Ancora un lungo addio – Un atto d’amore

DylanDog_Gazzetta31_cover BIGPer la collana “I colori della paura”, che la Bonelli pubblica in collaborazione con la Gazzetta dello Sport, Paola Barbato e Carmine Di Giandomenico si cimentano nella rilettura di una delle storie di Dylan Dog più amate dai lettori: Il lungo addio di Sclavi, Marcheselli e Ambrosini; secondo inedito, dopo La nuova alba dei morti viventi di Roberto Recchioni e Emiliano Mammucari, della collana che ripropone in un nuovo formato le storie già pubblicate su Dylan Dog Color Fest.

Come già per Recchioni e Mammucari, il duo di autori si è trovato ad affrontare un’impresa ad alto “rischio pernacchie”. Il lungo addio è una storia talmente significativa e importante per la memoria collettiva del fandom dylaniano che solo pensare di volervi aggiungere qualcosa di proprio può essere letto come un atto di assoluta incoscienza, degno di Grease 2 (ve lo ricordate? No? Ci sarà un perché).

E invece…

…e invece Paola e Carmine ci restituiscono un fumetto che è un atto di amore e rispetto nei confronti dell’originale, inseriscono la loro storia tra le righe di quella di Sclavi e tutto il “non detto”, che era il motore trainante della poetica de Il lungo addio, viene raccontato ma senza diventare esplicito o banale. Quanto affermato, però, potrebbe far immaginare una pedissequa riproposizione del numero 74 di Dylan Dog, magari condita da qualche astuto stratagemma narrativo. Invece non è così. Paola Barbato riesce a metterci un paio di “zampate d’autore” col pedigree. La prima è il tono generale del racconto che, pur rispettando l’atmosfera rarefatta e sognante del predecessore, risulta più “realistico e carnale” (mi perdonino gli autori ma non riesco a trovare un termine migliore). I tre baci tre tra Dylan e Marina sottolineano la passione e l’ardore adolescenziale del rapporto tra i due, che di fatto sembra essere la cosa più vicina all’Amore con la A maiuscola che l’Indagatore dell’Incubo abbia vissuto in quasi trenta anni di avventure. La seconda è un finale (che sarei crudele a rivelare) degno del miglior Sclavi: uno di quei finali che, quando chiudi l’albo, ti trovi con quel mezzo sorriso un po’ triste e un po’ felice.

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Da parte sua Carmine Di Giandomenico butta il cuore oltre l’ostacolo e coraggiosamente si allontana dalla caratterizzazione grafica di Ambrosini per darci il suo Dylan adolescente, meno mingherlino e più maturo. In generale, la fisicità maggiore portata nel racconto dalla Barbato viene giustamente evidenziata in questa e altre scelte del disegnatore teramano: la scena del pianto di Marina a pagina 17 è carica di quell’emozione che un quarantenne qualunque, tipo il sottoscritto, definirebbe “esagerata” ma che così non è agli occhi di chi ha vent’anni o meno. Ci sarebbe poi da parlare della rigidissima gabbia che Carmine si è imposto, quasi sempre sei vignette quadrate uguali tra di loro e che in poche occasioni esplodono per evidenziare i momenti chiave della storia, ma la verità è che leggere Ancora un lungo addio ci fa ricordare cosa voglia dire avere vent’anni (e per chi vent’anni ce li ha adesso… boh ragazzi non saprei che dirvi. So’ vecchio). Anche Di Giandomenico piazza un colpo da maestro sul finale: due tavole mute (pag 32 e 33) che raccontano meglio di diecimila parole, e l’ultima (pag 34) da brividi. Un consiglio: guardate da vicino l’ultimissima vignetta.

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