Airboy, una meta-recensione

Quando il buon Maurizio ci ha proposto una recensione di Airboy, il nuovo volume targato saldaPress, non ho saputo resistere. Il fatto è che con James Robinson, scrittore di questa miniserie così insolita, ho una strana storia.

La prima volta che sentii parlare di James Robinson, il mio cervello partorì un’immagine mentale ben precisa:

Indovinate perché…

Ho creduto che Robinson fosse un giovane di colore per diversi anni: probabilmente per tutta la durata del suo capolavoro, quello Starman che fu pubblicato dalla Play Press in volumi smontabili. Fu la diffusione di Internet a risvegliarmi dal mio sonno della Ragione, quando vidi per la prima volta la sua foto e mi accorsi che somigliava più a Richie Cunningham.

Detto questo, scrivere una recensione di una sua opera, qualsiasi fosse, mi sembrava un buon modo per fare ammenda per la mia confusione mentale. Pensavo che avrei potuto dipingere Robinson per quello che le sue opere di maggior pregio sembrano farci pensare di lui: un raffinato scrittore amante della letteratura e dell’antiquariato, una specie di Neil Gaiman hipster.

Anche stavolta mi sbagliavo alla grande, il che dimostra che, in primo luogo, ho guardato troppa TV negli anni ’80 e, in secondo luogo, sono un idiota.

Leggere questo Airboy è stato un po’ come guardare un documentario su una delle tue rockstar preferite, soltanto per scoprire che nella vita è un tizio banale come il vicino di casa. Robinson non passa le sue giornate a sorseggiare tè davanti a un buon libro di letteratura inglese dell’800: è piuttosto un tossico e alcolizzato, che è giunto a un punto della sua carriera di scrittore di fumetti in cui rischia di sparire del tutto.

Quando Eric Stephenson, editor in chief della mai troppo osannata Image, gli propone di scrivere qualche pagina su un eroe Golden Age divenuto di dominio pubblico, Robinson inizia una sorta di trip onirico assieme al disegnatore Greg Hinkle in cerca dell’ispirazione (che evidentemente deve essere nascosta molto a fondo in una bustina di cocaina). Nello svolgersi della loro vacanza nel Paese delle Meraviglie, i due incontrano proprio Airboy e la sua ghenga di assi dell’aviazione.

Ora, leggere il fumetto nell’edizione saldaPress è stato un po’ come bere un bel bicchier d’acqua: scorre giù che è una bellezza, il che è molto più di quanto si possa dire della maggior parte dei fumetti pubblicati oggi. Ma recensirlo? Quello sì che non mi riusciva.

Ho rimuginato questa recensione per settimane, andando al lavoro, lavorando, tornando dal lavoro. Ho rischiato tre volte di lasciare mio figlio a scuola, e per due volte mi si è scotta la pasta, mentre mi si torcevano le budella nella consapevolezza che questa recensione proprio non mi veniva. I facili paragoni con il metafumetto di Animal Man e di John Doe avrebbero solo dimostrato che non avevo un parere originale da dare su Airboy; i riferimenti al film Il ladro di Orchidee me li aveva bruciati Robinson stesso nella prefazione.

È strano come la semplice difficoltà a scrivere un pezzo di critica su un fumetto possa portarti a mettere in discussione un sacco di cose. A che pro sforzarmi di scrivere questa recensione? D’accordo, me l’ha chiesto Maurizio; tra l’altro per scriverla io l’ho tolta ad altri che, magari, chissà, avrebbero da dire cose più intelligenti. E poi, insomma: perché la recensione dovrebbe essere intelligente? Chi la leggerà mai? Airboy non è certo quel tipo di fumetto che smuove le masse: che io dica che è un capolavoro, o una ciofeca, venderà quel tanto che basta per (spero) non mandare la saldaPress in perdita.

E perché non scrivere una cosa semplice e generica, come la stragrande maggioranza delle recensioni online? Vi confesserò il segreto: tutta quella roba è lì soltanto perché, su Internet, bastano due giorni senza aggiornamenti perché il tuo sito sia dato per morto e sparisca dai preferiti di chiunque. Piuttosto che morire, preferiamo tutti scrivere quattro parole di circostanza per dire che siamo ancora qui, cliccateci.

Pure se non ci guadagniamo niente, cliccateci.

E pure se non ci cliccate: fanculo, io scrivo su una testata online di critica. Ho anch’io la mia fetta di visibilità.

Bah, la verità è che avrei voluto scriverli, i fumetti, come Robinson, ma non mi ci sono mai messo. Ho passato troppo tempo a cazzeggiare, nella mia vita: è un miracolo che sia riuscito ad arrivare dove sono, figurarsi se mi sarei mai sottoposto a tutto quello sbattimento. Avrei amato anche pubblicarli, come il buon Ciccarelli, ma è infinitamente più facile, più comodo, e assolutamente meno rischioso parlarne bene o male comodamente seduto nel salotto di casa e nascosto dietro a una tastiera.

Se siete arrivati fin qui, arriverete anche alla fine di Airboy; scoprirete che James Robinson non è nero e non sorseggia tè. Forse vi verrà voglia di recensirlo, e forse ci riuscirete meglio di quanto abbia fatto io. Ma lasciate che vi dica una cosa: se non avessi letto Airboy, adesso sarei un po’ meno consapevole del perché scrivo su Dimensione Fumetto; e se la consapevolezza di sé rende le persone migliori, beh, allora Airboy mi ha reso una persona migliore.

Poteva andarmi peggio, no?

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Francesco Pone

Francesco Pone legge fumetti da troppo tempo. La sua principale occupazione è tentare di far servire a qualcosa la sua laurea in filosofia.

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