Monthly Archives: marzo 2019

Fairy Girls: un mondo di avventure al femminile!

L’avvincente e magica saga di FAIRY TAILsta per terminare, ma se sieteappassionati di questo fantastico manga non potrete non gioire per l’arrivo in Italia del suo spin-off: FAIRY GIRLS!

Una storia tutta al femminile, con protagoniste Lucy, Elsa, Lluviae Wendy, quattro splendide e potentissime maghe della gilda alle prese con una serie di avventure a non finire! Tra tornei e missioni, le ragazze decidono di concedersi una vacanza, ma ben presto si ritroveranno in un mare di guai! Riusciranno a salvare il regno di Fiore?

Scopritelo dal 10 aprile, quando FAIRY GIRLS n. 1 arriverà finalmente in Italia e sarà disponibile in fumetteria, libreria e Amazon!

Fairy Tail, dopo aver vinto il Gran Palio della Magia conquistando il titolo di gilda più forte del regno di Fiore, può finalmente godersi un po’ di riposo. Ma invece che partecipare ai festeggiamenti, Lucy, Elsa, Wendye Lluviapreferiscono svignarsela per visitare Crocus, la capitale del regno. Com’è tipico per delle maghe di Fairy Tail, finiranno presto nei guai, ritrovandosi persino ad affrontare una situazione in cui è in gioco il destino del regno!

Dal 10 aprileFAIRY GIRLS n. 1 sarà disponibile in fumetteria, libreria e Amazon!

Hiro Mashimaè un mangaka giapponese nato nel 1977 a Nagano. È balzato agli onori del pubblico degli appassionati con il titolo RAVE MASTER, pubblicato da Kodansha sulla rivista «Weekly Shonen Magazine» dal 1999 al 2005. La sua opera di maggior successo, ovvero il manga FAIRY TAIL, è stata pubblicata sulla stessa rivista dal 2006 al 2017, mentre dal 2018 è iniziata la serializzazione della nuova opera, EDENS ZERO.

Sfogliate online le prime pagine di FAIRY GIRLS n. 1 a questo link!

ZERO 229

FAIRY GIRLS n. 1

Hiro Mashima, Boku

11,5×17,5, B, col-b/n, pp. 192, € 4,90

Data di uscita: 10/04/2019, in fumetteria, libreria e Amazon

Saint Seiya Lost Canvas, una serie tutta da guardare!

Tre orfani uniti da una forte amicizia e un inesorabile e tragico destino, loro sono i protagonisti di Lost Canvas, lo spinoff di Saint Seiya ambientato 243 anni prima nel vivo della Guerra Sacra tra le forze oscure di Ade e i cavalieri di Atena.

Scritto e disegnato da Shiori Teshirogi e supervisionato dal Sensei Kurumada, Lost Canvas nasce come prequel ufficiale della serie classica ma diviene ben presto una serie apocrifa a causa della nascita di Saint Seiya Next Dimension, scritta e disegnate da Kurumada stesso, la serie è ambientata nella stessa epoca ma tratta personaggi e avvenimenti in modo molto diverso.

La storia narra di Tenma, Bronze Saint di Pegaso e predecessore di Seiya, e del suo percorso per divenire cavaliere di Atena, reincarnatasi in Sasha sua amica d’infanzia, e della loro battaglia contro Ade, tornato in vita nel corpo di Alon fratello minore di quest’ultima. Per fronteggiare il potere della divinità della morte il Cavaliere di bronzo dovrà superare prove impervie e potenti specter sempre affiancato da Yato, Bronze Saint di Unicorn, e da Yuzuriha, Silver Saint di Crane. Lo sviluppo della storia abbandona lo schema classico e la Teshirogi riesce sapientemente a dribblare tra i paletti imposti dalla serie classica (il finale già annunciato ad esempio) e a intrecciare una trama appassionante. I personaggi godono di un ottimo approfondimento caratteriale acquisendo importanza e spessore ai fini del racconto.

L’opera ha riscosso in patria, e nel resto del mondo, un degno successo tanto da ispirare, nel 2009, la produzione di una nuova serie OAV di 26 episodi non curati come di consueto dalla Toei Animation ma affidata, per la prima volta, alla TMS Entertainment. Il risultato direi che è ottimo, le animazioni sono fluide e molto dinamiche e il character design si discosta dallo stile tipico di Shingō Araki, seppur rimanga sempre il mio preferito, e ne sviluppa uno originale molto vicino a quello del manga.

Grazie al lavoro di Anime Factory, anche noi italiani abbiamo potuto godere dell’edizione per l’home video, distribuita sia in formato dvd che blu ray, l’edizione è buona sotto tutti i livelli. Raccolta in due cofanetti, uno per ogni serie da 13 episodi, l’edizione presenta una cura grafica che si ispira molto fedelmente all’edizione giapponese e un booklet a colori di 24 pagine con sinossi e gallery dei personaggi, il tutto raccolto nelle classiche custodie in plastica impreziosite da un copricustodia in cartone.

Queste le caratteristiche tecniche:
Formato video: 16/9 1.78:1
Audio: ITALIANO 2.0 / GIAPPONESE 2.0
Sottotitoli: ITALIANO
Durata: 325 minuti circa (episodi 01-13)
Contenuti extra:
Include un booklet a colori esclusivo di 24 pagg. con sinossi e gallery dei personaggi.
Tre diverse tracce audio italiane:
• Fedele all’originale con i colpi speciali tradotti
• Fedele all’originale con i colpi speciali in giapponese
• Ispirata all’adattamento italiano della serie classica

Personalmente ho apprezzato moltissimo la scelta dei tre doppiaggi italiani che di certo riusciranno a soddisfare i gusti di un po’ tutti i fan lasciando loro la scelta di quale scegliere per la visione. Altro aspetto che ho trovato davvero interessante la scelta di inserire, tra i contenuti extra dei dischi, i video in sala di doppiaggio dove i singoli doppiatori vengono filmati durante alcune sessioni ed è divertente notare le tecniche usate da ognuno di loro per immedesimarsi meglio nel proprio personaggio.

Che dire, la serie è a mio avviso molto buona, come l’edizione italiana molto ben curata, da qualche mese è anche disponibile nel catalogo di Netflix quindi direi che non ci sono scuse per evitare la visione di questa appassionante saga dedicata ai Santi di Atena!

MeckaZ – Scuola, Mecha e amori adolescenziali

Nell’istituto scolastico White Tiger si stanno per tenere i test che decreteranno la graduatoria di merito fra i club scolastici di mecha: solo il migliore potrà partecipare al torneo interscolastico e puntare così al professionismo.
I mecha sono diventati parte integrante della società, vengono utilizzati come macchine complesse per svolgere mansioni faticose, pericolose, miliari e per particolari attività sportive dove i piloti rappresentano dei veri e propri idoli ammirati da masse di adolescenti estasiati.
Nel piccolo club gestito da Pia e Mentin, perennemente ultimo a ogni test, qualcosa però è destinato a cambiare con l’arrivo di Tako: ragazzo all’apparenza non troppo sveglio, ma che cela un passato segreto.

