Monthly Archives: Giugno 2019

SYNTH/org – Intervista a Laura Guglielmo e Ariel Vittori

Dimensione Fumetto incontra Laura Guglielmo e Ariel Vittori dell’Associazione culturale Attaccapanni Press per presentare il loro nuovo progetto editoriale SYNTH/org, un’antologia di fumetti di fantascienza dedicati al tema della vita sintetica.

L’evoluzione della SF da Frankenstein ai giorni d’oggi, architettura barocca, sessualità descrittiva, Dante Alighieri e naturalmente gli Orsetti Mimimì: di tutto questo e di molto altro ancora ci parlano direttamente loro due in questa intervista esclusiva per DF!


Ciao Ariel, ciao Laura! Presentatevi ai nostri lettori.

Ariel Vittori – Siamo Ariel Vittori e Laura Guglielmo, fondatrici ed editor di Attaccapanni Press, nonché curatrici di SYNTH/org, un’antologia di racconti di fantascienza. Insieme abbiamo selezionato gli autori, editato le storie a fumetti, curato l’art direction del libro e della campagna pubblicitaria, eccetera.

Laura Guglielmo – Attaccapanni Press è un po’ il nostro hobby, il nostro lavoretto part-time: nella vita siamo due illustratrici e fumettiste freelance.

Raccontateci cos’è Attaccapanni Press.

Ariel – Il progetto è iniziato nel 2016 con Grimorio, e in particolare da La strega dello stagno, una storia scritta da Laura Guglielmo e illustrata da me su una strega e un viandante. La storia ci venne rifiutata da un’antologia americana, ma dato che noi ci eravamo molto affezionate abbiamo pensato «Perché non la realizziamo noi un’antologia all’americana?». Anche se questo tipo editoriale esiste già in Italia, non viene fatto intorno a un tema forte caratterizzante, con autori selezionati in funzione del tema (e non il tema in funzione dagli autori) e retto da una mini-casa editrice finanziata tramite crowdfunding, tutte caratteristiche che negli Stati Uniti d’America vanno fortissimo.

Un po’ per gioco abbiamo quindi ideato il volume Grimorio, che ha raccolto enorme consenso fin da subito. Ci ha divertito talmente farlo da convincerci ad aprire successivamente l’Associazione culturale Attaccapanni Press, i cui primi libri sono stati Melagrana e Ave del 2017. Lo scorso febbraio abbiamo festeggiato il secondo compleanno con 13-14 volumi all’attivo, di cui poche grandi antologie tematiche, solitamente una all’anno tramite crowdfunding, e tanti piccoli esperimenti come Minimenù, un ricettario illustrato, o Crescent, una miniserie fantasy che narra una guerra civile fra maghi… prodotti ibridi e particolari.

Laura – Ci piacerebbe continuare su questa strada: siamo in un momento molto bello, se anche il crowdfunding di quest’anno va bene continueremo su questo ritmo con un un grande libro all’anno e altre pubblicazioni più piccole, non troppo impegnative per permettere ad Ariel e me di percorrere le nostre carriere individuali.

Copertine di "Crescent" di Laura Guglielmo e dell'antologia "Melagrana".

Due titoli Attaccapanni Press: la serie fantasy Crescent di Laura Guglielmo in corso dal 2016, e l’antologia erotica Melagrana del 2017.

La produzione di Attaccapanni Press è davvero variegata. Come mai passate dal fantasy alle ricette alla fantascienza?

Ariel – Fondamentalmente ci piace leggere storie scritte bene, e proporle è il nostro vero obiettivo molto più che perseguire un solo genere specifico. Anche nella letteratura di genere fantasy si possono incontrare elementi SF o horror a livello narrativo o di setting, e lo stesso è per SYNTH/org: sono storie di robot, ma non presentano necessariamente un setting fantascientifico. Per noi il genere è sempre subordinato alle buone storie, per permettere ad autori talentuosi, giovani o professionisti che siano, di raccontare cose interessanti.

Laura – Non amiamo particolarmente l’idea di legarci a un unico filone anche per il desiderio di non fossilizzarci su un genere e diventare “quelli che fanno x”. Vogliamo essere liberi di sperimentare, divertirci, tentare nuove strade. La cosa per cui siamo conosciuti sono le antologie, e all’interno di quel contenitore desideriamo poter spaziare!

Sta diventando opinione sempre più diffusa che fantascienza è un genere che sta perdendo colpi per via del ricambio generazionale. Credete che i singoli generi siano legati alla loro epoca?

Ariel – Secondo me è più il linguaggio con cui viene raccontato un certo genere ad affrontare periodi di moda o periodi di ristagno, mentre invece trovo che il genere in sé sia una cornice che non dice più di tanto su quanto sia o non sia datato un racconto. Per esempio, oggi non è tanto la fantascienza a essere datata, ma piuttosto una certa visione della fantascienza ancora legata agli anni ’60 che ormai ha stancato, per via di una visione un po’ ingenua del futuro, quel futuro che ora stiamo vivendo. Sicuramente molti sono ormai stanchi di questo tipo di linguaggio troppo semplice e poco esplorativo. Credo che i generi si possano rinnovare attraverso l’uso di tematiche attuali.

Laura – Non penso che alcun genere passerà davvero mai di moda. Concordo invece con Ariel sul fatto che dipende tanto da come si racconta. Sono convinta che la chiave per il “revival” dei generi in declino sia la contaminazione e l’arricchimento dei tropes narrativi: non vedrei l’ora di leggermi un bel poliziesco fantascientifico con risvolti paranormali! È anche possibile che, in un momento storico pervaso dalla paura per il futuro, il genere della fiction che guarda proprio al futuro possa essere meno attraente; se questo è il caso, allora amare la fantascienza è un atto di sovversivo ottimismo!

In effetti il concetto di “fantascienza” è nato quando la letteratura ha cominciato a concentrarsi sullo specifico tema scientifico a inizio Novecento. Anche prima però c’erano già delle realtà che al tempo non venivano ancora definite “fantascienza” perché non esisteva la parola, ma che comunque erano pienamente nel genere. Penso a Frankenstein, considerato al tempo un horror benché in realtà la trama si basi su delle conoscenze scientifiche al tempo non esistenti e quindi, per definizione, fantascientifiche.

Ariel – Sì, anch’io retrodato la nascita della fantascienza a Frankenstein. Penso sia un caso emblematico di etichettatura di genere: quel romanzo, come vari altri, era etichettato a suo tempo all’interno di un genere, e oggi lo consideriamo all’interno di un altro. È una dimostrazione pratica del fatto che le etichette non sono a tenuta stagna. Le storie possono appartenere a più filoni insieme e, quando succede, questa è una prova di forza, perché vuol dire che non stanno agendo in maniera prescrittiva secondo il copione del genere, ma stanno raccontando quello che volevano raccontare e in virtù di questo le si può poi descrivere con delle etichette.

È un discorso che, per deformazione professionale, mi fa molto sorridere. Sono stata l’editor dell’antologia erotica Melagrana, sono molto interessata al tema della sessualità, e l’etichettatura dei generi fa un po’ pensare all’etichettatura delle sessualità. Anche su questo tema la penso allo stesso modo, ovvero che bisognerebbe valutare la sessualità in modo fluido, descrittivo e non prescrittivo.

Fotogramma dal film "Frankenstein" di James Whale.

Il laboratorio del dottor Victor Frankenstein nella celebre riduzione cinematografica Frankenstein con Boris Karloff del 1931, uno dei capisaldi della serie dei mostri della Universal.

Dove pensate che stia andando la fantascienza?

Ariel – Sicuramente ha già superato le limitazioni dell’hard SF, ovvero quel sottogenere scientificamente accurato che si concentra su una specifica scoperta scientifica che cambia radicalmente le cose rispetto alla realtà. Già un film come Interstellar mostra questo superamento, perché è sì molto preciso sull’aspetto scientifico, ma va ben oltre e parla di molto altro. In SYNTH/org la stragrande maggioranza degli autori hanno usato la fantascienza come un mezzo per raccontare storie di vario genere: penso che sempre di più la fantascienza stia andando proprio in questa direzione ibrida.

Laura – A pelle direi che la fantascienza stia iniziando a pendere più verso il “fanta” che verso “scienza”, ma spero (pur rimanendo una ferma sostenitrice della contaminazione fra generi) di essere smentita: nonostante la fantascienza ultra ortodossa spesso risulti limitata e noiosa, amerei tantissimo un nuovo “culto per la scoperta”. Per me la SF è innanzitutto proprio il brivido della scoperta, del nuovo e dell’ignoto: avrei l’impressione di aver perso qualcosa di importante se questo aspetto cadesse del tutto nel dimenticatoio.

Sulla copertina di SYNTH/org c’è scritto “volume 1”: pensate di realizzarne una serie regolare?

Ariel – Non proprio. L’opera è pensata come una serie in due volumi, ed è proprio per questo che il primo è intitolato SYNTH/org mezzo maiuscolo e mezzo minuscolo: perché è concentrato sull’aspetto sintetico. Se questo primo volume avrà successo, realizzeremo anche il secondo che si intitolerà synth/ORG e sarà dedicato alla fantascienza organica, ovvero agli alieni.

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Copertina dell'antologia "SYNTH/org" realizzata da LRNZ.

La copertina del volume SYNTH/org fra sacro e profano.

La splendida illustrazione in copertina è stata realizzata da LRNZ e mostra la tecnologia che irrompe nella chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, capolavoro barocco di Francesco Borromini. Potete raccontarci la lavorazione di questa illustrazione così forte?

Ariel – LRNZ ha scritto un ricco articolo sul suo sito in cui spiega molto bene il suo pensiero, la genesi dell’illustrazione e l’idea filosofica che c’è dietro.

In principio era un drone nella chiesa. Essenzialmente la sua idea iniziale era di contrapporre la chiesa con la tecnologia, la singolarità robotica con la sacralità universale. Per farlo ha scelto un luogo esteticamente e simbolicamente divino, e cui ha contrapposto la “nuova divinità” rappresentata dal robot. Lui poi ha espanso molto questo concept iniziale, coinvolgendoci tutto il tempo e mostrandoci i vari gradi di lavorazione, ma il merito dell’opera è completamente suo, noi abbiamo dato solo dei minimi feedback tecnici. La conclusione a cui è arrivato è questa enorme rosa nera robotica che riprende, invertendola, la Candida Rosa del Paradiso di Dante, e porge la mano all’umanità in maniera al contempo inquietante e affascinante, il tutto in un luogo di immacolata, bianchissima, geometrica bellezza in totale contrasto con il robot nero.

Laura – È stato un piacere lavorare con LRNZ, un artista vero che ha sfruttato la commissione della copertina per raccontare un suo messaggio molto interessante. Anche la copertina del successivo volume synth/ORG sarà opera sua: le due illustrazioni, come pure i due volumi, sono due parti della stessa opera.

Il tema del rapporto uomo/macchina in SYNTH/org e in particolare nella sua copertina di LRNZ è curiosamente simile a quello del discusso poster di Lucca Comics & Games 2019 disegnato da Barbara Baldi sul tema “Becoming Human”. Credete che questi due lavori così apparentemente paralleli siano in qualche maniera paragonabili?

Ariel – È una domanda complicata a cui mi è difficile rispondere, prima di tutto perché noi stessi di Attaccapanni Press ci siamo accorti del parallelismo solo a posteriori, quando è stato svelato il poster, mentre noi invece stiamo lavorando al volume da ben prima.

