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Card Captor Sakura Clear Card: Le nuove avventure di Sakura!

A maggio torna in Italia una delle eroine più amate degli anni ’90… e non solo! La dolce e coraggiosa Sakura, creata dalle poetiche menti delle CLAMP, vivrà infatti delle nuove fantastiche avventure in CARD CAPTOR SAKURA CLEAR CARD, l’opera che in Giappone ha già venduto oltre 2 milioni di copie!

Si tratta di un nuovo arco narrativo, in cui Sakura, dopo aver fatto un sogno sconvolgente, scoprirà che le sue amate carte non hanno più nessun potere.

Come farà ora a proteggere Tomoeda? E soprattutto, riuscirà Sakura a scoprire cos’è accaduto alle carte e come ridare loro potere?

Una serie imperdibile per tutti gli amanti dell’eroina protagonista dell’opera più famosa e amata delle CLAMP!

Emozionanti sfide vi aspettano dal 15 maggio, quando CARD CAPTOR SAKURA CLEAR CARD n. 1 sarà disponibile in fumetteria, libreria e Amazon!

Aprile, i ciliegi sono in piena fioritura. Sakura è ormai in prima media, ha ritrovato il suo adorato Syaoran e i due vanno a scuola insieme. Un giorno però, dopo essersi risvegliata da un sogno misterioso, scopre che alle sue carte è successo qualcosa di strano…

Dal 15 maggio CARD CAPTOR SAKURA CLEAR CARD n. 1 sarà disponibile in fumetteria, libreria e Amazon!

Sfogliate online le prime pagine di CARD CAPTOR SAKURA CLEAR CARD n. 1 a questo link!


CLAMP
Card Captor Sakura Clear Card 
n. 1
Edizioni Star Comics, collana Greatest numero 232, 15/05/2019
cm 11,5×17,5, brossura, b/n, pp. 160, € 4,50
ISBN 9788822613998

Lorena Brancucci e gli adattamenti musicali Disney

Non c’è dubbio che la localizzazione italiana delle opere multimediali straniere sia un mondo estremamente affascinante, e parte del suo fascino sia dovuto al fatto che non se ne sa poi granché. Per obblighi contrattuali, informazioni confidenziali aziendali, silenzi stampa imposti dalle case distributrici, rapporti lavorativi da mantenere e mille altri motivi, lo spettatore spesso fruisce esclusivamente del prodotto finito non avendo idea dei tempi e delle modalità con cui è stato realizzato, e riuscendo a malapena a sapere (quando va bene) i nomi dello staff artistico e tecnico da pochi, fugaci fotogrammi alla fine dei titoli di coda dei film o dei videogiochi.

La conferma di questa situazione è arrivata lo scorso gennaio sotto l’articolo Gualtiero Cannarsi, nel di lui caso – Canzoni, dove è avvenuto uno scambio di commenti fra l’autore dell’articolo stesso e l’utente shinotenshiazrael sul tema degli adattamenti delle canzoni nei film Disney. Tutto era nato dal fatto che, per presentare metodi di adattamento alternativi rispetto a quelli usati da Gualtiero Cannarsi, era stato analizzato anche il lavoro della cantante, insegnante di canto, liricista e adattatrice Lorena Brancucci per il film Frozen.

Opere a cui ha lavorato Lorena Brancucci: "Rapunzel - L'intreccio della torre", "L'agnello rimbalzello", "Phineas e Ferb" e "Bear nella grande casa blu".

Alcune delle numerosissime opere a cui ha lavorato Lorena Brancucci come adattatrice dei testi delle canzoni: lungometraggi come Rapunzel – L’intreccio della torre, cortometraggi come L’agnello rimbalzello, serie tv animate come Phineas e Ferb e programmi per bambini come Bear nella grande casa blu (quindi sì, è lei che ha scritto il testo italiano della canzone dell’arrivederci con la Luna).

L’articolo è stato commentato da shinotenshiazrael con le seguenti parole:

Negli articoli è scritto: “In 21 anni il modo di adattare richiesto dalla Disney all’adattatore italiano pare essere cambiato radicalmente” – ma perché proporre illazioni simili? Lorena Brancucci fa tutto di testa sua, non c’è nessuna regola o esigenza del committente che sia mai mutata, semplicemente si fidano. Negli anni ’90 c’erano Ernesto e Centonze. I Brancucci ora hanno persino aperto una scuola di “musical nei film” e il metodo che propongono è uno solo. Lorena è convinta di utilizzare lo stesso metodo del padre, ed infatti utilizza lo stesso metodo… le differenze stanno nella creatività e nelle finezze (Lorena è riluttante ad usare il troncamento di vocale, ad esempio, ma non è che sia una regola).

La replica dell’autore:

La Disney, la più grande multinazionale mondiale dell’intrattenimento, che SI FIDA dei suoi collaboratori??? Per esportare all’estero un prodotto come Frozen nel quale ha investito 150 milioni di dollari più svariate altre decine di milioni per la promozione??? Quella stessa azienda accusata di eccessiva gerarchizzazione piramidale e di omologazione culturale mondiale, non verifica che le traduzioni/adattamenti siano omogenee alla sua immagine???  […] Dato che l’azienda Disney controlla e dirige eccome i suoi collaboratori, e dato che il metodo di lavoro della Brancucci figlia è molto diverso dal metodo di Brancucci padre, si può secondo te arrivare per deduzione logica alla conclusione che è l’azienda stessa che nel tempo ha cambiato stile (o per sua scelta esplicita oppure perché approva uno stile nuovo diverso da quello precedente)?