Sono da sempre stato scettico nei confronti dei manga realizzati in occidente e più in generale in quei prodotti che non creano il nuovo da un qualcosa di esistente, ma si limitano a estrapolarne alcune caratteristiche dando vita a uno strano effetto déjà vu.
MeckaZ non si allontana da questa linea. È chiaro come l’autore sia stato influenzato da opere famose come Patlabor, Touch, Ranma ½, che le abbia studiate a fondo e fatte proprie.

Il lavoro di Nicolas David però mi ha stupito. Se durante la lettura ci si dimentica di avere tra le mani un albo “occidentale”, il piacere che ne deriva è autentico. Già dalle prime pagine si nota una buona impostazione delle tavole e della narrazione generale, che scorre senza particolari intoppi e al contrario riesce ad appassionare grazie a un buon ritmo generale persistente per tutto il volume che, una volta concluso, ti lascia quella sana curiosità nel voler scoprire come prosegue.
Il tratto e la caratterizzazione dei personaggi è figlia della più recente tradizione giapponese di genere shonen sportivo (o spokon per i più smaliziati) con linee pulite e rotonde, campiture leggere con un discreto uso di retini. Il design dei mecha è convincente e funzionale alla storia, nella quale non è richiesta particolare fedeltà tecnica o estrema dovizia di particolari.

Una valida lettura alternativa a quella di autori classici, coadiuvata da una edizione Mangasenpai con resa tipografica di alto livello con carta di buona grammatura e stampa senza imperfezioni, del tutto similare ai prodotti di case editrici italiane più blasonate.


Nicolas David
MeckaZ, vol. 1 di 3
Mangasenpai, 25 gennaio 2019
b/n, € 6,90

Dopo il crepuscolo dei supereroi – Grant Morrison, Alan Moore e la British Invasion di Luigi Siviero

Chi è cresciuto coi supereroi nei tardi anni ’80/primi anni ’90 non può che rallegrarsi nel leggere questo nuovo saggio di Luigi Siviero. Spesso si dice che nel fumetto ancora non esiste un apparato critico più strutturato rispetto ad altre forme d’arte, che analizzi i suoi vari periodi storici e il loro impatto su quanto avvenuto dopo.

In questo caso, si parla di un’aspetto importante e ancora poco analizzato della famosa British Invasion della seconda metà degli anni ’80 nel mondo supereroistico americano, il confronto tra due delle suoi più degni rappresentanti: la rockstar Grant Morrison e il guru Alan Moore.

Se del primo si parla sempre, a ragione, come uno degli autori fondamentali del fumetto mondiale, spesso ergendolo ad idolo insindacabile, senza quindi permettere un approccio squisitamente più critico a una qualsiasi delle sue opere, del secondo si conosce molto di più il suo approccio decisamente più pop e psichedelico, strettamente legato a una vita personale decisamente interessante da conoscere (si veda per esempio il suo stesso pseudo saggio SuperGods, edito in Italia da BAO Publishing, 2013).

Precisiamo, non è il primo saggio su Morrison edito in Italia (si veda anche qui Grant Morrison, All Star di Agozzino, Peruzzi, Solinas, edito da Double Shot, 2010), ma in questo caso tutta la sua opera viene rapportata costantemente ed esplicitamente alle opere precedenti o contemporanee di Moore.

È estremamente interessante fare questo percorso e vedere quanto profondamente la figura di Moore abbia avuto un forte influenza nelle opere di Morrison, non necessariamente come spirito di emulazione.

La grandezza di Morrison, come emerge spesso durante l’analisi di Siviero, sta proprio nell’essersi rapportato al “mito Moore” decostruendolo e non semplicemente imitandolo, come hanno praticamente fatto molti autori della “Dark Age”, identificata da Morrison con i 10/15 anni successivi alla pubblicazione di Watchmen.

Serie come Animal Man e Doom Patrol, ma anche le run su Flash e JLA sono state concepite tentando di intraprendere nuove strade, riconoscendo quanto tutte quelle storie derivative dell’opera più famosa di Moore, sempre più decadenti e crepuscolari, stavano appiattendo un genere, quello supereroistico, nato con una forte ingenuità, ma possibile di sviluppare fantasie sempre più stimolanti mentre lentamente si era piegato a essere più reale della realtà.

Per Morrison non è più possibile tornare indietro, ma qualcosa va fatto per recuperare quel senso di meraviglia, in modo da aprire il genere a nuovi approcci. Ci riuscirà in parte, ma è interessante leggere come molte delle sue opere facessero parte di un piano più ampio, che Siviero usa come filo conduttore per spiegare come l’autore Morrison sia stato più fondamentale e “dentro” il sistema per farlo evolvere, a differenza di un Moore che dopo i suoi seminali exploit si è allontanato progressivamente da un ruolo che forse non ha mai voluto veramente ricoprire, cioè quello di guida spirituale di tanti lettori e scrittori in erba di questo genere.

Notevole la ricerca bibliografica fatta di Siviero per avvalorare la sua tesi, soprattutto nel recupero di interviste ormai quasi introvabili. È evidente come gli stia a cuore questo autore e di come lo abbia seguito in tutto il suo percorso.

Poche le critiche che  si possono muovere a Siviero. Sono sostanzialmente due: la prima, di ritmo. La lettura è piacevole, ma forse la divisione dei capitoli rende vagamente frammentaria la narrazione, soprattutto in termini di ritmo e area tematica. Forse questa impressione è dovuta anche alla necessità di inserire i molteplici riferimenti bibliografici a piè di pagina.

La seconda è più di natura tematica. Sarebbe stato interessante estendere l’analisi anche sugli altri autori british che hanno colonizzato le varie serie Vertigo prima e la Marvel e DC poi. Quegli autori che con i due hanno avuto molto a che fare, influenzandoli e facendosi influenzare, creando un’idea di fumetto più maturo e consapevole, almeno quello americano che ha successivamente colonizzato il cinema dei nostri giorni.

Wednesday Warriors #26 da Batman a Spider-Man

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

BATMAN #67 di Tom King, Lee Weeks e Jorge Fornés

Tom King e Lee Weeks approfittano di questo ennesimo knightmare per regalarci un sequel dell’acclamato Batman/Elmer Fudge  dello scorso Luglio. Questa volta il crociato incappucciato è impegnato in una lunga caccia all’uomo, un personaggio misterioso – del quale non vediamo mai il volto – e apparentemente imprendibile che emette un unico suono: beep beep.
Un lungo inseguimento silenzioso che porta i due dai tetti di Gotham alle sue fogne passando per vicoli, bar e appartamenti, durante la quale l’iconica routine di Wyle E. Coyote e Roadrunner si trasforma in una metafora del rapporto tra Batman e una delle sue storiche nemesi.
Al duo già collaudato e affiatato da diverse collaborazioni, sia su Batman che su Heroes in Crisis, si unisce il talentuoso Jorge Fornes che uniforma il proprio stile, fortemente debitore al primo David Mazzuchelli, a quello di Weeks rendendo fluido e privo di scossoni il passaggio tra un disegnatore e l’altro. Questo, che potrebbe sembrare un dettaglio, fa invece la differenza in un fumetto che, nella quasi totale assenza di balloon di testo, fa del ritmo della narrazione il proprio punto di forza.
È fuori di dubbio che in questo caso Tom King abbia fatto un passo indietro per lasciare il campo alle notevoli interpretazioni dei due disegnatori che restituiscono la fiducia regalando un piacevole momento di puro intrattenimento visivo ai lettori.