L’idea per SYNTH/org è nata nell’estate del 2018, a Lucca Comics & Games 2018 abbiamo commissionato la copertina a LRNZ, che poi l’ha realizzata e finita fra i successivi gennaio e marzo 2019, quindi quando ancora non si sapeva nulla del tema di Lucca 2019, tant’è vero che quando abbiamo poi visto la locandina presentata il successivo maggio, abbiamo pensato fra di noi «Vedi che la robotica va molto quest’anno, abbiamo precorso i tempi!». Questo è il punto di contatto principale fra le due opere: sia noi sia l’organizzazione della fiera abbiamo scelto il tema della robotica, il che (per tornare al discorso di prima) ci conferma che non è affatto un tema morto, anzi, tutt’altro. Per il resto, credo che stia all’osservatore giudicare contatti e contrasti specifici fra le due opere e interpretare i loro significati.

Sicuramente la riflessione di LRNZ è sulla robotica in sé, e quindi su qualcosa di diverso dal rapporto fra robot e umano illustrato sul poster di Lucca 2019.

Poster delle edizioni 2018 e 2019 di Lucca Comics & Games disegnate da LRNZ e Barbara Baldi.

A sinistra: il poster di Lucca Comics & Games 2018 disegnato da LRNZ… o sarebbe meglio dire uno degli undici miliardi di poster (!) generati casualmente da un software. A destra: il poster dell’edizione 2019 disegnato da Barbara Baldi.

È possibile supportare il progetto SYNTH/org tramite crowdfunding, in scadenza proprio oggi. Fra i perk disponibili su Indiegogo c’è anche una bellissima spilla che rappresenta una mano robotica che regge un fiore.

Ariel – Sì, l’ha disegnata Laura, che è bravissima!

Laura – Oltre al design della spilla, ho ideato anche il titolo SYNTH/org e mi sono occupata del logo.

Fra l’altro questo soggetto della mano robotica che regge un fiore rimanda all’estetica di Clover delle CLAMP, un’opera molto molto pertinente al tema di SYNTH/org.

Laura – Lo leggerò, allora!

Illustrazione da "Clover" di CLAMP.

Clover è un’opera breve delle CLAMP che mette in scena il rapporto triangolare fra uomo e macchina, fra uomo e sovrannaturale, e fra macchina e sovrannaturale.

A proposito di opere pertinenti: qual è la vostra opere di fantascienza preferita?

Laura – È il videogioco Mass Effect, rigiocato mille volte! C’è dentro di tutto, robot e alieni.

Ariel – La mia serie letteraria preferita è il Ciclo dell’Ecumene, o Hainish Cycle, di Ursula K. Le Guin, e infatti io, che di solito partecipo sempre alle antologie, stavolta non ho una storia in questo volume proprio perché ce l’avrò sul secondo volume dedicato alieni: quella è la mia parte preferita della fantascienza. Quello che mi piace raccontare è l’incontro fra culture, e con la cultura aliena si può spaziare tantissimo narrativamente.

Siamo perfettamente sulla stessa lunghezza d’onda, perché anche a me piacciono gli alieni e in particolare gli Ewok di Star Wars, anche detti Orsetti Mimimì!

Ariel – Awww, che carini! Sono adorabili, ma devo dire che in Star Wars, invece, preferisco di gran lunga i robot: R2D2 e C3PO sono nel mio cuore, per sempre.


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Illustrazione di Ariel Vittori per l'antologia "SYNTH/org" di Attaccapanni Press.

Una bellissima illustrazione realizzata da Ariel Vittori in esclusiva per DF che rappresenta quattro dei robot che popolano il volume SYNTH/org: grazie mille!

Wednesday Warriors #35 – Superman: Year One #1

In questo numero di Wednesday Warriors:

SUPERMAN: YEAR ONE #1 di Frank Miller e John Romita Jr.

Bam’s Version

Inserendo “Frank Miller hates” come ricerca su Google, il testo vi verrà auto-completato in “Frank Miller hates Superman”. Dell’odio di Miller nei confronti dell’Uomo d’Acciaio se n’è discusso sin da Il Ritorno del Cavaliere Oscuro, opera del 1986 che insieme a Watchmen di Moore e Gibbons rivoluzionò il concetto di supereroe per gli anni a venire.

Il Superman di Miller è sempre stato visto come servile, assoggettato dal Governo Statunitense – una chiave di lettura solo in parte corretta, dato che il suo era un compromesso necessario per mantenere la pace e proteggere i suoi compagni d’arme supereroi, messi al bando dal Governo anni prima. Quello di Miller, per alcuni, è sempre stato visto come un Superman umiliato, servo del sistema, cane da guardia di politici spaventati dall’eroe vigilante Batman, protettore degli innocenti. Superman agiva per un bene superiore, mascherato dalle bugie dei politici e dei capi di stato. Come tutti noi, almeno una volta nella vita, l’Uomo d’Acciaio si è fatto ingannare ed ha creduto in un futuro pacifico. Non bastò Il Cavaliere Oscuro Colpisce Ancora, sequel del 2001 della graphic novel originale, tantomeno il capitolo successivo, il più recente Razza Suprema del 2015. Il percorso di redenzione dell’Uomo d’Acciaio e la sua presa di coscienza del proprio ruolo nel mondo non furono capite da chi leggeva Miller, forse più concentrato a criticarne l’evoluzione artistica, le volute esagerazioni narrative o i lunghi ritardi nella produzione.

Con il debutto della linea “per adulti” Black Label, DC Comics ha approfittato dell’occasione per spingere sui propri personaggi di punta e tornare ad offrire serie a fumetti in formato prestigio dai toni sferzanti, audaci e sicuramente non convenzionali. In quest’ottica va fissato il ritorno di Frank Miller sul personaggio. Superman: Year One offre all’autore del Maryland una nuova occasione per tornare in quell’universo narrativo e raccontare le origini del “suo” Superman, accompagnato per l’occasione dai disegni di John Romita Jr.

Le 68 pagine dell’albo si aprono su Krypton, un pianeta sull’orlo della distruzione. La voce narrante appare impersonale, distaccata eppure metodica e “viva” nell’analisi delle emozioni e degli eventi che circondano il neonato Kal-El. Il narratore segue diverse prospettive: alle volte, il suo tono è solenne nel descrivere i venti del Kansas spezzati dall’atterraggio della navicella Kryptoniana, “come la Mano di Dio” che purifica il raccolto nei campi. Altre volte, si abbassa e si mescola alla voce degli abitanti di Smallville, diventa volgare e umana: Jonathan Kent prende “il bastardino” tra le braccia, chiedendosi di “cosa cacchio” sia fatto per pesare così tanto. La griglia rigida, ma mai soffocante, delle tavole di John Romita Jr. segue i primi giorni del piccolo Clark sulla Terra. La scoperta dei poteri è graduale e legata a momenti particolari della crescita di un bambino: le prime corse nei prati, accompagnate da balzi inumani; un boccone di pappa troppo caldo, che scatena la vista termica del bimbo Kryptoniano; una nottata di sonno inquieta, disturbata dal suono di milioni di creature, dalle più grandi alle più piccole, che friniscono, bubolano, gracidano, un tormento per un ragazzino che scopre il suo super-udito. Il Clark Kent di Frank Miller dorme e senza accorgersene vola lontano, risvegliandosi la mattina dopo in un campo di grano lontano. “Now, how the heck am I gonna get home?” si chiede, “Come cavolo faccio a tornare a casa?”. Il ragazzino venuto dallo spazio, caduto sulla Terra ricorda, forse non a pieno ma ricorda Krypton, sente l’istinto inconscio di volare lontano.

Le prime ventisei pagine dell’albo raccontano di un solo bambino e due famiglie – una perduta, l’altra trovata. Kal-El viaggia lo spazio in splendide tavole di John Romita Jr. per trovare una nuova casa ed un nuovo nome, la Terra, l’America, il Kansas di Clark Kent. La natura e l’educazione del giovanissimo Clark passano attraverso le parole schiette, sincere di Jonathan Kent e dei pomeriggi d’autunno passati a giocare a baseball in un campo, così come l’irrequietezza, il seme del dubbio dell’abbandono sembrano nascosti all’interno della navicella venuta da Krypton. Clark sa benissimo di essere destinato a grandi cose – l’ha sentito chiaro e tondo, come se il narratore di Superman: Year One parlasse anche a lui e non solo ai lettori. Frank Miller decide di non dare una risposta immediata e la narrazione si sposta nel futuro, verso un’età fondamentale nella crescita – l’adolescenza.

Per questa occasione, il narratore esterno si sposta in disparte, più precisamente nelle chiose ai pensieri e parole di Clark Kent. L’anno scolastico comincia all’insegna del bullismo, uno degli argomenti centrali dell’albo; prendendo in prestito una pagina dal Ragno della Casa delle Idee, Clark si trova sempre più pensieroso sulle sue responsabilità. Sente benissimo di avere il potere per fermare i bulli e dar loro una lezione, ma sarebbe giusto utilizzare le sue capacità in questo modo? L’ansia e il nervosismo sopiti si fanno sempre più evidenti, bollono e il ragazzino innocente di Smallville inizia a sviluppare insofferenza, un’aggressività tipicamente adolescenziale. Le parole e le raccomandazioni dei genitori gli stanno stretti, la sofferenza di chi gli sta intorno brucia. Metterlo “nei guai” è un modo interessante per far venir fuori l’indole altruista di Clark, che ha nei suoi migliori amici un gruppo di sfigati ed emarginati, “alieni” in un mondo normale. Anche quando il giovane mostra una briciola del suo potenziale, finendo per rompere il braccio ad uno dei bulli, la risposta è infinitamente più crudele. Clark ha disobbedito ai genitori, ha difeso i suoi amici, ha dato una lezione ai cattivi, ma alla fine ciò che gli rimane è aver ferito ancora di più chi pensava di proteggere.

Il ritmo della narrazione si fa più intenso. Come il protagonista, il lettore si trova a dover interrogare la natura di questi atti crudeli, dalle uova in faccia alle bastonate, dagli armadietti zuppi d’acqua fino all’atto estremo, un tentato stupro. Gesti estremi ma mai troppo da sembrare surreali o improbabili nel “nostro” mondo. Superman: Year One rende Smallville maledettamente reale per la sua natura bieca, nella quale i personaggi positivi si sentono accerchiati e minacciati. Per Miller e Romita Jr., la vita al liceo di Smallville è un continuo ciclo di sopravvivenza, un posto in cui oggi sei il re e domani il giullare – una visione da cliché, stereotipata ma in fondo veritiera. Il figlio di Ma’ e Pa’ Kent rompe la griglia di Romita Jr. nella prima grande splash page dell’albo. Clark vola e salva Lana Lang dagli aggressori. Quello che il “Clark umano” non poteva fare viene spazzato via nel primo atto di maturazione del “Clark superumano”, audace, folle, spontaneo, eroico. Torna il narratore esterno per descrivere al lettore la magica sensazione del primo volo di Clark Kent, il rumore del battito del suo cuore che fa sbocciare la love story con Lana, le nuvole ad un passo. La fase adolescenziale di Superman: Year One si interrompe qui.

Il rapporto di Clark e Lana Lang è una nota tenera necessaria dopo venti pagine piuttosto ciniche. Le love story non sono mai state il fiore all’occhiello di Frank Miller, ma essendo questa la loro prima esperienza l’autore si lascia andare a qualche benvenuta tenerezza tra i due, corredata da una splendida sequenza che illustra e racconta l’emozione dei primi baci tra i due. Le parole del narratore si fanno volutamente smielate ed i primi voli nell’aria del giovane Kent sembrano quasi il naturale effetto di una freccia di Cupido.
Clark matura e la rabbia sembra sbollire, le idee si chiariscono e le parole del padre acquisito – così come quelle di Jor-El – si imprimono nella mente: “Sveglia, figlio mio, sveglia. Un mondo di meraviglie ed orrori ti attende. Un mondo che ha bisogno di te, ha bisogno di essere salvato.” Dopo una lunga giornata nei campi, illuminati dal Sole, Clark confessa al padre di essersi arruolato in Marina, di aver accettato il suo consiglio e di aver necessario bisogno di conoscere il mondo che lo ha accolto. Una scelta sofferta ma responsabile, una scelta che molti ragazzi normali come lui fanno a quell’età. Non la scelta di un supereroe, ma di una persona comune che vuole dare qualcosa a chi lo ha cresciuto, vuole proteggerli e vedere il mondo.

