JOJO

di Francesco Pone

Possono, in un solo manga, coesistere la commedia, l’humor, il dramma, i duelli, i poteri esp, l’archeologia? Può un manga di combattimenti avere un solido background, caratterizzazioni imponenti, trame avvincenti? Può un disegnatore di manga avere uno stile dettagliato, caratteristico, eclettico e costantemente in evoluzione? Può una serie durare per quasi cento volumi, senza mai ripetersi, o diventare ridondante? La risposta è si, se l’artista è Hiroiko Araki e il manga in questione è "Jojo no kimiyona boken", tradotto in Italia come "Le bizzarre avventure di jojo". Innanzitutto, Jojo è concepito come una saga generazionale, che narra le peripezie della famiglia Joestar dai tempi dell’Inghilterra vittoriana fino al duemila inoltrato. La serie si e’ finora strutturata in sei capitoli, facenti ognuno capo ad un rampollo della suddetta famiglia. I primi tre capitoli costituiscono la prima linea della famiglia, e sono legati dalla comune lotta contro le aberrazioni prodotte da un antico manufatto azteco, la Maschera di Pietra; gli ultimi tre narrano le gesta dei figli dei primi jojo, che a loro volta affronteranno i pericoli scatenati dall’Arco e la Freccia. Sin da principio la serie si presenta come del tutto insolita: s’inizia nel 1888, con una scena tratta a piene mani da "I Miserabili" di V. Hugo: un malfattore di nome Dario Brando viene scambiato per un salvatore da George Joestar, nobile e ricco padre di Jonathan Joestar. Tale malinteso porterà all’adozione del figlio di Dario, Dio, intelligente quanto maligno. In un’atmosfera immersa nelle nebbie dell’età vittoriana, Araki traccia un ambientazione che, se da un lato ricostruisce il contesto storico in maniera certosina, dall’altro lo distorce nell’ottica del "bizzarro", trasformando Jack lo squartatore in un sadico zombie assoldato da Dio, ormai mutato in Vampiro dai poteri della Maschera. Araki costruisce intorno a Jonathan un ricco e insolito cast di comprimari, ed evita ogni stereotipo, vestendoli secondo il suo estro ancora in sviluppo, e dotandoli di una solida caratterizzazione. Inventa la "Via dell’Eremita", una tecnica di combattimento assolutamente originale basata sulla respirazione, e comincia a presentarci una serie d’epici scontri psicologici oltre che fisici, adottando spunti dai più svariati campi d’interesse. Da notare l’abitudine mai abbandonata di ispirarsi per i nomi a band e solisti di successo, come i Led Zeppelin o i Dire Straits. E quando meno ce lo aspettiamo, uccide Jonathan e conclude la sua saga. Ma non quella della famiglia Joestar, che, nel numero 7 dell’edizione italiana, si incarna in Joseph Joestar, nipote del protagonista della prima serie. Con questo semplice espediente, il cambio di protagonista, Araki aggira il difetto che ha caratterizzato tutte le serie a lungo termine del panorama giapponese: la ripetitività. D’altra parte l’estro dell’autore fatica a restare chiuso tra le strette pareti di una sola serie, sembra scalpitare verso nuove dimensioni narrative; e infatti stavolta il fiero e onesto Jojo diviene un furbo ragazzo di diciassette anni, ribelle e irrispettoso. Erede della Via dell’Eremita, combatterà una razza di superesseri immortali creatori della Maschera. Ancora una volta la data, il 1938, immerge le storie in una situazione storica ben precisa, a fronte di un’ambientazione itinerante che tocca l’Europa e l’America. Ancora una volta la storia è distorta secondo un’ottica folle, in cui i nazisti erano in grado di costruire cyborg mezzo umane mezzo macchine, dotate di un design decisamente retrò. Araki sfugge a qualsiasi generalizzazione: i suoi nazisti non sono dipinti secondo il topos corrente, come sadici assassini senza scupoli, ma come esseri umani dotati di un loro onore, di sentimenti. I suoi "cattivi", non sono mai cattivi tout-court, ma semplicemente persone guidate da un codice morale diverso. I combattimenti si arricchiscono di nuove trovate che pescano dal mondo della prestidigitazione, delle lotte gladiatorie, dei poteri esp. Araki progetta con ingegno ogni sviluppo della trama, facendo allestire precise strategie in pochi secondi: nelle sue pagine il tempo si ferma, rallenta o accelera, senza soluzione di continuità. Quasi senza che ce ne accorgiamo ci troviamo catapultati nella terza serie, anno 1986. Araki si trasferisce in Giappone. Joseph, ormai sessantenne, parte assieme al nipote Jotaro Kujo, ed una felicissima rosa di protagonisti, verso l’Egitto alla ricerca del redivivo Dio Brando. Con questa serie Araki gioca la sua carta più innovativa: gli "stand". Pensati come una manifestazione dello spirito combattivo di ciascuno di noi, gli Stand sono una sorta di entità immateriali sotto il totale controllo