Monthly Archives: settembre 2018

Wednesday Warriors #2 – Da Superman ai Fantastici Quattro

In questo numero di Wednesday Warriors:

Gufu’s Version

SUPERMAN #3 di Brian Michael Bendis,  Ivan Reis e Joe Prado

Capitolo interlocutorio della Unity Saga che vede Superman confrontarsi con Rogol Zaar, un avversario tanto nuovo quanto ancora avvolto nel mistero. Brian Michael Bendis costruisce il crescendo verso il cliffhanger finale, preludio allo scontro che tutti ci aspettavamo sin dal primo numero, utilizzando il suo marchio di fabbrica: il bathos, termine coniato da Alexander Pope per descrivere l’umorismo derivante dal fallimento nella ricerca del pathos. Una tecnica narrativa che ha fatto la fortuna di gran parte delle pellicole del Marvel Cinematic Universe.
Il crescendo emotivo, caratterizzato da una narrazione ad ampio respiro punteggiata di splash e spread page realizzate da Ivan Reis e Joe Prado, è continuamente smorzato da gag che fanno da contraltare umoristico al conflitto in atto, un conflitto talmente crescente da richiedere l’intervento dell’intera Justice League.
In questa gestione anticlimatica del ritmo prospera, come detto, il duo artistico Reis/Prado, in grado di mantenere un’inedita – per loro – continuità artistica nell’arco dei tre albi finora realizzati: l’abbondanza di dettagli e la varietà impressionante di espressioni facciali compensa significativamente un racconto che potrebbe essere altrimenti percepito come eccessivamente diluito.

CATWOMAN #3 di Joelle Jones e Fernando Blanco

Dopo due albi densi di azione, Joëlle Jones decide di rallentare il ritmo spostando l’attenzione dalla protagonista e concentrando la narrazione sulla costruzione dell’antagonista. L’obiettivo della Jones è quello di caratterizzare Raina Creel in maniera che risulti ripugnante sia dal punto di vista fisico che morale. Il lungo Flashback disegnato da Fernando Blanco ne approfondisce il passato e restituisce al lettore un personaggio che non genera nessun tipo di simpatia o fascino se non quello del Male con la “M” maiuscola.
Nella parte finale, caratterizzate da una sequenza tanto ben disegnata quanto apparentemente superflua e ridondante, il focus torna su Selina e sul reale motivo della sua permanenza a Villa Hermosa.

FANTASTIC FOUR #2 di Dan Slott e Sara Pichelli

Dopo un albo di esordio all’insegna della nostalgia e della speranza, più incentrato sui legami emotivi e che fa da preludio al vero ritorno dei Fantastici Quattro, Dan Slott e Sara Pichelli fanno un passo indietro e ci raccontano le vicende di Reed, Sue e della Future Foundation. Un terzo dell’albo è quindi imperniato sulle dinamiche che maggiormente caratterizzano il quartetto: la famiglia e l’esplorazione.
Raccogliendo la difficile eredità lasciatagli da Hickman, Slott pone l’accento sulla “qualità creatrice” del quartetto; da una parte abbiamo gli immensi poteri di Franklin e Molecola che letteralmente riescono a creare nuovi universi, dall’altra abbiamo i Fantastici Quattro stessi, intesi come pubblicazione, che hanno dato vita all’intero universo Marvel.
In quest’ottica l’avversario perfetto è l’entropia stessa che si incarna in un nuovo, potentissimo, villain chiamato Griever.
Slott e Pichelli si muovono quindi in un terreno a metà tra il narrativo e il metatestuale: l’arrivo di Griever permette di risolvere delle problematiche che avrebbero reso davvero scomoda la vita di Dan Slott – personaggi onnipotenti come Franklin e Molecola rendono difficile la realizzazione di storie efficacemente avvincenti – e allo stesso tempo si rafforza il valore del quartetto in funzione creativa. Esemplare in quest’ottica la doppia pagina in cui la distruzione di dozzine di universi viene raffigurata da Sara Pichelli tramite la distruzione delle vignette deputate al loro racconto. Il finale fa sobbalzare il cuore di tutti i fan, ed è la seconda volta in due numeri.

