Monthly Archives: Agosto 2019

The Magic Order: Millar e Netflix, un’unione ben riuscita!

Netflix arriva nel mondo dell’editoria a fumetti e lo fa in grande stile usando la penna di Mark Millar e le matite di Olivier Coipel: ecco a voi l’organizzazione segreta The Magic Order, nata per proteggere l’umanità.

Quando mesi fa ho letto dell’uscita di questo fumetto in America, la mia attenzione è stata subito catalizzata non dal nome dell’editore o dalla mossa commerciale che lo stesso stava mettendo in atto: che Netflix investisse in un campo come il fumetto, ormai noto come prolifico e in perfetta sintonia con film e telefilm, è una notizia che di certo non avrà fatto sobbalzare nessuno dalla sedia. Quello che invece mi ha colpito è il nome del suo ideatore, Mark Millar, uno sceneggiatore noto a molti. Kick Ass e Kingsman sono solo alcuni dei live tratti dalle sue opere originali, e non dimentichiamo Civil War che saccheggia apertamente un arco narrativo scritto dallo stesso molti anni fa per Avengers.

Dal mio canto, la sua bravura l’ha fatto presto piazzare nell’Olimpo dei miei autori preferiti, e quelli che molti giudicano aspetti negativi tipici delle sue produzioni, sono per me invece caratteristiche per cui stimo l’autore e le sue opere. La sua capacità di narrare in modo spigliato, fresco e diretto, la giusta dose di colpi di scena e la sapiente scelta dei disegnatori dai quali farsi rappresentare, sono per me ottime qualità che rendono le sue opere scorrevoli, efficaci e di puro intrattenimento, toccando sempre dei temi interessanti e mai banali.

In The Magic Order Millar riprende un filone ormai depredato da molti, quello della magia, e riesce a tirarne fuori una storia appassionante e intricata, sicuramente scritta per divenire un ottimo prodotto crossmediale, che svolge il suo compito, riuscendo a catturare il lettore con l’utilizzo di dialoghi diretti, efficaci e snelli.

Il tutto, come già detto, affiancato dal tratto elegante e caratterizzante di Coipel che riesce a rendere i personaggi accattivanti e realistici. Lo studio stesso delle tavole non è particolarmente ricercato e complesso, ma ha una forte impronta cinematografica, e l’uso da parte di Dave Stewart di una palette di colori desaturati valorizza ed esalta il tratto del disegnatore.

The Magic Order è una saga famigliare, tema tanto caro al suo autore (ricordate Empress?), e protagoniste sono cinque famiglie di maghi che sono state scelte come pilastri protettivi a vegliare sull’umanità. Un nemico implacabile però li sta uccidendo uno a uno e la caccia all’assassino è aperta!

La prima opera crossmediale nata dall’annessione della Millarworld a Netflix è senza dubbio un volume vincente, che centra il segno e riesce ad appassionare il lettore.

Ora vediamo come sarà la serie che è già in preparazione.


Mark Millar, Olivier Coipel
The Magic Order
Panini Comics, maggio 2019
colore, cartonato, pp. 176, cm 17×26, € 19,00

my two cents #04 – Evil Dead 2, Robocop – Vivo o Morto

Evil Dead 2 – Grazie alla Weird comics, abbiamo finalmente l’opportunità di leggere in Italia la trasposizione a fumetti delle avventure di Ash William edite negli USA dalla Space Goat Publishing. Ambientato alla fine della seconda pellicola cinematografica, vediamo il nostro impegnato in una lotta senza fine… direttamente all’inferno!

Graficamente siamo su buoni livelli, con una trasposizione discreta dei character. La narrazione tuttavia risente della scarsa foliazione del volume risultando particolarmente veloce e poco approfondita. Considerando però che questo è solo il primo volume di una serie, possiamo ben sperare nei prossimi.

Un po’ alto il prezzo di copertina rispetto gli standard. Dopo la conclusione della serie tv Ash vs Evil Dead, per tutti i fan di Sam Raimi questo fumetto non può che essere una piacevole sorpresa.

Frank Hannah, Barnabay Bagenda, Oscar Bazulda
Evil Dead 2
Weird Comics, Gennaio 2018, 100 pp. a colori, brossurato
€ 19.90


Robocop – Vivo o morto – Dopo la pubblicazione dei volumi componenti la serie regolare scritta da Frank Miller, Robocop torna grazie alla SaldaPress che propone per il pubblico italiano la più recente trasposizione a fumetti del poliziotto di Detroit.

La storia, collocata fra il primo e il secondo film, è di notevole impatto e particolarmente vicina alla recente attualità: l’OCP vuole vietare l’uso delle armi per la sicurezza dei cittadini… sarà solo questo il suo obiettivo oppure c’è altro sotto?

Notevole il comparto grafico caratterizzato da un tratto nervoso che ben si sposa con la caratterizzazione dei personaggi. La composizione delle tavole ha tuttavia una resa fin troppo lineare che sicuramente rende fluida la lettura, a discapito però della dinamicità generale. Da fan di Robocop, non posso che consigliarne la lettura.

Joshua Williamson, Carlos Magno
RoboCop – Vivo o morto vol. 1
SaldaPress, Gennaio 2019, 168 pp. a colori, cartonato
€ 24.90

Wednesday Warriors #41 – House and Power of X

Gufu’s Version

HOUSE OF X #1 di Jonathan Hickman e Pepe Larraz

C’è una curiosa coincidenza che accomuna il concetto di “mutazione” al destino editoriale degli X-Men: se l’evoluzione procede normalmente in maniera graduale e quasi impercettibile succede a volte di essere testimoni di balzi evolutivi improvvisi, delle mutazioni appunto [questa semplificazione produrrà suicidi di massa tra biologi , antropologi e simili. Perdonatemi se potete] che determinano un nuovo status quo. Alla stessa maniera sembra procedere il destino editoriale dei mutanti Marvel, per strappi e nel segno della discontinuità: tutti i momenti storici delle serie mutanti sono caratterizzati da cambiamenti tanto radicali quanto improvvisi.

Con Giant Size X-Men #1, Len Wein e Dave Cockrum stravolsero quanto fatto da Lee&Kirby cambiandone quasi totalmente il roster dei personaggi e permettendo l’inizio della cosiddetta “Era Claremont” alla quale ha fatto seguito la turbolenta era degli “autori Image” per poi perdere di incisività e smalto negli anni successivi. New X-Men di Morrison e Quitely segnò un’altra determinante svolta, capace di imporre una nuova direzione al parco personaggi, imponendosi come termine di paragone per il lavoro di chiunque si sia poi confrontato con Ciclope e soci.

Negli ultimi anni gli X-Men si erano persi in un susseguirsi di rilanci blandi stretti tra esigenze di marketing e oscure questioni di diritti cinematografici ma soprattutto privati di uno scopo editoriale, della propria ragion d’essere: se gli X-Men nascono come una metafora della diversità, senza limitarsi ad esserne la rappresentazione diretta, il crescente numero di personaggi appartenenti a minoranze ha prodotto un naturale svuotamento nel loro scopo principale.

Serviva quindi un altro balzo evolutivo, un altro strattone vigoroso allo status quo: ci ha pensato Jonathan Hickman con questo primo numero di House of X.

Hickman e Larraz ridefiniscono i mutanti Marvel con un’operazione di sofisticata e complessa rilettura dei topoi della serie a partire dal primissimo e iconico “a me, miei X-Men” pronunciato da Xavier a pagina 2: un momento tanto classico quanto innovativo nel suo essere declinato in un contesto di indefinibilità che rende il momento più inquietante che eroico, più misterioso che epico.

Questo primo capitolo di quello che si prospetta come un lungo percorso è un poderoso lavoro di world-building che mette in campo diversi fattori: dalla lettura politica a quella sociale, dall’impatto scientifico a quello culturale.

Si tratta di un lavoro impegnativo che gli autori decidono di non affrettare, non ci si preoccupa di dare il “contentino di intrattenimento” al lettore preferendo procedere con un ritmo più compassato creando più aspettative che risoluzioni: vengono aperti conflitti – come con i Fantastici 4 – senza chiuderli in maniera definitiva, rimandando tutto a un progetto più ampio.

Un lavoro imponente che viene integrato da inserti testuali, estratti da dossier segreti, schede tecniche, mappe, rapporti ufficiali e altri contenuti che contribuiscono alla realizzazione di una struttura sulla quale costruire il futuro delle testate X.

Hickman riprende da Morrison l’idea che i mutanti siano un popolo ancor prima che una razza: un popolo con una propria dimensione culturale, politica e sociale. In questo senso la nascita di una Nazione Mutante, pur non essendo un’idea che brilli per originalità, acquisisce una dimensione totalmente nuova: i mutanti si impongono al mondo come un soggetto unitario e fortemente identitario. Sanno di essere il futuro del mondo, la naturale evoluzione dell’Homo Sapiens ma (al momento?) accettano di coesistere con esso restandone però ben distinti; si tradisce così l’ideale di integrazione di Charles Xavier in favore di una pacifica (?) coesistenza.

Un’operazione di questo tipo, la ridefinizione di un mondo e di un universo narrativo che rimetta al suo centro gli X-Men, non potrebbe mai funzionare in assenza di un’efficace opera di visualizzazione delle idee messe in campo da Hickman: Pepe Larraz si dimostra di essere più che all’altezza del compito dando forma alla complessa sceneggiatura (che può essere letta nella Director’s Cut dell’albo) e ai personaggi coinvolti: il disegnatore spagnolo si affranca dalla sua condizione di “clone di Stuart Immonen” per evolvere il proprio discorso artistico attingendo a piene mani dal  lavoro di alcuni maestri giapponesi come Ryoichi Ikegami, Yokinobu Hoshino e l’immancabile Katsuhiro Otomo affermandosi come un interprete di primo piano della Sci-Fi supereroistica. Nonostante il lavoro ai colori di Marte Gracia sia narrativamente notevole si prova un po’ di dispiacere osservando come le tavole in bianco e nero (presenti anche queste nella director’s cut) siano più ricche di tratteggi e retini che vengono parzialmente coperti dal colore facendo perdere profondità al disegno.

Questo House of X riesce nel compito di rimettere gli X-Men al centro dell’universo Marvel e genera un’aspettativa (giustificata e non figlia di abili operazioni di marketing) che da tanto mancava intorno a questi personaggi.

Bam’s Version

POWERS OF X #1 di Jonathan Hickman e R.B. Silva.

La storia dell’uomo è scandita dall’incessante scorrere del tempo e lo stesso vale per la storia dell’homo superior. Uomini e mutanti: sin dalla nascita degli X-Men di Stan Lee e Jack Kirby questo conflitto ha saputo mettere in evidenza le storture della società, il disprezzo e la paura per il diverso, il coraggio di chi difende il mondo per salvare “chi odia e chi teme”. Il Professor Charles Xavier, seguendo le direttive dello scrittore Chris Claremont, cominciò a tramutarsi in una figura più vicina a quella di Martin Luther King Jr., sognando il giorno della piena integrazione tra l’umanità e la razza mutante. Un mondo unito, capace di accettare e di accettarsi – un’idea che tutt’oggi, guardandosi intorno, risulta davvero difficile realizzare.
Dalla creazione degli X-Men nel 1963 sono passati 56 anni. Il sogno di Charles Xavier è diventato un cliché, un mattoncino fondamentale nella costruzione di cinquantasei anni di storie, una frase che ha segnato intere operazioni editoriali, rilanci e retcon.