NAOMI #3 Di Brian Michael Bendis, David F. Walker e Jamal Campbell

Nonostante i pochi albi al suo attivo possiamo dire che la Wonder Comics, pop-up imprint della DC Comics affidata a Brian Michael Bendis, è una piacevole ventata di novità nel mondo del fumetto supereroistico e Naomi è, con tutta probabilità, il progetto simbolo di tutta l’iniziativa.
Se Wonder Twins e Young Justice rielaborano delle proprietà intellettuali preesistenti, questa testata propone un personaggio inedito presentandolo in maniera inconsueta per il genere.
Naomi non ha superpoteri e vive da spettatrice il fantastico mondo dei supereroi DC, ma c’è un mistero che la coinvolge, un mistero che viene svelato con studiata lentezza dai suoi autori e che è in grado di irretire i lettori.
Le dinamiche classiche del fumetto supereroistico, fatte di conflitti e risoluzioni dei medesimi, che puntano sulle imprese supereroiche dei protagonisti, cedono il passo all’intreccio totalmente umano/adolescenziale delle vicende di Naomi.
È una storia in cui la grandeur supereroica non è il fine ma il mezzo per raccontare dei personaggi, le loro motivazioni e le dinamiche che muovono il loro mondo. In questo racconto, che punta molto sul processo di identificazione lettore/protagonista, risulta efficace il tratto sintetico e morbido di Jamal Campbell: il disegnatore canadese si dimostra estremamente versatile riuscendo a passare dal registro della narrazione del quotidiano, bravo nel linguaggio del corpo e nell’espressività dei volti, a quella più iperbolica degli eventi supereroistici.

Bam’s Version

AVENGERS #17 di Jason Aaron e David Marquez.

Quanto a fondo bisogna infilare il paletto di frassino, per uccidere un’intera ribellione vampirica? La Guerra Civile tra i figli di Dracula termina questo mese per i Vendicatori di Jason Aaron, che insieme a David Marquez ha saputo intrattenere a dovere il lettore ed i propri personaggi nell’attesa di War Of The Realms.

La saga non passerà agli annali come indimenticabile o imperdibile ma, ancora una volta, Aaron sa dare il giusto peso ad ogni evento, calcolando azioni e reazioni, ripercussioni che verranno sentite attraverso tutto l’Universo Marvel. La sua Avengers, d’altronde, è sin dall’inizio una serie che ha visto gli Eroi Più Potenti della Terra ai margini degli eventi principali, tasselli di un mosaico ben più vasto che sta costruendo nuove gerarchie e meccaniche interne ad un mondo diverso e senza più cardini saldi a muoverlo. Senza lo S.H.I.E.L.D. e il supporto del Governo Statunitense, i Vendicatori hanno dovuto fronteggiare l’ascesa dei Difensori degli Abissi di Namor, della nuova e letale Guardia D’Inverno russa, senza contare la minaccia dell’ultima Schiera; tutto questo mentre le reclute Vendicative come She-Hulk e Ghost Rider erano ancora alla ricerca di un loro posto nel team.

L’arco narrativo qui concluso, che ha visto l’arrivo di Blade nella formazione di Vendicatori titolari, ha raccontato una trama semplice, accattivante e concisa, lasciando indizi per l’immediato futuro e trascinando Avengers fuori dalla sua comfort zone, a confronto con l’occulto, il grottesco e l’orrore della razza vampirica.

Il vero problema è che non c’è molto altro da dire – ancora una volta, Avengers sembra più importante per ciò che arriverà, piuttosto che per ciò che racconta al momento. Jason Aaron e David Marquez lavorano benissimo insieme e l’intero story-arc è godibile dall’inizio alla fine, ma i Vendicatori non sono affatto protagonisti. Nonostante questo difetto, che per alcuni potrebbe essere ben più grave di quanto il sottoscritto lo consideri, la lettura resta consigliata.

SPIDER-MAN: LIFE STORY #1 di Chip Zdarsky e Mark Bagley.

Per l’Universo Marvel, la possibilità di rinfrescarsi e dare una svecchiata ad Ottant’Anni di continuity è un’occasione troppo ghiotta per essere ignorata. Ciclicamente, la Casa delle Idee sforna serie che possano aiutare i lettori, nuovi o vecchi che siano, a connettere con i personaggi più importanti, riproponendo magari una nuova origin story o una saga che ripercorra i momenti salienti della storia editoriale.
All’apparenza, Spider-Man: Life Story può sembrare una semplice serie celebrativa, un modo di rivivere i greatest hits dell’Uomo Ragno. Tuttavia Chip Zdarsky e Mark Bagley aggiungono un interessante twist che stacca Life Story dal resto delle produzioni autoincensanti Marvel. Piuttosto che svecchiare e ringiovanire, gli autori intraprendono la strada opposta, facendo crescere l’Uomo Ragno “in tempo reale”.

L’età dei supereroi, del resto, non è che un artificio, regolabile a seconda della volontà dello scrittore. Peter Parker, superata l’adolescenza, non ha mai superato la soglia dei 30 anni, un eterno giovanotto. Lo scorrere del tempo canonico, non fumettistico, rappresenta la variabile che nasconde parecchio potenziale: come reagirebbe un Peter Parker quarantenne all’Ultima Caccia di Kraven, ad esempio? Che valore assumerebbe la tragedia dell’11 Settembre agli occhi di un Uomo Ragno alla soglia dei sessant’anni?

Life Story #1, The War At Home, racconta i primi momenti dell’Uomo Ragno, partendo dal 1966. Quattro anni dopo il morso di un ragno radioattivo e la morte del povero zio Ben – che gli autori, gentilmente, ci risparmiano – il giovane Peter Parker si trova a dover gestire la travagliata vita privata di un adolescente sfigato, le minacce criminali che affliggono il Ragnetto e le prime ondate di contro-cultura. Le proteste contro la Guerra in Vietnam si accavallano agli amici di scuola che imbracciano le armi, vestono le uniformi e partono al fronte. Tra loro c’è Flash Thompson e, per Peter, i dubbi su poteri e responsabilità crescono in maniera esponenziale. Sarebbe giusto rivelare la propria identità e mettere l’Uomo Ragno al servizio dello Zio Sam, servendo l’America oltreoceano?

Zdarsky cattura perfettamente l’atmosfera del Ragno di Stan Lee e John Romita, più che di Ditko. Il suo protagonista ha lasciato alle spalle il timido liceale: Peter Parker é diventato adolescente, l’amore per Gwen Stacy è sul punto di sbocciare, la vita come Uomo Ragno gli permette di portare il piatto a tavola – grazie alle foto scattate per J. Jonah Jameson – e il suo migliore amico Harry Osborn sembra invidiare le attenzioni ed i complimenti che suo padre Norman gli riserva. Il giovane Parker mantiene il perfetto equilibrio che Stan Lee riuscí ad imprimergli e Zdarsky non vuole sovrascrivere il suo personaggio a quello che é lo stampo originale dell’Uomo Ragno.

