MADE IN JAPAN
di Ilaria Mascetti
Molte volte, la mia mente si è rivolta verso il lontano oriente. Non è difficile immaginare i templi Buddisti o Shintoisti con il loro profumo d’incenso e mistero esotico. Ma tale realtà millenaria, come si fonde nel super tecnologico Giappone contemporaneo? Cosa succede negli ambienti noti anche a noi ragazzi occidentali: la scuola, la famiglia, o semplicemente nei rapporti interpersonali? Non è facile capire, ma uno strumento rivelatore è a portata di mano: i manga. Da queste piccole opere d’arte traspare più di quanto non si pensi, esemplari sono i lavori di Mitsuru Adachi e Masakatsu Katsura. Innanzitutto, i manga per i giapponesi sono la concretizzazione dei loro sogni e delle loro paure, a volte repressi o enfatizzati dalla loro società muta e vorticosa. Cos’e’ l’amore in Giappone? E soprattutto come viene vissuto? La prima cosa da ricordare e’ che i ruoli della ragazza e del ragazzo hanno una valenza completamente diversa da quella che gli si attribuisce in occidente. Lei deve corrispondere ad un’estetica che non ci appartiene, che non si limita all’abbigliamento o al corpo, ma che comprende tutto il suo essere. Deve pensare in un dato modo e parlare di conseguenza, e per loro parlare non si limita all’esprimere contenuti, comprende anche il modo in cui si formulano e la tonalità con cui si esprimono. Il concetto di donna e di femminilità giapponese si concretizza facilmente nelle svolazzanti gonne disegnate da Adachi e Katsura, che scoprono timidamente lolitesche mutandine rigorosamente bianche. Le ragazze sono costrette ad interpretare un ruolo che trova sfogo e giustificazione solo nelle matite di alcune mangaka, che creano eroine come Lady Oscar. Queste non sono altro che l’espressione dei più profondi bisogni di femminismo giapponese, mai nato o comunque sempre taciuto. Portare le mani in tasca è forse il sogno proibito di ogni piccola orientale. Ma da qui nasce anche Minami (protagonista di Touch), perfetta sotto ogni punto di vista, aggraziata, dolce, si fa desiderare un po’ da tutti, ma in realtà viene scelta. In corrispondenza a lei c’e’ Tatsuya: lui non nasce come "ragazzo modello", ma farà comunque quello che ogni uomo giapponese deve fare, insistere, combattere, e raggiungere una meta: Katsuya, suo fratello. Non importa se Minami già lo ama, lui deve "conquistarla", e soprattutto meritarla arrivando al Koshien. Accanto a lui troviamo il non meno maldestro Moteuchi (Video Girl Ai), che subirà una vera e propria trasformazione alla fine della storia, per conquistare la sua bella Video Girl dovrà salire una scalinata di cristallo rischiando la vita. E’ facile evincere anche da queste piccole cose quanto sia meritocratica, o meglio, competitiva, la società giapponese. I ragazzi vivono in una realtà ultramoderna che li inchioda però a tradizioni di cui non si riconosce la nascita, ma che tutti seguono, innamorati di queste e dell’inevitabile fato che li condanna. Leggendo Touch si nota un’altra cosa strana agli occhi di un occidentale: in tutto il fumetto, mai Minami e Tacchan si dichiarano apertamente, tutti sanno che sono innamorati e fidanzati, ma nessuna parola lo conferma. Trapela facilmente la cultura giapponese, suoni e colori sono molto più esplicativi di un discorso. Touch è colmo di sguardi e sospiri, nessuno gioisce o soffre apertamente, ma tutti noi lo capiamo e lo viviamo senza bisogno d’altro. Il loro mondo si concilia perfettamente con la natura, grazie allo shintoismo, ma si sviluppa verso l’interno, immutabile ma indicibile. Ogni sequenza emozionante è bruscamente interrotta. Niente trapela. Nei manga già citati la gioia e il dolore trasmessi sono molti, ma solo le loro onomatopee ed i silenzi ne rendono l’intensità. Scena emblematica è la morte di Kacchan, quando il pianto del fratello viene soffocato dalla musica, e quello di Minami dal rumore di un treno. L’incolmabile differenza tra noi e loro è questa: Munch urlava ma non veniva udito, loro coprono gli urli per non farsi sentire. Questo spiega perché Freud in Giappone non ha riscosso troppo successo! Insomma, ci sarebbero state Vivien Leigh o Julia Roberts ed i loro personaggi in Giappone? Probabilmente, per la loro forza e passione, sarebbero state lasciate da parte, quasi come "asessuate". Ma in fondo, non importa: il Giappone, continuerà ad attirarci magneticamente per sempre, scoprendo infine che ogni cosa, anche la più simile, sarà sempre troppo lontana per essere raggiunta.