Con una narrazione semplice, serrata ma mai tremendamente pesante o cupa, cinica – specialmente dato il contesto narrativo e la continuity in cui si inserisce – gli autori stagliano il loro giovane Superman in maniera innovativa, fresca e soprattutto nuova. Non risparmiano sui dialoghi né sull’abbondanza di pensieri e descrizioni, anche a costo di risultare ridondanti. Le linee di John Romita Jr. sono le più classiche del figlio d’arte di casa Romita: la velocità d’esecuzione può essere scambiata per superficialità, ma l’impatto delle tavole chiave dell’albo raggiungono l’effetto sperato.

Con Superman: Year One #1 Frank Miller non sembra assolutamente dare più alcun adito alla strana, bizzarra teoria del suo odio verso Superman. Semmai, questo #1 conferma quanto Frank Miller ami Clark Kent e ciò che rappresenta. Il Kansas e Smallville giocano un ruolo fondamentale nella crescita di Kent quanto la sua nascita su Krypton. Qui vero e proprio Alieno Americano, molto più che nella miniserie omonima di Max Landis, il Clark Kent di Frank Miller e John Romita Jr. rappresenta una sfida non solo alla readership tradizionale di Superman, ma soprattutto al preconcetto che si ha di Frank Miller e del suo rapporto con Superman.

Gufu’s Version

Nella letteratura di tipo seriale esistono due tipi di continuity, una ufficiale e una che potremmo definire individuale.
La seconda riguarda l’esclusiva esperienza di ogni singolo lettore ed è composta dalle storie che lui ha letto e che ha coscientemente inserito nell’elenco di quelle che egli ritiene essere il canone relativo a un determinato personaggio.
La cosiddetta continuity individuale non può quindi essere terreno per confronti specifici, né può essere base di una qualunque critica che possa definirsi anche lontanamente oggettiva, in quanto riguarda esclusivamente la sfera personale di ognuno di noi e in quanto tale è assolutamente soggettiva. Per farla breve non si può dire che un fumetto debba rispondere a determinati canoni che sono frutto di un’esperienza esclusiva.
La continuity ufficiale invece è ben altra cosa e riguarda quell’insieme di storie che il proprietario dei diritti di quel dato personaggio decide siano parte della storia effettiva dello stesso.
Superman: Year One è assolutamente fuori dalla continuity ufficiale e lo è per un motivo essenziale: quello di permettere a due degli autori più importanti della storia del fumetto di lavorare alla loro personale rilettura del mito dell’Uomo d’Acciaio senza dover sottostare ai vincoli della “burocrazia”.
Nella lettura, e nel conseguente giudizio, di Superman: Year One è quindi fondamentale tenere a mente che ci troviamo di fronte all’elaborazione di una continuity individuale, somma delle due diverse concezioni che i due autori hanno di Superman.
Possiamo chiederci quindi che senso abbia un’operazione del genere visto che, muovendosi al di fuori dei canoni dell’ufficialità, teoricamente non potrebbe incidere in maniera determinante sull’iconografia del personaggio. La risposta è tanto semplice quanto evidente anche a chi guardi distrattamente la copertina dell’albo: è scritto da Frank Miller.
E tanto basta.
Da Miller ci si aspetta sempre una rilettura che ridefinisca il personaggio in maniera determinante anche in contesti ufficiosi (vedi “Il Ritorno del Cavaliere Oscuro”), e nel momento in cui l’autore mette mano a un’icona come quella di Superman è lecito quindi pensare che vedremo qualcosa di veramente diverso dal solito e altrettanto determinante per il futuro dello stesso.
In un certo senso è proprio quello che succede in questo primo albo: questo giovane Kal-El non è l’Uomo d’Acciaio di Byrne, tanto meno quello post-Flashpoint o quello delle storie di Otto Binder e Curt Swan. Frank Miller attinge e rielabora il Superman primigenio di Jerry Siegel e Joe Shuster per ridefinirne il Mito.
In quest’ottica è fondamentale, quanto complessa nella sua intelligibilità, la scelta narrativa dello scrittore del Maryland: la narrazione in prima persona, che caratterizza gran parte della sua scrittura, viene leggermente spostata, decentrata, proponendosi non più come una soggettiva quanto come una semi-soggettiva dalle caratteristiche più cinematografiche che letterarie. Il narratore, parzialmente onnisciente, pone l’ipotetica cinepresa alle spalle dei protagonisti, descrivendoci il loro punto di vista, spostandosi da personaggio a personaggio e offrendo ogni volta una diversa angolazione del racconto: una volta è Clark, un’altra è Jonathan, poi Martha e così via…
Come è normale che sia, gran parte del racconto si svolge dalla prospettiva del piccolo Kal/Clark mostrandocelo come già cosciente al momento della tragedia di Krypton e durante la solitaria traversata del cosmo fino all’arrivo sulla Terra: questo espediente permette al lettore di vivere assieme al piccolo Kal-El la tragedia della perdita dei genitori che si somma all’esperienza della più assoluta solitudine vissuta durante il viaggio interstellare. L’arrivo sulla Terra quindi si disvela ai suoi/nostri occhi come una vera e propria salvezza, carica di luce – il sole che dona al Kryptoniano i suoi superpoteri – e di vita, in contrasto con la sterilità asettica di Krypton.
Miller enfatizza, forse anche eccessivamente, il rapporto tra i sensi supersviluppati di Clark e il mondo che lo circonda, un mondo talmente vasto e interessante che non può fare a meno di mettere il nostro eroe nella prospettiva di chi vuole esplorarlo.
Tutto il racconto è talmente permeato da questa soggettività che il duo di autori sceglie di mettere in secondo piano ogni velleità di realismo: ad esempio l’arrivo del bimbo viene accettato da Martha con un’incredibile nonchalance e non si fa cenno alle pratiche di adozioni con le relative giustificazioni. La stessa Smalville viene descritta come un luogo che non esiste e non è mai esistito nella realtà degli Stati Uniti, è più un’icona, un luogo idealizzato, che non la rappresentazione di una vera cittadina del Midwest.
Tutta la prima parte dell’albo è smaccatamente naif e tradisce un ottimismo che Frank Miller raramente mostra nelle sue opere: a differenza di gran parte delle altre “storie di origini” qui, come nella prima versione scritta da Siegel e Shuster, Clark ha i superpoteri sin da piccolo. Questo però non lo rende un piccolo dittatore crudele come mostrato, in un’ottica decisamente plausibile, da Rick Veitch nel suo Maximortal; il Clark Kent di Miller non diventa “buono” per via dell’impossibilità di accedere ai propri superpoteri prima di subire l’educazione genitoriale, come invece accade dal Man of Steel di Byrne in poi, ma lo diventa per scelta, perché così viene cresciuto ed educato dai genitori adottivi: i due accettano la diversità del figlio senza alcuna paura – e con un rigore morale che sa molto di “American Way of Life” – descrivendo un percorso formativo diverso da quello visto, ad esempio, sugli X-Men o sullo stesso Man of Steel di Zack Snyder.
Qui i superpoteri sono un dono e non una maledizione da temere.
Questo velo di ingenuità viene però strappato, verso la metà della storia, da un’invasione perentoria di una realtà molto meno idealizzabile, un punto di svolta significativamente crudo che ha fatto sollevare non poche sopracciglia nel mondo della critica statunitense e che è sottolineato dall’unica spread page che JRJR si concede in tutto l’albo. R
ileggendo le prime pagine alla luce di questo avvenimento si nota come Miller e Romita avessero inserito, quasi subliminalmente, degli indizi – un sottotesto inquietante – che lasciavano percepire una realtà non così idilliaca come può sembrare inizialmente. Si tratta, in tutta evidenza, della prima vera battaglia “per la Verità, Giustizia e tutto il resto”: è il primissimo passo di Clark Kent per diventare quell’icona eroica e supereroica che è Superman, il primo capitolo di un racconto di formazione che assume i contorni del Grande Romanzo Americano che ogni scrittore statunitense ha nel cassetto.
La narrazione prosegue compassata per tutte le 64 pagine e lo stesso Romita Jr imposta la sua gabbia nel modo più ordinato possibile, evitando tagli e inquadrature ardite cadenzando un ritmo costante e privo di rilievi significativi pur restando, grazie alla sintesi raggiunta da JRJR negli ultimi anni, una lettura agevole nel suo complesso. Probabilmente delle chine più corpose, rispetto al tratto esile di Danny Miki, avrebbero giovato in un’ottica di maggior tridimensionalità e forza delle immagini, ma il lavoro dell’inchiostratore risulta comunque adeguato al tono ricercato dall’opera.
Il Superman di Miller e Romita Jr si presenta in questo primo capitolo come un’interessante atto di fedeltà e amore per il personaggio originale, sebbene privo di quella carica simil-socialista che caratterizzava i primi numeri di Action Comics poi ripresa da Grant Morrison nel 2011, dove la prospettiva originale viene ribaltata: se il Clark Kent goffo, imbranato e pavido era la rappresentazione di come Kal-El vedeva gli esseri umani, qui quella prospettiva è introiettata e gli autori ci mostrano il punto di vista del Kryptoniano, alieno come poche volte prima d’ora, sulla fragilità umana di chi lo circonda.

First Issue!

EVENT LEVIATHAN #1 Di Brian Michael Bendis e Alex Maleev

Ci sono oggettivamente pochi team creativi in grado di tenere in piedi un intero albo composto principalmente da un dialogo e uno di questi è sicuramente quello composto da Bendis e : se c’è una cosa che un aspirante scrittore di fumetti può e deve imparare da Bendis è proprio la sua capacità di costruire dialoghi credibili in maniera estremamente intelligente. Questi non si sovrappongono mai a quanto già raccontato dai disegni e, laddove non forniscono elementi di intreccio, aggiungono profondità ai personaggi senza che questi ultimi “spieghino” in maniera didascalica loro stessi.
LEGGI LA RECENSIONE COMPLETA QUI

Penguin Highway – Il mistero dei bambini

Nell’anno 2018 il cinema d’animazione giapponese non ha visto megahit che sono diventate fenomeni sociali come your name. dell’agosto 2016, ma gli animefan hanno invece concentrato il loro sostegno e supporto a produzioni più simili a In questo angolo di mondo del novembre 2016, come ad esempio Liz to aoi tori, Wakaokami wa shōgakusei! e Penguin Highway, usciti uno dietro l’altro, che hanno reso il 2018 uno splendido anno.

Copertina del romanzo "Penguin Highway" di Tomihiko Morimi e locandina del film "Penguin Highway" di Hiroyasu Ishida.

A sinistra: la copertina del romanzo Penguin Highway di Tomihiko Morimi edito dalla Kadokawa, storicamente la casa editrice giapponese più sensibile alla fantascienza. A destra: la locandina italiana di Penguin Highway, portato in Italia da Dynit e presentato in anteprima a Lucca Comics & Games 2018.

Fra questi tre titoli, Penguin Highway è tratto da un romanzo per ragazzi con protagonista uno studente delle elementari, inusualmente scritto da Tomihiko Morimi che è invece famoso per i suoi lavori che tendono alla slapstick comedy con protagonisti grezzi strudenti universitari come Yoru wa mijikashi aruke yo otome e The Tatami Galaxy, entrambi già trasformati in anime, ed è stato diretto da Hiroyasu Ishida, giovane animatore e autore che ha diretto cortometraggi molto vivaci come Fumiko no kokuhaku e FASTENING DAYS.