Il contesto narrativo é incredibilmente classico ed efficace, un throwback necessario, ma il Peter Parker di Zdarsky ragiona in termini più complessi. Pur essendo ambientato negli anni ‘60, il primo capitolo di Life Story evolve l’aspetto teen drama, sovrapponendolo ad una struttura collaudata e retró, creando un piacevolissimo contrasto che marca una netta evoluzione e maturazione stilistica – forse il primo, vero caso di ammodernamento a fumetti. Dove altri si limitano a rinarrare, senza cambiare troppo, Zdarsky aggiunge balloon, monologhi interni e sfaccettature di pensiero che superano il personaggio-figurina e lo rendono nuovamente tridimensionale. Il Flash Thompson originale è ancora sulla pagina, riconoscibile sin dal primo istante, eppure ha molto più da dire, da esprimere, quando arriva a muso duro con Peter Parker.

Se l’Uomo Ragno e il suo alter-ego escono rinvigoriti dal “trattamento Zdarsky”, a Mark Bagley tocca dare al fumetto un look classico, quello di un artista che ha segnato diverse ere fondamentali per il personaggio. Disegnatore sinonimo del Ragno, un nome che immediatamente richiama il suo lavoro su Ultimate Spider-Man e il suo apporto alle fondamentali run degli anni ‘90 con David Michelinie, Bagley fa quello che sa fare meglio: se stesso. I personaggi trasmettono i propri pensieri nelle vignette, dialogano in maniera animata e le scene d’azione che coronano il climax del numero sono la dimostrazione del buon stato di forma dell’artista. L’unico appunto – un vero pelo nell’uovo: sarebbe interessante, per il futuro, vedere il tratto di Bagley, così come la colorazione di Frank D’Armata, adattarsi alle varie ere dell’Uomo Ragno.

Spider-Man: Life Story #1 nasconde un paio di chicche e svolte improvvise che cambiano radicalmente il percorso narrativo del personaggio, momenti impossibili da raccontare qui in sede di recensione. La sottesa natura da What If? della serie sbuca fuori all’improvviso, quando la nostalgia nel rileggere momenti storici del Ragnetto aveva preso possesso della lettura. Chip Zdarsky e Mark Bagley rendono interessante una storia che sembra sia stata letta centinaia di volte, per la freschezza con la quale viene raccontata, per la curiosa gimmick del “tempo reale” e per dei colpi di scena davvero inaspettati – elementi che cambieranno radicalmente il futuro dell’Uomo Ragno.

Il professor Astro Gatto esplora il corpo umano

Dominic Walliman è un fisico inglese che, dopo un dottorato sulla fisica dei computer quantistici nel 2010, si è dato a spiegare la scienza per tutti.

Così è diventato uno youtuber. E dal 2011 scrive libri illustrati per ragazzi.

Con l’aiuto dell’illustratore Ben Newman ha dato vita al Professor Astro Gatto, che si è dato all’esplorazione dei posti più interessanti, dallo spazio, all’atomo, al corpo umano.

I libri pubblicati in inglese dalla Flying Eye Books sono tre, insieme ad altrettanti activity books, una app, un account di Twitter.

In Italia, Bao Publishing li ha tradotti:

  • Professor Astro Gatto e le frontiere dello spazio (2014, ora alla prima ristampa)
  • L’avventura atomica del Professor Astro Gatto (2016)
  • L’odissea nel corpo umano del Professor Astro Gatto (2018)

Non si tratta esattamente di fumetti, ma di veri e propri atlanti illustrati dedicati ad argomenti scientifici. Ma hanno la struttura di una storia. Storia che viene raccontata dal nostro Professore, dedicando solitamente due pagine a ciascun aspetto dell’argomento trattato. Due pagine che raccolgono in modo molto gustoso le immagini e i testi che riguardano ciascuna parte.

I volumi sono in grande formato (29×29 cm), adatti ai bambini di tutte le età, perché mescolano la correttezza e la chiarezza delle spiegazioni grafiche con testi scientificamente corretti e leggibili a vari livelli.

Nei libri compaiono dei personaggi fissi, oltre al Professor Astro Gatto e l’Astro Topo, insieme fin dall’esordio spaziale. Sono quasi tutti animali antropomorfi che accompagnano il Professore nelle sue spiegazioni.

Nell’ultimo volume, Astro Gatto e Astro Topo formano un vero e proprio equipaggio di ricerca con la gatta Felicity (già intravista in precedenza), il coniglio Martha, la gattina Evie e la rana Gilbert.

In effetti il nostro Professore non vuole la ribalta tutta per sé, ma condivide l’impegno divulgativo con gli altri personaggi del libro. In particolare, in questo ultimo caso, i personaggi sono anche ben delineati, graficamente, ma anche con un minimo di caratterizzazione.

Questo mi ha fatto pensare ai personaggi storici di Richard Scarry, che aiutavano i bambini di circa mezzo secolo fa a conoscere la realtà in modo divertente. Soprattutto affezionandosi ai personaggi e sfruttando la loro caratterizzazione.

Ovviamente il contesto storico e culturale è completamente diverso. Anche gli argomenti trattati, ma ci sono secondo me punti di contatto tra le due opere, non ultima proprio l’interessante attenzione dedicata ai personaggi della storia, che non sono mai banali, anche se hanno solo una battuta.

Le illustrazioni sono semplici ma estremamente efficaci. I personaggi vengono tratteggiati con pochi poligoni, senza ombre o grandi dettagli, ma con una bella dinamicità

In questo ultimo volume il corpo che viene usato come itinerario del viaggio è proprio quello di Dominic Wallman, che si fa ritrarre dal suo illustratore.

Scientificamente il libro è ricchissimo di informazioni, consentendo ai più piccoli (o ai più pigri) di fermarsi a guardare le illustrazioni, ai più curiosi di leggere i testi che sono precisi e scritti con un linguaggio tecnico, ma non incomprensibile.

Nel caso del corpo umano, nomenclatura, anatomia, fisiologia di ciascun organo, arricchiti e spiegati in modo semplice e divertente nei dialoghi tra i personaggi.

Per rendere il lavoro ancora più coinvolgente e diretto, si toccano argomenti che possono interessare direttamente il lettore, al di là della curiosità scientifica. Anche un taglio di tipo interattivo: nel volume dedicato al corpo umano dall’alimentazione ai comportamenti per rimanere in buona salute.

E alla conclusione del volume si dà uno sguardo al futuro della scienza, negli argomenti finora divulgati. E una pagina di fattoidi, non intesi nella accezione data oggi alla parola, come traslitterazione italiana della parola inglese factoid, ma una sorta di piccolo elenco di curiosità.

Così non si tratta di another science illustrated book, ma di un lavoro che merita i diversi livelli di lettura visti sopra.

Le illustrazioni sono adatte e comprensibili anche per i bambini dagli 8 anni, come indica anche la BAO Publishing nella sua catalogazione con il parametro BaBAO. I testi sono a pannaggio anche di adulti, non certo per approfondire gli argomenti scientifici, ma da una parte possono dare soddisfazione nel leggerli con i propri figli o studenti, dall’altra hanno un linguaggio preciso e con termini che stimolano ad ulteriori letture.

Qui una intervista in inglese ai due autori dei libri dal sito dell’illustratore scozzese Greg McIndoe.


