Monthly Archives: maggio 2019

Lo Sfigatto – Nekonaughey: le prime impressioni e il non perdersi mai d’animo

StarComics-SfigattoQuesta recensione di Lo Sfigatto – Nekonaughey, edito da Star Comics già a febbraio, arriva decisamente in ritardo rispetto alle pretese di “vi racconto la novità”, e forse solo per questo non avrebbe motivo di essere. Eppure i mesi trascorsi tra la lettura e questa riflessione, tempo perso da addebitare all’autrice, si sono rivelati utili a ripensare e a valorizzare quest’opera che, a tutta prima, a essere sincera, non aveva suscitato grande impressione.

L’autore Q-rais (all’anagrafe Yusuke Sakamoto) ha lanciato queste strisce basate su un gattone sfortunato online, e in patria ha riscosso un incredibile successo. Usiamo la parola incredibile con scopo, perché a una prima lettura tale riscontro lascia piuttosto perplessi: semplicemente lo Sfigatto non fa ridere, come promettevano i lanci pubblicitari. Al di là del gradevole gioco fonetico del titolo, piuttosto azzeccato, osservare (perché di fatto non ci sono baloons da leggere) le disavventure del micione è, sì, non spiacevole, ma non aggiunge nulla di gradevole ai minuti che nel frattempo scorrono.

Prima di offendersi e lanciarsi in difese altezzose se non condividete questo giudizio, aspettate di leggere fino in fondo, perché come dicevo, trascorrendo tempo qualcosa si è aggiunto a tale prima impressione.

StarComics-Sfigatto

Intanto analizziamo l’opera: si tratta di strisce, verticali in puro stile giapponese, in cui il nostro protagonista compie delle azioni quotidiane che quasi sempre finiscono male, e che, nella maggior parte dei casi, riguardano la sua alimentazione.

L’amore per il cibo e sporadici momenti in cui viene preso dalla fregola di infilarsi in posti stretti sono le uniche caratteristiche comportamentali che avvicinano lo Sfigatto ad un gatto reale. Tutte le altre lo avvicinano di più a un comune giapponese di classe media, magari con qualche chilo sulla pancia, tanto è vero che gli occhi non sono disegnati all’insù, come quelli dei mici appunto, ma all’ingiù, come è tipico fare dai disegnatori per caratterizzare un personaggio asiatico di mezza età.

Ciò dovrebbe farci pensare che le esperienze illustrate siano una metafora utile agli uomini, o che l’aspetto umanizzato permetta una facile identificazione tra noi e le vicende gattose, e invece neanche questo accade, o è accaduto alla prima lettura, perché comunque i pasticci combinati sono allo stesso tempo esagerati e distanti, e mai così inaspettati da scatenare lo stupore e di conseguenza la risata.

Forse il problema è che queste strisce sono tutte consecutive e, a differenza della edizione online, non c’è la pausa di visione tra l’una e l’altra, con l’annullamento del tempo necessario per “gustare” la scena. Ma è pur vero che parlando di strisce, non si può non pensare a quelle dei Peanuts o di Mafalda, che anche a leggerle di seguito non si smetterebbe mai.

StarComics-Sfigatto

E questo infatti è stato il primissimo pensiero: le strisce a fumetti sono dei piccoli capolavori di tempo e significato, in quattro vignette grandi autori sono riusciti a raccontare piccoli pezzi di vita immortale, che rimangono e ritornano nella memoria di chi li ha letti per sempre. E Nekonaughey? Beh, dopo due mesi abbiamo dovuto risfogliarlo perché rimane in mente solo che ha problemi a cucinarsi il pasto e poco altro.

Eppure questo volume un pregio lo ha, e non è da poco, e non è collegato alla sua edizione di lusso. Lo Sfigatto infatti, figlio del Sol Levante, mantiene una delle caratteristiche migliori della sua cultura, cioè quello di non arrendersi mai, nonostante le brutte esperienze, continuare indefessamente a cercare di ottenere quello che si vuole raggiungere. Meno di rado di quanto si pensi, solo così si può ottenere il meritato «success»!

Se un insegnamento c’è, è questo: mai smettere di tentare, mai perdere fiducia e arrendersi, mai darla vinta alla sfortuna. Il successo arriva se lo cerchi, non è un gatto ciccione che viene, incuriosito, a cercare te.

In base a questo, anche l’autrice non si è persa d’animo nonostante gli ostacoli, e ha finalmente scritto quanto voleva far sapere delle sue riflessioni su quest’opera, forse non memorabile come altre, ma che ha saputo imporre il suo valore al di là delle prime impressioni.


Q-rais
Lo Sfigatto – Nekonaughey
Edizioni Star Comics, collana Wasabi, 6 febbraio 2019
colore, pagg. 136, € 12,00

Card Captor Sakura: l’opera seminale delle CLAMP

Cover del primo numero della Perfect Edition italiana di "Card Captor Sakura" di CLAMP.

Cover del primo numero della Perfect Edition italiana di Card Captor Sakura.

Poteri magici, esoterismo, dolcezza e semplicità sono le caratteristiche che contraddistinguono una delle opere più significative e seminali del panorama fumettistico nipponico: Card Captor Sakura.

Siamo nel 1991 e in Giappone esplode il fenomeno nato dalle mani di Naoko Takeuchi, una delle serie più iconiche del fumetto e dell’animazione mondiale con protagoniste delle giovani vestite alla marinaretta e con poteri provenienti dai pianeti del sistema solare, una serie che ha rivoluzionato e cambiato per sempre il concetto di majokko: Pretty Guardian Sailor Moon!

I canoni del genere “maghette” viene reinventato, attualizzato e acquisisce nuova forza e vigore; molte sono le serie nate sulla scia delle Guerriere alla marinaretta e di certo le CLAMP, fiorenti a attive autrici fin dall’inizio degli anni Novanta, non si sono fatte scappare l’occasione proponendo opere significative come Magic Knight Rayearth e in seguito Card Captor Sakura.

Sakura Kinomoto, protagonista della storia, è una ragazzina di 10 anni che trova casualmente, nella libreria del padre, il volume The Clow, aprendolo ne rompe il sigillo causando la fuga delle Clow Card contenute al suo interno e il risveglio di Cerberus il loro custode, un possente leone alato che, privo dei suoi poteri provenienti dal Sole, ha le sembianze di un peluches. Kero-chan, così rinominato dalla protagonista, le spiega che ora il suo scopo sarà quello di trovare e riunire tutte le carte di Clow e sventare così la catastrofe che si scaglierà sul mondo intero se questo non avverrà. Iniziano così le avventure della giovane cattura-carte che verrà affiancata nella sua ricerca dalla sua migliore amica Tomoyo e dal suo rivale, e poi fidanzato, Syaoran Li, discendente del mago Clow, creatore delle carte, che giunge in Giappone, dalla Cina, con il compito di impedire anch’egli la catastrofe.

La trama di Card Captor Sakura è però ben più articolata e conosceremo altri personaggi fondamentali come Touya, fratello della protagonista, e Yukito, suo migliore amico, che altri non è che l’ospitante di Yue, l’altro custode delle carte che prende i poteri dalla Luna.

Illustrazione da "Card Captor Sakura" di CLAMP.

Copertina del libro The Clow, dove ritroviamo i simboli alchemici e i loghi dei Mashin di Magic Knight Rayearth.

Le CLAMP creano dunque una storia sofisticata che unisce il tema delle majokko con l’esoterismo e ai tarocchi. Le Clow Card sono infatti liberamente ispirate a questa tipologia di carte che da sempre sono avvolte da mistero e mitologia. Composte da 78 pezzi, i tarocchi hanno origine nel XV secolo nell’Italia settentrionale per poi raggiungere l’apice della loro diffusione, e del loro utilizzo, tra il XVII e XVIII secolo. Il loro principale uso è quello della divinazione e presto verranno associati alla cabala, punto di incontro di tutti i rami legati all’esperienza esoterica. Tutta la storia si basa quindi sui tarocchi, sulla loro funzione e sui poteri in essi racchiusi. Quando Sakura richiama il potere della chiave, quando la usa per catturare le carte o quando evoca i loro poteri, sotto ai suoi piedi compare un cerchio magico, lo stesso raffigurato sul retro delle Clow Card, in cui troviamo inscritta una stella a dodici punte che simboleggia i dodici segni zodiacali. All’interno dei triangoli formati dall’intersezione delle rette che compongono la stella vengono rappresentate delle icone liberamente ispirate a dei simboli alchemici, e i tre identificativi dei Mashin di Magic Knight Rayearth: su tutti trionfano il Sole e la Luna che da sempre rappresentano l’opposizione della luce e dell’ombra; il primo rappresenta la parte maschile e simboleggia l’origine e la ragione che porta luce, domina il buio e illumina l’intelletto, la seconda, invece, rappresenta l’oscurità e la mutabilità delle forme.

Oltre alla componente magica però quello che dà ulteriore valore all’opera è il profondo messaggio sociale insito in essa. Temi come l’integrazione razziale e l’omosessualità vengono introdotti e trattati con estreme naturalezza e disinvoltura, scelta sicuramente azzeccata in quanto l’opera è inizialmente rivolta a un target decisamente basso, non ancora condizionato dai pregiudizi della società e quindi più ricettivo e sensibile verso tematiche così importanti.