Fumiko no kokuhaku (“La confessione di Fumiko”) è un cortometraggio del 2009 scritto, diretto e animato da Hiroyasu Ishida, quasi un esperimento tecnico, che unisce un tipico stereotipo della cultura pop giapponese come la confessione d’amore della liceale con un umorismo di modello più americano, confrontabile con Tex Avery e soprattutto Roger Rabbit.

 

Nonostante la storia parli dello studente delle scuole elementari Aoyama-kun che organizza una ricerca scientifica per capire il mistero dei pinguini spuntati all’improvviso nella sua città, dell’igienista dentale detta «sorellona» che li crea, e anche di un “mare” che fluttua su un prato in mezzo a un bosco, in realtà l’avventura delle vacanze estive da bambini e l’ambientazione sono rappresentati in modo così meraviglioso da surclassare completamente la storia del film.

Nel romanzo originale ci sono già sia la trama della ricerca analitica di Aoyama-kun sul mistero dei pinguini, sia la trama della sfida emotiva di un ragazzo sul mistero delle affascinanti «tette» di una ragazza più grande di lui. Il regista Ishida non ha deviato dal soggetto originale e lo ha coscienziosamente trasformato in animazione, il cui incipit vede la curiosità rappresentata in maniera un po’ comica di Aoyama-kun per le «tette» della sorellona. Eppure, nella seconda parte del film, nella scena in cui la sorellona abbraccia Aoyama-kun, il suo seno si muove avvolgendolo in maniera gentile, lasciando percepire un senso di affetto e di solennità.

A marzo di quest’anno il Sasayuri Café , la cui proprietaria è una ex animatrice dello Studio Ghibli, ha ospitato una mostra di disegni di Penguin Highway. Fra le opere esposte c’erano i disegni originali che rappresentano la scena dell’addio della sorellona ad Aoyama-kun: nonostante in effetti la sorellona non pronunci alcuna battuta in quella scena, il regista Ishida ha scritto per ogni cut delle parole che descrivono il di lei stato d’animo, dimostrando come lui provi un profondo amore per questa storia e i suoi personaggi. Sfortunatamente non ci sono fotografie di questi appunti del regista perché era proibito fotografare alla mostra.

Fotogrammi da "Penguin Highway" di Hiroyasu Ishida.

Nei due secondi scarsi che impiega la sorellona per uscire, ci sono almeno tre cut che esprimono i suoi sentimenti complessi e contrastanti per Aoyama-kun, a libera interpretazione dello spettatore.

La famosa fumettista Moto Hagio, autrice di Thomas no shinzou e Edgar e Allan Poe – Il clan dei Poe, si è molto complimentata dopo la lettura del romanzo per il modo in cui restituisce la sensazione dell’abbraccio fra Aoyama-kun e la sorellona. Anche nel film si percepisce esattamente la stessa sensazione, e dopo essere usciti dalla sala cinematografica resta ancora in testa la certezza che in futuro Aoyama-kun abbia possibilità infinite: è un’opera straordinaria.

Un film che vorrei assolutamente venisse visto anche dagli spettatori fuori dal Giappone.

P.S.: il palcoscenico della storia è la città di Ikoma nella prefettura di Nara, che ha veramente quella scuola elementare, quel treno per Osaka, quel centro commerciale Æon Mall eccetera che si vedono nel film. È il luogo di nascita dello scrittore del romanzo Tomihiko Morimi, e avendo anch’io abitato a Ikoma, quelle scale che si trovano nel bosco dove gironzola il mostro Jabberwock le ho salite e scese tante volte portando a spasso il cane, e personalmente mi fanno tornare in mente tanti ricordi nostalgici.


Copertina de "Il mistero dei pinguini" dei The Misfits.La canzone italiana del film Penguin Highway è Il mistero dei pinguini dei The Misfits – Cartoon Cover Band, vincitori del premio Red Phoenix a Lucca Comics & Games 2019.

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Di robot magnetici, campane di bronzo e antiche civiltà… JEEG ROBOT D’ACCIAIO!

Come abbiamo già avuto modo di ricordare , gli ultimi anni del 1970 in Italia, sono stati caratterizzati da una enorme diffusione di prodotti d’animazione giapponese che ha visto la sua massima espressione, soprattutto attraverso le reti televisive locali desiderose di cavalcare l’onda robotica orientale.

E’ così che sulla scia del successo di UFO Robot Goldrake, nel 1979 le tv italiche iniziarono a diffondere le avventure di Jeeg robot d’acciaio!

Il successo di Jeeg sarà così coinvolgente da proseguire per decenni. Addirittura nel febbraio 2016 si è parlato di lui a voce ancora più alta grazie al film cinematografico Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, vincitore di numerosi premi al David di Donatello e ufficialmente distribuito anche in Giappone con la benedizione di Go Nagai.

La storia di Jeeg, non si discosta troppo dai canoni del tempo. Ci troviamo sulla terra, in un ipotetico Giappone nel pieno sviluppo economico pre-scoppio della bolla speculativa. Questa volta il nemico non viene dallo spazio ma dalle viscere della terra: si tratta del popolo Yamatai. Risvegliatosi a seguito del ritrovamento da parte del Professor Shiba di una campana di bronzo appartenente alla loro regina Himika, gli Yamatai nel tentativo di recuperare l’artefatto che darebbe loro la possibilità di sconfiggere l’umanità, uccidono il professore che tuttavia aveva già tempo prima “nascosto” la campana nel corpo del proprio figlio Hiroshi durante un’operazione in cui, nel tentativo di salvarlo a seguito di un grave incidente, lo trasformò in un cyborg. Da quel momento Hiroshi sarà in grado di trasformarsi in Jeeg, il robot d’acciaio protettore della terra dalla minaccia degli Yamatai!

Dopo gli ottimi risultati ottenuti tra gli appassionati per la prima edizione in bluray di Goldrake, Anime Factory prosegue la sua attività di diffusione sul mercato italiano del catalogo di Koch Media dedicato all’animazione giapponese.

L’intera serie composta da 46 episodi, è racchiusa in due cofanetti da 3 dischi blu-ray BD50 dual layer, cadauno. Come ormai tradizione, l’edizione è di notevole qualità già a partire dai box esterni e i booklet, con la guida agli episodi e i disegni preparatori originali, allegati ad entrambi i volumi. A livello di tecnicismi, ci troviamo di fronte ad un video full HD 1080p, frutto della rimasterizzazione dei supporti originali mentre dal punto di vista audio abbiamo un doppio canale italiano-giapponese 2.0 DTS-HD MA (dual mono). Si annoverano tuttavia, piccole imperfezioni nella traccia audio italiana dovute all’usura dei master originali.

Quello che apprezzo da operazioni di questo tipo, più che l’effetto nostalgia, è mantenere inalterato il valore storico e divulgativo dell’opera originale. Riproducendo gli episodi con l’audio giapponese e i sottotitoli in italiano fedeli allo script originale, si ottiene una visione del tutto diversa dell’universo di Jeeg Robot: partendo già dalle sigle con la voce di Ichiro Mizuki con il testo karaoke, passando per il doppiato con le catchphrase molto più accattivanti e coinvolgenti rispetto a quelle meno ortodosse dell’edizione italiana, fino al senso di molti dialoghi e passaggi della storia che i nostri ardimentosi adattatori dell’epoca, avevano non poco snaturato. Anche in questo senso il lavoro di Anime Factory è ineccepibile e restituisce appieno il coinvolgimento che l’opera originale aveva l’obiettivo di trasmettere.

♫♪ Noi restiamo tutti con te … perché tu … tu sei Jeeg! ♪♫ 

Box 1 n. 3 Dischi Bluray – 50,00 €

Box 2 n. 3 Dischi Bluray – 39,99 €

Wednesday Warriors #34 – da Silver Surfer a Hulk

TEAM UP!
Attenzione fedele lettore dei Guerrieri del Mercoledì, ti attende una eccezionale novità!
Da questo numero i Wednesday Warriors si alleano all’altra grande tribù di True Believers del web italiano: gli amici di First Issue, rubrica de Lo Spazio Bianco dedicata ai “numeri uno” del fumetto USA.
ASSEMBLE!

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

IMMORTAL HULK #19 di Al Ewing e Joe Bennett

Esistono diversi modi di declinare l’orrore, inteso come genere narrativo, che possono essere sintetizzati in due tipi di approcci: c’è chi predilige un racconto più ricco di sottotesti, psicologico, che lascia intendere senza mostrare e che preferisce instillare inquietudine – quel prurito alla nuca – facendo leva sull’immaginazione e sulle paure più intime del lettore; c’è chi invece preferisce darci un pugno nello stomaco, che punta a disgustare, spettacolarizzando la narrazione esplicitandola in un crescendo gradguignolesco di elementi splatter.

All’interno di questi due estremi si colloca l’Hulk di Al Ewing e Joe Bennett.

Sin dalla sua nascita Hulk è sempre stato una metafora del rapporto conflittuale tra ragione e istinto, tra umanità e inumanità, tra le istanze sociali di Banner e gli istinti puramente autoconservativi e asociali di Hulk: un orrore visto come metafora del conflitto interiore uomo/mostro dentro ognuno di noi.
Questo conflitto si è sviluppato, allargandosi su più fronti, grazie alla tanto lunga quanto seminale gestione di Peter David che ha legato indissolubilmente ogni aspetto del Golia di Giada a un frammento della complessa psiche di Bruce Banner.
Al Ewing, che non è uno sprovveduto, ha giustamente deciso di radicare il suo Hulk proprio nel lavoro di Peter David per approfondirlo e ribaltarlo: laddove David aveva utilizzato Hulk per esplorare l’umanità di Banner, Ewing esplora il concetto stesso di mostruosità. Cos’è un mostro? Come lo identifichiamo?

Un’indagine sulla mostruosità che Ewing non limita a Banner/Hulk ma che viene estesa al cast di comprimari, storici e non.
Con una riflessione molto simile a quella che Robert E. Howard fa con Conan – contrapponendo un ideale barbarico alla civilizzazione contemporanea – gli autori di Hulk si interrogano sul concetto di non-umanità ritornando a quel conflitto di cui sopra, quell’istinto autoconservativo che in qualche modo stride con le istanze etiche di un’umanità comunemente intesa. Un istinto che si incarna in questa ultima, incredibile, versione dell’Abominio: un “mostro” minaccia e chiede morte allo stesso tempo.

Questa esplorazione viene declinata dal team creativo in maniera volutamente sopra le righe, urlata: Joe Bennett riprende lo stile che portò la EC Comics a dominare il mercato dei comics durante gli anni 40/50, integrandolo a un tratteggio fitto che rimanda agli incisori del XIX secolo,  come William Blake e Gustave Doré, il tutto inserito in una composizione contemporanea che vede il multiquadro delle vignette come fattore narrativo determinante. Una soluzione che conferisce alle immagini una tridimensionalità terribilmente efficace e che dona profondità al racconto orrorifico costringendo l’occhio a indugiare sui particolari più raccapriccianti.

L’orrore di Ewing e Bennett si colloca quindi più dalle parti del pugno dello stomaco che non da quelle del racconto più psicologico ma utilizza la forza delle sue immagini per veicolare una serie di riflessioni che sono ben lontane dall’essere concluse.

Bam’s Version

SILVER SURFER: BLACK #1 di Donny Cates & Tradd Moore.