Dominic Walliman, Ben Newman (traduzione di Leonardo Favia)
L’odissea nel corpo umano del Professor Astro Gatto

BAO Publishing, Collana BaBAO, 4 ottobre 2018
64 pagine, colore, rilegato, € 20,00
ISBN: 9788832731323

Tiziano Sclavi e Le voci dell’acqua

Acqua e malinconia sono gli ingredienti che compongono Le voci dell’acqua, la prima graphic novel firmata Tiziano Sclavi con il contributo grafico di Werther Dell’Edera.

Stravos, il protagonista dell’opera si muove in una città oscura e tenebrosa, il suo tormento è dato da misteriose voci nella sua testa, o forse contenute nell’acqua, la stessa che cade incessantemente da giorni e sembra non terminare mai.

Al protagonista viene diagnosticata la schizofrenia:
«Sento le voci.»
«Si chiama schizofrenia.»
«No… le sento solo quando scorre l’acqua.»
«Si chiama sempre schizofrenia.»

La storia si dipana in modo apparentemente disarticolato, i capitoli sembrano slegati tra loro, vibranti come il male che affligge il protagonista e non è chiaro il confine tra realtà e immaginazione.
La pazzia sembra dilagare oltre che nella testa di Stravos, anche in tutta la città, fino a raggiungere civiltà aliene. L’opera racconta e denuncia la vita alienante da impiegato di ufficio, ritmi serrati senza pausa dove l’unica via di fuga è la morte o la pazzia, il sogno incontra l’incubo, ma cosa è reale e cosa frutto della malattia?

Per comprendere le opere di Sclavi non è spesso sufficiente una prima lettura, ma per cogliere appieno tutte le sue sfumature si necessita di un secondo, se non terzo, approccio all’opera. I piani narrativi sono molteplici e intrecciati tra loro con la tipica follia sclaviana che ha caratterizzato molte storie del suo figlio più famoso: Dylan Dog.

Lo humor nero tanto caro allo scrittore ben si sposa con le chine di Dell’Edera, un tratto isterico, graffiante e molto espressivo, una composizione irregolare che sfrutta in modo strategico gli spazi sul foglio, un mix di fattori che contribuiscono a trasmettere le atmosfere malinconiche e sognanti dell’opera. Unico neo la scelta del font, che risulta più freddo e inespressivo: da un punto di vista progettuale può essere spiegato come la volontà di crare un contrasto visivo con il disegno, ma dall’altro risulta poco funzionale nell’insieme dell’opera stessa.

La graphic novel di Sclavi è sicuramente un’opera impegnativa, non adatta al lettore acerbo, in quanto richiede una conoscenza più ampia della nona arte; per queste caratteristiche però regalerà grandi soddisfazioni al lettore più esperto e a tutti i fan dell’Indagatore dell’incubo, che faticheranno a non sostituire, idealmente, il protagonista con Dylan visto quanto sia ben evidente e riconoscibile lo stile di Sclavi.

In conclusione, una lettura raffinata che saprà conquistare e far riflettere, in una buona edizione a opera della Feltrinelli Comics, neonata branca dell’omonima casa editrice.


Tiziano Sclavi, Werther Dell’Edera
Le voci dell’acqua
Feltrinelli Comics, gennaio 2019
96 pagine, b/n, brossura, € 16,00
ISBN: 9788807550188

San Francesco: una conversione grafica

Ringrazio San Francesco per aver amato Dio e grazie a Dio per tutto!

Strano essere colpiti, nel leggere un fumetto, dai ringraziamenti nel colophon e quindi farsi ben disporre nella lettura e nell’apprezzamento.

D’altra parte Astrid ha già lavorato su storie in qualche modo legate al cattolicesimo, e ne abbiamo già parlato. E anche stavolta non si tira indietro. Dal San nel titolo, ai ringraziamenti a Don, frati e infine quello riportato sopra.

Ci racconta una storia nota, raccontata da tanti. Già nel medioevo di vite di Francesco ne erano state prodotte diverse al punto che nel 1500 già si cercava di fare un po’ di ordine.

Nelle sole Fonti Francescane si contano le Vite di Tommaso da Celano, le Leggende di San Bonaventura, insieme a due biografie non ufficiali. 1

Altri media si sono fatti affascinare dalla storia di Giovanni figlio di Pietro di Bernardone. Il cinema (dal 1911), il teatro (da Dario Fo a Forza Venite Gente), fino ai fumetti. Anche per la Nona arte, grandi maestri si sono fatti coinvolgere, da Dino Battaglia a John Buscema.  Nel 2015 il Cartoon Club di Rimini ha organizzato una mostra in proposito.

Fino ad oggi, ad Astrid Lucchesi, toscana di Barga, comune che ha per frazione Castelvecchio Pascoli, ai piedi dell’Abetone. In quella Lucchesia considerata spesso la zona bianca della Toscana.

In un tempo in cui è molto più facile dissacrare, e ne abbiamo migliaia di esempi, Kleiner Flug  propone invece una vera e propria agiografia, che rende umanissimo il percorso di Francesco.

Cimentandosi sia nella sceneggiatura che nei disegni (e nella copertina), Astrid si limita al periodo del cambiamento di vita del minor per eccellenza.

Che era tale per le sue origini non nobili, e quindi considerato inferiore dai majores.

Anche se il cambiamento modifica tutto, tranne proprio la sua minorità. È interessante infatti che questo suo essere minor, che gli veniva rinfacciato dai nobili assisani mentre si indebitavano con la sua famiglia, sarà poi il percorso della sua vita.

Questa è, in fondo, il centro della conversione di san Francesco: dall’aspirazione alla majoritas al percorso verso la affermazione finale:

andrò nudo incontro al Signore.

Dal voler dimostrare il proprio valore in combattimento, all’umiliarsi anche dentro la casa di suo padre.

Si accenna appena in un paio di passaggi al carattere festaiolo che invece tante leggende ci propongono. Giovanni di Bernardone, detto Francesco perché la madre era Francese e il padre commerciava con la Francia. Figlio tra i più ricchi di Assisi, certamente dedito al lusso e ai ricchi passatempi, ma ancor di più alle storie di uomini valorosi.

Le prime venti pagine ci raccontano della passione per le armi e le imprese, che però si scontrano con sconfitte e una salute  non certo marmorea.

Della prigione dopo la battaglia di Collestrada (1202) da cui, secondo Tommaso da Celano, parte il cammino di conversione.

Fino alla Crociata, indetta da Innocenzo III, con destinazione Puglia, poi Gerusalemme, che però Francesco conclude a Spoleto, ancora una volta per la sua salute cagionevole.

E proprio lì il cambiamento ha un momento decisivo.

In quattro pagine cambia tutto: la frase della donna che a Spoleto ospita i crociati …è quel ragazzo! Se ne sta andando! dà il LA.

La vita di Francesco si converte. Etimologicamente conversione: da converterecum rafforzativo e vértere: volgere. Una vera e propria inversione a U.

E non solo metaforica, ma quella che avviene nelle tre pagine intensissime dell’incontro con il lebbroso.

La conversione “fisica”

Francesco ferma il cavallo e torna indietro (si con-verte, appunto). E cambia definitivamente il suo cuore (biblicamente forse da cuore di pietra a cuore di carne, Ez 11,19).

