Monthly Archives: Febbraio 2019

Wednesday Warriors #22 – da Teen Titans a Venom

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

TEEN TITANS #27 di Adam Glass e Bernard Chang

Scrivere Teen Titans è spesso, perdonate il gioco di parole, un’impresa titanica: a differenza della maggior parte dei fumetti di supereroi questa testata concentra in sé diverse problematiche legate, in misura variabile al rapporto affettivo che si instaura tra personaggi e lettori.
La difficoltà principale è quella che affronta un team di autori, normalmente adulti, nel dover raccontare il mondo dalla prospettiva di un adolescente senza ricadere in paternalismi o in facili critiche (“eh, signora mia, i giovani d’oggi”), ma, essendo un tipo di ostacolo che tutti gli scrittori affrontano costantemente nel corso della loro carriera – essendo comunque sempre chiamati a raccontare le vite di persone diverse da sé – è al tempo stesso la problematica più semplice da risolvere.
Teen Titans però ha una genesi unica, originariamente il gruppo è composto dalle spalle adolescenti dei supereroi adulti, che è costitutiva e imprescindibile: i protagonisti della serie devono forzatamente essere adolescenti e, almeno in parte, sidekick. Il vero nodo di Teen Titans è quindi quello di dover cambiare periodicamente la formazione del gruppo man mano che i protagonisti diventano adulti mantenendo però una “quota sidekick” per restare fedeli alla la tematica del contrasto generazionale. Pertanto il gruppo non può essere composto da supereroi teenager “random”, ci hanno provato e non ha funzionato, ma  tutti gli elementi devono avere delle caratteristiche ben precise per non snaturare la serie stessa.
Questo continuo cambio di roster ha come prima conseguenza una rottura col proprio pubblico, la dinamica dell’immedesimazione con i personaggi, il processo affettivo che si instaura coi lettori, fondamentale in una serie indirizzata a un pubblico adolescente, viene a mancare nel momento in cui si cambiano gli interpreti principali di Teen Titans.
Ed è qui che gli autori devono intervenire per riuscire a ricreare quel legame con il pubblico: operazione che non sempre ha successo.
Nel caso in questione è ancora presto per dire se Adam Glass e Bernard Chang siano riusciti a costruire uno di quei team che restano nel cuore dei lettori, ma questi primi passi sembrano andare nella giusta direzione.
Prendendo a modello i New Teen Titans di Marv Wolfman e George Pérez, la serie presenta un mix bilanciato di personaggi noti (Robin, Kid Flash e Red Arrow) e inediti (Djnn, Crush e Roundhouse) che offre agli autori di giocare sul doppio binario della familiarità e della scoperta. In questo capitolo, più riflessivo rispetto ai precedenti, Glass usa un espediente tipico della narrazione seriale, e della sit-com nello specifico, facendo agire i protagonisti a coppie inserendoli in contesti diversi; in questo modo riesce ad approfondire le dinamiche tra i personaggi e, con esse, esplorare il background degli stessi.
Scopriamo così qualcosa sui nuovi membri dei Titans, soprattutto su Djinn, e allo stesso tempo, tutti gli interpreti guadagnano un po’ di quello spessore necessario a distinguerli dal semplice artificio narrativo rendendoli più reali agli occhi del lettore e quindi empaticamente più vicini.
In questo senso funziona benissimo il tratto sintetico, più prossimo al cartoon che all’iperrealismo, di Chang che rende il processo di identificazione e di affezione più semplice e automatico.
Questa incarnazione dei Teen Titans ha tutte le carte in regola per diventare una serie generazionale, di quelle che i teenager di oggi potranno ricordare in futuro come “i miei Titans”

Bam’s Version

WOLVERINE: INFINITY WATCH #1 di Gerry Duggan e Andy MacDonald.

Dopo un anno, l’operazione di resurrezione di Wolverine può essere bollata come un vero pastrocchio. Editorialmente parlando, riportare in vita Logan ha coinvolto una dozzina di serie, creato un mini-evento autocontenuto, “Hunt For Wolverine”, una miniserie apposita, “Return of Wolverine” e costretto a vari intrecci con le “Infinity Wars” di Gerry Duggan.
É proprio Duggan a recuperare l’Artigliato Canadese per questa “Wolverine: Infinity Watch”, l’ennesima storia volta a infilare – ad ogni costo – Wolverine nella continuity Marvel che è andata avanti senza di lui.

“Infinity Watch” è da considerare immediato sequel di “Return Of Wolverine” di Charles Soule – ritroviamo Wolverine alle soglie dell’Istituto Xavier, solo per scoprirlo imbrigliato in un sadico trucco di Loki, il Dio dell’Inganno. A seguito dell’introduzione del fratellastro del Dio del Tuono, il fumetto smette di essere incentrato su Wolverine e si trasforma in un epilogo delle Guerre dell’Infinito appena concluso. L’evento cosmico ha fatto tabula rasa degli ultimi anni spaziali Marvel e consegnato una tabula rasa ad i nuovi lettori. Il prezzo da pagare è stato, peró, altissimo: Duggan ha toccato il suo punto più basso da quando è in Marvel, ingarbugliato in troppe sottotrame ed un intreccio principale macchinoso, confusionario e, proprio per questo, per nulla avvincente.

Cosa c’entra, in tutto ciò, Wolverine? Assolutamente nulla.
“Wolverine: Infinity Watch”, in copertina, può sembrare il pretesto per un’avventura spaziale dell’Artigliato ma, all’interno, si rivela un epilogo non necessario ad un evento che nessuno voleva leggere. Un numero di debutto pesante, didascalico e che funge da “riassuntone” per tutti quelli che, per un motivo o l’altro, si aspettavano un fumetto pieno di snikt e “cocco” e si sono invece ritrovati impelagati nella mania da collezionista delle Gemme dell’Infinito di Loki. Modesto il lavoro di Andy MacDonald ai disegni, un tratto simpatico, grinzoso e ben colorato da Jordie Bellaire, ma nulla di imprescindibile o must see, niente che possa salvare capra e cavoli. Se cercate altre letture dedicate a Wolverine, “Dead Man Logan” di Brisson e Henderson saprà accontentarvi.

VENOM #11 di Donny Cates, Joshua Cassara e Ryan Stegman.

Giochino divertente, quello delle retcon. Sin dalla nascita di questo escamotage narrativo, le operazioni di rifinitura, cancellazione e riscrittura di eventi del passato hanno causato guai per gli scrittori, i personaggi e, molto spesso, moti d’impeto tra i lettori. Un colpo di spugna che copre spiacevoli erroracci del passato, obbrobri di continuity, permettendo di modificare aspetti della vita editoriale di un personaggio e rimodellarli a proprio piacimento.

Donny Cates ha fatto della retcon, di questo processo continuo di smantellamento e risanamento, la raison d’être del suo “Venom”.  Un tipo di scrittura invasivo, forse, ma mai insensato o scellerato. Sin dall’inizio della serie, Cates ha saputo gestire il tortuoso passato di Eddie Brock e scomporre il personaggio in diversi segmenti, ne ha distrutto le fondamenta e lo ha ricostruito, consegnando al lettore un antieroe, mosso perlopiù da una spinta positiva, ma che al tempo stesso combatte le sue peggiori pulsioni negative. Un protagonista, dunque, che mantiene il suo appeal e carisma oscuro, violento, ma combatte per migliorare se stesso e utilizzare il suo potere alieno a fin di bene. La domanda diventa un’altra, quindi: quali benefici trae il simbionte da Eddie Brock? Cosa costa, quale prezzo comporta questa vita a metà, divisa con un parassita in grado, in ogni momento, di dominare il corpo ospite?
Anche in questo undicesimo numero – che lo stesso Cates ha ammesso essere fondamentale per tutto il percorso da lui imbastito – il passato di Eddie Brock e le interferenze del simbionte in esso sono assolute protagoniste.

