Altra animazione: Dililì a Parigi e Ancora un giorno

Sembra quasi incredibile, ma proprio mentre Avengers: Endgame distrugge ogni record precedente d’incassi, nei cinema italiani ci sono altre pellicole in programmazione, ruolo abbastanza ingrato da sostenere anche solo nella lotta per guadagnarsi qualche sala e un posto al sole. Dalla rarità passiamo all’allieamento cosmico registrabile una volta al secolo considerando che nella stessa settimana sono approdati non uno, bensì addirittura due esponenti della dimenticata, ma spesso pregevolissima animazione europea: Dililì a Parigi e Ancora un giorno, entrambi ottimi ed entrambi passati inosservati.

Se c’è un genere cinematografico in cui lo spettatore medio si dimostra prevedibile e pigrissimo, è proprio quello dell’animazione, accostata per automatismo al pubblico più giovane, al familismo e ai tre giganti statunitensi del comparto (Disney/Pixar, Dreamworks e Illumination Entertainment) e a qualche giapponese tacciato di essere l’erede di Hayao Miyazaki (titolo al momento saldamente nelle mani di Makoto Shinkai). Eppure c’è tanto altro, spesso con un contenuto creativo che fa impallidire certo vuoto ripetere della concorrenza più blasonata, come dimostrano i due film di Michel Ocelot e Raúl de la Fuente & Damian Nenow.

Fotogramma di "Diliì a Parigi" di Michel Ocelot.

Pur avendo tematiche agli antipodi, i due titoli hanno due punti in comune: il far di necessità virtù sul fronte tecnico e di conseguire un risultato notevole dal punto di vista qualitativo finale. Per darvi un’idea sommaria (e darvi un consiglio bonus), il metodo d’animazione digitale e lo stile di disegno è lo stesso utilizzato nel bellissimo e italianissimo Gatta Cenerentola che – al netto delle inesauribili canzoni napoletane che interrompevano ogni dieci minuti il fluire fantascientifico (avete letto bene) della storia – era un gran bel film. Difficile dire dove finisca il gusto personale e dove inizi una constatazione oggettiva, ma il metodo utilizzato per animare questi lungometraggi (fondali dal realistico al fotografico e personaggi dal chara estremamente pulito, artificiale e bidimensionale) trovo sia il loro grande limite produttivo. Se nelle scene a campo lungo e di folla può anche funzionare, nei primi piani la palette cromatica così limitata, priva di sfumature e carica di toni saturi azzera le possibilità espressive dei volti e la poesia dei colori. La domanda di difficile soluzione è: con maggiori mezzi a disposizione, in un contesto che rende l’animazione digitale di questo tipo praticamente una scelta obbligata per grandi e piccoli produttori (dato che persino Miyazaki è stato costretto a dire addio al metodo tradizionale e l’ha così tanto accettato da chiudersi alle spalle la porta dello Studio Ghibli o quasi), Ocelot e de la Fuente & Nenow avrebbero comunque scelto questo look per il loro film?

Dililì a Parigi

Poster italiano di "Diliì a Parigi" di Michel Ocelot.Cominciamo da Dililì a Parigi, figlio di uno sceneggiatore e regista decisamente noto e dall’approccio più tradizionale a quello che ci aspettiamo di solito dall’animazione. Basta la presentazione della piccola ragazzina creola Dililì – che lavora come “selvaggia” in un’esibizione parigina salvo poi vivere in una casa altolocata e girare tutta bardata dai suoi inamidati vestitini bianchi – per capire che è tornato l’animatore e regista francese Michel Ocelot, il papà di Kirikù e la strega Karabà. A vent’anni precisi dal quel successo, si può ben dire che Ocelot ci vada di nuovo vicino a quei livelli con questo gioiello, che per magia e atmosfera sarà probabilmente una delle pellicole più autenticamente francesi dell’annata. Dililì ci porta in una indimenticabile passeggiata parigina, in un’atmosfera da après midi a Paris in cui la città delle mille luci calde dei bar rivive nell’epoca che ne ha creato l’immaginario e lo stereotipo globale: la Belle Époque.

Se avete voglia di immergervi nelle atmosfere parigine, o prendete l’aereo o entrate in sala: Dililì e il suo amico fattorino percorreranno gli angoli più suggestivi e iconici della città, a bordo di una bizzarra tricicletta. Di giorno e di notte, a terra o nel cielo, nel dietro le quinte dei teatri e anche nelle zone più malfamate, Dililì sfreccia per la città e accompagna lo spettatore con sé in questo sogno, popolato delle figure più iconiche della Parigi dell’epoca; pittori, scultori, pensatori, artisti, cantanti, scienziati. Ci sono davvero tutti. Tutti coloro che resero grande la città e ne scrissero la storia appaiono nel film e non a caso una notevole fetta di loro a Parigi ci sono arrivati e non nati, in una pellicola che la tocca pianissimo sul tema del razzismo.

