Monthly Archives: aprile 2019

Comics&Science: stelle a fumetti

Finalmente si parla di stelle!

Uno degli argomenti mai toccati finora nei numeri di scienza a fumetti di Comics&Science è lo spazio. Il suo studio, l’esplorazione e la tecnologia che l’umanità ha messo in campo negli ultimi anni è protagonista assoluto di questo The Stellar Issue.

Nell’anno in cui si festeggia il cinquantesimo anniversario dell’arrivo dell’uomo sulla Luna, la scienza a fumetti del CNR non poteva non dedicare un numero a tutto ciò che è al di fuori dei confini della nostra atmosfera.

Per parlarne Andrea Plazzi e Roberto Natalini hanno scomodato (come d’altra parte nei numeri precedenti) dei nomi di assoluta eccellenza:

  • Amedeo Balbi, astrofisico e divulgatore noto anche al grande pubblico
  • Licia Troisi, una delle scrittrici più prolifiche (e lette) in Italia degli ultimi 15 anni, anche lei con un dottorato in astrofisica
  • Carmine Di Giandomenico, disegnatore abruzzese a lungo titolare di Flash

Insieme a Mario Natangelo e a Walter Leoni, autore di Totally Unnecessary Comics.

Insomma, ancora una volta un parterre di tutto rispetto, che ci aiuta a capire come il fumetto stia diventando sempre più un veicolo importante per la cultura. Anche quella scientifica.

E dopo ZeroCalcare che parla di particelle e acceleratori, eccoci a uno degli altri grandi e affascinanti temi della fisica. Dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande.

Dalle più piccole componenti della materia e dalle particelle che originano la stessa struttura dell’universo, alle grandi domande sull’origine e la fine del cosmo. Sul come e perché si può viaggiare tra le stelle.

Così la storia principale, La fanciulla e il drago, appunto, ci racconta del confronto/scontro tra (apparente) superstizione e scienza.

Perché se è vero che le stelle non sono uova di drago, ci piace pensare che ci sarà sempre una supereroina pronta a difenderci dal drago che ne nascerà, e pronta a raccontarci la sua storia, che ci dà una versione più tranquillizzante sulla fine di una stella e dei pianeti che la circondano.

La storia non è originalissima (la vecchia signora che racconta è l’eroina che ha salvato il mondo, come accade a volte nei miti), ma è ben architettata. I disegni di Alessandro Micelli su matite di Carmine Di Giandomenico si stagliano sugli sfondi astronomici dipinti da Leo Colapietro. I colori sgargianti del cosmo sono la scenografia ideale per la natura epica del racconto, disegnato con dinamicità e dettaglio.

Le non molte (ventuno) pagine trasmettono una grande energia e senso del mistero. Perché la natura delle stelle è stata a lungo una incognita: non si sapeva l’origine dell’energia che hanno dentro, da quanto tempo esistessero, quale fosse la loro natura e il motivo della loro esistenza.

C’è voluta la fisica moderna e contemporanea, la rivoluzione di inizio Novecento per dare agli scienziati gli strumenti dell’infinitamente piccolo che hanno rivoluzionato la comprensione dell’infinitamente grande. Per comprendere che quei puntini a lungo ritenuti stelle fisse, dei simulacri quasi microscopici del fuoco infinito, sono in realtà la fucina della materia dell’intero universo. La massa visibile, che si contrappone alla misteriosa e sfuggente materia oscura. Insomma, l’unica parte dell’universo che “vediamo” con facilità.

E ancora oggi facciamo nuove eccezionali scoperte su di loro. Ad esempio quella, avvenuta grazie alle recenti onde gravitazionali, della reale origine degli elementi transferrici (le kilonovae). Ed è di questi giorni la riapertura della campagna di ricerca, ricca di aspettative.

Per capire meglio cosa succede quando due draghi si scontrano tra loro.

Poi ci pensa l’intervista eccezionalmente condotta da Amedeo Balbi ad aiutarci a capire come è nato questo fumetto, dalla scrittura, fino ai colori. E ad approfondire le relazioni degli artisti con l’astrofisica.

Ma non si parla solo di stelle.

I redazionali scientifici esplorano (è proprio il termine esatto) la possibilità della colonizzazione dello spazio, considerando che fatichiamo ad arrivare a poche centinaia di chilometri dalla superficie terrestre e a portare anche piccole colonie su superfici che non siano quella terrestre.

Poi ci portano intorno ai sistemi stellari binari, quelli formati da (almeno) due stelle, e dei quali oggi, grazie ancora una volta alle onde gravitazionali, conosciamo sempre meglio la fisica.

Completano il numero un piccolo ritratto del mestiere, di Giada Rossi, astrofisica in quota OrgoglioNerd e l’intervento di Paco Lanciano che ci spiega la sfera di Dyson, viaggiandoci intorno sulla Panda™ di Davide La Rosa.

Ormai il semestrale del CNR è diventato un contenitore adulto. Andrea Plazzi e Roberto Natalini coinvolgono a ogni numero esponenti importanti del mondo del fumetto e della cultura italiana, insieme a istituzioni e personaggi di primo piano del mondo scientifico nostrano che, nonostante subisca tagli e sia umiliato da terrapiattisti e antivaccinisti, è all’avanguardia in moltissimi campi.

Ad esempio, quanti sanno che uno dei rivelatori di onde gravitazionali attivi nel mondo si trova tra Pisa e Cascina? O che la ricerca italiana è da decine di anni all’avanguardia nello studio dell’evoluzione delle stelle? O che la scala di pericolosità degli asteroidi si chiama Scala Torino?

Giovedì 11 aprile all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il numero è stato presentato da buona parte del cast con l’aggiunta di Silver e Marco Cattaneo, direttore de Le Scienze.

L’Importanza dell’Amore – “Days Of Hate” di Aleš Kot e Danijel Žeželj

Days Of Hate 2Tra i colori primari additivi, il colore rosso calcola dalle 15 alle 37 gradazioni, che spaziano dal carminio al terracotta, dal pompeiano al rosa shocking. Escludendo le definizioni scientifiche in base alle coordinate cromatiche, negli ultimi anni l’accezione politica del colore rosso ha subito un drastico cambiamento. Sinonimo della lotta comunista, l’accesa tonalità del rosso è stata adottata come “simbolo” da indossare per i sostenitori delle politiche del 45º Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un salto da un lato all’altro dello spettro – una bestemmia, per la colorimetria. Questo preambolo potrebbe risultare decontestualizzato, tuttavia è necessario notare quanto il colore rosso, che trionfa in copertina, e relativa simbologia diventino una chiave di lettura fondamentale nell’analisi dell’opera Days Of Hate di Aleš Kot e Danijel Žeželj.

Pubblicato in Italia dall’audace Eris Edizioni, Days Of Hate potrebbe essere considerato un thriller fantapolitico dalle sfumature distopiche. Il condizionale è d’obbligo, in quanto Days Of Hate manifesta uno schiacciante ed oppressivo senso di concretezza sin dalle prime pagine. Kot non riempie le pagine di città futuristiche ed astratte, claustrofobiche,  Žeželj non ritrae personaggi dal look cyberpunk – non presenta una effettiva “realtà alternativa”. Al lettore, gli autori mostrano uno squarcio d’America terribilmente attuale, distorta nelle proprie narrative ultra-nazionaliste, pervasa dall’odio per chiunque la pensi in maniera diversa o mostri un lato più umano e razionale, meno aggressivo e feroce.

Tristemente, dunque, gli U.S.A. di Kot e Žeželj sono paurosamente simili alla realtà. Quella riempita di cappellini rossi, che siedono sulla testa di persone convinte che l’America possa tornare al suo splendore a discapito degli “Altri”, chiunque essi siano. Il rosso spicca, colpisce l’occhio, rispecchia la voglia di potere e l’ambizione, il fervore di chi dedica la propria vita ad uno scopo, positivo o negativo che sia, come la rincorsa alla lotta, feroce e all’affermazione del proprio ego.

La storia di Days Of Hate comincia nel 2022. Il primo dialogo tra due protagonisti, Arvid e Amanda, chiarisce subito il valore dell’Odio, presente anche nel titolo. Dal 2016 fino all’inizio dell’opera, i giorni dell’odio hanno avviluppato l’America in una stretta mortale, che sembra aver soffocato qualsiasi sentimento amorevole, soppresso qualsiasi forma di tolleranza e accettazione. Gli atti terroristici che scatenano gli eventi della trama sono, per Kot, un pretesto per puntare chiaramente il dito verso i movimenti di estrema destra, mascherati sotto il moniker di alt-right. Sin dalla prima vignetta della prima pagina, Kot e Žeželj mettono in bella vista una svastica dipinta sul muro, non si sa se con vernice rossa o addirittura con del sangue. Moschee, sinagoghe e raduni, feste LGBTQ+ diventano obiettivi da distruggere, da bombardare di molotov. In questo contesto va inserita l’odissea della resistenza di Arvid e Amanda, parte della “sinistra” – che Kot tiene lontana dai controversi movimenti antifa – costretta a reagire in maniera altrettanto violenta. Gli Stati Uniti del 2022 sono illustrati da una divisione profonda e lacerante, fieramente supportata da motti come America first!, invasi da campi di lavoro per «[…] i più difficili da controllare, che rubano, si ribellano e non rispettano le leggi di questo paese».Days Of Hate 3In Days Of Hate gli autori hanno creato la distopia esasperando la realtà attuale, eliminando qualsiasi forma di confronto. L’alt-right ha vinto, l’opposizione politica e pseudo-terroristica di sinistra è costretta ad una guerra di reazione e l’America è di nuovo “grande” per chi ha fatto dell’intolleranza il suo modus vivendi.