La narrazione del numero è alternata, intrecciata tra realtà e subconscio. Eddie Brock si trova, ad apertura dell’albo, sotto il bisturi del Creatore, villain che Cates ha introdotto a sorpresa. Ryan Stegman non cala d’intensità, regalando una prova maiuscola e rimanendo in tono con il suo vertiginoso picco di qualitá, eppure é in disparte: Joshua Cassara é il vero protagonista artistico del fumetto, impegnato ad illustrare le sequenze oniriche che sconvolgono la mente del povero Brock. Alle linee morbide ma massicce di Stegman, Cassara affianca volti squadrati e una suddivisione della pagina irregolare ed imprevedibile, spesso “invaso” da un simbionte sporco, grezzo e perfettamente colorato dal veterano Frank Martin.

In questo turbinio psicotico rosso sangue e nero pece, fatto di dialoghi nervosi, perlopiù spezzati, rabbia che finalmente esplode e collera che viene sputata fuori in monologhi interni, Cates cala un altro asso in questa nervosa partita a carte con i punti oscuri del passato di Brock. «Everything you knew is wrong» sembra davvero diventato il mantra di questa serie, che ad ogni opportunità riscrive la storia di Venom, ne cambia dettagli fondamentali ed aggiunge particolari devastanti, che offrono nuove prospettive e opportunità narrative. Con “Venom” e, specialmente, con questo Donny Cates, non ci si annoia mai.

Novità Nexo Digital di marzo

Anche nel mese di marzo la Nexo Digital ci riempie di sorprese e di nuovi emozionanti titoli.

Questo è il programma per i DocuFilm evento:

 

 Mentre ecco cosa ci propone la linea Nexo Anime, per il suo ottavo ciclo:

  • il 23 e 24 marzo si parte con MY HERO ACADEMIA-THE MOVIE:TWO HEROES, il nuovo travolgente fenomeno globale del mondo dei manga e degli anime
  • il 13,14,15 maggio proseguiremo con 5 CM AL SECONDO, uno dei capolavori del maestro Makoto Shinkai, campione di incassi con Your Name
  • il 18 e 19 giugno infine arriverà in sala FATE/STAY NIGHT:HEAVEN’S FEEL 2-LOST BUTTERFLY, il secondo episodio della trilogia che racconta le vicende della terza e ultima route narrata nella visual novel Fate/Stay Night.

 

Come sempre Dimensione Fumetto vi regala i coupon per l’ingresso ridotto agli spettacoli che non potete perdere. Basta stamparli e presentarli alla cassa del vostro cinema aderente!

Wednesday Warriors #21 – Da Thor a Conan

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

THOR #10 di Jason Aaron e Mike Del Mundo.

È da più di sette anni che il lavoro di Jason Aaron sul Dio del Tuono riempie le pagine dedicate al Tonante in Marvel. Lavorando con giganteschi concept che mescolano tradizione e mitologia norrena e la piú classica delle strutture supereroistiche, Aaron ha saputo presentare una pletora di dèi con divini problemi, per citare il Sorridente Stan Lee.
In questo lungo processo di umanizzazione degli Dei Asgardiani, un personaggio in particolare si è sempre saputo distinguere, un protagonista secondario che è stato fondamentale in ogni svolta narrativa della storia finora e che si è rivelato uno dei personaggi preferiti dello stesso Aaron – e del sottoscritto.

Senza la figura del Padre di Tutti, senza Odino, il “Thor” di Aaron avrebbe un quarto dell’intensità che ha sfoggiato finora. Un rudere della vecchia Asgard, ossessionato dallo splendore del suo regno, riluttante ad aprire l’occhio e notare come i Dieci Regni stessero per ritorcersi l’uno contro l’altro. L’ascesa di Malekith e l’arrivo della Guerra dei Regni sono state inconsciamente supportate dalla furia di Odino, mortalmente intenzionato a distruggere la donna che impugnava Mjölnir, Jane Foster, rea di aver usurpato la memoria e la potenza – tutta tossicamente mascolina – di Asgard.

Eppure, Odino non è mai stato classificato come un villain. Jason Aaron ne ha esplorato diverse sfaccettature e lo ha utilizzato in vari ruoli: custode di indicibili segreti, acerrimo nemico degli invasori del Regno, marito impossibile da sopportare, egoista oltre ogni concezione umana, figura tormentata dal peso della corona e delle responsabilità, un Dio a cui tutto era concesso e dovuto proprio in virtù del suo essere Padre di Tutti.
Odino è il prodotto di un sistema antiquato, classico, tuttavia superato. È il mausoleo di una Asgard che non esiste più se non nella memoria, un sovrano che ha regnato eccedendo in tutto, boria, conflitti, discussioni, frustrazione e, soprattutto, vivendo in maniera altalenante il rapporto con i suoi figli.

Al centro di questo #10 c’è proprio il legame che unisce padri e figli e, alle soglie della Guerra dei Regni, Thor e Odino si affrontano senza risparmiarsi.
È proprio il concetto del nome “Padre degli Dei” che sembra riecheggiare ironicamente tra le pagine dell’albo: come si può tenere fede al ruolo di All-Father se, per Odino, è stato praticamente impossibile essere un padre presente ed amorevole anche per il solo Thor? I due non si risparmiano sferzate al vetriolo, insulti e dialoghi che sfiorano l’alta lirica germanica e cascano poi nel disperato tentativo di ferire “l’avversario”. Osservare lo scontro dal punto di vista di Odino ribalta la prospettiva del lettore, che si trova a contatto con una figura altamente empatica, un bambino diventato uomo, poi diventato padre, che non ha saputo allontanarsi dal dolore e dalle ferite che il suo tortuoso processo di crescita gli ha inferto.

Mike Del Mundo è protagonista quanto il Dio del Tuono e il furioso Figlio di Bor. L’artista, strepitoso in copertine e illustrazioni, ha finalmente trovato una sua linea guida da seguire e si é trasformato in altrettanto incredibile artista interno. La suddivisione delle vignette, la “gabbia”, non imprigiona il tratto sfarzosamente pop, coloratissimo e iper-attivo di Del Mundo. I centellinati momenti di libertà sono un’iniezione di adrenalina, con l’artista che gioca con i personaggi e la loro fisicità, sfrutta un centinaio di martelli e li unisce, risultando botte da orbi e occhi neri, tutto costruito sulle parole, e le emozioni riversate in esso, di un altro, straordinario script di Aaron.

WONDER TWINS #1 di Mark Russell e Stephen Byrne.

Il nome di Mark Russell andrebbe, senza alcuna ombra di dubbio, inserito tra quelli delle rising stars del fumetto statunitense. Ma anche catalogandolo insieme ad altri nomi, Russell ha saputo avere una marcia in più, facendo dell’ironia tagliente, dello humor nero e della onnipresente critica sociale il suo marchio di fabbrica.