Si può solo immaginare quanto sia difficile approcciarsi ad un personaggio complesso come Silver Surfer – specialmente nell’anno della scomparsa di Stan Lee, il suo creatore, che lo ha spesso indicato come uno dei suoi personaggi preferiti e senz’altro come il suo più profondo. Il Surfer era portavoce delle visioni filosofiche di Lee, delle sue idee più mature ed elaborate, complicate. Nato dalla matita, estensione della mente geniale di Jack Kirby, stanco di disegnare navicelle spaziali, l’Araldo di Galactus squarciò la tela immacolata della cultura pop e dell’Universo Marvel come faceva Lucio Fontana. Da parte i supereroi con superproblemi, il Surfista Argentato divenne la grande figura tragica in un mondo colorato e apparentemente spensierato, un filosofo dotato di immensi poteri cosmici, disgraziatamente separato dalla vastità del cosmo, dalle innumerevoli galassie. Il suo amore e la sua pietas per i Terrestri – che lo guardano dal basso e lo disprezzano, lo temono, alieno com’è – lo condannarono ad una vita lontana dalle stelle. Un sentimento malinconico, triste, nobile, come quello di un surfista separato per sempre dalle sue onde.

Dal 1966 al 2019 sono trascorsi 53 anni e di correnti cosmiche, sotto i ponti, ne sono passate abbondantemente. Per un personaggio che ha vissuto il proprio “Omega” ben due volte – nel 1988 con Parabola di Stan Lee e Jean “Moebius” Giraud e nel 2007 in Requiem di J. Michael Straczynski e Esad Ribic – il Surfista d’Argento ha ancora molto da dire. Sarà perché l’industria a fumetti risulta spesso più vasta ed indecifrabile dei misteri spaziali che Surfer affronta. Dopo la lunga gestione firmata Dan Slott & Mike e Laura Allred, una reinterpretazione a la Doctor Who del personaggio, e la breve parentesi-reunion dei Defenders di inizio 2019, Silver Surfer passa nelle mani dell’autore più caldo del momento, il nuovo golden boy della Casa delle Idee Donny Cates, scrittore Texano che guida il suo Venom verso territori inesplorati e, allo stesso tempo, si sta impegnando nel ricostruire il panorama di testate cosmiche Marvel.

Nella sua pluri-acclamata Thanos, Cates scrisse un Norrin-Radd da un futuro remoto impugnava Mjölnir e dominava l’Onda Annihilation, ammantato non più d’argento ma di nero; in Guardians Of The Galaxy, invece, il Silver Surfer tornò al suo tradizionale incarnato, prendendo parte al concilio galattico tenutosi dopo la dipartita di Thanos – il “la” alla già citata operazione di ricostruzione cosmica dell’universo Marvel. Per Donny Cates approfondire il suo discorso riguardante il Surfista Argenteo era solo questione di tempo e Silver Surfer: Black rappresenta il momento adatto per fornire la sua interpretazione del personaggio. Idealmente posta a metà proprio tra il suo Thanos e Guardians Of The Galaxy, Silver Surfer: Black si pone l’obiettivo di colmare un gap di continuity fondamentale alla visione d’insieme dell’autore – e di raccontare una meravigliosa, distruttiva e folle storia cosmica nel frattempo.

Attenzione a non sottovalutare l’importanza della personalità di un autore in fase di lavoro. Cates è un bad boy dal cuore d’oro, capigliature poco pettinate, giacche in jeans e t-shirt, tatuaggi, barba ispida. Il suo approccio e il suo modo di fare ricorda quello delle rockstar. Ama far propri i personaggi che scrive, modificandone la storia, toccandone la continuity nei punti salienti. Cates sa diventare protagonista sottolineando quanto siano affascinanti e complessi i personaggi che scrive. A fargli da contraltare, troviamo l’artista scelto per Silver Surfer: Black, Tradd Moore. Artista dalla personalità timida e sommessa, Moore vive le sue origini ad Atlanta, Georgia, sognando Takashii Mike, gli X-Men, Matrix e Silver Surfer (che coincidenza). A questa figura esile da ragazzone pacifico e geek, Moore preferisce far parlare la sua esplosiva personalità artistica, l’energia unica dei suoi movimenti fluidi, delle sue linee curve, la potenza del suo vibrante storytelling. Cates e Moore si completano come poche altre coppie attuali nel mondo del fumetto: le prime venticinque pagine di Silver Surfer: Black mostreranno uno splendido equilibrio creativo. Questo Silver Surfer prende la sua pesante eredità e si rinnova.

La minacciosa e meravigliosa sequenza iniziale si staglia in un momento non precisato del tempo. Adombrato dalla gigantesca figura di Galactus, Silver Surfer riflette sulla sua natura e sul suo ruolo di Araldo per il Divoratore di Mondi. Le onde curve della fisionomia aliena, i movimenti sinuosi della figura del Surfista lo staccano dalle interpretazioni classiche di John Buscema o di alcune iconiche illustrazioni di Joe Jusko. Quello di Tradd Moore è un Surfer alieno, vibrante e fluido – un corpo di mercurio che a stento contiene l’energia Cosmica al suo interno, ne riflette le imperfezioni e i tremori. Lo stile adottato da Donny Cates è pomposo, regale ed egregio. Silver Surfer espone il suo dramma e il fuoco che gli brucia la mente: essere associato alla morte, a Galactus, marca lo spirito del Surfista, che sente sempre di più il peso della sua inerzia, del suo essere spettatore dei terrificanti banchetti cosmici del suo padrone. L’Araldo Argentato di Galactus non si perde d’animo, fa della sua tragicità scudo e motore e, in un pianto disperato, diventa un piccolo punto bianco in una vignetta nera, accompagnando il lettore nel presente, introducendolo al vero nucleo del fumetto.

Personaggi più o meno noti del cosmo Marvel vengono risucchiati da un buco nero, evento raccontato dallo stesso Cates nel già citato #1 di Guardians Of The Galaxy. La fitta continuity dell’autore non limita, tuttavia, la narrazione, che apre una finestra sulla mente del Surfista, costretto ad attingere ad ogni goccia del proprio potere cosmico per salvare i suoi alleati. Mentre Cates descrive di atomi che si spezzano, vortici galattici che si avvolgono intorno ai personaggi e di “scaglie di realtà che esplodono in detriti di fantasia”, Moore mette in scena la deflagrazione con ineguagliabile energia, un tripudio di forme e colori, scelti dal maestro veterano Dave Stewart – scelta peculiare e praticamente perfetta. Le onde cinetiche, la cura per i dettagli, le anatomie piegate al movimento universale della tavola diventano impossibili da ignorare, impossibili da non osservare al microscopio, in alcuni casi: Moore unisce le minuzie della tavola di Katsuhiro Otomo a Kirby Krackles, la ricerca del movimento costante e fluido dell’azione non costringe al sacrificio la dovizia di particolari nelle espressioni del viso, con un Surfista che, piano piano, sente lo sforzo e le energie abbandonare il suo corpo argenteo.
Sullo sfondo, un costante turbine di colori si sostituisce allo spazio bianco tra le vignette – la storia occupa tutto lo spazio possibile, illustrando al meglio l’esplosione pop Marvel-style di una faglia spazio-temporale.

Nell’oscurità che avviluppa le pagine successive, il Surfista si risveglia, cullato dalle parole di Cates, mai come in questo fumetto sommesso, malinconico, eppure nobile e determinato, come il Silver Surfer che cerca di portare a galla dall’oscurità. Anche Moore, fuori dal delirio cosmico, lascia spazio al protagonista di ricomporsi; la gestione del nero e del bianco, contrastanti, diventano funzionali alla trama, ne rispecchiano la dicotomia. Silver Surfer, cosa porta con sé, la luce o l’oscurità? La morte o la speranza? Alla base di Silver Surfer: Black c’è una domanda ontologica, rispettosa del personaggio originale di Kirby e Lee, che si interroga sulla propria natura in maniera matura, conscia, sebbene immerso in un mondo straordinario, spettacolare, rumoroso e vivace.

L’arrivo del Surfer su un nuovo pianeta apre ad una seconda sequenza action, possibilmente ancor più stupefacente della precedente. La Tavola del protagonista diventa un’arma leggiadra e devastante, che vola da una vignetta all’altra, una master class in sequenzialità raccontata dalla ritrovata risoluzione del Surfista di Donny Cates. Una volta rivelata la peculiarità della trama e il mistero che farà da filo conduttore a tutta la mini-serie, Silver Surfer: Black #1, albo d’esordio perfetto, ha il tempo e lo spazio per un’altra, enorme splash page, che sembra richiamare l’inizio dell’albo. Sia luce o buio, bianco o nero, il Surfista non sembra in grado di staccarsi dall’ombra della Morte.

First Issue!

BATMAN: LAST KNIGHT ON EARTH #1 di Scott Snyder e Greg Capullo (di Simone Rastelli)

La messa su tavola di questi mondi e di questi straniamenti costituisce largamente la componente più solida di questo debutto: Capullo, Glapion e Plasciencia lo rendono con plasticità dei corpi e materialità degli ambienti, così da creare un contrasto fra questa e la componente di irrealtà della vicenda. In conclusione, un racconto solido ma costruito per accumulo lineare e pedissequo di elementi, che accompagna il lettore passo dopo passo e, così facendo, crea sì momenti di stupore momentaneo, ma mai di sorpresa profonda, che cioè mettano in crisi il lettore.
LEGGI LA RECENSIONE COMPLETA QUI

Kids With Guns – Tribe, l’intervista e il ritorno di Capitan Artiglio

Kids With Guns 1Un saluto a Capitan Artiglio! Grazie per esserti fermato qui con Dimensionefumetto.it in questa splendida cornice del Napoli Comicon, per scambiare due parole sulla tua nuova opera, Kids With Guns 2 – Tribe.

So che questa è la tua seconda esperienza alla fiera partenopea: sei già stato ospite di COMICON grazie a Bao Publishing nel 2018, in occasione dell’uscita del primo Kids With Guns. 365 giorni dopo sei di nuovo qui a Napoli, sei ancora ospite Bao Publishing e ti chiedo dunque quali siano le tue impressioni sulla fiera, la città, il tuo rapporto con il pubblico.

Ciao Fabrizio! Napoli è bellissima, si mangia benissimo ed essere al COMICON è esaltante, stancante ma sempre soddisfacente e soprattutto molto, molto divertente.

Sono contento della risposta del pubblico: vedo molte persone acquistare il secondo volume, tanta gente che vuole scambiare qualche chiacchiera durante la sessione di firme, fanno la fila allo stand Bao per parlare insieme a me di Kids With Guns. Alcuni addirittura ricordavo di averli visti alla fiera precedente! È elettrizzante, vuol dire che il primo volume è piaciuto tanto e sono fiero di questo risultato.

Voglio entrare subito nel vivo della nostra intervista e farti qualche domanda su Tribe, secondo capitolo della trilogia Kids With Guns. Il primo volume si era concluso con il peggior momento nella vita dei Fratelli Doolin, che diventano propriamente protagonisti in Tribe. C’è molta più attenzione dedicata a loro padre, Bill “la Morte” Doolin, e al gruppo di fuorilegge al suo seguito, il Mucchio Selvaggio – senza dimenticare il mistero dei potenti ed occulti Teschi di Moloch.
Cosa puoi anticipare ai lettori riguardo il percorso dei Doolin in Kids With Guns – Tribe?

I Doolin hanno molto più spazio in Tribe e saranno al centro di importanti risvolti di trama.

Non voglio spoilerare troppo, ma ciascuno dei tre fratelli prenderà una direzione propria, che porterà la famiglia a separarsi. Hanno i loro obiettivi individuali, sono persone molto diverse e la storia li sta spingendo gli uni lontano dagli altri. Poi, come hai accennato, il potere distruttivo dei Teschi di Moloch sarà un elemento fondamentale di questo secondo volume, ne scopriremo le origini, capiremo il loro ruolo nel mondo di Kids With Guns – ma soprattutto, il lettore potrà rendersi conto di quanto siano pericolosi e particolari. Sono quel pizzico di soprannaturale che rende l’azione in Kids With Guns divertentissima da disegnare…

Un’altra parte importante di Tribe è riservata al Mucchio Selvaggio, una gang di predoni e fuorilegge con poteri assurdi e letali, “figli” di Bill Doolin che il lettore ha già sentito nominare nel primo volume, a seguito dell’introduzione del Reverendo e del Cherubino. Sono rimasto parecchio soddisfatto del lavoro sul Cherubino, è un personaggio che ha affascinato molti lettori già dal debutto e mi sento libero di poter rivelare che compirà un’ evoluzione importante.