Bam’s Version

DETECTIVE COMICS #988 di James Robinson e Stephen Segovia.

La lunga strada verso lo storico Millesimo numero di “Detective Comics” va pur sempre percorsa e, per l’occasione, DC Comics ha deciso di dare una possibilitá a tanti autori diversi di riempire le pagine della testata: è il turno del veterano James Robinson.
Viene, sin da subito, chiarita l’intenzione di voler tornare alle origini investigative e raccontare di un omicidio, di una vittima e di un assassino a piede libero; è Jim Gordon a rimarcare per il  lettore la stranezza nel vedere Batman di fronte ad un caso così semplice e, apparentemente, “banale”. Unita questa premessa di trama allo stato emotivo del Pipistrello, ancora travagliato dalla conclusione del “Bat-rimonio”, James Robinson pone le basi per un’indagine noir e hard-boiled che da troppo tempo manca su “Detective Comics”. Peccato, però, dell’arrivo improvviso di ben due Firefly che metteranno i bastoni tra le ruote di Batman, cambiando drasticamente il tono e l’atmosfera della storia durante la lettura, lasciando svanire il sogno di una “storia semplice”, complice anche la pagina finale con rullanti tamburi di guerra. Stephen Segovia appare decisamente più contenuto ed educato rispetto al passato, ma ancora una volta il suo stile appare fuori luogo e spaesato, così come il lettore dopo aver letto un fumetto iniziato in un modo e terminato in maniera radicalmente opposta. È solo il primo numero, il beneficio del dubbio si può concedere.

JOURNEY INTO MYSTERY – THE BIRTH OF KRAKOA #1 di Dennis Hopeless e Djibril Morrisette-Phan.

Il ritorno, solo per questa occasione, di “Journey Into Mystery” é decisamente insolito e piuttosto inaspettato. All’apertura dell’albo, il lettore si trova ben lontano dall’ultima incarnazione di JiM: non più impegnati a seguire le marachelle del giovane Loki di Kieron Gillen, il team creativo Dennis Hopeless & Djibril Morrisette-Phan cambia totalmente registro, allacciando le cinture a bordo di un aereo militare nella primavera del 1945, con a bordo il Sergente Nicholas J. Fury, Dum Dum Dugan e gli Howling Commandos… ovviamente, saranno lo schianto su una misteriosa isola ed un evento catastrofico a mettere in moto la trama.
Lo stile essenziale ma deciso, dalle chine durissime e scure, di Morrisette-Phan dona alla storia il giusto look da avventura pulp, affidandosi ai brillanti, vividi colori di Rachelle Rosenberg: Krakoa prende vita, letteralmente e artisticamente, grazie alle atmosfere, colme di pathos, pericolo e genuino mistero, congiurate da un Hopeless particolarmente ispirato.
La grande rivelazione della storia arriva al momento esatto e osservare gli Howling Commandos combattere contro la paranoia e l’inspiegabile rendono la lettura inaspettatamente piacevole, considerando specialmente che ci si trova di fronte ad una storia fatta per essere contenuta in poco più di 30 pagine e con il rischio di venire sommersa da altre uscite mensili più, all’apparenza, appetitose.

CHAMPIONS #24 di Jim Zub e Sean Izaakse.