A cui poi ha nuovamente risposto shinotenshiazrael:

Invece è così, la Disney (o meglio, i suoi supervisor) si fidano della Brancucci. Non ho mica scritto che il testo non viene controllato, ma scusa, come hai potuto pensare avessi potuto sottintendere una cosa simile? Il testo lo leggono, quindi se qualcosa non va bene possono dirlo e imporre il loro volere. Ma quel testo viene steso attualmente da Lorena Brancucci che tenta di applicare né più né meno il medesimo stile del padre e può fare (e fa) TUTTO quello che le pare. Ovviamente se scrive “cacca-culo” i supervisor lo leggono e le dicono “Scusa Lorena, ma cos’hai scritto?” – Ma non c’è la Disney che le viene a dire come fare il suo lavoro: “No, Lorena, su Let it Go cambia di volta in volta il ritornello con altre parole sempre diverse” – “No, Lorena, adesso il metodo è cambiato: aggiungi note a caso, non usare più i troncamenti di vocale.” (tra l’altro se non sbaglio in un’intervista Lorena stessa ammetteva di non amare i troncamenti) p.s. – Se i supervisor della Disney fossero rigidi ed esigenti, non approverebbero i suoi lavori. […] Ai miei occhi le differenze sono solo queste:
1-Ernesto aveva inventiva ed ispirazione e riempiva i testi di parole singolari e molto ricercate al pari di un Franco Battiato – Lorena è per la maggior parte del tempo svogliata e semplicistica e se può finisce sempre le tronche con banalità (da sempre usate per la loro facilità d’utlizzo, ma mai così tanto) del tipo “Io lo so – sì, lo so – perché poi – io andrò – e verrò – ci sarà! – io son qua! – ecco un no! – sta con me!”
2-Ernesto se può tronca le vocali per rispettare la metrica – Lorena se può evita di troncare le vocali e preferisce cambiare la metrica.
3-Ernesto dava priorità alla musicalità piuttosto che al labiale – Lorena dà priorità al labiale piuttosto che alla musicalità.
4-Ernesto rispettava la metrica – Lorena raramente rispetta la metrica
5-Ernesto tentava di mantenere vivo il titolo in modo che fosse efficacie e riconoscibile – Lorena sacrifica spesso il titolo e la ripetitività dei ritornelli.
Tutto qui. Non vedo altro. Tutte le differenze sono solo una questione di bravura (Lorena sceglie la via comoda).
p.s. – […] tuttora rimane incerto cosa ESATTAMENTE abbia adattato Ernesto, il quale si firmava col nome di famiglia ERMAVILO. Tuttora sono dell’idea che ai testi di Nightmare Before Crhstimas abbiano lavorato le figlie, visto che è nello stile di Lorena al 100%. In caso contrario significa che Ernesto, quando non c’aveva voglia, lavorava esattamente come Lorena.

Lo scambio di commenti completo è consultabile sotto l’articolo succitato.

I commenti di shinotenshiazrael appaiono particolarmente controversi sia rispetto al testo a cui si riferiscono, sia per i loro contenuti.

Nei cinque articoli che Dimensione Fumetto ha dedicato agli adattamenti italiani dei film Studio Ghibli, infatti, l’adattatore Gualtiero Cannarsi non viene mai, mai, mai accusato personalmente, gratuitamente e senza appello per le sue scelte. Al contrario, ogni suo lavoro viene continuamente condonato e considerato come il risultato di una serie di possibili fattori quali rispetto del labiale, lunghezza delle battute, richieste del committente o quant’altro possa aver influito sul prodotto finale. Per shinotenshiazrael invece il giudizio su Lorena Brancucci è drastico e inappellabile: «fa tutto di testa sua», alla Disney «semplicemente si fidano» e addirittura «Se i supervisor della Disney fossero rigidi ed esigenti, non approverebbero i suoi lavori». Dopodiché illustra quelle che ritiene essere le caratteristiche del lavoro di Ernesto e Lorena Brancucci con sprezzante freddezza, naturalmente senza addurre nessuna fonte né prova. Non c’è spazio per dubbio alcuno.

Per risolvere la vicenda, Dimensione Fumetto ha contattato direttamente Lorena Brancucci, la quale ha accettato con grande professionalità e cortesia di partecipare al dibattito. Il suo contributo è di particolare importanza non solo perché smonta una per una tutte le arbitrarie illazioni di shinotenshiazrael, non solo perché si tratta della sua seconda dichiarazione ufficiale in oltre 20 anni di lavoro, e la prima in assoluto rilasciata a una testata non dedicata alla Disney dopo l’intervista a Imperoland del 2014, ma soprattutto perché svela alcuni inediti retroscena del suo lavoro e spiega con chiarezza il processo e le motivazioni precise con cui arriva al risultato finale.

Dimensione Fumetto si augura che questo articolo possa essere di interesse per coloro che finora si sono interrogati sulle ragioni dei suoi adattamenti o hanno invocato i bei vecchi tempi andati.

L’autore desidera ringraziare sentitamente Lorena Brancucci per la disponibilità e Nunziante Valoroso per la collaborazione.


Gent.mo Sig. Pasqualini,

ringraziandoLa per aver richiesto la mia opinione professionale in merito agli argomenti da voi trattati nel vostro articolo, coglierò l’occasione per cercare di chiarire degli aspetti della mia professione che suscitano enorme interesse collettivo, ma sui quali, evidentemente, scarseggiano informazioni a riguardo.

Il lavoro del liricista o paroliere, che dir si voglia, è un lavoro molto più delicato e complesso di quanto non si possa immaginare, perché le componenti in gioco sono moltissime e le esigenze da contemperare sono numerose e contrastanti.

La Disney, per fortuna, a differenza di moltissime altre società, punta ancora tantissimo sulla qualità, che deve sempre mirare all’eccellenza e non consente che i suoi standard qualitativi vengano mai accantonati. Il mio lavoro subisce controlli e supervisioni continue, durante l’intero processo di lavorazione, tanto da parte dei supervisor italiani, che sono sempre super attentissimi e che valutano l’opportunità di ogni singolo termine, tanto da parte di quelli americani, che hanno comunque e sempre l’ultima parola con riguardo alla scelta dei termini (controllati attraverso la back translation), al rispetto della metrica e del sincronismo labiale. Non esiste testo che io abbia scritto, nella cinematografia Disney, che non abbia subito questo attento vaglio.

In altri termini, se da una parte il lavoro creativo e la scelta delle soluzioni vengono affidate a me, sulla base delle mie qualifiche e della fiducia ottenuta in virtù di un’esperienza quasi venticinquennale – tanto come liricista, quanto come musicista – dall’altra parte, non c’è mia idea che possa passare, se non supera il vaglio del committente (la «stupendosa idea» del film Il ritorno di Mary Poppins, tanto per fare un esempio, ha dovuto ottenere una espressa autorizzazione, così come l’utilizzo dei proverbi, così come la creazione, che ho voluto fare come omaggio al «supercalifragilistichespiralidoso» del primo film, che compare nella strofa finale della canzone Royal Doulton Music Hall).

Immagine promozionale de "Il ritorno di Mary Poppins" di Rob Marshall.

Il ritorno di Mary Poppins è il sesto film di Rob Marshall, il quinto con scene di ballo, il terzo per la Disney e il secondo di fila ad avere nel cast Emily Blunt e Meryl Streep.

