I cartoon conquistano gli Academy

di Mario Pasqualini

Grande novità quest’anno per i Premi Oscar, o meglio grande ritorno: è dagli anni ’40 del XX secolo che la lista dei film papabili per il trofeo di Miglior Film non fosse composta da cinque, ma bensì da dieci opere. È una scelta che gli organizzatori dell’evento dichiarano di aver preso allo scopo di poter far vincere l’ambita statuetta anche ad altre tipologie di film, come quelli stranieri (è un’altra tipologia?), i documentari o le opere d’animazione: pur trattandosi di una buona idea dato che ha consentito al film in CG (computer graphic) Up della PIXAR di avere una nomination alla statuetta più ambita, evento rarissimo precedentemente accaduto solo nel 1992 con La bella e la bestia, è sorprendente rilevare che ancora nel 2010 si considerino dei film “a parte” quelli realizzati con tecniche d’animazione. Per tutti gli anni ’90 gli unici film animati presi in considerazione dall’Academy sono stati quelli della Disney (nominati solo nelle categorie musicali), ma liquidare un film solo come “d’animazione” è concettualmente e tecnicamente errato perché un qualunque film è già di per sé un’animazione: l’illusione che una serie di immagini consequenziali fra loro, messe in sequenza adeguatamente veloce, provoca all’occhio umano generando il movimento è quello che accade tanto in un film dal vivo quanto in uno animato. Oltre a ciò, l’applicazione della CG all’interno dei film ha generato prodotti ibridi e difficili da catalogare univocamente: per esempio, Avatar è un film dal vivo o d’animazione?

Considerando che anche le parti non realizzate in CG sono state comunque ritoccate al computer, quello che si ottiene alla fine è in pratica un film d’animazione. Esempi altrettanto evidenti sono opere come Sin City del 2005 e poi sempre più indietro sino al pionieristico Tron del 1982: essendo l’animazione il mezzo e non il fine del film, appare evidente che considerare un film d’animazione come un genere a parte doesn’t make sense, come dicono gli americans. Lo stesso discorso ovviamente vale anche per l’animazione tradizionale: capolavori assoluti come La bella addormentata nel bosco o La città incantata non solo non hanno nulla da invidiare ad un film live action, ma anzi col disegno si aprono al regista possibilità espressive insperate ad un film dal vivo. È davvero sorprendente se non triste leggere sulle riviste di cinema, nei dizionari critici e sui siti specializzati “genere: animazione”, come se un cartone animato non potesse essere altro che sé stesso e non una commedia, un dramma o tutti i generi narrativi possibili. Fa quindi ben sperare per il futuro il fatto che la categoria Miglior film d’animazione (introdotta nel 2002 e pensata in origine solo per i film in CG) sia stata anch’essa allargata da tre a cinque candidature: gli accademici hanno riconosciuto che di film animati di qualità ce ne sono molti e quindi hanno aggiunto due titoli in più. Speriamo sia un piccolo passo per un futuro grande balzo in cui l’animazione sia vista per quello che è: non il più ristretto dei generi, ma la più versatile delle tecniche.


Articolo realizzato e pubblicato per la rivista: Piceno33

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