Per puntare ancora di piú su questo spirito ribelle e dissacrante, DC Comics ha saputo sfruttare Russell in maniera satellite alle sue storie principali, dandogli l’opportunitá di scrivere personaggi come Lex Luthor e la Lanterna Verde John Stewart in rari – e bizzarri – crossover con i personaggi Hanna-Barbera e Looney Tunes. Con il lancio della linea “Wonder Comics”, Brian Michael Bendis e DC Comics hanno trovato l’occasione giusta per far sfiziare Russell con Superman, Batman, Wonder Woman e molti altri ancora.

Creati al delirante tramonto degli anni ‘70, i Gemelli Meraviglia di Nelson Bridwell e Ramona Fradon hanno sempre vissuto il loro status da personaggi di serie C, una battuta ricorrente non aiutata dalle loro comparsate nella serie animata I SuperAmici, versione della Justice League per i più piccini. Mark Russell sa benissimo che sfruttare la componente supereroistica sarebbe da sciocchi, del resto i gemelli Jayna e Zan di Exxor non hanno chissà quali incredibili poteri: la prima può mutare in vari animali, mentre il secondo trasformarsi in varie forme d’acqua, da liquido a solido a gassoso.

L’autore si sente a casa e sfrutta il grande potenziale comedy, un umorismo che nasce dal concept di due gemelli alieni spediti sulla Terra, costretti a districarsi tra teenager annoiati e/o attizzati. Il liceo che fa da ambientazione vive di tutti gli stereotipi che la cultura statunitense ci ha propinato in questi anni; a questo iniziale cocktail di situazioni assurde e irriverenti, Russell aggiunge la massiccia presenza della Justice League, con i due gemelli alieni incaricati di “fare da custodi” alla Hall Of Justice. Ma non c’è da aspettarsi seriosità o trame impegnative, perché nemmeno la Trinità si salva dallo spirito ironico di Russell, che si fa più volte beffe dei supereroi più importanti dell’universo DC.
L’albo è pieno di piccole e grandi battute, trovate geniali e innuendo. Raccontarle e sottolineare le risate ad alta voce fatte durante la lettura non renderebbe minimamente giustizia al lavoro dello scrittore.

Ai disegni, Stephen Byrne è certamente adatto al tono della storia, con uno stile giovane, fresco e valorizzato da una buona palette di colori – anche se dei toni piatti da classico comic book avrebbero creato un interessante contrasto artistico e narrativo. Tuttavia, il fumetto può risultare statico, con poca dinamicità, con un forte rischio di diventare, agli occhi, ripetitivo con il passare dei numeri.

“Wonder Twins” è un ottimo primo approccio al genio comico di Russell, un fumetto che può sicuramente osare di più sul piano artistico ma che pianta saldamente i piedi nell’Universo DC, proponendo qualcosa di fuori dagli schemi e radicalmente differente. Una serie comedy con risvolti teen drama, formula che raramente vediamo applicata alla Distinta Concorrenza.

Gufu’s Version

SAVAGE SWORD OF CONAN #1 di Gerry Duggan e Ron Garney

A poco più di un mese dall’uscita di Conan The Barbarian la Marvel Comics riporta nelle librerie USA la gloriosa testata Savage Sword of Conan; quella che tra il 1974 e il 1995 è stata una rivista dedicata a un pubblico adulto, in bianco e nero e con un formato più grande, viene riproposta oggi nel classico formato comic book che si distingue dalla testata gemella nella struttura editoriale. Savage Sword infatti proporrà brevi cicli di storie che saranno di volta in volta curati da diversi team creativi.

Nel primo capitolo de “Il Culto di Koga Thun”, Gerry Duggan e Ron Garney propongono la loro energica versione del giovane cimmero, qui Conan ha circa 20 anni, alle prese con una (dis)avventura marittima fatta di squali, galee, schiavi e pirati. Il taglio scelto dal team creativo è decisamente sopra le righe e con una traduzione a fumetti più convincente rispetto all’approccio letterario-illustrativo scelto da Jason Aaron e Mamud Asrar per “the barbarian”. L’approccio generale resta comunque coerente alla linea editoriale che vede come punto di riferimento, per tutti gli autori, il Conan delineato da Roy Thomas circa 40 anni fa: Duggan rimarca una delle caratteristiche fondanti del personaggio, l’incapacità di Conan di accettare la resa, e ci costruisce attorno la trama dell’intero episodio. Più della sua forza sovrumana, più della sua abilità con la spada, questa estrema tenacia – chiamiamola così – è il motore, causa scatenante e risoluzione, che porta avanti il racconto; le trenta pagine di questo primo albo scorrono rapidamente e intrattengono il lettore in una continua escalation di sospensione dell’incredulità. Un metodo implausibile se applicato a qualunque altro eroe o antieroe – l’unico personaggio dei fumetti che si avvicina a queste dinamiche è, probabilmente, il “nostro” Tex.

Ron Garney adotta un tratto frammentato e ricco di campiture nere che, abbinato ai colori rarefatti di Richard Isanove, donano alla storia un’atmosfera cupa e indefinita consona agli aspetti più mitologico-soprannaturali tipici dello Sword & Sorcery.
Il muscolare Conan di Duggan e Garney è una piacevole sorpresa nell’ambito dell’intero progetto che vede il ritorno della creatura di Robert E. Howard in casa Marvel.

SUPERMAN #8 di Brian Michael Bendis, Ivan Reis e Brandon Peterson

Prosegue l’arco narrativo “Unity Saga: The House of El” in cui gli autori indagano sul Jor El e raccontano i retroscena del viaggio di Jon Kent con il suo nonno Kryptoniano.
Brian Michael Bendis lascia che sia Jon stesso a raccontare ai propri genitori quanto successo nel periodo passato a vagare per la galassia raccontando quindi la storia per flashback. Il racconto procede dunque su due linee temporali parallele: quella presente, illustrata da Ivan Reis, e quella del racconto di Jon, che vede Brandon Peterson ai disegni; una scelta figlia della necessità di mantenere in scena il titolare della testata – Superman – che sarebbe altrimenti stato relegato al ruolo di semplice comparsa, che ha però il difetto di rendere il ritmo più compassato e a tratti macchinoso.

Di contro stupisce sempre l’abilità di Bendis nel saper rendere credibili i personaggi che è chiamato a gestire, e lo fa grazie alla verosimiglianza dei dialoghi, frammentati, ricchi di reiterazioni e a volte carichi delle incoerenze tipiche del parlato quotidiano. Dialoghi che riescono a comunicare anche ciò che non viene detto esplicitamente, parlando per sottintesi e pause, lasciando al lettore il compito di “unire i puntini” e, così facendo, coinvolgendolo nel processo creativo e amplificandone la risposta emotiva ben più di quanto possa fare una prosa elaboratamente sofisticata.
Ovviamente questo tipo di scrittura richiede una conoscenza dei propri limiti, che lo scrittore ha ampiamente sondato nel corso della sua carriera, oltrepassati i quali il testo diventerebbe un ostacolo alla fruizione della storia: non è questo il caso e Bendis riesce a darci un ritratto interessante di Jon Kent, convincente nella descrizione delle sue difficoltà tipicamente adolescenziali.

