Monthly Archives: Aprile 2019

Dimensione Fumetto presenta: GNAM! – GiovaNi Artisti Marchigiani

Locandina della mostra "GNAM! - GiovaNi Artisti Marchigiani".GNAM! – GiovanNi Artisti Marchigiani è una mostra espositiva, organizzata dall’Associazione Culturale Dimensione Fumetto, che intende raccogliere i migliori artisti emergenti del territorio Piceno e non.

Gli artisti di per sé sono schivi: disegnano, vivono e producono molto nascostamente. Negli anni ’90 e primi 2000, artisti illustratori e appassionati trovavano il loro habitat naturale nelle fanzine, nelle locandine e nelle riviste, mentre ora con Internet lo spazio grafico viaggia nei nostri smartphone e PC, a un solo click di distanza. Se da un lato le opere di giovani artisti possono essere fruibili da una audience praticamente sconfinata, dall’altro lato le informazioni e le immagini diventano liquide, impalpabili, ed essendo liquide scivolano via velocemente: spesso sono difficili da ritrovare e rivedere per l’occhio che oramai scorre immagini sempre più velocemente quasi senza guardarle.

Di fronte a questa dispersione si deve quindi compensare, passare dal virtuale al reale e restituire alle opere il giusto tempo per ammirarle. Far uscire l’arte da Internet è importante ora più che mai, per dare una consistenza vera alle opere e distinguere l’amatoriale dal professionale.

Questo non è l’unico scopo di questa esposizione. Più importante infatti è scoprire giovani talenti che vivono, o sono originari, del nostro territorio.  Gli artisti che avrete modo di ammirare sono hanno un’età compresa tra i venti e i trent’anni, e si stanno affermando non solo nella nostra zona, ma anche oltre il fiume Tronto. Alcuni hanno già all’attivo collaborazioni importanti, autoproduzioni e collaborazioni, altri si sono appena affacciati e promettono scintille.

La mostra è aperta dal 15 aprile al 15 maggio 2019 e ospiterà i le illustrazioni e le tavole a fumetti degli artisti Leonardo Carboni, Leila Caringola, Valerio “Turbogamma” Carradori, Giulia Clerici, Claudia Cocci, Giulia “Zobeide” Pasqualini e Marco Pizi.

Gli artisti sono stati scelti da Dimensione Fumetto dopo una accurata selezione, in quanto rappresentano la migliore gioventù emergente del territorio in tema di fumetto e illustrazione.

La mostra è ospitata presso il Polo culturale Sant’Agostino all’interno della Biblioteca Giulio Gabrielli.

Ingresso libero.

Buona Visione!


Curatrice: Veronica Antonucci, membro del direttivo di Dimensione Fumetto.

Allestimento: Sabrina Caponi, membro del direttivo di Dimensione Fumetto.

Illustrazione e progetto grafico: Giulia Pasqualini.

Si ringraziano: Assessorato alla cultura del Comune di Ascoli Piceno, Biblioteca comunale “Giulio Gabrielli”, Roberto Palumbo e i soci di Dimensione Fumetto.

Monteverdi: ancora la musica cremonese a fumetti

Stradivari, Monteverdi, Ponchielli: Cremona ha qualche dono particolare.

Non a caso è l’unica città italiana dove si trova un Dipartimento universitario di Musicologia.

Così Kleiner Flug si fa carico per la seconda volta di mostrare come si sia espresso questo genius loci, che ha fatto da sottotitolo già in un precedente volume.

Questa storia è antecedente a quella di Stradivari. Ma non senza continuità, se tra la morte di Monteverdi, protagonista di questa storia, e la nascita di Antonio Stradivari, passano pochi mesi.

Facendo così sognare il tramandarsi nella storia di un talento in qualche modo territoriale, che si incarna di volta in volta in più o meno ignari protagonisti. Una sorta di metempsicosi musicale, con una sola anima che torna in qualche modo a incarnarsi in personaggi che hanno fatto la storia della musica.

Tutti cremonesi.

Come cremonese è il Centro Fumetto Andrea Pazienza, nel cui organigramma troviamo Michele Ginevra, autore sia del presente volume che di quello già citato.

Come cremonese è la disegnatrice Francesca Follini, già nota per Superworld.

E in qualche modo i cremonesi sono consapevoli di questo genius loci, se da tempo organizzano eventi che collegano l’arte alla città, i luoghi ai loro concittadini più noti.

Quest’opera è frutto di una collaborazione tra diversi enti culturali e amministrativi, e ha richiesto una ricerca certosina sulla vita e le opere di Monteverdi, nel 450esimo anniversario della nascita.

Ne esce ancora una volta una biografia-ritratto molto emotiva. Caratterizzata dalla spinta innovatrice del genius loci, che guida l’incarnazione di turno, in modo più o meno consapevole. Mentre i conservatori si oppongono alle novità con sotterfugi e vigliaccherie.

Monteverdi racconta sua sponte tutta la sua vita a due “collezionisti” che sono venuti a trovarlo a Venezia, sua ultima dimora, quando si era già fatto sacerdote.

E parte dall’infanzia, dal suo primo incontro con Orfeo grazie a un cantastorie, e con la musica, grazie al suo stesso padre. E dai primi “scontri” con chi vedeva in lui la nuova incarnazione della novità, e quindi del pericolo.

In realtà Monteverdi racconta episodi di cui non sempre è stato testimone, ma che gli sono probabilmente stati raccontati dai suoi mentori e protettori, o dal genius loci stesso. Questi, consapevoli della novità portata da Monteverdi, lo difendono e gli fanno conoscere un mondo strano e fantastico. Addirittura popolato da creature non del tutto umane. In questo modo nell’opera si sottolinea la soprannaturalità della fiamma divina dello spirito della musica, che arde in Monteverdi.

Stavolta, poi, gli oscurantisti non sono gli ecclesiastici. Se è vero che il suo mentore Padre Ignazio è un gesuita, che «vuole servire la Chiesa guardando al futuro» visto che «chi deve sapere, sa e approva la sua azione». E si fa affiancare dal cantastorie che ha il mantello ornato con le scene della storia di Orfeo, e nasconde qualche altro segreto.

A opporsi a Monteverdi è un Ordine di cui fa parte Don Magio, esponente di una famiglia nobile cremonese con origini dalla Gens Magia, che ha scelto il lato oscuro (si dice proprio così nel fumetto, eh!). E arriva ad attentare alla vita del giovanissimo Monteverdi, appena adolescente, che sta già pubblicando i primi importanti lavori.

Con lo spostamento a Mantova, alla corte dei Gonzaga, la situazione sembra placarsi, ma solo perché le sue opere sono «volutamente ossequiose rispetto alla pratica vigente».

In realtà anche a Mantova, Claudio si trova tra due fuochi. Da una parte Padre Ignazio, suo padre (che sapeva più di quanto credesse) e la giovane moglie, dall’altra Cesare Clemente Magio con Francesco, figlio del duca Vincenzo I, di cui era ospite, appoggiati dal musicista Giovanni Artusi.

Alla corte di Mantova, Monteverdi trovò però appoggio nella Accademia degli Invaghiti, che patrocinò la prima de L’Orfeo.

Questa fu, a quanto ci dice il fumetto, la reale e completa manifestazione del genius loci in Monteverdi.