Allo stesso modo si converte anche la parte grafica dell’opera. Il disegno ben delineato e con colori definiti e pieni diventa quasi schizzato, con una mescolanza di tecniche diverse, e passaggi molto evidenti nelle dimensioni del tratto. Le pagine finora colorate utilizzando viraggi sempre intensi o colori che ricordano affreschi o arazzi medievali, sbiadiscono. Bianco e nero diventano assolutamente predominanti, con l’aggiunta di colori caldi (principalmente ocra e rosso).

La conversione “grafica”

Astrid usa delle vere e proprie pietre miliari della Leggenda francescana. Frasi e parole di san Francesco e dei suoi interlocutori, umani o trascendenti, prese dalla tradizione ed entrate nell’immaginario collettivo. Attinge alle biografie (saranno questi i libri di cui ringrazia Don Luca nel colophon?) e a fonti più tradizionali. Sappiamo che l’agiografia è sempre stata ricca di storie popolari, che sono servite per avvicinare le figure dei santi a noi “normali” (che siamo cristianamente comunque chiamati a somigliare loro, no?) .

E usa anche le parole scritte da San Francesco, dal Cantico delle Creature, alla forse meno famosa ma almeno altrettanto poetica Preghiera davanti al Crocifisso.

E le usa in particolare proprio nel momento della conversione, quando appunto l’immagine perde definizione e colori.

L’uso del bianco e nero, con gli inserti colorati, non impoverisce l’immagine, ma si ha lo stesso passaggio che si ha dalla prosa alla poesia. Quando si fa una parafrasi, occorre usare molte parole per spiegare dei versi. Qui succede circa lo stesso, alla rovescia. Il messaggio grafico diventa un compendio di umanità.

La seconda parte dell’opera è pertanto più essenziale. E lo è tanto più quanto si riducono i colori. La tavola più piena di senso non solo per chi crede, ma anche solo per l’esperienza umana è la 39, la più bianca dell’intero albo. E viene alla fine di un altro trittico, in cui è quasi tutto bianco e nero. Ancora tre tavole per una conversione…

… che qui si completa, e San Francesco tornerà nel mondo.

Il fumetto recupererà definizione, e anche un po’ di colore, ma restando nella nuova prospettiva. Fino all’abbraccio finale con il Vescovo di Assisi, che non si limita a coprire per pudore le nudità, ma condivide, con lo stesso abbraccio del lebbroso.

Che San Francesco abbia convertito anche lui?

1. Le biografie ufficiali sono quelle commissionate dall’Ordine Francescano o dalla Curia Romana, in particolare quelle di San Bonaventura da Bagnoregio.

La conversione di San Francesco
Prodigi fra le nuvole n. 18
Astrid
Ottobre 2018, Kleiner Flug
Brossura, 62 pagg., colore

Wednesday Warriors #25 – Da Wonder Twins ai Transformers

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

THE MAGNIFICENT MS. MARVEL #1 di Saladin Ahmed e Minkyu Jung.

Il concetto di legacy, nel mondo del fumetto, ha ancora una forte valenza. Anzi, mai come in questi anni, il passaggio del testimone generazionale ha catturato l’immaginario collettivo dei Marvel-fan, ricoprendo un ruolo fondamentale nel 2018.
Non a caso, l’ultima fase editoriale della Casa delle Idee sotto Axel Alonso portava proprio questo nome, simbolo di un cambiamento necessario. Una generazione di supereroi più giovani ha reclamato il proprio posto nell’Universo Marvel e ora cammina al fianco delle “Meraviglie”, giusto per citare Kurt Busiek e Alex Ross. Ms. Marvel è il baluardo di questa Legacy. La giovanissima Kamala Khan è un ricettacolo di tutti gli elementi essenziali della Marvel “Alonsiana”. Una ragazza Pakistano-Americana, Musulmana, una Nuova Inumana che ha saputo balzare agli onori di cronaca proprio per essere la prima di una generazione di eroi giovane, multiculturale e figlia dello slancio verso l’equa rappresentazione di tutte le minoranze e diversità nel fumetto mainstream.
Cinque anni dopo il suo esordio firmato G. Willow Wilson, autrice alla quale è stata legata sin dalla sua creazione, per Ms. Marvel è finalmente giunto il momento di cambiare registro – con una nuova serie ed un nuovo team creativo. Saladin Ahmed e Minkyu Jung lanciano The Magnificent Ms. Marvel, una nuova serie rivolta ai nuovi e vecchi fan di Kamala. Ahmed, forte del successo avuto con Black Bolt e Miles Morales: Spider-Man, si trova così ad unire le sue precedenti esperienze, scrivendo di una giovane Inumana, dei suoi superpoteri e, ovviamente, delle sue super-responsabilità.
L’albo si apre lontano dal nostro pianeta, su un mondo alieno e con una scena famigliare che evoca dolcezza e sentimentalismi. Una bimba chiede al padre di raccontarle una storia, la storia della Predestinata, l’eroina più importante del pianeta Terra: Ms. Marvel. Sarà importante tenere a mente questa premessa per il futuro. Ritornando sulla Terra, si fa presto a notare l’impostazione di The Magnificent Ms. Marvel #1 sia piuttosto standard, dedicata ad un veloce riassunto delle origini e alla descrizione del mondo costruito intorno alla sua protagonista.
Si può dire che sia un numero scritto col freno a mano tirato, un #1 “safe”, ma Saladin Ahmed ha abituato il lettore ad un lavoro votato all’introspezione dei propri protagonisti – si è visto con il suo Freccia Nera. Kamala Khan vive il Complesso del Supereroe Adolescente e, sebbene possa essere definito un cliché, questo rende il personaggio immediatamente empatizzante e “vivo”, tridimensionale. Il colpo di scena e la svolta improvvisa di trama arriva alla precisa metà dell’albo e segna il netto distacco tra il lavoro della Wilson e questo nuovo corso editoriale. L’inserimento di questa nuova, drammatica variabile alla formula Ms. Marvel costituirà il perno delle trame da qui in avanti – ed è anche più intrigante della sottotrama aliena presentata nella prima pagina.
Minkyu Jung, Juan Vlasco alle chine e Ian Herring ai colori lavorano in perfetta simbiosi. I disegni sono morbidi e dettagliati, con particolare attenzione all’espressività e alle emozioni dei protagonisti, senza trascurare le poche – ma efficaci – sequenze action che spingono in avanti la trama. La palette di colori di Ian Herring è morbida e delicata, in grado di balzare fuori dalla pagina e catturare il lettore una volta che la “minaccia del giorno” verrà completamente rivelata.
The Magnificent Ms. Marvel #1 manca l’aggancio immediato, quel colpo di genio che convincerebbe un nuovo fan ad aspettare, trepidante, il numero successivo. L’opening salvo di Ahmed & Jung è piuttosto un perfetto capitolo introduttivo per i novizi ed un ottimo ponte tra la gestione narrativa che ha posto le basi del personaggio ed il futuro di Kamala Khan, dal quale ci si aspetta maturità, estro creativo e colpi di scena che sappiano far discutere.

TRANSFORMERS #1 di Bryan Ruckley, Angel Hernandez e Cachét Whitman.