L’arrivo di Jonathan Hickman e della sua operazione di riassetto degli X-Men porta con sé la possibilità che il sogno smetta di esistere. Ma non per l’ennesimo atto terroristico di Magneto, tantomeno per l’abusato ritorno di Apocalisse. Se con House Of X i semi di Krakoa hanno permesso al sogno di germogliare, Jonathan Hickman e R.B. Silva in Powers Of X mostrano i frutti del sogno di Xavier – la realtà di una nuova Marvel mutante. In un gioco di specchi, similmente ad House Of X #1 anche Powers Of X #1 si apre con quattro semplici vignette. Quattro primi piani che separano in maniera netta le linee temporali della serie, finestre nella continuity Hickmaniana che osservano l’Anno Uno, l’Anno Dieci, l’Anno Cento e l’Anno Mille della razza mutante. Sotto le Potenze di X si nasconde un corposo intreccio di trama che cambia radicalmente la prospettiva e, come visto sulla gemella House Of X, capovolge lo scenario degli X-Men con un netto colpo di spugna.

Hickman e Silva partono dall’Anno Uno, o X⁰ – dove X sta per 10. Un circo ambulante accoglie Charles Xavier, sorridente in quello che sembra un contesto famigliare. Viene da chiedersi se Xavier sia lì dopo aver percepito l’avvento di un nuovo mutante. Il telepate viene raggiunto da una giovane Moira McTaggart. E’ il loro primo incontro e Moira rivela a Xavier di aver fatto visita ad un cartomante pochi attimi prima. Le carte hanno mostrato il futuro, rivelandole un Mago, in bilico tra due mondi; una Torre, simbolo di morte e rinascita, avvicinamento al cielo; e infine il Diavolo, dio di una religione perduta. Il lettore attento riconosce d’istinto alcuni volti nei tarocchi – sono quelli dei mutanti presenti nelle anteprime, la ragazza che sembra unire i poteri di Colosso e Magik, il giovane elfo rosso così simile a Nightcrawler. Xavier non si lascia turbare: rivela alla donna di aver appena sognato un mondo migliore ed il suo posto nel mondo. La risposta di Moira turba il telepate: “Non è un sogno se è reale”. A queste parole segue la pagina più importante della storia degli X-Men…e il primo salto nel tempo.

X¹, Anno Dieci – questa volta, Hickman si riallaccia agli eventi appena letti in House Of X. Il lettore inizia ad avere una prova tangibile della timeline delle serie. Mystica ritorna a Krakoa: la refurtiva è al sicuro, Magneto la accoglie alla Casa di M. La natura egoista della mutaforma sembra emergere anche nell’utopia ma Xavier, insieme a Magneto, redarguisce Mystica dal ricadere nelle vecchie abitudini, invitandola a riflettere sui sacrifici necessari alla nascita di un “un nuovo e migliore mondo mutante”. La scrittura di Hickman riflette in Xavier il Creatore, l’Ultimate Reed Richards. Krakoa, così bella e maestosa, inizia a nascondere qualcosa.

“Avevamo un sogno. Un sogno comune a tutti noi. Mentre dormivate, il mondo è cambiato.”
Parole familiari accolgono il lettore nella terza linea temporale, X², l’Anno Cento. L’annuncio di Charles Xavier al mondo riecheggia nelle ultime parole di un giovane mutante, schiacciato dalle minacce di soldati e inquietanti Sentinelle dal futuro. Dialoghi cinici, violenza incontrollata e un’ambientazione post-apocalittica si impossessano di Powers Of X: questo futuro sembra aver voltato le spalle ai mutanti. Il mondo è caduto sotto la Supremazia Uomo-Macchina. Tre giovani mutanti, Rasputin, Cylobel e Cardinal cercano di respingere l’assalto di macchine di morte anti-mutanti utilizzando i loro poteri e i semi di Krakoa rimasti. R.B. Silva è coccolato dalle linee morbidissime di Adriano Di Benedetto, che ne esalta l’estrema dinamicità senza appesantire le chine, i colori di Marte Gracia ne esaltano l’esplosività del tratto: Powers Of X mostra i muscoli, accennando i primi momenti di pura azione dell’albo. I design sono accattivanti e i primi accenni di personalità permettono al lettore un primo, impattante imprinting con i nuovi personaggi – che saranno chiave nello sviluppo di questa linea temporale, fondamentale per l’intera serie.


Hickman ha concesso poco se non alcun contesto: la prima parte dell’albo è dedicata all’arricchimento dei concetti espressi in House Of X e gioca di rimandi e connessione di semplici azioni e reazioni. Con il debutto della linea temporale X² Powers Of X costruisce nuovi elementi, balza avanti nel futuro e mostra al mondo il futuro della razza mutante – un futuro costruito sullo scheletro degli eventi di House Of X. Hickman torna ad avvalersi di estratti scritti e file, documenti atti a riempire i buchi di trama e punti fumosi: queste piccole sacche di esposizione non rallentano la lettura. Risulta invece piuttosto utile avere un momento di respiro e cercare chiarezza dopo un inizio burrascoso e piuttosto disorientante. Il lettore ha la possibilità di prendere dimestichezza con la nuova concezione di Mutanti Omega, con le generazioni di Chimere e lo sviluppo del conflitto centrale tra Uomo, Macchina e Mutante. Hickman e Silva fanno dell’Anno Cento degli X-Men il loro momento più basso, ma narrativamente parlando ci troviamo di fronte alla linea temporale finora più densa e corposa.
L’ibridità culturale e ideologica diventa genetica e il conflitto che deriva da questa molteplicità diventa essenziale per la narrativa di Powers Of X. Come accennato in precedenza, Hickman imprime alla guerra tra uomini e macchine contro i mutanti una certa fluidità: lo scrittore tiene a sottolineare quanto le fazioni si siano contaminate nel corso degli anni, creando abominazioni e storture che superano il semplice concetto di “X-Men” e “Sentinelle”.
Silva, emulo di Immonen come Larraz, ne incarna lo spirito più giovane, caricaturale e movimentato, quello dei primi anni su Ultimate Spider-Man e Nextwave, meno rombante e solenne dell’Immonen di All-New X-Men e Star Wars. La leggerezza di Silva permette di trovare momenti di humor in Powers Of X che lasciano un sapore agrodolce e paradossale – tocca infatti a quello che appare come il villain principale della serie stemperare la tensione, mentre viene ultimato il piano definitivo atto ad eliminare una volta per tutte la razza mutante. Di Jonathan Hickman si sono sempre ammirate le doti di narratore a lungo termine, ma niente nella sua carriera è ambizioso come il progetto House Of X / Powers Of X. Superati i canoni del suo rinomato world-building, Hickman fonde la geo-politica di East Of West, il thriller arcano-finanziario Black Monday Murders così come gli exploit supereroistici, il viaggio ai confini del Multiverso in Avengers e New Avengers e la danza mortale tra Richards e Destino in Fantastic Four.

Powers Of X trascende il talento di Hickman nel world-building, ampiamente confermato e glorificato dalle prime, incredibili cinquanta pagine di House Of X. Hickman si impadronisce di una nuova arte narrativa, il time-building, che supera il concetto spaziale per estendersi tra passato, presente e futuro. Hickman non ha alcuna voglia di correre, ma nemmeno di perdersi in chiacchiere. Supportato da artisti uniti da una visione unica, lo scrittore cura con dovizia radici cresciute nel sottosuolo mutante, con tronchi, rami, fiori e foglie che sbocciano a distanza di millenni, con ritmi perfettamente scanditi, misteri della natura da svelare e il sogno di un uomo, diventato realtà, che si espande nel corso degli anni. La costruzione di una linea temporale pretende chiarezza e, con altri dieci numeri ad attendere il lettore, il nuovo corso editoriale mutante si prepara a compiere il salto definitivo verso la nuova era-X.

Quello di Jonathan Hickman è un progetto a lunga gittata, impossibile da decifrare dopo solo un centinaio di pagine. Fuori dallo schema tradizionale, gli Uomini-X di Jonathan Hickman si sono elevati ad una nuova posizione di potere: il principio di autodeterminazione mutante, la creazione di un linguaggio e di una cultura mutante, così come l’ultimatum legato a Krakoa richiamano l’energia distruttiva dei mutanti Morrisoniani, l’audacia storica ed editoriale volta a riproporre gli X-Men al centro della scena Marvel. Presa coscienza dell’estinzione della razza umana e della definitiva ascesa dei mutanti, il lettore ha percepito perfettamente il netto cambiamento di direzione. Fuori dalle meccaniche di sopravvivenza e dentro la narrativa “dominante”, Magneto aveva chiuso House Of X in maniera blasfema, minacciando gli ambasciatori umani, mettendoli in guardia dai “nuovi dei” nati dal sogno di Xavier. Cento, mille anni nel futuro, gli dei mutanti sembrano essere caduti di fronte al binomio macchina / uomo.

Deus, homo, machina.
Superior, sapiens, technologicus.
Jonathan Hickman sta per raccontare la storia dell’umanità – tocca al lettore continuare ad ascoltare.

First Issue

HOUSE OF X #1
Con House of X non inizia una nuova serie degli X-Men, inizia una nuova era la cui gestione si preannuncia visionaria e temeraria, inserita nella mitologia di questi amatissimi personaggi – ormai pronti anche per un rilancio cinematografico dopo l’acquisizione della Fox da parte della Disney – che per decenni sono stati la punta di diamante della Casa delle Idee e troppi anni hanno vissuto in un purgatorio narrativo sconfortante.
Ma questo è anche un nuovo passo nella personale mitologia di un autore rigoroso, maniacale, che non accetta compromessi per le sue idee e che al contrario ha il carisma adatto per portare novità e nuova linfa nell’universo mutante, legandolo a doppio filo all’intero universo della Casa Idee.
Hickman è tornato, ma a giudicare da questo esordio, non se n’è mai andato: ha preso solo un po’ di fiato, per poi continuare a raccontare la propria personale storia degli eroi di casa Marvel.
C’è una nuova parola nel lessico umano: Krakoa.
LEGGI LA RECENSIONE COMPLETA QUI

POWER OF X #1
Anche questo secondo capitolo dell’epopea mutante di Jonathan Hickman conferma l’ambizione di questo rilancio degli X-Men, dopo tanto tempo. Allo stesso tempo, la lettura di Powers of X per certi aspetti ribalta e rimette in discussione alcune certezze che potevano derivare dalla lettura di House of X #1. Anche in ciò la Marvel e Hickman erano stati chiari fin dall’inizio, solleticando le aspettative degli appassionati.
Fortunato chi vive in tempi di fumetti mutanti interessanti.
LEGGI LA RECENSIONE COMPLETA QUI

Anime Factory e Capitan Harlock… per le future generazioni!

