ARMS

Leggendo Arms ci si trova di fronte ad uno strano quanto deludente ibrido. L'intreccio di stampo militaristico, con incursioni nella fantascienza e in particolare nella sfera del cyberpunk, ricorda, anche per certe atmosfere, Akira di Otomo; l'idea di base dell'opera invece ci riporta immediatamente a quel capolavoro che è "L'ospite indesiderato-KISEJU" di Hitoshi Iwaaki(in corso di dolorosa e prolungata gestazione da parte dell'italiana Phoenix). La storia ( analizzata fin qui si badi bene, siamo ancora al primo volume) è semplice quanto immediata. Approfittiamo, per limitare l'inevitabile invadenza critica, del riassunto che compare in quarta di copertina: "Ryo Takatsuky è un giovane liceale come tanti. La sua vita viene sconvolta quando scopre che al posto del suo braccio sinistro è stata innestata un'arma letale capace di incredibili trasformazioni. Da quel momento sa di essere diventato un ARMS". Tralasciando la giustificabile enfasi propagandistica si può affermare che queste poche righe assolvono perfettamente alla funzione di introdurci alla storia( e, probabilmente, di privarla di qualsiasi interesse e futuro colpo di scena). Eliminato l'ostacolo narrativo facciamo ora bene attenzione. La somiglianza con i due colossi del fumetto giapponese sopra citati risulta essere, dopo un'analisi più attenta, solo apparente. La differenza sostanziale consiste nella modalità di trattazione della storia. La trama di Arms rimane troppo incentrata su se stessa, in un eccesso di autoreferenzialismo che neanche il sottotitolo ammiccante al misterioso( e leggermente ridicolo per la generazione di Mad Max e Terminator) riesce a mascherare. Si capisce fin da questo primo volume che non verrà detto niente più di quello che servirà alla semplice comprensione dei fatti interessanti. Questa caratteristica potrebbe sembrare, vista alla luce di un'economia della storia che pone tutti gli elementi al servizio di un obiettivo comune, encomiabile, ma toglie respiro, in questo caso, alle vicende narrate. Ogni cosa si muove forzatamente in una sola direzione, l'unica possibile. Manca a quest'opera appunto, il respiro necessario a creare interesse e attesa, quel "contorno" apparentemente autonomo che un Alan Moore sa costruire con tanta ammirabile puntualità. In sostanza si sente la mancanza di un ambiente nel quale muoversi e non solo nel quale veder muovere dagli autori i protagonisti deputati. E' proprio per questa sua teatralità che si sconsiglia la lettura di questo fumetto (media per propria natura molto più vicino al modello cinematografico) oltre che per i disegni, certo di grande scuola ma privi di originalità, e per l'ambientazione che, pur se "classica" per il contesto nipponico, gira all'interno di un clichè abusato e poco convincente. Per obiettività però ci riserviamo una speranza. Tutti i giudizi formulati fin qui, come già detto, sono circoscritti alla lettura del primo volume. Speriamo in un più interessante seguito.