Il giusto mix di elementi così accattivanti aiuta Card Captor Sakura a raggiungere presto un grande successo, tanto da giustificarne la produzione di due serie animate a opera della Madhouse e di due film d’animazione per il cinema.

In occasione del suo ventennale, nel 2016 le autrici hanno annunciato un sequel intitolato Card Captor Sakura: Clear Card, pubblicato dal luglio dello stesso anno sulla rivista Nakayoshi e da questo mese anche in Italia, grazie alle Edizioni Star Comics, storica casa editrice che ha pubblicato le avventure di Sakura in ben due vesti, una datata 1999 e una perfect edition risalente al 2012.

Le avventure della piccola cattura-carte non sono dunque concluse, e ora che è ormai adolescente cosa le riserverà il futuro? Non ci resta che immergerci nella lettura della nuova serie in edicola e fumetteria dal 15 maggio!

Tavola del fumetto "Card Captor Sakura: Clear Card" di CLAMP.

Tavola tratta dalla nuova serie Cardcaptor: Clear Card.

Wednesday Warriors #30 – Da Captain America a Flash

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

CAPTAIN AMERICA #10 di Ta-Nehisi Coates e Adam Kubert

Nell’intero panorama supereroistico statunitense, Captain America è indubbiamente la serie che più si presta a una lettura in chiave politica del concetto di supereroe.
Il ruolo del personaggio impone che questo si confronti quotidianamente con le contraddizioni della sua Nazione e la costante sfida di quest’ultima all’ideale del Sogno Americano rappresentato dall’alter ego di Steve Rogers.
Da Steve Englehart a Nick Spencer passando per J.M. De Matteis, l’elenco degli scrittori che hanno dato una chiave di lettura “politicizzata” del personaggio è lungo: a questi si è aggiunto quello di Ta-Nehisi Coates, già noto nel mondo dei comics per il suo eccellente lavoro su Black Panther ma soprattutto per il suo curriculum da giornalista e scrittore.
In questi anni Coates ha imparato a bilanciare la cronaca politica con la narrazione supereroistica più canonica, riuscendo così a proporre un Captain America che riesce ad offrire un intreccio avvincente affiancato a un sottotesto politico che non sfocia mai nel sermone.
Sebbene la narrazione degli eventi abbia un passo molto dilatato, che rende la lettura in volumi sicuramente più apprezzabile, ogni capitolo della storia del suo Steve Rogers offre degli spunti mai banali.
Far finire Cap in prigione permette a Coates di aprire diversi “fronti narrativi”: quello principale sul processo a Steve Rogers, quello legato al confronto con i criminali che ha rinchiuso lui stesso e quello che riflette sulla questione del sistema carcerario statunitense.
Quest’ultimo punto, affrontato anche da Mark Russel recentemente su Wonder Twins e da Saladin Ahmed su Black Bolt, è attualmente al centro di un forte dibattito soprattutto per quanto riguarda il mondo dei penitenziari gestiti da società private che qui viene esasperato dalla figura di un ex-nazista, il Barone Wolfgang von Strucker, che, una volta perdonato, gestisce questo penitenziario per supereroi.
Il dramma di Thunderball in questo episodio si presenta quindi la metafora perfetta del confine tra riabilitazione e punizione, confine che tiene banco anche sui quotidiani nostrani sui temi della sicurezza e su proposte come quella della castrazione chimica.
In questo contesto il lavoro di Adam Kubert sulla fisicità dei protagonisti, sui primi piani e sul linguaggio del corpo, mettendo in secondo piano ambientazione e descrittività degli sfondi, contribuisce alla resa drammatica – intesa come dinamiche che intercorrono tra i personaggi – stringendo l’obiettivo e il focus sugli attori in campo e sui loro tormenti personali.
Si parla forse troppo poco di questo Captain America che invece meriterebbe maggiori attenzioni da parte di pubblico e critica.

THE FLASH #70 di Joshua Williamson e Howard Porter

Dopo una serie di prestazioni opache, fatte di buoni spunti ma di risoluzioni anticlimatiche, Joshua Williamson si gioca la carta della narrazione delle origini.
Comincia in questo numero infatti Year One, saga che dovrà, teoricamente, ridefinire Barry Allen.
Il primo capitolo è sostanzialmente un bel cambio di passo rispetto a quanto visto negli ultimi mesi, Williamson conferma la sua propensione alla prolissità, a tratti ridondante, ma senza gli eccessi visti finora.
Molto interessante il finale che lascia aperto il campo a dozzine di speculazioni: potremmo trovarci di fronte a uno Year One anticonvenzionale che promette ricadute interessanti nella timeline corrente.
I detrattori della cosiddetta decompressione saranno felici nell’affrontare un testo denso di eventi che costringe Howard Porter agli straordinari nella realizzazione di layout molto fitti e spesso ricchi di dettagli: nonostante la propensione del disegnatore a utilizzare un tratto spesso e riccamente modulato la leggibilità non sembra risentirne.
Porter è indubbiamente l’arma in più di questo albo ricco di trovate grafiche molto interessanti: il suo Flash, in maniera quasi metatestuale, è troppo veloce per essere contenuto dalle stesse vignette e balza da una pagina all’altra sfuggendo dai bordi e dai confini della griglia fumettistica.
Al momento l’unica sfida che Williamson e Porter sembrano non voler affrontare è quella di svincolare Iris West dalla sua caratterizzazione da “Lois Lane wannabe” a favore della costruzione di un personaggio femminile valido e originale.

Bam’s Version

HAWKMAN #12 di Robert Venditti e Bryan Hitch.


Hawkman giunge alla fine del suo volo – circa. Out Of Many, One di Robert Venditti e Bryan Hitch segna la fine della lunga saga introduttiva di questa nuova serie dedicata al Vendicatore Alato.

Il #12 di Hawkman conclude il lungo viaggio multidimensionale, spazio-temporale di Carter Hall, costretto a vivere le sue vite passate, future e parallele allo scopo di rivelare il suo collegamento ai terrificanti Deathbringer, macchine universali dispensatrici di morte in tutta la galassia. Robert Venditti – che già con X-O Manowar si dimostrò più che capace di scrivere guerrieri volanti arrabbiatissimi – si è rivelato la scelta perfetta per riportare in gioco Hawkman dopo il reset del personaggio visto in Dark Nights: Metal.
Carter Hall si è rivelato vulnerabile, complesso e dilaniato da un passato che non comprende ed un futuro indecifrabile: intrappolato in un ciclo apparentemente infinito di vite, l’obiettivo concreto di Hawkman in questa serie era scoprire se stesso e il proprio ruolo. In questa girandola avventurosa, fantascientifica e assorbita a pieno dalle onde della continuity DC, Robert Venditti ha liberato il suo estro creativo, regalando nuovi spiragli sulla intricata storia editoriale del personaggio.

Da Thanagar a Rann, da Krypton al Microverso, cambiando nomi e origini: Carter Hall si è scoperto Catar-Ol, Ktar, Khufu ma anche Katar Hol.  Un uomo da mille volti, morto e risorto, nato piú volte e proprio per questo estremamente fragile. La domanda posta da Robert Venditti è interessante e profondamente iconica: chi è davvero Hawkman? In questo senso, gli ultimi stralci di questa saga iniziale vanno interpretati come una risposta concreta.

Dietro la splendida prova artistica di Bryan Hitch e del team artistico a suo supporto si nasconde l’essenza del personaggio. Osservare decine, centinaia di Hawkman districarsi tra i raggi laser dei Deathbringer, vederli distruggere le macchine mortali in un turbinio di esplosioni, detriti e colpi di mazze chiodate che si susseguono, permette al lettore di notare come Hawkman sia davvero un personaggio unico, figlio di molte interpretazioni.
Hitch, al top della forma dopo il fallimentare esperimento da autore completo su Justice League, riporta al centro della sua arte l’occhio ampio, cinematografico dei suoi Ultimates, firmando un vero blockbuster a fumetti, spettacolare da sfogliare ma ancora più interessante da approfondire se si tiene conto della cura per i dettagli nel design dei singoli Hawkmen e nel loro modo di combattere.

Come da titolo, traduzione del latino E Pluribus Unum, Hawkman è la somma di tutte le sue vite precedenti – Robert Venditti e Bryan Hitch lo rendono evidente. Sebbene contrapposto ad un antagonista decisamente poco sviluppato e graficamente mediocre, costruire una nemesi speculare ad Hawkman permette una più facile digestione e metabolizzazione del messaggio comunicato da Venditti, semplice ma efficace. Il singolare percorso narrativo di Carter Hall permette agli autori una discreta libertà creativa – un personaggio ben costruito nel tempo e nello spazio e, proprio per questi motivi, capace di attingere a più angoli dell’Universo DC per spingere in avanti le proprie storie.

Perché andiamo al San Beach Comix

La locandina dell’ultimo Ascoli Comics & Games.