Al di là dell’ottimo lavoro sul giovane Superboy il team creativo si distingue per la resa efficiente di tutti gli altri personaggi, il Superman di Ivan Reis è una miscela di classico e moderno che reinterpreta in chiave contemporanea tutti gli stilemi del personaggio senza mai tradirli, una prestazione maiuscola del disegnatore che mette in ombra il lavoro meno convincente di Brandon Peterson, quest’ultimo segna un passo indietro rispetto alle sue recenti prove su Titans, soprattutto sul piano della riconoscibilità e coerenza dei personaggi, che riscatta parzialmente con una bella composizione.
Segnalazione doverosa per la sorpresa finale, un ritorno che solleva molte domande e promette parecchia azione.

Wednesday Warriors #20 – da Daredevil a Green Lantern

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

DAREDEVIL #1 di Chip Zdarsky e Marco Checchetto.

Nel marasma editoriale e creativo Marvel del 2018, il Diavolo di Hell’s Kitchen sembrava essere stato escluso dalla spinta del Fresh Start. Le trame di Charles Soule escludevano ribaltoni, tra sindaci di New York «corruptus in extremis» e una trama che stentò a trovare un qualsivoglia mordente. Una storia perlopiù anemica, incapace di catturare la forza del personaggio e, quantomeno, di sfruttare la prospettiva da legal drama che Soule aveva mostrato di saper padroneggiare. Inutile dire che la stragrande maggioranza dei fan del Cornetto ha tirato un sospiro di sollievo all’annuncio dell’arrivo di Chip Zdarsky e Marco Checchetto.

Daredevil #1 parte con un Matt Murdock lontano dalle aule di tribunale. Capelli incolti, aria spavalda, antidolorifici, sex appeal e malinconia: Marco Checchetto canalizza tutto il fascino di un giovane Robert Redford nella rappresentazione di un protagonista libero da vincoli, apparentemente ringiovanito. Ma alla base di questo nuovo Daredevil c’è soprattutto un processo di ricostruzione. Un work in progress che già da questo debutto è nucleo della trama principale.

“The Death Of Daredevil” di Soule e “Man Without Fear” di Jed MacKay hanno consegnato a Zdarsky un Matt Murdock lontano dalle sue sicurezze, nuovamente Daredevil ma lontano dall’Uomo Senza Paura che il lettore ha imparato a conoscere.
Il processo di recovery, anticipa Zdarsky, sarà lungo e tortuoso. É proprio qui che si trova il fascino di questo primo, nuovo “Daredevil”. Ogni evento del fumetto é funzionale alla diffusione di questo dubbio. La crisi di fiducia che ha colpito il personaggio é stata trascinata a questa nuova serie. Avremo di nuovo l’Uomo Senza Paura? Il peso degli acciacchi, della responsabilità e degli errori commessi saranno un prezzo troppo alto da pagare?
Lo scrittore cerca la riflessione, disposto a metter da parte velleità da debutto che impongono momenti ad alto tasso adrenalinico e testosterone.
Il Diavolo é lontano dal suo apice fisico e mentale e, tra le pieghe del costume rosso e le nocche insanguinate, c’è molto di più, stavolta, da osservare.

Zdarsky opta per un numero di debutto concentrato tutto sul personaggio, con un breve accenno alle trame orizzontali ed un intrigante esordio di un personaggio secondario che potrebbe cambiare parecchie dinamiche alla tradizionale formula del supereroe vigilante.
Di fianco all’intreccio principale, Zdarsky non resiste alla tentazione ed esplora, come tanti prima di lui, il passato di Matt Murdock, sviscerato attraverso momenti salienti della sua crescita. Gioca un ruolo fondamentale la religione del protagonista, la violenza nascosta nel suo cuore, il suo rapporto con la giustizia e la sottile linea che la separa dalla vendetta. Qui spunta la voce del Matt Murdock di Zdarsky, un personaggio che ha vissuto le discrepanze di un fragile equilibrio: arrabbiato con il mondo e con Dio per ciò che gli ha tolto, tuttavia ancora in grado di trovare la forza di fare del bene e proteggere Hell’s Kitchen.

Marco Checchetto e la semplicitá dello story-telling sono protagonisti tanto quanto l’interessante sceneggiatura di Zdarsky. Personaggi marcati da linee chiarissime e definite si muovono in una New York sporca, fatta di criminali e poliziotti, ancora più viva grazie ai colori di Sunny Gho. I personaggi sono attori che Checchetto gestisce perfettamente. Proprio con Murdock, l’artista sa di avere una grande varietà di emozioni da mostrare e, dalla rabbia alla paura, il Diavolo rivela tutto e lo fa al meglio, anche sotto la maschera.

Daredevil #1 ha il pregio di evitare qualsiasi scimmiottamento alla serie Marvel / Netflix, prediligendo una narrazione muscolare e, al tempo stesso, parecchio introspettiva. Un Matt Murdock fuori dalla sua zona di comfort permette a Zdarsky e Checchetto di giocare con un Diavolo che, da qualche anno, sembra spuntato delle sue corna rosso sangue.
Finalmente, Hell’s Kitchen sembra aver trovato nuovamente il suo protettore.

UNCANNY X-MEN #11 di Matthew Rosenberg, Salvador Larroca, John McCrea e Juanán Ramirez.

«Every X-Men story is the same.»

Leggendo la prima pagina di Uncanny X-Men #11, verrebbe da chiudere l’albo seduta stante. Matthew Rosenberg ci avvisa con un pensiero in un balloon rosso, piazzato al centro di una prima pagina nera. Ma se ogni storia degli X-Men è uguale all’altra, perché dunque leggere questo undicesimo numero di Uncanny X-Men? Cosa nascondono di diverso queste sessantaquattro pagine?

Il mondo si trova ancora una volta coinvolto in un ciclo di terrore e pregiudizi: il vaccino anti-mutante ha ridato speranza agli umani, sempre più intolleranti ed impauriti dalle bombe atomiche a piede libero tra loro. L’orlo dell’estinzione ed il clima d’odio sono componenti fondamentali, quasi cicliche degli X-Men.
Eppure, Rosenberg calca la mano, non rinuncia a qualche colpo sotto la cintura e l’atmosfera descritta è lontana dal clamore delle battaglie in spandex aderente. Amarezza, paura e rancore dominano i dialoghi, un sostegno più che valido ai disegni di un Salvador Larroca lontano dai suoi anni migliori – ma comunque funzionale al racconto, aiutato dai colori di Rachelle Rosenberg che ha aspramente criticato, in una forte caduta di stile.

Se a Larroca tocca il compito di illustrare il ritorno di Ciclope, depresso, ubriaco e disperato, allo stile di John McCrea si addice di più il rientro di Wolverine: questi due racconti paralleli saranno al centro della trama principale, due punti di vista che seguono lo stesso percorso e tastano il polso del mondo mutante intorno a loro. Due perni della struttura narrativa degli X-Men si trovano così costretti ad incastrarsi nuovamente nelle trame dopo esserne stati allontanati per anni. Le loro differenze d’opinione li hanno separati in maniera drastica e il fato – o le esigenze editoriali, che dir si voglia – li ha costretti al riavvicinamento.

Rosenberg ha la fortuna di poter utilizzare due personaggi freschi di ritorno dal mondo dei morti: Uncanny X-Men recupera due protagonisti di calibro pesante, carismatici e pieni di contraddizioni e zone d’ombra. Si riempie cosí un vuoto pesante, un vuoto che ha segnato il destino di molte testate mutanti negli ultimi anni.
Mancava quel personaggio che potesse assumere la leadership degli X-Men senza far storcere il naso ai fan piú duri e puri. Otto anni dopo lo Scisma di Jason Aaron, Ciclope e Wolverine tornano a fare squadra, a riunirsi in battaglia nel momento più alto dell’albo, regalando il feel good moment che serviva per catalizzare l’energia positiva per la rinascita degli Uomini-X.