KWGInsieme a questo gruppo di adulti scellerati e impegnati nelle loro dispute, c’è la Bambina Senza Nome, la protagonista silenziosa della tua trilogia e vero “cuore” della storia. Proprio dopo la grande battaglia shonen con il Cherubino, la ritroviamo in Kids With Guns – Tribe con un nuovo status quo, nel ruolo di leggendario bandito. Ma la sorpresa più grande, per me, è stata l’introduzione di una nuova dinamica nella storia: un gruppo di amiche nella vita travagliata di una bambina fuori dal comune.
Che ruolo ha questa “gang” di ragazzine per la Bambina Senza Nome?

Per me era fondamentale che la Bambina potesse entrare in contatto con ragazze della sua stessa età, che potesse toccare con mano una vita diversa dalla sua. Un tipo di rapporto nuovo per lei, che potesse riflettere nuova luce sul suo percorso di crescita.
Avere sempre a fianco un gigantesco Carnotauro ti segna un po’, come persona! [ride, nda] Ma proprio a causa di questo suo “essere anomala” era importante per me trovare qualcosa di “normale” con cui farla confrontare. In Tribe la Bambina Senza Nome affronterà molto di più la sua emotività, scoprirà un nuovo lato di sé e quanto è disposta a combattere per proteggere chi ama. Scoprirà di avere una famiglia e, al tempo stesso, dovrà mantenere fede alla sua fama da “invincibile fuorilegge” che si è creata.

Mi fa piacere che tu abbia parlato di “famiglia”, perché se è vero che il primo Kids With Guns era improntato alla costruzione del mondo e al setup della storia, in Tribe ho notato una maggior concentrazione proprio sul tema della famiglia, acquisita o meno, costruita da sé o naturale che sia. Dato che entrambi i volumi sono dedicati alla tua famiglia, suppongo sia un perno fondamentale della tua narrativa. Cosa ti va di rivelarci a riguardo?

Mi affascina raccontare questo aspetto in particolare della vita di ognuno di noi: l’individuo e chi gli sta intorno, i diversi cerchi che ci abbracciano e ci circondano. Analizzare i rapporti tra le persone è una mia fissazione, che cerco di inserire nella mia narrazione.

Io ho un buon rapporto con la mia famiglia ma so contemporaneamente di aver creato un’altra cerchia di conoscenze, di amici ai quali voglio bene. È un po’ il discorso del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, fino alla piena maturità: la famiglia si trasforma, assume un nuovo ruolo, magari si arriva a rinnegarla per poi tornarci – allo stesso modo funziona con le amicizie.
In ogni caso, questo intreccio di relazioni ci forma e la famiglia ha sempre un ruolo fondamentale, secondo me.

Ecco un aspetto di Kids With Guns che mi attira particolarmente: anche se la tua opera appare molto eccentrica, con elementi western, architetture orientali e dinosauri fantasy che interagiscono nello stesso contesto, Kids With Guns rivela in realtà una natura alquanto introspettiva e intimista, che sostanzialmente affonda le sue radici nel percorso di crescita di una bambina.

Questo era il mio preciso obiettivo, raccontare il percorso di formazione di una ragazzina così come degli altri protagonisti intorno a lei. Non è facile trovare il proprio posto in un mondo talmente caotico: fra action, splatter e poteri soprannaturali il mio scopo era raccontare il viaggio di persone insicure.

Il nuovo volume Tribe è ricco di extra che rivelano le tue origini come artista. Mi piacerebbe approfondire il discorso legato alla nascita di Kids With Guns – che, come accennavo prima, vive di una natura “giocattolosa”. Le storie di questo mondo sembrano quelle di un bambino dalla fervida immaginazione, immerso in un gigantesco playset nel quale poter inserire tutto ciò più gli piace.

A me piace creare “come farebbe un bambino”, non ci vedo assolutamente nulla di male nel dirlo. Ho voluto catturare l’energia creativa che tutti noi, quando eravamo piccoli, sfruttavamo per inventare storie assurde e ho scoperto in questa forma di narrazione e di disegno il mio habitat naturale. La fantasia va al primo posto e mi permette grande libertà con lo storytelling.
In secondo luogo, credo sia impossibile non notare alcune strizzate d’occhio ad un certo tipo di cultura pop. In Kids With Guns ci sono tante citazioni legate alla mia infanzia ed ai cartoni anni ‘90, con il quale siamo cresciuti un po’ tutti. Aver creato un collegamento tra l’infanzia del lettore e il mondo di Kids With Guns consente una connessione emotiva più facile, più curiosa e più empatica, a mio avviso.

Parlando di disegno – noti un’evoluzione nel tuo stile lavorando a Kids With Guns? Cosa è cambiato dal primo al secondo volume dell’opera, quanto è maturato Capitan Artiglio?

Lo stile è in continua evoluzione, direi! [ride, nda] Proprio di recente ho notato come le prime venti pagine di Tribe siano completamente diverse dal modo di scrivere e disegnare che ho adottato nel primo volume. Il processo di studio è assiduo: confrontarmi con altri artisti e colleghi del settore si sta rivelando fondamentale per il processo di crescita come narratore vero e proprio.
Ho tanta strada da fare ma, passo dopo passo, spero di migliorare ancora.

Tiriamo le somme di questa piacevole discussione: con Kids With Guns – Tribe chiudi il secondo capitolo della trilogia ed il finale della saga è ormai alle porte. Se potessi dare solo una anticipazione ai lettori, quale sarebbe?

Tanta, tanta azione e tanto, tanto caos. La conclusione di Kids With Guns riunirà tutti i personaggi – sarà un momento imperdibile, che non vedo l’ora di poter raccontare.

Penguin Highway – Il mistero degli adulti

Quest’anno il film d’animazione Penguin Highway ha vinto il Premio d’eccellenza nella categoria Animazione alla XXII edizione del Festival delle arti multimediali del Giappone, lo stesso festival organizzato dal Ministero per l’educazione, la cultura, lo sport, la scienza e la tecnologia giapponese (MEXT) che due anni fa aveva premiato come migliori opere Shin Godzilla di Hideaki Anno nella categoria Intrattenimento e your name. di Makoto Shinkai nella categoria Animazione. Si tratta quindi di un riconoscimento ufficiale, anzi istituzionale, che corona di alloro la testa di Hiroyasu Ishida, un regista ancora giovanissimo eppure con una reputazione ottima che ha già superato la fase della “giovane promessa”.

Nato il 3 luglio 1988, segno del Cancro, animale cinese Dragone, Hiroyashu Ishida compirà quest’anno 31 anni e ha già alle spalle una carriera che molti invece cominciano alla sua età. Il suo primo cortometraggio l’ha diretto mentre era in seconda superiore e frequentava il liceo artistico Asahigaoka di Nagoya, città vicino cui è nato, precisamente in un suo sobborgo affacciato sul mare e chiamato Mihama. Nel 2009, a 21 anni ha realizzato il cortometraggio Fumiko no kokuhaku (“La confessione di Fumiko”) che gli ha fatto vincere i primi premi sia in casa, alla XIV edizione del succitato Festival delle arti multimediali, sia all’estero, al Festival internazionale dell’animazione di Ottawa in Canada. Due anni dopo è stato fra i fondatori dello Studio Colorido, che ha iniziato le attività con spot televisivi e cortometraggi promozionali. A partire dal 2014 con il cortometraggio Paulette no isu (“La sedia di Paulette”) lo Studio Colorido diventa un habitué del programma notturno di animazione di qualità noitaminA, che poi prenderà Paulette proprio come sua mascotte.

Il cortometraggio Paulette no isu. noitaminA produrrà in seguito anche il primo mediometraggio dello studio, Taifuu no Noruda (“Il tifone Norda”) diretto da Youjirou Arai, che aveva lavorato come animatore per gli ultimi film di Hayao Miyazaki.

Arrivati nel 2019, a dieci anni dopo la fondazione  lo Studio Colorido conta tre sedi, un organico di 43 lavoratori (fra cui l’animatrice francofona Julia Derungs), numerosi cortometraggi, e finalmente un lungometraggio: Penguin Highway.

La sceneggiatura non originale è stata scritta dallo sceneggiatore e produttore teatrale Makoto Ueda, alla sua terza riduzione di un romanzo di Tomihiko Morimi dopo The Tatami Galaxy e Yoru wa mijikashi aruke yo otome. Stavolta si tratta di un copione molto, molto meno sperimentale ed estremo rispetto alle due opere precedenti, ma non per questo meno ricco. Anzi, delle tre sceneggiature della coppia Morimi-Ueda, quella di Penguin Highway è se possibile la più aperta a interpretazioni e letture metaforiche, essendo quella che presenta il maggior numero di elementi criptici se non assurdi.

Copertine di "Yo-jou han shinwa taikei" e "Yoru wa mijikashi aruke yo otome" di Tomihiko Morimi.

Le copertine dei due precedenti romanzi di Tomihiko Morimi Yo-jou han shinwa taikei e Yoru ha mijikashi aruke yo otome, entrambi pubblicati dalla Kadokawa Shoten, la casa editrice giapponese di fantascienza per eccellenza. Dal primo è stata tratta una serie tv animata arrivata anche in Italia col titolo The Tatami Galaxy, dal secondo è stato tratto un film animato esportato per ora solo in Corea del Sud. Le copertine sono illustrate da Yusuke Nakamura, disegnatore dal tratto inconfondibile.

L’assurdo incipit è la cosa meno assurda del film: in piena estate la cittadina di Aoyama-kun, un bambino diligentissimo e studiosissimo, viene invasa da una miriade di pinguini di origine ignota. A questo primo mistero si aggiungeranno nel corso della storia mostri informi, distorsioni spaziali, fenomeni fisici inspiegabili, creature ultraterrene e poteri sovrannaturali, o almeno così sembra dato che non è assolutamente chiaro cosa effettivamente succeda nel film.

Eppure, ecco il grandissimo risultato raggiunto dal giovanissimo regista Ishida: mettere in scena un film esplicitamente e volontariamente incomprensibile che però riesce comunque a colpisce lo spettatore utilizzando l’atmosfera, i personaggi, i colori, le musiche, gli oggetti e in generale tutto quello che non è trama, palesemente una scusa per mettere in scena tutt’altro.

In Penguin Highway c’è tantissima carne al fuoco, a partire dalla letteratura fantasy e fantascientifica occidentale (basti citare Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò dato che viene nominato anche nel film) mischiata con numerosi richiami al maestro Miyazaki sia visivi sia tematici (anche qua basti citare il viaggio in treno come metafora di crescita interiore), eppure il film non risulta mai pesante o noioso: semplicemente, dopo un po’ lo spettatore si accorge del gioco al rialzo esponenziale del regista e non resta quindi che seguirlo sospendendo, anzi annullando completamente l’incredulità.

Fotogrammi da "Penguin Highway" di Hiroyasu Ishida.

Due momenti di spiccato gusto miyazakiano in Penguin Highway.

