LO SPORT COME COMPETIZIONE

di Francesco Pone

Già i Maya, millenni fa, praticavano un’attività che aveva tutte le qualità per essere definita sport: due squadre si fronteggiavano su un campo rettangolare cercando di mandare una palla di caucciù dentro un cerchio di legno. Il fatto che la squadra sconfitta fosse sacrificata in toto agli dei, non è certo secondario: dimostra che anche le pratiche sportive apparentemente pacifiche rispondono ad un’esigenza ben radicata nell’animo umano: quella di competere per la sopravvivenza. Gli sport moderni hanno sostituito alla morte fisica per gli sconfitti il linciaggio verbale, ed alla sopravvivenza dei vincitori un cospicuo aumento di stipendio. Le cose cambiano leggendo certi manga di carattere sportivo frutto di una società come quella giapponese in cui la "competizione" assume significati lontani dai canoni occidentali. Ogni rampollo del Sol levante, infatti, impara sin dalla nascita che la vita è una lotta incessante cui bisogna sottoporsi con la consapevolezza che la sconfitta non è un’alternativa ponderabile. Non a caso il Giappone è la nazione con il più alto tasso di suicidi nel mondo: ragazzi che non reggono il peso di una responsabilità soverchiante, né le aspettative di una società che difficilmente ammette l’errore. Fumetti come Capitan Tsubasa, rivolti ad un pubblico abbastanza eterogeneo, veicolano questo genere di messaggi senza calcare troppo la mano. Infatti è evidente come all’autore interessi più il calcio in se stesso che l’educazione dei lettori: eppure la sua visione della gara risente fortemente dell’influsso della cultura nipponica. Le partite, più che incontri dove "l’importante è partecipare", vengono vissute dal protagonista come vere e proprie questioni di vita o di morte. Il sogno di Tsubasa è quello di diventare il calciatore più forte del mondo, di andare a giocare in Brasile e di portare il Giappone alla vittoria nei campionati mondiali. L’evidente esagerazione dei tre propositi fa contrasto con il piccolo Tsubasa che, già a dodici anni, si confronta con queste aspirazioni e si sacrifica nel loro nome. Non lo vediamo mai divertirsi in altro modo o uscire semplicemente con gli amici (a onor del vero, non ha alcun amico al di fuori dei suoi compagni di squadra) e si contano sulle dita di una mano le pagine dedicate alla sua storia d’amore. Eppure di ogni sacrificio egli sembra essere contento: dei massacranti allenamenti (niente, comunque, in confronto a quelli di Shingo Tamai che per rafforzare le gambe ci faceva passare sopra un trattore!) o delle lunghissime partite combattute senza tregua, nonostante qualsiasi infortunio (che dire di quel personaggio che, malato di cuore, decide comunque di giocare, pur rischiando la morte?). L’unica cosa che importa per lui è il calcio e sarà così per tutta la vita; la sua fortuna sta nell’essersi scelto da solo il proprio futuro. E’ ovvio che il concetto semplice di sport è già stato trasceso: ecco dunque nascere straordinarie tecniche di gioco, tiri dalle parabole improbabili o dalla violenza che va ben oltre la capacità di resistenza di una rete (che viene regolarmente bucata) e colpi di testa più che acrobatici, mentre ogni attacco ha un proprio nome (Drive Shot, Fire Shot, ecc). Il tutto in un crescendo che non impropriamente ricorda altri titoli come Ken il Guerriero o Saint Seiya, anche questi in fondo basati su di uno sport: le arti marziali. Una nota prima di concludere: le presenti considerazioni non impediscono al manga (qui preso come caso emblematico ma tutt’altro che unico) di essere goduto per quello che è: un fumetto avvincente e spettacolare nonostante la sua ingenuità.