Superato l’incipit della trama e quello che sarà lo scheletro degli eventi di questo primo volume, Ales Kot ramifica la narrazione presentando una seconda coppia di personaggi. Viene a crearsi uno specchio tra i protagonisti: da un lato, Arvid ed Amanda, dall’altro Huian Xing e Peter Freeman. Peter Freeman dà la caccia ai nemici dello stato, i dissidenti, i ribelli. Huian Xing ha la possibilità di  vendicarsi e consegnare Amanda, l’amor perduto della sua vita, al Governo degli Stati Uniti.

Days Of Hate 3Freeman è l’Uomo dell’Odio, un agente governativo bello, bianco e ateo che non si preoccupa ad incalzare, minacciare e insultare chi gli sta attorno. Ama la sua famiglia, ma anche l’amore, per Freeman, risulta freddo, trattato con sdegno e superbia. Una pratica burocratica vuota, senza emozione e distaccata, contrapposto alla frustrazione di Arvid, brutalmente separato dalla moglie Taraneh e dal figlio Nassim. Due personaggi ai poli opposti: il “ribelle” Arvid cerca una via, anche disperata, per riunirsi con i suoi cari, che per lui valgono piú della sua stessa vita; Freeman, al contrario, tratta con sufficienza ciò che ha, preferendo concentrarsi, al punto dell’ossessione malata, sul suo lavoro.

Un personaggio detestabile, arrogante e fiero di sé: il suo credo politico ha vinto in maniera schiacciante e la presunzione di Freeman è splendidamente giustificata dalla spocchia di chi, con troppa fiducia nelle proprie ideologie, ha guardato all’ascesa dei nazionalismi e sovranismi come una moda del momento. In un solo personaggio, Kot riassume il quadro politico e la discussione seguente alle ultime campagne presidenziali statunitensi – una critica super partes che mostra il fascino dei vittoriosi così come le loro peggiori sfumature.

Lo squallore americano prende vita su pagina grazie alle matite graffianti, appesantite dal nero delle chine di Danijel Žeželj – dalle soffocanti luci al neon cittadine, alle truppe militari ad ogni angolo, con i protagonisti in giro per motel e bettole e gli ampi stralci d’autostrada, immersi nel deserto o tra le montagne, l’America di Žeželj é un paesaggio deprimente che sembra cercare ossigeno dal marcio che ne abita il territorio. Grazie ai colori di Jordie Bellaire, l’artista croato immerge le sue figure taglienti ed esili in ambientazioni amare e ricche di particolari, siano questi gradevoli o spiacevoli. Come per il paese descritto da Kot, nel tratto di Žeželj  non ci sono mezze misure: i dialoghi sono pesanti, carichi di emozioni, dalla rabbia alla tenerezza e le tavole si dividono in vignette a rapida successione, inquadrature a primo piano che mostrano i volti esasperati, stanchi e collerici dei protagonisti.

Eppure, c’è ancora spazio per la tenerezza. Kot resiste alla tentazione misantropica e si rifugia in quegli angoli di umanità che l’America nasconde nelle sue pieghe, quasi vergognosamente, in silenzio. Days Of Hate si tinge con colori opachi e fumosi, colora l’amore con le sue tonalità calde. In questi giorni pieni d’odio, in cui l’amore sembra ingiusto e quasi illegale, per citare il dialogo clou di questo primo volume, il rosso torna ad essere il colore della passione amorosa nei tiepidi, romantici ricordi di Amanda e Huian Xing. Un amore perduto, strappato e bugiardo. Un amore ricco di dolcezza, di comprensione, di difficoltà ma anche di tolleranza e carica erotica.

Quanto e più dell’intreccio principale, l’amore di Amanda e Huian riempie la mente del lettore con immagini struggenti e poetiche, raccontate dalla voce di chi ha visto quell’amore infrangersi contro la triste realtà della vita. I gruppi d’odio, le parole al veleno e lo squallore diventano un triste sottofondo per un delicatissimo frangente che mostra l’Ales Kot più sensibile ed il lato vellutato delle rigide matite di Danijel Žeželj. Days Of Hate 4

La chiusura di questo primo volume di Days Of Hate lascia aggrappati al più classico dei cliffhanger – un colpo di fucile che rompe il silenzio, un proiettile nell’aria ma nessuna certezza sul suo destino. Il viaggio attraverso l’America distopica – ma non troppo – degli autori ne illustra le brutture e le parti più torbide. L’analisi del mondo come lo conosciamo si trasforma in un tetro monito per il futuro: l’amore diventa un interludio dolce e amaro allo stesso tempo.

Il colore rosso che abbaglia in copertina si riflette nelle pagine – il rosso del sangue, di un cappellino Make America Great Again che c’è ma non si vede; il rosso del cuore che batte forte, stretto tra le braccia di chi amiamo e il rosso degli occhi di ha reso l’odio la normalità.

Wednesday Warriors #29 – Da Spider-Man a Wonder Twins

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

FRIENDLY NEIGHBORHOOD SPIDER-MAN #5 di Tom Taylor e Yildiray Cinar.

Nel Febbraio del 2002, in America, venne pubblicato The Amazing Spider-Man #38 di J.M. Straczynski e John Romita Jr. In quel numero, una stoica ma profondamente ferita zia May affrontò il nipote Peter Parker, mettendolo di fronte alla nuda verità. Dopo il devastante scontro con Morlun e la vita del nostro Amichevole Spider-Man di Quartiere sconvolta dall’abbandono di Mary Jane e dal suo nuovo status quo editoriale, il confronto tra zia e nipote cambiò per sempre le dinamiche tra i due, rimuovendo il segreto che aveva ancorato a terra le loro vite da troppo tempo. The Conversation passò alla storia, affermandosi come uno dei numeri migliori della lunghissima gestione Straczynski proprio per la toccante umanità con la quale Peter e sua zia affrontarono il tremendo discorso riguardo l’identità dell’Uomo Ragno.

A diciassette anni di distanza, Tom Taylor e Yildiray Cinar propongono una nuova, intima conversazione tra Peter Parker e zia May nel quinto numero di Friendly Neighborhood Spider-Man. Ci troviamo di fronte al rovescio della medaglia – con Straczynski e Romita Jr. potemmo osservare la reazione di zia May alla scoperta del Ragnesco segreto di Peter. In questa occasione, è Peter a dover far fronte ad un terribile male che attanaglia zia May, un problema drammaticamente umano e che non può essere risolto svolazzando per New York.

Ma il primo pensiero di Peter è proprio quello di fuggire, di rifiutare la notizia. La assimila, la comprende, esprime ciò che pensa ma gli risulta difficile mandarla giù e affrontarla di petto. La sua fuga nella notte, sotto la maschera dell’Uomo Ragno, ha un significato radicalmente diverso se confrontato con la storia del 2002, in cui Spider-Man si lanció in volo sulla città soltanto nell’ultima pagina, libero dal peso della sua identità segreta. Due segreti diversi, due pesi diversi e – di conseguenza – due storie che si sviluppano in maniera differente.

Fortunatamente, la notte newyorkese è ricca di crimini e c’è sempre modo di distrarsi: un frenetico inseguimento per le strade permette a Spidey di volteggiare tra i palazzi, mostrando la sua muscolare dinamicità. Rispetto al più educato e plastico Juan Cabal, artista che tende a giocare più con la tavola che con le figure, Yildiray Cinar si lascia accompagnare dai testi di Taylor in una movimentata danza tra le auto della polizia. Dinamico, Cinar spezza volentieri l’ordine delle vignette per evidenziare il moto del suo Uomo Ragno, agile e potente.

La narrazione cambia ritmo e si fa più pacata una volta che Taylor riafferma il nucleo, il cuore pulsante di Friendly Neighborhood Spider-Man. Una volta rivelata l’identità dello sventurato ladro d’auto che ha occupato la notte di Spidey, per Tom Taylor e il nostro protagonista torna la necessità di fermarsi a riflettere sulle responsabilità verso i nostri cari – e ciò che siamo disposti a fare pur di farli sentire bene. Largo spazio di Friendly Neighborhood Spider-Man viene lasciato alla componente umana e “patetica” – nel senso alto del termine. Tom Taylor ha posto la sua storia su un gradino diverso dalla serie principale Amazing Spider-Man. Se quest’ultima mette in risalto il Ragno e il suo canone narrativo prettamente supereroistico, a Taylor resta l’Uomo, il Peter Parker che cerca, in tutti i modi, di trovare la forza necessaria a combattere un nemico che non sia Big Wheel o l’Hobgoblin.

L’importanza di The Conversation per Straczynski e Romita Jr. si ripropone in Not Running di Tom Taylor e Yildiray Cinar. Storia che diventa un perno fondamentale per il futuro dell’Uomo Ragno, che cambia radicalmente le dinamiche del rapporto tra zia May e suo nipote Peter. Umani, fragili, spaventati ed insieme invincibili.