Tutto ciò premesso, tenterò di spiegare, prima genericamente, poi nel dettaglio, le problematiche connesse al mio operato.

La lingua

Iniziamo col dire che la lingua inglese e quella italiana sono completamente antipodiche: la prima è sintetica e diretta ed è basata, prevalentemente, su termini mono o bisillabici, con accentazione, il più delle volte, tronca. La seconda, al contrario, è una lingua prolissa che si compone di termini plurisillabici, con accentazione prevalentemente piana, sdrucciola o bisdrucciola. Già questo, di per sé, basterebbe a far capire a chi legge quanto sia arduo il compito di rispettare la metrica, quando si è costretti a utilizzare lingue così diverse. Compito infinitamente più agevole per, ad esempio, spagnoli e francesi, che hanno la possibilità di utilizzare, come gli inglesi, le parole con accentazione tronca.

In epoca passata, i grandi liricisti che mi hanno preceduta, come il Comandante De Leonardis o il mio stesso papà (al quale devo tutti gli insegnamenti del mestiere), avevano la possibilità di elidere le parole, risolvendo il problema alla radice (usando termini come “cor”, “amor” e così via). Questi termini sono considerati oggi desueti, quindi non ci è più consentito usarli. Sebbene la generazione che ci ha preceduto, o anche la nostra, possano ancora esservi affezionati, i bambini di oggi li troverebbero decontestualizzati e non comprenderebbero la ragione dell’utilizzo. E, non scordiamolo mai, la Disney ha come destinatario principale il bambino.

Tanto per essere più chiari, se in inglese la scelta dei termini con accentazione tronca è potenzialmente infinita, avendo loro dei termini che finiscono anche con le consonanti, in italiano la nostra scelta è limitatissima, perché di vocali accentabili ne abbiamo solo cinque, alle quali si possono sommare, tutt’al più, i dittonghi. La scelta dei termini rischia, pertanto, di essere molto monotona se non si trovano alternative.

La metrica e il synch

Il vincolo della metrica è gravosissimo, proprio perché l’orchestrazione dei brani è studiata per testi in lingua inglese e ne rispetta, in pieno, le accentazioni. Tali accentazioni, per noi, sono totalmente sfavorevoli. Se da un lato è fondamentale, per la riuscita finale del brano, rispettare in pieno la metrica in modo da rendere il brano comodamente e fluidamente cantabile per l’interprete, dall’altro lato c’è il problema, immenso, del sincronismo labiale. Quest’ultimo, a differenza che in passato, è oggi considerato importantissimo. Le nuove tecniche di animazione hanno reso i cartoni animati talmente veritieri da sembrare umani e i loro movimenti labiali sono definiti al punto di dover essere curati fin nei minimi dettagli. Questo fa sì che, a volte, termini inglesi che finiscono, ad esempio, con una labiale o una dentale, ci costringano a usare termini italiani che abbiano una sillaba finale in più, proprio per andare a coprire il movimento della bocca in quel punto – movimento che, diversamente, resterebbe “muto”.

Un esempio su tutti: La bella e la bestia del 2017. Belle, durante la prima delle canzoni, canta «Every morning just the SAME, since the morning that we CAME». Si parla del fatto che il paesino nel quale Belle ed il papà si sono trasferiti sia un posto sempre uguale, dove non succede mai nulla di interessante e dove, diciamocelo, il divertimento maggiore sembra essere quello di giudicare e criticare chi, come Belle, appaia “diverso” rispetto alla routine del paesino stesso. Nella versione italiana del cartone animato, che tutti conosciamo e che io per prima ho amato moltissimo, l’adattamento è «È dal giorno che arrivai, che non è cambiato mai». Nel film questa soluzione non si è
potuta mantenere proprio per via del synch, perché si vede Belle distintamente aprire e chiudere la bocca, sul finale delle due frasi, proprio per la labiale finale, sia su «same» sia su «came». È evidente che, non avendo in italiano parole che finiscano per “m”, è stato necessario aggiungere una sillaba che andasse a coprire quel “battito” in più, per rendere l’effetto ottico più gradevole e naturale. Da qui il mio testo: «È dal giorno in cui arrivAMMO, che mio padre e io pensAMMO: questo posto è provinciale». Se non ci fosse stato il problema del sincronismo labiale, non sarebbe stato necessario alterare la metrica aggiungendo la sillaba finale.

Immagine promozionale de "La bella e la bestia" di Bill Condon.

La bella e la bestia è il remake del 2017 diretto da Bill Condon dell’originale del 1991 diretto da Gary Trousdale e Kirk Wise. Nonostante le perplessità della critica specializzata, il film ha comunque superato i 20 milioni di euro al botteghino diventando il maggior incasso italiano dell’anno.

Sono entrata nello specifico proprio perché vorrei che si capisse che la scelta sul modificare o meno la metrica non è mai una scelta “di pigrizia”, ma sempre una scelta obbligata, che comunque viene concordata con i supervisor, ai quali spetta il difficilissimo compito di scegliere se sacrificare la metrica o il sincronismo labiale. Non è mai una scelta semplice e non può essere una scelta univocamente apprezzata, perché c’è e ci sarà sempre chi preferisce la prima opzione e chi la seconda.

L’unica certezza che io posso darvi a riguardo è che non si tratta mai di una scelta presa alla leggera, o con superficialità. Tutt’altro. Può piacere o meno, ma credo che meriti ugualmente rispetto, perché è una scelta fatta sempre nel tentativo di raggiungere il miglior risultato possibile. Ovviamente, questo tipo di “alterazione metrica” se così possiamo chiamarla, non viene mai e poi mai fatta laddove renderebbe il brano difficile da cantare o non armonico. In tal caso, si tende sempre a penalizzare il sincronismo e a privilegiare la fluidità del brano.

Ad ogni modo, sarebbe infinitamente più semplice, per me o per chiunque altro al mio posto, utilizzare una traduzione letterale dei versi, senza doversi ingegnare a trovare soluzioni che si preoccupino di rispettare il sincronismo labiale. Dietro una sillaba aggiunta, pertanto, non c’è MAI una soluzione di comodo.