Né Ciclope né Wolverine, tuttavia, costituiscono la parte più interessante di Uncanny X-Men #11, un numero tenuto in piedi da un unico personaggio, che lo scrittore utilizza in maniera intelligente e, al tempo stesso, triste. La mutante Blindfold è il simbolo dell’atmosfera cupa che Rosenberg ha voluto imprimere. Il suo racconto passa dalle matite di Larroca a quelle di McCrea, fino ad un epilogo di Juanan Ramirez. In lei, Rosenberg ritrae la sofferenza e la spirale depressiva di chi soffre la persecuzione, di chi si vede senza futuro – nonostante il suo potere sia proprio la preveggenza. Una metafora che colpisce come un treno e segna un punto di non ritorno per questo #11 che sa tanto di #1.

Se «ogni storia degli X-Men é sempre la stessa», Rosenberg e il team artistico tengono a sottolineare questo ciclo infinito di sofferenza per i mutanti, odiati e temuti per tradizione stessa della Casa delle Idee. Sostanzialmente, Uncanny X-Men #11 non offre niente di rivoluzionario, eppure segna un drastico cambio di direzione per il più recente rilancio editoriale dei mutanti. Rosenberg si incammina su un percorso pieno di ostacoli con una flebile luce in fondo al tunnel, due pezzi da novanta come protagonisti e l’idea di scrivere i suoi X-Men, senza compromessi.

Gufu’s Version

FEMALE FURIES #1 di Cecil Castellucci e Adriana Melo

Reduce dall’ottima prova sulle due miniserie dedicate a Shade: the Changing Girl, Cecil Castellucci prende in consegna e Furie Femminili: il corpo di élite creato da Granny Goodnes al servizio di Darkseid, il Signore e padrone di Apokolips.
Create da Jack Kirby nell’ambito della sua Saga del Quarto Mondo, le Furie sono sempre state una figura di contorno in questo ambizioso progetto autoriale del Re, più funzionali alla storia di Mister Miracle e Big Barda che personaggi a tutto tondo capaci di reggere una serie autonoma.
La Castellucci si trova quindi con dei personaggi sostanzialmente vergini a cui deve dare un’identità e uno scopo narrativo nuovo, identità che l’autrice cerca e trova tra le pieghe del dibattito sociale odierno. Scelta intelligente e sensata soprattutto alla luce del fatto che tutta la saga dei New Gods era nelle intenzioni di Kirby una lettura della propria contemporaneità.
È così che tutto il primo capitolo di Fatale Furies è intriso di palesi riferimenti alla condizione delle donne nella società contemporanea: succede quindi che su Apokolips, come sul nostro pianeta, le donne vengono sottovalutate, anche quelle che – come le Furie – possono romperti l’osso del collo con un ceffone, e che vengano giudicate in base all’aspetto fisico. Succede che i colleghi uomini le derubino dei loro meriti legittimi (anche e soprattutto quando questi meriti contemplano omicidi e altre efferatezze) e che ci siano altre donne che si rivelano maschiliste anch’esse riproponendo frasi a noi familiari quali: “se l’è cercata” o “se cura così il suo aspetto è normale che riceva attenzioni”.
Sebbene il soggetto sia ben congegnato e ricco di spunti interessanti soffre un po’ la necessità (imposta?) di andare incontro ai potenziali nuovi lettori: i dialoghi risultano così fin troppo didascalici perdendo di naturalezza e credibilità. Non aiuta in questo il tratto legnoso di Adriana Melo che sembra non saper gestire bene la recitazione dei suoi personaggi, che assumono pose ed espressioni rigide e poco naturali.
Fanno da contraltare delle belle trovate, su tutte quella di raccontare i flashback semplificando il tratto e utilizzando solamente colori piatti: in questi passaggi le tavole ricordano un certo stile anni ‘90, quello dei primi albi Vertigo per intenderci, che fa compiere un vero balzo nella memoria ai lettori più stagionati.
L’albo è ricco di belle idee e di potenzialità e, al netto delle criticità sopra espresse, risulta piacevolmente scorrevole e interessante.

THE GREEN LANTERN #4 di Grant Morrison e Liam Sharp

Grant Morrison e Liam Sharp continuano il loro percorso di ridefinizione di Hal Jordan, un percorso che, a differenza di quanto fatto nel recente passato delle Lanterne Verdi, si concentra quasi esclusivamente sulla figura di Hal mettendo in disparte il Corpo delle Lanterne Verdi: qui il nostro eroe dismette le vesti del leader carismatico per assumere il ruolo di cowboy solitario, giustiziere fallibile e sempre più avverso alle regole e all’autorità. Non si tratta di una caratterizzazione inedita, in quanto Hal è sempre stato descritto come un ribelle, ma qui Morrison e Sharp rendono questa sua indole in maniera significativamente più marcata.
In questo albo il duo britannico tralascia parzialmente la struttura delle storie autoconclusive per approfondire la macrotrama che vede l’approssimarsi del conflitto tra Hal Jordan e il Corpo delle Blackstars: tutto è imperniato sul dualismo luce/oscurità rappresentato sia dai poteri delle due fazioni che dai singoli elementi della storia.
Come da sua consuetudine, Morrison riempie il suo soggetto di idee, spunti, personaggi e sottotrame e Sharp, da parte sua, gli fa eco affollando le sue tavole di dettagli e tratteggi fitti.
Siamo lontani dallo standard supereroistico odierno e più vicini al mondo dell’illustrazione, in una ricerca stilistica dal taglio monumentale che riecheggia l’ultimo periodo di Alex Raymond su Flash Gordon: la narrativa di fantascienza per eccellenza.
Ogni tavola è curata maniacalmente, dal soggetto ai disegni, dai personaggi ai dialoghi, andando a comporre un albo complesso che costringe il lettore a tornare indietro per rileggere e comprendere meglio i passaggi più ostici: non siamo ancora dalle parti di The Invisibles o di Nameless, sia chiaro, ma comunque molto lontani dalla tanto vituperata decompressione narrativa di cui si parla tanto.

“Gideon Falls”, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino – All’Ombra del Fienile Nero

Che David Lynch sia una delle maggiori ispirazioni di Jeff Lemire non dovrebbe stupire nessuno. Del resto, in più occasioni l’autore canadese ha espresso la sua vicinanza ai temi e la sua ammirazione per la brillante, lucida follia del regista e sceneggiatore di Missoula, nel Montana. Da sempre, l’autore esprime chiaramente la voglia di raccontare la sua personale visione del mondo, portandola al pubblico tramite il cinema, la televisione, la musica, la fotografia o la pittura.
Per i fan, Lynch è una sorta di figura mistica, un elemento di ispirazione irraggiungibile ed inarrivabile, eppure sempre pronto a donare nuove visioni e modi di interpretare le sue storie.

In questo momento della sua carriera, Lemire si trova molto vicino al “modello Lynch”. Dopo anni di onorata militanza tra Marvel e  DC e una carriera costruita su graphic novel di incredibile successo – con storie che hanno catturato attimi della sua vita, se pensiamo ad Essex County, Il Saldatore Subacqueo e Niente Da Perdere Lemire ha saputo trovare una nuova dimensione in Image Comics. Pur mantenendo viva la fiammella del divertissement supereroistico in Dark Horse Comics e il suo Black Hammer, è proprio in Image che Lemire ha saputo accostarsi ancora di più a David Lynch.