Gufu’s Version

WONDER TWINS #3 di Mark Russell e Stephen Byrne

Nel terzo numero di Wonder Twins, Mark Russell e Stephen Byrne continuano a stupirci per l’eleganza con cui riescono a destreggiarsi sulla linea di confine tra la commedia e la critica sociale.
Come già visto nell’albo precedente gli autori mettono sotto la lente di ingrandimento l’aspetto ciclico tipico del fumetto supereroico, dove tutto cambia costantemente per restare sempre uguale. Non a caso la storia si apre con una lezione sul mito di Sisifo e la metafora della perseveranza assume un valore diverso quando applicata al concetto di supereroe così come trattato nella produzione mainstream: i superpoteri non sono più il vero discriminante, non sono ciò che davvero fa la differenza.

 “…you save the world one act of kindness at a time”

Quella di Russell è una commedia imperniata sul paradosso dell’inutilità del supereroe in quanto tale, gli stessi villain ridicoli della “Lega del Fastidio”, che come i migliori clown tradiscono un sottotesto drammatico nascosto dal cerone, rifuggono da qualsiasi ipotesi di utilità (quand’anche questa si prospetti come un brillante piano criminale) per preferire il classico gioco del buono contro il cattivo.

Questo paradosso viene poi sottilmente rilanciato verso il mondo reale tramite il racconto delle origini di Bleep, la scimmietta di Zan, che tanto ricorda l’episodio di Flintsotnes in cui lo stesso Russell ci raccontava la vita degli animali/elettrodomestici di Fred & Soci.
Quante volte, nella nostra vita di tutti i giorni, abbiamo affrontato un problema prendendo a pugni qualcuno? E quante di queste volte la violenza è stata risolutiva? La dinamica tipica del supereroe, per quanto avvincente, è distante dalla realtà come la più ardita delle speculazioni fantascientifiche.
La salvezza della piccola scimmia, la cui vita precedente era funestata dalla violenza dei suoi proprietari, non è veicolata da una scazzottata tra i pugni dei giovani protagonisti e i perfidi aguzzini di Bleep, bensì da un atto di gentilezza di Zan e Jayna.
“…one act of kindness…”

Sebbene Wonder Twins si presenti come una commedia adolescenziale dall’aspetto camp, in virtù delle succitate scelte, risulta essere caratterizzata da una narrazione fortemente realistica ed è in questo sostenuta dai disegni di Stephen Byrne che modella l’atmosfera della serie sulla base dei cartoon Hanna Barbera degli anni 70/80 aggiornandone l’iconografia alla sensibilità contemporanea. L’economia del tratto, la sua sintesi e pulizia colloca i personaggi della serie tra quelli con cui è facile identificarsi, che si avvicinano alla nostra intima percezione del mondo.

Al netto di alcune rigidità di certe pose, il disegnatore restituisce dei personaggi talmente credibili da risultare a tratti disturbanti agli occhi di chi è abituato alle iperboli del linguaggio supereroistico: il Superman di Byrne è un uomo in calzamaglia e mantello, i supercriminali sono dei tizi in pigiami colorati e così via. Tutte le vicende risuonano estremamente umane e terrene.
La forza del lavoro di Russell e Byrne qui è quella del riuscire a parlare di gentilezza e bontà senza avere il timore di essere etichettato come “sdolcinato” o peggio “buonista”.

Wednesday Warriors #28 – War of the Realms

WAR OF THE REALMS #1 di Jason Aaron e Russell Dauterman.

Bam’s Version

Si dice che un’opera va valutata, complessivamente, al netto della sua conclusione. L’ultimo capitolo di una storia lunga dieci anni può distruggere, oppure esaltare, l’intera strada percorsa dagli autori. Jason Aaron questo lo sa bene – ed è per questo che War Of The Realms va considerato il momento più importante del “suo” Thor.

In una decade editoriale segnata dalla paranoia del reboot e dalla psicosi del rilancio compulsivo, la Marvel ha saputo mantenere salda la direzione narrativa del Dio del Tuono. Da Thor God Of Thunder del 2012 ad oggi, Jason Aaron ha riscritto il mythos del Tonante, toccando presente, passato e futuro, giocando con la natura divina e mortale del figlio di Odino, privandolo del suo Mjolnir e raccontando, nel frattempo, del Macellatore di Dei Gorr, dell’ascesa di Jane Foster, della natura ingannevole di Loki e i suoi disperati tentativi di redenzione. Ma facendo un passo indietro e osservando questi sette anni di storie come un unico, grande quadro d’insieme, il Thor di Jason Aaron è la storia di Asgard, dei suoi dogmi e della caduta dei Nove (anzi, Dieci) Regni come li conoscevamo.

War Of The Realms #1 comincia con una meravigliosa mappa del mondo, illustrata da Russell Dauterman – l’Albero della Vita si dipana agli occhi del lettore. Una voce fuori campo illustra con dovizia di dettagli gli eventi che hanno portato all’imminente Guerra dei Regni. Il narratore esterno ci accompagna per mano, chiarendo punti oscuri per gli appena arrivati alla lettura, mettendo in chiaro lo stato d’animo turbolento dei protagonisti, indugiando sulle loro emozioni.

Le prime pagine sono il campanello d’allarme per il lettore. War Of The Realms cambia tonalità, adottando un mantello scuro per raccontare il lato torbido della guerra. Jason Aaron non è mai stato autore lezioso, né tantomeno è solito scrivere con il guanto di velluto. Aaron è un calcolatore, amante dei momenti eroici quanto degli atti più sordidi e brutali. Le trame a lunga gittata si confondono con le macchinazioni di Malekith, che studia il momento migliore per colpire Asgard – ciò che ne resta, almeno – al cuore, mettendo in scena un efferato delitto che cattura l’attenzione e shocka, stupisce, disgusta.

Il Signore degli Elfi Oscuri raggiunge il culmine, l’apice del proprio lunghissimo arco narrativo. Una storia ignobile, raccontata all’ombra delle vignette e nelle note a pié di pagina del Thor di Aaron. Malekith ha saputo dimostrarsi un villain infingardo, spietato e trucido, capace di ingannare e pianificare ogni singola mossa, approfittando della distrazione dei vari Dei del Tuono (e non) che si sono avvicendati. La Guerra dei Regni non è figlia di un incidente, tutt’altro. Per chi ha seguito la serie del Tonante dal 2012 ad oggi, è impressionante notare il meticoloso lavoro di scrittura di Aaron, capace di distillare gocce di trama verticale in sette anni di storie.

Il raggio d’effetto e la scala di War Of The Realms permettono a Jason Aaron di slegarsi da Thor e dal suo “microuniverso”. Sembra un paradosso: un crossover nato dalle pagine della serie che separa il proprio autore dai personaggi che ha scritto finora. Più di Fear Itself o Original Sin, la Guerra dei Regni apre il proprio campo di battaglia in maniera del tutto autonoma, indipendente e, comunque, pregna di ciò che ha reso grande questa run di storie sul Dio del Tuono.

L’albo segna l’esatto momento di transizione tra l’Aaron di Thor e l’Aaron di Avengers. I due mondi “separati” dell’autore si uniscono, aprendo la strada ad interessanti interazioni tra personaggi. L’Uomo Ragno fa una comparsata, il primo a rendersi conto della massiccia presenza Asgardiana a Manhattan.
Tocca all’Amichevole Spider-Man di Quartiere alleggerire la tensione con una raffica di battute capaci di indispettire anche la stoica Lady Freyja.

Il team artistico Dauterman / Wilson della Mighty Thor ha segnato (e disegnato) uno dei punti più alti dell’intera gestione Aaron. Il loro ritorno per questo #1 di War Of The Realms manifesta l’immensa fiducia concessa loro dalla Marvel, ripagata con una prestazione straordinaria ed impressionante. Midgard e l’Universo Marvel si trovano a dover affrontare una minaccia mai vista prima d’ora e, di conseguenza, Dauterman e Wilson fanno di tutto per mettersi in mostra, rendendo l’esperienza fresca, dinamica ed esaltante. Balzano agli occhi i colori brillanti, lo schema delle vignette irregolare e fluido, imprevedibile e caotico – ma mai confusionario. Dauterman gestisce dozzine di personaggi per pagina, circondati di effetti particellari che rendono tangibile la devastazione di New York: le macerie si accumulano nelle strade, deturpate dall’avvento di troll, Giganti di Ghiaccio, Elfi Oscuri e Angeli.

L’evento Marvel dell’anno è appena iniziato – con sangue, combattimenti forsennato, artisti fuori scala, narrazione serratissima e una ricca dose di colpi di scena da metabolizzare. War Of The Realms #1 è titanico e, a chiusura di “questo” Thor, non ci si sarebbe mai potuti accontentare di un semplice epilogo. Jason Aaron ha intenzione di chiudere il suo ciclo proprio come lo aveva cominciato: con i rombi del tuono ed i tamburi di guerra.

Gufu’s Version

I maxi-eventi, si sa, sono fatti per vendere: ne consegue che chiunque sia chiamato a gestirne uno deve prevedere una mole di lettori che esula dal solito bacino di utenza di questa o quella singola testata. Allo stesso modo gli autori sono chiamati a gestire un parco personaggi che comprenda tutti (o quasi) gli eroi della Casa Editrice dando a ognuno di questi il giusto spazio e la corretta caratterizzazione.
Sotto molti punti di vista possiamo dire che si tratta di una tipologia di storia che è tra le più difficili da realizzare: bisogna essere appetibili a un pubblico più ampio possibile, con una storia comprensibile a chiunque non abbia alcuna conoscenza della storia pregressa ma che non annoi i lettori più fedeli, rispettando e dando il giusto spazio a tutti i personaggi senza svilire l’intreccio.
Una gatta da pelare non da poco quindi.