Chi conosce l’Associazione Culturale Dimensione Fumetto – associazione che sta dietro a questo sito che tanto vi/ci appassiona – sa quanti sforzi e quanto lavoro abbiamo profuso negli ultimi 25 anni nella promozione e nella divulgazione del medium Fumetto nel territorio di Ascoli Piceno e dintorni.
Incontri, mostre, concorsi, cineforum, viaggi e chi più ne ha più ne metta: abbiamo ottenuto la nostra buona dose di successi e un altrettanto significativo numero di fallimenti.
Nell’ultima categoria ricade il progetto, vissuto assieme ad altre associazioni e imprenditori della nostra città, Ascoli Comics & Games.

Sia chiaro: le cinque edizioni che siamo riusciti a mettere in piedi tra il 2008 e il 2012 sono state un momento importante sia dal punto di vista della proposta culturale che da quello della risposta del pubblico. In un periodo in cui la “moda” delle fiere del fumetto e degli “eventi comix” non esisteva ancora, siamo riusciti a portare in piazza il lavoro di tante associazioni culturali facendo emergere un sottobosco di attività che fino a quel momento era perlopiù sconosciuto ai residenti della città di Ascoli Piceno.

Il fallimento sta nel non essere riusciti a imporci nonostante il valore oggettivo della manifestazione: tenere in piedi l’evento avrebbe chiesto un grosso sforzo fatto di mediazioni, compromessi e un altissimo tasso di rospi da ingoiare.

Non ce l’abbiamo fatta.

Negli ultimi anni invece è esploso il fenomeno delle varie fiere del fumetto organizzate in posti improbabili nelle maniere più improbabili da enti e/o associazioni dalla dubbia competenza.

Un aneddoto per chiarire: parlando del più e del meno con uno di questi organizzatori, costui mi disse una cosa del tipo «Ah sì, poi adesso hanno fatto uscire quella brutta copia di Tex. Aspe’ come si chiama? Agon? Agor?». Parlava di Zagor.
Non credo di dover aggiungere altro.

La locandina di DF e Scienza.

Ci si è accorti che questo tipo di eventi può essere molto utile per “far cassa”, soprattutto perché, spesso e volentieri, si può contare su una forza lavoro che, spinta dalla passione, può risultare molto economica.
Roba organizzata alla bell’e meglio e che col fumetto  ha davvero poco a che spartire: due bancarelle di Funko Pop, un venditore di cup noodles, un concorso cosplay con i costumi da 15 euro comprati su AliExpress e, quando va bene, una zona ludica con Monopoli e Gino Pilotino.

Per farla breve molti “Comix” sono delle sagre in cui si mangia peggio.

Per questo motivo, quando tre anni fa sono venuto a conoscenza del San Beach Comix non ho potuto fare a meno di storcere il naso (Valentino, Raffaela e gli altri mi perdoneranno, ma non li conoscevo e la stima che nutro ora nei loro confronti doveva ancora nascere).
Era anche la mia personalissima fase in cui ritenevo che al di fuori di Lucca Comics & Games, Napoli Comicon, ARF! e poche altre non c’era ragione che esistessero altre manifestazioni sul fumetto.
Sbagliavo.

Sebbene sia tutt’ora convinto che molte di queste “sagre del fumetto” (nessun riferimento alla Sagra dei Fumetti di Verona che ora ha giudiziosamente cambiato nome in ComicsFest n.d.a.) siano dannose alla promozione del mondo del Fumetto, non portando nessun tipo di proposta culturale e svilendo tutto il “mondo fumetto” riducendolo a baraccone pseudo-circense, esistono delle manifestazioni che riescono a proporre dei contenuti interessanti pur non disponendo di budget astronomici.
Queste manifestazioni medio-piccole hanno il merito di riuscire a radicarsi sul proprio territorio e di intercettare un pubblico che le varie Lucca Comics non hanno possibilità di raggiungere: quello composto da persone che non hanno idea di cosa sia questo mondo in cui noi viviamo abitualmente, ma che un’occhiata gliela danno volentieri. Famiglie che fanno una passeggiata tra gli stand, ragazzini che comprano un fumetto perché hanno visto Avengers al cinema, semplici curiosi catturati dal titolo di una conferenza, ecc…

In questo senso il San Beach Comix si presenta come un riuscito compromesso tra le necessità di bilancio e quelle di proporre un evento con una precisa dimensione culturale.

La locandina del San Beach Comix 2019 disegnata da Pasquale Qualano.

Ci sono gli stand coi Funko Pop anche qui, ci sono quelli che vendono i cup noodles, i cosplay fatti bene e quelli “arrangiati”, e ci sono tante altre iniziative che invece di portare soldi cercano di parlare alla gente di fumetto nella maniera più ampia possibile: noi di Dimensione Fumetto porteremo avanti qui il nostro progetto DF e Scienza, ci saranno la Noise Press e le Edizioni Inkiostro, ci saranno autori con una bella carriera alle spalle e altri, ci auguriamo, con una bella carriera davanti.

Ma soprattutto, come nelle due edizioni passate, ci saranno la passione e la caparbietà dei nostri amici dell’Associazione Fumetti Indelebili che organizzano la manifestazione spendendo quantità copiose di soldi, lacrime e sangue.

Loro il grosso sforzo l’hanno saputo fare, hanno ingoiato più rospi di quanti se ne possano pensare, ma alla fine stanno riuscendo nel loro intento.
Quindi: forza San Beach Comix!

P.S.: chi conosce il nostro territorio sa quanto sia rivoluzionario il fatto che degli ascolani tifino per dei sanbenedettesi e che questi ultimi si affidino a degli ascolani per delle collaborazioni.

La Dottrina di Bilotta e Di Giandomenico – una recensione indipendente

Nell’anno 2006 Alessandro Bilotta vinse il premio Micheluzzi per la “miglior sceneggiatura di una serie realistica”. Il fumetto di cui si parlava era La Dottrina, disegnato da Carmine Di Giandomenico, e chiunque lo abbia letto non può non sentire un brivido al pensiero che tra il mondo descritto nei quattro volumi originali e la parola realtà possa esistere una qualche correlazione.

«Ma sa io fossi già nient’altro che una proiezione mentale del Nocchiere?»

La letteratura distopica fantapolitica ha illustri antenati, ma nasce davvero nel 1921, quando in Europa si affacciavano quegli incubi moderni che furono i regimi totalitari: con Noi, di Zamjatin Evgenij, si cominciano a immaginare società dell’orrore organizzato che nel breve giro di dieci anni diventeranno inimmaginabili realtà, dalle ceneri di una democrazia immatura e nel fertile humus di un’umanità resa affranta e incattivita da una Guerra Mondiale. Quando Orwell scrive il suo 1984  lo fa con gli occhi di chi ha visto l’Europa ridotta in macerie purgarsi del nazismo e del fascismo, senza ancora possedere la piena consapevolezza di quel che accadde nei campi di sterminio, e con l’inquietante presenza di Stalin a un tiro di missile. Le due guerre mondiali hanno mostrato al cielo di quali abissi è capace l’umanità, e gli autori delle distopie fantapolitiche si sono ritrovati a assomigliare agli scrittori di cronaca.

«In Corea del Nord lo sanno di essere sudditi di un totalitarismo, o non credono forse di essere liberi, più liberi degli altri?»

Io i totalitarismi li ho studiati parecchio, dal punto di vista storico e filosofico, e ora che ho letto la ristampa de La Dottrina uscita per Feltrinelli Comics, posso dire con una certa sicurezza che anche Bilotta lo ha fatto. E a pensarci è forse questa la qualità migliore dello scrittore romano: i suoi testi sono come la distillazione essenziale di un profondo lavoro di ricerca, un’alchimia di sensi, parole e significati, che dal piombo del materiale d’origine crea l’oro di un’opera originale. Il risultato è un fumetto che può esser fruito su più livelli: è un volo d’uccello sul mondo del Nocchiere, in cui tutti sono escrescenze cancerose; è un grappolo di storie di disperazione, piccole parentesi di felicità, amore, amicizia e perdizione.

Da un lato Bilotta rispetta i gli stilemi del genere che ha prescelto, cimentandosi nella creazione e animazione di un mondo fittizio descritto con tono che sa oscillare fluidamente tra ironia e dramma, semplicità e approfondimento, passione e freddezza; dall’altro Carmine Di Giandomenico conferisce alle tavole un taglio che sintetizza fantascienza e realismo, mostrando già da questa prova il tratto nervoso e dinamico che diverrà il suo marchio di fabbrica. Non c’è una sola parola, nè una sola vignetta, che non sembri scelta accuratamente per aprire una finestra verso un altro significato, o un’altra opera, creando una rete di rimandi che è l’esatto contrario, e forse l’antidoto, alla terrificante società del Nocchiere, la cui unica debolezza è il non poter controllare interamente i nostri pensieri.

All-focus

«E se il segreto non fosse controllare quel che pensiamo, ma soltanto quel che compriamo?»