Il contenuto e il messaggio

Se potessimo esprimere uno stesso concetto con le stesse identiche parole, non ci sarebbe bisogno né di traduttori né di liricisti. È di tutta evidenza che, con due lingue così diverse, sia impossibile poter anche lontanamente pensare di scegliere la traduzione letterale dei termini. Non rispetterebbe mai la metrica, né tanto meno il synch. Che cos’è, quindi, che ci viene richiesto di fare? Fare il possibile per mantenere inalterato il messaggio originale. Il messaggio. Non i termini. Anche perché, molto spesso, termini che in inglese suonano in un certo modo e hanno una certa valenza e fluidità, se tradotti letteralmente in italiano, non hanno assolutamente lo stesso effetto.

Prendendo di nuovo ad esempio la frase di prima de La bella e la bestia del 2017: «Every morning just the same, since the morning that we came to this poor provincial town». La traduzione letterale suonerebbe più o meno così: “Ogni giorno tutto è uguale, dal mattino in cui siamo arrivati in questa misera, provinciale cittadina”. Il mio adattamento è il seguente: «È dal giorno in cui arrivammo che mio padre e io pensammo: questo posto è provinciale». Come si può notare, il senso del messaggio, pur con l’utilizzo di parole diverse, è identico: Belle non si trova bene in quel posto, perché pensa che sia un posto provinciale, privo di stimoli adatti a una ragazza brillante e fantasiosa come lei. L’utilizzo di parole diverse, nonostante permetta di mantenere lo stesso messaggio, ha però l’ulteriore privilegio di rispettare alla perfezione il sincronismo labiale e far sì che lo spettatore abbia l’illusione che Emma Watson stia cantando in italiano.

Fotogramma da "La bella e la bestia" di Bill Condon.

Belle se ne va a restituire un libro a Père Robert che parla di due innamorati nella bella Verona.

Insomma, il tentativo è quello di arrivare a un risultato finale che soddisfi, contemporaneamente, il rispetto del messaggio originale, la metrica (che non subisce comunque alterazioni degne di nota), le rime e le immagini sul video. Il tutto, consentendo all’interprete di cantare agevolmente, in modo da potersi concentrare sulle emozioni e sulla interpretazione e non sulle note, con un risultato finale “in pieno stile Disney”. I bambini, inoltre, grazie alla falsa illusione ottica data dalla precisione maniacale del sincronismo labiale, possono continuare a sognare e a illudersi che i personaggi animati che tanto amano esistano davvero e che siano davvero loro a parlare e a cantare. Anche questo fa parte del “sogno Disney”.

Mi permetto, a questo punto, dato che mi è stato gentilmente richiesto di dire anche la mia, di prendere in esame Frozen, per fare il punto su alcune questioni.

Spero di non urtare la sensibilità di nessuno, affermando con certezza piena che il tema centrale di Frozen non sono affatto le porte, bensì proprio, in primis, l’affetto familiare, come testimoniano pagine e pagine della creative letter appositamente inviata a tutti noi creativi che lavoriamo per la Disney. In questo documento ufficiale, che viene inviato prima della lavorazione di qualsiasi film Disney, gli autori del film spiegano, per filo e per segno, quello di cui il film parlerà (arriva prima dei
materiali audio/video e serve proprio a far capire di cosa si tratta a chi dovrà lavorarci). Ebbene, in nessuna delle circa 20 pagine di questo esplicativo documento viene fatto riferimento alcuno alle porte. Neanche una volta. E la ragione è semplice: per quanto ammirevole e degna di rispetto (lo dico senza ironia alcuna) sia l’interpretazione data nel vostro articolo circa la presenza delle porte nel film, il messaggio che Frozen vuole trasmettere è in realtà quello dell’importanza della famiglia. Per la prima volta nella cinematografia Disney, non sarà un principe azzurro a salvare la principessa, bensì sua sorella, perché la famiglia viene prima di tutto.

Ma Frozen è ben più di questo… Frozen è un film incentrato sulla possibilità di rivalsa… la famosa seconda OCCASIONE. Anna, dopo aver passato la vita chiusa in un castello, ha la possibilità di conoscere realmente sua sorella e di trovare finalmente l’amore. Elsa, invece, ritroverà se stessa, scoprendo quale sia il suo ruolo in questo mondo e risorgendo come il sole in una nuova alba, in una nuova vita, dove avrà finalmente la possibilità di accettarsi ed esprimersi esattamente per quello che è.

Fotogramma da "Frozen - Il regno di ghiaccio" di Chris Buck e Jennifer Lee.

Elsa spalanca le porte del Palazzo Reale di Arendelle dopo tanti anni di isolamento. Benché non siano stati ufficialmente confermati dai registi Chris Buck e Jennifer Lee, i fan hanno trovato in Frozen – Il regno di ghiaccio svariati riferimenti ad altri film Disney e numerosi significati metaforici, il più frequente dei quali è proprio quello delle porte.

Perché dunque non ho citato le porte? In primis, perché la metrica non me lo consentiva, in secundis, perché non me lo consentiva in alcun modo il synch, in tertiis, perché, dopo tutto, che cos’è una “porta aperta” se non una “nuova occasione”? E poi, mi si consenta un pizzico di ironia, parlare di “nuove occasioni”, di “speranza” non è forse più romantico che parlare di “porte”? In fondo è una ragazza innamorata, a cantarlo…

Insomma, il messaggio delle canzoni, nonostante la scelta di termini che, apparentemente, possono apparire diversi, in realtà è sempre assolutamente rispettato. Anna sta esprimendo la sua gioia per aver intravisto, finalmente, nella sua vita, uno spiraglio di felicità: una occasione di cambiamento. L’amore è, per lei, l’occasione per poter essere felice. Ed è esattamente di questo che parla la canzone La mia occasione. Così come All’alba sorgerò parla della scelta determinata di Elsa di poter essere finalmente se stessa e di smettere di nascondersi e di vergognarsi delle sue doti. È, a tutti gli effetti, una canzone che inneggia alla rinascita e al credere in sé stessi. E, forse, è anche grazie a essa che la versione italiana di Frozen ha ottenuto un riconoscimento ufficiale come miglior versione di adattamento nel mondo.