Nel 1984, Lynch creò un cult con Dune, il kolossal sci-fi tratto dal romanzo di Frank Herbert, dedicato alla turbolenta guerra del Landsraad; nel 2015, insieme a Dustin Nguyen, Jeff Lemire pubblica Descender, fumetto fantascientifico costruito su un conflitto interplanetario che ha a cuore la sorte delle intelligenze artificiali. Nel 1991, David Lynch e Mark Frost rivoluzionarono la TV statunitense con Twin Peaks, thriller con le tinte paranormali che sconvolse il mondo con la morte di Laura Palmer e l’indagine dell’Agente Dale Cooper nell’omonima cittadina; nel 2018, Jeff Lemire e Andrea Sorrentino debuttano con Gideon Falls, un horror – thriller che lega le vite di due individui intorno al mistero del Fienile Nero. «Coincidenze?»

PuGideon Falls 2bblicato da Bao Publishing in formato cartonato, il primo arco narrativo di Gideon Falls, Il Fienile Nero, introduce da subito tre elementi fondamentali per la storia. La prima splash page ci presenta Norton, protagonista affetto da gravi disturbi psichici: paranoico, ossessionato e intimorito dal mondo che lo circonda, morbosamente attratto dalla spazzatura di una megalopoli opprimente, alla forsennata ricerca di qualcosa nell’immondizia.

Andrea Sorrentino, invece, si presenta da solo: chi ha letto il suo Freccia Verde o Vecchio Logan conosce le capacità di questo talento nostrano, audace storyteller che gioca con le tavole e padroneggia con destrezza il ritmo della narrazione.

Ogni occasione é buona per sorprendere il lettore ed ecco che la primissima pagina di Gideon Falls – Il Fienile Nero esterna uno dei temi portanti della serie. Norton appare per la prima volta a testa in giù, in piedi su uno sfondo urbano rosso sangue.
La prospettiva del lettore si raddrizza nella vignetta successiva, ma il primo impatto distorce il senso della pagina e costringe a guardare tutto da un punto di vista insolito, “sbagliato”.

Non ci sono POV da assumere che giustificano questa scelta, il lettore non è portato al livello di qualche elemento che osserva il protagonista da qualche strana prospettiva. L’atmosfera disturbante, inquietante e squilibrante di Gideon Falls si fa strada da subito, un manifesto che Lemire e Sorrentino affiggono affinché il lettore possa meglio capire che tipo di storia vogliono raccontare.

Dopo l’accattivante introduzione del povero Norton, gli autori guidano su una strada desolata che porta al centro di Gideon Falls, una città rurale di pochi abitanti che ha recentemente perso il proprio uomo di chiesa. A sostituirlo è Padre Fred, parroco dal passato turbolento che sembra aver rubato il volto a Woody Harrelson. Sarà proprio questo personaggio a fare le veci del lettore nella conoscenza di Gideon Falls, un posto orribilmente silenzioso, abitato da gente di campagna poco avvezza ai nuovi arrivati.

Proprio come Dale Cooper in Twin Peaks, che durante il corso delle indagini scoprirà l’esistenza della terribile ed onirica Loggia Nera, Padre Fred toccherà con mano le stranezze di Gideon Falls, scoprendone i lati più oscuri e venendo a conoscenza del mito sul Fienile Nero, una struttura apparentemente fuori da questo mondo, un fantasma di legno oscuro come la notte, chiodi arrugginiti e incubi da custodire, che da secoli minaccia l’esistenza stessa di Gideon Falls. Contemporaneamente, Norton si trova catturato in una spirale paranoica, circondato da reliquie del Fienile che lo richiamano compulsivamente, costringendolo a scavare tra il pattume dei sacchi di spazzatura e a condividere le sue teorie sul luogo insieme alla sua psicologa.

Il ritmo della storia rallenta, Lemire e Sorrentino si assestano in una introduzione del ‘mondo’ tramite una narrazione che scorre doppio binario. Norton e Padre Fred vivono due realtà diametralmente opposte, tuttavia accomunate dalla onnipresente sensazione che qualcosa di oscuro stia per distruggere bruscamente la “quiete” della trama.

Gli ambienti chiusi, ingrigiti e decadenti della metropoli si alternano alla campagna desolata di Gideon Falls. Non c’è niente di pittoresco nella ruralità che circonda Padre Fred, così come gli abitanti della città non sembrano accorgersi del piattume urbano che fa da sfondo alla malattia mentale di Norton. Dave Stewart, il colorista, ci tiene a non rendere le due ambientazioni troppo distanti, a voler sottolineare come Gideon Falls – Il Fienile Nero non racconti due storie distinte e separate. Gideon Falls 2

A causa di questo tedio visivo, di questa disarmante banalità urbana e contadina sapientemente illustrata su carta, l’apparizione del Fienile Nero shocka il lettore. Il cielo si fa cremisi. La griglia delle vignette utilizzata finora da Sorrentino lascia il posto ad una struttura mastodontica, che riempie la pagina e impone la sua presenza sull’intera storia.

Nei momenti che precedono la visione del Fienile Nero, Lemire e Sorrentino alternano freneticamente i due protagonisti, lontani ma legati indissolubilmente, trascinati con forza nell’orrore che questo luogo – comparso dal nulla – custodisce diabolicamente al suo interno.

Ogni manifestazione del Fienile è indimenticabile, si imprime a sangue nella mente dei protagonisti e del lettore. Segna la narrazione, interrompe bruscamente il racconto e ripartire è ogni volta destabilizzante, come riprendersi dopo un violento shock.

Fortunatamente, lo svolgere della trama non sottrae spazio allo sviluppo e alla voce dei personaggi. Non ci sono manichini sacrificati al netto dell’intreccio: Gideon Falls pullula di figure umane, devastate, irrequiete, contaminate dal mistero del Fienile Nero.
Lemire architetta con intelligenza i dialoghi, le interazioni tra membri del cast: la vera protagonista è la diffidenza, la difficoltà nell’aprirsi all’altro. Sembra che l’influenza negativa soprannaturale del Fienile scorra davvero nelle vene di questi personaggi, abbia un peso sulle loro spalle.

Grande merito del senso di costante disarmonia tra realtà ed incubo, tra tangibile ed inafferrabile, tra Gideon Falls e il Fienile Nero é da attribuire ad Andrea Sorrentino.

L’artista sembra più volte invasato dallo spirito occulto evocato da Lemire. Occasionalmente, il fumetto si apre turpi ed oniriche frenesie allucinogene, dense di simbologia, significati nascosti, presagi del futuro ma anche lente di ingrandimento per i contorcimenti psicologici dei personaggi – ancora, i paragoni con la Loggia Nera di David Lynch sono piú che azzeccati.

La tavola si spezza,  si auto-distrugge per raccogliere i propri pezzi e riassestarsi. Sorrentino non ripete mai lo stesso schema, ogni splash page è costruita in maniera diversa dalla precedente, racchiude nuovi dettagli, nuove formule per raccontare il dettaglio più insignificante e sviscerare i temi della storia. L’equilibrio tra esperimento artistico-narrativo e story-telling tradizionale è incredibile, sotto questo aspetto.