La lettura de La Dottrina è un’esperienza che non si esaurisce nel momento in cui si arriva all’ultima pagina. Ti accompagna nell’arco della giornata, inietta dubbi, paure e domande nel cervello. Lo fa perché il suo ultimo significato risiede nella consapevolezza che la Verità è, a un tempo, il parametro su cui tariamo le nostre vite e dirigiamo azioni e pensieri e, dall’altro, un oggetto malleabile, soggetto a essere adulterato con mezzi e modalità che oggi sono tragicamente noti e alla portata di tanti. Quanta della Verità in cui crediamo è voluta da altri? Chi è il nostro Nocchiere? A quale Dottrina obbediamo?

All-focus

«E non saranno le mie passioni, i miei hobby, lo scrivere e leggere, soltanto la mia speciale versione personalizzata di una Terapia Perelà?»

Copertina de "La Dottrina" di Alessandro Bilotta e Carmine Di Giandomenico.A questo punto leggere La Dottrina è semplicemente un dovere. Forse l’insensato tran tran delle nostre vite quotidiane è come una serie infinita di numeri, e forse a ognuno di questi numeri bisogna imparare a dare un significato, presto, prima che arrivi qualcun altro a darglielo al posto nostro creando una Verità a cui non ci resta di aderire a testa bassa. 41 è “età della ragione”, che significa porsi le domande giuste senza avere una risposta.


Alessandro Bilotta, Carmine Di Giandomenico
La Dottrina
Feltrinelli Comics, aprile 2019
colore, pagg. 224, € 22,00
ISBN 9788807550263

Nob: Un papà alla francese

Il fumettista francese Nob ci illustra (in senso letterale) che vita può avere un padre single con quattro figlie, di età variabile dall’adolescente alla bebè.

Lo fa cercando un via di mezzo tra un tutorial per sopravvivere e un racconto di cronaca di vita familiare.

Il libro, pubblicato in versione italiana da Tunué, è strutturato in sei aree, a loro volta suddivise in pagine singole o doppie, che trattano argomenti diversi. Proprio come un manuale, per cui si può andare a cercare l’argomento di interesse, senza dover per forza leggere tutto, o la cui lettura può essere fatta come una vera e propria consultazione.

Dopo una breve introduzione sull’immancabile decalogo e la “giornata tipo”, si passa ad affrontare gli argomenti sostanziosi.

Educazione, psicologia, cultura e svago, comunicazione, le “ricorrenze familiari”, il cibo e i pasti.

Niente di particolarmente originale, ma un lavoro ben fatto.

Per lo più una serie di vignette singole raggruppate per argomento. A volte presentate come un elenco di opzioni.

Con l’immancabile “come noi vediamo loro” e “come loro vedono noi”, tanto di moda su tutti i social network. E con alcune pagine di manuale vero e proprio, come quella de I regali fatti in casa oppure l’elenco dei papà famosi, reali o di fantasia (immancabile la versione di Nob di Homer Simpson e di Barbapapà). Che mantengono un taglio ironico, ma con un livello un po’ altalenante.

Ci sono delle pagine che un po’ si raccontano, quelle in cui il papà (quasi) perfetto dal divano parla con il pubblico (addirittura davanti alle telecamere). E in cui le figlie fanno da pubblico e da operatori audio e video.

Così Nob sembra costruire una specie di sitcom televisiva, con battute singole accompagnate dai commenti esterni, per cui il papà, oltre a comparire nelle singole situazioni, fa da voce fuori campo. Una specie di Zelig cartaceo. E come nelle trasmissioni comiche della TV, c’è una certa ripetitività, se non nelle parole, certamente nel taglio, negli schemi logici, nelle corde che vengono toccate.

E ci inserisce, rendendole fruibili nella forma grafica della carta, molte delle modalità relazionali moderne a cui siamo sempre più abituati. Oggi relegate nelle comunicazioni elettroniche.

Mescolandole peraltro con altre modalità che noi, lettori dell’ormai antico Manuale delle Giovani Marmotte, conosciamo bene. La manualistica illustrata infatti è stata una grande risorsa per noi giovani della seconda metà del secolo scorso, e ha anche aiutato a dare una forma di serietà al fumetto, spesso considerato di nessuno spessore culturale.

Il manuale di Nob prova a mettere insieme queste due anime. Sembra voler creare un trait d’union tra la manualistica illustrata più tradizionale e i tutorial online moderni. Trattando un tema che consente tanti punti di vista e un atteggiamento divertito, sollevato e distaccato.

Ovviamente si prende in giro la condizione dei padri, esasperando un po’ tutte le situazioni.

Questa esasperazione è talvolta eccessiva. E la casistica non copre tutte le opzioni familiari.

In effetti un padre single con quattro figlie non è esattamente lo standard. Anche se ne abbiamo incontrati altri, nei fumetti e nei cartoni animati. Basti pensare alla situazione familiare di Gru in Cattivissimo me (non a caso creata da un altro francese, Pierre Coffin), con cui, se si eccettua l’ultimogenita, anche la caratterizzazione delle figlie ha dei punti di contatto.

Non che il lavoro non sia godibile, e va inserito nel percorso di Nob, che in Francia per Dupuis ha pubblicato anche una serie di cinque volumetti, oltre alle immancabili copertine e anticipazioni su Spirou. Il successo è grande, al punto che nel numero 4429, in edicola dal primo maggio, per parlare del colore nei fumetti, una tavola di Dad è presentata nella versione di sei coloristi diversi. Ed è anche possibile scaricare dal sito del giornale la stessa tavola e colorarla.

Ma a volte si ha la sensazione che non ci si sia decisi del tutto sui destinatari del fumetto, per lo meno per questo volume. Se i bambini (9+, dice in effetti il sito di Dupuis, e Spirou è un giornale per giovani lettori) o per adulti che vogliano un po’ sorridere della situazione degli quarantenni maschi, che spesso non sono cresciuti abbastanza per essere genitori credibili…

E infatti è un papà che mantiene un (sostanzioso) lato infantile. La cui autorevolezza è minata, per cui le figlie lo trattano più con condiscendenza che con rispetto.

La grafica è quanto ci si aspetta da un fumettista/vignettista franco-belga. I personaggi sono ben caratterizzati (l’adolescente altezzosa ha anche il nasino alla francese). Il taglio è ovviamente ironico e divertente, e Nob riesce bene in questo. La costruzione delle tavole è molto regolare, dando il senso di “raccolta di vignette” di cui parlavamo anche sopra.

Specialmente le pagine intere, a partire dalla copertina, sono molto ricche di dettagli, mentre le vignette evidenziano la scena in primo piano, riempiendola con lo sfondo solo quando è necessario. I colori accompagnano in maniera lineare, ribadendo, con gli sfondi o i viraggi, gli stati d’animo che l’autore sottolinea. Ma senza esagerare mai, mantenendo tonalità pastello che ben si accompagnano all’atmosfera comunque sfumata di tutto il libro.

Per tutti noi papà, non tanto un manuale, ma un modo per ritrovarsi, in alcuni atteggiamenti e situazioni. Un modo simpatico per fare dell’autoironia, anche se a volte un po’ fine a se stessa.

Per gli altri (mio figlio di 8 anni lo ha voluto leggere), un modo per far sorridere della figura del padre, oggi sempre più nel vortice della crisi di identità.


Nob (Bruno Chevrier)
Manuale del papà (quasi) perfetto
Tunuè, 2019
72 pagg, colore, cartonato, cm 14×21, € 14.50
ISBN 9788867903306

DF Scienza, un nuovo settore di Dimensione Fumetto

In occasione di San Beach Comix Vol. III e proseguendo nella collaborazione con l’Associazione Culturale Fumetti Indelebili, Dimensione Fumetto inaugura DF Scienza, il logo sotto il quale inseriremo le nostre iniziative legate alla scienza a fumetti.

L’esordio sarà proprio per il weekend della manifestazione a cui DF collabora fin dalla prima edizione.

Il 17 e 18 maggio prossimi pertanto, tra Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto, ci saranno alcune iniziative che vedranno protagonisti autori del panorama nazionale (e non solo) in questo settore.

Ospiti per l’occasione Bruno Codenotti, dirigente di ricerca del CNR, e Claudia Flandoli, disegnatrice già presente sulle nostre pagine e collaboratrice di Comics&Science di CNR Edizioni.

Questo il programma:

  • Venerdì 17 maggio
    • mattino: incontro con gli studenti del Liceo Scientifico Orsini di Ascoli Piceno
    • pomeriggio
      • ore 15: incontro con gli studenti dell’Istituto Comprensivo Folignano Maltignano
      • ore 17.30: incontro presso la libreria Rinascita di Ascoli Piceno, con valore di formazione per gli insegnanti
  • Sabato 18 maggio
    • mattino: incontro con gli studenti dell’Istituto Comprensivo e del Liceo di Montalto delle Marche. Anche questo vale come formazione.
    • pomeriggio: ore 18 incontro presso la libreria Mondadori di San Benedetto del Tronto per il San Beach Comix

Speriamo che sia l’inizio di un percorso che con sempre maggior attenzione porti a capire il legame fra la nona arte e la cultura a tutto tondo, in particolare con il linguaggio illustrato che può essere veicolo della cultura scientifica, ancora considerata appannaggio di pochi.