«Dar forma alla tua vita è tuo compito e di nessun altro. In questo percorso, nulla di ciò che sei è merito di chi ti ha preceduto. Tutto di ció che sei è dovuto a chi, dopo di te, cercherà la propria forma. Niente di ciò che sei dovrà limitare ciò che essi, a loro volta, potranno essere e diventare.»

Le parole dello scrittore – rivoluzionario Termagax aprono il #1 Transformers, il primo dopo quasi sette anni. Di questo misterioso autore non si sa quasi nulla e, per questo motivo, le parole dello scrittore Bryan Ruckley possono essere lette come una dedica a chi, prima di lui, ha modellato l’universo degli Autobot e dei Decepticon. Prendere in consegna una franchise imponente come Transformers equivale a caricarsi di una enorme responsabilità. Significa essere narratore di un universo narrativo con una fanbase agguerrita, appassionata e vibrante, in tutte le sue sfaccettature, negative o positive che siano. Ruckley lo sa bene e, pagato tributo a John Barber e James Roberts, autori prima di lui, decide quindi di dar forma alla sua vita con questo Transformers #1.

Il reboot è totale e comincia in maniera radicalmente opposta all’esordio degli stessi Barber e Roberts del 2012. Cybertron è qui restaurato alla forma originale, bellissimo, capace di stupire. A tenere la mano del giovanissimo Rumble – quasi una rappresentazione del nuovo lettore – c’è Bumblebee, un fan favorite scelto non a caso.  I colori vibranti, che spaziano dall’arancio del tramonto al blu della notte Cybertroniana, sono adatti all’atmosfera sci-fi ed aliena, merito del lavoro Joana Lafuente e di Angel Hernandez, che interpretano al meglio questa sezione dell’albo. I discorsi tra Bumblebee e l’entusiasta Rumble sono un utile maniera per snocciolare informazioni e creare legami tra due personaggi principali. Il disegno è semplice, fatto di linee precise e geometriche, blocchi che si incastrano (come parti di giocattoli) a formare protagonisti colorati, che saltano fuori dalla pagina a contrasto delle linee morbide dell’ambientazione.

Più rigida, austera e fredda la città, teatro di una seconda parte del fumetto. La comunità è più viva che mai e Ruckley ha a disposizione una tabula rasa che nessuno ha potuto sfruttare sin dal #1 di Transformers: Infiltration del 2008.

La continuity nasce sotto i nostri occhi, con il potenziale per nuove occasioni, slegate dalle formule che hanno dominato le trame negli ultimi anni. Senza la divisione tra Autobot e Decepticon, Bryan Ruckley può giocare con le zone d’ombra e proporci confronti inediti. Questa sezione dell’albo segna il punto d’inizio delle trame politiche della serie ed è meticolosamente illustrato da Cachét Whitman; uno stile più realistico, se così si può definirlo, rispetto alle ultime serie, ma comunque vicino alla tradizione cartoonesca dei personaggi.

Il tumulto degli Ascenticon, ispirati dalle parole di Termagax e fomentato dal sostegno  del problematico Megatron, sta causando parecchi grattacapi al Senatore Orion Pax (quello che in futuro diventerà Optimus Prime). Il confronto tra le due forze principali del conflitto è il punto più alto del numero, uno scontro tra personalità forti, in aperto dissenso, ma che vogliono dare ancora una possibilità alla diplomazia e al confronto.

C’è la sensazione che, dietro questo primo  dialogo tra i due, Ruckley nasconda più strati di interpretazione ed un intero sistema di governo, storia e politica venga tenuto volutamente nell’ombra dall’autore. Il cliffhanger scelto da Ruckley chiude un albo di debutto che – come The Magnificent Ms. Marvel – manca del “passo in più” per rendere la lettura imperdibile. Tuttavia, per i fan della serie e dei personaggi, l’occasione di un nuovo #1 si è fatta aspettare decisamente troppo per ignorarla.

Ruckley, Hernandez e Whitman costruiscono, da zero, un nuovo Cybertron da esplorare, con volti nuovi a dare il senso di familiarità al lettore ed una rivoluzione in seno al pianeta pronta a deflagrare.

Gufu’s Version

WONDER TWINS #2 di Mark Russell e Stephen Byrne

Jayna e Zan di Exxor, meglio noti come i Wonder Twins, sono due personaggi fortemente radicati nell’iconografia pop statunitense, legati perlopiù all’immaginario del pubblico 30-40enne cresciuto con i Superfriends nel periodo d’oro dei Saturday-morning Cartoons della ABC: un rito collettivo che ha accomunato centinaia di migliaia di ragazzini e adolescenti negli anni ‘70 e ‘80.
Russell e Byrne attingono a questo immaginario, facendo leva sul fattore nostalgia, utilizzando la popolarità dei personaggi a mo di grimaldello per “entrare in confidenza” con il lettore per poi colpirlo con la loro satira.
Dietro l’apparentemente innocuo aspetto del fumetto sbarazzino per teen-ager e dell’impostazione tipica da sit-com, con i due improbabili protagonisti dalle caratteristiche contrastanti e le dinamiche che hanno fatto le fortune di prodotti come “Two and a half men”, si cela infatti la ormai riconoscibile cifra stilistica di Mark Russell: una sottile e arguta critica sociale e politica raccontata con una gestione calibrata dei tempi comici e l’uso di dialoghi sferzanti e particolarmente divertenti.
Come già fatto su The Flintstones, Russell utilizza un registro leggero e iperbolico per parlare di temi difficili e particolarmente spinosi riuscendo a fornire al lettore degli spunti di riflessione senza risultare didascalico o pedante.
Questo registro viene promosso dallo stile in bilico tra il realistico e il cartoonesco di Stephen Byrne, particolarmente attento al linguaggio del corpo e all’espressività dei volti, capace di enfatizzare la narrazione di Russell senza sminuirne i contenuti.
In questo secondo numero la satira dei due autori prende di mira il sistema penitenziario: agli occhi di questi “immigrati da una civiltà più evoluta della nostra” lo stesso concetto di carcere risulta inconcepibile (mettendo metafumettisticamente in discussione anche il tormentone dell’eroe che sbatte il villain in carcere per poi inseguirlo di nuovo quando evade) ma soprattutto vengono evidenziate tutte le contraddizioni dell’attuale sistema penale USA.
Un sistema fatto di carceri private che puntano più al profitto che non alla riabilitazione o alla giustizia, dove i detenuti sono gestiti come risorse e la sicurezza degli stessi, e della pena che devono scontare, risulta assolutamente secondaria. Si tratta di un tema al centro di un acceso dibattito politico negli Stati Uniti attuali, soprattutto alla luce dei finanziamenti (si parla oltre 5 milioni di dollari sborsati da società come CoreCivic e Geo Group che profittano da questo sistema) alle campagne elettorali per le elezioni presidenziali del 2016.
Gli autori non si limitano alla semplice riflessione sociale ma riescono a rendere i lettori partecipi di un dramma tramite la figura comica e tragica di Baron Nightblood, meglio noto con il meno edificante soprannome di Drunkula, il vampiro alcolista: una vicenda che, nel giro di poche pagine riesce a divertire il lettore per poi colpirlo violentemente allo stomaco.
My two cents: Russell e Byrne potrebbero essere i degni successori del trio Giffen/DeMatteis/Maguire in un’eventuale ritorno della Justice League International.