Un’ultima precisazione con riguardo alla frase «Come un fulmine sei comparso tu». L’originale canta «And then, suddenly, I bump into you». La frase rispetta la metrica nota per nota, non vi è alcuna aggiunta di sillabe, né alterazione (anche un non musicista può verificarlo, semplicemente contando il numero di sillabe), ma è il classico esempio del concetto che tentavo di spiegare prima: in italiano, la traduzione letterale suonerebbe più o meno come “All’improvviso ho sbattuto contro di te/mi sono scontrata con te”. Una traduzione letterale non renderebbe il romanticismo del momento, perché le parole inglesi, tradotte in italiano, non hanno lo stesso effetto. “Spoeticizzerebbero” il tutto. Da qui, la scelta di una frase più “da sognatrice”, che rispecchi più la natura facile a sorprendersi della dolce e ingenua Anna: «come un fulmine sei comparso tu». Il senso è lo stesso, ossia il radicale cambiamento che l’arrivo di Hans ha insinuato nella mente di Anna, ma le parole scelte sono volutamente diverse, per esigenze di lingua.

Conclusione

Concludo questo mio lunghissimo intervento con la speranza di aver chiarito, almeno un po’, l’enorme impegno e le immense difficoltà che si celano dietro a quelli che tanti chiamano, semplicemente, “cartoni animati”. Faccio questo lavoro da 25 anni, sono nata e cresciuta nel mondo Disney e cerco, da sempre, di restituire, attraverso le mie parole, la forza, la spensieratezza, la dolcezza e la positività degli splendidi messaggi Disney.

Purtroppo, come è naturale, non si può sperare di avere il consenso incondizionato di tutti, perché il lavoro artistico, più di tutti, si basa anche sulla sensibilità e il gusto personali, che variano di persona in persona. Ma spero di aver chiarito la serietà che si cela dietro il lavoro di tutto lo staff italiano della Disney.

Quanto al lavoro del sig. Cannarsi, vi prego di non avervene a male se scelgo di astenermi dal fare qualunque considerazione professionale, ma non mi permetterei mai e poi mai di effettuare valutazioni sul lavoro di un collega. Non è nella mia natura.

Ci tengo solo a precisare, per correttezza, una piccola curiosità: i testi del film Nightmare Before Christmas, a differenza di quanto sostenuto nei commenti, non sono miei, né di mio padre, che ha scritto solo quelli corali. Sono opera della Sig.ra Carla Vistarini.

Lorena Brancucci

Enemigo: Taniguchi in salsa sudamericana

“Enemigo” è il termine spagnolo per “nemico”. Un nemico da inseguire per mezzo mondo e da eliminare, per vendetta personale, ma non solo.

Rizzoli Lizard propone, per la prima volta in volume italiano, l’edizione integrale di questo lavoro di Jirô Taniguchi. All’epoca dell’uscita di Enemigo (1985), Taniguchi non era ancora definitivamente affermato come autore di collegamento tra il manga e il fumetto europeo.

L’opera è già uscita in volume in Francia nel 2007. Nell’intensa prefazione scritta in quella occasione, Taniguchi spiega chiaramente le distanze che nel 1985 si evidenziavano tra i manga e le sue tentazioni occidentali.

Dichiara infatti la sua vicinanza al fumetto europeo:

Non ho difficoltà a dire che all’epoca (di Enemigo, n.d.r) ero molto interessato ai fumetti europei.

citando tra gli influssi subiti quelli di Mœbius, Bilal, Schuiten, ma anche Giardino e Micheluzzi.

Taniguchi appare infatti già profondamente legato ai lavori di tanti autori europei, come conferma Vittorio Giardino nella prefazione alla presente edizione, azzeccatamente intitolata Le tracce del futuro maestro.

Si tratta dunque di un’opera del primo Taniguchi. Almeno del primo Taniguchi autore completo, appena antecedente a Bocchan e Blanca.

Il lavoro sui testi è fatto insieme a M.A.T., misterioso collettivo di writers, che a lungo negli anni ’80 del secolo scorso ha imperversato sul fronte del manga, su cui però è davvero difficile trovare informazioni.

Enemigo racconta la storia di un detective privato giapponese trapiantato a New York. Kenichi, ex soldato, viene chiamato in causa per salvare il fratello, presidente di una multinazionale caduto in mano ai guerriglieri in uno stato immaginario tra la foresta equatoriale e le Ande, il cui nome fa forse riferimento alla lingua Nauhatl, il Nasencio. Dopo la caduta del solito regime dittatoriale, la multinazionale giapponese Seshimo è incaricata di trasformare migliaia di ettari di giungla in coltivazioni. Progetto osteggiato dal vecchio dittatore Marquez, supportato dalle potenze straniere che temono l’ingresso di materie prime a basso costo nel mercato internazionale. L’Enemigo, appunto, che ha rapito Yuji Seshimo e continuato a portare la guerra nel paese, prima di scappare a New York. Vistosi sconfitto in patria, ha cercato rifugio altrove per riorganizzare le forze e sferrare un secondo attacco.

E lì, viene ritrovato dal fratellastro detective, nella sua città di adozione. Dopo aver salvato il fratello, anche dalle minacce interne alla stessa Seshimo, completa la sua opera. Mette in pratica tutte le sue conoscenze di guerriglia per impedire all’ex dittatore di tornare in patria e vendicarsi anche dei lutti personali, e incidentalmente si vendica della morte della segretaria, vero deus ex machina dell’intera storia.

La storia quindi si muove tra questi due scenari. New York, in cui sono ambientati prologo ed epilogo, e Nasencio, teatro degli scontri bellici. A sua volta diviso tra la giungla, le montagne e la capitale.

Politica internazionale, tematiche ambientali, economia e storie personali si incrociano in un intreccio tra la spy story e la lotta di liberazione in stile Commando. Con tutti gli elementi: avidità e vendette familiari, ex commilitoni traditori, tragedie da vendicare. Su uno sfondo che non risulta lontano dagli attuali scenari sudamericani, tra spinte democratiche e ingerenze internazionali, più o meno esplicite. Ma collegato in parte agli avvenimenti di quegli anni, con i Contras in Nicaragua e le dittature in Brasile, Argentina, Cile, che avranno fine qualche anno dopo la conclusione del fumetto.

Enemigo ha un intreccio molto più vicino al fumetto europeo e americano, che a quello giapponese: la stessa figura del detective privato è lontana dalla cultura giapponese. I titoli dei capitoli in spagnolo lo confermano ulteriormente.

Il personaggio principale richiama quello di un altra opera che Taniguchi sviluppa negli stessi anni con Natsuo Sekikawa: il detective Jotaro Fukamachi, protagonista di Trouble is My Business. Anche se il background, il modo di affrontare la vita e la professione sono piuttosto diversi, i due detective hanno in comune una forma di cinismo, che lascia però spazio alle relazioni personali, e lo sguardo perennemente velato. Come se facessero controvoglia tutto quello che fanno, ma alla fine lo portano a termine con professionalità e una determinazione inaspettata. Un hard boiled, tipico di quel periodo dell’opera di Taniguchi.