Giant Size Wednesday Warriors #1 – Dai Savage Avengers ai Villain DC

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

ELECTRIC WARRIORS #6 di Steve Orlando & Travel Foreman

Il destino di un intero universo, di innumerevoli pianeti e della pace galattica cade sulle spalle di un gracile ragazzo terrestre – Ian Navarro, alias War Cry, è pronto all’ultima prova posta di fronte a lui sul Terreno di Guerra.
La storia di Electic Warriors, radicalmente diversa dalla serie originale di Doug Moench e Jim Baikie, ha attinto da diversi angoli della mente dei propri autori: il Grande Disastro Kirbyano, che diede origine alle avventure di Kamandi, si é fatto cosmico, allargando i suoi orizzonti ad una moltitudine planetaria sull’orlo del collasso. Il mito di Superman ha perdurato nel tempo ma il collasso della società ha portato la democrazia a farsi da parte, aprendo la strada alla “Diplomazia da combattimento”, un escamotage narrativo perfetto per aprire le porte all’Accordo dei Pianeti e alla nascita della Diplomazia Da Combattimento, sostanzialmente un parallelo “con supereroi” di un grande Torneo Galattico di Arti Marziali – proprio come quelli di “Dragon Ball Z”, per fare un esempio lampante.

In questa strana ma efficace commistione di generi sci-fi e shonen, sovraimposti alla struttura cosmica dell’Universo DC, Steve Orlando e Travel Foreman hanno saputo ricamare una trama semplice ma appassionante, fatta di combattimenti avvincenti e personaggi intriganti e sottotemi opprimenti e impegnativi. Lavorando con un cast relativamente giovane, Orlando ha l’occasione di attingere a temi a lui cari e già esplorati, specialmente in serie corali e indipendenti: identità, amicizia, lealtà e coraggio si contrappongono all’egoismo, l’avarizia, il senso di annullamento personale alla luce di un fine superiore. A Foreman il compito di rendere questi personaggi, che la sceneggiatura carica di motivazioni e personalità, dinamici e interessanti – i design futuristici, i poteri soprannaturali e l’azione sgargiante permettono alla storia di scorrere in maniera fluida da un punto della trama all’altro, sia esso più silenzioso e quieto, d’approfondimento, sia invece un combattimento all’ultimo sangue sotto gli occhi dell’Accordo.

In seguito alla scioccante rivelazione dello scorso numero, il finale di Electric Warriors colpisce con l’esecuzione di una battaglia risolutiva intelligente e coerente con il messaggio dell’intera storia di Orlando. Anche qui i richiami alla continuity DC e all’universo piú grande che fa da sfondo permettono alla storia di respirare aria fresca, raccontando qualcosa di nuovo e divertente senza dover cercare ad ogni costo il plot twist sconvolgente o il cataclisma action da kolossal cinematografico. Non passerà agli annali come un imperdibile must-read, ma i Guerrieri Elettrici del 2019 sapranno guadagnarsi un piccolo spazio tra le letture di chi è in cerca di qualcosa di diverso e, soprattutto, di audace.

THANOS #1 di Tini Howard & Ariel Olivetti.

Tra cinema e fumetti, il Titano Pazzo Thanos ha raggiunto ormai lo status di celebrità globale ed icona della cultura pop. Lo schiocco di dita più rumoroso della storia del cinema ha garantito alla creatura di Jim Starlin lo stesso livello di notorietà dei suoi eroici antagonisti.
Va da sé che, negli ultimi anni, Thanos è stato proposto in ogni forma e variazione – dalle sue origini al suo futuro remoto, tragica figura politica e assassino, spietato conquistatore.

Per la “nuova arrivata” in casa Marvel Tini Howard, dunque, il compito assegnatole si rivela particolarmente arduo da affrontare: è possibile dare un nuovo twist al personaggio di Thanos, mantenendo intatta la sua aura di distruttore assoluto e implacabile?

Il #1 della miniserie omonima Thanos comincia in un momento indefinito del tempo. Il ruolo del narratore è affidato a Gamora, figlia adottiva del Titano Pazzo e nemesi giurata dello stesso. Il loro rapporto, sin dalla loro creazione, ha subito incredibili capovolgimenti di fronte ed è stato sviscerato in diverse occasioni. Le contraddizioni e le zone d’ombra di due figure legate a doppio filo con la Morte sono il nucleo di una relazione padre/figlia morbosa e controversa, fatta di un amore sommesso e sporco. Non a caso, il rapporto tra Gamora e Thanos farà da scheletro della storia per l’intera durata della miniserie.

La narrazione trascina il lettore indietro nel tempo, a bordo della Zero Sanctuary, la gigantesca nave ammiraglia della flotta di Thanos. La granitica matita di Ariel Olivetti riempie i corridoi della Zero Sanctuary di pirati spaziali, mercenari alieni, brutti ceffi e volti noti; la nave spaziale è opprimente e viene più volte descritta come una casa spettrale, con il silenzio rotto da urla disumane e svariati membri dell’equipaggio pronti a gettarsi fuori dai portelloni di sicurezza pur di uscire dall’incubo. Olivetti, come fu per Death Of The Inhumans, abbandona la matita digitale per concentrarsi nuovamente sul foglio: ne vengono fuori personaggi più convenzionalmente fumettosi, ricchi di particolari, ombre. La recitazione delle figure su tavola gioca un elemento fondamentale nella storia con lo scorrere delle pagine.

L’entrata in scena di Thanos è da vero film dell’orrore, in agguato ad ogni angolo come un serial killer, a bordo della Zero Sanctuary che egli stesso comanda. Uno dei punti di forza della scrittura di Tini Howard risiede proprio nell’invenzione di questo Thanos in medias res: non ancora il conquistatore invincibile, né tantomeno un personaggio alle prime armi, il Titano Pazzo agisce come un uomo sull’orlo della totale follia. La Morte comincia ad essere un’ossessione ed il richiamo del sangue lo disturba al punto tale da terrorizzare i suoi stessi subordinati.

Senza volersi addentrare troppo nella trama, Tini Howard e Ariel Olivetti firmano un #1 davvero interessante – Thanos si stacca dalle strutture autocelebrative in cui spesso si cade a cavallo di un film importante, concentrandosi sull’aspetto brutale e malato del personaggio. La ciliegina sulla torta sta nel cliffhanger, una piccola finestra di dialogo che apre scenari completamente nuovi, insinua il seme del dubbio: chi, tra Thanos e Gamora, è davvero il preferito della Morte?

SAVAGE AVENGERS #1 di Gerry Duggan & Mike Deodato Jr.

Sin dal suo ritorno tra le braccia della Casa delle Idee, Conan il Barbaro è stato oggetto di una massiccia operazione di “recupero e rilancio”. Tra la serie principale affidata al più importante autore Marvel contemporaneo, Jason Aaron, e la serie antologica Savage Sword, il Cimmero si è trovato posto al centro dell’attenzione per questa prima metà del 2019.
Gerry Duggan, già autore della sopracitata Savage Sword, si ritrova a scrivere Conan in un contesto completamente diverso. In seguito agli eventi di Avengers: No Road Home e al suo primo team-up con i Vendicatori, il Barbaro si ritrova intrappolato nella Terra Selvaggia. Proprio dalla Land Before Time dell’universo Marvel comincia Savage Avengers, una serie Vendicativa che, dalla copertina, promette l’unione di tutti i più famosi anti-eroi Marvel… Più Conan, ovviamente.

La bizzarra premessa “Conan, Vendicatore”, coraggiosa sebbene apparentemente semplice, risulta però incredibilmente mal riuscita di fronte ad una sceneggiatura scialba e priva di mordente. Savage Avengers #1 fallisce nell’introdurre agevolmente il Cimmero all’interno delle dinamiche da “team book Marvel”. Escluso l’interessante scontro tra Conan e l’Artigliato Canadese Wolverine, il numero della nuova serie di Gerry Duggan e Mike Deodato Jr. offre un assaggio di trama.

Duggan imbastisce un incipit di trama poco ispirato e tremendamente scialbo, trascinato a fondo da un artista pressoché irriconoscibile. L’introduzione dell’ennesimo culto della morte, alla disperata ricerca di vittime sacrificali per riportare in vita il “Dio della Morte Crudele e Invincibile #8431” manca di giusta costruzione e atmosfera per risultare efficace, intrigante o quantomeno godibile alla lettura. Ai nostri “cattivoni col cuore d’oro” il compito di fermarlo, menando mani, fendenti di spada e tutto il necessario.

Eppure, in questo albo d’esordio manca persino la spinta necessaria o lo stile adatto per rendere l’action avvincente e funzionale alla trama. Le matite di Mike Deodato Jr. sono impoverite da inutili tratteggi, figure tozze e bolse e anatomie cangianti tra una vignetta e l’altra. Fatta esclusione di Conan, ogni personaggio qui disegnato sembra abbozzato e disegnato alla ben’e meglio. Un lavoro superficiale, che impoverisce uno script essenziale.

Savage Avengers dovrebbe dare motivazioni e caratura a personaggi da sempre dipinti come badassqui ridotti, invece, a mere figurine, sagome da poggiare su uno sfondo senza una vera e propria caratterizzazione.