Cofanetto Anime Factory, Capitan Harlock, serie classica

L’Anime Factory continua a riproporre le serie più amate da noi nerd leggermente stagionati, quelle serie che le nuove generazioni hanno l’assoluto bisogno di conoscere: come la mia preferita, la serie classica di Capitan Harlock!

Dopo il già disponibile film L’Arcadia della mia giovinezza e il cofanetto della serie Capitan Harlock – SSX, in perfetta storyline arriva anche il cofanetto della serie classica, quella della Mazoniane, la prima in realtà che vede il nostro Capitano apparire per la prima volta sugli schermi.

Trama: Siamo in un indecifrato futuro passato, anno 2977, una voce racconta di come la popolazione terrestre sia vittima della manipolazione mentale dei governi che trasmettono via tv messaggi subliminali che rendono le persone tranquille, serene e soddisfatte, annullando le proteste, le contestazioni, e di fatto, il pensiero libero. Poche sono le voci fuori dal coro, di coloro che, passando la vita a studiare e impegnarsi, sono ancora in grado di leggere gli eventi del presente e cercano attivamente di cambiare il destino dell’umanità.

Capitan Harlock, anime, serie classica

Tra loro Capitan Harlock, il pirata spaziale che si oppone al monopolio totale del governo mondiale, l’unico che ama incondizionatamente la Terra e farà di tutto per salvarla dal suo destino. E il destino si manifesta in una gigantesca sfera che precipita su Tokyo, un monito, l’avvertimento che un popolo extraterrestre sta arrivando per reclamare il pianeta, che per gli umani non ci sarà un futuro. Eccole, le donne che bruciano come carta, le Mazoniane sono già in mezzo a noi. Ma perché vogliono proprio la Terra?

Matsumoto's Universe - Capitan Harlock
Una carrellata degli iconici personaggi nati dalla fantasia di Leiji Matsumoto e che animano un universo senza relazioni di spazio-tempo. Che fascino…

Il cofanetto con i suoi sette DVD arriva a raccontare la parabola di questa saga appassionante, che vedrà scontrarsi Harlock e la Regina Raflesia in una lotta senza quartiere, e regala agli appassionati il finale di una storia che nella sua versione cartacea non c’è. Il fumetto di Leiji Matsumoto, papà e creatore di tutto l’universo che ruota intorno ad Harlock e agli altri iconici personaggi, da cui è tratta questa versione anime, come in molti sanno, non porta a conclusione lo scontro tra il pirata e la Mazoniana, che da acerrimi nemici si trasformano nel corso degli episodi in qualcosa di diverso. Invece la serie animata ci mostra come si concluderà lo scontro, e stringerà i nodi delle tante affascinanti tematiche che costituiscono questo capolavoro nipponico.

L’edizione Anime Factory vanta un impianto grafico di altissima qualità, che mantiene il font originale e presenta tutti i personaggi sulle copertine dei diversi disc. All’interno un elegante booklet riassume e presenta tutti gli episodi con i rispettivi titoli, e include gli studi preparatori in bianco e nero su personaggi e attrezzature tecnologiche, come l’Arcadia stessa e i vari velivoli, utilizzati da Harlock e dalle Mazoniane, per concludere con la riproduzione di alcuni fondali a colori. Particolarmente belli questi ultimi, tanto quanto i disegni delle strumentazioni interne alle sale di pilotaggio, elemento fondante e caratterizzante di tutta l’arte di Matsumoto, il simbolo del suo anelito allo spazio, al futuro, alla libertà.


Capitan Harlock – Serie Classica
Produttore: Toei Animation – Soggetto: Leiji Matsumoto – Regia: Rintaro, 1978
Edizione Anime Factory e Yamato Video (Rimasterizzata)
Serie completa in sette DVD, 42 episodi
Durata: 1050 minuti
Formato a doppio strato
Audio: Dolby Digital
Lingue: italiano 1.0 e giapponese 1.0
Sottotitoli: italiano (fedeli all’originale) Extra: sigle originali senza crediti e Booklet

Di Netflix e I Cavalieri dello Zodiaco, parliamone un po’

Una delle frasi che capita di sentire spesso, quando si parla di Saint Seiya e Toei Animation è: «ma sì, dai, si lascia guardare; alla fine pensavo peggio». È un pensiero che accompagna molti di noi sin dal 2006, quando un Rhadamanthys senza piedi girovagava per il Meikai, e che molto probabilmente troverete inciso sulla mia lapide: Qui riposa Aeris, è morta pensando che poteva andare peggio.

Questa frase, da sola, inquadra molto bene quello che è lo spirito di molti fan della serie, oggi: c’è stanchezza, ambizione alla mediocrità e alla speranza di riuscire almeno ad accontentarsi. Spiega inoltre come mai la serie Netflix sia passata praticamente inosservata anche dallo stesso fandom: l’abbiamo già dimenticata, è finita all’istante nel dimenticatoio insieme a Soul of Gold, Saintia Sho e Legend of Sanctuary, del tipo che se ne parlava di più quando doveva ancora uscire.

Ma le mie parole sono quelle di una che parla di Saint Seiya da quasi trent’anni, e Knights of the Zodiac di Netflix non è una serie realizzata per i fan storici, e non è nemmeno pensata per un pubblico nostalgico. Il suo target di riferimento è chiaro: una produzione nippo-americana per una platea occidentale, dove con “occidentale” si sottintende Nord America.

Questa consapevolezza, unita a una certa rassegnazione che ormai mi fa compagnia dal 2006, mi ha aiutata parecchio nel non prendermela; è la ragione per cui durante lo streaming non ho urlato e gridato al tradimento dell’originale e dell’infanzia come tanti altri.
La domanda giusta quindi dovrebbe essere: Knights of the Zodiac può piacere a dei bambini? È una domanda alla quale chiaramente io non posso rispondere, tutti i miei nipotini sono già stati educati alla serie storica, ma se avete dei figli ancora incontaminati magari chiedeteglielo e fatemi sapere.

Quello che posso fare, nel frattempo, è fornirvi un piccolo, ma lungo elenco dei motivi che mi hanno fatto alzare gli occhi al cielo, con una premessa fondamentale: questa prima stagione in realtà è composta da dodici episodi, se al momento ne abbiamo visti solamente sei è perché Netflix ha deciso di rilasciarla in due ondate. Il mio personalissimo giudizio su questa prima parte non cambierà, ma è inutile negare che esiste un possibile margine di miglioramento, così come il contrario, una volta che saranno rilasciati i restanti sei episodi dedicati ai Cavalieri d’Argento.

Voglio ma non posso, il target

Per capire il perché di questa operazione bisogna tornare indietro al 2003, anno in cui Saint Seiya finì per la prima volta sulle televisioni nordamericane. Il primo doppiaggio del paese è celebre per essere uno spasso: sangue blu, tagli, colonna sonora modificata, sceneggiatura che a definirla rivisitata sarebbe farle un complimento e personaggi dalla parlata esilarante; in tal senso Hyoga (Cristal) e la sua cadenza da surfista californiano sono passati alla storia. La trasmissione, inutile dirlo, ebbe talmente tanto successo che fu interrotta dopo poco più di trenta episodi, nemmeno il tempo di arrivare ai Cavalieri d’Oro, tanto per capirci. Non andò meglio neppure con un secondo doppiaggio più fedele direttamente per l’home video, e ancora oggi non esiste una versione completa e doppiata dell’anime storico, in Nord America. Questa indifferenza, per la Toei Animation, con gli anni si è trasformata in una sorta di strana ossessione da sfondamento, e Knights of the Zodiac ne è il risultato.

L’opera originale è stata quindi presa e modificata per andare incontro ai gusti di un giovane e generalista pubblico americano che, di Saint Seiya, non sa niente o quasi. Non stupisce quindi la presenza di Eugene Son in qualità di story editor, così come non dovrebbero stupire la semplificazione di diversi eventi del manga classico, la massiccia presenza di militari e l’avvicinamento al genere super-eroistico.

È dura da digerire e da ammettere, lo so, ma fin qui non ci sarebbe neppure niente di male. Le critiche che parlano di poco rispetto verso l’opera di Masami Kurumada hanno poco senso, se ci si concentra per un momento sul fatto che ci troviamo di fronte a una serie che parte con la precisa idea di declinare l’opera per un pubblico mainstream con gusti ed esigenze diversi.

Certo, c’è il dispiacere nel sentirsi completamente fuori target verso qualcosa che ami o che semplicemente ricordi con affetto, così come il rimpianto nel vedere qualcosa di intimamente giapponese svuotato da quella che era la sua essenza (una storia di amicizia e formazione personale che si fa strada a suon di mazzate, sacrifici e confronti), ma ripetiamolo prendendo un respiro profondo: fin qui niente di male.

Il problema nasce nel momento preciso in cui ti accorgi che questi primi sei episodi non hanno il coraggio di andare in questa direzione fino in fondo, dando il via ad una chiara operazione nostalgica allo stesso tempo: vengono quindi richiamati o ripescati doppiatori già legati a Saint Seiya  più o meno in tutto il mondo, a cominciare dal Giappone, passando per Italia, Francia, Messico, Brasile.

Il progetto, insomma, inizia a perdere di coerenza alle fondamenta, e la sensazione di operazione nostalgica diventa certezza non appena si realizza che la serie mantiene la stessa identica struttura del manga originale. Non aiuta nemmeno il chara in 3D, a dirla tutta, studiato e costruito a tavolino sui Myth Cloth, il più importante prodotto di merchandise legato a Saint Seiya, prodotto da Bandai e dedicato ai collezionisti adulti.

Paradossalmente, forse avrei preferito un cartone carino, scorrevole e semplice, da guardare sorridendo con tenerezza, anziché una serie che tenta in tutti i modi di ignorarmi, ma che allo stesso tempo vuole usarmi a mo’ di paracadute per vendermi qualcosa. Il risultato è un prodotto nebuloso e incerto, incoerente persino nella sua stessa genesi, che corre il rischio di non rimanere nella memoria di alcun ragazzino e che, dall’altra parte, farà solamente incazzare i fan storici.

Infinite cose da fare e così poco tempo

Questi sei episodi coprono il primo arco narrativo della serie, quello delle Galaxian Wars, dei Black Saint e di Ikki di Phoenix, il primo villain dell’opera. È una fase che tende a essere snobbata anche dagli stessi fan, a dirla tutta, e in genere non resta scolpita nell’immaginario collettivo per un’infinità di validissime ragioni. Nonostante tutto, rimane un arco tremendamente importante perché pone le basi dell’intera serie: non solo ci vengono presentati i cinque protagonisti; li vediamo scontrarsi, avvicinarsi, comprendersi, sacrificarsi ed unirsi. Senza questa fase, insomma, crolla l’intera coralità di Saint Seiya, e quindi la sua stessa identità.

