ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che la Nona Arte può spaziare, anche senza cambiare autori, dall’intrattenimento meno impegnato a opere che hanno molteplici livelli di approfondimento.


Kathryn & Stuart Immonen
Moving Pictures
Nicola Pesce Editore, 2010
144 tavv., b/n, € 14,90
ISBN 9788897141488

I Got Faith in You, Baby

Le Edizioni Star Comics sta pubblicando i titoli dell’interessante casa editrice statunitense Valiant, e tra questi Faith, eroina con il fisico non proprio da pin-up, che, pur essendo da 25 anni una colonna della serie Harbringer, solo un paio di anni fa ha trovato la fama come personaggio singolo.

Non sono un esperto dell’universo Valiant, però prima o poi dovevo cimentarmici, e sono stato molto incuriosito dalla psiota (umana con superpoteri) Faith.

Ho sempre pensato che le supereroine ipermaggiorate e in costumini succintissimi, per quanto divertenti da vedere per noi maschietti, non esplorassero tutte le possibilità dell’universo femminile nei fumetti supereroistici. Oltre a essere particolarmente scomode: ci pensate a come ballerebbe tutta quella roba, per quanto compressa dentro il latex colorato? Una buona idea per distrarre gli avversari (e i lettori) maschi, ma una supereroina senza misure da capogiro necessita sicuramente di maggior consistenza come personaggio. E direi che in questo caso la consistenza c’è, se è vero che la miniserie che Star Comics ha diviso in quattro volumi, dal novembre 2016 al novembre 2017, è stata la serie più ristampata nel minor tempo.

Così Faith, oltre ad avere un aspetto normale, tanto più in America, dove buona parte della popolazione oscilla tra il sovrappeso e l’obesità, fa anche un lavoro normale: redattrice in un blog, con tanto di capo che tiene conto delle condivisioni dei suoi articoli. Ha una vita normale ed è una nerd, al punto di partecipare alla West Coast Comicon, con tanto di costume da cosplayer.

In un mondo altrettanto normale, in cui si parla di serie TV (Night Shifters, che richiama nel titolo The Night Shift, che esiste davvero, anche se con tutt’altra ambientazione), reality show e attori palestrati.

E il titolo del fumetto non è il suo nome da eroina (eroina, da non confondere con una vigilante), che sarebbe Zephir, cioè il vento che soffia da ovest, di solito lieve e tiepido, ma il suo nome di battesimo. Perché in realtà che Faith sia Zephir è di dominio pubblico, quindi non occorre nascondere questo legame, inoltre, non avendo Zephir nessuna maschera sul viso, neppure togliere gli occhiali come succede a Clark Kent avrebbe nascosto la sua identità segreta.

Ma un alter ego c’è: Summer Smith, perché Faith, che di cognome fa Herbert, vuole tenersi lontana dalla popolarità e dai supernemici, adesso che è da sola e non più parte di un gruppo di supereroi certificati. E quindi nella vita normale, al lavoro, si nasconde dietro una parrucca rossa e un paio di occhiali.  E fa una vita normale, in un condominio, con dei colleghi di lavoro (che scopriranno la sua identità quando i cattivi andranno a cercare Zephir mitra in mano nella sede del blog, ma decideranno di non dire nulla) normalmente str…i, e normalmente simpatici.

Meno normali sono i cattivi, visto che Faith deve affrontare gli alieni che, come nei peggiori (o migliori) sogni di Fox Mulder e Dana Scully, vivono tra noi; un gatto nel quale è rimasta intrappolata una entità psiotica parassitica; un attore di film supereroistici che sognava di fare il cattivo, perché cattivo lo è; e infine un esperto in arti oscure che porta una maschera da topo con un occhio solo, e per questo viene chiamato (suo malgrado) Murder Mouse. L’ultima degli alieni, con gli altri tre, costituirà il gruppo dei supernemici che, dopo aver provato a sconfiggerla separatamente, con poca fortuna, si uniranno nei Faithless (dopo aver provato a chiamarsi i Faithless 4, fin troppo scontato).

Faith... less...

Faith in realtà non è del tutto sola, la appoggia @x, che è l’equivalente di quello che Oracolo è per Batman (continua a turbarmi e a restare misteriosa la lettura del nome: semplicemente axeethics?)

E non è l’unico richiamo ai comic delle major, o ai manga, anzi, Jody Houser riempie la storia e la sceneggiatura di piccole e grandi citazioni, divertenti da trovare, sulle quali anche i disegnatori si sono sbizzarriti.

La scrittura al femminile è corposa e divertente, ironica e ricca di cambi di registro, centrata con grande sensibilità sulle emozioni dei personaggi. Non riesce talora a dare completa consistenza ai cattivi, che hanno forse la pecca di non essere del tutto credibili, risultando a volte macchiette fin troppo ridicole.

L’ironia della giovane scrittrice, che sta lavorando anche sulla serie Rebirth di Supergirl per la DC, non fa perdere il senso dell’azione, ma sottolinea bene la distanza di Faith dai supereroi a cui siamo abituati. E nonostante i superpoteri, rende Zephir/Faith/Summer un personaggio godibilmente umano.

Che ha problemi personali, di lavoro, di cuore.

Allo stesso modo, pure l’ambientazione grafica rende il fumetto vicinissimo alla realtà. Al punto che nell’Artist Alley della convention a cui Faith prende parte troviamo diversi autori reali, a partire dall’autocitazione della Houser, fino a un bel numero di autori Valiant, da Jeff Lemire a Clayton Henry.

Graficamente ovviamente i diversi disegnatori danno dei cambi di registro, che però non fanno perdere il senso dell’opera. Nella parte in cui si racconta la storia, nonostante l’uso di una griglia molto dinamica, di molte splash page, il tratto è abbastanza “classico”. I disegnatori che si alternano interpretano con il loro stile. Francis Portela richiama a volte lo stile di Jacen Burrows. Pere Perez, Meghan Hetrick, Joe Eisma e Kate Niemczyk nonostante stili diversi e diverse storie artistiche seguono i dettami di Jody Houser con qualità più che adeguata, che evidenzia il fatto che non siamo davanti a un fumetto supereroistico usuale.

Gli interventi di Marguerite Sauvage sottolineano in modo splendido i momenti in cui le tavole, prendendosi maggiore libertà nella gabbia, rappresentano direttamente i pensieri di Faith (e una volta anche del cattivo Chris Chriswell, che vuole esserne la nemesi), e danno ulteriore concretezza al personaggio. Infatti è lei in queste pagine a citare personaggi che fanno parte dell’immaginario del mondo del fumetto e non solo: da Batman e Robin a Sailor Moon, a Star Trek. Ma anche immaginandosi, in costume da supereroina, in situazioni assolutamente quotidiane.

Alla fine tutto concorre a rendere questa miniserie (che in realtà non si chiude, perché è Faith stessa a dire di «dover mostrare al mondo di essere una vera eroina») il fumetto supereroistico d’oltreoceano che maggiormente interseca lo straordinario con la realtà, fisica ed emotiva, delle persone comuni. L’umanità con cui i personaggi vivono le loro straordinarie avventure e loro ordinaria quotidianità è forse l’arma più vincente. Così le azioni straordinarie della psiota si sovrappongono semplicemente alle cose che accadono a tutti noi, e può accadere che Faith dica che «salvare il mondo è il miglior tipo di appuntamento in assoluto».

P.S.: il titolo dell’articolo viene dal testo della canzone Faith di Stevie Wonder, cantata con Ariana Grande, che fa da colonna sonora al film Sing e può essere adatto come sottofondo alla lettura.