“Interrompiamo le programmazioni per un comunicato speciale”.
“Champions” #24 si apre in maniera caustica, con una tavola completamente nera e queste parole impresse: per i giovani eroi protagonisti della serie di Jim Zub sembra un giorno normale, fino al momento in cui i cellulari cominciano a squillare freneticamente e Miles Morales scappa, letteralmente, più veloce che può. C’è stata una sparatoria alla Brooklyn Visions Academy, la sua scuola. Sette morti, diciotto feriti, l’assalitore si é tolto la vita. All’inizio, “Champions” #24 sembra un fumetto come tanti, con i brillanti disegni di Sean Izaakse colorati da Menyz e Arciniega, ma scorrendo le pagine i disegni, così come le parole che li accompagnano, si fanno più tristi, più snervanti, più deprimenti. I volti dei ragazzi sono tesi, non conta che abbiano super-poteri o siano semplici studenti.  Nelle parole del più inesperto Spider-Man si percepisce la rabbia, il senso di impotenza, la frustrazione. Nelle parole degli altri Campioni l’incertezza, i dubbi sulle proprie responsabilità, su “quello che si può fare” per evitare che tutto questo, questa scena ormai diventata angosciosamente familiare, non si ripeta più.
Zub e Izaakse, insieme agli editor Breevort e Cebulski, hanno voluto raccontare così tante pagine nere delle giornate di scuola americane, cogliendo nel segno e riuscendo nel delicato obiettivo di saper usare i toni giusti per farlo.

AFFASCINANTI E INCOMPRENSIBILI: “I SEGRETI DI DAVID LYNCH”

David Lynch è sicuramente il regista del fantastico più celebre e acclamato degli ultimi decenni. Il suo fantastico è in realtà un assurdo calato nel quotidiano, paragonabile a quello kafkiano e intriso di grande poesia visiva. Se vi piace il cinema e non avete mai visto Lynch è come dire che vi piace il rock e non avete mai sentito i Pink Floyd (il paragone vale in particolare per il senso onirico).

Dato che questo è un sito di fumetti è proprio da loro che dobbiamo partire, infatti Lynch è stato un autore di strisce. Scritte e disegnate da lui stesso per alcuni quotidiani minori californiani a cavallo fra gli anni ‘80 e ’90, le sequenze di vignette sono in realtà sempre le stesse.

Una didascalia a sinistra avverte che: Il cane è così arrabbiato da non potersi muovere. Non può mangiare. Non può dormire. Può soltanto ringhiare a stento. Schiacciato dalla tensione e dalla rabbia, il suo stato è simile al rigor mortis. Poi quattro vignette sempre identiche del cane arrabbiato e qualche nuvoletta con i discorsi suoi e/o  dei suoi presunti padroni che provengono dalla casa, discorsi che sono nonsense o meglio sembrano assurdi e paradossali ma che forse contengono verità metafisiche. O forse no. O forse non lo sa nessuno, neanche il suo autore.

 

Dopo questa breve digressione sul Lynch fumettista, concentriamoci su I segreti di David Lynch, un saggio pubblicato dalla casa editrice Becco Giallo nel 2018. L’autore, Matteo Marino, collabora con varie riviste cinematografiche, ha scritto libri sulle serie TV (Il mio primo ed Il mio secondo dizionario sulle serie tv cult sempre per la Becco Giallo, in cui viene anche affrontata tutta la trilogia Twin Peaks) e su un altro regista fantastico (in tutti i sensi), Peter Jackson, ma è soprattutto l’ideatore di www.davidlynch.itun portale-blog davvero esaustivo per il fandom lynchano che può essere certamente definito la più importante fonte italiana dedicata al nostro.

 

I film, scelti nella lunga filmografia, sono quattro: Strade Perdute, Mulholland Drive, INLAND EMPIRETwin Peaks- Il Ritorno (terza e ultima serie). La selezione delle opere cinematografiche non è casuale, infatti sono quelle più oniriche ed enigmatiche, ma anche quelle che curiosamente hanno avuto un impatto sul pubblico e sull’immaginario moderno.

La rete televisiva BBC ha contattato 177 critici di tutto il mondo che hanno eletto un paio di anni fa Mulholland Drive il più bel film del XXI secolo. In effetti, insieme a Velluto Blu, è forse l’opera più riuscita del regista statunitense, un mix perfetto fra la perfezione estetica e i paradossi narrativi tanto cari all’autore.