Il manga originale sviluppava tutto questo in quattro volumi e mezzo, serializzati su Shonen Jump per trentotto capitoli nell’arco di circa dieci mesi; l’anime storico, pur con qualche variazione rispetto al fumetto, ci impiegava quindici episodi. Netflix, se si tolgono i tempi di opening ed ending, lo fa in meno di due ore. Aspettate che lo metto in grassetto: meno di due ore.

Sembrerà strano, ma nonostante il grassetto non è il minutaggio fine a se stesso il problema principale di questa prima parte. In un mondo dove la serialità è cambiata e dove le maratone televisive sono all’ordine del giorno, sei episodi sono tutto sommato un numero sensato, se si operano dei precisi e sensati cambiamenti strutturali; cambiamenti che, però, qui non ci sono stati.

Certo, la produzione si preoccupa un sacco di trasformare la serie sul piano visivo e di edulcorare, per non dire eliminare, tutti quei temi che nel 2019 potrebbero risultare a dir poco controversi, ma non si preoccupa minimanete di ritmo e storytelling.

Knights of the Zodiac vuole raccontare la stessa identica storia del manga classico, ma vuole farlo in sei episodi anziché quindici, dimenticandosi che la regola più importante, quando si opera una trasposizione, non è fare i riassunti dei capitoli per poi cucirli tra loro, ma è quella di smontare e rielaborare il materiale nella sua totalità, usando una narrazione o addirittura eventi diversi per arrivare al medesimo obiettivo, in questo caso l’unione del gruppo.

Il risultato è che non c’è armonia nella gestione degli eventi, così come viene a mancare completamente la sinergia e la complicità tra i protagonisti; anche perché nella fretta di riproporre gli eventi che conosciamo a mo’ di compitino, si elimina completamente il trascorso tra i personaggi. A differenza delle versioni originali, infatti, qui i protagonisti non sono cresciuti insieme, sono dei perfetti estranei che passano dall’ignorarsi al millantare di quanto sia forte il potere dell’amicizia. I personaggi non restano mai fermi troppo a lungo sulle proprie posizioni e ogni decisione non è mai sofferta proprio perché non c’è il tempo di svilupparla: la raccontano, ma non la vivono, la vedi, ma non la senti. La fedeltà ad Athena, d’altra parte, arriva alla prima occasione semplicemente perché dovuta, in barba alla storia originale dove la dea, molto banalmente, se la sudava.

Insomma, è il classico esempio di una serie che vuole cambiare tutto, ma che in realtà non cambia niente, depotenziandosi con le sue stesse mani. Uno dei suoi più grandi limiti è proprio la fedeltà alla struttura della storia originale, una struttura che non puoi permetterti di mantenere con sei episodi a disposizione, e che a un certo punto diventa obsoleta se vuoi fare qualcosa per un altro pubblico, no?

No, non funzionano nemmeno le mazzate

Potrebbe sembrare un argomento di poco conto, quello delle mazzate, ma considerando che stiamo parlando di una storia di formazione che si fa strada a suon di legnate, pestaggi e sacche di sangue… no, direi che è un aspetto abbastanza centrale. Purtroppo i combattimenti non funzionano a più livelli e non lasciano il segno né sul piano visivo né su quello narrativo.

La spettacolarità è sostanzialmente inesistente, e a partire dal quarto episodio si assiste a uno spudorato riciclo delle animazioni. Nel giro di pochissimi minuti vengono lanciate le stesse tecniche un numero imprecisato di volte, andando a creare un effetto ridondante a dir poco fastidioso, a tratti nauseante.

Per carità, quella di riutilizzare le stesse cel è una pratica ricorrente, lo faceva spesso e volentieri anche l’anime classico, ma mai in modo così ravvicinato e, se accadeva, la regia si sforzava di non ripetersi, accorciando, frammentando o allungando la sequenza, proprio per diversificare un’animazione che altrimenti sarebbe rimasta identica a se stessa. C’era cura ed attenzione, insomma, e soprattutto c’era il desiderio di cercare soluzione visive interessanti.

La situazione non migliora sul piano narrativo, dove gli scontri durano talmente poco da risultare inutili. Le Galaxian Wars (che a ‘sto giro si svolgono clandestinamente in un magazzino, probabilmente lasciato in disuso da Amazon, nascosto da un tombino senziente – fa morire, lo so) sono talmente brevi che tanto valeva eliminarle del tutto, a questo punto, e il celebre combattimento tra Pegasus e Dragone riesce a toccare i dieci minuti soltanto perché buona parte di questo si concentra su flashback.

Se da un lato la quasi totale assenza di sangue e violenza è comprensibile per via del target, dall’altro c’è il maldestro tentativo di ricrearla sotto altre forme, concentrandola interamente nel passato di Phoenix, così da giustificarne le azioni, o indirizzandola verso elicotteri e carri armati. Il risultato è che non solo gli scontri vengono vissuti con un certo distacco emotivo, ma non riescono nemmeno a dare la percezione di protagonisti che rischiano qualcosa, tipo non so… la vita?!

Potrebbero sembrare critiche esagerate le mie, me ne rendo conto, e qualcuno potrebbe rispondere facendomi presente che un bambino di otto anni forse queste cose nemmeno le noterebbe, specialmente senza il vecchio anime come termine di paragone, ma a questo punto bisognerebbe riflettere sul fatto che anche il vecchio cartone era una produzione – almeno nelle fasi iniziali – per bambini delle elementari. Bambini giapponesi degli anni ’80, certo, eppure quello stesso anime cominciava con un orecchio mozzato.

La fastidiosissima Quota Rosa

Quando fu annunciato che Shun di Andromeda sarebbe diventato una donna, le reazioni del fandom furono così pacate ed eleganti che costrinsero Eugene Son, story editor della serie Netflix, a chiudere il suo profilo Twitter. Prima del ritiro forzato, ebbe comunque modo di spiegare le ragioni di questa sua decisione, in particolare:

Ma trent’anni fa, un gruppo di ragazzi in lotta per salvare il mondo senza neanche una ragazza nel team non erano un grosso problema. Era lo standard di allora. […] Ma oggi? Non è la stessa cosa

Francamente non ho una grande simpatia per questo tipo di cambiamenti, che siano di genere, etnia, orientamento sessuale o chissà che altro. La mia antipatia per questo modus operandi, però, non è assoluta o a prescindere, e in generale non ha niente a che vedere con la fedeltà al materiale di partenza. Il mio è più che altro un discorso relativo alla creatività, e se l’unico modo che un’opera riesce a trovare per parlarmi di inclusività (e il punto è questo) è cambiare il sesso ad un personaggio, beh, quella serie parte malissimo, per quel che mi riguarda, mettendo in evidenza un certo pressapochismo e una scarsa voglia di fare e creare. L’idea che ci sta alla base la capisco e la condivido, ma preferisco che sia messa in mostra tramite lo sviluppo di personaggi nuovi o l’approfondimento di secondari, in grado di aggiungere qualcosa di davvero originale all’opera. In tal senso, il personaggio di Miko nel bellissimo Devilman Crybaby è il perfetto esempio di un lavoro fatto con intelligenza.

Su questo argomento ebbi modo di dire la mia diversi mesi fa, e adesso che la serie è stata rilasciata mi sento di aggiungere soltanto che questo cambio, allo stato attuale, è sostanzialmente una modifica inutile e per niente inclusiva.

Shaun, infatti, non mostra alcuna variazione caratteriale rispetto alla sua controparte maschile, al momento, e in generale non aggiunge assolutamente nulla di nuovo all’opera originale, anzi, la priva di un personaggio che era interessante proprio perché gentile, delicato e restio al combattimento; una personalità maschile unica ed indispensabile, nella serie, che sommata all’unicità delle altre quattro andava a completare il gruppo dei cinque.

A essere onesti, la Toei Animation ci aveva già provato nel 2014 con Legend of Sanctuary – La leggenda del Grande Tempio, quando a diventare donna fu direttamente il Cavaliere d’Oro dello Scorpione. Le critiche non si risparmiarono neanche all’epoca, ma almeno la cosa venne realizzata con un pizzico di intelligenza in più: ne cambiarono aspetto, storia e interazioni, creando, di fatto, un personaggio nuovo che con l’originale aveva in comune soltanto il nome e alcuni lati caratteriali.

Qui non c’è nulla di tutto questo: stesso aspetto, stessa armatura, stesso carattere, stesso albero genealogico. D’altra parte è difficile non notare il pasticcio di tutta questa operazione, visto che Shaun resta l’unica donna in un gruppo iniziale di dieci Cavalieri, andando quindi a creare una sorta di singolarità che finisce per metterla in mostra proprio in virtù di un genere diverso. Uno scivolone davvero maldestro, se si pensa che poteva essere arginato cambiando qualche altro personaggio qui e là; tanto voglio dire, nel fango ormai già ci siete.

Ancora una volta, però, le mie sono critiche che nascono dall’inevitabile confronto con l’opera originale, confronto che un bambino che si approccia per la prima volta a Saint Seiya chiaramente non può fare. Se si abbandona ogni termine di paragone con la storia che conosciamo, il personaggio funziona: ha una sua identità, fa gruppo e dimostra una certa strategia in battaglia. Si tratta sicuramente di un personaggio poco intenso, semplice e a tratti superficiale, ma questo purtroppo è un limite dell’intera serie, e non è da escludere che possa migliorare con l’evolversi della stagione che, ricordiamolo, è soltanto a metà.

Molto probabilmente le variazioni più consistenti al personaggio di Shaun inizieranno più avanti, se si resterà fedeli alla struttura del manga, quando rientrerà in scena Ikki Nero Phoenix e si inizierà a parlare in modo più specifico della nobiltà d’animo di Sh(a)un, della sua inclinazione al sacrificio o del tran-tran quotidiano del correre in suo aiuto (concetti sicuramente esasperati nell’anime storico, ma presenti e ben saldi anche nel manga). A quel punto sarà divertente vedere come si comporteranno gli sceneggiatori: se lasceranno che Shaun venga dipinta come una damigella in pericolo o il suo esatto opposto, distaccandosi dal personaggio originale.

Edulcorare, eliminare, aggiustare

In realtà la faccenda di Andromeda fine a se stessa è pure uno dei problemi minori dell’intera serie, per quel che mi riguarda, ma resta un ottimo punto di partenza per mettere a fuoco tutto quello che gli autori hanno voluto edulcorare o eliminare per aggiustare Saint Seiya.

Saint Seiya è una voragine di incoerenza e insensatezza, e spesso riesce a tirar fuori dal cilindro delle robe talmente ridicole e surreali che grazie, Netflix, che almeno quelle le hai tolte (sì, mi riferisco chiaramente alla faccenda dei cento figli), ma di sbagliato, nei Cavalieri, non c’era e non c’è niente ancora oggi. Ha delle situazioni e dei temi controversi, verissimo, ed è proprio per questo che forse valeva la pena che fossero affrontati, anziché eliminati tout court.

Shun è stato sostituito con Shaun soltanto per parlare di inclusività, ma a ben vedere la serie originale già affrontava questo argomento, e lo faceva in un modo splendido grazie al sottotesto delle maschere.