La manifestazione della natura in perenne divenire, come dice Padre Ignazio.

E lo stesso Monteverdi se ne rende conto, se dice ai suoi interlocutori «Sarebbe riduttivo dire che  sia stato un trionfo… Il genius loci si era manifestato attraverso di me! Avevo creato un nuovo modo di fare musica, sia recitata che cantata!».

Pertanto dopo un modo tutto personale di fare strumenti musicali, ecco la nascita del melodramma. Monteverdi infatti per primo utilizzò tutti gli strumenti messi a disposizione dalla musica dell’epoca, compresa la polifonia delle voci umane e un utilizzo fortemente teatrale dell’opera.

Dopo un rapido passaggio sulle altre tappe della vita, la storia si conclude con la morte (anzi, l’ascensione al cielo, come dice una rassicurante figura dalla lunga barba bianca, la stessa che sovrasta i personaggi in copertina…).

Nella storia si vede la mano di Michele Ginevra, che abbiamo conosciuto nel fumetto dedicato a Stradivari: la passione per il genius loci, la ricerca dei dettagli storici e non solo. I personaggi reali sono verosimili, anche se si percepisce continuamente questa lotta tra bene e male che sembra avvenire su un piano ulteriore.

I buoni sono fin troppo buoni, i cattivi sono anche fisiognomicamente riconoscibili. Un manicheismo che semplifica le cose, ma forse toglie un po’ di spessore alle figure. In conclusione però un gran bel lavoro.

La parte grafica è fatta di colori pastello, per lo più con toni caldi. Di una gabbia che presenta una certa regolarità, sulle quattro righe e dodici vignette. Anche se ricchissime di variazioni sul tema, con qualche splash page e una bella dinamicità per metterla al servizio delle necessità della storia. Unendo righe o colonne, sia in orizzontale che in verticale, e facendo spesso allargare le vignette “non regolari” sullo sfondo della pagina.

Il registro grafico cambia solo quando si racconta di Orfeo, nei colori e nei modi, nel mostrare all’inizio l’interno del mantello del cantastorie, con le dodici vignette disegnate in ocra su sfondo nero. Soprattutto nell’organizzazione delle pagine, quando viene riportata nell’albo la rappresentazione del melodramma.

Queste pagine non modificano sostanzialmente lo stile grafico e dei colori, anche se la pagina corrispondente al primo atto è quella con i colori più chiari dell’intero albo. Pur mantenendo l’ordine delle quattro righe, la forma e l’organizzazione delle vignette diventa del tutto particolare.

Prima ornando le vignette con cornici di stampo rinascimentale-barocco adatte all’epoca, poi semplificandole, fino alla forma triangolare.

E con una concessione alla teatralità di Gianni De Luca, che per primo ha fatto muovere e parlare i personaggi in un’unica tavola, peraltro nella trasposizione a fumetti di opere di Shakespeare. Nel quarto atto, quello del tentativo di Orfeo di liberare la sua Euridice.

Da notare anche la progressione cromatica, dai colori chiari, ai freddi scuri, fino al rosso delle Baccanti.

Ancora una volta Kleiner Flug fa centro. Dando tanti spunti di interesse, storici, artistici e di curiosità. Un altro italiano prodigioso, con un legame forte con il territorio, che non è quello toscano in cui la casa editrice è ben radicata. Ma il legame con Cremona, anche grazie al Centro Andrea Pazienza, si sta facendo sempre più forte… Un vero e proprio genius loci.


Michele Ginevra, Francesca Follini
Monteverdi – Genius loci

Kleiner Flug 2018
64 pagg, colore, € 15

Cyrano a fumetti: una nuova proposta

Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac è stato un personaggio tra la realtà e la fantasia: uno scrittore/spadaccino realmente esistito dalla vita piuttosto avventurosa, che ha stimolato la fantasia di chi cercava storie interessanti da raccontare. E il suo nome francese ha sicuramente più fascino di quello italianizzato in Ercole Savignano.

In realtà la prima versione della storia di Rostand che ho visto è stata quella con protagonista Steve Martin in Roxanne, per anni riproposto tra i film del periodo natalizio. Non una pietra miliare della storia del cinema, salvo forse per il monologo sul naso, che modernizza quello nel primo atto dell’opera. Altre versioni cinematografiche sono state prodotte, fin dagli anni ’50 del secolo scorso.

In Italia, oltre alle grandi interpretazioni teatrali di Gigi Proietti e alla canzone di Guccini, anche il fumetto se ne è occupato.

Nel 2013 Stelio Fenzo ha portato a compimento una riduzione dell’opera di Edmond Rostand, ideata già venti anni fa, all’interno della collaborazione con Il Giornalino, ma mai conclusa con le Edizioni Paoline.

Il tratto carnale dell’autore veneziano ben ha sposato la fisicità irriverente dello spadaccino guascone.

E l’opera era comunque incanalata nel binario delle “riduzioni a fumetti” de Il Giornalino che, fin dai primi anni ’90, proponevano didascalicamente i contenuti dei capolavori della letteratura mondiale.

Grande fedeltà all’originale e un tratto che renda l’opera il più verosimile possibile, anche per un personaggio dall’aspetto grottesco come Cyrano. Una sorta di “invito alla lettura”, indirizzato agli adolescenti dell’epoca (tra cui il sottoscritto), con una corretta caratterizzazione storica del contesto e dei personaggi, dei vestiti e degli sfondi, come d’altra parte aveva fatto Rostand.

In questo recentissimo lavoro, invece,  Genny Ferrari, fumettista volterrana che fa parte del Tatai Lab, dà una versione forse più poetica.

Fin dalla copertina.

Il poeta dà le spalle alla battaglia combattuta a fil di spada.

Aprendo l’albo, diviso in atti, mantenendo la struttura teatrale, si evidenzia subito come il carattere della commedia prevalga sull’aspetto della tragedia sentimentale.

La storia è nota. Cyrano, poeta e spadaccino, innamorato di Rossana sua cugina (in realtà Maddalena Robin), aiuta invece Cristiano, di cui lei gli confida di essere innamorata.

Cristiano, cadetto dei guasconi, è però più bravo con la spada che con la penna. Cyrano diventa in tutto e per tutto il suo ghost writer ante litteram. Il giovane ottiene il successo amoroso che cerca, non senza rendere onore al suo mentore.

Ma il cattivo di turno, il conte De Guiche, infatuato della stessa Rossana  e suo comandante, lo manda a morire, per poi pentirsene anni dopo. E Rossana scoprirà la verità solo in prossimità della morte del secondo dei suoi innamorati. Leali con lei, e anche fra loro, forse ben più del lecito.

Genny Ferrari non modifica le battute e la scrittura in rima, più adatta al teatro. In effetti si tratta di un palcoscenico su carta: non a caso la collana di Kleiner Flug prende il nome di Teatro fra le nuvole. La storia è ambienta in una Francia che, nonostante sia in piena Guerra dei Trent’anni, ha colori pastello, frequenta i teatri e lascia spazio a difficili relazioni amorose. L’allestimento è realistico, ma poco sfarzoso. I personaggi caratterizzati con pochi tratti e una grafica piuttosto semplice.

E la guasconeria di Cyrano emerge fin dal suo ingresso in scena, insieme al suo naso. Parossisticamente lungo, segno di riconoscimento e fonte di ironia, con l’attenzione che si deve nell’irridere un grande spadaccino.