Di sicuro il libro è indispensabile per tutti gli appassionati del Maestro: io mi annovero fra questi e la lettura mi ha spalancato porte che prima erano solo socchiuse. Inevitabilmente, e qui è il limite, non solo risulterà incomprensibile allo spettatore distratto ma anticiperà i contenuti, guastando irrimediabilmente la visione, a chi non ha mai goduto di queste imprescindibili pietre miliari della cinematografia contemporanea.

Quindi il saggio è indirizzato a chi abbia visto ALMENO una volta le quattro opere in questione, forse le più significative ed “estreme” dell’ultima produzione lynchana, quelle in cui la narrazione è più destrutturata, ermetica e soggetta a enigmi e realtà intersecanti. Avvertenza evidenziata dallo stesso Marino e molto utile poiché altrimenti si incorrerebbe in uno spoiler a ogni riga.

La bellissima copertina e le movie-scene reinterpretate all’interno del volume sono di Elisa2B, giovane fumettista piemontese, fra i cui lavori si ricorda la graphic novel La chiamata (Becco Giallo 2018).

La copertina è davvero molto suggestiva e collegata ai temi fondamentali del libro, infatti più che un disegno è un affresco che riesce a trasmettere il senso di mistero e di inquietudine ma anche di eleganza e bellezza dei film del nostro autore, tanto che sarebbe preferibile guardarla prima frontalmente e poi in apertura con la quarta di copertina.

In primo piano c’è David Lynch o meglio il suo personaggio Gordon Cole, pezzo grosso dell’FBI che per problemi di udito indossa sempre un apparecchio acustico. Il pavimento e le tende sono inconfondibilmente quelle della Loggia Nera, una dimensione onirica ed extradimensionale, forse l’invenzione più iconica del regista.

Dietro e sotto le celebri tende granata si trova il coniglio gigante reso famoso in INLAND EMPIRE, in realtà già presente nell’inquietante serie TV Rabbits. Poi si scorge Diane Evans, segreteria di Cole, ma anche enigmatica femme fatale in Twin Peaks- Il Ritorno, interpretata dalla bravissima Laura Dern, attrice cara a Lynch come poche altre.

Sul pavimento ritroviamo una strana creatura ibrida fra insetto e anfibio, protagonista di un episodio di Twin Peaks- Il ritorno, che in verità rappresenta tutta una serie di varia e strana zoologia presente in quasi tutti i film. Infine sulla sinistra (quarta di copertina) l’esplosione nucleare di Trinity, primo storico test effettuato nel New Mexico e punto di svolta (forse) sempre della terza serie di Twin Peaks.

Inoltre si vede l’Uomo del Mistero, indimenticabile e impressionante personaggio in Strade Perdute. L’illustrazione sotto esplica benissimo uno dei concept trattati da Lynch: il velo di Maya, il senso di penetrare in un’ulteriore realtà. Qui Diane Evans insieme all’Agente speciale Cooper (interpretato da Kyle MacLachlan,) varcano le tende della Loggia Nera, in uno dei momenti più significativi del «film da 18 ore», poi spezzato in diciotto puntate per esigenze televisive, che è la serie finale di Twin Peaks.

Le immagini presenti all’interno del libro, poche ma ben scelte, sono rielaborazioni in bianco-nero e linea chiara di fotogrammi-chiave e servono a riportare alla memoria del lettore gli snodi narrativi dei film trattati.

Insomma, cosa rende interessante questo volume? I film del nostro David sono tanto affascinanti quanto, spesso, apparentemente incomprensibili e Marino accumula, in maniera divertente ed affascinante, le principali teorie “esplicative” per ogni film. Tali suggestioni (ovviamente non possiamo definirle soluzioni) provengono dai maggiori critici-intellettuali cinematografici, come il filosofo Žižek e Frost, coautore dello stesso Lynch, dalle religioni orientali e dalla meditazione trascendentale (praticata pure da Lynch), da interviste del  regista stesso, fino all’ultimo fan su internet, senza dimenticare il film Il mago di Oz del 1939, di cui il regista del Montana è esageratamente innamorato, le arti visive, la musica dark, rock e metal, spesso presenti nei suoi lavori.