La maschera viene ricordata soprattutto per via del suo lato romantico, ossia per l’obbligo di odio e amore di Shaina (Tisifone) verso Seiya, ma in realtà il punto centrale dovrebbe essere l’intero percorso della ragazza, con l’anime storico che arrivava a chiudersi con una Shaina sorridente e serena persa sull’orizzonte, libera dalla maschera, insieme a tutti i protagonisti; come se finalmente fosse una di loro.

Anziché prendere un tema del genere ed esplorarlo, come fecero anche Lost Canvas e Saint Seiya Omega, Knights of the Zodiac ha preferito prendere la porta sul retro ed eliminarlo del tutto, e ora le uniche maschere che vediamo nella serie servono soltanto a nascondere l’identità di qualcuno, forse.

Ma in generale questa è un po’ la pietra angolare che definisce l’intera produzione di Netflix: aggirare l’ostacolo eliminandolo, semplicemente. Perché è più facile rendere donna uno dei protagonisti, anziché approfondire quelle già presenti o crearne di nuove. Perché è più semplice eliminare un concetto controverso come quello della maschera, piuttosto che sfidarlo. Perché è più comodo rendere Saori una dea consapevole della sua natura divina già in tenera età, anziché dipingerla come una bambina viziata prima, e una ragazzina in conflitto con sé stessa poi.

Tutte scelte che passeranno completamente inosservate agli occhi di un pubblico che non conosce l’opera originale, ma che inevitabilmente vanno a semplificare una storia che di complicato non ha mai avuto assolutamente niente, mettendo in pubblica piazza una notevole pigrizia creativa che purtroppo va a oscurare le poche scelte intelligenti e sensate che questa produzione è comunque riuscita a proporre (sì, incredibilmente qualcosa di buono c’è, lo giuro!).

Saint Seiya fa del crescendo uno dei suoi tratti distintivi, e non voglio negare la flebile possibilità che Knights of the Zodiac possa migliorarsi con l’evolversi della storia. Certo è che se il buongiorno si vede dal mattino, la possibilità di una giornata davvero del cazzo pessima è dietro l’angolo.

Emilio Salgari a fumetti, ma non come te lo aspetti

Quando pensi a Emilio Salgari a fumetti, pensi a riduzioni a fumetti dei suoi romanzi e delle sue storie, come abbiamo visto non molto tempo fa ad opera di Star Comics.

Invece il Collettivo Nasone in questi tre anni ha lavorato su storie che avessero lo scrittore come protagonista. E non da solo. Ma in compagnia di personaggi dell’epoca,  più o meno reali. E ha dato alla luce per Cyrano Comics altrettanti volumi (uno all’anno, di  circa 60 pagine ciascuno).

Salgari nacque a Verona, città che ospita anche collettivo e casa editrice. Come scrive Manfredi Toraldo nell’editoriale dell’ultimo numero uscito, viene collegato spesso a Torino, perché lì scrisse la gran parte della sua opera. Ma «nato a Verona, vissuto a Negrar, studiò anche a Venezia».

Il Collettivo si appoggia anche alla grande conoscenza di Salgari di Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi, che partecipano all’opera con interessanti approfondimenti, rendendo più ricca la narrazione.

Al punto che la storia dei primi due volumi racconta l’incontro storicamente documentato di Salgari con William Frederick Cody, ovvero Buffalo Bill, in occasione dell’esibizione del Wild West Show nell’Arena veronese, al quale Salgari stesso fa da comparsa nella diligenza assaltata dagli indiani e di cui ha scritto sul quotidiano L’Arena.

Aggiungendo alla realtà una serie di personaggi e situazioni tra il fantastico e lo steampunk, ambientate anche nelle zone del Basso Veronese, in particolare a Vigasio.

La storia dei primi due volumi racconta infatti la ricerca di una fonte miracolosa, facendo partire tutto dai legami di Buffalo Bill con il mondo indiano. Il cowboy infatti ha avuto un’esperienza mistica con le nove tribù originarie del mondo durante lo scontro con lo cheyenne Mano Gialla (Heova’ehe, anche questo storicamente documentato nel 1876). E da allora insieme al suo spettacolo, porta in giro per il mondo il rispetto per l’acqua e per la natura in generale, tanto che a un certo punto dice infatti di non andar fiero dello sterminio degli animali da cui ha preso il soprannome.

E da questa esperienza trae una forza sovrumana, quando incarna gli spiriti degli animali.

Ancora una volta dai fumetti arriva un messaggio ecologista, ma senza estremizzazioni. La tecnologia, in particolare quella steampunk, è dalla parte dei “cattivi”: Holden si è risentito con Salgari per non aver prestato attenzione alle sue proposte e averle confuse con una macchina a vapore. Mentre scopriremo che hanno a che fare con la stessa acqua di William Cody. E ha messo su una puppet gang, che è il vero avversario della coppia da sogno.

L’acqua che è il trait d’union anche con il territorio veronese, in particolare con Vigasio.

Questi numeri che raccontano di Salgari e Buffalo Bill vedono alternarsi diversi disegnatori sulla storia scritta da Enrico “Nebbioso” Martini. Con stili piuttosto diversi, ma che danno una sufficiente continuità grafica.

Giancarlo Brun è molto dinamico, usa le onomatopee e le ombre per dare molto più movimento alle vignette. Più statico Marco Triolo. Andrea Bilancio rende moltissimo nelle illustrazioni, usando uno stile che ricorda nella deformazione dei visi dei personaggi le bande dessinée più ironiche. Ed è efficace nel rendere tutte le situazioni. Enrico Giusti mi è parso a volte meno ficcante, ma comunque di buon livello.

Anche le copertine sono un’ottima presentazione. Lo stesso Andrea Bilancio, con lo stile già descritto, e Nicola Bernardelli, con illustrazioni più pastello, ma altrettanto efficaci, fanno presagire qualcosa di davvero buono all’interno.

In effetti la storia, partendo dall’incontro reale di Salgari con Cody, e intrecciandola con elementi diversi, è interessante e lascia aperti dei percorsi che magari ci piacerebbe vedere completati.

In questi due albi, come una sorta di appendici, vengono proposte anche due brevi storie (di una dozzina di pagine) nei quali con uno stile manga vengono date anticipazioni sul numero successivo.

Nel primo caso, infatti, Davide Zuppini racconta uno scontro tra gli uomini di Buffalo Bill e quelli di Holden. E vi faranno riferimento esplicito nella storia.

Nel secondo volume, con lo stesso stile, Michele Righetti lancia personaggi e avventure del volume successivo.

Intanto è da notare che la parte manga ha anche l’impaginazione alla giapponese.

Ma, al di là del poutpurri di stili presenti nei volumi, questo appare davvero piuttosto distante dagli altri, per quanto ben fatto. Il lavoro di Zuppini, sempre con Enrico Martini alla scrittura, ha partecipato a Yaruki – Italian Japstyle Comics Award nel 2017, a testimoniare la qualità della sceneggiatura e del tratto. Entrambi sono molto attenti e bravi a usare tecniche e rappresentazioni tipiche del manga. Che però restano lontane dal resto degli stili proposti.

Nel terzo e (speriamo) non ultimo volume, Salgari incontra un altro famoso a lui contemporaneo, ma stavolta di fantasia. E lo fa durante il Bacànal del Gnòco del 1884.

Anche stavolta la caratterizzazione veronese è forte: il ponte degli strachi come scena di un omicidio, il Caffè Dante, il primo duca della Pignata Siro Zuliani (di cui è dato un approfondimento). Anche stavolta parte della storia si svolge fuori Verona, a Mantova.

Ci sono diverse differenze rispetto ai primi due volumi.

Manca quasi del tutto il carattere steampunk, se si eccettua la carrozza del cattivo di turno, sostituito dal noir e dal giallo. Anche se alcuni elementi, come il mondo degli spiriti, morti che non sono ancora tali, mantengono uno sfondo di mistero e soprannaturale.

Entrambe le storie presenti sono tratte da racconti di altri autori. Il primo è di Gallo e Bonomi (che abbiamo già conosciuto) e stimola il lato curioso di Salgari, che diventa un vero e proprio investigatore, affiancando un fuoriclasse del settore, Sherlock Holmes. Il secondo è tratto da un racconto di Giuliana Borghesiani, nel quale si mescolano le origini del tesoro del Duca con il prequel della storia principale del numero, introducendone uno dei personaggi. E non è sceneggiato da Enrico “Nebbioso” Martini.

Quindi manca il lancio di un ulteriore storia…

Inoltre nella parte grafica manca molta parte della dinamica ironia di Brun e Bilancio, lo stile si alterna fra quello asciutto e un po’ statico di Triolo e Giusti, e della new entry Aldo Tocci, biologo e disegnatore autodidatta, e lo stile manga di Davide Zuppini.

Si perde la molteplicità degli stili degli altri numeri, e la qualità ne ha risentito.

Salgari si relaziona con il mondo anglosassone, dopo averlo fatto con quello americano. E, come nei primi numeri, ci sono buoni e cattivi provenienti dall’estero.

Salgari, che è sempre vissuto in Italia, ha immaginato i mondi dei suoi libri. Ha utilizzato le sue esperienze giornalistiche e le persone che ha conosciuto per scrivere le sue storie esotiche (o almeno così sembra a leggere questi albi, ma visti gli esperti salgariani che ci sono dietro e l’attenzione del Collettivo per lo scrittore/giornalista ci sembra una visione attendibile).

Immaginarlo protagonista di avventure personali, insieme a personaggi famosi della sua epoca, è certamente un’idea interessante. Salgari è nell’immaginario di molti ex adolescenti un punto di riferimento per le storie avventurose. Chissà che questi fumetti aiutino a far conoscere l’autore e Verona alle nuove generazioni che forse conoscono meno il Corsaro Nero o Sandokan.


Collettivo Nasone
Emilio Salgari e il baccanale rosso sangue
Cyrano Comics, Verona 2019
66 pagine, colore, € 5.90

Tenki no ko – L’amore ai tempi della pioggia per Makoto Shinkai

Attenzione: escluso dove espressamente indicato, questo articolo è privo di spoiler. Le informazioni riportate sono già visibili nei trailer, dichiarate nei comunicati ufficiali o provenienti dalla primissima parte del film. Tutte le immagini sono prive di spoiler.


Il 19 luglio 2019, a tre anni di distanza da your name., Makoto Shinkai è tornato nei cinema giapponesi con il suo nuovo lungometraggio Tenki no ko, titolo internazionale Weathering With You, traduzione letterale “La ragazza del meteo”, da lui ideato, scritto e diretto.

