ONE PIECE

di Paolo Sciamanna

Ormai è risaputo che nell’adattamento di un fumetto per il piccolo schermo ci si trova spesso davanti a totali scempi. Il caso di cui voglio parlarvi però si differenzia miracolosamente: difatti la sorte che è toccata a One Piece è stata magnanima. La serie tv - che è ricominciata daccapo proprio nell'agosto scorso - aveva fatto la sua prima comparsa nella passata stagione raggiungendo e superando gli episodi della versione cartacea (così il lettore ha dovuto scegliere se continuare a seguire il cartone o subire dannosi spoiler nel caso avesse voluto gustarsi le novità del manga in uscita). Si sa che quando un fumetto riscuote un buon successo di pubblico subisce spesso una trasposizione animata, grazie alle case produttrici che ne acquistano i diritti. Ma è altrettanto risaputo che nella trasformazione da opera fumettistica ad anime il prodotto, prima di poterlo guardare comodi in poltrona, subisce un’ulteriore verifica: la censura. Questa, al pari di Godzilla, è un ostacolo quasi insormontabile e pochi lavori escono indenni dalla lotta. E’ diventato ormai raro, difatti, vedere del sangue, corpi nudi o ferite catastrofiche sullo schermo, e persino One Piece risulta vittima di questo "moderatore televisivo". L'avventura che ci propone il "maestro" Eiichiro Oda ci porta a conoscere il giovane pirata Rufy, e la sua ciurma scapestrata, in partenza alla ricerca dello One Piece (da cui il titolo) tesoro inestimabile destinato dal leggendario Gold Roger al più valoroso dei pirati, a colui cioè che riuscirà a raggiungerlo e ad impossessarsene. Molti di quelli che non leggono il fumetto si chiederanno: chi è Rufy? E se vi parlassi di Krahador? Forse capireste solo se vi dicessi che si tratta del maggiordomo Klahdol (che più o meno suona uguale solo se pronunciato da un giapponese...). Allo stesso modo il nome di Rufy è sostituito (per chi non segue la versione cartacea) con Rubber, semplicemente perché in inglese tale parola significa "gomma" e quindi, data la consistenza del protagonista, l’epiteto è sembrato caratterizzare maggiormente il personaggio (a discapito comunque dell'originalità). Questo perché quei simpaticoni di Mediaset si divertono ogni volta a storpiare nomi e situazioni, credendo forse di renderli più comprensibili a noi europei (come, un esempio per tutti, hanno fatto per Dai - I cavalieri del drago). Non ci sono invece grandi variazioni nella storia: il divertimento, il coinvolgimento e l'assurdità degli eventi vengono mantenuti in entrambe le versioni, anche se che la sensazione d'appagamento che si riceve leggendo il manga è (a mio modesto parere) ineguagliabile. Nell’adattamento televisivo è comunque curioso scoprire quali voci contraddistinguano i diversi personaggi, inoltre le possibilità dell'animazione e il dono del colore fanno del cartoon una discreta alternativa.