Il naso di Cyrano da solo fa capire che l’elemento della commedia è comunque prevalente. Le rime di Rostand completano l’opera. L’ironia e le sottolineature in rima, infatti, alleggeriscono anche gli eventi tragici.

Genny Ferrari propone infatti una versione delicata e attenta.

Oserei dire leggera.

Un po’ come Calvino nelle sue Lezioni americane cita lo “scrittore” Cyrano quando parla della leggerezza nella letteratura.

Il tratto e le fisionomie dei personaggi confermano questa leggerezza, in modi diversi.

Da una parte anche in situazioni drammaticamente critiche come gli scontri di cappa e spada, oppure dietro le linee della guerra, o in presenza della morte, le linee e i colori non cambiano registro.

Dall’altra la caratterizzazione grafica dei personaggi, le espressioni, ricordano, con le dovute proporzioni, i tratti di Miyazaki e Taniguchi, che sono mangaka la cui leggerezza è proverbiale. Anche se in relazione al primo, somigliano forse più ad alcuni suoi anime, e con una ulteriore semplificazione del tratto.

Basti guardare ad esempio agli uomini spesso baffuti. Oppure le espressioni dei visi, che sembrano prive di sentimenti negativi o di durezza.

Questo rende il lavoro accessibile a tutti i lettori, di qualsiasi età. E rievoca anche confronti piacevoli e schemi grafici in qualche modo consueti.

Anche la gabbia delle vignette e i balloon privi di contorni vanno nello stesso senso. A delimitare le vignette sono infatti gli stessi spazi bianchi, mentre i balloon sono colorati a tinta unita, in contrasto con i colori della vignetta in cui si trovano. Bianche, dove è possibile. Altrimenti con colori pastello molto tenui.

L’effetto è quello di una omogeneità e continuità anche grafica, per cui anche i giochi grafici, come le gabbie molto varie (interessante il fatto che i tre personaggi principali vengono introdotti con vignette circolari) e i balloon che aiutano lo scorrere del tempo, sono immersi in questa complessiva morbidezza.

Mancano quasi completamente, se si eccettuano rare eccezioni, le linee dinamiche e le onomatopee. Non che se ne senta la mancanza, proprio in virtù della leggerezza con cui viene affrontata l’opera. In questo modo il fumetto sembra una sequenza di immagini statiche.

Il contro di questo approccio è, a volte, l’affievolirsi nelle sottolineature dei sentimenti. Ad esempio, il bacio che Cristiano ruba a Rossana, non è il proverbiale apostrofo rosa tra le parole “T’amo”, ma una scena, che passa e quasi fugge senza lasciare traccia.

Lo stesso perdono di Rossana nei confronti di De Guiche a quindici anni di distanza dalla morte di Cristiano rimane piatto. In questo modo è Cyrano ad avere quasi il monopolio dell’emotività. Sottolineato dal rosso di cui veste.

Emotività che va di pari passo al senso dell’onore, anche questa prerogativa dei guasconi.

Una bella riduzione, con un taglio piacevolmente femminile. Ben scritta, ben disegnata. Non banale e con personalità, anche se evoca piacevoli sensazioni già provate.

Un’opera certamente originale, nei modi, anche se non nei contenuti, e un lavoro ben fatto!


Genny Ferrari
Cyrano

Kleiner Flug, marzo 2019
64 pagg, colore, cm 21×28,5, € 15,00

Comics&Science: stelle a fumetti

Finalmente si parla di stelle!

Uno degli argomenti mai toccati finora nei numeri di scienza a fumetti di Comics&Science è lo spazio. Il suo studio, l’esplorazione e la tecnologia che l’umanità ha messo in campo negli ultimi anni è protagonista assoluto di questo The Stellar Issue.

Nell’anno in cui si festeggia il cinquantesimo anniversario dell’arrivo dell’uomo sulla Luna, la scienza a fumetti del CNR non poteva non dedicare un numero a tutto ciò che è al di fuori dei confini della nostra atmosfera.

Per parlarne Andrea Plazzi e Roberto Natalini hanno scomodato (come d’altra parte nei numeri precedenti) dei nomi di assoluta eccellenza:

  • Amedeo Balbi, astrofisico e divulgatore noto anche al grande pubblico
  • Licia Troisi, una delle scrittrici più prolifiche (e lette) in Italia degli ultimi 15 anni, anche lei con un dottorato in astrofisica
  • Carmine Di Giandomenico, disegnatore abruzzese a lungo titolare di Flash

Insieme a Mario Natangelo e a Walter Leoni, autore di Totally Unnecessary Comics.

Insomma, ancora una volta un parterre di tutto rispetto, che ci aiuta a capire come il fumetto stia diventando sempre più un veicolo importante per la cultura. Anche quella scientifica.

E dopo ZeroCalcare che parla di particelle e acceleratori, eccoci a uno degli altri grandi e affascinanti temi della fisica. Dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande.

Dalle più piccole componenti della materia e dalle particelle che originano la stessa struttura dell’universo, alle grandi domande sull’origine e la fine del cosmo. Sul come e perché si può viaggiare tra le stelle.

Così la storia principale, La fanciulla e il drago, appunto, ci racconta del confronto/scontro tra (apparente) superstizione e scienza.

Perché se è vero che le stelle non sono uova di drago, ci piace pensare che ci sarà sempre una supereroina pronta a difenderci dal drago che ne nascerà, e pronta a raccontarci la sua storia, che ci dà una versione più tranquillizzante sulla fine di una stella e dei pianeti che la circondano.

La storia non è originalissima (la vecchia signora che racconta è l’eroina che ha salvato il mondo, come accade a volte nei miti), ma è ben architettata. I disegni di Alessandro Micelli su matite di Carmine Di Giandomenico si stagliano sugli sfondi astronomici dipinti da Leo Colapietro. I colori sgargianti del cosmo sono la scenografia ideale per la natura epica del racconto, disegnato con dinamicità e dettaglio.

Le non molte (ventuno) pagine trasmettono una grande energia e senso del mistero. Perché la natura delle stelle è stata a lungo una incognita: non si sapeva l’origine dell’energia che hanno dentro, da quanto tempo esistessero, quale fosse la loro natura e il motivo della loro esistenza.

C’è voluta la fisica moderna e contemporanea, la rivoluzione di inizio Novecento per dare agli scienziati gli strumenti dell’infinitamente piccolo che hanno rivoluzionato la comprensione dell’infinitamente grande. Per comprendere che quei puntini a lungo ritenuti stelle fisse, dei simulacri quasi microscopici del fuoco infinito, sono in realtà la fucina della materia dell’intero universo. La massa visibile, che si contrappone alla misteriosa e sfuggente materia oscura. Insomma, l’unica parte dell’universo che “vediamo” con facilità.

E ancora oggi facciamo nuove eccezionali scoperte su di loro. Ad esempio quella, avvenuta grazie alle recenti onde gravitazionali, della reale origine degli elementi transferrici (le kilonovae). Ed è di questi giorni la riapertura della campagna di ricerca, ricca di aspettative.

Per capire meglio cosa succede quando due draghi si scontrano tra loro.