Nonostante avesse già alle spalle una carriera ultradecennale, è stato grazie all’incredibile successo di your name. che in questi tre anni Shinkai è diventato improvvisamente la figura preminente nel mondo dell’animazione giapponese, sia per chi lo conosceva già sia, soprattutto, per chi non lo conosceva. Di conseguenza, Tenki no ko è diventato per Shinkai quello che è il fatidico secondo album per i musicisti, ovvero il banco di prova per dimostrare al mondo che il precedente lavoro non era stato solo un colpo di fortuna. L’attesa per Tenki no ko si è trasformata in un febbrile conto alla rovescia partito lo scorso 2 agosto 2018, quando Shinkai annunciò di star lavorando al suo nuovo film, ed è arrivata in Giappone agli stessi spasmodici livelli che si raggiunsero in Occidente per titoli come Eyes Wide Shut o Star Wars – Episodio VII.

Anteprima di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai al cinema Toho di Shinjuku (Tokyo).

La fila dei 2’200 fan estratti a sorteggio che hanno avuto la fortuna di assistere alla première di Tenki no ko a Shinjuku (Tokyo) presso il cinema della Toho, che oltre a essere una casa di produzione ha anche una sua catena di sale cinematografiche. La proiezione è partita allo scoccare della mezzanotte del 19 luglio e in sala erano presenti anche il regista Makoto Shinkai e Yojiro Noda (frontman e compositore della rock band RADWIMPS, che anche in questo caso ha curato la colonna sonora del film com’era accaduto per your name.), vestiti rispettivamente uno in total black con scarpe bianche e l’altro in total white con scarpe nere. Intervistati alla fine della proiezione, gli spettatori hanno dichiarato che è il miglior lavoro in assoluto di Shinkai, che non riuscivano a fermare le lacrime e altre commosse testimonianze del genere.

Ora, tre anni dopo your name. e i suoi quasi 400 milioni di dollari di incasso mondiale (che per un film supereroistico statunitense è sì e no il budget, ma per un film d’animazione giapponese è un risultato storico), la domanda principale è: Tenki no ko, prima ancora che essere un buon o cattivo film, riesce a reggere il paragone con il suo illustre predecessore? Risposta: sì, ma solo per complementarità.

Trama

Tokyo, estate dell’anno 2021. Piove ininterrottamente da mesi. Un giorno arriva in città Hodaka Morishima, sedicenne scappato di casa dalla sperduta isoletta di Kouzu con pochi soldi in tasca e nessun programma. Non trova lavoro, non trova un tetto sopra la testa, e alla fine è costretto ad andare da tal Keisuke Suga, un tizio bislacco che aveva conosciuto sulla nave dall’isola a Tokyo, il quale insieme alla giovane e procace Natsumi gestisce una piccola casa editrice che pubblica la rivista di occultismo Mu. Keisuke prende Hodaka a lavorare come tuttofare e gli affida il compito di verificare una leggenda metropolitana secondo cui esiste questa presunta “ragazza del bel tempo” che riesce a fermare la pioggia per magia.

Mentre svolge le sue ricerche, Hodaka reincontra casualmente Hina Amano, la cameriera del fast food che gli aveva offerto un hamburger gratis vedendolo soffrire la fame. Hodaka salva Hina da alcuni malviventi: lei per ringraziarlo lo porta sulla cima di un palazzo diroccato dove si trova un minuscolo santuario shintoista e lì gli rivela che lei, semplicemente desiderandolo, riesce a fermare la pioggia e far tornare il cielo sereno: è lei la ragazza del bel tempo!

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler importanti.

Fotogramma di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Hina prega et voilà, il Sole splende.

Hina racconta a Hodaka di aver ricevuto il potere varcando la soglia di quel santuario: aveva desiderato fortemente regalare un ultimo giorno di sole alla madre malata terminale, e nel farlo si era ritrovata di colpo fra le nuvole dove ha acquisito la magia.

Poiché sia Hodaka sia Hina sono due ragazzini senza genitori e in difficoltà economiche, tantopiù lei perché dopo la morte della madre si è dovuta prendere cura anche del fratellino Nagi, i due hanno la bella idea di mettere su un business sfruttando il magico dono della ragazza e fondano il sito web otenki-girl.jp tramite cui si può prenotare la ragazza del bel tempo per rischiarare a comando il cielo. Hina comincia quindi a far brillare il Sole sopra a mercatini, matrimoni, cerimonie varie, e una notte fa smettere di piovere per poter lanciare i fuochi d’artificio di una grande festa.

Hodaka è però nei guai seri: è ricercato dalla polizia non solo per essere scappato di casa, ma anche per aver tenuto con sé una pistola che aveva accidentalmente trovato per strada in una delle sere in cui ha dormito all’aperto appena arrivato a Tokyo. Braccato dalla polizia, Hodaka fugge via insieme a Hina e Nagi. Dopo una fuga rocambolesca, i ragazzi trovano rifugio in un hotel a ore dove passano la notte. Lì Hodaka consegna a Hina un anello come regalo di compleanno: lei ne è felice, ma anche rattristata perché sa che non resterà ancora a lungo sulla Terra, poiché il suo potere magico esige un costo e quel costo è il sacrificio del suo corpo umano.

La mattina dopo Hina è scomparsa, come dissolta nell’aria, e miracolosamente è tornato a splendere il Sole estivo. Hodaka capisce che Hina si è sacrificata diventando una creatura dell’aria per poter riportare l’equilibrio climatico sulla Terra, ma decide di andare a riprendersela su fra le nuvole. Hodaka parte per una corsa a perdifiato fino al palazzo diroccato col santuario sul tetto, inseguito dalla polizia e aiutato da Keisuke, Natsumi e Nagi. Appena varca la soglia, Hodaka si ritrova a volare fra le nuvole, dove ritrova Hina ormai ridotta a ectoplasma. Hina gli conferma che il cielo sereno è tornato grazie al suo sacrificio e che se tornasse sulla Terra ricomincerebbe a piovere, ma Hodaka ne è innamorato e la rivuole indietro a costo di una pioggia eterna. Hodaka e Hina tornano a terra.

Tokyo, estate dell’anno 2024. Piove ininterrottamente da tre anni e l’intera città è allagata, completamente sommersa sott’acqua a parte le punte dei palazzi più alti. Hodaka, che era stato riportato sull’isola, conclude la scuola dell’obbligo e torna di nuovo a Tokyo per cercare Hina. La ritrova su una collina emersa, intenta a pregare inutilmente che torni il bel tempo, ma non appena i due ragazzi si riabbracciano un raggio di Sole sembra come brillare fra le nuvole.

Fotogramma di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

E quindi uscimmo a riveder la stella.

L’ennesima ragazza delle previsioni del meteo

Ci sono almeno due modi per giudicare Tenki no ko: come film a sé e in rapporto a your name..

Non solo entrambi i metri di giudizio hanno ragione di esistere, ma anzi in base al metro scelto il valore, la qualità e persino il messaggio dei due film cambiano radicalmente, esattamente come due dipinti gemelli possono essere apprezzati singolarmente, ma raggiungono il loro massimo valore solo se visti insieme.

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

Preso da solo, magari come opera prima di un giovane regista esordiente, Tenki no ko non sembra avere poi molto da dire. La trama è molto lineare e si basa su un topos veramente comune e ancora più comune nel mondo degli anime, ovvero quello del principe che deve salvare la principessa non da un nemico esterno, ma interno, che sia una malattia, una maledizione, eccetera. Ci sono centinaia di miti epici, poemi letterari, fiabe, opere liriche e film che hanno già sfruttato oltre ogni limite questo canovaccio, quindi Shinkai si pone in un solco già arato da centinaia di narratori prima di lui: come al solito gli piace andare sul sicuro, l’ha sempre fatto, era così nel 2002 per La voce delle stelle, plagio totale di Punta al Top! Gunbuster, ed è così nel 2019 per Tenki no ko, che se non altro riesce a mascherare meglio le sue fonti pur senza perdere quella sensazione di già visto veramente permanente durante la visione del film.

Tenki no ko è tutto un già visto: già visto il ragazzino ribelle, già vista la maghetta, già visto il rubacuori, già visti Keisuke e Natsumi ovvero Lupin e Fujiko senza nemmeno provare a non farli sembrare graficamente o caratterialmente o dialetticamente Lupin e Fujiko, già visto il posto magico proprio in mezzo alla città, già visti i personaggi dalla personalità inesistente che servono solo a a mandare avanti la trama, già visto il meteo come rappresentazione visiva dei sentimenti, già visti i ragazzini che volano in cielo, già visto il detective in pensione, già visto il vecchio sacerdote del tempio basso di statura, già vista la pistola di Checov qui usata in maniera così letterale e didascalica da essere francamente irritante, già vista la tsundere, già visto il teppista biondo, già visto, già visto, già visto. È tutto così derivativo che sembra quasi che Shinkai inviti lo spettatore a scegliere quale, fra i suoi ricordi, si avvicina di più a quello che vede sullo schermo.

Al contempo, inoltre, Tenki no ko è anche un già visto di Shinkai stesso: già visto il grattacielo/ziggurat della NTT docomo, già visti gli splendidi sfondi che anche stavolta raggiungono una bellezza straordinaria, già visti i personaggi dal design semplicissimo e anonimo al confronto con gli sfondi ultradettagliati, già visti i treni, già vista la pioggia, già vista la neve, già visti gli amanti separati dal tempo e/o dallo spazio, già visti i nomi con giochi di parole (Hodaka è Morishima, cioè “isola boscosa”, cioè è una creatura terrestre, mentre invece Hina è Amano, cioè “galassia”, cioè è una creatura celeste), già visto il mondo mistico e animistico dello shintoismo, già viste le canzoni usate per sottolineare le scene madri, già visto il lens flare costante di J.J. Abrams, già vista Tokyo dall’alto dal basso da destra da sinistra da davanti e da dietro. Già visto.

Fotogramma di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Smarmella! Apri tutto!

Kono bangumi wa, goran no suponsaa no teikyou de okurishimasu

Un altro aspetto degradante e veramente impossibile da non sottolineare di Tenki no ko è la presenza a dir poco incredibile di product placement. Non è un dettaglio en passant, se n’è accorto chiunque abbia visto il film, è aberrante, è letteralmente la cosa in assoluto più vistosa del film.

È chiaro che le aziende giapponesi, adocchiato il successo di your name., non si volevano lasciar scappare l’occasione di comparire in un film che sarebbe stato visto certamente da milioni di persone, ovvio, ma la quantità di marchi che compaiono nel film è semplicemente sconvolgente.

Vent’anni fa, sull’ultima pagina del mensile Ciak, il fumettista Stefano Disegni ironizzava sul fatto che in Matrix si vede di sfuggita la marca Nokia del cellulare di Keanu Reeves. Chissà cosa direbbe allora di Tenki no ko, in cui ogni singolo oggetto, ogni. Singolo. Oggetto. Che si vede nel film riporta a chiare lettere la sua marca.

Hodaka cammina per Tokyo e tutti gli innumerevoli cartelloni pubblicitari sono veri e reclamizzano prodotti veri. Hodaka va a fare la spesa nella vera catena di negozi Lawson (fra i produttori esecutivi del film) e cammina fra gli scaffali pieni di prodotti tutti veri e tutti ben girati a favore di camera. Hodaka compra una vera bibita al vero distributore automatico di una vera azienda e la sorseggia preoccupandosi di non coprire con le dita la vera marca.

