POPEYE
di Andrea Gagliardi
Chiunque abbia avuto a che fare con dei marinai (quelli
veri!) sa benissimo quali sono le loro peculiarità: una soglia del dolore
molto alta, una grammatica “creativa” ed una certa facilità
nel venire alle mani quando si tratta di risolvere un qualsiasi problema.
Quando Elize Chrisler Segar, nel gennaio del ’29, decide di far esordire
Popeye nella già collaudata striscia “The Thimble Theatre”
era sicuramente questo tipo di marinaio che aveva in mente. L’esordio
è esemplare: lui è su un molo, mare sullo sfondo, navi, gabbiani
eccetera, indossa un cappello da marinaio, una giacca da marinaio, ancore tatuate
sul braccio, pipa in bocca. Si avvicina Castor Oyl (protagonista della striscia
nonché fratello di Olivia) e gli fa: “Ehi tu, sei un marinaio?”
e lui “E che ti pensi che sono un cowboy?” (il congiuntivo è
volutamente sbagliato).
Senza farla troppo lunga diciamo che poi, pian piano, Popeye ha conquistato
il cuore dei lettori, e del proprio autore, passando in breve tempo da comprimario
a protagonista.
Scordatevi però il Braccio di Ferro dei cartoni, ché anche se
dal 1931 al 1936 le vendite degli spinaci negli USA aumentarono del 33 %, nei
fumetti di Segar non sono il motivo della forza di Popeye: lui è già
forte di suo e pur sostenendo la necessità di una dieta bilanciata, non
manca di scofanarsi bistecche e braciole.
Non è un caso che Popeye nasca e conosca il successo nell’anno
della grande depressione. Mentre nella realtà le oscure leggi della finanza
mandavano in crisi una intera nazione, un personaggio positivo e capace di risolvere
qualunque problema a suon di sganassoni non poteva che essere ben visto dall’opinione
pubblica.
Non è un caso neanche che il suo esordio al cinema avvenga nel ’33
come spalla (ancora!) di Betty Boop, altra icona del pragmatismo statunitense
dell’epoca.
Da quel giorno la vita di Braccio di Ferro però non sarà più
la stessa. Con i cartoni viene la fama e con essa vengono le responsabilità.
Centinaia di lettere di mamme preoccupate chiedono a Segar di far sì
che la sua creatura non canti le lodi dei soli spinaci perché i loro
figli non vogliono mangiare altro, e men che meno apra i barattoli con i denti
(che, tra l’altro, Popeye non ha!).
Cosicché, pur rimanendo fedele al suo unico motto “Io son quel
che sono e questo è tutto quel che sono”, Popeye decide di diventare
responsabile e adotta così un bambino (in realtà gli viene recapitato
in un pacco): Pisellino.
Nel 1933 Popeye diventa così un “gentiluomo” e “mamma”
(parole sue ed io non contraddico mai chi è in grado di stendere un gorilla
con un cazzotto).
Purtroppo nel 1938, a soli 44 anni, Segar muore senza lasciare (a mio modestissimo
parere) un degno erede ed è così che Popeye rimane senza qualcuno
che potesse “imparargli la grammatica”.