La voglia di scoprire cosa si nasconde dietro le porte del Fienile Nero muove non solo le pulsazioni dei protagonisti, ma sembra coinvolgere anche gli autori, stimola la curiosità del lettore, lo invita a girare pagina, a prendere rischi e spaventarsi.

Gideon Falls – Il Fienile Nero è un volume introduttivo che non scopre tutte le sue carte nel tentativo di catturare l’attenzione ad ogni costo. Piuttosto, Lemire e Sorrentino giocano con le tempistiche del genere thriller e l’adrenalina del genere horror, unendo i personaggi attraverso i silenzi, più che i dialoghi.  Gideon Falls 3
Come i primi 8 episodi di Twin Peaks, non a caso, Lemire offre il preludio al mistero, lo affronta di petto ma non lo comprende, non lo sviscera a pieno. Ne offre un ricco, oscuro preambolo e tuttavia non ha alcuna intenzione di risolverlo in maniera semplicistica o, quantomeno, di dare qualche indizio al lettore ed ai personaggi.
Lemire preferisce immergerli nei loro rimorsi, terribili segreti, fobie e li mette alla prova sotto il peso degli eventi che li schiaccia ed intrappola. Norton e Padre Fred sono protagonisti che rifuggono tale status, oppressi dagli eventi, alla ricerca di un modo di fuggire dal “mostro” che ha imprigionato le loro vite in un incubo perverso.

Una storia che prende il meglio dalla struttura narrativa sempre piú vicina al modello televisivo, adottando ritmi e tempistiche, utilizzo dei cliffhanger e della costruzione dei personaggi, senza dimenticare le libertà, tutte a fumetti, dello psicotico, sfrenato story-telling di Andrea Sorrentino. É una lettura che offre atmosfere difficilmente reperibili altrove. Un fumetto unico nel suo genere, forse l’unico vero horror attualmente in circolazione.

Wednesday Warriors #19 – Da Heroes in Crisis a Age of X-Men

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

HEROES IN CRISIS #5 di Tom King e Clay Mann

Il Diavolo si annida nei dettagli.

La prima cosa che balza all’occhio sfogliando questo episodio di Heroes in Crisis è la perizia con cui Clay Mann si dedica alla cura dei dettagli e, come per la splendida doppia pagina con Booster Gold e Blue Beetle sul divano, a nascondere messaggi più o meno visibili ai lettori attenti.

Le parti scarabocchiate col paint non sono opera di Clay Mann

Quello che potrebbe sembrare un vezzo dell’artista rientra chiaramente in una strategia narrativa messa a punto dall’intero team creativo, l’albo si apre con un esplicito invito a guardare e il verbo “to see” è ripetuto insistentemente nel corso delle 24 pagine che compongono questo capitolo della miniserie: proprio in questa prima pagine c’è un dettaglio “sbagliato” che potrebbe voler dire molto.
Questa strategia, fatta di indizi nascosti tra le parole e di disegni dettagliati comporta un naturale rallentamento della lettura: una conseguenza che risponde sia a un’esigenza puramente editoriale – evitare che il lettore termini l’albo in pochi minuti lasciando una sensazione di insoddisfazione nei confronti della spesa effettuata – che più strettamente narrativa: in una storia che punta più sul coinvolgimento emotivo che sull’avanzamento del plot il valore delle pause è determinante.

Una questione di armonia

Nella teoria musicale un accordo è dato da più note, diverse tra loro, che suonate assieme danno vita a un suono che è più della semplice somma tra le suddette note (sento già il suono di diversi insegnanti di musica che si stanno impiccando per via di questa mia grossolanità).
Alla stessa maniera si può costruire un racconto, in questo caso una tavola di fumetto, facendo risuonare armonicamente diverse voci che siano collegate tra loro.

Qui abbiamo un “tema”, la tonica, (la foto di un noto personaggio apparentemente morto) che fa da filo conduttore a una serie di parole pronunciate da persone diverse in contesti diversi che però sono legate da similitudini:
See-Eye
Travel-Place
Life-Birthday

con il posizionamento delle suddette strategicamente pensato dal bravo Clayton Cowles in modo che leghi coerentemente col tema di cui sopra.
Il tutto genera una pagina dall’andamento estremamente fluido e, appunto, armonico.

Il manifesto dell’eroe

Nell’ambito di quello che viene definito il Nuovo Umanesimo del fumetto supereroico, Heroes in Crisis aggiunge un tassello importante alla riflessione sul genere: se la rivoluzione operata da Stan Lee e soci all’alba della Marvel Comics aveva avvicinato gli eroi in calzamaglia al vissuto quotidiano dei loro lettori, e se il cosiddetto decostruzionismo degli anni ‘80 e ‘90 aveva evidenziato il lato più disturbante e psicologicamente malato della figura del supereroe, questa nuova fase mette in relazione l’umanità dei nostri eroi, la loro fragilità, con l’aspetto più puro e nobile della figura del (super)eroe.
Qui il cortocircuito tra personaggi e lettori è completato grazie a uno dei più coinvolgenti monologhi della storia recente dei comics.

E non è un caso che sia Superman il protagonista di questo discorso, che è sia una riflessione sul proprio ruolo che un appello alle migliori qualità di ognuno. Lettori compresi. Non è un caso perché, oltre a essere il primo dei supereroi è anche, nella sua veste umana, uno scrittore. Ed è in questa sua veste, nell’atto faticoso di scrivere il suo discorso alla stampa, che Clark Kent, carico di dubbi e interrogativi, ci viene mostrato: Clark è l’alter ego di King che parla ai suoi lettori/ascoltatori.
Chiunque può essere un eroe.

Un mistero da risolvere

In questo groviglio di significati stratificati si vanno districando i personaggi coinvolti nelle tre trame che proseguono parallelamente: Superman e Wonder Woman si confrontano con l’opinione pubblica, Booster Gold, aiutato da Blue Beetle, è il cerca della propria redenzione mentre Batgirl e Harley Quinn procedono nell’indagine nella speranza di scoprire il colpevole del massacro avvenuto al Santuario. Si fa avanti e indietro per capire cosa sia successo nel Santuario, si cerca l’assassino per essere certi di non essere gli assassini e i lettori vengono chiamati a tornare sui propri passi, a rileggere le pagine indietro alla ricerca di nuovi indizi.

Ovviamente la storia può essere letta anche in pochissimi minuti, così facendo però si perderebbe sia il succitato coinvolgimento emotivo che la soddisfazione di notare quei dettagli che potrebbero, tra l’altro, contenere degli indizi sul mistero del Santuario. E questo, in una struttura classica da giallo deduttivo come quella di Heroes in Crisis, sarebbe una perdita di non poco conto.

Bam’s Version

AGE OF X-MAN: ALPHA di Zac Thompson, Lonnie Nadler e Ramon Rosanas.

Zac Thompson e Lonnie Nadler lanciano la seconda fase del ritorno degli “Uncanny X-Men” con questo “Age Of X-Man”. Tutto è iniziato proprio con Nate Summers, antagonista principale della serie titolare: l’Uomo-X ha trascinato il resto dei protagonisti in un suo delirio di onnipotenza e ora il mondo “normale” è orfano degli X-Men, catapultati in una realtà parallela dove il sogno mutante si è realizzato oltre ogni più rosea aspettativa.