Tra i personaggi della vicenda non mancano delle figure stereotipate: dall’ex commilitone traditore, alla segretaria che si rivela una vera combattente, ma trova la morte e dà lo spunto per la vendetta. E ovviamente il prete rivoluzionario. Tutte vengono tratteggiate, da un Taniguchi già maturo, nel modo più adatto al genere e al contesto, e non certo con la sensibilità sopraffina che lo caratterizzerà nelle opere più intimiste, ma sono ben strutturate e funzionali al carattere dell’opera. Compare anche il cane, spesso compagno dei personaggi di Taniguchi. In questo caso un cane da combattimento, adeguato al contesto.

Il tratto ricalca la crudezza della storia. Abituati agli acquerelli e alle tinte pastello delle storie che hanno reso famoso Taniguchi, abbiamo qui a che fare con dei retini scuri e tratteggi talvolta ricchi più di ombra che di luce.

Anche le pagine a colori non sollevano.

Completano, fanno da prologo a qualche capitolo. Sembrano dei momenti più tecnici che sostanziali.

Il tratto ricorda anche altri mangaka, a volte quello di Ryōichi Ikegami, che diventerà famoso qualche anno dopo, e dimostra la duttilità di Taniguchi, che dà alla sua opera una grande dinamicità e fisicità, a volte sensuale, e non solo nelle scene più esplicite.

Gli sguardi, le espressioni, che poi consentiranno ai personaggi del Taniguchi più poetico di toccare il cuore di tanti lettori, pur essendo già presenti, si alternano con scene d’azione dettagliate e assai dinamiche.

Altrettanto dinamiche sono le gabbie delle pagine, completamente a servizio della storia, e che mostrano già una capacità scenografica quasi cinematografica. Interessante la scelta degli adattatori di riportare la traduzione delle onomatopee nello spazio tra le vignette, senza occuparlo, utilizzando il grigio.

Nonostante il registro diverso, non è diversa l’attenzione di Taniguchi per i dettagli ambientali, quelli della giungla, dei villaggi andini, ma anche dell’ambiente urbano, e per la caratterizzazione dei personaggi: è lo stesso Vittorio Giardino nella prefazione a trovare la somiglianza tra il prete guerrigliero e il “suo” Max Friedmann.

Il volume si completa con tre interventi: di François Schuiten, di Baru e dello stesso Taniguchi intervistato da Nicolas Finet. Questi redazionali risultano molto utili per il lettore che conosce marginalmente Taniguchi per entrare nel merito dell’autore, ma anche per chi ha negli occhi le opere che lo hanno reso famoso, per contestualizzarne e comprenderne il percorso artistico. L’opera

appare lontana dalla vena intimista che ricolleghiamo a lui oggi in Europa (Baru)

e

lascia trasparire il timing e il senso del ritmo che gli sono propri (Schuiten).

Nelle stesse parole dell’autore si comprende la genesi di Enemigo, ma anche, più in generale, il contesto personale e culturale in cui l’opera è nata.

Una faccia ulteriore di un maestro del manga, che ne dimostra ancora una volta la duttilità e la capacità narrativa.


M.A.T., Jirô Taniguchi
Enemigo
Rizzoli Lizard, 12/02/2019
304 pagg, brossura, b&n e colore, € 20,00
ISBN 9788817108799

Wednesday Warriors #27 – Detective Comics #1000

Per questo nuovo appuntamento con Wednesday Warriors abbiamo deciso di parlare di un unico, storico, albo. Detective Comics è la seconda testata a fumetti più longeva degli Stati Uniti (dopo Action Comics) e con il millesimo numero celebra sé stessa e gli 80 anni di Batman proponendo un menù ricco di autori di primo piano.
Fabrizio Nocerino e Andrea Gagliardi si sono incaricati di recensire queste short stories una per una.

COLDEST CASE di Scott Snyder e Greg Capullo

L’onore di aprire la lunga parata di autori su Detective Comics #1000 tocca al duo che ha ridefinito il Pipistrello negli ultimi dieci anni – Batman’s Longest Case segna il ritorno di Scott Snyder sulla testata, accompagnato dal semper fidelis Greg Capullo.
Balzato ai piani alti degli scrittori DC Comics proprio grazie al suo The Black Mirror su Detective Comics nel 2011, Snyder ha passato questi ultimi 8 anni di carriera a stretto contatto col Pipistrello. Anzi, ha creato un proprio stile, un suo modo di scrivere Batman immediatamente riconoscibile. Amante del dialogo sferzante, Snyder piega personaggi e continuity alla sua volontà, imbastendo trame a volte eccessivamente intricate, spesso e volentieri “tamarre” ma divertenti. In quest’ottica, non c’è compagno d’arme migliore di Greg Capullo. Come Snyder, Capullo è noto per essere esagerato ed aggressivo, un rock’n’roller della matita capace di reinventare la figura di Batman con uno stile audace.

Tutti questi aspetti fondamentali degli autori sono rintracciabili in Batman’s Longest Case, una storia semplice nell’esecuzione, eppure esagerata ed affascinante: il Cavaliere Oscuro gira per il mondo, risolvendo enigmi impossibili che lo portano da Gotham al Giappone, dall’Egitto a Napoli. Ogni indizio lo porta vicino alla risoluzione dell’unico mistero che Batman non è ancora riuscito a risolvere. Più che un one-shot soddisfacente al palato del lettore, Batman’s Longest Case risulta essere un appetizer, un assaggio del futuro del Pipistrello – un ennesimo pegno d’amore per il personaggio e per il suo ruolo da detective, che proprio Snyder ha voluto porre al centro del suo lungo lavoro su Batman. Chissà se rivedremo, in un prossimo futuro, la Lega degli Investigatori

MANUFACTURE FOR USE di Kevin Smith e Jim Lee

Tutti, più o  meno, conosciamo le origini dell’Uomo Pipistrello, dell’omicidio dei suoi genitori per mano di Joe Chill e tutto l’addestramento che il giovane Bruce Wayne si è autoimposto per diventare infine il Batman che tutti conosciamo.
In questa storia Kevin Smith torna indietro a quell’origine riprendendo un oggetto che a sua volta è stato fondamentale nella formazione etica del Cavaliere Oscuro: la pistola utilizzata per l’omicidio di Thomas e Martha Wayne è stato un elemento fondamentale che ha fatto da spartiacque nella psicologia di Bruce. La pistola è “l’arma del nemico” e, come tale, ripudiata dal nostro eroe e pertanto inutilizzabile.
Come già fatto da Snyder e Risso in The Batman who laughs: the Grim Knight #1, anche Smith e Lee ripropongono la dicotomia vigilante/eroe facendoci capire quanto Batman non sia guidato dalla vendetta quanto da una speranza di giustizia e di redenzione. È così che anche la suddetta pistola, una volta ritrovata, può essere riabilitata per poter servire dei fini più nobili.
Jim Lee non si allontana particolarmente dai propri standard se non, complice il fido Scott Williams, per marcare maggiormente i neri che sono necessari alle avventure di Batman: Kevin Smith gli cuce la sceneggiatura addosso permettendogli di divertirsi a disegnare dozzine dei villain classici della DC Comics.