In realtà più ci avviciniamo a capire qualcosa, più oscuro diventa qualcos’altro come nel principio di Indeterminazione di Heisenberg (meglio si conosce la posizione di una particella meno conosciamo la sua quantità di moto e viceversa). In questi e molti altri paradossi  Marino getta una luce, o meglio qualche fiammifero per accendere alcune  candele. Alla fine della lettura, forse siamo riusciti a scoprire una chiave interpretativa perlomeno convincente, senza scordare però che le più grandi opere d’arte vanno godute più che capite, come dice lo stesso regista.

Ultima osservazione: in genere si dice che passare da nome ad aggettivo certifica la grandezza di un artista (es. felliniano). Lynchano è uno degli aggettivi che più spesso viene citato come pietra di paragone nei film “strani”.

 

 

San Domenico: Kleiner Flug va all’estero

CopertinaSe a chiedere di raccontare la storia di San Domenico di Guzman a fumetti fosse lo stesso ordine dei Domenicani?

E se fosse in particolare la comunità presente nella chiesa vicina alla stazione di Firenze?

E se lo chiedesse, ovviamente, alla casa editrice toscana che in questi ultimi anni maggiormente si è occupata di biografie di personaggi famosi, con l’intenzione (anche) di diffondere la storia nelle principali lingue europee?

Accadrebbe che, con i testi di Marco Rocchi e i disegni di Edoardo Natalini, Kleiner Flug pubblicherebbe un albo, tradotto in quattro lingue, in collaborazione con l’Opera per Santa Maria Novella.

Come dice lo stesso sito del convento fiorentino:

Non si tratta certamente di un’opera di ricostruzione scientifica né di una biografia filologica di questo personaggio storico.[…] Un uomo che ha influenzato il suo tempo e di cui ancora oggi possiamo apprezzare il grande contributo che ha dato alla storia del Cristianesimo e della società in cui ha operato.

I domenicani non sono certo simpatici ai più. Collegati tradizionalmente (ma non per questo correttamente) all’Inquisizione medievale, sono spesso visti come sinonimo di chiusura mentale e rigidità.

In effetti nel 1235, dopo alcuni anni in cui le deleghe per ricercare gli eretici erano numerose, papa Gregorio IX affidò definitivamente tali deleghe ai domenicani. Principalmente per il profondo legame tra i domenicani e il Papa, che li svincolava da poteri e influenze vescovili. Sarebbe da approfondire, già solo il significato del termine inquisizione, ma non è questo il luogo (o meglio il sito).

Un secolo prima dei fatti che abbiamo incontrato recentemente in un altro fumetto, in cui appunto un inquisitore domenicano faceva la ormai solita figura da stolto oscurantista e assetato di sangue, viveva il protagonista dell’albo.

Che di stolto oscurantista non ha avuto granché…

È un anziano Domenico a raccontare la sua storia. L’occasione gliela dà un giovane confratello, inviato da Giovanni da Salerno, che insediò i domenicani a Firenze ed era alla ricerca di una sede adatta al crescente ordine.

Per rispondere alla sua disperazione dell’essere senza una chiesa, Domenico racconta la sua vita. Di come si è affidato alla Provvidenza e al Vangelo, fin dalla sua missione danese insieme al suo vescovo e confratello agostiniano Don Diego de Acevedo.

Così dedicherà la sua vita alla predicazione e alla missione, fondando un nuovo ordine, nonostante i Papi in quel periodo non vedessero di buon occhio il proliferare di famiglie religiose. A causa delle eresie dilaganti.

Ma Domenico prese l’anelito alla povertà e alla vicinanza con il popolo dagli eretici catari, nelle cui terre predicò per quasi dieci anni, mantenendo sempre un fortissimo legame con Roma e con i Papi che ha conosciuto.

Ovviamente l’albo presenta Domenico in modo amichevole, mescolando la sua forza d’animo con una grande mitezza. Sottolineando la preghiera continua (Domenico propugnò fortemente la pratica del Rosario) e l’estrema sobrietà. E facendo il parallelo con San Francesco. Centrale infatti è l’episodio della visione di Domenico e il successivo incontro con il poverello di Assisi in occasione del riconoscimento dell’ordine, raccontati da Gerardo di Frachet nelle Vitae fratrum, che prende le dieci tavole centrali.

