ANNA DAI CAPELLI ROSSI

di Silvia Forcina

Tanto tempo fa, nel 1908, la scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery pubblica Anne of Green Gables, un libro per ragazze che, come tale, presenta il tipico linguaggio un po’ retorico e tutta una lista di buoni sentimenti: non è però il solito romanzo formativo pieno di moralismo e buona educazione, e tutto per merito della sua protagonista. Anne Shirley (ma per favore chiamatela Anna, con la “a” finale, è molto più romantico) è una ragazzina orfana, bruttina, magra, lentigginosa, con terribili capelli rossi. Quando appare nel romanzo lo fa vestita di uno striminzito abito da orfanotrofio, di espressivi occhi grigio-verdi ed di una parlantina irrefrenabile. Il suo umore ondeggia tra inarginabili entusiasmi e tetra disperazione, tutto all’ennesima potenza. Anne odia il colore dei suoi capelli, odia le sue lentiggini ed il suo corpo ossuto. Immagina di possedere neri capelli corvini, un corpo cicciotello e un godurioso abito con le maniche a sbuffo; immagina di chiamarsi Cordelia, immagina fate e driadi dei boschi; immagina di avere una famiglia. Il cuore di questo personaggio è tutto qui, nella sua capacità di “immaginare” (e rattristarsi per le persone prive di immaginazione) e il suo vivere in parallelo con la Natura e la Poesia, elementi indispensabili della sua vita. È un’undicenne poco convenzionale, a dir poco eccentrica; è simpatica, divertente, accattivante (e infatti saranno cinque i libri a lei dedicati).
Settant’anni dopo, nel 1978, Anne ritorna come eroina nella serie animata Akage no Anne della Nippon Animation. Si occupano di lei Isaho Takahata (sceneggiatura/regia), Yoshifumi Kondo (disegni) e Hayao Miyazaki (storyboard, e si vede). L’opera si può definire geniale (considerando anche l’epoca e il budget limitato): le espressioni del mutevole visetto della bambina, i suoi occhi limpidi, sono riprodotte in maniera stupefacente, come i paesaggi aerei e luminosi del Canada, co-protagonisti della storia. Gli episodi seguono fedelmente il testo, in maniera quasi morbosa, tanto che leggere il libro o guardare la serie diventa quasi la stessa cosa. L’adattamento è sicuramente migliore di quelli attuali e arricchisce di letterarietà la forza delle immagini. Una gioia per gli occhi e per il cuore (lunga vita all’ingenuità!!).
Però, Akage no Anne è anche il titolo della recente (1997) rielaborazione del tema affidata, nientepopodimenoche, a Yumiko Igarashi, già madre di Candy Candy e Georgie. L’inutile prodotto, fruibile solo per chi non ha visto l’anime o letto il libro, presenta un’inspiegabile Anne tutta ciccetta e smorfiettine carine, con lussuosi abitini di pizzo e occhioni stellati privi di profondità. L’ambientazione naturale, così importante per la storia, è ridotta a qualche vignetta mentre nella maggior parte del tempo si riduce a sfondo arrangiato con i retini o peggio (orrore!) con la CG. Si perde lo scopo della storia e tutte le caratteristiche che ne manifestano l’originalità. E non ditemi che è impossibile trasporre un libro in fumetti! È impossibile per chi non ha immaginazione!