Poi ci pensa l’intervista eccezionalmente condotta da Amedeo Balbi ad aiutarci a capire come è nato questo fumetto, dalla scrittura, fino ai colori. E ad approfondire le relazioni degli artisti con l’astrofisica.

Ma non si parla solo di stelle.

I redazionali scientifici esplorano (è proprio il termine esatto) la possibilità della colonizzazione dello spazio, considerando che fatichiamo ad arrivare a poche centinaia di chilometri dalla superficie terrestre e a portare anche piccole colonie su superfici che non siano quella terrestre.

Poi ci portano intorno ai sistemi stellari binari, quelli formati da (almeno) due stelle, e dei quali oggi, grazie ancora una volta alle onde gravitazionali, conosciamo sempre meglio la fisica.

Completano il numero un piccolo ritratto del mestiere, di Giada Rossi, astrofisica in quota OrgoglioNerd e l’intervento di Paco Lanciano che ci spiega la sfera di Dyson, viaggiandoci intorno sulla Panda™ di Davide La Rosa.

Ormai il semestrale del CNR è diventato un contenitore adulto. Andrea Plazzi e Roberto Natalini coinvolgono a ogni numero esponenti importanti del mondo del fumetto e della cultura italiana, insieme a istituzioni e personaggi di primo piano del mondo scientifico nostrano che, nonostante subisca tagli e sia umiliato da terrapiattisti e antivaccinisti, è all’avanguardia in moltissimi campi.

Ad esempio, quanti sanno che uno dei rivelatori di onde gravitazionali attivi nel mondo si trova tra Pisa e Cascina? O che la ricerca italiana è da decine di anni all’avanguardia nello studio dell’evoluzione delle stelle? O che la scala di pericolosità degli asteroidi si chiama Scala Torino?

Giovedì 11 aprile all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il numero è stato presentato da buona parte del cast con l’aggiunta di Silver e Marco Cattaneo, direttore de Le Scienze.

L’importanza dell’amore – Days of Hate di Aleš Kot e Danijel Žeželj

Days Of Hate 2Tra i colori primari additivi, il colore rosso calcola dalle 15 alle 37 gradazioni, che spaziano dal carminio al terracotta, dal pompeiano al rosa shocking. Escludendo le definizioni scientifiche in base alle coordinate cromatiche, negli ultimi anni l’accezione politica del colore rosso ha subito un drastico cambiamento. Sinonimo della lotta comunista, l’accesa tonalità del rosso è stata adottata come “simbolo” da indossare per i sostenitori delle politiche del 45º Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un salto da un lato all’altro dello spettro – una bestemmia, per la colorimetria. Questo preambolo potrebbe risultare decontestualizzato, tuttavia è necessario notare quanto il colore rosso, che trionfa in copertina, e relativa simbologia diventino una chiave di lettura fondamentale nell’analisi dell’opera Days of Hate di Aleš Kot e Danijel Žeželj.

Pubblicato in Italia dall’audace Eris Edizioni, Days of Hate potrebbe essere considerato un thriller fantapolitico dalle sfumature distopiche. Il condizionale è d’obbligo, in quanto Days of Hate manifesta uno schiacciante e oppressivo senso di concretezza sin dalle prime pagine. Kot non riempie le pagine di città futuristiche e astratte, claustrofobiche,  Žeželj non ritrae personaggi dal look cyberpunk – non presenta una effettiva “realtà alternativa”. Al lettore, gli autori mostrano uno squarcio d’America terribilmente attuale, distorta nelle proprie narrative ultra-nazionaliste, pervasa dall’odio per chiunque la pensi in maniera diversa o mostri un lato più umano e razionale, meno aggressivo e feroce.

Tristemente, dunque, gli U.S.A. di Kot e Žeželj sono paurosamente simili alla realtà. Quella riempita di cappellini rossi, che siedono sulla testa di persone convinte che l’America possa tornare al suo splendore a discapito degli “Altri”, chiunque essi siano. Il rosso spicca, colpisce l’occhio, rispecchia la voglia di potere e l’ambizione, il fervore di chi dedica la propria vita a uno scopo, positivo o negativo che sia, come la rincorsa alla lotta, feroce e all’affermazione del proprio ego.

La storia di Days of Hate comincia nel 2022. Il primo dialogo tra due protagonisti, Arvid e Amanda, chiarisce subito il valore dell’Odio, presente anche nel titolo. Dal 2016 fino all’inizio dell’opera, i giorni dell’odio hanno avviluppato l’America in una stretta mortale, che sembra aver soffocato qualsiasi sentimento amorevole, soppresso qualsiasi forma di tolleranza e accettazione. Gli atti terroristici che scatenano gli eventi della trama sono, per Kot, un pretesto per puntare chiaramente il dito verso i movimenti di estrema destra, mascherati sotto il moniker di alt-right. Sin dalla prima vignetta della prima pagina, Kot e Žeželj mettono in bella vista una svastica dipinta sul muro, non si sa se con vernice rossa o addirittura con del sangue. Moschee, sinagoghe e raduni, feste LGBTQ+ diventano obiettivi da distruggere, da bombardare di molotov. In questo contesto va inserita l’odissea della resistenza di Arvid e Amanda, parte della “sinistra” – che Kot tiene lontana dai controversi movimenti antifa – costretta a reagire in maniera altrettanto violenta. Gli Stati Uniti del 2022 sono illustrati da una divisione profonda e lacerante, fieramente supportata da motti come America First!, invasi da campi di lavoro per «i più difficili da controllare, che rubano, si ribellano e non rispettano le leggi di questo paese».Days Of Hate 3In Days of Hate gli autori hanno creato la distopia esasperando la realtà attuale, eliminando qualsiasi forma di confronto. L’alt-right ha vinto, l’opposizione politica e pseudo-terroristica di sinistra è costretta a una guerra di reazione e l’America è di nuovo “grande” per chi ha fatto dell’intolleranza il suo modus vivendi.

Superato l’incipit della trama e quello che sarà lo scheletro degli eventi di questo primo volume, Ales Kot ramifica la narrazione presentando una seconda coppia di personaggi. Viene a crearsi uno specchio tra i protagonisti: da un lato, Arvid ed Amanda, dall’altro Huian Xing e Peter Freeman. Peter Freeman dà la caccia ai nemici dello stato, i dissidenti, i ribelli. Huian Xing ha la possibilità di  vendicarsi e consegnare Amanda, l’amor perduto della sua vita, al Governo degli Stati Uniti.

Days Of Hate 3Freeman è l’Uomo dell’Odio, un agente governativo bello, bianco e ateo che non si preoccupa a incalzare, minacciare e insultare chi gli sta attorno. Ama la sua famiglia, ma anche l’amore, per Freeman, risulta freddo, trattato con sdegno e superbia. Una pratica burocratica vuota, senza emozione e distaccata, contrapposto alla frustrazione di Arvid, brutalmente separato dalla moglie Taraneh e dal figlio Nassim. Due personaggi ai poli opposti: il “ribelle” Arvid cerca una via, anche disperata, per riunirsi con i suoi cari, che per lui valgono piú della sua stessa vita; Freeman, al contrario, tratta con sufficienza ciò che ha, preferendo concentrarsi, al punto dell’ossessione malata, sul suo lavoro.