Jason Aaron decide di complicarsi la vita scegliendo War of the Realms come teatro per lo showdown finale di tutte le trame cominciate dieci anni or sono con Thor God of Thunder #1.

Questo primo albo di WOTR è quindi comprensibilmente scritto e articolato con una particolare attenzione verso i nuovi lettori: c’è un prologo corredato da un riassunto introduttivo che ci dice tutto il necessario alla comprensione di quello che andremo a leggere.
Ma non basta: per evitare una vera e propria partenza in medias res gli autori inseriscono nelle prime pagine quello che in gergo si chiama “un evento scatenante” che, sebbene sappiamo che le trame di Malekith abbiano radici ben più profonde, offre al lettore un punto di partenza per una lettura più soddisfacente e meno disorientante.
Per fare un paragone letterario è un po’ come leggere Il Signore degli Anelli: la celebre trilogia di Tolkien non è che una minima parte del gigantesco affresco dipinto dal professore britannico, nondimeno chiunque lo affronti non accusa particolari sbandamenti perché quella porzione di storia è autosufficiente senza avere la pretesa di essere esaustiva della mitologia della Terra di Mezzo. Anzi, gran parte del fascino dell’opera di Tolkien sta proprio nel fascino del mistero di un mondo e di una Storia dalle proporzioni mitologiche.

Il paragone non è casuale in quanto il taglio conferito da Aaron a WOTR è un curioso composto letterario/fumettistico fatto di climax e anticlimax, pathos e bathos, che inizia con uno stile significativamente epico per poi svilupparsi su binari più smaccatamente supereroistici indulgendo forse eccessivamente nella ricerca della gag volta a sdrammatizzare.

Non meno efficace è la (ri)presentazione del villain di turno: Malekith è una figura ben nota ai lettori di Thor sin dai tempi della run di Walt Simonson ma, come detto, va introdotto anche a chi conosce il Dio del Tuono in maniera superficiale.
Qui gli autori adottano una delle soluzioni più classiche ed efficaci normalmente usate negli Shonen Manga: la pericolosità di Malekith viene ben esplicitata sia dalle sue prime azioni su Asgard – mettendo fuori gioco un noto personaggio – che dimostrandosi più ingannevole del più noto ingannatore dell’universo Marvel – anzi, la struttura delle prime pagine che lo vedono protagonista riesce anche a ingannare i lettori stessi a ogni svoltare di pagina – riproponendo quello schema del “nemico progressivamente più forte rispetto al precedente” che ha fatto la fortuna di fumetti come Dragon Ball e simili.

Si tratta quindi di un primo albo dai fortissimi intenti introduttivi che, come tale, predilige innanzitutto la chiarezza espositiva: in questo risulta fondamentale l’abilità di Russel Dauterman di articolare con chiarezza tavole ricche di complessi dettagli. Il modo in cui il disegnatore riesce a costruire dei layout complessi e quasi mai ortogonali in maniera incredibilmente funzionale al racconto dovrebbe essere oggetto di uno studio approfondito che non troverebbe il giusto spazio in questa sede.

WOTR parte quindi in maniera decisa e incalzante ma con un occhio di riguardo nei confronti dei nuovi arrivati.

LA STAR DE IL TRONO DI SPADE: JEROME “bronn” FLYNN A COMICON

Jerome Flynn, attore britannico che interpreta l’eroico e irriverente mercenario Bronn nella serie tv Il Trono di Spade, sarà ospite di COMICON. Spalla e uomo di fiducia di Jaime Lannister, Bronn è stato ed è una delle grandi rivelazioni della serie ed è oggi tra i personaggi più amati dai fan: imbattibile uomo d’armi ma anche capace di dispensare ottimi consigli, affidabile in guerra come nelle trattative, purché ci sia di mezzo qualche moneta d’oro… o magari la promessa di un castello.Flynn incontrerà il pubblico sabato 27 aprile, alle 15.30, presso l’Auditorium del Teatro Mediterraneo della Mostra d’Oltremare, per discutere e festeggiare la stagione finale de Il Trono di Spadee raccontare i suoi prossimi progetti.

Jerome Flynnè un attore britannico conosciuto per il ruolo del caporale Paddy Garvey nella serie televisiva Soldier Soldiere del mercenario Bronn nella serie televisiva Il Trono di Spade. È membro del duo di cantanti Robson & Jerome.

Ha debuttato 1986 nel film TV London’s Burning. Successivamente ha recitato nello show di ITV The Fear (1988) e nella serie poliziesca Between The Lines (1992). A partire dal 1990 ha interpretato il caporale Paddy Garvey nella serie Soldier Soldier. Durante un episodio Flynn e Robson Green hanno cantato Unchained Melodyottenendo un successo tale da portarli a registrare la canzone come singolo e raggiungendo la prima posizione in classifica nel 1995. Dal 2011 interpreta Bronn nella serie tv Il Trono di Spade. Nel 2019 tornerà al cinema con John Wick 3: Parabellum.

La stagione finale de Il Trono di Spadedebutterà in onda, in contemporanea con HBO, su Sky Atlantic e in streaming su NOW TV dalle 3 della notte fra il 14 e il 15 aprile. Sarà disponibile anche su Sky On Demand.

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Spider-Man: un nuovo universo. Un weekend con Sara Pichelli!

Spider-man: un nuovo universo sarà disponibile dal 10 aprile in dvd, blu-ray, blu-ray 3d, 4k ultra hd e digital hd con Universal Pictures Home Entertainment Italia organizza un weekend imperdibile per gli amanti del fumetto e dell’animazione insieme a Sara Pichelli, premio Oscar per Spider-man: Un nuovo universo.

Sara Pichelli, co-creatrice del protagonista Miles Morales e orgoglio italiano in questa vittoria agli Oscar, parteciperà a diversi eventi in compagnia di Universal Pictures Home Entertainment Italia per celebrare l’uscita del film in tutti i formati home video e firmare delle esclusive tavole disegnate per chi effettuerà l’acquisto del prodotto. L’artista ha lavorato inoltre per diversi titoli Marvel, tra cui Namora e il più importante Ultimate Comics: Spider-man vol.2.

Il programma si divide in due tappe, Milano e Roma, per accontentare tutti i fan. Il weekend comincia a Milano, venerdì 12 aprile, con appuntamento alle 14.30 alla Fumetteria Super Gulp (Alzaia Naviglio grande, 54), a pochi passi dalla Darsena di Milano e dalla stazione di Porta Genova. A seguire, Sara Pichelli sarà al Mondadori Store di Via Marghera, 28 alle 16.30 per un altro imperdibile incontro con il pubblico.

Sabato 13 aprile, l’animazione da Oscar si sposta a Roma, con un appuntamento da Feltrinelli in Largo di Torre Argentina alle ore 16. Il giorno successivo, domenica 14, il programma si concluderà con un incontro presso la Feltrinelli di Viale Marconi, 188 alle ore 17.30.

L’attività permetterà agli amanti del fumetto e dell’amabile Spider-man di quartiere di conoscere l’autrice del nuovo protagonista Miles Morales, per celebrare il film d’animazione dell’anno e lasciarsi trasportare nelle fantastiche avventure dello Spider-verse!

Goldrake in home video, un sogno che si avvera!

Siamo su Fleed, pianeta di una non meglio specificata galassia, la cui popolazione è preda della violenza dell’esercito di Re Vega: despota intento a mire espansionistiche nel cosmo. La resistenza degli abitanti è messa a dura prova tanto che lo stesso principe, Duke Fleed, è costretto a fuggire a bordo di Goldrake, robot dai grandi poteri. La disperazione porta il nostro a raggiungere la Terra dove verrà accolto, sotto mentite spoglie, dal professor Procton e la sua famiglia. La battaglia con Vega però non è ancora finita…

Questo è l’incipit di UFO Robot Goldrake, il cartone animato giapponese che più di ogni altro è riuscito a creare qualcosa di unico e indimenticabile nel panorama televisivo italiano. Dopo quel 4 aprile 1978, l’intrattenimento per i più giovani (e non solo) cambiò radicalmente: era iniziata l’invasione dei cartoni animati giapponesi!

Sono passati 41 anni ormai dalla prima messa in onda italiana del robot gigante nato dall’immaginazione di Go Nagai, ma ancora oggi Goldrake risiede nei cuori di tanti appassionati che, ora come allora, sono affascinati dalle vicende di Duke Fleed.

La pubblicazione di un’edizione home video è stata da sempre oggetto di numerose dispute circa la detenzione dei diritti per l’estero. Dopo anni bui di pirateria ed edizioni import di dubbia qualità, solo nei primi del 2000 con la D/Visual la speranza di avere in casa un’edizione ufficiale in DVD si concretizzò. Peccato però che gli ultimi due dischi non furono mai pubblicati, lasciando così un vuoto incolmabile nelle librerie degli appassionati.

Ci vollero circa 10 lunghi anni di attesa e la collaborazione fra Yamato Video, RCS e La Gazzetta dello Sport, per assistere alla nascita di un’edizione in DVD completa e fedele alla programmazione tv italiana. Distribuita nel circuito delle edicole, la soluzione, come c’era da aspettarsi, venne molto apprezzata, tant’è che la formula è stata poi riproposta per altri titoli di notevole richiamo.