Gufu’s Version

DC’S YEAR OF THE VILLAIN SPECIAL #1

Puntuale come le tasse, l’arrivo della bella stagione (sebbene quest’anno si stia ancora facendo attendere) porta con sé i mega-eventi-cross-over che tanto fanno bene alle casse delle Big Two e tanto soddisfano il nostro lato più giocosamente nerd.
Se la Marvel ha aperto le danze con War of The Realms stavolta è il turno della casa editrice di Superman presentare al pubblico il proprio progetto ciclopico e lo fa con un albo da 25 centesimi – gratuito in digitale su Comixology – che vede compresenti sei tra le firme più “pesanti” della propria scuderia.
Quello che nelle intenzioni degli editor e dei responsabili del marketing doveva essere poco più che un teaser, buono per le checklist dei lettori e per promuovere l’evento in questione, è stato trasformato dagli autori in un albo coerente in sé e ricco di spunti.

L’albo presenta tre capitoli che mettono in conflitto, in maniera speculare, i due cardini su cui Scott Snyder ha impostato la sua run su Justice League: Giustizia contro Fato.
Ordine contro Entropia con il capitolo centrale dedicato al misterioso ritorno di Leviathan.

Se c’è una cosa che l’epica classica, passando per Shakespeare e arrivando a Game of Thrones, ha insegnato al mondo è che la magnitudo di una storia è direttamente proporzionale alla minaccia portata allo status quo: nel caso del fumetto supereroistico questo si traduce in un lavoro meticoloso sulle figure dei supercriminali. I villain.
Seguendo una strategia tipica dei battle shonen che da Dragon Ball in poi hanno fatto la fortuna dell’editoria a fumetti nipponica, Snyder – architetto principale di questo progetto – alza di nuovo l’asticella del conflitto presentandoci, ancora una volta, una minaccia superiore a tutte quelle mostrateci finora. Un’escalation, quella che vuole ogni nuova minaccia più grande e pericolosa della precedente, che richiede una dose abbondante di sospensione dell’incredulità ma dal rendimento assicurato.
D’altra parte chi comprerebbe un albo che presenta un avversario “leggermente più scarso di quello già sconfitto in precedenza”?

Year of the Villain si propone quindi di mettere sotto i riflettori tutti gli antagonisti dell’universo DC rimodellandoli anche dal punto di vista del design, delle motivazioni e della credibilità del loro ruolo. A partire dal “nuovo” Lex Luthor.

DOOM di Scott Snyder e Jim Cheung

In queste prime otto pagine, che possono essere considerate una sorta di manifesto ideologico dell’opera, Scott Snyder mette nero su bianco (si fa per dire) tutta l’ambizione del suo progetto facendo subito precipitare gli eventi. La trama orizzontale costruita tra le pagine di Justice League trova il suo sbocco in “Doom” dove vediamo il definitivo ritorno di Lex Luthor al suo ruolo di villain “puro”: qui Snyder affranca Luthor dalla versione più complessa costruita da Geoff Jones durante la sua run su Justice League, non è più un personaggio drammatico le cui pulsioni egoistiche vivono in conflitto con una dimensione etica e una precisa, per quanto personale, idea di giustizia. E non solo: la storica nemesi di Superman punta a diventare qualcosa di più estremo rispetto al supercattivo che conosciamo e “amiamo”, ora persegue un ideale negativo, opposto a quello della Giustizia, il Fato appunto.
Il progetto complesso messo in piedi da Luthor, quello di riunire in un unico grande piano tutte le azioni dei cattivi dell’universo DC, rispecchia inoltre l’ambizione dello stesso progetto “Year of the Villain”: rendere unitario e coerente tutto il magma di storie concepite e sviluppate autonomamente sulle varie serie della casa editrice di Burbanks. Il Batman di King, il Deathstroke di Priest, i Teen Titans di Glass e tutti gli altri diventano trame singole di un arazzo più grande e complesso.
In questo lavoro si distingue il talento di Jim Cheung che, con tanto da raccontare e poche pagine a disposizione, riesce a non congestionare la narrazione, utilizzando un layout relativamente semplice e affidando la gestione del ritmo alla modulazione del tratto, delle linee di tessitura, e alla gestione dei dettagli.

LEVIATHAN di Brian Michael Bendis e Alex Maleev

Il capitolo centrale di YOTV è affidato al ritrovato Brian Michael Bendis e alla sottotrama “Leviathan” da lui portata avanti sulle pagine di Action Comics. Qui la portata della minaccia si allarga al di fuori del microcosmo narrativo di Superman & Co per arrivare a inglobare la Bat-famiglia e Green Arrow dando il via al capitolo “The Offer” che terrà banco su tutti gli albi DC il prossimo Luglio.
L’accoppiata Bendis/Maleev si conferma come una delle più solide ed efficaci dell’intero panorama editoriale statunitense, il disegnatore sembra essere l’interprete l’interprete ideale della “vena urbana” di Bendis riuscendo a valorizzare lo script con una gestione delle inquadrature e delle luci in grado di aggiungere pathos alla narrazione senza stravolgerne le intenzioni.
In queste poche pagine Bendis sfrutta la sua conclamata abilità nella scrittura dei dialoghi per imporre al racconto un ritmo fatto di tensioni e sdrammatizzazioni lasciando a Maleev il compito di gestire il registro emozionale tra una punchline e l’altra. Il tratto, ricco di ombre, del disegnatore bulgaro conferisce al racconto un’atmosfera cupa e oppressiva restituendo una sensazione di indeterminatezza: l’occhio del lettore cerca di decodificare le forme all’interno di questo buio vivendo in prima persona il mistero dietro cui si nasconde Leviathan.

JUSTICE di James Tynion IV e Francis Manapul

Il trittico di storie si chiude in maniera speculare alla sua apertura: se in Doom abbiamo visto i malvagi mettere in campo il loro piano, qui assistiamo alla reazione dei supereroi che lascia intravedere la dimensione totale del conflitto che si sta approssimando. Tutti i personaggi DC Comics saranno coinvolti, nessuno escluso.
Interessante notare come Tynion si sia ritagliato in questi anni un ruolo di primo piano all’interno della nutrita scuderia di autori DC Comics, affermandosi di fatto come uno degli architetti principali del suo universo supereroistico. Alla maniera di Jason Aaron in Marvel, James Tynion IV si è incaricato della gestione dell’aspetto mitologico/magico del DC Universe facendosi notare per la sua capacità di gestire racconti corali.
Rispetto agli altri due scrittori dell’albo si distingue per una prosa più prolissa e didascalica, che è spesso necessaria ma stridente con il resto dell’albo. Su questa letterarietà del testo di Tynion però Francis Manapul riesce a costruire otto tavole che emanano epica da ogni tratto riuscendo così ad avvinghiare il lettore fino alla fine. Manapul raccoglie l’eredità dei disegnatori delle varie “Crisi” (George Perez su tutti) riuscendo a disegnare in maniera riconoscibile quanti più personaggi possibile all’interno di una singola tavola dando loro la giusta caratterizzazione.

Pokémon: Detective Pikachu – Una elettrococcola di film

Locandina italiana di "Pokémon: Detective Pikachu" di Rob Letterman.Il 9 maggio esce anche in Italia Pokémon: Detective Pikachu, il primo film live action dedicato alla saga crossmediale Pokémon ideata nel 1996 da Satoshi Tajiri, all’interno degli otto giorni durante i quali il titolo debutta nelle sale cinematografiche di tutto il mondo: è partito il 3 maggio dal Giappone, passa l’8 e 9 nei paesi Europei, e arriva infine il 10 negli Stati Uniti d’America e in Cina.

Come il titolo lascia intuire, la pellicola è ispirata non tanto alla serie in generale, bensì specificatamente al videogioco Detective Pikachu del 2016 per Nintendo 3DS, che rappresentò un capitolo a parte, quasi sperimentale all’interno della ludografia dei Pokémon. Detective Pikachu infatti divergeva completamente dal tipo di trama e dalla meccanica di gioco dalla serie classica, introducendo per la prima volta un giallo con protagonista un non-allenatore e con coprotagonista un Pikachu in grado di parlare la lingua umana e non solo pika-pika. La trama del film prende numerosi elementi da quella del videogioco, in particolare dall’incipit, ma li rielabora in una trama originale.

Al di là dell’interesse specifico che questa pellicola può avere sul pubblico più o meno appassionato alla serie Nintendo, Pokémon: Detective Pikachu si pone come un titolo di svolta epocale nella storia dei film americani tratti da franchise giapponesi, perché questo film non è la parodia, non è la brutta copia, non è “in stile”, non è liberamente ispirato, non è la rielaborazione, non è la versione politicamente corretta, non è spostato culturalmente, non è appropriato culturalmente, non è traviato, non è frainteso, non è irrispettoso, non è contraddittorio, in parole povere non è in nessuna maniera sostanzialmente diverso dall’opera originale.

Ci sono voluti molti anni, 26 anni per la precisione, a partire da quel 1993 in cui vide la luce il famigeratissimo film Super Mario Bros. con Bob Hoskins e John Leguizamo nei panni di Mario e Luigi, per avere finalmente un film americano che rendesse giustizia al suo corrispettivo giapponese, magari non completamente giustizia, ma almeno che rendesse a suo modo giustizia al corrispettivo giapponese.