Un personaggio detestabile, arrogante e fiero di sé: il suo credo politico ha vinto in maniera schiacciante e la presunzione di Freeman è splendidamente giustificata dalla spocchia di chi, con troppa fiducia nelle proprie ideologie, ha guardato all’ascesa dei nazionalismi e sovranismi come una moda del momento. In un solo personaggio, Kot riassume il quadro politico e la discussione seguente alle ultime campagne presidenziali statunitensi – una critica super partes che mostra il fascino dei vittoriosi così come le loro peggiori sfumature.

Lo squallore americano prende vita su pagina grazie alle matite graffianti, appesantite dal nero delle chine di Danijel Žeželj – dalle soffocanti luci al neon cittadine, alle truppe militari a ogni angolo, con i protagonisti in giro per motel e bettole e gli ampi stralci d’autostrada, immersi nel deserto o tra le montagne, l’America di Žeželj é un paesaggio deprimente che sembra cercare ossigeno dal marcio che ne abita il territorio. Grazie ai colori di Jordie Bellaire, l’artista croato immerge le sue figure taglienti ed esili in ambientazioni amare e ricche di particolari, siano questi gradevoli o spiacevoli. Come per il paese descritto da Kot, nel tratto di Žeželj  non ci sono mezze misure: i dialoghi sono pesanti, carichi di emozioni, dalla rabbia alla tenerezza e le tavole si dividono in vignette a rapida successione, inquadrature a primo piano che mostrano i volti esasperati, stanchi e collerici dei protagonisti.

Eppure, c’è ancora spazio per la tenerezza. Kot resiste alla tentazione misantropica e si rifugia in quegli angoli di umanità che l’America nasconde nelle sue pieghe, quasi vergognosamente, in silenzio. Days of Hate si tinge con colori opachi e fumosi, colora l’amore con le sue tonalità calde. In questi giorni pieni d’odio, in cui l’amore sembra ingiusto e quasi illegale, per citare il dialogo clou di questo primo volume, il rosso torna a essere il colore della passione amorosa nei tiepidi, romantici ricordi di Amanda e Huian Xing. Un amore perduto, strappato e bugiardo. Un amore ricco di dolcezza, di comprensione, di difficoltà, ma anche di tolleranza e carica erotica.

Quanto e più dell’intreccio principale, l’amore di Amanda e Huian riempie la mente del lettore con immagini struggenti e poetiche, raccontate dalla voce di chi ha visto quell’amore infrangersi contro la triste realtà della vita. I gruppi d’odio, le parole al veleno e lo squallore diventano un triste sottofondo per un delicatissimo frangente che mostra l’Ales Kot più sensibile e il lato vellutato delle rigide matite di Danijel Žeželj. Days Of Hate 4

La chiusura di questo primo volume di Days of Hate lascia aggrappati al più classico dei cliffhanger – un colpo di fucile che rompe il silenzio, un proiettile nell’aria, ma nessuna certezza sul suo destino. Il viaggio attraverso l’America distopica – ma non troppo – degli autori ne illustra le brutture e le parti più torbide. L’analisi del mondo come lo conosciamo si trasforma in un tetro monito per il futuro: l’amore diventa un interludio dolce e amaro allo stesso tempo.

Il colore rosso che abbaglia in copertina si riflette nelle pagine – il rosso del sangue, di un cappellino Make America Great Again che c’è, ma non si vede; il rosso del cuore che batte forte, stretto tra le braccia di chi amiamo e il rosso degli occhi di ha reso l’odio la normalità.


Aleš Kot (testi), Danijel Žeželj (disegni), Jordie Bellaire (colori)
Days of Hate, vol.1
Eris Edizioni, 26 febbraio 2019
colore, € 17,00
ISBN 9788898644612

Wednesday Warriors #29 – Da Spider-Man a Wonder Twins

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

FRIENDLY NEIGHBORHOOD SPIDER-MAN #5 di Tom Taylor e Yildiray Cinar.

Nel Febbraio del 2002, in America, venne pubblicato The Amazing Spider-Man #38 di J.M. Straczynski e John Romita Jr. In quel numero, una stoica ma profondamente ferita zia May affrontò il nipote Peter Parker, mettendolo di fronte alla nuda verità. Dopo il devastante scontro con Morlun e la vita del nostro Amichevole Spider-Man di Quartiere sconvolta dall’abbandono di Mary Jane e dal suo nuovo status quo editoriale, il confronto tra zia e nipote cambiò per sempre le dinamiche tra i due, rimuovendo il segreto che aveva ancorato a terra le loro vite da troppo tempo. The Conversation passò alla storia, affermandosi come uno dei numeri migliori della lunghissima gestione Straczynski proprio per la toccante umanità con la quale Peter e sua zia affrontarono il tremendo discorso riguardo l’identità dell’Uomo Ragno.

A diciassette anni di distanza, Tom Taylor e Yildiray Cinar propongono una nuova, intima conversazione tra Peter Parker e zia May nel quinto numero di Friendly Neighborhood Spider-Man. Ci troviamo di fronte al rovescio della medaglia – con Straczynski e Romita Jr. potemmo osservare la reazione di zia May alla scoperta del Ragnesco segreto di Peter. In questa occasione, è Peter a dover far fronte ad un terribile male che attanaglia zia May, un problema drammaticamente umano e che non può essere risolto svolazzando per New York.

Ma il primo pensiero di Peter è proprio quello di fuggire, di rifiutare la notizia. La assimila, la comprende, esprime ciò che pensa ma gli risulta difficile mandarla giù e affrontarla di petto. La sua fuga nella notte, sotto la maschera dell’Uomo Ragno, ha un significato radicalmente diverso se confrontato con la storia del 2002, in cui Spider-Man si lanció in volo sulla città soltanto nell’ultima pagina, libero dal peso della sua identità segreta. Due segreti diversi, due pesi diversi e – di conseguenza – due storie che si sviluppano in maniera differente.

Fortunatamente, la notte newyorkese è ricca di crimini e c’è sempre modo di distrarsi: un frenetico inseguimento per le strade permette a Spidey di volteggiare tra i palazzi, mostrando la sua muscolare dinamicità. Rispetto al più educato e plastico Juan Cabal, artista che tende a giocare più con la tavola che con le figure, Yildiray Cinar si lascia accompagnare dai testi di Taylor in una movimentata danza tra le auto della polizia. Dinamico, Cinar spezza volentieri l’ordine delle vignette per evidenziare il moto del suo Uomo Ragno, agile e potente.

La narrazione cambia ritmo e si fa più pacata una volta che Taylor riafferma il nucleo, il cuore pulsante di Friendly Neighborhood Spider-Man. Una volta rivelata l’identità dello sventurato ladro d’auto che ha occupato la notte di Spidey, per Tom Taylor e il nostro protagonista torna la necessità di fermarsi a riflettere sulle responsabilità verso i nostri cari – e ciò che siamo disposti a fare pur di farli sentire bene. Largo spazio di Friendly Neighborhood Spider-Man viene lasciato alla componente umana e “patetica” – nel senso alto del termine. Tom Taylor ha posto la sua storia su un gradino diverso dalla serie principale Amazing Spider-Man. Se quest’ultima mette in risalto il Ragno e il suo canone narrativo prettamente supereroistico, a Taylor resta l’Uomo, il Peter Parker che cerca, in tutti i modi, di trovare la forza necessaria a combattere un nemico che non sia Big Wheel o l’Hobgoblin.