In molti (me compreso) non cedettero però alle lusinghe dei lucidi dischi, speranzosi che prima o poi sarebbe arrivata un’edizione migliore… e questo momento è arrivato!

Quella che abbiamo il piacere di presentare è la versione in bluray edita da Anime Factory, prodotta nel 2018 in concomitanza con l’anniversario della prima messa in onda italiana.

La serie completa di 74 episodi è divisa in tre box per un totale di 10 dischi; rispetto all’edizione tv italiana, sono stati riportati cronologicamente anche gli episodi che vennero eliminati dalla prima programmazione televisiva.

Il packaging di ciascun box comprende un astuccio in cartoncino leggero, con finiture di buona qualità in stampa patinata lucida, al cui interno è riposta la custodia in plastica con all’interno i dischi. A completamento del tutto, un booklet da collezione di circa 30 pagine a colori spillate che racchiude la guida agli episodi con le relative sinossi, disegni preparatori e collage di fotogrammi della serie.

Dal punto di vista tecnico, ci troviamo di fronte ad un prodotto eccezionale grazie a una totale rimasterizzazione: lavoro non di poco conto se consideriamo che i master di Goldrake hanno quarant’anni alle spalle. Una vera e propria ristrutturazione operata da un team di professionisti e appassionati di animazione, che tramite processi di upscaling e color correction sono riusciti a dare nuova vita al tutto.

Apprezzabile anche il comparto audio per il quale troviamo in formato DTS-HD Master Audio tre tracce: originale giapponese, doppiaggio storico italiano e il ridoppiaggio italiano usato nella prima versione in DVD.

Occorre specificare inoltre che per gli episodi inediti e le scene originariamente non doppiate in italiano, è stato mantenuto l’audio giapponese con il supporto di sottotitoli fedeli.

A livello di extra abbiamo di fatto solo le sigle storiche italiane: forse un po’ misero come contenuto, ma di certo apprezzabile.

Tirando freddamente un bilancio finale sul prodotto, non ho timori nell’affermare che questa possa essere considerata l’edizione italiana di UFO Robot Goldrake definitiva per la quale qualsiasi appassionato, di vecchia data e non, dovrebbe riservare un posto in prima fila sui propri scaffali.

BOX 1
4 dischi – ep. da 01 a 28
45,00 €

BOX 2
3 dischi – ep. da 29 a 52
42,50 €

BOX 3
3 dischi – ep. da 53 a 74
45,00 €

Card Captor Sakura Clear Card: Le nuove avventure di Sakura!

A maggio torna in Italia una delle eroine più amate degli anni ’90… e non solo! La dolce e coraggiosa Sakura, creata dalle poetiche menti delle CLAMP, vivrà infatti delle nuove fantastiche avventure in CARD CAPTOR SAKURA CLEAR CARD, l’opera che in Giappone ha già venduto oltre 2 milioni di copie!

Si tratta di un nuovo arco narrativo, in cui Sakura, dopo aver fatto un sogno sconvolgente, scoprirà che le sue amate carte non hanno più nessun potere.

Come farà ora a proteggere Tomoeda? E soprattutto, riuscirà Sakura a scoprire cos’è accaduto alle carte e come ridare loro potere?

Una serie imperdibile per tutti gli amanti dell’eroina protagonista dell’opera più famosa e amata delle CLAMP!

Emozionanti sfide vi aspettano dal 15 maggio, quando CARD CAPTOR SAKURA CLEAR CARD n. 1 sarà disponibile in fumetteria, libreria e Amazon!

Aprile, i ciliegi sono in piena fioritura. Sakura è ormai in prima media, ha ritrovato il suo adorato Syaoran e i due vanno a scuola insieme. Un giorno però, dopo essersi risvegliata da un sogno misterioso, scopre che alle sue carte è successo qualcosa di strano…

Dal 15 maggio CARD CAPTOR SAKURA CLEAR CARD n. 1 sarà disponibile in fumetteria, libreria e Amazon!

Sfogliate online le prime pagine di CARD CAPTOR SAKURA CLEAR CARD n. 1 a questo link!


CLAMP
Card Captor Sakura Clear Card 
n. 1
Edizioni Star Comics, collana Greatest numero 232, 15/05/2019
cm 11,5×17,5, brossura, b/n, pp. 160, € 4,50
ISBN 9788822613998

Lorena Brancucci e gli adattamenti musicali Disney

Non c’è dubbio che la localizzazione italiana delle opere multimediali straniere sia un mondo estremamente affascinante, e parte del suo fascino sia dovuto al fatto che non se ne sa poi granché. Per obblighi contrattuali, informazioni confidenziali aziendali, silenzi stampa imposti dalle case distributrici, rapporti lavorativi da mantenere e mille altri motivi, lo spettatore spesso fruisce esclusivamente del prodotto finito non avendo idea dei tempi e delle modalità con cui è stato realizzato, e riuscendo a malapena a sapere (quando va bene) i nomi dello staff artistico e tecnico da pochi, fugaci fotogrammi alla fine dei titoli di coda dei film o dei videogiochi.

La conferma di questa situazione è arrivata lo scorso gennaio sotto l’articolo Gualtiero Cannarsi, nel di lui caso – Canzoni, dove è avvenuto uno scambio di commenti fra l’autore dell’articolo stesso e l’utente shinotenshiazrael sul tema degli adattamenti delle canzoni nei film Disney. Tutto era nato dal fatto che, per presentare metodi di adattamento alternativi rispetto a quelli usati da Gualtiero Cannarsi, era stato analizzato anche il lavoro della cantante, insegnante di canto, liricista e adattatrice Lorena Brancucci per il film Frozen.

Opere a cui ha lavorato Lorena Brancucci: "Rapunzel - L'intreccio della torre", "L'agnello rimbalzello", "Phineas e Ferb" e "Bear nella grande casa blu".

Alcune delle numerosissime opere a cui ha lavorato Lorena Brancucci come adattatrice dei testi delle canzoni: lungometraggi come Rapunzel – L’intreccio della torre, cortometraggi come L’agnello rimbalzello, serie tv animate come Phineas e Ferb e programmi per bambini come Bear nella grande casa blu (quindi sì, è lei che ha scritto il testo italiano della canzone dell’arrivederci con la Luna).

L’articolo è stato commentato da shinotenshiazrael con le seguenti parole:

Negli articoli è scritto: “In 21 anni il modo di adattare richiesto dalla Disney all’adattatore italiano pare essere cambiato radicalmente” – ma perché proporre illazioni simili? Lorena Brancucci fa tutto di testa sua, non c’è nessuna regola o esigenza del committente che sia mai mutata, semplicemente si fidano. Negli anni ’90 c’erano Ernesto e Centonze. I Brancucci ora hanno persino aperto una scuola di “musical nei film” e il metodo che propongono è uno solo. Lorena è convinta di utilizzare lo stesso metodo del padre, ed infatti utilizza lo stesso metodo… le differenze stanno nella creatività e nelle finezze (Lorena è riluttante ad usare il troncamento di vocale, ad esempio, ma non è che sia una regola).

La replica dell’autore:

La Disney, la più grande multinazionale mondiale dell’intrattenimento, che SI FIDA dei suoi collaboratori??? Per esportare all’estero un prodotto come Frozen nel quale ha investito 150 milioni di dollari più svariate altre decine di milioni per la promozione??? Quella stessa azienda accusata di eccessiva gerarchizzazione piramidale e di omologazione culturale mondiale, non verifica che le traduzioni/adattamenti siano omogenee alla sua immagine???  […] Dato che l’azienda Disney controlla e dirige eccome i suoi collaboratori, e dato che il metodo di lavoro della Brancucci figlia è molto diverso dal metodo di Brancucci padre, si può secondo te arrivare per deduzione logica alla conclusione che è l’azienda stessa che nel tempo ha cambiato stile (o per sua scelta esplicita oppure perché approva uno stile nuovo diverso da quello precedente)?

A cui poi ha nuovamente risposto shinotenshiazrael:

Invece è così, la Disney (o meglio, i suoi supervisor) si fidano della Brancucci. Non ho mica scritto che il testo non viene controllato, ma scusa, come hai potuto pensare avessi potuto sottintendere una cosa simile? Il testo lo leggono, quindi se qualcosa non va bene possono dirlo e imporre il loro volere. Ma quel testo viene steso attualmente da Lorena Brancucci che tenta di applicare né più né meno il medesimo stile del padre e può fare (e fa) TUTTO quello che le pare. Ovviamente se scrive “cacca-culo” i supervisor lo leggono e le dicono “Scusa Lorena, ma cos’hai scritto?” – Ma non c’è la Disney che le viene a dire come fare il suo lavoro: “No, Lorena, su Let it Go cambia di volta in volta il ritornello con altre parole sempre diverse” – “No, Lorena, adesso il metodo è cambiato: aggiungi note a caso, non usare più i troncamenti di vocale.” (tra l’altro se non sbaglio in un’intervista Lorena stessa ammetteva di non amare i troncamenti) p.s. – Se i supervisor della Disney fossero rigidi ed esigenti, non approverebbero i suoi lavori. […] Ai miei occhi le differenze sono solo queste:
1-Ernesto aveva inventiva ed ispirazione e riempiva i testi di parole singolari e molto ricercate al pari di un Franco Battiato – Lorena è per la maggior parte del tempo svogliata e semplicistica e se può finisce sempre le tronche con banalità (da sempre usate per la loro facilità d’utlizzo, ma mai così tanto) del tipo “Io lo so – sì, lo so – perché poi – io andrò – e verrò – ci sarà! – io son qua! – ecco un no! – sta con me!”
2-Ernesto se può tronca le vocali per rispettare la metrica – Lorena se può evita di troncare le vocali e preferisce cambiare la metrica.
3-Ernesto dava priorità alla musicalità piuttosto che al labiale – Lorena dà priorità al labiale piuttosto che alla musicalità.
4-Ernesto rispettava la metrica – Lorena raramente rispetta la metrica
5-Ernesto tentava di mantenere vivo il titolo in modo che fosse efficacie e riconoscibile – Lorena sacrifica spesso il titolo e la ripetitività dei ritornelli.
Tutto qui. Non vedo altro. Tutte le differenze sono solo una questione di bravura (Lorena sceglie la via comoda).
p.s. – […] tuttora rimane incerto cosa ESATTAMENTE abbia adattato Ernesto, il quale si firmava col nome di famiglia ERMAVILO. Tuttora sono dell’idea che ai testi di Nightmare Before Crhstimas abbiano lavorato le figlie, visto che è nello stile di Lorena al 100%. In caso contrario significa che Ernesto, quando non c’aveva voglia, lavorava esattamente come Lorena.

