Le bizzarre avventure di Jojo

di Paolo Sciamanna

Hiroiko Araki lo si può ben definire il Picasso dei manga.
Questo perchè l’estro del suo genio partorisce tavole e illustrazioni al limite della comprensione.
La sua opera più famosa rappresenta l’apoteosi della teoria di cui sopra, ed è proprio questo che JoJo no Kimiyouna Boken (titolo originale) esaspera nei suoi centoventuno numeri (la serie più lunga mai realizzata) con una naturalezza sconvolgente.
A volte leggerlo però può causare divergenze ai bulbi oculari, infatti vi ritroverete a rigirare l’albo nelle posizioni più disparate alla ricerca del verso giusto, visto che alcune tavole Picasso le avrebbe sistemate un attimo (questo fenomeno comincia a emergere dalla sesta serie, comunque).
Dopo undici anni ecco che arriva l’anime di suddetta opera (reperibile comunque in internet da diversi anni) che prova a incarnare la fitta trama e i personaggi policromi provenienti dalla mitica terza serie del fumetto, ovvero quella in cui gli Stand entrano in scena.
Codesti Stand non sono altro che delle entità che ognuno di noi (?) porta dentro di sé e che aspettano di risvegliarsi nel momento più opportuno, ovvero in battaglia possibilmente (sarebbe meglio un po’ prima…).
L’arco e la freccia, reperti preziosissimi ritrovati dalla fondazione Speedwagon (prima e seconda serie) è l’oggetto del desiderio di molti visto che ha la facoltà di risvegliare tali guerrieri interiori.
Dio Brando è il cattivo che lega inscindibilmente (!) tutte e sette le serie e dispone del potere più forte in assoluto: fermare il tempo e fare ciò che vuole mentre il mondo giace congelato.
Da qui Jotaro Kujo prende le redini della situazione e parte per terre inesplorate alla ricerca del colpevole che ha causato la nascita repressa di uno Stand nocivo nel corpo della madre: Dio Brando, ovviamente.
La terza serie, oggettivamente la più bella, è un pout-pourry di disegno volutamente “grezzo”, tagli delle vignette geniali, personaggi che rimangono stampati nel cuore di chi legge ( Forza Polnareff!!) e quella magia di cui solo Araki è capace.
Purtoppo lo stesso non è possibile dire del correlato anime che perde tutta l’atmosfera cartacea (inevitabile) e offre dei personaggi appena abbozzati e con una storia uscita da un corso di “taglia e cuci”.
Per il resto è comunque un’emozione vedere finalmente Abdul, Joseph o Kakyoin animati a dovere e con un pizzico di anima in più.
Simpaticamente ribattezzato da me “Le Bizzarre Avventure dei Cavalieri dello Zodiaco”,
l’anime suggestiona lo spettatore portandolo ad assurdi parallelismi con l’opera di Masami Kurumada a causa del riciclo degli stessi doppiatori del famosissimo cartone sopracitato.
Tutto questo è colpa (?) semplicemente dell’adattamento italiano della Yamato, e io, prima di tutti, mi aspettavo da un momento all’altro di sentire Jotaro urlare: Noo, Lady Isabeeel!!
A parte questo leggero difetto, difficilmente una trasposizione da manga ad anime può risultare migliore e Le Bizzarre Avventure di JoJo non fa di certo eccezione.
Uno a zero per la carta.