Il territorio dove il regista vuole portare lo spettatore è quello del rapporto fra i due protagonisti, il bambino che si atteggia da adulto Aoyama-kun e la adulta insondabile come una bambina Sorellona, talmente adulto il primo che infatti viene chiamato sempre per cognome e talmente bambina la seconda che infatti viene chiamata sempre col soprannome. Il complesso rapporto fra i due, un gioco delle parti in cui lui indaga su di lei mentre lei spinge lui a indagare su sé stesso ed entrambi recitano uno stereotipo, rischia però di venire frainteso nella versione italiana, in cui l’infelice scelta di adattamento “tette” del termine originale giapponese oppai rischia di stravolgere per il pubblico italiano la natura del rapporto fra i due, e di farlo apparire come una sorta di attrazione paraerotica preadolescenziale di Aoyama-kun verso la Sorellona, come infatti è sembrato a molti, molti, molti spettatori.

In realtà la parola oppai fa parte del cosiddetto youjigo, cioè del linguaggio per i bambini, chiamato anche baby talk in ambito professionale psicologico. Fanno parte dello youjigo tutte quelle paroline infantili tipo wan-wan al posto di inu per “cane” o poppo al posto di tori per “uccello”, e corrispondono a “pappa”, “bua” o “nanna” al posto di “cibo”, “ferita” o “dormire” in italiano. Questo vuol dire che, proprio perché usa innumerevoli volte la parola oppaiAoyama-kun non è attratto come un adolescente dalle tette della donna bramata, ma come un bambino dal seno della madre amata.

Fotogrammi da "Penguin Highway" di Hiroyasu Ishida.

La scena del dente da latte è una delle tante che mostra il rapporto squisitamente materno che la Sorellona ha con Aoyama-kun.

Come in giapponese oppai si colloca a metà fra lo scientifico nyuubou e il colloquiale chichi, in italiano “seno” si colloca a metà fra lo scientifico “mammelle” e il colloquiale “tette” e forse sarebbe stata una scelta di adattamento migliore. La Sorellona svolge infatti in tutto e per tutto il ruolo di una madre per Aoyama-kun: lo sgrida, lo educa, gli toglie un dente da latte, ci mangia insieme, ci gioca insieme, ci studia insieme, crescono insieme, e ogni sua reazione o espressione è quella di una madre verso il figlio, e non di una ragazza procace verso un bambino precoce. A conferma di ciò, c’è che la vera madre di Aoyama-kun è un personaggio del tutto irrilevante nell’economia del film e che si vede per pochi secondi in tutto.

In qualche maniera, quindi, il “mistero della Sorellona” potrebbe essere il “mistero della madre”, questo sì veramente forte narrativamente e probabilmente massima fonte di ispirazione per le letterature di tutti i tempi e luoghi, da Medea alle tre Madri.

Penguin Highway è quindi un film solo superficialmente fantascientifico che ha al suo centro una storia potentemente sentimentale, come suggerito anche dalla splendida e dolcissima colonna sonora di Umitaro Abe, la quale rifugge totalmente gli strumenti elettronici e qualunque suono possa ispirare anche solo lontanamente l’idea di fantascienza, per affidarsi completamente a un’orchestra completa di 56 elementi, fra cui Abe stesso al pianoforte e alla fisarmonica.

Il meraviglioso tema portante di Penguin Highway di Umitaro Abe, dolce come il dolce rapporto madre-figlio descritto nel film e nella copertina stessa della colonna sonora.

Dato che i registi nati negli anni ’50-’60 si stanno pian piano avviano verso l’età della pensione, che Makoto Shinkai ha rifiutato ufficialmente il titolo di “nuovo Miyazaki” e che Hiromasa Yonebayashi dopo tre lungometraggi ancora non riesce veramente a uscire dalla poetica dello Studio Ghibli, potrebbe Hiroyasu Ishida ambire al titolo di giovane nuovo maestro dell’animazione cinematografica giapponese e portare quel ricambio generazionale necessario per salvare gli anime? Le premesse sono le migliori, dato che Ishida riesce a recuperare l’eredità sia visiva sia tematica della tradizione nipponica (in particolare dello Studio Ghibli) senza copiarla, ma anzi rielaborandola in un linguaggio assolutamente personale, ricchissimo, immaginifico, che si amplifica con le nuove suggestioni e le nuove possibilità tecniche offerte dall’animazione 2D digitale, già visibilissime e sfolgoranti in questo film e in particolare nell’immaginifica sequenza finale.

Resta solo da aspettare di vedere dove la “penguin highway” di Ishida, ovvero il suo istinto, lo condurrà, e seguire questa strada.


Copertina de "Il mistero dei pinguini" dei The Misfits.La canzone italiana del film Penguin Highway è Il mistero dei pinguini dei The Misfits – Cartoon Cover Band, vincitori del premio Red Phoenix a Lucca Comics & Games 2019.

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Wednesday Warriors #33 – da DCeased a Meet the Skrulls

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

MEET THE SKRULLS #5 di Robbie Thompson e Niko Henrichon.

La vita tra gli uffici di una grande casa editrice non dev’essere tutta rosa e fiori – artisti, scrittori, coloristi e letteristi sono legati virtualmente dall’editor, che deve rispondere poi all’editor-in-chief, che deve parlare poi con il marketing, ecc.ecc. Un’abbondante dose di responsabilità passa dalle mani alla mente di diversi elementi, con ogni componente pronto a dover dar battaglia per valorizzare il proprio ruolo e le proprie idee. In una industria a fumetti sempre più spinta verso i Grandi Nomi e con meno attenzione rivolta alle “seconde linee”, certe volte ogni piccola storia, ogni vignetta, ogni singolo balloon può fare la differenza.
Meet The Skrulls nacque sotto questi tormentati auspici, ideata dello scrittore Robbie Thompson, supportata dall’editor Nick Lowe: una famiglia di Skrull infiltrata sulla Terra, un nucleo di personaggi costretto a restare nell’ombra e ad integrarsi, sulla falsariga di serie di successo come The Americans. Un concept difficile da vendere, ma che ha trovato lo spiraglio giusto per essere pubblicato dopo il successo della pellicola Captain Marvel – ma, fortunatamente, gli Skrull cartacei risultano ben più interessanti delle loro controparti filmiche. Tuttavia, Meet The Skrulls non riesce a scrollarsi di dosso l’etichetta da serie di seconda o terza fascia, pur riuscendo a chiudere, in soli cinque numeri, una storia intrigante con personaggi piuttosto complessi.
Thompson ha costruito una interessante serie di eventi che, tra passato e presente, ha ingarbugliato i rapporti della famiglia Warner: dietro la famiglia di Stamford, Connecticut, composta da Carl, Gloria e le figlie Madison e Alice, si nascondono infidi alieni mutaforma, mortalmente intenzionati a portare a termine la loro missione e sventare il Progetto Blossom.
Ma sotto la trama principale dalle tinte spy, costruita in periferia del Marvel Universe, staccandosi dal palcoscenico principale, Robbie Thompson ha saputo nascondere un’intrigante riflessione sulla effimera natura dei rapporti famigliari – e cosa vuol dire fingere, mentire e non essere sinceri all’interno di una famiglia.
La natura effimera della persona Skrull, dove il volto, la voce e l’aspetto cambiano forma a seconda dell’occasione e della convenienza, diventa un punto focale, lente d’ingrandimento per analizzare al meglio la natura di una famiglia spezzata, sacrificata in nome dell’Impero della missione. Se per Carl e Gloria la transizione tra il loro pianeta natale e la loro permanenza sulla Terra è stata faticosa, per le figlie Madison e Alice il completo assorbimento nella cultura Terrestre spinge ad interrogarsi sulla natura della missione stessa, sull’individualità al di fuori della famiglia e su cosa vuol dire rapportarsi alle uniche persone che sembrano comprenderci.
In una serie che dosa con il contagocce le proprie scene d’azione e si affida principalmente al dialogo come mezzo di spostamento lungo la trama, l’importanza di un’artista come Niko “Pride Of Baghdad” Henrichon sta tutta nei momenti di quiete, nel gusto europeo, delicato, morbidissimo della costruzione delle figure e dei design e nella capacitá di distorcere, camuffare e smascherare gli inganni Skrull al momento decisivo. Robbie Thompson ha tenuto un ritmo lento per gran parte della miniserie, gestendo al meglio i colpi di scena e le rivelazioni: ne deriva una sottile tensione che sembra pervadere lo spazio bianco tra le vignette, che lega ogni piccolo mutamento del viso dipinto da Henrichon.
La conclusione della serie e la lettera dell’editor Nick Lowe in chiusura del numero segnano la fine delle avventure della famiglia Warner, protagonista di Meet The Skrulls, serie audace ma fortemente penalizzata dalla sua natura “di nicchia”. Intrigante se si ama un certo tipo di thriller psicologico, qui diluito con spruzzi di Universo Marvel, la miniserie di Robbie Thompson pecca nel ritmo lento, sostanzioso ma troppo poco esplosivo per lasciare un vivido impatto nel lettore casual. Gli splendidi disegni di Niko Henrichon accompagnano una trama comunque solida e ricca di spunti di riflessione sul sempre interessante confronto nature vs. nurture.

DEATHSTROKE #44 di Christopher Priest e Fernando Pasarin.

Attenzione: dato il contenuto dell’albo, la recensione contiene spoiler.

È possibile dare ancora risalto alla morte nel mondo del fumetto nel 2019? La fine della vita terrena, come un divorzio sancito dal Demonio o la nascita di una nuova nemesi dal passato oscuro di un eroe, diventa un cliché, un plot point da sfruttare a proprio piacimento per ringalluzzire le vendite, disturbare i lettori, scuotere le fondamenta della propria storia. Per Christopher Priest, la morte di Slade Wilson diventa il modo perfetto per tornare ai vecchi fasti – e rimettere Deathstroke in carreggiata.
Il terzo anno editoriale della serie dedicata all’Assassino Più Letale del DC Universe ha visto ogni sorta di sconvolgimento: lo scontro con il Cavaliere Oscuro ha messo in dubbio l’identità del padre di Damian Wayne, l’incarcerazione ad Arkham ha minato la sanità mentale del lettore come quella di Deathstroke e gli effetti del Contratto Terminus e del cross-over con i Teen Titans di Adam Glass hanno distrutto la fiducia del gruppetto adolescente – e lasciato Slade orizzontale, steso in una bara di mogano.
Elegy, primo capitolo di Deathstroke R.I.P., inizia con il confronto tra Deathstroke e Superman, avvenuto nel primo arco narrativo della serie. Un necessario reminder che Priest lascia al lettore, un modo per ricordare quanto lontano sia arrivata questa storia, tenuta insieme dalla sempreverde discussione sulla “vera natura” di Slade Wilson, un uomo costantemente frenato dalla sua morale deviata e dal suo atteggiamento nichilista, due elementi che impediscono a Deathstroke qualsivoglia forma di eroismo.
Entra in gioco Fernando Pasarin, artista che riempie il vuoto lasciato da Carlo Pagulayan con una sequenza iniziale che, da sola, vale il prezzo dell’albo. Una gigantesca splash page riprende, dall’alto, la pira funeraria allestita per salutare per l’ultima volta Slade Wilson: i volti peggiori dell’Universo DC si alternano in elogi funebri e ultimi insulti volti ad accompagnare Deathstroke nell’oltretomba, un momento che mette in risalto la potenza narrativa del team creativo: i testi graffianti e sarcastici di Priest che riempiono la griglia rigida, cinematografica di Pasar in, mentre figure come Talia Al-Ghul, Raptor, Terra e tanti altri lasciano la loro impressione del tristemente defunto. L’atmosfera lugubre per quei pochi che davvero amavano Deathstroke stona e stride con il sadico senso dello humor Priestiano, un contrasto efficace per un albo che analizza il mondo costruito intorno al personaggio principale e le ripercussioni che la morte di quest’ultimo hanno su tutti i personaggi incontrati finora. Damian Wayne affronta il peso della responsabilità, così come Jericho, il figlio incompreso di Deathstroke, rifiuta la morte del padre, al punto tale da lanciarsi in uno sprazzo di collera contro gli attendenti al funerale.
Priest non abbozza, non si perde in retorica. Non lo ha mai fatto, del resto. Con i personaggi che ha sapientemente gestito in ben quarantaquattro numeri di storia, Priest analizza la situazione, osservando pro e contro, tracciando insieme a Pasarin il futuro della testata – e chi erediterà l’identità di Deathstroke. Con il finale della serie che si avvicina all’orizzonte, lo scrittore riunisce tutto il cast in una situazione paradossale, un circo cinico e macabro venuto a rendere omaggio al direttore venuto a mancare. Deathstroke resta la sleeper hit della linea editoriale DC, una storia però troppo complessa e complicata da poter essere facilmente digerita tramite Wiki e riassunti. Il gioco di Slade sembra essere giunto al termine e Priest vuole mostrare al lettore cosa succede quando la morte – a fumetti – torna ad essere rilevante.