L’importanza di The Conversation per Straczynski e Romita Jr. si ripropone in Not Running di Tom Taylor e Yildiray Cinar. Storia che diventa un perno fondamentale per il futuro dell’Uomo Ragno, che cambia radicalmente le dinamiche del rapporto tra zia May e suo nipote Peter. Umani, fragili, spaventati ed insieme invincibili.

Gufu’s Version

WONDER TWINS #3 di Mark Russell e Stephen Byrne

Nel terzo numero di Wonder Twins, Mark Russell e Stephen Byrne continuano a stupirci per l’eleganza con cui riescono a destreggiarsi sulla linea di confine tra la commedia e la critica sociale.
Come già visto nell’albo precedente gli autori mettono sotto la lente di ingrandimento l’aspetto ciclico tipico del fumetto supereroico, dove tutto cambia costantemente per restare sempre uguale. Non a caso la storia si apre con una lezione sul mito di Sisifo e la metafora della perseveranza assume un valore diverso quando applicata al concetto di supereroe così come trattato nella produzione mainstream: i superpoteri non sono più il vero discriminante, non sono ciò che davvero fa la differenza.

 “…you save the world one act of kindness at a time”

Quella di Russell è una commedia imperniata sul paradosso dell’inutilità del supereroe in quanto tale, gli stessi villain ridicoli della “Lega del Fastidio”, che come i migliori clown tradiscono un sottotesto drammatico nascosto dal cerone, rifuggono da qualsiasi ipotesi di utilità (quand’anche questa si prospetti come un brillante piano criminale) per preferire il classico gioco del buono contro il cattivo.

Questo paradosso viene poi sottilmente rilanciato verso il mondo reale tramite il racconto delle origini di Bleep, la scimmietta di Zan, che tanto ricorda l’episodio di Flintsotnes in cui lo stesso Russell ci raccontava la vita degli animali/elettrodomestici di Fred & Soci.
Quante volte, nella nostra vita di tutti i giorni, abbiamo affrontato un problema prendendo a pugni qualcuno? E quante di queste volte la violenza è stata risolutiva? La dinamica tipica del supereroe, per quanto avvincente, è distante dalla realtà come la più ardita delle speculazioni fantascientifiche.
La salvezza della piccola scimmia, la cui vita precedente era funestata dalla violenza dei suoi proprietari, non è veicolata da una scazzottata tra i pugni dei giovani protagonisti e i perfidi aguzzini di Bleep, bensì da un atto di gentilezza di Zan e Jayna.
“…one act of kindness…”

Sebbene Wonder Twins si presenti come una commedia adolescenziale dall’aspetto camp, in virtù delle succitate scelte, risulta essere caratterizzata da una narrazione fortemente realistica ed è in questo sostenuta dai disegni di Stephen Byrne che modella l’atmosfera della serie sulla base dei cartoon Hanna Barbera degli anni 70/80 aggiornandone l’iconografia alla sensibilità contemporanea. L’economia del tratto, la sua sintesi e pulizia colloca i personaggi della serie tra quelli con cui è facile identificarsi, che si avvicinano alla nostra intima percezione del mondo.

Al netto di alcune rigidità di certe pose, il disegnatore restituisce dei personaggi talmente credibili da risultare a tratti disturbanti agli occhi di chi è abituato alle iperboli del linguaggio supereroistico: il Superman di Byrne è un uomo in calzamaglia e mantello, i supercriminali sono dei tizi in pigiami colorati e così via. Tutte le vicende risuonano estremamente umane e terrene.
La forza del lavoro di Russell e Byrne qui è quella del riuscire a parlare di gentilezza e bontà senza avere il timore di essere etichettato come “sdolcinato” o peggio “buonista”.

Wednesday Warriors #28 – War of the Realms

WAR OF THE REALMS #1 di Jason Aaron e Russell Dauterman.

Bam’s Version

Si dice che un’opera va valutata, complessivamente, al netto della sua conclusione. L’ultimo capitolo di una storia lunga dieci anni può distruggere, oppure esaltare, l’intera strada percorsa dagli autori. Jason Aaron questo lo sa bene – ed è per questo che War Of The Realms va considerato il momento più importante del “suo” Thor.

In una decade editoriale segnata dalla paranoia del reboot e dalla psicosi del rilancio compulsivo, la Marvel ha saputo mantenere salda la direzione narrativa del Dio del Tuono. Da Thor God Of Thunder del 2012 ad oggi, Jason Aaron ha riscritto il mythos del Tonante, toccando presente, passato e futuro, giocando con la natura divina e mortale del figlio di Odino, privandolo del suo Mjolnir e raccontando, nel frattempo, del Macellatore di Dei Gorr, dell’ascesa di Jane Foster, della natura ingannevole di Loki e i suoi disperati tentativi di redenzione. Ma facendo un passo indietro e osservando questi sette anni di storie come un unico, grande quadro d’insieme, il Thor di Jason Aaron è la storia di Asgard, dei suoi dogmi e della caduta dei Nove (anzi, Dieci) Regni come li conoscevamo.

War Of The Realms #1 comincia con una meravigliosa mappa del mondo, illustrata da Russell Dauterman – l’Albero della Vita si dipana agli occhi del lettore. Una voce fuori campo illustra con dovizia di dettagli gli eventi che hanno portato all’imminente Guerra dei Regni. Il narratore esterno ci accompagna per mano, chiarendo punti oscuri per gli appena arrivati alla lettura, mettendo in chiaro lo stato d’animo turbolento dei protagonisti, indugiando sulle loro emozioni.

Le prime pagine sono il campanello d’allarme per il lettore. War Of The Realms cambia tonalità, adottando un mantello scuro per raccontare il lato torbido della guerra. Jason Aaron non è mai stato autore lezioso, né tantomeno è solito scrivere con il guanto di velluto. Aaron è un calcolatore, amante dei momenti eroici quanto degli atti più sordidi e brutali. Le trame a lunga gittata si confondono con le macchinazioni di Malekith, che studia il momento migliore per colpire Asgard – ciò che ne resta, almeno – al cuore, mettendo in scena un efferato delitto che cattura l’attenzione e shocka, stupisce, disgusta.

Il Signore degli Elfi Oscuri raggiunge il culmine, l’apice del proprio lunghissimo arco narrativo. Una storia ignobile, raccontata all’ombra delle vignette e nelle note a pié di pagina del Thor di Aaron. Malekith ha saputo dimostrarsi un villain infingardo, spietato e trucido, capace di ingannare e pianificare ogni singola mossa, approfittando della distrazione dei vari Dei del Tuono (e non) che si sono avvicendati. La Guerra dei Regni non è figlia di un incidente, tutt’altro. Per chi ha seguito la serie del Tonante dal 2012 ad oggi, è impressionante notare il meticoloso lavoro di scrittura di Aaron, capace di distillare gocce di trama verticale in sette anni di storie.

Il raggio d’effetto e la scala di War Of The Realms permettono a Jason Aaron di slegarsi da Thor e dal suo “microuniverso”. Sembra un paradosso: un crossover nato dalle pagine della serie che separa il proprio autore dai personaggi che ha scritto finora. Più di Fear Itself o Original Sin, la Guerra dei Regni apre il proprio campo di battaglia in maniera del tutto autonoma, indipendente e, comunque, pregna di ciò che ha reso grande questa run di storie sul Dio del Tuono.