L’Universo è diventato “Meraviglioso” e gli esseri umani hanno lasciato il posto ai mutanti: l’eccezione e l’anomalia del gene-X è diventata la norma e gli X-Men sono eroi amati da tutti. Da questa apparentemente semplice premessa, Thompson e Nadler creano una nuova utopia mutante ricca di dettagli, composta da uomini e donne eccezionali, che vivono la vita di tutti i giorni con i loro poteri, e i volti noti degli X-Men: Nathan Summers é il Cristo mutante, profeta alla guida del sogno, Nightcrawler conduce due vite di estremo successo, da un lato supereroe e dall’altro attore hollywoodiano, Angelo dirige l’Istituto Summers. Ma anche nel momento più alto della razza mutante, qualcosa va storto e, superato un certo punto della lettura, l’utopia inizia a mostrare il suo lato oscuro, il prezzo da pagare per mantenere vivo il sogno. Gli indizi lasciati dagli autori diventano tristi dogmi, compromessi terrificanti stretti in virtù della realizzazione del mondo perfetto di X-Man.

Nonostante dieci numeri di dubbia qualità, con ritmi altalenanti, “Age Of X-Man: Alpha”, fortunatamente, non soffre degli stessi difetti di “Uncanny X-Men”. Al team artistico a rotazione forsennata rimedia l’incredibile valorizzazione artistica del – giá talentuoso – Ramon Rosanas, rivitalizzato dai colori di Triónna Tree Farrell. Il disegnatore non si risparmia neanche in una vignetta e dà vita ad un mondo davvero unico e mai visto nell’Universo Marvel: gli anni ‘60 degli Originali X-Men di Lee & Kirby incontrano la modernità della tecnologia mutante e i colori “piatti” che riempiono i disegni fanno risaltare i personaggi, immersi in ambienti particolarmente curati. Per cercare un artista più vicino a questa evoluzione artistica, sotto questa nuova veste, Rosanas  si accosta moltissimo a Cliff Chiang – e la cosa può essere solo un bene.

Passare dagli “Uncanny X-Men” privi di mordente ed eccessivamente confusionari ad un one-shot dedicato ad introdurre una realtà alternativa può essere disarmante. Tuttavia, Thompson, Nadler e Rosanas centrano l’obiettivo, rendendo il mondo dell’Era di X-Man interessante e ricco di spunti narrativi da non sottovalutare. Avere la possibilità di costruire una piccola “realtà tascabile” costringe gli autori ad essere più intensi e coerenti sin da subito, rivelando i punti più interessanti del concept senza diluire eccessivamente il tutto. Ne va da sé che questo one-shot è privo di quelle sottotrame ingarbugliate e ballerine, che fanno volare l’occhio del lettore da una location all’altra pur di raccontare tutto e portare avanti piccole storie individuali. Al contrario, Thompson e Nadler preferiscono scrivere spunti di partenza interessanti per le miniserie che nasceranno da questo evento mutante, senza forzare l’introduzione ma raccontando una storia che, organicamente, costruisce un filone principale e le sue ramificazioni. Atmosfere beatnik, controcultura e un regime mascherato da utopia…”Age Of X-Man” può davvero rivelarsi una graditissima svolta nel 2019 mutante.

PETER CANNON: THUNDERBOLT #1 di Kieron Gillen e Caspar Wijngaard.

La Terra sembra essere perduta per sempre. Oscuri cefalopodi alieni hanno scatenato morte e distruzione sulla superficie del pianeta. L’invasione è totale, la sconfitta imminente. I meta-umani di Cina, Russia e Stati Uniti hanno messo da parte le loro differenze per combattere insieme e, quantomeno, tentare di respingere il nemico dallo spazio profondo. Ma hanno bisogno di un tassello mancante…Peter Cannon, alias Thunderbolt. Orfano di genitori, consumati dalla malattia che tentavano disperatamente di curare, Peter è stato cresciuto in un monastero tibetano. Dopo aver raggiunto il picco della perfezione fisica e mentale umana, ha ricevuto in eredità le antiche pergamene contenenti la conoscenza nascosta dei grandi saggi del passato. Capace di sbloccare il 100% delle sue funzioni cerebrali, Peter Cannon ha il compito di preservare questo incredibile dono e di usarlo per proteggere il mondo. Peccato che, di questo mondo corrotto, non gli importi nulla.

Kieron Gillen ritorna al mondo del fumetto supereroistico: lo fa dopo un break di parecchi anni, con più esperienza sulle spalle e tanta voglia di fare la differenza, raccontando qualcosa di diverso. Non a caso, Gillen sceglie di spezzare gli schemi con un personaggio che ha fatto da “base” per costruire l’Ozymandias di Alan Moore e Dave Gibbons in “Watchmen”.
Lo scrittore cerca di staccarsi – ma non troppo – dall’ombra del personaggio che ha ispirato e dall’opera ben più famosa che lo ha visto protagonista; ci sono richiami evidenti, come l’uso di pagine in griglie da nove e la passione per mostri tentacolari sguinzagliati sulla Terra. Ma superati questi elementi, “Peter Cannon: Thunderbolt” #1 sembra voler discutere ancora una volta sul ruolo dei supereroi nel mondo, con il protagonista che cerca in ogni modo di prenderne le distanze.
Peter Cannon non ha alcuna voglia di mischiarsi alla mondanità o prendere parte alle beghe tra le forze politiche che pregano il suo aiuto. Il suo intelletto superiore gli impedisce di immischiarsi in discussioni futili. Gillen riesce a guardare il mondo attraverso gli occhi di Cannon e persino la minaccia della distruzione del pianeta sembra patetica e banale. Arrogante, pieno di sé ed irritante, Thunderbolt rifugge la definizione di “eroe” anche quando deduce la strategia perfetta per risolvere il problema alieno. Solo Tabu, suo tutore e migliore amico, sembra notare la fugace umanità che si nasconde ancora nel suo spirito.

A Caspar Wijngaard e Mary Safro il compito di illustrare e colorare un mondo in rovina. Gli alieni sono minacciosi e dal design intrigante, così come gli eroi della Terra – tutti ispirati da controparti più famose ma capaci di risultare unici ed interessanti. I colori fluo potrebbero infastidire, ma in realtà donano carattere ad un fumetto che vuole intenzionalmente “essere diverso” dal resto; il tratto di Wijngaard si adatta a personaggi dallo stile essenziale ed espressivo, che riempiono pagine meticolosamente divise in classiche griglie di vignette, che scandiscono la narrazione in maniera efficace. L’azione e i dialoghi sono ben calibrati e lo sforzo collettivo del team creativo confeziona un climax che esplode nella rivelazione finale.

Ma come si fa, dunque,  a complicare la vita di un uomo al di sopra del mondo intero? Come si crea il vero incipit di trama che mette in moto la serie? Come catturi il lettore dopo aver mostrato chi è e cosa può fare il tuo protagonista? Cerchi il colpo di genio…e Gillen lo trova.
Il cliff-hanger è solo una ciliegina che chiude un interessantissimo primo numero, una storia anomalo in ogni sua parte, che gira su un protagonista detestabile e in grado di risolvere qualsiasi problema nel giro di pochi minuti. Kieron Gillen e Caspar Wijngaard raccontano di un supereroe all’ennesima potenza, infallibile, distaccato, un eremita moderno che potrebbe dominare il mondo e che, ora, potrebbe essere l’unico in grado di salvarlo da se stesso.

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