Gufu’s Version

DCEASED #2 di Tom Taylor, Trevor Hairsine, Stefano Gaudiano

DCeased è un fumetto supereroistico che vuole sembrare un fumetto di zombie ma che non vuole essere (solo?) un fumetto di zombie.
È il paradosso generato da certe regole commerciali che sovrastano le esigenze narrative: da qui la scelta di utilizzare cover di chiaro taglio horror a tema zombie, come quella inquietantissima di Lenil Francis Yu per questo numero, che aiutano il prodotto a posizionarsi in un mercato affollato di proposte omogenee e spesso difficilmente distinguibili tra loro.
Questo desiderio di sembrare qualcosa ma di provare ad essere qualcos’altro, o quantomeno metafora di altro, è particolarmente evidente osservando il taglio realistico che Trevor Hairsine utilizzato nelle sue tavole: non si eccede in una narrazione grottesca che indugi sull’effetto horror/splatter prediligendo invece un’impostazione più vicina al supereroistico classico alla Neal Adams. Solo il lavoro di inchiostrazione più carico di neri, ad opera di Stefano Gaudiano, tradisce un sottotesto più inquietante che, accompagnato alla palette di colori crepuscolari di Rain Beredo, conferisce all’albo il giusto tono orrorifico senza però ricorrere a una narrazione più sguaiatamente sottolineata.
In un albo più imperniato sui personaggi che sull’intreccio, il trio di artisti riesce a descrivere il mondo post-apocalittico tramite la narrazione in background e l’espressività dei volti dei personaggi non coinvolti direttamente nella narrazione.
In DCeased infatti Tom Taylor assimila la lezione di The Walking Dead e concentra il suo racconto sui personaggi, sulle loro reazioni agli eventi cataclismatici in atto, facendo in modo che l’orrore insorga dal rapporto empatico e dal lavoro di immedesimazione del lettore con i personaggi. Qui lo scrittore dimostra di possedere una notevole padronanza dei personaggi utilizzati – Superman e famiglia, Batman e famiglia, Freccia Verde, Lenterna Verde, Black Canary e altri – riuscendo a delinearli efficacemente nel giro di poche battute e dialoghi per poi proiettarli verso svolte inedite, più difficili da realizzare nella continuity classica: forte dell’esperienza maturata su Injustice, Taylor esplora le potenzialità di personaggi come Black Canary sottoponendoli a quello che potremmo definire come uno “stress test” collocandoli al di fuori dei loro ambiti abituali restituendo così ai lettori delle figure più tridimensionali.
Questo secondo numero di DCeased è quindi un incredibile lavoro di esposizione e world building (o forse world destroying?) che però mette in secondo piano una trama che, al momento, sembra più in pretesto per giocare liberamente con i personaggi che il fulcro del racconto stesso.
Un secondo albo carico di emozioni intense con un vero colpo al cuore sul finale.

JUSTICE LEAGUE #25 di Scott Snyder e Jorge Jimenez

Speranza.
È questo il filo conduttore che lega le ventidue tavole di Jorge Jimenez in un’alternanza continua tra scene puramente “action” e altre più riflessive: il disegnatore spagnolo si conferma come uno degli interpreti più efficaci del linguaggio supereroistico, capace di stupire il lettore con una narrazione “sopra le righe” – caratterizzata da profondità di campo infinite, layout destrutturati ma mai scomposti e scelte indovinate dei momenti da rappresentare – ma sempre consapevole di sé. Impressionante anche la sua capacità di declinare questa esplosività stilistica in contesti più intimisti, come appunto la tavola di apertura e tutto il conseguente viaggio introspettivo di Superman.
Un viaggio, in cui Jimenez gioca con i contrasti luce/ombra sottolineati dalle scelte cromatiche di Alejandro Sanchez, che porta Superman – il perno attorno a cui gira tutto l’albo – dall’ombra alla luce per giungere ad un finale esplosivo sia in termini emotivi che in prospettiva puramente narrativa.
Tutto l’albo è una continua costruzione di momenti tensivi che portano il lettore alla risoluzione finale in uno stato di apnea: liberatorio.
Dopo un approccio un po’ goffo e sostanzialmente dimenticabile sulla testata Superman Unchained, Scott Snyder dimostra di aver colto l’essenza del Primo Supereroe delineando una figura supereroica ma pienamente umana, ancorata ai suoi legami passati e presenti, che riesce ad essere risolutore, Deus Ex Machina, e portatore di speranza.
Non è un caso che tutto il “piano” di Batman sia imperniato saldamente nella Fede [il maiuscolo non è un refuso] che l’Uomo Pipistrello ripone nell’Uomo D’Acciaio.
Conclude l’albo una storia di James Tynion IV e Javier Fernandez che rinarra quanto già letto su DC’S YEAR OF THE VILLAIN SPECIAL #1

Asimmetrie e Scuola del fumetto: anche l’INFN fa scienza a fumetti

Abbonarsi ad Asimmetrie è facile e gratuito. Asimmetrie è la rivista di informazione e divulgazione dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), e con l’ultimo numero , il 26, nella mia cassetta della posta ho trovato una bella sorpresa.

Un fumetto dal titolo Racconti dal Bar Aonda. Un bar non distante dal Ristorante al termine dell’universo inventato da Douglas Adams. Un bar nel quale si trovano onde e particelle che girano per lo spazio e si fermano per fare due chiacchiere e rifocillarsi un po’, visto che vanno veloci da un capo all’altro dell’universo.

Ed è l’occasione per raccontare come queste onde (o particelle?) vengono catturate e studiate sulla Terra.

L’albo a fumetti (30 pagine) è scritto da Marco Madoglio e Catia Peduto. Il primo è legato alla Scuola del Fumetto di Milano, la seconda fa parte dell’Ufficio Comunicazione dell’INFN.

I disegni sono di Ramie, ai colori Bianca Burzotta. Sotto la direzione di Pia Astone, primo ricercatore dell’INFN, e da anni all’interno di VIRGO.

La storia racconta in breve l’origine teorica delle onde gravitazionali, e la loro recente e rivoluzionaria osservazione. Sia dal punto di vista delle onde stesse (Nera15 è proprio la prima onda gravitazionale rilevata), che degli scienziati sulla Terra.

Con la presenza anche di personaggi accattivanti e simpatici, come solo i giovani ricercatori sanno essere: tre dottorandi del progetto VIRGO che incroceranno le loro vite con le scoperte dell’ormai famosa astronomia multimessaggero.

Il fumetto è stato presentato dall’INFN come allegato all’ultimo numero di Asimmetrie al recente Salone Internazionale del Libro di Torino. Oltre alla storia, divertente e legata ai sentimenti umani, oltre che alle scoperte scientifiche, il volumetto contiene alcuni approfondimenti divulgativi, per i più curiosi, appunto.

Ma la parte a fumetti, con l’intreccio, e anche con qualche incursione tecnica, stimola e coinvolge già sufficientemente la curiosità.

La cosa interessante è che, dopo il CNR con Comics&Science, anche un altro importante ente di ricerca italiano utilizza il nostro medium preferito per allargare la platea dei fruitori e attirare anche le giovani generazioni verso la scienza.

Forse potrebbe essere auspicabile una regia comune, per evitare il disperdersi in tanti rivoli di risorse che sappiamo essere limitate. Ma è bello e importante che il fumetto sia ormai a tutti gli effetti un linguaggio della divulgazione scientifica.

E speriamo che i fumetti allegati ad Asimmetrie non finiscano qui…

my two cents #01 – Card Captor Sakura: Clear Card, Note dall’appartamento 107, Reverie

  1. Inizia oggi una nuova rubrica su Dimensione Fumetto: my two cents, contrazione dell’espressione americana “put my two cents in” che in italiano potrebbe suonare come “secondo la mia modesta opinione”.

Partiamo oggi parlando di Card Captor Sakura: Clear Card, Note dall’appartamento 107 e Reverie, tre opere collegate da un tema comune: il sogno.

Card Captor Sakura: Clear Card

A distanza di ben sedici anni dalla conclusione della serie storica, la catturacarte delle CLAMP torna con un nuovo ciclo di storie denominato Card Captor Sakura: Clear Card. Sakura si sta affacciando all’adolescenza e sta per iniziare le scuole medie, ma questo non è l’unico cambiamento nella sua vita. Le carte di Clow hanno perso il loro potere e sono diventate trasparenti, un uomo incappucciato e vestito di una tunica bianca sembra essere collegato all’avvenimento, e una nuova chiave compare in aiuto della catturacarte. Le autrici riescono a mantenere la stessa atmosfera a cui eravamo abituati, fresca, spensierata, ma densa di mistero. La trama entra subito nel vivo, i disegni rimangono coerenti con quelli della serie storica e l’uso di un tratto sottile aiuta a particolareggiare le vignette senza appesantirle.

CLAMP
Card Captor Sakura: Clear Card
Edizioni Star Comics, collana Greatest, maggio 2019
b/n, pp. 160, € 4,50


Note dall’appartamento 107

Il confine fra sogno e realtà è sempre molto labile e l’esordiente Kashiwai lo sa bene, come ci mostra nel volume Note dall’appartamento 107. Una raccolta di storie brevi, delle piccole poesie a fumetti rese eleganti da una colorazione raffinata e delicata, con una palette di tinte desaturate che si intrecciano sapientemente con il bianco della carta e il tratto sottile della china. Filo conduttore di tutti i capitoli è una giovane donna che ci trasporta all’interno della sua vita (o dei suoi sogni?) e attraverso di essi veniamo risucchiati in questo vortice surreale e intricato che forse trova risposta solo nell’ultima pagina. Forse…

Kashiwai
Note dall’appartamento 107
Edizioni Star Comics, collana Wasabi, maggio 2019
colore, pp. 168, € 12,00

 


Reverie

Il sogno continua anche dopo la lettura se riusciamo a lasciarci andare alla rêverie (in francese “fantasticheria”, ma nel linguaggio della critica il termine è usato per indicare un abbandono all’immaginario fantastico), e immergerci nell’omonimo volume di Golo Zhao. Parigi, la città che ha visto nascere e crescere artisti di tutte le epoche, è lo scenario della storia che racconta di Jun, un giovane scrittore cinese, trasferito nella capitale francese per prendere ispirazione dall’arte europea. Qui farà la conoscenza di Dominique, ed è proprio da quello che dovrebbe essere il loro ultimo incontro che la narrazione prende il volo in un continuo alternarsi di realtà e fantasia, facilitato nel suo viaggio dal supporto del disegno. Un tratto vibrante, quello di Zhao, che associa il nero della china al bianco della tempera entrambi su un fondo che simula la carta kraft tipica dei pacchi, un trinomio che dona alla storia una piacevole atmosfera di handmade.

Golo Zhao
Reverie
BAO Publishing, Collana Cinese, giugno 2017
bicromia, pp. 232, € 19,00

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