Lo scambio di commenti completo è consultabile sotto l’articolo succitato.

I commenti di shinotenshiazrael appaiono particolarmente controversi sia rispetto al testo a cui si riferiscono, sia per i loro contenuti.

Nei cinque articoli che Dimensione Fumetto ha dedicato agli adattamenti italiani dei film Studio Ghibli, infatti, l’adattatore Gualtiero Cannarsi non viene mai, mai, mai accusato personalmente, gratuitamente e senza appello per le sue scelte. Al contrario, ogni suo lavoro viene continuamente condonato e considerato come il risultato di una serie di possibili fattori quali rispetto del labiale, lunghezza delle battute, richieste del committente o quant’altro possa aver influito sul prodotto finale. Per shinotenshiazrael invece il giudizio su Lorena Brancucci è drastico e inappellabile: «fa tutto di testa sua», alla Disney «semplicemente si fidano» e addirittura «Se i supervisor della Disney fossero rigidi ed esigenti, non approverebbero i suoi lavori». Dopodiché illustra quelle che ritiene essere le caratteristiche del lavoro di Ernesto e Lorena Brancucci con sprezzante freddezza, naturalmente senza addurre nessuna fonte né prova. Non c’è spazio per dubbio alcuno.

Per risolvere la vicenda, Dimensione Fumetto ha contattato direttamente Lorena Brancucci, la quale ha accettato con grande professionalità e cortesia di partecipare al dibattito. Il suo contributo è di particolare importanza non solo perché smonta una per una tutte le arbitrarie illazioni di shinotenshiazrael, non solo perché si tratta della sua seconda dichiarazione ufficiale in oltre 20 anni di lavoro, e la prima in assoluto rilasciata a una testata non dedicata alla Disney dopo l’intervista a Imperoland del 2014, ma soprattutto perché svela alcuni inediti retroscena del suo lavoro e spiega con chiarezza il processo e le motivazioni precise con cui arriva al risultato finale.

Dimensione Fumetto si augura che questo articolo possa essere di interesse per coloro che finora si sono interrogati sulle ragioni dei suoi adattamenti o hanno invocato i bei vecchi tempi andati.

L’autore desidera ringraziare sentitamente Lorena Brancucci per la disponibilità e Nunziante Valoroso per la collaborazione.


Gent.mo Sig. Pasqualini,

ringraziandoLa per aver richiesto la mia opinione professionale in merito agli argomenti da voi trattati nel vostro articolo, coglierò l’occasione per cercare di chiarire degli aspetti della mia professione che suscitano enorme interesse collettivo, ma sui quali, evidentemente, scarseggiano informazioni a riguardo.

Il lavoro del liricista o paroliere, che dir si voglia, è un lavoro molto più delicato e complesso di quanto non si possa immaginare, perché le componenti in gioco sono moltissime e le esigenze da contemperare sono numerose e contrastanti.

La Disney, per fortuna, a differenza di moltissime altre società, punta ancora tantissimo sulla qualità, che deve sempre mirare all’eccellenza e non consente che i suoi standard qualitativi vengano mai accantonati. Il mio lavoro subisce controlli e supervisioni continue, durante l’intero processo di lavorazione, tanto da parte dei supervisor italiani, che sono sempre super attentissimi e che valutano l’opportunità di ogni singolo termine, tanto da parte di quelli americani, che hanno comunque e sempre l’ultima parola con riguardo alla scelta dei termini (controllati attraverso la back translation), al rispetto della metrica e del sincronismo labiale. Non esiste testo che io abbia scritto, nella cinematografia Disney, che non abbia subito questo attento vaglio.

In altri termini, se da una parte il lavoro creativo e la scelta delle soluzioni vengono affidate a me, sulla base delle mie qualifiche e della fiducia ottenuta in virtù di un’esperienza quasi venticinquennale – tanto come liricista, quanto come musicista – dall’altra parte, non c’è mia idea che possa passare, se non supera il vaglio del committente (la «stupendosa idea» del film Il ritorno di Mary Poppins, tanto per fare un esempio, ha dovuto ottenere una espressa autorizzazione, così come l’utilizzo dei proverbi, così come la creazione, che ho voluto fare come omaggio al «supercalifragilistichespiralidoso» del primo film, che compare nella strofa finale della canzone Royal Doulton Music Hall).

Immagine promozionale de "Il ritorno di Mary Poppins" di Rob Marshall.

Il ritorno di Mary Poppins è il sesto film di Rob Marshall, il quinto con scene di ballo, il terzo per la Disney e il secondo di fila ad avere nel cast Emily Blunt e Meryl Streep.

Tutto ciò premesso, tenterò di spiegare, prima genericamente, poi nel dettaglio, le problematiche connesse al mio operato.

La lingua

Iniziamo col dire che la lingua inglese e quella italiana sono completamente antipodiche: la prima è sintetica e diretta ed è basata, prevalentemente, su termini mono o bisillabici, con accentazione, il più delle volte, tronca. La seconda, al contrario, è una lingua prolissa che si compone di termini plurisillabici, con accentazione prevalentemente piana, sdrucciola o bisdrucciola. Già questo, di per sé, basterebbe a far capire a chi legge quanto sia arduo il compito di rispettare la metrica, quando si è costretti a utilizzare lingue così diverse. Compito infinitamente più agevole per, ad esempio, spagnoli e francesi, che hanno la possibilità di utilizzare, come gli inglesi, le parole con accentazione tronca.

In epoca passata, i grandi liricisti che mi hanno preceduta, come il Comandante De Leonardis o il mio stesso papà (al quale devo tutti gli insegnamenti del mestiere), avevano la possibilità di elidere le parole, risolvendo il problema alla radice (usando termini come “cor”, “amor” e così via). Questi termini sono considerati oggi desueti, quindi non ci è più consentito usarli. Sebbene la generazione che ci ha preceduto, o anche la nostra, possano ancora esservi affezionati, i bambini di oggi li troverebbero decontestualizzati e non comprenderebbero la ragione dell’utilizzo. E, non scordiamolo mai, la Disney ha come destinatario principale il bambino.

Tanto per essere più chiari, se in inglese la scelta dei termini con accentazione tronca è potenzialmente infinita, avendo loro dei termini che finiscono anche con le consonanti, in italiano la nostra scelta è limitatissima, perché di vocali accentabili ne abbiamo solo cinque, alle quali si possono sommare, tutt’al più, i dittonghi. La scelta dei termini rischia, pertanto, di essere molto monotona se non si trovano alternative.

La metrica e il synch

Il vincolo della metrica è gravosissimo, proprio perché l’orchestrazione dei brani è studiata per testi in lingua inglese e ne rispetta, in pieno, le accentazioni. Tali accentazioni, per noi, sono totalmente sfavorevoli. Se da un lato è fondamentale, per la riuscita finale del brano, rispettare in pieno la metrica in modo da rendere il brano comodamente e fluidamente cantabile per l’interprete, dall’altro lato c’è il problema, immenso, del sincronismo labiale. Quest’ultimo, a differenza che in passato, è oggi considerato importantissimo. Le nuove tecniche di animazione hanno reso i cartoni animati talmente veritieri da sembrare umani e i loro movimenti labiali sono definiti al punto di dover essere curati fin nei minimi dettagli. Questo fa sì che, a volte, termini inglesi che finiscono, ad esempio, con una labiale o una dentale, ci costringano a usare termini italiani che abbiano una sillaba finale in più, proprio per andare a coprire il movimento della bocca in quel punto – movimento che, diversamente, resterebbe “muto”.

Un esempio su tutti: La bella e la bestia del 2017. Belle, durante la prima delle canzoni, canta «Every morning just the SAME, since the morning that we CAME». Si parla del fatto che il paesino nel quale Belle ed il papà si sono trasferiti sia un posto sempre uguale, dove non succede mai nulla di interessante e dove, diciamocelo, il divertimento maggiore sembra essere quello di giudicare e criticare chi, come Belle, appaia “diverso” rispetto alla routine del paesino stesso. Nella versione italiana del cartone animato, che tutti conosciamo e che io per prima ho amato moltissimo, l’adattamento è «È dal giorno che arrivai, che non è cambiato mai». Nel film questa soluzione non si è
potuta mantenere proprio per via del synch, perché si vede Belle distintamente aprire e chiudere la bocca, sul finale delle due frasi, proprio per la labiale finale, sia su «same» sia su «came». È evidente che, non avendo in italiano parole che finiscano per “m”, è stato necessario aggiungere una sillaba che andasse a coprire quel “battito” in più, per rendere l’effetto ottico più gradevole e naturale. Da qui il mio testo: «È dal giorno in cui arrivAMMO, che mio padre e io pensAMMO: questo posto è provinciale». Se non ci fosse stato il problema del sincronismo labiale, non sarebbe stato necessario alterare la metrica aggiungendo la sillaba finale.