L’albo segna l’esatto momento di transizione tra l’Aaron di Thor e l’Aaron di Avengers. I due mondi “separati” dell’autore si uniscono, aprendo la strada ad interessanti interazioni tra personaggi. L’Uomo Ragno fa una comparsata, il primo a rendersi conto della massiccia presenza Asgardiana a Manhattan.
Tocca all’Amichevole Spider-Man di Quartiere alleggerire la tensione con una raffica di battute capaci di indispettire anche la stoica Lady Freyja.

Il team artistico Dauterman / Wilson della Mighty Thor ha segnato (e disegnato) uno dei punti più alti dell’intera gestione Aaron. Il loro ritorno per questo #1 di War Of The Realms manifesta l’immensa fiducia concessa loro dalla Marvel, ripagata con una prestazione straordinaria ed impressionante. Midgard e l’Universo Marvel si trovano a dover affrontare una minaccia mai vista prima d’ora e, di conseguenza, Dauterman e Wilson fanno di tutto per mettersi in mostra, rendendo l’esperienza fresca, dinamica ed esaltante. Balzano agli occhi i colori brillanti, lo schema delle vignette irregolare e fluido, imprevedibile e caotico – ma mai confusionario. Dauterman gestisce dozzine di personaggi per pagina, circondati di effetti particellari che rendono tangibile la devastazione di New York: le macerie si accumulano nelle strade, deturpate dall’avvento di troll, Giganti di Ghiaccio, Elfi Oscuri e Angeli.

L’evento Marvel dell’anno è appena iniziato – con sangue, combattimenti forsennato, artisti fuori scala, narrazione serratissima e una ricca dose di colpi di scena da metabolizzare. War Of The Realms #1 è titanico e, a chiusura di “questo” Thor, non ci si sarebbe mai potuti accontentare di un semplice epilogo. Jason Aaron ha intenzione di chiudere il suo ciclo proprio come lo aveva cominciato: con i rombi del tuono ed i tamburi di guerra.

Gufu’s Version

I maxi-eventi, si sa, sono fatti per vendere: ne consegue che chiunque sia chiamato a gestirne uno deve prevedere una mole di lettori che esula dal solito bacino di utenza di questa o quella singola testata. Allo stesso modo gli autori sono chiamati a gestire un parco personaggi che comprenda tutti (o quasi) gli eroi della Casa Editrice dando a ognuno di questi il giusto spazio e la corretta caratterizzazione.
Sotto molti punti di vista possiamo dire che si tratta di una tipologia di storia che è tra le più difficili da realizzare: bisogna essere appetibili a un pubblico più ampio possibile, con una storia comprensibile a chiunque non abbia alcuna conoscenza della storia pregressa ma che non annoi i lettori più fedeli, rispettando e dando il giusto spazio a tutti i personaggi senza svilire l’intreccio.
Una gatta da pelare non da poco quindi.

Jason Aaron decide di complicarsi la vita scegliendo War of the Realms come teatro per lo showdown finale di tutte le trame cominciate dieci anni or sono con Thor God of Thunder #1.

Questo primo albo di WOTR è quindi comprensibilmente scritto e articolato con una particolare attenzione verso i nuovi lettori: c’è un prologo corredato da un riassunto introduttivo che ci dice tutto il necessario alla comprensione di quello che andremo a leggere.
Ma non basta: per evitare una vera e propria partenza in medias res gli autori inseriscono nelle prime pagine quello che in gergo si chiama “un evento scatenante” che, sebbene sappiamo che le trame di Malekith abbiano radici ben più profonde, offre al lettore un punto di partenza per una lettura più soddisfacente e meno disorientante.
Per fare un paragone letterario è un po’ come leggere Il Signore degli Anelli: la celebre trilogia di Tolkien non è che una minima parte del gigantesco affresco dipinto dal professore britannico, nondimeno chiunque lo affronti non accusa particolari sbandamenti perché quella porzione di storia è autosufficiente senza avere la pretesa di essere esaustiva della mitologia della Terra di Mezzo. Anzi, gran parte del fascino dell’opera di Tolkien sta proprio nel fascino del mistero di un mondo e di una Storia dalle proporzioni mitologiche.

Il paragone non è casuale in quanto il taglio conferito da Aaron a WOTR è un curioso composto letterario/fumettistico fatto di climax e anticlimax, pathos e bathos, che inizia con uno stile significativamente epico per poi svilupparsi su binari più smaccatamente supereroistici indulgendo forse eccessivamente nella ricerca della gag volta a sdrammatizzare.

Non meno efficace è la (ri)presentazione del villain di turno: Malekith è una figura ben nota ai lettori di Thor sin dai tempi della run di Walt Simonson ma, come detto, va introdotto anche a chi conosce il Dio del Tuono in maniera superficiale.
Qui gli autori adottano una delle soluzioni più classiche ed efficaci normalmente usate negli Shonen Manga: la pericolosità di Malekith viene ben esplicitata sia dalle sue prime azioni su Asgard – mettendo fuori gioco un noto personaggio – che dimostrandosi più ingannevole del più noto ingannatore dell’universo Marvel – anzi, la struttura delle prime pagine che lo vedono protagonista riesce anche a ingannare i lettori stessi a ogni svoltare di pagina – riproponendo quello schema del “nemico progressivamente più forte rispetto al precedente” che ha fatto la fortuna di fumetti come Dragon Ball e simili.

Si tratta quindi di un primo albo dai fortissimi intenti introduttivi che, come tale, predilige innanzitutto la chiarezza espositiva: in questo risulta fondamentale l’abilità di Russel Dauterman di articolare con chiarezza tavole ricche di complessi dettagli. Il modo in cui il disegnatore riesce a costruire dei layout complessi e quasi mai ortogonali in maniera incredibilmente funzionale al racconto dovrebbe essere oggetto di uno studio approfondito che non troverebbe il giusto spazio in questa sede.

WOTR parte quindi in maniera decisa e incalzante ma con un occhio di riguardo nei confronti dei nuovi arrivati.

LA STAR DE IL TRONO DI SPADE: JEROME “bronn” FLYNN A COMICON

Jerome Flynn, attore britannico che interpreta l’eroico e irriverente mercenario Bronn nella serie tv Il Trono di Spade, sarà ospite di COMICON. Spalla e uomo di fiducia di Jaime Lannister, Bronn è stato ed è una delle grandi rivelazioni della serie ed è oggi tra i personaggi più amati dai fan: imbattibile uomo d’armi ma anche capace di dispensare ottimi consigli, affidabile in guerra come nelle trattative, purché ci sia di mezzo qualche moneta d’oro… o magari la promessa di un castello.Flynn incontrerà il pubblico sabato 27 aprile, alle 15.30, presso l’Auditorium del Teatro Mediterraneo della Mostra d’Oltremare, per discutere e festeggiare la stagione finale de Il Trono di Spadee raccontare i suoi prossimi progetti.

Jerome Flynnè un attore britannico conosciuto per il ruolo del caporale Paddy Garvey nella serie televisiva Soldier Soldiere del mercenario Bronn nella serie televisiva Il Trono di Spade. È membro del duo di cantanti Robson & Jerome.