THE LEGEND OF KNUTE BRODY di Paul Dini e Dustin Nguyen

Paul Dini merita, di diritto, un posto nel gotha degli autori del Cavaliere Oscuro. Il suo lavoro su Batman: The Animated Series é stato seminale, un passaggio necessario alla diffusione ed esplosione del cult Batman. Insieme ai leggendari artisti che sono passati per gli studi d’animazione, come Mignola, Nowlan e Bruce Timm, ha creato un Pipistrello importante quanto quello di Frank Miller su Il Ritorno del Cavaliere Oscuro.
La Serie Animata resta un modello straordinario, capace di affascinare i più piccoli quanto gli adulti. All’eccentricità di Gotham, di Batman e dei suoi villain c’era la volontà di creare una storia accessibile a tutto lo spettro di pubblico, trattando tutto con maturità e dedizione al personaggio. Tuttavia, non sono mancati i momenti umoristici, più leggeri ed esilaranti – basti pensare ad episodi come L’Uomo Che Uccise Batman e L’Ho Quasi Ucciso, entrambi scritti da Dini stesso.

The Legend Of Knute Brody, disegnato da Dustin Nguyen, sembra proprio un episodio di Batman: TAS riportato su carta. La storia del peggior scagnozzo di Gotham strappa una risata sincera, grazie all’assurdità degli eventi raccontati dai nemici del Pipistrello. Scocciati, infastiditi e sull’orlo di una crisi di nervi proprio a causa di questo balbettante idiota pasticcione che ha rovinato i loro piani migliori, Poison Ivy, l’Enigmista, il Cappellaio Matto e Harley Quinn raccontano la loro frustrazione nelle vignette abbozzate ed essenziali di Nguyen, non al meglio della sua forma ma funzionale al piacevole scorrere della storiella.

THE BATMAN’S DESIGN di Warren Ellis e Becky Cloonan

Di tutt’altra pasta è la storia successiva, The Batman’s Design, scritta da Warren Ellis, disegnata da Becky Cloonan, colorata da Jordie Bellaire. Dieci pagine pubblicate al momento giusto, con un tempismo quasi sospetto, giusto giorni dopo le dichiarazioni del regista Zack Snyder sul dogma “Batman Non Uccide”.

Gotham è avvolta dall’oscurità ed un gruppo di mercenari tecno-potenziati si dirige verso un magazzino abbandonato. Non sanno che i loro tentativi di fuga dal Cavaliere Oscuro fanno parte di un piano piú complesso. Il Batman di Ellis e Cloonan è una primadonna, desiderosa di calcare il palcoscenico e rubare l’attenzione del pubblico. The Batman’s Design è il sogno di ogni fan sfegatato del Pipistrello e dei suoi tempi di preparazione: con maniacale cura, il Pipistrello si fa gioco dei malcapitati, incapaci a far fronte ad una forza oscura inarrestabile. Batman si gode ogni momento dello scontro, sfruttando tutti gli strumenti a sua disposizione, manifestando una netta superiorità sul nemico – senza accarezzare minimamente l’idea di utilizzare alcuna forza letale.
I pensieri del Cavaliere Oscuro riempiono le pagine, elencando punti deboli, falle umane e piani d’attacco con grande meticolosità. Ancora, Ellis si diverte nel raccontare un Batman risoluto, efficace – eppure esageratamente teatrale e divertente da vedere all’opera. Lo stile morbido della Cloonan viene valorizzato dalle tonalità scure della notte che si mescolano al costume del protagonista, spezzate dai colori caldi, roventi delle fiamme appiccate da Jordie Bellaire. L’ultima pagina è una ciliegina sulla torta tutta Ellisiana. Un Batman affascinante, lucido e tuttavia disturbante – radicalmente diverso dal Batman normale delle serie regolari in uscita ogni mese. The Batman’s Design è un graditissimo stacco dal canone che, sebbene in numero celebrativo, offre nuovi, diversi spunti di riflessione.

RETURN TO CRIME ALLEY di Denny O’Neill e Steve Epting

Denny O’Neil, uno degli scrittori più influenti della storia di Batman, torna sulle pagine di Detective Comics con una storia degna del suo curriculum artistico e che, nella sua brevità, si interroga sulla funzione di Batman sia da un punto di vista sociale, l’uso della violenza nella repressione del crimine, che psicologico/riabilitativo: può Batman essere la giusta cura per il trauma vissuto da Bruce Wayne? Esiste, o esisteva, un percorso migliore che avrebbe aiutato sia il giovane orfano che Gotham stessa?
In questo ritorno al vicolo che ha visto la morte dei genitori di Bruce, O’Neill inserisce un duro confronto tra il Cavaliere Oscuro e Leslie Thompkins: personaggio scelto non a caso, visto il suo ruolo di medico volontario che presta i suoi servizi nei bassifondi della città di Batman, che spesso ha funto da vera e propria coscienza per il Crociato Incappucciato.
In questa sua veste di Grillo Parlante, Leslie richiama Batman a guardare sé stesso per capire quali siano i limiti che non vanno oltrepassati, oltre i quali il desiderio di giustizia si trasforma in vendetta. Una riflessione che punta, prima ancora che alla salvezza di Gotham (o dei quattro sventurati capitati sotto le mani di Batman) a quella di Bruce stesso.

Notevole il lavoro alle matite di Steve Epting capace di reinterpretare il suo stile classico, debitore del lavoro di Neal Adams, caricandolo di espressività che asseconda l’intenzione emotiva del racconto di O’Neil. L’unica pecca è quella di rappresentare la Thompkins come un’anziana signora del tardo ottocento inglese.