Immagine promozionale per "Super Mario Bros." di Rocky Morton e Annabel Jankel.

Questa immagine old style nel formato delle confezioni delle cartucce per Super Nintendo è la cosa migliore di Super Mario Bros.: l’effetto nostalgia non deve distrarre dal fatto che era un prodotto orribile e le testine di lucertola erano terrificanti.

Certo, per quanto co-finanziato e approvato in tutte le sue fasi fin dalla pre-produzione dai giapponesi, Pokémon: Detective Pikachu è comunque un prodotto americano a tutti gli effetti, nella sceneggiatura come nella regia, ma ha dalla sua parte quel singolo, potentissimo, fondamentale elemento che, nel caso di film tratti da fumetti & simili, distingue immancabilmente le opere da cestinare al primo sguardo da quelle riuscite come questa: il rispetto del design originale. Pokémon: Detective Pikachu non cambia niente, nemmeno il benché minimo dettaglio, dai mostri giapponesi così come li avevano disegnati gli autori originali, a parte trasferirli in un bel 3D fotorealistico e quindi munirli di peli, piume e squame verosimili. Stop, fine delle modifiche. Anzi, durante tutto il film su elementi della scenografia (poster, insegne, eccetera), nei titoli di coda e in generale ogni volta che i mostri appaiono in versione 2D, sono disegnati proprio con il loro design storico, intonso.

Per quanto possa sembrare una banalità, questo uovo di Colombo del non tradire il design originale giapponese è in realtà un fattore totalmente nuovo nella nutrita filmografia occidentale di titoli giapponesi. Se alcune opere recenti quali Alita – Angelo della battaglia si erano già dimostrate piuttosto sensibili a questo tema (forse perché i realizzatori James Cameron e Robert Rodriguez sono effettivamente dei mangofili), sono invece numerosi i titoli che hanno lasciato di stucco il fandom per la distanza visiva dalla loro controparte originale: oltre al succitato Super Mario Bros., altri esempi tristemente celebri sono Dragonball Evolution o il Death Note di Netflix, film di cui il meglio che si possa dire è non dire niente.

Fotogramma da "Death Note - L'ultimo nome" di Shusuke Kaneko.

Come ha potuto Netflix anche solo pensare di rimpiazzare Ken’ichi Matsuyama con un qualsiasi altro attore al mondo per interpretare L?

La questione non è assolutamente di secondaria importanza, perché nel caso di opere nate come parole + immagini come fumetti, videogiochi e altro, il contenuto e la sua rappresentazione sono entrambi parti costituenti dell’opera al 50%. Sono entrambe fondamentali, sono entrambe l’opera. Di più: solo insieme sono l’opera.

Potremmo persino parlare di opere semplici e opere composte, per indicare rispettivamente quelle opere che vengono fruite attraverso un solo canale comunicativo (come i romanzi, che sono composti solo da parole) o attraverso molti canali comunicativi (come i film, che sono composti da parole, immagini e suoni): le prime lasciano molta più libertà immaginativa al fruitore delle seconde. Sulla questione è entrata qualche tempo fa anche la scrittrice J.K. Rowling la quale, in una querelle sulla scelta di un’attrice nera per interpretare Hermione Granger, ha risposto chiaramente che poiché nei sette libri della saga Harry Potter non viene mai specificato il colore della pelle di Hermione, non c’è nessunissimo ostacolo a considerare il personaggio con la pelle nera o a darlo come ruolo ad attrici nere. Questo tipo di ragionamente invece non può funzionare (pur con tutte le eccezioni del caso) per le opere composte, in cui fattezze di personaggi e oggetti sono parte integrante dell’opera e non un suo dettaglio. Per citare Tito Faraci, nel caso di opere composte «la forma è la sostanza».

L’esempio più recente di quanto il design sia importante nelle opere composte è stato dato proprio nell’ambito della versione cinematografica americana di un franchise videoludico giapponese, con l’uscita pochissimi giorni fa del trailer di Sonic the Hedgehog, il nuovo film Paramount dedicato al celebre riccio blu. La bruttezza indifendibile del personaggio principale, certamente il risultato delle scelte di affaristi ignoranti, ricorda le tragicomiche produzioni del Cambria Studio anni ’50-’60 come Clutch Cargo o Captain Fathom, le cui animazioni erano realizzate sovrapponendo vere bocche umane a disegni statici ottenendo un effetto profondamente perturbante, proprio come accade nel Sonic della Paramount, dove un corpo dalle proporzioni perfettamente umane è sormontato da una testa sproporzionata eppure dotata di tratti somatici antropomorfi e verosimili, con un risultato molto più vicino all’horror che alla commedia.

Fotogramma del film "Sonic the Hedgehog" di Jeff Fowler.

Fa paura, dai, è proprio la dimostrazione dell’uncanny effect.

Tutto ciò in Pokémon: Detective Pikachu non accade, miracolosamente o finalmente (scopriremo in futuro se il trend si manterrà o se sarà un caso isolato), e i mostri tascabili sono graziosi, paurosi, grandiosi o disgustosi proprio come lo erano in originale. In particolare, è proprio Pikachu il personaggio virtuale più riuscito, e la dimostrazione viene dal fatto che nonostante sia doppiato dal vocione virile di Ryan Reynolds (Francesco Venditti nella versione italiana e Hidetoshi Nishijima in quella giapponese) non c’è un solo fotogramma del film in cui non sia assolutamente adorabile come un peluche morbidoso quale è.

Tre fotogrammi di "Pokémon: Detective Pikachu" di Rob Letterman.

STRAPAZZAMI DI COCCOLE. ❤️❤️❤️

Tre fotogrammi di "Pokémon: Detective Pikachu" di Rob Letterman.

Alcuni degli altri Pokémon che compaiono nel film, in cui se ne vedono provenienti da un po’ tutte le generazioni. In alto Bulbasaur: è stato notato quanto sia simile al drago Sdentato della serie DreamWorks Dragon Trainer. Al centro Charizard (immagine scelta esclusivamente per mostrare ancora una volta quant’è carino Pikachu anche a un passo dalla morte). In basso Jigglypuff, che appare in un cameo brevissimo e divertentissimo in cui lavora come cantante di pianobar.

Oltre alla sua importanza simbolica e all’eccellente resa qualitativa della CG ottimamente calata nelle riprese con attori dal vero, Pokémon: Detective Pikachu è anche un bel film, pregio niente affatto scontato dato che poteva rivelarsi solo una bieca operazione commerciale o peggio ancora un noioso catalogo di citazioni come Ready Player One, e invece riesce a riempire i suoi 104 minuti di avventura e divertimento con alcuni momenti cinematografici molto pregevoli. D’altronde il regista è Rob Letterman, che proprio dieci anni fa realizzò Mostri contro alieni, il miglior film in assoluto della DreamWorks escludendo quelli realizzati da animatori ex Disney (gli splendidi Dragon Trainer e I Croods, realizzati da Dean DeBlois e Chris Sanders, i registi di Lilo & Stitch), e che era reduce dal suo precedente film Piccoli brividi, anch’esso in tecnica mista e anch’esso molto piacevole.

Anche in questo caso tutto funziona molto bene per gli standard di un film d’intrattenimento a target prevalentemente giovanile, con in più alcuni notevoli tocchi qualitativi quali la fotografia notturna, metropolitana e iridescente à la Blade Runner di John Mathieson, la sceneggiatura brillante che si fa comica nelle battute di Pikachu (stupenda la scena in cui la natura si rivolta contro i personaggi e Pikachu commenta con un «Dopo tutto questo, come si fa ancora a negare il cambiamento climatico?»), e soprattutto le numerosissime citazioni cinematografiche, da Inception (la terra che si solleva in verticale) al primo Batman di Tim Burton (la parata con i palloni giganti), fino alla luce al neon verde smeraldo come ne La donna che visse due volte, e persino, meraviglia delle meraviglie, una divertentissima e totalmente inaspettata citazione di Mamma, ho perso l’aereo.

In questo momento in Giappone Detective Pikachu sta rivaleggiando nei cinema con Detective Conan, il cui ultimo film Konjou no fist (“Il pugno di zaffiro”) sta riscuotendo enorme successo di pubblico. Per i dati economici su Pokémon: Detective Pikachu bisognerà ancora aspettare qualche giorno, ma quello che già si può dire è che è un film molto superiore alle aspettative, ben confezionato, citazionista il giusto, nostalgico il giusto, ironico il giusto, che accontenta in maniera diversa sia lo spettatore occasionale sia il fan della serie, e che si spera possa inaugurare il nuovo corso di collaborazioni nippoamericane nel segno del rispetto reciproco. Un tuonoshock per l’evoluzione dei franchise giapponesi a Hollywood.

Altra animazione: Dililì a Parigi e Ancora un giorno

Sembra quasi incredibile, ma proprio mentre Avengers: Endgame distrugge ogni record precedente d’incassi, nei cinema italiani ci sono altre pellicole in programmazione, ruolo abbastanza ingrato da sostenere anche solo nella lotta per guadagnarsi qualche sala e un posto al sole. Dalla rarità passiamo all’allieamento cosmico registrabile una volta al secolo considerando che nella stessa settimana sono approdati non uno, bensì addirittura due esponenti della dimenticata, ma spesso pregevolissima animazione europea: Dililì a Parigi e Ancora un giorno, entrambi ottimi ed entrambi passati inosservati.