È vero che già ne Il giardino delle parole comparivano alcune pubblicità e che your name. ne era pienissimo, ma qua la presenza di product placemente è così massiccia e costante da essere addirittura distraente per il film, lo trasforma in un montaggio di spot pubblicitari, e raggiunge un momento assolutamente allucinante nella scena del McDonald’s. Siamo all’inizio del film: Hodaka, povero e affamato, entra in un McDonald’s e ordina solo una bibita; Hina lo vede e gli dona un hamburger. Ora, poteva essere un bell’incontro dolce e commovente, e invece è uno spot totalmente ridicolo dato che la scena si articola nella seguente maniera:

  • panoramica dell’incrocio di Seibu-Shinjuku col McDonald’s sulla sinistra;
  • stacco, inquadratura diretta della facciata del McDonald’s con l’enorme insegna verticale;
  • ingrandimento, inquadratura del secondo piano del McDonald’s da fuori;
  • stacco, inquadratura del secondo piano del McDonald’s da dentro, tutti ridono e sono felici del proprio pasto;
  • piano americano su Hodaka abbattuto, seduto e con la testa sul tavolo;
  • primissimo piano della confezione del Big Mac appoggiata sul tavolo a fianco alla testa di Hodaka. Non è “una confezione”, è LA vera confezione del Big Mac, con la grafica e i loghi e le scritte;
  • soggettiva di Hodaka, guarda Hina di spalle che se ne va dicendogli «È un segreto, eh!»;
  • primissimo piano della confezione del Big Mac: le dita di Hodaka la aprono e ne esce vapore. Il panino soffice e turgido, che era compresso dentro la confezione, si gonfia scintillando. Il sesamo è opaco, il pane è fragrante, la carne è lucida, la lattuga è punteggiata da goccioline d’acqua;
  • primo piano di Hodaka che addenta il panino. Mastica, poi un secondo di pausa, poi dice: «Sarà perché ero affamato, ma quello fu il pasto più buono della mia vita» e si commuove.

Da lasciare a bocca aperta lo spettatore, e non certo per l’acquolina in bocca.

Tutto Tenki no ko è a questi livelli di promozione, al punto che le aziende che compaiono nel film non hanno nemmeno prodotto dei nuovi spot televisivi coi personaggi, no, hanno direttamente preso i pezzi del film e li hanno trasmessi così come sono, tanto erano già perfetti, e altri sono stati realizzati comunque con lo stile del film. Non si può nemmeno dire che sia un tocco del “realismo” (?) di Shinkai, perché in qualche occasione si vedono degli sponsor camuffati (“Pony” invece di Sony, “Panasoni” invece di Panasonic, eccetera), il che vuol dire che quelli non hanno pagato, mentre gli altri sì.

Di seguito una selezione minima di spot con pezzi di film in cui compaiono i prodotti, giusto per avere un’idea. Acqua minerale Suntory Ten’nensui:

Ramen instantaneo Nissin Cup Noodle:

Compagnia telefonica SoftBank (questo è molto carino e ironizza sul fatto che il celebre cane O-tou-san compare nel film solo due secondi):

Ora, naturalmente non c’è niente di male a lavorare per soldi, e i più grandi artisti di tutti i tempi, da Bach a Hitchcock, si sono sempre venduti al miglior offerente. Ma qua il production placemente raggiunge un livello inedito, innescando un circolo (virtuoso o vizioso?) per cui i prodotti già esistenti sono pubblicizzati nel film, e al contempo il film pubblicizza i prodotti non ancora esistenti. Ecco quindi che Lawson ha messo in vendita da prima ancora dell’uscita del film in sala tutti i cibi mangiati dai personaggi e altri ancora.

Merchandising di Lawson ispirato al film "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Una selezione veramente minima dalla nuova linea di prodotti promozionali di Tenki no ko in vendita nella catena di conbini Lawson, già mecca degli otaku perché partner esclusivo dello Studio Ghibli. In alto: il riso alla cantonese con il tuorlo e le patatine fritte (sì esatto) che Hina cucina a Hodaka. Al centro: a sinistra tortino alla panna con le fragole, a destra bocconcini di pollo fritti. Sotto: a sinistra insalata accompagnata da salsina “color pioggia” (blu), a destra granita “del bel tempo” al gusto puffo con gelato al fiordilatte e marshmallow. A questi si aggiungono numerosi altri prodotti alimentari, oggettistica di consumo (casse audio, mantelline parapioggia, eccetera), materiale di cancelleria, una pesca e chissà cos’altro ancora.

La presenza così forte di pubblicità nel film potrebbe non essere solo un dato frivolo (e disturbante per la visione), ma rappresentare invece la vera grande rivoluzione operata da Makoto Shinkai: il cambio di sistema di finanziamento degli anime.

Il terzo metodo

Produrre animazione è molto costoso. Il motivo stesso per cui i succitati film supereroistici statunitensi hanno bisogno di budget stellari è perché sono in larghissima parte realizzati in CG, cioè fondamentalmente in animazione, e realizzare animazione costa molto, molto di più che realizzare un film interamente dal vivo, al netto dei cachet degli attori, perché richiedo uno staff enormemente più grande che deve lavorare per dei tempi enormemente più lunghi rispetto allo staff e ai tempi di un film da vivo.

Lo sapeva molto bene Walt Disney, il quale (come illustra Mariuccia Ciotta nel suo saggio) per anni è campato letteralmente di stenti, ipotecando casa sua e i suoi averi per produrre i primi lungometraggi e reinvestendo gli incassi nei film successivi, e che è arrivato al successo economico solo grazie a Disneyland, e non ai film.

Anche in Giappone la situazione non è diversa e animare costa. Il metodo classico usato dai giapponesi è di partire dagli sponsor con un finanziamento a priori, in cui viene chiesto agli studi di animazione di realizzare delle serie a scopo promozionale. È stato così per tutti i robottoni (aziende di giocattoli chiedono di realizzare Mazinga Z così poi vendono i giocattoli di quei robot), per i World Masterpiece Thater (aziende alimentari chiedono di realizzare Heidi così possono usare l’immagine paciosa di Heidi suoi loro prodotti) eccetera, ed è tutt’ora così per i super sentai. Il pro di questo metodo è l’alta disponibilità economica, il contro è che gli studi sono schiavi degli sponsor che hanno diritto di intervenire su tutto.

Confezioni di bibite Calpis con i personaggi del World Masterpiece Theater.

L’azienda di bibite Calpis usa tuttora i personaggi delle sue celeberrime vecchie serie come mascotte.

Il metodo moderno è quello di partire dagli studi di animazione con un finanziamento a posteriori, e si è diffuso a partire dagli anni ’90 in particolare grazie al successo di Neon Genesis Evangelion. In questo caso sono gli studi che elaborano da soli l’idea e possono sperimentare nuove storie, stili e contenuti; il finanziamento avviene attraverso prestito bancario o auto-finanziamento che si spera verranno ripagati dalla vendita di home video e merchandise derivato dall’opera. Il pro di questo metodo è che gli studi hanno il pieno controllo creativo, il contro è che il destino dell’opera dipende dal non pronosticabile successo o meno della serie.

In questo discorso si inserisce Makoto Shinkai, il quale è partito come un animatore indipendente ed è riuscito, primo nella storia del Giappone, a raggiungere il grande successo. Il fatto che Shinkai non sia stato necessariamente legato al guadagno perché realizzava opere per suo gusto personale lo pone come iniziatore di un terzo metodo di finanziamento che per ora riguarda quasi solo lui, ma potrebbe diventare comune in futuro, e che consiste in pratica nell’unire i due metodi precedenti insieme: gli sponsor pagano prima, sì, ma a condizione di inserire nell’opera sia materiale già esistente, sia nuovo materiale che poi servirà per la vendita di merchandise e quant’altro. È, in pratica, un finanziamento sia a priori sia a posteriori che si basa sulla certezza matematica che l’opera avrà successo dati i precedenti del regista (infatti Tenki no ko è stato già comprato all’estero, anche in Italia, prima ancora che uscisse al cinema), e che finora è stato utilizzato in casi rarissimi come Evangelion: 1.0, in cui compare il solito conbini Lawson e la birra Yebisu.

Solo il tempo ci saprà dire se questo terzo metodo, basato al 50% per cento sul potere dei soldi e al 50% sul potere dell’arte, riuscirà a imporsi a livello produttivo.

Makoto Shinkai dalla notte al giorno

Alla fine della nostra recensione del 2016 per your name., concludevamo scrivendo:

[your name.] è il terzo lungometraggio di Shinkai ed è con ogni probabilità il suo lavoro definitivo, nel senso che pare molto improbabile che nei suoi prossimi film il regista possa dire allo spettatore qualcosa di nuovo che non abbia già detto finora.

Stando a quanto scritto fin qua, sembrerebbe proprio che la previsione sia stata azzeccata, eppure forse non è così.

Il secondo modo per giudicare Tenki no ko è vedendolo come film complementare a your name., e da questo punto di vista non solo risalta meravigliosamente, ma addirittura entrambi i film acquisiscono tutta una ragion d’essere che, da soli, non hanno affatto.

Attenzione: da questo punto in poi il paragrafo contiene spoiler importanti.

Poster di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Il poster giapponese di Tenki no ko. Esattamente come era accaduto con quello di your name., a vederlo a posteriori ci si accorge che è spoiler. Il testo in verticale a sinistra recita «Questa è la storia sul segreto del mondo che solo io e la ragazza conosciamo».

Tenki no ko è infatti il seguito ufficiale di your name.. Non è stato pubblicizzato come tale, benché sarebbe stata un’ottima pubblicità, forse per non svilire la sorpresa quando reincontriamo prima Taki, a casa della nonna nonché una delle clienti di Hina, e poi anche Mitsuha come commessa della gioielleria dove Hodaka compra l’anello per Hina. A un certo punto si sentono e vedono di spalle anche quelli che sembrano Sayaka & Tesshi, lo stesso Tesshi che in your name. era un avido lettore della rivista di occultismo Mu edita da Keisuke di Tenki no ko. Tutti elementi assolutamente ininfluenti per la trama, ma che riallacciano il discorso dove era stato interrotto alla fine del film precedente e, soprattutto, servono a far aprire gli occhi allo spettattore sul fatto che Tenki no ko è il film speculare di your name. in ogni suo aspetto.

Se your name. era ambientato principalmente di notte e aveva i suoi momenti clou proprio di notte con la visione della cometa, Tenki no ko è ambientato principalmente di giorno e ha i suoi momenti clou proprio di giorno quando Hina prega per far smettere la pioggia.

Se your name. era concentrato sulla scomparsa del Sole al crepuscolo, Tenki no ko è concentrato sulla comparsa del Sole fra le nuvole.

Se your name. era tutto giocato sulla palette cromatica dei rossi, viola e blu, Tenki no ko è tutto giocato sulla palette cromatica degli azzurri, bianchi e gialli.