HERETIC di Christopher Pries e Neal Adams

Heretic è indubbiamente la storia peggiore di tutto l’albo e, con molta probabilità, una delle peggiori storie di Batman degli ultimi 10 anni.
Questo il plot di Christopher Priest: i soldi di Bruce Wayne corrompono i giovani adepti della Setta degli Assassini di Ra’s al Ghul che, infettati dal capitalismo, abbandonano l’organizzazione criminale e, per questo crimine, vengono uccisi dai loro confratelli.
Non è raro però che soggetti poco convincenti come questo siano successivamente sviluppati in maniera credibile fino a diventare delle belle storie. Non è questo il caso.
La storia è confusa e punteggiata da passaggi di ambientazione difficilmente comprensibili, si ha l’impressione che Neal Adams abbia bellamente ignorato qualunque indicazione di sceneggiatura per disegnare un po’ quello che gli pareva lasciando a scrittore e letteristi l’arduo compito di cucire assieme una serie di tavole incoerenti tra loro.
Storia indimenticabile.
Nel senso peggiore del termine.

I KNOW di Brian Michael Bendis e Alex Maleev

È sicuramente curioso vedere Brian Michael Bendis e Alex Maleev celebrare, insieme a tanti volti noti del Pipistrello, il #1000 di Detective Comics. La vita (editoriale) ha sempre modo e maniera di stupire. La solidissima coppia di autori presenta I Know, uno sguardo al futuro – anzi, ad un futuro – di Bruce Wayne e Oswald Cobblepot, alias il Pinguino.

Vecchi e stanchi, i due rivali si confrontano per un’ultima volta. È l’occasione giusta, per Bendis, di lasciar andare la penna e farsi trasportare dalle atmosfere Gothamite – senza dover fare necessario appiglio alla continuity. Questa libertà giova al suo Pinguino, personaggio che cova rancore atavico, invidia smodata e malcelata. Maleev nasconde le sue tendenze crepuscolari, favorendo uno storytelling pulito, al calore di timidi raggi di sole, colori caldi e tenui. L’artista sembra voler dare alla sua storia un velo di malinconia, come se Wayne e Cobblepot ricordassero con nostalgia i tempi andati, un esperimento decisamente interessante. Bendis e Maleev aprono finestra sul futuro remoto di Batman molto carina e “innocua”, un break necessario che spezza l’albo a metà e ne giova alla fruibilità.

THE LAST CRIME IN GOTHAM  di Geoff Johns e Kelley Jones

The Last Crime In Gotham di Geoff Johns e Kelley Jones, al contrario, baratta l’aria nostalgica con una buona dose di morte, storture e oscuritá. Geoff Johns scrive una storia semplice – anche troppo – immaginando, come da titolo, un’utopia Batmaniana che cade subito nel divertissement. In questo simil-Elseworld, Gotham vive un periodo di quiete e l’intera famiglia del Pipistrello si trova quasi sorpresa dall’accensione del Bat-segnale. Tralasciando l’introduzione di questo nucleo famigliare, una trovata carina e poco più, c’è davvero poco. Ai disegni, però, un ottimo Kelley Jones redime una storia piatta: primi piani e dettagli morbosi, muscolature massicce, colorazione perfetta di Michelle Madsen, che risalta e stacca dalla pagina le figure buie dell’artista.

THE PRECEDENT di James Tynion IV e Alvaro Martinez-Bueno

Il loro recente Detective Comics si è distinto per il grande cuore, le dinamiche da team book e un reparto artistico degno di nota; così, James Tynion IV e Alvaro Martinez-Bueno tornano sulla testata per The Precedent, forse la storia più intima e introspettiva di questo gigantesco albo. L’alchimia dei due autori è ancora fortissima e viene perfettamente espressa su queste poche, ma bellissime pagine. La storia è ambientata in un momento non precisato della continuity del Pipistrello. Alfred Pennyworth e Bruce Wayne riflettono sulla natura gioiosa, sul senso di avventura bambinesco di Dick Grayson, il primo arrivato nella famiglia del Cavaliere Oscuro.

È proprio la natura della Bat-family a fare da protagonista in questa ultima tranche di racconti.  A differenza di Geoff Johns, però, Tynion IV mostra decisamente più affinità con il lato umano e privato di Batman, sottolineando con successo ed empatia il cuore tormentato dai dubbi ed ispirato dall’ingenuità di un ragazzino di Bruce Wayne.

BATMAN’S GREATEST CASE di Tom King, Tony Daniel e Joelle Jones

Tom King approfitta di queste pagine dall’intento celebrativo per riassumere e riproporre il percorso che sta intraprendendo nella testata regolare di Batman e per farlo si avvale di due dei disegnatori della serie stessa: Tony Daniel e Joelle Jones.
L’alternanza tra i due, Daniel si occupa della sequenza sui tetti di Gotham che vede riunita tutta la Bat-Famiglia mentre la Jones illustra le pagine in cui Bruce fa visita alla tomba dei suoi, non è puramente “economica” (leggasi: “un disegnatore da solo non avrebbe avuto abbastanza tempo per completare la storia”) ma una soluzione che, sfruttando le caratteristiche estremamente diverse dei due stili, riesce a caricare le due fasi del racconto di valenze emotive differenti che vengono poi fatte confluire nell’ultima significativa vignetta.
Si tratta di una semplice e normale (“we’re not normal people“) foto di famiglia laddove la famiglia, o la perdita della stessa, sta alla base dell’esistenza di Batman: che è poi tutta la chiave di volta su cui si regge la run di King che vede il suo manifesto negli albi del “matrimonio” con Catwoman.
Il “più grande caso di Batman” è quello che lo vede alla ricerca di sé e di quello di cui ha davvero bisogno.

MEDIEVAL di Peter J. Tomasi e Dough Mahnke

Chiude l’albo il team regolare di Detective Comics: pur splendidamente illustrata da Doug Mahnke la storia è poco più che una serie di pin-up celebrative tenute assieme da un monologo del prossimo arci-nemico di Batman.
Peter Tomasi approfitta delle pagine a disposizione per darci un’anticipazione dei prossimi numeri di Detective Comics che manca però dei crismi di una storia completa: e questo Arkham Knight sembra, in queste prime battute, la riproposizione di certe tematiche portate avanti con il primo Azrael negli anni ’90.
Il tempo ci dirà se è qualcosa di nuovo.

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