Se c’è un genere cinematografico in cui lo spettatore medio si dimostra prevedibile e pigrissimo, è proprio quello dell’animazione, accostata per automatismo al pubblico più giovane, al familismo e ai tre giganti statunitensi del comparto (Disney/Pixar, Dreamworks e Illumination Entertainment) e a qualche giapponese tacciato di essere l’erede di Hayao Miyazaki (titolo al momento saldamente nelle mani di Makoto Shinkai). Eppure c’è tanto altro, spesso con un contenuto creativo che fa impallidire certo vuoto ripetere della concorrenza più blasonata, come dimostrano i due film di Michel Ocelot e Raúl de la Fuente & Damian Nenow.

Fotogramma di "Diliì a Parigi" di Michel Ocelot.

Pur avendo tematiche agli antipodi, i due titoli hanno due punti in comune: il far di necessità virtù sul fronte tecnico e di conseguire un risultato notevole dal punto di vista qualitativo finale. Per darvi un’idea sommaria (e darvi un consiglio bonus), il metodo d’animazione digitale e lo stile di disegno è lo stesso utilizzato nel bellissimo e italianissimo Gatta Cenerentola che – al netto delle inesauribili canzoni napoletane che interrompevano ogni dieci minuti il fluire fantascientifico (avete letto bene) della storia – era un gran bel film. Difficile dire dove finisca il gusto personale e dove inizi una constatazione oggettiva, ma il metodo utilizzato per animare questi lungometraggi (fondali dal realistico al fotografico e personaggi dal chara estremamente pulito, artificiale e bidimensionale) trovo sia il loro grande limite produttivo. Se nelle scene a campo lungo e di folla può anche funzionare, nei primi piani la palette cromatica così limitata, priva di sfumature e carica di toni saturi azzera le possibilità espressive dei volti e la poesia dei colori. La domanda di difficile soluzione è: con maggiori mezzi a disposizione, in un contesto che rende l’animazione digitale di questo tipo praticamente una scelta obbligata per grandi e piccoli produttori (dato che persino Miyazaki è stato costretto a dire addio al metodo tradizionale e l’ha così tanto accettato da chiudersi alle spalle la porta dello Studio Ghibli o quasi), Ocelot e de la Fuente & Nenow avrebbero comunque scelto questo look per il loro film?

Dililì a Parigi

Poster italiano di "Diliì a Parigi" di Michel Ocelot.Cominciamo da Dililì a Parigi, figlio di uno sceneggiatore e regista decisamente noto e dall’approccio più tradizionale a quello che ci aspettiamo di solito dall’animazione. Basta la presentazione della piccola ragazzina creola Dililì – che lavora come “selvaggia” in un’esibizione parigina salvo poi vivere in una casa altolocata e girare tutta bardata dai suoi inamidati vestitini bianchi – per capire che è tornato l’animatore e regista francese Michel Ocelot, il papà di Kirikù e la strega Karabà. A vent’anni precisi dal quel successo, si può ben dire che Ocelot ci vada di nuovo vicino a quei livelli con questo gioiello, che per magia e atmosfera sarà probabilmente una delle pellicole più autenticamente francesi dell’annata. Dililì ci porta in una indimenticabile passeggiata parigina, in un’atmosfera da après midi a Paris in cui la città delle mille luci calde dei bar rivive nell’epoca che ne ha creato l’immaginario e lo stereotipo globale: la Belle Époque.

Se avete voglia di immergervi nelle atmosfere parigine, o prendete l’aereo o entrate in sala: Dililì e il suo amico fattorino percorreranno gli angoli più suggestivi e iconici della città, a bordo di una bizzarra tricicletta. Di giorno e di notte, a terra o nel cielo, nel dietro le quinte dei teatri e anche nelle zone più malfamate, Dililì sfreccia per la città e accompagna lo spettatore con sé in questo sogno, popolato delle figure più iconiche della Parigi dell’epoca; pittori, scultori, pensatori, artisti, cantanti, scienziati. Ci sono davvero tutti. Tutti coloro che resero grande la città e ne scrissero la storia appaiono nel film e non a caso una notevole fetta di loro a Parigi ci sono arrivati e non nati, in una pellicola che la tocca pianissimo sul tema del razzismo.

Fotogramma di "Diliì a Parigi" di Michel Ocelot.

Non è però un viaggio estetico e un escapismo turistico quello di Ocelot, anzi: è un’avventura per ragazzini in cui il nemico è composto da loschi figuri (i Maestri del Male) che rapiscono le ragazzine in città. Dililì e Orel si metteranno sulle loro tracce, dando una svolta inaspettatamente forte, metaforicamente potente e così turbo femminista da far impallidire qualsiasi tentativo compiuto in questo senso da controparti ben più note e internazionali.

Talvolta Dililì è leziosa e il film un po’ cantilenante, dato che parla agli adulti senza mai dimenticare i bambini. Tuttavia in alcuni passaggi fulminei (come quando una delle bambine perdute nel fuggire non riesce a uscire dal condizionamento subito, a denunciare quanto poco di vuole a entrare nelle logiche del patriarcato e quanto sforzo serve per uscirne) è evidente quando sia sottile e non banale, ancorché nettissimo nel suo messaggio di valorizzazione femminile. Non a caso le eroine al fianco di Dililì sono signore come Sarah Bernhardt e Marie Curie.

Bonus: l’adorabile canzone sui titoli di coda che con la sua franceseria leggiadra è inschiodabile dal cervello.

Ancora un giorno

Poster italiano di "Ancora un giorno" di Raúl de la Fuente e Damian Nenow.Ancora un giorno è se possibile ancor più bello e potente, anche se riservato esclusivamente a un pubblico adulto, data la violenza delle vicende narrate. Raúl de la Fuente e Damian Nenow infatti utilizzano l’animazione con uno taglio quasi documentaristico a cui siamo poco abituati, ma che spesso rende realizzabili importanti film autoriali e di denuncia che non non sarebbero altrimenti producibili per le scarse risorse presenti. Quella narrata qui è una sanguinaria storia di colonialismo e guerra, nel cuore del conflitto dell’Angola per l’indipendenza negli anni ’70 (la cosiddetta Guerra dei Garofani), trasformatosi ben presto in una guerra civile.

Il film però non si limita ad accettare la strada dell’animazione come unica possibile, ma anzi la sfrutta appieno come potente mezzo espressivo ed espressionista per raccontare l’impatto psicologico che esperienze così traumatiche possono avere su chi le racconta come testimone e giornalista.

Da inviato dell’allora comunistissima Polonia, il giornalista Ryszard Kapuściński è il punto di vista e il protagonista di Ancora un giorno, tratto dal suo primo romanzo, che gli donò fama internazionale. Appassionato e integerrimo, il giornalista polacco è considerato uno dei più grandi reporter di guerra del Novecento, forse oggi meno ricordato rispetto ai politicissimi anni ’70. Questo film dal cuore polacco, ma dalla produzione in parte africana gli rende ampiamente giustizia, perché interrompe l’animazione (anzi la integra) con interviste in carne e ossa ai protagonisti animati su schermo. Interviste – tra parentesi – ottimamente girate, con un gusto estetico che niente concede a una certa sciatteria che talvolta fa capolino nel genere documentaristico, ma non deve necessariamente appartenergli.

Fotogramma di "Ancora un giorno" di Raúl de la Fuente e Damian Nenow.

Se questo non bastasse, la resa finale dell’animazione per palette e fluidità è decisamente più raffinata di quella di Ocelot e, date le premesse, quasi sempre notevole. Ci aggiungo pure un parellelo cinematografico di pregio: nella seconda parte del film Kapuściński tenta di raggiungere il sud dell’Angola per incontrare l’ultimo baluardo della resistenza angolana contro l’avanzata dei colonialisti, il primo e più violento fronte, alla ricerca di un portoghese che ha tradito il proprio paese per schierarsi con gli angolani. La ricerca di questa sorta di colonnello Walter E. Kurtz, si trasforma per il protagonista in un viaggio iniziatico tanto quanto quello di Apocalypse Now, in cui dovrà rivalutare la sua scala di valori giornalistica e umana. Dici poco. Ancora un giorno è davvero un gioiello per cinefili e spettatori alla ricerca di cinema forte e impegnato.

Consiglio extra: se volete una serata da dura e pura definitiva ad alto rischio autolesionismo per il livello di PESO cinematografico di altissima qualità raggiunto e con un vago sentore di cineforum d’altri tempi, consiglio una serata dedicata ai reporter di guerra cazzutissimi con questo e il bellissimo e durissimo A Private War, magari da stemperare con la versione cazzara della stessa storia con Tina Fey e Martin Freeman Whiskey Tango Foxtrot. Poi potete ubriacarvi o far partire l’Internazionale, vedete voi.

Fotogramma di "Ancora un giorno" di Raúl de la Fuente e Damian Nenow.

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