“Death or Glory”, Rick Remender & Bengal – Motori! Dramma! Azione!

Death or Glory modQuando si pensa a qualcosa di “puramente Americano”, è solito fermarsi all’immagine di una strada desolata nel mezzo del deserto. Il sole cocente che picchia incessantemente, le stazioni di servizio, i classici diner. Un gigantesco truck in viaggio verso chissà quale destinazione. Nel corso degli anni, la cultura Statunitense ha saputo costruire un vero e proprio mito attorno alla highway, al culto del motore rombante, della vita solitaria a bordo di bestie metalliche. Una glorificazione della vastità del suolo a stelle strisce e della libertà, ma anche aggiornamento e rinarrazione del mito western. Grazie ad Image Comics e Bao Publishing, la vita sull’autostrada trova nuova linfa vitale con Death Or Glory, serie scritta da Rick Remender e disegnata dalla superstar francese Bengal.

É proprio l’incontro di stili, la fusione franco-americana a catturare l’occhio alla prima manciata di pagine dell’albo. Autore completo del fantasy Luminae e più volte collaboratore di Jean David-Morvan in Francia, Bengal ha saputo creare un curriculum piuttosto ricco di figure femminili aggraziate, bellissime e letali, fortissime, metabolizzando le lezioni e la sintassi del fumetto d’Oltralpe insieme alle forti influenze orientali, una sensibilità manga che si mostra nella sua versatilità nel design dei personaggi e nella loro “recitazione” sulla pagina.

Non a caso, Rick Remender opta per una protagonista femminile che favorisca i punti di forza del proprio artista: Glory è uno spirito libero, una ragazza nata a bordo di un autocarro, cresciuta girando per l’America con la madre ed il padre, Red. L’unica famiglia che abbia mai conosciuto era tutta lí, estesa esclusivamente a chi, come loro, ha scelto la strada e l’odore di benzina e asfalto come stile di vita. Biker, vagabondi, cameriere nei ristoranti, truck drivers popolano Yuma, Arizona, location che fa da sfondo a questo primo volume della serie.

Un ambiente come questo, però, porta con sé anche parecchi pericoli. All’idilliaco ritratto di America romantica e motorizzata, Death or Glory contrappone il lato oscuro di questa vita al limite, sporcata da gangster e mafiosi, trafficanti di droga – se non peggio – e sceriffi corrotti. Con tanti elementi da gestire e sviscerare, Remender predilige soffermarsi su un nucleo concentrato di personaggi e situazioni, incastri famigliari e l’immancabile, tragico passato che torna a causare problemi nel presente.

Il mDeath or Glory 2ondo di Death Or Glory gioca al confine di questa indefinita “zona grigia”, un contrasto che racchiude tutto ciò che c’è da sapere per mettere in moto la trama. Rick Remender e Bengal non vogliono sfociare spudoratamente nel western fatto di cowboy e banditi ai lati della barricata, ma provano decisamente gusto nell’avvicinarsi a queste atmosfere, dove a parlare prima erano le pistole e gli assalti alle diligenza erano all’ordine del giorno.

Sarà proprio Glory a dover decidere da che parte stare, quanto è disposta a spingersi oltre il limite pur di salvare il padre, afflitto da una terribile malattia. Quando tutto va storto e non c’è più nulla da fare, la strada criminale diventa pericolosamente facile da percorrere. È conveniente, per Rick Remender, caricare il personaggio principale con un’infanzia felice e improvvisamente spezzata, un’adolescenza ribelle e un presente carico di dubbi, tenacia e responsabilità. È un tipo di empatia fittizia, artificiale, forse fin troppo conveniente, ma funzionale allo scorrimento di queste prime 140 pagine. Una volta esplorate le radici della protagonista, la trama ha piena libertà ed ampio orizzonte per muoversi in verticale, sfrecciando freneticamente tra gli eventi.

Con Glory a fare da colonna portante della trama e da centro morale della storia, Remender può giocare con i personaggi di contorno. Pablo, un immigrato brasiliano, sarà la spalla della protagonista, una figura positiva fortemente legata alla parte più macabra della storia. La sua introduzione segnerà il punto di non ritorno che costringerà la giovane ragazza ad agire in maniera sempre più avventata, mettendosi contro l’impero criminale di Toby, suo ex-marito e viscido, pomposo redneck arricchito, disposto a tutto pur di riavere Glory al suo fianco.
Il sottobosco criminale attorno a Toby permette a Remender e Bengal di potersi scatenare nella creazione di personaggi coloriti – forse anche troppo.

Le pagine vengono improvvisamente riempite da macellai dalla Corea del Sud con il gusto per la carne freschissima, due sadiche suore dal grilletto facile, uno sceriffo con il perverso gusto del peperoncino piccante, un killer senza scrupoli che uccide con l’azoto liquido – e molto altro ancora. Impossibile negare l’influenza Tarantiniana di certe situazioni e comportamenti. Figure divertenti da leggere, terrificanti, che spezzano la narrazione con la loro natura sfacciata, ma la loro introduzione frenetica risulta quasi ingiustificata, come se gli autori avessero voluto inserire personaggi così esagerati per il puro gusto dello shock. Death or Glory 3
Non c’é niente che rovini la lettura, ben venga mettere alla prova Bengal con qualcosa di rischioso e caricaturale; eppure, avesse Death or Glory fatto a meno di questa macabra ironia, una massiccia dose di crudele realtá, fatta di uomini spregevoli e bassezze indicibili, avrebbe donato alla storia un tocco in più.

Parlando di Bengal, Death or Glory non poteva trovare interprete artistico migliore. Come già accennato, la scuola francese si fa sentire: la meticolosa divisione della tavola enfatizza e mette in risalto le grandi capacità recitative dell’artista. Glory è ricca di emozioni genuine, espressioni facciali a volte buffe, cartoonesche ma intense, drammatiche ed efficaci. Bengal sa dare spessore ad ogni personaggio grazie ad una fine eleganza nel rappresentarli su carta, dando loro voce anche quando non c’è dialogo. L’artista si piega strategicamente al gusto statunitense quando la trama lo richiede. Il climax di questo primo volume della serie cresce ed esplode in un inseguimento a folle velocità, una deflagrazione action á la Fast & Furious, valorizzata dalla frenesia di tavole, campi larghi e primi piani che si susseguono ed una gamma di colori caldi che rispecchia le emozioni e l’adrenalina pompante nei personaggi coinvolti.

Conclusa la lettura, il primo volume di questa nuova serie di Rick Remender e Bengal lascia al lettore la voglia di continuare a correre, di sfruttare l’impeto e l’energia per proseguire la corsa. Azione, dramma e il retrogusto grottesco sono benzina nel motore di una lettura presenta un sogno western e tutto americano, ribelle e romantico, corrotto dalla crudele realtà della peggior specie di criminali ed approfittatori. Un pulp crime ad alta velocità, Death Or Glory fa del suo cliff-hanger il suo manifesto: un autocarro sfrecciante sull’asfalto, gangster feroci alle costole e l’ultima speranza di rimettere a posto le cose che preme furiosa sul pedale.

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