Fotogramma di "Diliì a Parigi" di Michel Ocelot.

Non è però un viaggio estetico e un escapismo turistico quello di Ocelot, anzi: è un’avventura per ragazzini in cui il nemico è composto da loschi figuri (i Maestri del Male) che rapiscono le ragazzine in città. Dililì e Orel si metteranno sulle loro tracce, dando una svolta inaspettatamente forte, metaforicamente potente e così turbo femminista da far impallidire qualsiasi tentativo compiuto in questo senso da controparti ben più note e internazionali.

Talvolta Dililì è leziosa e il film un po’ cantilenante, dato che parla agli adulti senza mai dimenticare i bambini. Tuttavia in alcuni passaggi fulminei (come quando una delle bambine perdute nel fuggire non riesce a uscire dal condizionamento subito, a denunciare quanto poco di vuole a entrare nelle logiche del patriarcato e quanto sforzo serve per uscirne) è evidente quando sia sottile e non banale, ancorché nettissimo nel suo messaggio di valorizzazione femminile. Non a caso le eroine al fianco di Dililì sono signore come Sarah Bernhardt e Marie Curie.

Bonus: l’adorabile canzone sui titoli di coda che con la sua franceseria leggiadra è inschiodabile dal cervello.

Ancora un giorno

Poster italiano di "Ancora un giorno" di Raúl de la Fuente e Damian Nenow.Ancora un giorno è se possibile ancor più bello e potente, anche se riservato esclusivamente a un pubblico adulto, data la violenza delle vicende narrate. Raúl de la Fuente e Damian Nenow infatti utilizzano l’animazione con uno taglio quasi documentaristico a cui siamo poco abituati, ma che spesso rende realizzabili importanti film autoriali e di denuncia che non non sarebbero altrimenti producibili per le scarse risorse presenti. Quella narrata qui è una sanguinaria storia di colonialismo e guerra, nel cuore del conflitto dell’Angola per l’indipendenza negli anni ’70 (la cosiddetta Guerra dei Garofani), trasformatosi ben presto in una guerra civile.

Il film però non si limita ad accettare la strada dell’animazione come unica possibile, ma anzi la sfrutta appieno come potente mezzo espressivo ed espressionista per raccontare l’impatto psicologico che esperienze così traumatiche possono avere su chi le racconta come testimone e giornalista.

Da inviato dell’allora comunistissima Polonia, il giornalista Ryszard Kapuściński è il punto di vista e il protagonista di Ancora un giorno, tratto dal suo primo romanzo, che gli donò fama internazionale. Appassionato e integerrimo, il giornalista polacco è considerato uno dei più grandi reporter di guerra del Novecento, forse oggi meno ricordato rispetto ai politicissimi anni ’70. Questo film dal cuore polacco, ma dalla produzione in parte africana gli rende ampiamente giustizia, perché interrompe l’animazione (anzi la integra) con interviste in carne e ossa ai protagonisti animati su schermo. Interviste – tra parentesi – ottimamente girate, con un gusto estetico che niente concede a una certa sciatteria che talvolta fa capolino nel genere documentaristico, ma non deve necessariamente appartenergli.

Fotogramma di "Ancora un giorno" di Raúl de la Fuente e Damian Nenow.

Se questo non bastasse, la resa finale dell’animazione per palette e fluidità è decisamente più raffinata di quella di Ocelot e, date le premesse, quasi sempre notevole. Ci aggiungo pure un parellelo cinematografico di pregio: nella seconda parte del film Kapuściński tenta di raggiungere il sud dell’Angola per incontrare l’ultimo baluardo della resistenza angolana contro l’avanzata dei colonialisti, il primo e più violento fronte, alla ricerca di un portoghese che ha tradito il proprio paese per schierarsi con gli angolani. La ricerca di questa sorta di colonnello Walter E. Kurtz, si trasforma per il protagonista in un viaggio iniziatico tanto quanto quello di Apocalypse Now, in cui dovrà rivalutare la sua scala di valori giornalistica e umana. Dici poco. Ancora un giorno è davvero un gioiello per cinefili e spettatori alla ricerca di cinema forte e impegnato.

Consiglio extra: se volete una serata da dura e pura definitiva ad alto rischio autolesionismo per il livello di PESO cinematografico di altissima qualità raggiunto e con un vago sentore di cineforum d’altri tempi, consiglio una serata dedicata ai reporter di guerra cazzutissimi con questo e il bellissimo e durissimo A Private War, magari da stemperare con la versione cazzara della stessa storia con Tina Fey e Martin Freeman Whiskey Tango Foxtrot. Poi potete ubriacarvi o far partire l’Internazionale, vedete voi.

Fotogramma di "Ancora un giorno" di Raúl de la Fuente e Damian Nenow.

Commenta !

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi