Monthly Archives: dicembre 2018

Dragon Quest: L’emblema di Roto, crescita ed evoluzione

Emblema-Roto-02Era il 1998 e nelle edicole italiane faceva capolino il primo numero di una delle saghe fantasy più famose di sempre: Dragon Quest, l’Emblema di Roto. A distanza di vent’anni dalla sua prima edizione italiana e a due anni dalla sua ristampa in Perfect Edition, le edizioni Star Comics si apprestano a pubblicare il seguito di questa avvincente saga e noi di Dimensione Fumetto vi diciamo perché dovete leggerla!

Nata nel 1985 dalla mente di Yuji Horii e del suo studio Amor Project e dalle matite di Akira Toriyama, Dragon Quest (nota in Occidente anche come Dragon Warrior) è considerata una delle saghe JRPG più importanti del panorama videoludico mondiale, talmente di alto valore che la sua influenza ha segnato molti dei titoli usciti successivamente, uno fra tanti l’altro pilastro del settore, Final Fantasy.

Caratteristiche comuni a tutti i videogiochi del genere RPG sono la presenza di un protagonista valoroso affiancato da un gruppo di comprimari con il quale deve svolgere un viaggio, vincere guerre e missioni, acquisire punti vita, punti esperienza, punti forza e quant’altro, il tutto votato a sconfiggere nemici di livello sempre superiore fino ad arrivare al boss finale per la vittoria definitiva.

Kamui Fujiwara, disegnatore de L’emblema di Roto dichiara di essere da sempre un grande fan della saga e racconta, in una delle sue postfazioni, l’orgoglio e la gioia provati nel momento in qui gli venne proposto di dedicarsi alla realizzazione di questo manga.

Nelle pagine del fumetto ci viene raccontata la storia di Arus, erede legittimo al trono di Roto e discendente di Arel, il protagonista del terzo capitolo videolugico di Dragon Quest, e del suo cammino per divenire un prode guerriero per poter sconfiggere il Re Demone Imajin. Come lo stesso Fujiwara dichiara, non è facile poter riprodurre su carta le atmosfere del videogioco e, proprio perché il mezzo a sua disposizione è ben diverso, decide fin da subito di gettare delle regole ben precise per uno svolgimento coerente della storia: in primo luogo non sono ammesse le resurrezioni, evento tipico in un RPG che si rispetti, né basta cambiare un’arma affinché il protagonista diventi più forte. Quello su cui l’autore punta fin da subito è la crescita personale e spirituale dovuta alla forza di volontà, all’impegno e alla dedizione, e tutta la storia non è altro che un percorso evolutivo volto all’unico scopo di trasformare il giovane Arus nel Prode guerriero della leggenda. Importanti sono le prove che il giovane di Roto dovrà superare, prove nelle quali sarà presto affiancato dai discendenti dei tre maestri della leggenda, Kira il maestro della spada, Yao del pugno e Poron della saggezza. Tutti e quattro i protagonisti avranno uno spazio importante nella storia, tutti avranno una forte e profonda evoluzione e un faticoso processo di crescita e tutti saranno essenziali alla riuscita della vittoria finale.

Un aspetto che mi è subito saltato all’occhio nella rilettura consecutiva del manga è stato proprio l’evidente processo di crescita e di come i ritmi, più pacati e lenti nei primi volumi, subiscano un’evidente accelerata verso metà della serie fino a divenire serrati e avvincenti negli ultimi. Questo processo è maggiormente evidenziato dalla sopracitata crescita dei personaggi e dalla loro caratterizzazione ben delineata fin da subito e sviluppata molto bene nel corso di tutto il racconto. Particolarmente azzeccato, per il sempre vincente effetto nostalgia, l’inserimento di personaggi già comparsi nella controparte videoludica che qui ritroviamo con il ruolo di coprimari secondari utilizzati spesso come dispensatori di informazioni, un po’ quello che avviene anche nei videogiochi quando devi consultare dei personaggi affinché la storia possa proseguire.

Efficace e funzionale il disegno con un tratto spigoloso e ben delineato, tipico degli shonen manga, arricchito dal certosino lavoro di restauro che lo stesso autore ha effettuato.
Visto che molte tavole originali sono andate perse, Fujiwara ha dovuto scansionare i volumi per recuperarle ed è stato costretto a dover ridisegnare diverse sequenze. Il lavoro del Maestro era finalizzato, inizialmente, a uniformare il tratto, che inevitabilmente in un’opera subisce un’evoluzione stilistica, il suo rispetto per il lettore l’ha però portato a un lavoro ancora più accurato non limitandosi a un freddo e meccanico restauro, ma ponendo molta attenzione affinché questa operazione non andasse a intaccare le atmosfere originali.

Ultima, ma non per importanza, l’edizione: la Perfect Edition della Star vanta 15 corposi volumi con copertina lucida e dettagli opachi, all’interno troviamo riprodotte con fedeltà le tavole a colori, le illustrazioni e numerosi schizzi preparatori, diversi approfondimenti e interessantissimi appunti di Fujiwara stesso. Una degna edizione per un’opera che è una pietra miliare del genere e della quale suggerisco caldamente la lettura in vista dell’arrivo del seguito previsto per gennaio 2019, ma ancor prima del volume speciale che fa da unione tra questa e la nuova serie e che uscirà proprio questo mese.

Che dire, buona lettura a tutti e che la Sacra Rubiss vi protegga sempre.

Batman: Vita con Alfred – I vincitori

Sabato 15 Dicembre si è svolta ad Ascoli Piceno la premiazione del concorso di illustrazione “Batman: Vita con Alfred“, quinto concorso di illustrazione per non professionisti organizzato dall’associazione culturale Dimensione Fumetto.

I quattro giudici hanno selezionato tra i quaranta finalisti (tra 110 elaborati arrivati da tutta Italia) i primi tre classificati ai quali si sono aggiunti i premi speciali assegnati dall’Associazione Culturale Fumetti Indelebili di San Benedetto del Tronto e da Dimensione Fumetto.

La competizione è stata molto serrata ma si è aggiudicato il premio finale l’elaborato di Claudio Bighignoli.

Il secondo premio è stato assegnato all’elaborato di Gabriele Barsotti

Il terzo premio è stato vinto da Giorgia Vallicelli

Il Premio Speciale Dimensione Fumetto è stato vinto da Elena Castiglioni

Il “Premio Speciale San Beach Comix” (una stampa in edizione limitata della locandina del San Beach Comix autografata da Silver) assegnato da Fumetti Indelebili è stato vinto dall’elaborato di Gabriele Artusio.

 

 

Wednesday Warriors #14 – da Spider-Man a Batman

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

BATMAN WHO LAUGH #1 di Scott Snyder e Jock

Snyder torna a far coppia con Jock e continua a tessere il suo personalissimo arazzo del DC Universe, la trama sembra sempre più imperniata intorno al Batman-che-ride: figura nata sulle pagine di Metal e che continua a imperversare nelle testate scritte dal Nostro.
Non serve però aver seguito tutte le peripezie di questa (per)versione di Batman tra le varie testate però, lo scrittore riesce a introdurre il personaggio ai nuovi arrivati senza scadere nel riepilogo/spiegone riuscendo anzi a sottolinearne ulteriormente la pericolosità agli occhi di chi già conosce la sua storia. Si fa anche in tempo a far esordire un’altra versione, poco originale a dire il vero, di Batman proveniente, sembrerebbe, dal Multiverso Oscuro: una sorta di Bat-Punitore chiamato “The Grim Knight”. Funzionale alla storia e poco più.
Snyder coglie l’occasione per ricordare a tutti di essere uno scrittore di razza, e non solo un architetto di mega-eventi, riuscendo a piazzare dei dialoghi brillanti e a tratti divertenti volti soprattutto a sottolineare le dinamiche tra Bruce Wayne e Alfred.
Jock adotta qui uno stile ancor più espressivo e attento all’impressione artistica che non alla descrittività formale; una sorta di lente distorta attraverso la quale vediamo Gotham City e i suoi abitanti. Un’atmosfera cupa sottolineata dalla palette di colori scelta da David Baron che non manca però di sottolineare i momenti chiavi e particolarmente intensi ricorrendo a forti contrasti tra colori piatti. I tre autori formano un team particolarmente affiatato che sembra avere ben chiare le proprie idee in merito alla direzione di questa miniserie che si presenta con un primo capitolo quantomeno interessante.

BATMAN ANNUAL #3 di Tom Taylor e Otto Schmidt

Tom Taylor si prende l’incarico, non semplice, di approfondire la figura di Alfred cercando di attenersi alle atmosfere e alla narrazione del personaggio impostata dal suo omonimo sulla serie regolare di Batman. L’Alfred di Taylor (e di King) è quanto di più simile a una figura paterna nella vita di Bruce Wayne; lo scrittore non mette da parte lo sferzante humor british che da decenni caratterizza, alle volte in maniera eccessivamente macchiettistica, il personaggio ma lo contestualizza e lo inscrive in una dinamica relazionale ben più complessa ed emotivamente coinvolgente. L’abilità dello scrittore qui è tale da riuscire a dire qualcosa di originale e nuovo di un argomento trattato da dozzine di scrittori in centinaia di storie sottolineando differenze e similitudini, contrasti e affetti di un rapporto padre-figlio.
In questo compito Taylor trova una sponda particolarmente efficace nel talentuoso Otto Schmidt, disegnatore che fa della sintesi narrativa e dell’eleganza nella composizione il suo tratto distintivo: Schmidt imprime un’umanità credibile nei suoi personaggi senza però perdere di vista le discriminanti iperboliche del fumetto supereroistico. Il risultato è un fumetto che si inserisce con stile nel filone del Nuovo Umanesimo che caratterizza la parte migliore della produzione supereroistica attuale.

Bam’s Version

X-MEN RED #11 di Tom Taylor e Roge Antonio.

Disprezzati, odiati, mutanti: Tom Taylor ha saputo ritornare alle origini degli X-Men e rilanciare quel messaggio sociale alla base del gruppo ideato da Stan Lee e Jack Kirby.
La conclusione della serie é il caotico climax da fumetto supereroistico, una lista dalla quale, man mano, si possono eliminare degli obiettivi raggiunti (esplosioni, helicarrier in caduta libera, frasi ad effetto, team-up); ma al nucleo di questa storia c’è il destino dell’umanità, tutta, dotata di gene-X o meno. Jean Grey e Cassandra Nova sono due opposti radicali, una figlia dedita al sogno di Xavier e una donna intenzionata a dar fuoco all’odio nel cuore degli uomini. Taylor ha sfruttato il momento e riflesso il nostro mondo, soffocato dalla rinnovata popolarità degli estremismi, supremazia e odio razziale per riversarli e affrontarli a muso duro, sfruttando i suoi X-Men Rossi.
Tutto ció senza sacrificare la personalità dei propri protagonisti, sfruttando al meglio veterani come Nightcrawler, Tempesta e Gambit e mettendo in luce nuovi mutanti come Gabby e X-23, Nezhno e Trinary: il cast ha saputo trovare la propria quadratura proprio perché responsabilizzato dall’enorme minaccia che ha dovuto affrontare.
Gli X-Men sanno di dover lottare per un’idea, di doverlo fare senza trovare supporto dal mondo che “li odia e li teme”, un cliché, in fondo, che il 90% degli autori mutanti ha saputo sfruttare all’interno delle proprie storie; Taylor ne ha fatto peró la spina dorsale del suo team di X-Men, ha reso l’odio razziale e mutante motore della crociata mutante, riuscendo a coinvolgere il lettore in un acceso parallelismo con il “nostro” mondo, aprendo gli occhi sulle stupide divisioni che noi stessi, inconsciamente, creiamo,  denunciando i pregiudizi che ci vengono inculcati…tutto, ovviamente, corroborato da sana action supereroistica, mi sembra logico.
Roge Antonio non ha la maturitá di un Mahmud Asrar per affrontare un importante epilogo come questo, mostrando parecchie lacune nelle scene piú caotiche, ma nulla che possa abbassare il voto ad un’ottima conclusione per la miglior serie mutante del 2018.

MILES MORALES: SPIDER-MAN #1 di Saladin Ahmed e Javier Garrón.

Per quanto ci dispiaccia ammetterlo, al mondo esistono dei dogmi, o quantomeno delle regole non scritte: l’Uomo Ragno ha alcuni punti salienti che permettono ad ogni autore di poter tirar fuori storie degne di essere raccontate. Prendete, ad esempio, Saladin Ahmed, autore in rampa di lancio in Marvel che chiude il suo 2018 con una nomination agli ’Eisner Award per la sua “Black Bolt” e il suo Uomo Ragno sugli scaffali d’America, con il #1 di “Miles Morales: Spider-Man”.
Parlando di dogmi, Miles Morales vive New York come Lee & Ditko comandano, da adolescente che gestisce la sua vita quotidiana e la sua vita da supereroe, tra amici, studio, la prospettiva di un nuovo interesse amoroso e le preoccupazioni verso i propri genitori. Raccogliere l’ereditá di Brian Michael Bendis é davvero un ingrato compito, ma Ahmed scrive il suo primo Uomo Ragno con eleganza e maestria: poter raccontare di uno Spider-Man afro-ispanico consente allo scrittore di far coincidere la sua esperienza da ragazzino di “razza mista” con un protagonista che ha sempre avuto questo tipo di sensibilitá. Miles è un supereroe ma anche un teenager: percepisce il mondo intorno a sé come tale, affronta l’America e il problema, figlio della moderna presidenza Trump, dei figli d’immigrati e non sa cosa può fare, come fermare questa ingiustizia. Si preoccupa, come faceva Peter Parker di fronte alle proteste studentesche. Deve analizzare la situazione e capire dov’è il potere e qual é la sua responsabilità. Come direbbero oltreoceano, Ahmed “gets it”, capisce il suo personaggio principale.
A questa premessa è da aggiungere un Javier Garrón in forma strepitosa, capace di non sfigurare al confronto con la “mamma” di Miles, Sara Pichelli: i colori di David Curiel complimentano un tratto dinamico, fresco e simbolo della new wave artistica Marvel. Anche nel design, Garrón pesca i look adatti alla generazione piú giovane di lettori, dalle capigliature all’abbigliamento; New York é diversa come non mai, i personaggi espressivi e vivi in tutte le loro emozioni, Spider-Man volteggia e sferra calci con grazia e decisione.
Il ritorno di Rhino mette in moto la trama principale di questo #1 praticamente perfetto e il lettore, senza aspettarselo, si trova di fronte ad un Uomo Ragno rinnovato ma fedele alle origini, libero di catturare nella tela una nuova fetta di pubblico.

 

Gualtiero Cannarsi, nel di lui caso – Introduzione

Attenzione: l’articolo si occupa del lavoro di adattamento svolto da Gualtiero Cannarsi per la società di produzione e distribuzione cinematografica Lucky Red. Le opinioni riportate in questo articolo sono personali dell’autore e non coincidono necessariamente con quelle di Dimensione Fumetto.

Si specifica inoltre che le critiche sono intese solo con finalità costruttive e riferite solo all’attività professionale di adattamento: in nessun caso si vuole attaccare a livello personale Gualtiero Cannarsi, che l’autore dell’articolo non conosce.

Coloro che sono interessati a commentare l’articolo sono gentilmente invitati a farlo qui sulla pagina di Dimensione Fumetto e non su social o forum esterni, così da poter istituire un dialogo costruttivo: lo scopo dell’articolo non è e non vuole essere un’aggressione all’operato di Cannarsi, ma un tentativo di ragionamento informato sul lavoro svolto.

L’autore è a completa disposizione per discutere eventuali correzioni e rettifiche al testo.


Nell’ormai celeberrima scena finale della quinta puntata della sesta stagione del telefilm statunitense fantasy Il trono di spade, il personaggio di Hodor muore assalito da un’orda di non-morti che lo attaccano da dietro una porta che stava tentando di tener chiusa; la scena viene vista profeticamente anche dal sé stesso giovane, che ha una visione della sua morte e in preda al panico grida «Hold the door!» (“Blocca la porta!”): fra le convulsioni pronuncia la frase in maniera sempre più biascicata finché non si trasforma nel suono “hodor”, che poi diventerà il suo nome.

Poiché una parte molto ampia del fandom de Il trono di spade preferisce vedere la serie tv direttamente in lingua originale, costoro si sono chiesti come avrebbero fatto i traduttori italiani a mantenere il gioco di parole “Hold the door/Hodor”, dato che in italiano “Blocca la porta” e “Hodor” condividono solo una vocale e una consonante, e la questione ha accesso un rarissimo interesse per il mondo dell’adattamento italiano che è sfociato in una valanga di commenti, video, vignette e meme sui social network.

Nonostante tutto, gli adattatori italiani de Il trono di spade sono arrivati a una soluzione: cambiare la frase. In italiano la frase «Hold the door!» non è stata adattata, è stata proprio cambiata perché in questa situazione era più importante conservare il gioco di parole che non conservare il senso. Ecco quindi che «Hold the door!» è diventata «Trova un modo!», che anche se non è una traduzione letterale ha senso in contesto, e soprattutto ha le vocali e consonanti necessarie così che biascicandola si arrivi a “Hodor”. Funziona.

Fotogramma de "Il trono di spade".

Povero Hodor.

Che cos’è l’adattamento

L’esempio di «Hold the door!» spiega bene cos’è l’adattamento: il lavoro con cui si trasforma un testo da una lingua all’altra in modo tale che sia il fruitore della lingua di partenza sia il fruitore della lingua di arrivo ricevano le stesse informazioni per qualità e quantità.

L’adattatore non è il traduttore: il traduttore traduce, senza preoccuparsi delle implicazioni multimediali del suo testo. Nelle opere di letteratura il lavoro del traduttore e dell’adattatore coincidono: chi traduce un romanzo da una lingua a un’altra si deve preoccupare non solo di lessico e grammatica, ma anche di stile, significato e sfumature di senso del testo. Nelle opere multimediali come il cinema e i telefilm, invece, traduttore e adattatore sono due figure professionali distinte: il primo traduce col massimo della fedeltà, il secondo confronta il testo tradotto con il filmato e interviene sulla lunghezza delle frasi per renderle lunghe tanto quanto lo sono in originale, per aggiustare il lessico in contesto, per dare una coerenza generale, per cambiare il tono della frase in corrispondenza della recitazione dell’attore, e in generale per dare allo spettatore della lingua d’arrivo le stesse sensazioni che aveva ricevuto lo spettatore della lingua di partenza.

È indubbiamente un lavoro di estrema complessità: nei secoli sono stati scritti trattati sulla traduzione letteraria che sono sfociati nella creazione di una apposita discliplina per lo studio delle problematiche connesse. Uno fra i principali teorici della traduzione è stato il filosofo tedesco Friedrich Schleiermacher, che già nel 1813 era arrivato alla conclusione che nell’approcciarsi a un testo straniero il traduttore può scegliere di adattarlo il meno possibile, per dare al lettore lo stile originale a scapito del senso, oppure adattarlo il più possibile, per dare al lettore il senso originale a scapito dello stile. La traduzione perfetta quindi non esiste a priori, ma esiste invece un ampio spettro di possibilità fra questi due estremi scelti di volta in volta in base al caso.

Scriveva Okakura Kakuzou nel suo saggio Il libro del tè: «Una traduzione è sempre un tradimento, e come osservava un autore del periodo Ming, nel migliore dei casi può essere come il rovescio di un broccato: i fili sono tutti lì, ma non la sottigliezza dei colori e del disegno».

Fronte e retro di un obi realizzato con la tecnica del broccato di Kagoshima.

Fronte e retro di un obi (cintura per kimono) realizzato con la tecnica del broccato di Kagoshima: i fili sono tutti lì, ma non la sottigliezza dei colori e del disegno.

Il caso Cannarsi

All’interno di questo dibattito secolare sono entrati i personaggi più vari, eminenti scrittori come Umberto Eco ed eminenti traduttori come Franca Cavagnoli, tutti perfettamente consci della necessità di una formazione professionale e della conoscenza della cultura d’origine.

Poi è arrivato Gualtiero Cannarsi.

Tutto è cominciato con quel Third Impact che è stata la vittoria di Hayao Miyazaki dell’Orso d’oro 2002 e dell’Oscar 2003 per La città incantata, evento tanto significativo da far rimettere mano a Pino Farinotti al suo Dizionario di tutti i film aggiungendo in fretta e furia recensioni entusiaste a vecchi film d’animazione giapponesi che aveva totalmente bypassato. A seguito del prestigio repentinamente acquisito, la Lucky Red decise di stipulare un contratto con lo Studio Ghibli per portare in Italia i loro film, fra cui quelli di Miyazaki tutti al cinema e quelli degli altri registi al cinema o in home video.

L’adattamento di tutti questi film è stato affidato a un nome che gli appassionati di anime conoscono molto bene dato che gira per gli ambienti di editori e distributori già da tempo: Gualtiero Cannarsi.

Non si sa nulla sulla sua formazione professionale. Dopo il liceo scientifico ha tentato la Facoltà di Legge, poi ha ritentato con Filosofia, ma non si sa che titoli abbia nelle lingue con cui lavora, non si sa bene come è entrato nel mondo dell’editoria, non si sa con che tipo di competenze, niente. Si sa solo che all’inizio degli anni ’90 ha conosciuto Francesco Di Sanzo e così è entrato nel giro prima della Granata Press e poi della Dynamic Italia, e lì magicamente gli è stato affidato l’adattamento di Neon Genesis Evangelion, così, sulla fiducia, e successivamente altri titoli, per poi passare ad avere un posto di responsabilità alla Shin Vision del succitato Di Sanzo, e infine a lavorare come free-lance.

Nella prima edizione Dynamic le custodie della VHS avevano questi meravigliosi fascicoletti intitolati Neon Genesis Evangelion Encyclopedia scritti da Cannarsi stesso in cui veniva sviscerato ogni dettaglio sulla serie di Anno, quindi non c’è alcun dubbio sul fatto che Cannarsi sia un validissimo otaku più che erudito in materia, come dimostrano anche le sue comparsate televisive (peccato non riuscire a ritrovare quell’episodio del programma TV di Rai Futura L33T in cui, presentando il primo film di Card Captor Sakura, ne recitò a memoria alcuni dialoghi direttamente in giapponese e in falsetto).

Lo “stile Cannarsi”

Il problema sta nel fatto che per quanto uno possa conoscere persino il gusto di gelato preferito di Miyazaki, questa non è una motivazione adeguata per curare traduzione e adattamento di un suo film, cioè esattamente il lavoro che Cannarsi ha svolto per Lucky Red con carta bianca, quando invece è assolutamente richiesto un bagaglio di competenze tecniche specifiche che va al di là della passione per quello su cui si sta lavorando.

Il lavoro di Cannarsi per Lucky Red, infatti, è pessimo. “Pessimo” non per gusti personali, ma perché non rispetta in alcuna maniera le regole del mestiere. Non si può nemmeno giudicare col metro di Schleiermacher o con le parole di Okakura, no, l’intervento di Cannarsi va oltre: è così palesemente un prodotto della sua penna da distruggere qualunque tentativo di sospensione dell’incredulità, perché i dialoghi sono chiaramente scritti nel suo stile e catturano tutta l’attenzione dello spettatore, impedendogli letteralmente di potersi concentrare sul film.

La più lampante peculiarità del lavoro di Cannarsi è infatti il suo stile di scrittura estremamente riconoscibile sotto qualunque aspetto, che sia lessico, grammatica, tono, figure retoriche, elementi ricorrenti o altro.

I titoli adattati da Cannarsi non sono più sceneggiati da Anno, Miyazaki o altri: sono palesemente suoi, in quanto qualunque autore su cui mette le mani suona allo stesso modo, perdendo qualunque relazione con lo stile originale. Un appiattimento orizzontale totale.

Non è adattamento: è riscrittura.

Se l’adattamento di Neon Genesis Evangelion era già molto forte, ma comunque non privo di fascino (e comunque iniziato da un altro adattatore, Fabrizio Mazzotta, alle cui scelte Cannarsi si è dovuto in parte adeguare), e quello del succitato primo film di Card Captor Sakura era terribile, ma su un’opera commerciale dal pubblico molto ristretto, il lavoro di Cannarsi sui film dello Studio Ghibli, universalmente considerati fra i massimi vertici della storia del Cinema, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. L’adattamento di Cannarsi su queste opere è falso, perché truffa lo spettatore presentandosi come un lavoro della massima fedeltà quando invece è una completa riscrittura secondo il proprio gusto personale.

Per illustrare quanto l’attività di Gualtiero Cannarsi sia profondamente sbagliata e meritevole di essere considerata come un esempio negativo di deontologia professionale, Dimensione Fumetto dedicherà all’argomento cinque articoli per cinque settimane, suddivisi come segue:

  1. introduzione, questo articolo
  2. metodo di lavoro
  3. titoli
  4. dialoghi
  5. canzoni

Se i primi due servono a capire chi sia Gualtiero Cannarsi, gli altri tre si concentrano sui tre aspetti fondamentali del lavoro dell’adattatore, che sono appunto i titoli, i dialoghi e le canzoni. Per evitare al massimo le ipotesi personali sul lavoro svolto, l’autore si servirà quanto più possibile delle fonti primarie (dichiarazioni e documenti pubblici) e del confronto con la lingua originale, e si avvarrà della collaborazione e della revisione di madrelingua giapponesi.

L’arrivo in Lucky Red

Fotogramma de "Il castello errante di Howl" di Hayao Miyazaki.

Sophie e Howl camminano sull’aria in quella che è una delle migliori scene della storia del cinema d’animazione e forse anche oltre.

Attenzione: tutti i contributi esterni riportati di seguito sono stati copiati/incollati tal quali dalla fonte originale.

Le vicende che hanno portato Gualtiero Cannarsi a lavorare per la Lucky Red sono leggermente inverosimili, ma note e certe perché pubblicamente consultabili sul forum del sito Studio Ghibli Italian Fan Site, dove l’adattatore partecipa con il nickname di Shito.

Tutto è partito la mattina del 24 marzo 2005, dopo l’annuncio di Lucky Red di portare in italia Il castello errante di Howl, quando l’utente Muska ha postato il seguente messaggio:

Da discorsi avuti con addetti del settore, sembreremmo ancora in tempo a richiedere alla Lucky Red una certa attenzione nella traduzione ed adattamento dell’opera, per evitare le spiacevoli inesattezze che sappiamo essere sempre in agguato, verificatesi per esempio per “Sen to Chihiro no kamikakushi”. :?
Mi è stato detto che una richiesta seria e garbata, firmata dal maggior numero di appassionati possibile, potrebbe avere una sua piccola ragion d’essere nella valutazione del problema, ed io, dato che non costa grande fatica, sto preparando una bozza accettabile.
In particolare, oltre ad una raccomandazione generale, indicherò anche il nome di Shito come consulente suggerito per le necessarie lavorazioni. 8)

Chi fosse d’accordo con questa iniziativa deve essere disposto poi a inviare nome e cognome vero.
Chiedo quindi qui sul Forum in quanti siamo, basta per ora un breve messaggio di conferma ed adesione, poi contatterò privatamente gli interessati per lo scambio dei nominativi chiedendo di essere autorizzato ad inviare la lettera, naturalmente nella forma dai sottoscrittori letta ed approvata.

La sera stessa gli risponde Cannarsi:

Sono veramente molto colpito da quest’iniziativa, che mi lascia senza parole non per una, ma per un paio di ragioni.

La prima è la buona logica con cui mi pare muoversi: non una classica ‘petizione internettiana’, ma una vera e propria lettera firmata da persone invece che da nicknames.

La seconda ragione del mio stupore è invece l’esplicita citazione che il promotore Muska mi devolve, e dietro di lui tutti coloro che hanno abbracciato la sua proposta. Sono sinceramente toccato da una simile implicita (e quindi ben più sostanziale di qualsiasi lode) dimostrazione di stima. Di questo ringrazio tutti di cuore.

Di mio ovviamente mi asterrò da proporre una mia firma, sarebbe patetico quanto antiestetico, per contro, posso sin d’ora dichiarare la mia piena disponibilità al progetto, e la mia totale collaborazione.

Quello che posso fare in prima persona (soprattutto cercando la collaborazione dei miei referenti professionali) è innanzitutto cercare il più funzionale recapito diretto per l’invio della lettera finale.

Sarei inoltre felice di poter collaborare con Muska alla stesura del testo in questione, tanto per poterlo meglio orientare secondo quelle direttrici che so essere maggiormente sensibili agli orecchi degli operatori del settore.

Dopo qualche giorno arriva la famosa lettera che viene rielaborata da Cannarsi finché non arriva alla stesura finale il 6 aprile:

Gent.mo Sig. *********,
a nome di un qualificato gruppo di persone accomunate dall’interesse e dalla passione per le arti visive, comprendente anche alcuni professionisti del settore e addetti ai lavori, Le scrivo nell’imminenza dell’edizione italiana dell’ultima opera di Miyazaki Hayao (“Hauru no Ugoku Shiro” o “Il castello errante di Howl”), di cui la Lucky Red si è aggiudicata i diritti di distribuzione per il nostro Paese.

Intendiamo infatti sottoporLe una preoccupazione assai diffusa circa il delicato e fondamentale lavoro di traduzione, adattamento e doppiaggio dell’opera, che si sta affermando come una delle più importanti della storia del cinema di animazione, e che rappresenta già ora uno dei maggiori successi commerciali mondiali.
Ciò è in questi giorni ampiamente dibattuto anche sulla comunità telematica italiana esplicitamente dedicata all’opera del Maestro giapponese ( http://www.studioghibli.org ).

Dati gli arbitrii e gli stravolgimenti lessicali, se non sinottici, a cui spesso vanno incontro molte opere nelle edizioni italiane, e dopo l’amara esperienza di piccole e grandi pecche presenti nelle versioni italiane de “La principessa Mononoke” e perfino del multipremiato “La città incantata”, che non sono passate inosservate alla parte più preparata e qualificata del pubblico di Miyazaki (ormai divenuto regista assai seguito e di culto anche nel nostro Paese), e constatata da tempo la presenza in Italia di una figura professionale che impersonerebbe la garanzia di un risultato per Voi ineccepibile e certamente prestigioso, cioè Gualtiero Cannarsi, con la presente noi Le chiediamo vivamente e fondatamente di prendere in considerazione la possibilità di affidare a lui una responsabilità operativa professionale (la più ampia possibile) per le attività di traduzione, adattamento e anche di doppiaggio de “Il castello errante di Howl”.
La storia professionale di Cannarsi è eloquente, e dopo aver direttamente e personalmente verificato la sua più totale disponibilità, mi permetto di inviarLe il suo curriculm, da lui stesso messomi a disposizione, a titolo di Suo più comodo riferimento.

Credo non a caso la Disney, dopo le suddette delusioni di adattamento, si rivolse a lui per quelle che poi si rivelarono le eccellenti edizioni di “Kiki” e “Laputa”, due capolavori di Miyazaki che rappresentano a tutt’oggi i migliori esempi di versioni italiane dei suoi films; inoltre Buena Vista si è avvalsa della collaborazione di Cannarsi per molti altri film di Miyazaki e dello Studio Ghibli (Porco Rosso, Nausicaa, Whisper of the Heart, Totoro, Pom Poko) .
Il suo lavoro anche nell’ultima fase dell’edizione italiana consentirebbe quella cura dei dettagli e quell’attenzione meticolosa e multidisciplinare che tanto vantaggio e pregio ha assicurato nei lavori sin qui da lui seguiti.

L’Oscar prima, poi il Leone d’Oro e nel prossimo autunno le celebrazioni per la carriera di Miyazaki credo inducano ad una ragionevole e per Voi forse indispensabile ricerca di cura ed attenzione per l’edizione italiana, che sarebbe valorizzata a nostro parere in modo brillante da una rassicurante e competente presenza professionale come quella da noi suggerita.

Grazie per l’attenzione e buon lavoro,

(segue elenco nomi e località)

(Chissà perché celare con asterischi il nome di Andrea Occhipinti, amministratore di Lucky Red, mah).

Il «qualificato gruppo di persone» è composto da 46 (quarantasei) utenti del forum, cinque dei quali si sono dichiaratamente iscritti apposta per poter partecipare alla petizione e, per quel che se ne sa, potrebbero benissimo essere persone a caso invitate dagli altri utenti. Il numero e la qualifica dei «professionisti del settore e addetti ai lavori», poi, sono sconosciuti. Tutti sono entusiasti della lettera, l’unico contrario è l’utente Haku, ma non per l’iniziativa in sé, bensì perché considera il pubblico italiano un popolo di pecoroni non degno di ricevere la proiezione cinematografica dei film di Miyazaki:

Perché mi devo impegnare in un mercato dove agli stessi anime fan non gliene frega assolutamente un ca**o di Miyazaki? E le vendite di Inuyasha e Saiyuki confermano incredibilmente ciò. Al massimo me lo vedrò in Giapponese con i sub in Inglese o Francese.

Naziotaku a dir poco.

Il 14 aprile Andrea Occhipinti risponde:

Caro Fabio,
grazie per il suggerimento, faremo del nostro meglio, mi fa piacere che
ci siano delle persone cosi appassionate.
Un saluto Andrea

Tutti entusiasti ovviamente. Il pacato commento di Haku:

Saranno ottime perle ai porci.

Anche Cannarsi risponde:

Un risultato incredibile, che mi ha lasciato davvero esterrefatto. Assolutamente anticonvenzionale, a dire poco.

Storia lunga fatta breve, sono stato personalmente contattato dal signor Occhipinti, che mi ha invitato a un colloquio presso la sede della sua azienda.

Senza nulla nascondere, mi è stato detto che benché le lavorazioni del lungometraggio (pur non intentate) fossero ‘assegnate’ già ad altro professionista, veniva richiesta la mia collaborazione.

Allo stato attuale, la mia collaborazione sembra certa, sia per adattamento (che dovrei curare in toto, e su traduzione di persona da me indicata), sia per lavoro di doppiaggio in sala, dove dovrei affiancare il professionista di cui sopra.

La causa di questa anomalia è stata esplicitamente indicata nella lettera ricevuta a firma dei frequentatori (più extra) di questo forum.

Seguono sviolinate varie, ringraziamenti ai firmatari, e poi post di felicitazioni e le prime discussioni sul lavoro da svolgere.

L’inizio della fine

Fotogramma da "Neon Genesis Evangelion: Death & Rebirth" di Hideaki Anno.

Ora, a seguito di questa storia a lieto fine (?) ci si chiede come sia possibile che 46 sconosciuti qualunque siano riusciti a convincere Andrea Occhipinti a togliere il lavoro a un adattatore professionista che era già stato scelto, e a fornire in blocco pieni poteri su tutte le fasi dell’intera edizione italiana di ben 22 film in 11 anni a Gualtiero Cannarsi nonostante non abbia alcun titolo professionale per farlo. Sembrerebbe incredibile, se non ci fossero le prove.

Eppure le avvisaglie della inadeguatezza di Cannarsi erano già lì in questi testi in un italiano orribile, che contengono già tutti i tipici segni dello “stile Cannarsi”.

Fra calchi letterali dall’inglese («Storia lunga fatta breve»), pomposità inutili (persone con una «passione per le arti visive», cioè? Studenti del DAMS?), ripetizioni continue («films […] film», fra l’altro con una errata -s plurale), parole fintamente eleganti usate a casaccio (lavorazioni dei film «non intentate» invece di “non iniziate”, peccato che “intentare” significhi “fare causa” e non è sinonimo di “iniziare”, oppure la citazione che «Muska mi devolve», come fosse denaro o un bene materiale lasciato in eredità), errori da terza elementare («gli orecchi» invece di «le orecchie») e varie altre sgrammaticature più o meno grandi, mescolate a un tono generale saccente e finto-umile, ci si chiede come sia stato possibile affidare la cura linguistica di opere tanto importanti a una persona che palesemente non ha la minima cultura né tantomeno cura della lingua che usa. È una contraddizione in termini a priori, come affidare un uomo gravemente malato alle cure di un geometra.

Era chiaro fin da questi esordi che il lavoro di Cannarsi per Lucky Red sarebbe stato un potenziale casus belli, e così è stato.

[Continua]

Wednesday Warriors #13 – da Shazam a Doomsday Clock

In questo numero di Wednesday Warriors:

Bam’s Version

SHAZAM! #1 di Geoff Johns & Dale Eaglesham

Shazam! #1 di Geoff Johns e Dale Eaglesham è un bellissimo ritorno per “Big Cheese”, supereroe ragazzino con straordinari poteri magici e tanta voglia di fare del bene e aiutare i meno fortunati.
Johns si scrolla di dosso l’aura solenne e politica di Doomsday Clock per abbracciare il lato campy e allegro, volutamente infantile e innocente, del fu Capitan Marvel. L’autore firma un debutto che tocca tutti i necessari “riassuntoni” per i nuovi lettori e, accompagnato da un ottimo, old-school Dale Eaglesham, consegna un #1 bello da vedere e genuinamente divertente da leggere. Rinasce la Marvel Family (ora alla ricerca di un nuovo nickname); in effetti, queste prime trenta pagine prendono vita e affascinano proprio grazie al legame che condividono i ragazzi, fratelli e sorelle che hanno vissuto vite turbolente e si sono ritrovati sotto un unico tetto.
Grazie a Billy Batson e ai poteri della Roccia dell’Eternità, anche loro possono diventare supereroi e, se non avete mai letto nulla della Famiglia Marvel , questo #1 è perfetto per voi.
Se siete fan di lunga data, il colpo al cuore è assicurato e la pagina finale vi farà immediatamente venire voglia di saltare al prossimo mese e scoprirne di più.

WINTER SOLDIER #1 di Kyle Higgins e Rod Reis.

Annunciata qualche mese fa con poche celebrazioni, la curiosità per Winter Soldier #1 è cresciuta nel sottoscritto con il passare dei mesi (e delle anteprime).
La fine dell’Impero Segreto ha lasciato un mondo di traumi alle spalle, un aspetto della vita che Bucky Barnes conosce bene; come per “Shazam!”, Kyle Higgins é qui costretto a passare per dei punti imprescindibili. Un veloce recap sulla vita del Soldato d’Inverno risulta necessario per chi non ha potuto vivere il debutto di Barnes sotto la gestione Brubaker in “Captain America’ o è rimasto lontano dal personaggio in questi anni.
Ritroviamo Bucky in un presente che lo vede “stretto”, limitato ad agire sotto copertura e a tagliare gli ultimi tentacoli dell’HYDRA, un incipit narrativo che non riesce ad esplodere se non nelle ultime pagine, dove il cliffhanger mostra già sviluppi e un potenziale inesplorato per il personaggio.
Rod Reis, collaboratore di lunga data di Higgins e sempre più versione moderna del primo, graffiante Sienkiewicz, brilla durante le scene d’azione iniziali e nell’illustrare la memoria frammentata del protagonista.
Winter Soldier #1 stenta a distinguersi dall’agguerrita competizione, dalle tante, importanti uscite del giorno, ma può affermarsi alla lunga distanza tra le miniserie più interessanti di questo inverno (ha-ha!).

MARTIAN MANHUNTER #1 di Steve Orlando e Riley Rossmo.

Nel fumetto ci sono regole scritte, molte, ma ancora più regole non scritte. Ci sono cicli e flussi ed uno, forse il più rilevante tra tutti, è fatto di costruzione e decostruzione, fasi della narrativa che si precedono e susseguono incessantemente, cambiando forma, mascherandosi…proprio come Martian Manhunter.
Steve Orlando apre questo nuovo #1 portandoci indietro di qualche anno. John Jones ha qualcosa da nascondere alla sua collega, la detective Diane Meade: il “Segugio di Marte” non è un eroe…non ancora. Orlando è deciso nel prendere le distanze dal Manhunter leader attuale della Justice League. L’indagine in corso sull’efferato omicidio si rivela incipit narrativo che ci permette di arrivare al nucleo del fumetto, il passato di Martian Manhunter e le sue zone d’ombra. Veniamo spostati su Marte, rigoglioso e brulicante di vita, di delinquenti qualunque, adolescenti in crisi ormonali e la vita quotidiana del nostro protagonista. Proprio su Marte, qualcosa nel lettore si spezza…ed ecco che l’eroico J’Onn J’Onnz che conosciamo, il Martian Manhunter, non è più chi pensavamo essere.
Complice un fenomenale Riley Rossmo, sempre più a suo agio con anatomie deformi, corpi in costante cambiamento e storture che vengono valorizzate dalla sua schizofrenica matita, Orlando trasforma un simbolo di virtù in un poliziotto bastardo, uno shock che sconvolge il lettore e lo trascina una crime story che scava nel passato, mostra lati oscuri e intrattiene nella sua esecuzione semplice e dritta al punto, arricchita da un artista che ha voglia di spingersi oltre; ad esempio, già in questo #1, Rossmo ci regala la miglior scena di sesso dell’anno.
Un debutto praticamente perfetto: Martian Manhunter si candida prepotentemente a storia da tenere d’occhio nel 2019 e Internet sembra già amarlo alla follia. Il sottoscritto pure.

>>>BATMAN: VITA CON ALFRED – LA PREMIAZIONE CON ELEONORA CARLINI, MATTIA DE IULIS E FABIO LISTRANI <<<

Gufu’s Version

DOOMSDAY CLOCK #8 di Geoff Johns e Gary Frank

Nel corso della vita di un recensore di fumetti ci sono delle occasioni in cui è necessario sbilanciarsi, distaccarsi dalla sobria analisi contingente – che lascia il giudizio definitivo su un’opera alle sue conseguenze storiche – e prendere una posizione.
Non si tratta semplicemente di gridare al capolavoro (cosa che non farò) o all’oltraggio (e non farò neanche questo) di fronte a un progetto ambizioso come Doomsday Clock quanto cercare di capirne l’effettiva magnitudo.
In quest’ottica, e sapendo di rischiare una grossa smentita, mi arrischio a dire che Doomsday Clock è importante oggi quanto Watchmen lo fu nel 1986.
Se i primi sei numeri di DC sono stati una studiata progressione necessaria a introdurre i personaggi di Watchmen all’interno dell’Universo DC in maniera credibile e approfondita dal settimo numero, al giro di boa, la narrazione ha cominciato a prendere una piega estremamente diversa. Il ritmo impostato da Johns e Frank nella prima metà della serie è studiato per creare la necessaria tensione che fa sì che il cambio di passo registrato dal settimo numero in poi sia percepito come una naturale e attesa conseguenza: una progressiva risoluzione di quanto sapientemente costruito fino ad oggi (sul discorso tensione-attesa-risoluzione vi rimando a un altro mio articolo QUI )
Il lavoro di Johns qui è estremamente politico non solo per via della presenza di Vladimir Putin Putin, Xi Jinping e per le dinamiche da Guerra Fredda impresse alla storia, ma per tutto il suo impianto linguistico e tematico.
Johns mette in discussione Watchmen, il fumetto supereroistico e se stesso in una lettura del mondo contemporaneo estremamente ficcante nella stessa misura in cui Watchmen, pur calato appieno nel suo tempo, riuscì a essere universale fino a rivelarsi profetico dei nostri tempi.
Come già detto abbondantemente Doomsday Clock pretende di essere ben più di un mero sequel di Watchmen, un espediente per monetizzare il successo di uno dei più grandi long seller della storia del fumetto americano, ma si pone in maniera dialettica al cosiddetto decostruzionismo del supereroe: se Alan Moore aveva smontato la figura del supereroe allora Johns si propone di ricostruirla smontando a sua volta l’opera del bardo di Northampton (che al mercato mio padre comprò).
E questa operazione è visibile anche da un punto di vista strettamente formale, Johns e Frank hanno inserito nella loro opera una serie di eccezioni progressivamente visibili alla griglia a nove vignette come a voler rappresentare visivamente lo scollamento dalla critica di Moore; in questo ottavo capitolo si nota come anche lo stile adottato da Johns nei dialoghi – che riecheggia fortemente la prosa di Moore – viri decisamente verso un approccio più asciutto e ortodossamente supereroistico conferendo alla narrazione un notevole cambio di ritmo.
Ma quello che colpisce di più in questa dialettica è l’aspetto tematico, al cinismo (se vogliamo chiamarlo così) di Watchmen viene contrapposto il simbolo per eccellenza del fumetto supereroico: Superman. Qui l’alter ego di Clark Kent incarna in tutto e per tutto l’ideale del supereroe – non a caso Gary Frank gli assegna le iconiche fattezze di Christopher Reeves -, la visione della giustizia in senso assoluto contrapposta non più al malvagio di turno ma alla complessità di un mondo ricco di sfumature. Lo scrittore statunitense utilizza il presunto complotto della “Superman Theory” per descrivere, con un ritratto calzante, l’attuale società in cui l’uomo medio non riconosce più i propri idoli e si confronta in maniera aggressiva creando così una società sempre più polarizzata.
Come detto sopra quindi Johns rimette sì in discussione il linguaggio e le tematiche di Watchmen ma non lo fa con lo scopo di affermare una superiorità della propria visione del mondo e del fumetto, al contrario rimette così in gioco tutto il fumetto supereroistico (a partire dallo stesso Rebirth) e, con esso, il proprio approccio a questa forma di espressione

Batman: Vita con Alfred – La premiazione con Eleonora Carlini, Mattia De Iulis e Fabio Listrani

Siamo finalmente giunti alle fasi finali del nostro concorso di illustrazione Batman: vita con Alfred.


40 elaborati sono stati selezionati, tra i 110 pervenuti, dalla nostra giuria per essere esposti a partire da Venerdì 7 Dicembre nella zona archeologica di Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno, in Piazza del Popolo e Sabato 15 Dicembre alle ore 17.30 alla Sala dei Savi di Palazzo dei Capitani – Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno verranno decretati i vincitori dei premi messi a disposizione da CARTOLIBRERIA CARTARIUS, ASSOCIAZIONE CULTURALE FUMETTI INDELEBILIPENTEL ITALIASCUOLA DI FUMETTO MARCHEEDIZIONI NPE RW EDIZIONI.

Durante una giornata che darà la possibilità agli aspiranti fumettisti di confrontarsi con tre affermati professionisti del settore.
Eleonora Carlini (DC Comics), Mattia De Iulis (Marvel Comics) e Fabio Listrani (Shockdom) parleranno infatti delle loro esperienze nel mondo del fumetto e saranno a disposizione degli aspiranti fumettisti per dare consigli, visionare i loro lavori e disegnare sketch in una giornata all’insegna del Fumetto.

Ma non finisce qui:

Eleonora, Fabio e Mattia saranno a disposizione dei fan anche Domenica 16 Dicembre alle 19.00 allo SPIN-OFF di San Benedetto del Tronto per autografare i propri volumi e fare quattro chiacchiere con chi vorrà.

 

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