E in principio fu il Topo…

di Andrea Gagliardi

Conoscete Oswald il coniglio? (Se la risposta è sì smettete di leggere perché quest’articolo è pensato per quelli che di Disney non sanno proprio tutto tutto).
Se qualche, a me oscura, bega contrattuale non avesse privato Walt Disney e Ub Iwerks della loro prima creazione (Oswald il coniglio, appunto) il mondo di oggi sarebbe significativamente diverso da come lo conosciamo. È da questo primo fallimento, se così lo si può chiamare, che è poi nata quella colossale industria dell’entertainment e del superfluo indispensabile che è la Disney. Mollato Oswald, Walt e Ub si buttano a capofitto nella realizzazione del primo cortometraggio dal sonoro sincronizzato: Steamboat Willie. Il protagonista della pellicola è un certo topo dalle orecchie tonde destinato a diventare l’icona della futura Disney.
Mickey Mouse, o meglio Topolino, fa il suo esordio al cinema il 18 novembre 1928, ed è già il simbolo dell’America degli anni Trenta: giovane, intraprendente, stravagante ed anche un po’ violento (nel film si diverte a malmenare un gatto per farlo lamentare al ritmo della musica).
Da buon self-made man americano, il buon vecchio Walt si guarda bene dal condividere il successo con il co-creatore del personaggio (il già citato Ub Iwerks) e così farà poi anche in seguito con la successiva trasposizione a fumetti. Due anni dopo Steamboat Willie infatti la King Feature Sindacate di William Randolph Hearst (magnate dell’editoria che ispirò Orson Wells nella creazione del protagonista di “Quarto Potere”) distribuiva le strisce di Mickey Mouse.
Sebbene Walt passi la stragrande maggioranza del suo tempo nella creazione di geniali progetti di animazione ha l’accortezza di far gestire i suoi personaggi da professionisti con un talento non inferiore al suo. Floyd Gottferdson si occuperà delle strisce di Topolino ininterrottamente, per quarantacinque anni, creando decine di personaggi destinati anch’essi al successo: Macchia Nera (ricalcato sulle fattezze dello stesso Walt), Basettoni, Eta Beta, Manetta e tanti altri. Grazie al lavoro di Gottferdson Topolino inizia a identificarsi come il simbolo di una nazione in pieno sviluppo, ed insieme ad essa cresce e si evolve. Il monello che brutalizza i gatti si trasforma presto nel giovane avventuroso esploratore, figlio legittimo della intraprendente patria in via di costruzione. Quando poi la realtà americana inizia a cambiare, Topolino cambia con essa e, lasciando il ruolo di esploratore al Paperone di Carl Barks, decide di diventare adulto: nell’agosto del ’44, ad un passo dalla Seconda Guerra Mondiale, Mickey Mouse mette nell’armadio i calzoncini rossi ed indossa camicia e pantaloni. Al pari di Superman, Capitan America e tutte le altre icone nazionali, Topolino recepisce l’ennesimo cambiamento della nazione. È finita l’idea della frontiera, quel confine tra il noto e l’ignoto che aveva caratterizzato la nascita degli Stati Uniti. Il Far West non è più tanto “far” e gli avventurieri del secolo precedente hanno esplorato un po’ tutto ormai. L’America si sta imborghesendo e non è più il tempo di inventarsi delle scapestrate agenzie di acchiappafantasmi pur di vivere (giocare?) strampalate avventure e raggranellare qualche dollaro. C’è da difendere una nazione ormai integra. Con la Seconda Guerra Mondiale gli USA escono dal loro isolamento per diventare quella potenza economico-cultural-militare che tutti noi conosciamo. Così, mentre Superman va a cacciare Hitler e Stalin, mentre Capitan America combatte al fronte, Topolino si occupa del “fronte interno”: diventa detective, ma non come quelli di Spillane, lui è amico degli “sbirri” e perfettamente inquadrato nella società topoliniese. All’apparenza non cambia nulla, insieme a Pippo (altro colpo di genio di Gottferdson quello di accoppiarli, facendolo diventare la migliore spalla comica di tutti i tempi) Topolino vive mirabolanti avventure, ma stavolta non è lui ad andarle a cercare, sono loro che lo scovano andando a turbare la pace della sua villetta medio-borghese. Sgomina malviventi, truffatori e (soprattutto) spie, è in tutto e per tutto il difensore dello status quo.
Da parte sua Walt, per non essere da meno della sua creatura, si affanna a rimodellare il mondo a sua immagine e somiglianza. Con Biancaneve e i Sette Nani infatti dà il via ad una lunga serie di “appropriazioni indebite” nei confronti della cultura popolare europea. Chiunque abbia letto le versioni originali delle fiabe dei fratelli Grimm (che a loro volta avevano messo per iscritto una più antica tradizione orale) sa benissimo che nella “traduzione” al linguaggio cinematografico queste sono state rimaneggiate, se non del tutto snaturate (il bacio che risveglia Biancaneve è un’invenzione disneyana, ad esempio). Ma mentre Disney si comporta sempre più da americano tipo invadendo culturalmente il mondo, grazie anche alle sue città del divertimento, Topolino miracolosamente riesce ad affrancarsi dalla sua “americanità”. Grazie al contributo di case editrici ed autori stranieri (Italia in testa, ma di questo se ne parla in un altro articolo) Topolino diventa un personaggio sovranazionale, un archetipo che abbatte qualunque barriera culturale o politica, non a caso il grande regista Ejzenštejn lo definì: «il più originale contributo americano all’espressione artistica». E se questo non vi basta vi ricordo che Britney, Justin e Christina vengono tutti dal Mickey Mouse Club!