Immagine promozionale de "La bella e la bestia" di Bill Condon.

La bella e la bestia è il remake del 2017 diretto da Bill Condon dell’originale del 1991 diretto da Gary Trousdale e Kirk Wise. Nonostante le perplessità della critica specializzata, il film ha comunque superato i 20 milioni di euro al botteghino diventando il maggior incasso italiano dell’anno.

Sono entrata nello specifico proprio perché vorrei che si capisse che la scelta sul modificare o meno la metrica non è mai una scelta “di pigrizia”, ma sempre una scelta obbligata, che comunque viene concordata con i supervisor, ai quali spetta il difficilissimo compito di scegliere se sacrificare la metrica o il sincronismo labiale. Non è mai una scelta semplice e non può essere una scelta univocamente apprezzata, perché c’è e ci sarà sempre chi preferisce la prima opzione e chi la seconda.

L’unica certezza che io posso darvi a riguardo è che non si tratta mai di una scelta presa alla leggera, o con superficialità. Tutt’altro. Può piacere o meno, ma credo che meriti ugualmente rispetto, perché è una scelta fatta sempre nel tentativo di raggiungere il miglior risultato possibile. Ovviamente, questo tipo di “alterazione metrica” se così possiamo chiamarla, non viene mai e poi mai fatta laddove renderebbe il brano difficile da cantare o non armonico. In tal caso, si tende sempre a penalizzare il sincronismo e a privilegiare la fluidità del brano.

Ad ogni modo, sarebbe infinitamente più semplice, per me o per chiunque altro al mio posto, utilizzare una traduzione letterale dei versi, senza doversi ingegnare a trovare soluzioni che si preoccupino di rispettare il sincronismo labiale. Dietro una sillaba aggiunta, pertanto, non c’è MAI una soluzione di comodo.

Il contenuto e il messaggio

Se potessimo esprimere uno stesso concetto con le stesse identiche parole, non ci sarebbe bisogno né di traduttori né di liricisti. È di tutta evidenza che, con due lingue così diverse, sia impossibile poter anche lontanamente pensare di scegliere la traduzione letterale dei termini. Non rispetterebbe mai la metrica, né tanto meno il synch. Che cos’è, quindi, che ci viene richiesto di fare? Fare il possibile per mantenere inalterato il messaggio originale. Il messaggio. Non i termini. Anche perché, molto spesso, termini che in inglese suonano in un certo modo e hanno una certa valenza e fluidità, se tradotti letteralmente in italiano, non hanno assolutamente lo stesso effetto.

Prendendo di nuovo ad esempio la frase di prima de La bella e la bestia del 2017: «Every morning just the same, since the morning that we came to this poor provincial town». La traduzione letterale suonerebbe più o meno così: “Ogni giorno tutto è uguale, dal mattino in cui siamo arrivati in questa misera, provinciale cittadina”. Il mio adattamento è il seguente: «È dal giorno in cui arrivammo che mio padre e io pensammo: questo posto è provinciale». Come si può notare, il senso del messaggio, pur con l’utilizzo di parole diverse, è identico: Belle non si trova bene in quel posto, perché pensa che sia un posto provinciale, privo di stimoli adatti a una ragazza brillante e fantasiosa come lei. L’utilizzo di parole diverse, nonostante permetta di mantenere lo stesso messaggio, ha però l’ulteriore privilegio di rispettare alla perfezione il sincronismo labiale e far sì che lo spettatore abbia l’illusione che Emma Watson stia cantando in italiano.

Fotogramma da "La bella e la bestia" di Bill Condon.

Belle se ne va a restituire un libro a Père Robert che parla di due innamorati nella bella Verona.

Insomma, il tentativo è quello di arrivare a un risultato finale che soddisfi, contemporaneamente, il rispetto del messaggio originale, la metrica (che non subisce comunque alterazioni degne di nota), le rime e le immagini sul video. Il tutto, consentendo all’interprete di cantare agevolmente, in modo da potersi concentrare sulle emozioni e sulla interpretazione e non sulle note, con un risultato finale “in pieno stile Disney”. I bambini, inoltre, grazie alla falsa illusione ottica data dalla precisione maniacale del sincronismo labiale, possono continuare a sognare e a illudersi che i personaggi animati che tanto amano esistano davvero e che siano davvero loro a parlare e a cantare. Anche questo fa parte del “sogno Disney”.

Mi permetto, a questo punto, dato che mi è stato gentilmente richiesto di dire anche la mia, di prendere in esame Frozen, per fare il punto su alcune questioni.

Spero di non urtare la sensibilità di nessuno, affermando con certezza piena che il tema centrale di Frozen non sono affatto le porte, bensì proprio, in primis, l’affetto familiare, come testimoniano pagine e pagine della creative letter appositamente inviata a tutti noi creativi che lavoriamo per la Disney. In questo documento ufficiale, che viene inviato prima della lavorazione di qualsiasi film Disney, gli autori del film spiegano, per filo e per segno, quello di cui il film parlerà (arriva prima dei
materiali audio/video e serve proprio a far capire di cosa si tratta a chi dovrà lavorarci). Ebbene, in nessuna delle circa 20 pagine di questo esplicativo documento viene fatto riferimento alcuno alle porte. Neanche una volta. E la ragione è semplice: per quanto ammirevole e degna di rispetto (lo dico senza ironia alcuna) sia l’interpretazione data nel vostro articolo circa la presenza delle porte nel film, il messaggio che Frozen vuole trasmettere è in realtà quello dell’importanza della famiglia. Per la prima volta nella cinematografia Disney, non sarà un principe azzurro a salvare la principessa, bensì sua sorella, perché la famiglia viene prima di tutto.

Ma Frozen è ben più di questo… Frozen è un film incentrato sulla possibilità di rivalsa… la famosa seconda OCCASIONE. Anna, dopo aver passato la vita chiusa in un castello, ha la possibilità di conoscere realmente sua sorella e di trovare finalmente l’amore. Elsa, invece, ritroverà se stessa, scoprendo quale sia il suo ruolo in questo mondo e risorgendo come il sole in una nuova alba, in una nuova vita, dove avrà finalmente la possibilità di accettarsi ed esprimersi esattamente per quello che è.

Fotogramma da "Frozen - Il regno di ghiaccio" di Chris Buck e Jennifer Lee.

Elsa spalanca le porte del Palazzo Reale di Arendelle dopo tanti anni di isolamento. Benché non siano stati ufficialmente confermati dai registi Chris Buck e Jennifer Lee, i fan hanno trovato in Frozen – Il regno di ghiaccio svariati riferimenti ad altri film Disney e numerosi significati metaforici, il più frequente dei quali è proprio quello delle porte.

Perché dunque non ho citato le porte? In primis, perché la metrica non me lo consentiva, in secundis, perché non me lo consentiva in alcun modo il synch, in tertiis, perché, dopo tutto, che cos’è una “porta aperta” se non una “nuova occasione”? E poi, mi si consenta un pizzico di ironia, parlare di “nuove occasioni”, di “speranza” non è forse più romantico che parlare di “porte”? In fondo è una ragazza innamorata, a cantarlo…

Insomma, il messaggio delle canzoni, nonostante la scelta di termini che, apparentemente, possono apparire diversi, in realtà è sempre assolutamente rispettato. Anna sta esprimendo la sua gioia per aver intravisto, finalmente, nella sua vita, uno spiraglio di felicità: una occasione di cambiamento. L’amore è, per lei, l’occasione per poter essere felice. Ed è esattamente di questo che parla la canzone La mia occasione. Così come All’alba sorgerò parla della scelta determinata di Elsa di poter essere finalmente se stessa e di smettere di nascondersi e di vergognarsi delle sue doti. È, a tutti gli effetti, una canzone che inneggia alla rinascita e al credere in sé stessi. E, forse, è anche grazie a essa che la versione italiana di Frozen ha ottenuto un riconoscimento ufficiale come miglior versione di adattamento nel mondo.

Un’ultima precisazione con riguardo alla frase «Come un fulmine sei comparso tu». L’originale canta «And then, suddenly, I bump into you». La frase rispetta la metrica nota per nota, non vi è alcuna aggiunta di sillabe, né alterazione (anche un non musicista può verificarlo, semplicemente contando il numero di sillabe), ma è il classico esempio del concetto che tentavo di spiegare prima: in italiano, la traduzione letterale suonerebbe più o meno come “All’improvviso ho sbattuto contro di te/mi sono scontrata con te”. Una traduzione letterale non renderebbe il romanticismo del momento, perché le parole inglesi, tradotte in italiano, non hanno lo stesso effetto. “Spoeticizzerebbero” il tutto. Da qui, la scelta di una frase più “da sognatrice”, che rispecchi più la natura facile a sorprendersi della dolce e ingenua Anna: «come un fulmine sei comparso tu». Il senso è lo stesso, ossia il radicale cambiamento che l’arrivo di Hans ha insinuato nella mente di Anna, ma le parole scelte sono volutamente diverse, per esigenze di lingua.

