LA RIVOLUZIONE DI UTENA

di Mario Pasqualini

DLIN-DLON: l'articolo che stai per leggere è scritto da un fan ossessionato da quest'opera. La trattazione è quindi palesemente di parte e completamente non oggettiva. Carissimi lettori: per cominciare vi avviso subito che Shoujo Kakumei Utena (questo il titolo originale) è uno sfolgorante capolavoro. Nel 1996 gli amici e colleghi Kunihiko Ikuhara e Shinya Hasegawa (produttore-regista e chara designer di SailorMoon) fondano i BePapas, creatori di SK Utena, nelle cui file iscrivono anche lo sceneggiatore Youji Enokido (NG Evangelion), il designer Hiroshi Nagahama e, soprattutto, la brava mangaka Chiho Saito (Kanon). Costoro partoriscono un manga, un anime di 39 episodi (10 VHS), un film ed un adattamento per teatro Takarazuka (quello di sole donne). La trama narrata è indicibilmente complessa: la sedicenne Utena Tenjou, salvata piccina da un misterioso "principe" verso cui ella nutre ammirazione/amore totale, tanto da considerarsi lei stessa non una fanciulla indifesa ma un valoroso ed androgino eroe (va in giro con l'uniforme scolastica maschile), s'iscrive all'Accademia Ohtori (dove pensa si trovi il salvatore). Qui, tra misteri, odi e vendette, partecipa ad una serie di duelli all'arma bianca sotto un castello capovolto per il possesso della misteriosa Sposa della Rosa (Anthy Himemiya)...! Ma chi è costei? E cos'è il Potere di Rivoluzionare il Mondo? Il manga è uno shoujo-tipo: occhioni, rose (protagoniste simboliche nel loro dualismo bellezza/dolore), personaggi ambigui, impaginazione libera, ecc.. La Saito pecca spesso nell'organizzazione della storia creando fumetti logicamente mal strutturati, ma la collaborazione con i BePapas le ha permesso di realizzare un lavoro migliore del solito, cinque volumi godibilissimi. L'anime è meraviglioso e basa il suo fascino su un'aria baroccheggiante settecentescheggiante che manca al manga; però, mentre in questo il finale è ben comprensibile, nell'altro si glissa verso uno sperimentalismo ed una visionarietà (anche di scrittura) che vanno a svantaggio della comprensione della storia: ma è, innegabilmente, uno spettacolo per gli occhi. Graficamente è sbalorditivo: disegno meraviglioso, esatte inquadrature, tavolozza cromatica infinita (capelli incredibili), uso massiccio del nero quasi fosse il teatrino delle ombre. L'Accademia Ohtori è del tutto diversa dal manga all'anime: da palazzone semplice e razionale ad immenso campus Old Roman, con decine di parchi, serre, edifici, teatri, piscine, dormitori, una foresta inestricabile e chi più ne ha più ne metta (anche il manga più tardi adotterà questo stile). In realtà, tutto l'impianto scenografico è completamente diverso dal fumetto al cartone: nel primo è semplice e veloce, nel secondo è giacobino rococò, straordinariamente complesso. La colonna sonora è incredibile: quartetti d'archi e cori rock s'inseguono in ogni puntata; geniali i due compositori. Inoltre, l'anime inventa decine di personaggi ed eventi nuovi (fra cui le inquietanti ragazze ombra) ed il finale, pur rimanendo nella sostanza lo stesso, cambia in alcuni rilevanti dettagli. Un'opera assolutamente, assolutamente imperdibile.