del proprio portatore, dotate ognuna di un potere diverso. Araki comincia a sbizzarrirsi con questa trovata, su due livelli: grafico e narrativo. A livello grafico, infatti, non esiste legge per quanto riguardi gli stand: ogni manifestazione di questo potere ha un aspetto ben diverso, e incredibilmente accattivante. Araki dimostra attenzione per il design, mentre il suo tratto si evolve fino a divenire inconfondibile. A livello narrativo, gli Stand permettono ad Araki di rompere qualsiasi legge narrativa o fisica, e di escogitare combattimenti mai basati su regole precise, e quindi mai uguali. I suoi stand fermano il tempo, trasformano le persone in calamite, usano il fioretto o sono fatti d’acqua, hanno l’aspetto di rovi e di automobili; e i loro portatori, oltre che esseri umani, possono essere gorilla, cani, falchi. Il gruppo di protagonisti si allarga pian piano, accogliendo alcune delle figure più simpatiche e affascinanti degli ultimi anni: Noriaki Kakioin, Jean Pierre Polnareff e il cane Iggy (sono solo alcuni nomi). Seguendo una trama da road movie, Araki ci presenta di volta in volta un nuovo nemico, dotato di un inaspettato potere. Alcuni incontri si risolveranno giocando a poker o ai videogiochi, sempre nello stile "bizzarro" d’Araki. La sua fantasia non si esaurisce, né la sua voglia di rompere qualsiasi schema narrativo. I personaggi muoiono da un momento all’altro, spesso senza capire perché, senza poter dire un’ultima parola; Araki sembra dire ai suoi lettori che da Jojo non potranno mai aspettarsi cliché. Con questa serie si conclude la prima trilogia. La quarta serie è ferma in una città immaginaria, Morio Cho, nel 1999. Il protagonista é Josuke Higashikata, figlio illegittimo di Joseph e personaggio alquanto squilibrato. Contattato da Jotaro, che resterà per tutta la serie, si unirà a lui prima alla ricerca dell’Arco e la Freccia, l’antico manufatto in grado di dotare chi colpisce di un potere stand. La scoperta dell’arco e la presenza di Jotaro (e più avanti di un ottantenne Joseph) fungono da raccordo con la trilogia precedente. Araki inizia ad esplorare generi come il triller, non risparmiandosi di mostrarci stand sempre più fantasiosi, a tal punto da divenire, a volte, la manifestazione degli aspetti più reconditi della psiche umana. Contraddicendo, come al solito, tutte le aspettative, rende la serie più corale, senza smarrire mai il suo protagonista. Josuke, degno figlio dello scaltro Joseph, non si troverà solo ad affrontare l’affascinante "cattivo di turno", il serial killer Kira, una delle figure più riuscite in assoluto. Assieme a lui, scopriamo stand che cucinano cibi miracolosi, estetisti in grado di cambiare letteralmente la faccia ai clienti, e persino stand adatti a raccogliere le monetine. Il cast si arricchisce di figure che, per quanto bizzarre, sono credibili e ben caratterizzate. Il mangaka Rohan Kishibe, Koichi Irose e lo stesso Kira diventano protagonisti di storie in cui Josuke non appare mai, a confermare l’intenzione di "allargare l’obbiettivo", che si confermerà vincente nella quinta serie. Quinta serie che, per chi non lo sapesse, Araki ha ambientato completamente in Italia, con personaggi tutti italiani. In un lungo viaggio Araki tocca Napoli, Venezia, Roma e molti altri luoghi, rappresentandoli con una precisione incredibile. Il protagonista, e’ Giorno Giovanna, figlio di Jonathan e Dio Brando contemporaneamente (ecco un fulgido esempio della "bizzarria" di Araki!), e di una giapponese. Se da Jonathan Giorno ha ereditato la purezza d’animo, da Dio ha preso gli intenti criminali. Giorno sogna di diventare il più potente capo della malavita organizzata, con lo scopo di debellare il traffico di droga dall’interno. A lui si uniscono da subito una banda di sbandati composta da personaggi dai nomi come Bruno Bucciarati, Leone Abbacchio o Narancia Ghirga. Alla ricerca della vera identità del boss dell’organizzazione, e braccati da un’altra gang di ribelli, i nostri eroi si muoveranno in un allucinato itinerario al confine del bene e del male. Anche questa volta Araki gioca con gli stand, dotandoli di una nuova tipologia di poteri, che ha ormai abbandonato ogni parvenza di logica. Anche la trama si fa meno lineare, mantenendo una coerenza interna ben precisa. Con il ritorno di Polnareff, la quinta e’ di certo la serie più noir delle altre, con la consueta cura per i personaggi, per cui pare non valere neanche più la distinzione fra protagonisti e comprimari. Per la sesta serie, che vede protagonista Joelyn Kujo, figlia di Jotaro, vi rimando all’articolo più avanti. Al termine di questa panoramica, al sottoscritto e’ sempre più evidente che esiste un solo modo per capire e apprezzare l’opera di Araki: leggerla.