Se your name. dava a Shinkai la possibilità di liberare la propria arte visuale sul tema del cielo stellato, Tenki no ko dà a Shinkai la possibilità di liberare la propria arte visuale sul tema del cielo piovoso. Non c’è niente che Makoto Shinkai sappia rappresentare meglio della meraviglia primordiale della luce del Sole, della bellezza delle nuvole, del lucore delle stelle, dello scroscio della pioggia. Come e più di your name., Tenki no ko è uno studio sperimentale su come rappresentare le condizioni meteorologiche in animazione, e ci riesce in modo commovente disegnando l’infrangersi al suolo di ogni singola goccia di pioggia.

Fotogrammi di "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

La rappresentazione della pioggia, sia in rapporto alla luce del Sole sia di per sé, raggiunge livelli di bellezza davvero impressionanti.

Se your name. mostrava il dualismo fra la vita di campagna e la vita di città, Tenki no ko mostra il dualismo fra la metropoli più ricca e i suoi bassifondi più degradati.

Se your name. era il canto d’amore di Makoto Shinkai alla sua terra natìa Hida, nella prefettura di Gifu, Tenki no ko è il canto d’amore di Makoto Shinkai alla sua terra d’adozione Tokyo, e in particolare alla fascia urbana che scende da Ikebukuro lungo la linea della metropolitana Yamanote fino a Shinjuku e poi Shibuya. È in questa fascia di meno di dieci chilometri che si ambienta quasi tutto il film e i personaggi non fanno altro che andare su e giù per quest’area.

Mappa di Tokyo da Ikebukuro a Shibuya e immagine dei palazzi Yoyogi Kaikan e NTT docomo Yoyogi Building a Tokyo.

A sinistra: la fascia di Tokyo ovest dove si svolge praticamente tutto il film, a parte l’inizio nella baia di Tokyo e la fine in zona Tabata. La freccia gialla indica il pezzo di ferrovia sopraelevata Yamanote che Hodaka percorre con una corsa a perdifiato per andare da Ikebukuro a Yoyogi, dove si trovano il grattacielo della NTT docomo (puntino azzurro, a destra nella foto) e soprattutto il palazzo Yoyogi Kaikan (puntino rosso, a sinistra nella foto) sul cui tetto c’è il santuario shintoista. In realtà il santuario sul tetto non esiste, e sfortunatamente da agosto 2019 non esiterà più nemmeno il palazzo visto che è pericolante e ne è prevista la demolizione: i fan di Makoto Shinkai faranno meglio ad andare in pellegrinaggio verso questa e le altre location del film il prima possibile, o sarà troppo tardi.

 

Poster di "your name." e "Tenki no ko" di Makoto Shinkai.

Persino i poster di your name. e Tenki no ko sono complementari: usano la stessa identica impaginazione con gli stessi identici font sia per il titolo giapponese sia per quello internazionale, e anche le immagini sembrano comunicare, dato che sono composte per tre quarti da cielo dello stesso colore turchese, che l’erba sotto i piedi di Mitsuha prosegue come erba sotto i piedi di Hodaka e Hina, e che persino la nuvola che scende in diagonale dall’angolo in alto a sinistra del poster di your name. sembra continuare ininterrotta anche nel poster di Tenki no ko.

Draghi, colonne, nuvole

Attenzione: il paragrafo contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

Infine, il solito rimando alla cultura tradizionale giapponese e alla visione romantica dello shintoismo che nelle opere di Shinkai non manca mai.

Se your name. parlava di musubi, Tenki no ko parla di tsunagu. Il concetto è praticamente uguale, e in giapponese 繋ぐ tsunagu vuol dire appunto “legare” proprio come 結ぶ musubu, ma stavolta non ci si riferisce al legame generale dell’uomo con la natura e degli uomini fra di loro, ma al legame specifico fra una persona e un ente naturale: in questo caso, Hina e la pioggia.

La presenza della pioggia ininterrotta pone forse il maggiore quesito del film: perché piove? Stando al monologo/spiegone del vecchio sacerdote, la natura è comandata da draghi-uroboros che devono restare in armonia fra loro, e quando non succede si scatenano i disastri.

È una risposta romantica, ma del tutto insoddisfacente che nasconde necessariamente un significato metaforico, anche perché se così non fosse allora potremmo bollare Tenki no ko come nient’altro che un filmetto fantasy-spirituale che nasconde col suo lussureggiante splendore visivo-musicale una trama rimasticata piena di idee rimasticate (cosa che si potrebbe dire benissimo anche per your name., in effetti). Fra i vari significati metaforici possibili, il più probabile è certamente quello della crisi climatica: il clima sulla Terra è impazzito e potrà essere solo l’uomo a porvi rimedio, non senza sacrifici. Questa idea di base viene trasfigurata da Shinkai nel suo solito stile mistico-sognante e trasformata in una storia d’amore magica in cui Hina riceve il dono di modificare il clima, ma per contrappasso diventa lei stessa parte del clima e più usa il suo potere più il suo corpo si trasforma in acqua, finché alla fine non si fonde con il clima stesso ascendendo sulle nuvole, ormai parte di loro. Il sacrificio di Hina riporta l’armonia fra i draghi e quindi il bel tempo sulla Terra.

Nel film Hina viene definita 天気の巫女 tenki no miko (“vestale del meteo”) e, soprattutto, 人柱 hitobashira, ovvero “colonna umana (a supporto di qualcosa)”. Anche quest’ultima non è un’idea originale di Shinkai: si tratta di una terribile pratica religiosa realmente esistita nell’antico Giappone, documentata almeno fino al XVII secolo, che consisteva in un sacrificio umano svolto ogni volta che bisognava costruire una grande struttura (castelli, ponti, dighe…) e serviva a implorare gli dei di placarsi, avere pietà dell’edificio e non farlo crollare con pioggia, vento, terremoti o altre calamità naturali.

Rappresentazione del rituale di hitobashira alla diga di Fujisaki nel 1609.

Il sacrificio dello/a hitobashira era un rituale agghiacciante. Uno dei casi più celebri è quello della diga Fujisaki a Tsugaru (Aomori): pare che questa diga si rompesse in continuazione, e più la riparavano e più si rompeva, quindi per placare l’ira degli dèi Sekihachi Yasutaka, un abitante del posto, il 14 aprile 1609 si donò spontaneamente e gioiosamente come colonna umana nei lavori di ricostruzione della diga, come testimoniato da un dipinto commemorativo (nell’immagine, un dettaglio). A quanto pare il sacrificio funzionò, dato che qualche anno dopo gli dedicarono un santuario.

Shinkai ha recuperato questa pratica sanguinosa riadattandola alla sua maniera: il sacrificio consiste non più nella morte bensì nella fusione con le nuvole, ma lo scopo resta inalterato, ovvero proteggere una grande struttura (in questo caso, Tokyo) dal clima impietoso.

Ora, se l’interpretazione della pioggia infinita come metafora della crisi climatica è corretta, allora your name. e Tenki no ko assumono un ulteriore aspetto speculare di straordinaria portata e potenza comunicativa, perché vuol dire che your name. è un film sulla vita e Tenki no ko è un film sulla morte.

Se in your name. la catastrofe naturale non causata dall’uomo era uno stimolo alla lotta per la sopravvivenza, in Tenki no ko la catastrofe naturale causata dall’uomo genera la presa di coscienza che l’unico modo per fermarla è il sacrificio dell’uomo stesso, ovvero la fine della civilizzazione come la conosciamo. Se questo non accade, la catastrofe non potrà che peggiorare ancora di più, ed è proprio quello che è mostrato esplicitamente in Tenki no ko: quando l’uomo è in armonia con la natura (Hina si fonde con le nuvole) il clima torna regolare, quando l’uomo non è in armonia con la natura (Hina torna sulla Terra) il clima impazzisce e piove per sempre.

Da questo punto di vista il film non è una commedia, ma una tragedia: per salvare una singola persona, Hodaka condanna la più grande megalopoli del mondo e i suoi quasi 40 milioni di abitanti a non vedere mai più il Sole, con innumerevoli morti, perdite e disagi. D’altronde il titolo internazionale scelto da Shinkai stesso non è affatto Weather Girl o qualcosa di simile, ma Weathering With You, ovvero “Resistere con te”. L’amore prima di tutto.

Mappa orografica digitale di Tokyo.

La mappa orografica di Tokyo mostra molto bene quanto praticamente mezza città sia entro i 4 metri sul livello del mare (colore verde), a 0 metri (azzurro) o addirittura sotto (blu), e quindi potenzialmente soggetta ad allagamenti.

Se your name. era un film sul passato, quando le catastrofi artificiali non esistevano e l’uomo combatteva contro la natura, Tenki no ko è un film sul futuro, in cui le catastrofi artificiali esistono e l’uomo deve salvare la natura.

Conclusione

Attenzione: contiene spoiler leggeri o comunque non comprensibili fuori contesto.

È possibile che Shinkai sia stato ispirato dalla crisi climatica, da Greta Thunberg, dallo scioglimento della calotta artica per realizzare la sua grande parabola ecologista? È possibile che questo non sia un film sul futuro, ma invece sul tragico presente a cui seguirà un terzo film sul radioso futuro che chiuderà il discorso sul rapporto uomo-natura iniziato in your name.? È possibile che tutti questi ragionamenti siano solo interpretazioni speculative a posteriori e che Shinkai volesse solo raccontare una storiella d’amore con un tocco di magia?

Soprattutto: cosa intendeva Shinkai quando ha dichiarato che questo film è divisivo per il pubblico?

La colonna sonora suggerisce una chiave di lettura. Mentre il film era in fase di scrittura, Makoto Shinkai ricevette da Yojiro Noda una canzone. È una toccante ballata lunga e dolente, il cui testo parla del potere che ha l’amore di smuovere da dentro e spingere a dare il meglio di sé. È un po’ il seguito di Sparkle di your name., proprio come Tenki no ko è un po’ il seguito di your name.. La canzone è Ai ni dekiru koto wa mada aru kai (“C’è ancora qualcosa che l’amore può fare?”) ed è diventata il tema principale del film.

Nel videoclip di Ai ni dekiru koto wa mada aru kai, diretto dal celebre regista Kazuaki Seki, i RADWIMPS incontrando le varie situazioni meteorologiche che si vedono nel film.

Il ritornello recita «C’è ancora qualcosa che l’amore può fare? C’è ancora qualcosa che io posso fare?», ma poi gli ultimi due versi sono «Sì, c’è ancora qualcosa che l’amore può fare. Sì, c’è ancora qualcosa che io posso fare». Naturalmente l’interpretazione è libera.

Qualunque cosa significhi, qualunque valore abbia e qualunque messaggio comunichi questo film, da spettatori non possiamo far altro che aspettare con curiosità il prossimo lavoro di Makoto Shinkai. Una cosa è sicura: Tenki no ko, pur con i suoi difetti, riesce nel grande merito di riaccendere l’attenzione su un regista che sembrava narrativamente finito, schiacciato dalla ripetitività dei suoi lavori precedenti, e che invece, forse, ha iniziato solo ora a esprimersi davvero con onestà.

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