Ha debuttato 1986 nel film TV London’s Burning. Successivamente ha recitato nello show di ITV The Fear (1988) e nella serie poliziesca Between The Lines (1992). A partire dal 1990 ha interpretato il caporale Paddy Garvey nella serie Soldier Soldier. Durante un episodio Flynn e Robson Green hanno cantato Unchained Melodyottenendo un successo tale da portarli a registrare la canzone come singolo e raggiungendo la prima posizione in classifica nel 1995. Dal 2011 interpreta Bronn nella serie tv Il Trono di Spade. Nel 2019 tornerà al cinema con John Wick 3: Parabellum.

La stagione finale de Il Trono di Spadedebutterà in onda, in contemporanea con HBO, su Sky Atlantic e in streaming su NOW TV dalle 3 della notte fra il 14 e il 15 aprile. Sarà disponibile anche su Sky On Demand.

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Spider-Man: un nuovo universo. Un weekend con Sara Pichelli!

Spider-man: un nuovo universo sarà disponibile dal 10 aprile in dvd, blu-ray, blu-ray 3d, 4k ultra hd e digital hd con Universal Pictures Home Entertainment Italia organizza un weekend imperdibile per gli amanti del fumetto e dell’animazione insieme a Sara Pichelli, premio Oscar per Spider-man: Un nuovo universo.

Sara Pichelli, co-creatrice del protagonista Miles Morales e orgoglio italiano in questa vittoria agli Oscar, parteciperà a diversi eventi in compagnia di Universal Pictures Home Entertainment Italia per celebrare l’uscita del film in tutti i formati home video e firmare delle esclusive tavole disegnate per chi effettuerà l’acquisto del prodotto. L’artista ha lavorato inoltre per diversi titoli Marvel, tra cui Namora e il più importante Ultimate Comics: Spider-man vol.2.

Il programma si divide in due tappe, Milano e Roma, per accontentare tutti i fan. Il weekend comincia a Milano, venerdì 12 aprile, con appuntamento alle 14.30 alla Fumetteria Super Gulp (Alzaia Naviglio grande, 54), a pochi passi dalla Darsena di Milano e dalla stazione di Porta Genova. A seguire, Sara Pichelli sarà al Mondadori Store di Via Marghera, 28 alle 16.30 per un altro imperdibile incontro con il pubblico.

Sabato 13 aprile, l’animazione da Oscar si sposta a Roma, con un appuntamento da Feltrinelli in Largo di Torre Argentina alle ore 16. Il giorno successivo, domenica 14, il programma si concluderà con un incontro presso la Feltrinelli di Viale Marconi, 188 alle ore 17.30.

L’attività permetterà agli amanti del fumetto e dell’amabile Spider-man di quartiere di conoscere l’autrice del nuovo protagonista Miles Morales, per celebrare il film d’animazione dell’anno e lasciarsi trasportare nelle fantastiche avventure dello Spider-verse!

Goldrake in home video, un sogno che si avvera!

Siamo su Fleed, pianeta di una non meglio specificata galassia, la cui popolazione è preda della violenza dell’esercito di Re Vega: despota intento a mire espansionistiche nel cosmo. La resistenza degli abitanti è messa a dura prova tanto che lo stesso principe, Duke Fleed, è costretto a fuggire a bordo di Goldrake, robot dai grandi poteri. La disperazione porta il nostro a raggiungere la Terra dove verrà accolto, sotto mentite spoglie, dal professor Procton e la sua famiglia. La battaglia con Vega però non è ancora finita…

Questo è l’incipit di UFO Robot Goldrake, il cartone animato giapponese che più di ogni altro è riuscito a creare qualcosa di unico e indimenticabile nel panorama televisivo italiano. Dopo quel 4 aprile 1978, l’intrattenimento per i più giovani (e non solo) cambiò radicalmente: era iniziata l’invasione dei cartoni animati giapponesi!

Sono passati 41 anni ormai dalla prima messa in onda italiana del robot gigante nato dall’immaginazione di Go Nagai, ma ancora oggi Goldrake risiede nei cuori di tanti appassionati che, ora come allora, sono affascinati dalle vicende di Duke Fleed.

La pubblicazione di un’edizione home video è stata da sempre oggetto di numerose dispute circa la detenzione dei diritti per l’estero. Dopo anni bui di pirateria ed edizioni import di dubbia qualità, solo nei primi del 2000 con la D/Visual la speranza di avere in casa un’edizione ufficiale in DVD si concretizzò. Peccato però che gli ultimi due dischi non furono mai pubblicati, lasciando così un vuoto incolmabile nelle librerie degli appassionati.

Ci vollero circa 10 lunghi anni di attesa e la collaborazione fra Yamato Video, RCS e La Gazzetta dello Sport, per assistere alla nascita di un’edizione in DVD completa e fedele alla programmazione tv italiana. Distribuita nel circuito delle edicole, la soluzione, come c’era da aspettarsi, venne molto apprezzata, tant’è che la formula è stata poi riproposta per altri titoli di notevole richiamo.

In molti (me compreso) non cedettero però alle lusinghe dei lucidi dischi, speranzosi che prima o poi sarebbe arrivata un’edizione migliore… e questo momento è arrivato!

Quella che abbiamo il piacere di presentare è la versione in bluray edita da Anime Factory, prodotta nel 2018 in concomitanza con l’anniversario della prima messa in onda italiana.

La serie completa di 74 episodi è divisa in tre box per un totale di 10 dischi; rispetto all’edizione tv italiana, sono stati riportati cronologicamente anche gli episodi che vennero eliminati dalla prima programmazione televisiva.

Il packaging di ciascun box comprende un astuccio in cartoncino leggero, con finiture di buona qualità in stampa patinata lucida, al cui interno è riposta la custodia in plastica con all’interno i dischi. A completamento del tutto, un booklet da collezione di circa 30 pagine a colori spillate che racchiude la guida agli episodi con le relative sinossi, disegni preparatori e collage di fotogrammi della serie.

Dal punto di vista tecnico, ci troviamo di fronte ad un prodotto eccezionale grazie a una totale rimasterizzazione: lavoro non di poco conto se consideriamo che i master di Goldrake hanno quarant’anni alle spalle. Una vera e propria ristrutturazione operata da un team di professionisti e appassionati di animazione, che tramite processi di upscaling e color correction sono riusciti a dare nuova vita al tutto.

Apprezzabile anche il comparto audio per il quale troviamo in formato DTS-HD Master Audio tre tracce: originale giapponese, doppiaggio storico italiano e il ridoppiaggio italiano usato nella prima versione in DVD.

Occorre specificare inoltre che per gli episodi inediti e le scene originariamente non doppiate in italiano, è stato mantenuto l’audio giapponese con il supporto di sottotitoli fedeli.

A livello di extra abbiamo di fatto solo le sigle storiche italiane: forse un po’ misero come contenuto, ma di certo apprezzabile.

Tirando freddamente un bilancio finale sul prodotto, non ho timori nell’affermare che questa possa essere considerata l’edizione italiana di UFO Robot Goldrake definitiva per la quale qualsiasi appassionato, di vecchia data e non, dovrebbe riservare un posto in prima fila sui propri scaffali.

BOX 1
4 dischi – ep. da 01 a 28
45,00 €

BOX 2
3 dischi – ep. da 29 a 52
42,50 €

BOX 3
3 dischi – ep. da 53 a 74
45,00 €

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