Conclusione

Concludo questo mio lunghissimo intervento con la speranza di aver chiarito, almeno un po’, l’enorme impegno e le immense difficoltà che si celano dietro a quelli che tanti chiamano, semplicemente, “cartoni animati”. Faccio questo lavoro da 25 anni, sono nata e cresciuta nel mondo Disney e cerco, da sempre, di restituire, attraverso le mie parole, la forza, la spensieratezza, la dolcezza e la positività degli splendidi messaggi Disney.

Purtroppo, come è naturale, non si può sperare di avere il consenso incondizionato di tutti, perché il lavoro artistico, più di tutti, si basa anche sulla sensibilità e il gusto personali, che variano di persona in persona. Ma spero di aver chiarito la serietà che si cela dietro il lavoro di tutto lo staff italiano della Disney.

Quanto al lavoro del sig. Cannarsi, vi prego di non avervene a male se scelgo di astenermi dal fare qualunque considerazione professionale, ma non mi permetterei mai e poi mai di effettuare valutazioni sul lavoro di un collega. Non è nella mia natura.

Ci tengo solo a precisare, per correttezza, una piccola curiosità: i testi del film Nightmare Before Christmas, a differenza di quanto sostenuto nei commenti, non sono miei, né di mio padre, che ha scritto solo quelli corali. Sono opera della Sig.ra Carla Vistarini.

Lorena Brancucci

Enemigo: Taniguchi in salsa sudamericana

“Enemigo” è il termine spagnolo per “nemico”. Un nemico da inseguire per mezzo mondo e da eliminare, per vendetta personale, ma non solo.

Rizzoli Lizard propone, per la prima volta in volume italiano, l’edizione integrale di questo lavoro di Jirô Taniguchi. All’epoca dell’uscita di Enemigo (1985), Taniguchi non era ancora definitivamente affermato come autore di collegamento tra il manga e il fumetto europeo.

L’opera è già uscita in volume in Francia nel 2007. Nell’intensa prefazione scritta in quella occasione, Taniguchi spiega chiaramente le distanze che nel 1985 si evidenziavano tra i manga e le sue tentazioni occidentali.

Dichiara infatti la sua vicinanza al fumetto europeo:

Non ho difficoltà a dire che all’epoca (di Enemigo, n.d.r) ero molto interessato ai fumetti europei.

citando tra gli influssi subiti quelli di Mœbius, Bilal, Schuiten, ma anche Giardino e Micheluzzi.

Taniguchi appare infatti già profondamente legato ai lavori di tanti autori europei, come conferma Vittorio Giardino nella prefazione alla presente edizione, azzeccatamente intitolata Le tracce del futuro maestro.

Si tratta dunque di un’opera del primo Taniguchi. Almeno del primo Taniguchi autore completo, appena antecedente a Bocchan e Blanca.

Il lavoro sui testi è fatto insieme a M.A.T., misterioso collettivo di writers, che a lungo negli anni ’80 del secolo scorso ha imperversato sul fronte del manga, su cui però è davvero difficile trovare informazioni.

Enemigo racconta la storia di un detective privato giapponese trapiantato a New York. Kenichi, ex soldato, viene chiamato in causa per salvare il fratello, presidente di una multinazionale caduto in mano ai guerriglieri in uno stato immaginario tra la foresta equatoriale e le Ande, il cui nome fa forse riferimento alla lingua Nauhatl, il Nasencio. Dopo la caduta del solito regime dittatoriale, la multinazionale giapponese Seshimo è incaricata di trasformare migliaia di ettari di giungla in coltivazioni. Progetto osteggiato dal vecchio dittatore Marquez, supportato dalle potenze straniere che temono l’ingresso di materie prime a basso costo nel mercato internazionale. L’Enemigo, appunto, che ha rapito Yuji Seshimo e continuato a portare la guerra nel paese, prima di scappare a New York. Vistosi sconfitto in patria, ha cercato rifugio altrove per riorganizzare le forze e sferrare un secondo attacco.

E lì, viene ritrovato dal fratellastro detective, nella sua città di adozione. Dopo aver salvato il fratello, anche dalle minacce interne alla stessa Seshimo, completa la sua opera. Mette in pratica tutte le sue conoscenze di guerriglia per impedire all’ex dittatore di tornare in patria e vendicarsi anche dei lutti personali, e incidentalmente si vendica della morte della segretaria, vero deus ex machina dell’intera storia.

La storia quindi si muove tra questi due scenari. New York, in cui sono ambientati prologo ed epilogo, e Nasencio, teatro degli scontri bellici. A sua volta diviso tra la giungla, le montagne e la capitale.

Politica internazionale, tematiche ambientali, economia e storie personali si incrociano in un intreccio tra la spy story e la lotta di liberazione in stile Commando. Con tutti gli elementi: avidità e vendette familiari, ex commilitoni traditori, tragedie da vendicare. Su uno sfondo che non risulta lontano dagli attuali scenari sudamericani, tra spinte democratiche e ingerenze internazionali, più o meno esplicite. Ma collegato in parte agli avvenimenti di quegli anni, con i Contras in Nicaragua e le dittature in Brasile, Argentina, Cile, che avranno fine qualche anno dopo la conclusione del fumetto.

Enemigo ha un intreccio molto più vicino al fumetto europeo e americano, che a quello giapponese: la stessa figura del detective privato è lontana dalla cultura giapponese. I titoli dei capitoli in spagnolo lo confermano ulteriormente.

Il personaggio principale richiama quello di un altra opera che Taniguchi sviluppa negli stessi anni con Natsuo Sekikawa: il detective Jotaro Fukamachi, protagonista di Trouble is My Business. Anche se il background, il modo di affrontare la vita e la professione sono piuttosto diversi, i due detective hanno in comune una forma di cinismo, che lascia però spazio alle relazioni personali, e lo sguardo perennemente velato. Come se facessero controvoglia tutto quello che fanno, ma alla fine lo portano a termine con professionalità e una determinazione inaspettata. Un hard boiled, tipico di quel periodo dell’opera di Taniguchi.

Tra i personaggi della vicenda non mancano delle figure stereotipate: dall’ex commilitone traditore, alla segretaria che si rivela una vera combattente, ma trova la morte e dà lo spunto per la vendetta. E ovviamente il prete rivoluzionario. Tutte vengono tratteggiate, da un Taniguchi già maturo, nel modo più adatto al genere e al contesto, e non certo con la sensibilità sopraffina che lo caratterizzerà nelle opere più intimiste, ma sono ben strutturate e funzionali al carattere dell’opera. Compare anche il cane, spesso compagno dei personaggi di Taniguchi. In questo caso un cane da combattimento, adeguato al contesto.

Il tratto ricalca la crudezza della storia. Abituati agli acquerelli e alle tinte pastello delle storie che hanno reso famoso Taniguchi, abbiamo qui a che fare con dei retini scuri e tratteggi talvolta ricchi più di ombra che di luce.

Anche le pagine a colori non sollevano.

Completano, fanno da prologo a qualche capitolo. Sembrano dei momenti più tecnici che sostanziali.

Il tratto ricorda anche altri mangaka, a volte quello di Ryōichi Ikegami, che diventerà famoso qualche anno dopo, e dimostra la duttilità di Taniguchi, che dà alla sua opera una grande dinamicità e fisicità, a volte sensuale, e non solo nelle scene più esplicite.

Gli sguardi, le espressioni, che poi consentiranno ai personaggi del Taniguchi più poetico di toccare il cuore di tanti lettori, pur essendo già presenti, si alternano con scene d’azione dettagliate e assai dinamiche.

Altrettanto dinamiche sono le gabbie delle pagine, completamente a servizio della storia, e che mostrano già una capacità scenografica quasi cinematografica. Interessante la scelta degli adattatori di riportare la traduzione delle onomatopee nello spazio tra le vignette, senza occuparlo, utilizzando il grigio.

Nonostante il registro diverso, non è diversa l’attenzione di Taniguchi per i dettagli ambientali, quelli della giungla, dei villaggi andini, ma anche dell’ambiente urbano, e per la caratterizzazione dei personaggi: è lo stesso Vittorio Giardino nella prefazione a trovare la somiglianza tra il prete guerrigliero e il “suo” Max Friedmann.

Il volume si completa con tre interventi: di François Schuiten, di Baru e dello stesso Taniguchi intervistato da Nicolas Finet. Questi redazionali risultano molto utili per il lettore che conosce marginalmente Taniguchi per entrare nel merito dell’autore, ma anche per chi ha negli occhi le opere che lo hanno reso famoso, per contestualizzarne e comprenderne il percorso artistico. L’opera

appare lontana dalla vena intimista che ricolleghiamo a lui oggi in Europa (Baru)

e

lascia trasparire il timing e il senso del ritmo che gli sono propri (Schuiten).

Nelle stesse parole dell’autore si comprende la genesi di Enemigo, ma anche, più in generale, il contesto personale e culturale in cui l’opera è nata.

Una faccia ulteriore di un maestro del manga, che ne dimostra ancora una volta la duttilità e la capacità narrativa.


M.A.T., Jirô Taniguchi
Enemigo
Rizzoli Lizard, 12/02/2019
304 pagg, brossura, b&n e colore, € 20,00
ISBN 9788817108799

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