Lo stile, proprio per rendere la biografia con la leggerezza del  fumetto, è quello tipico delle prime e più semplici agiografie: raccontare alcuni eventi miracolosi e storie confortanti che abbiano per protagonista il santo. Solo gli eventi fondamentali, presi dalla storia o dalla tradizione. Rendendo il santo estremamente simpatico. Anche quando racconta i momenti più tragici, come l’uccisione del suo amico e confratello Pietro.

Estremamente consolante è la naturalezza in cui viene raccontata la morte (gli ultimi anni della vita di Domenico sono stati comunque molto intensi e ricchi di spostamenti ed eventi).

Il continuo ricorso ai flashback non appesantisce la lettura, anzi, le dà la piacevole sensazione del nonno che in qualche modo racconta la sua vita al nipote.

Il linguaggio è accessibile a tutti (si parla di pecorelle smarrite) ma altrettanto attento (ad esempio riporta le parole esatte del Salmo 28).

L’operazione simpatia viene supportata fortemente anche dalla parte grafica. La descrizione di San Domenico fatta da una monaca (Suor Cecilia Romana) del 1240 è:

Statura mediocris, tenuis corpore, facies pulchra et parum rubea, capilli et barba modicum rubei, pulcher oculis. De fronte eius et inter cilia quidam splendor radiabat […] Manus longas et pulchras habebat, magnam vocem pulchram et resonantem habebat. Numquam fuit calvus, sed coronam rasilem totam integram habebat paucis canis respersam.

Ovvero

Di statura media e corporatura magra, un viso bello e un po’ rubicondo, i capelli e la barba rossicci, dei begli occhi. Dalla sua fronte e tra le ciglia si irradiava una certa luce […] Aveva mani lunghe e belle, una bella voce possente. Non è mai stato calvo, ma aveva una tonsura integra a mo’ di corona appena imbiancata.

Invece il nostro San Domenico è quasi un super deformed, con l’aggiunta di un bel nasone (e i nasi fantasiosi sembrano una caratteristica di Natalini).

Probabilmente per una concessione alla fisiognomica, per cui aspetto e caratteristiche morali sono in qualche modo legate. Così l’umiltà e la forza morale vengono meglio rappresentate da un aspetto tozzo e solido, che rendono il santo in qualche modo normale.

Oltre ai nasi, colpiscono gli occhi. Solo quelli dei personaggi più significativi hanno la parte bianca (sclera): Domenico, Maria e Gesù, San Francesco. Gli altri hanno solo le pupille, che a volte ricordano quelli dei fumetti della Disney degli inizi. E sono sempre estremamente espressivi. A volte non compaiono affatto (il Papa quando indice la Crociata o accetta l’Ordine, i frati nella casa di Tolosa, dove Pietro da Castelnuovo ostenta ricchezza parlando di disagiate condizioni). Perché nei disegni gli occhi possono essere effettivamente lo specchio dell’anima.

Gli sfondi sono semplici, sia nei tratti che nei particolari che ancora nei colori. Ma danno un senso di familiarità, e leggibilità.

La gabbia è regolare, tutte le vignette sono rettangolari, ma il numero del loro numero per pagina è a servizio della storia. Alcuni passaggi importanti richiedono l’utilizzo della pagina intera: l’inizio, il viaggio verso Roma, il riconoscimento dell’ordine.

Tutte molto belle e significative, molto ben disegnate. Quella che mi ha colpito maggiormente è quella dei domenicani in Europa. Che è un po’ una carta programmatica dell’Ordine. Il parlato, che quasi si sente, la carta europea, disposta stranamente in direzione Est-Ovest, i due inserti. Uno con Domenico giovane, l’altro anziano.

I bordi, anche qui, servono a differenziare il racconto regolare dai flashback.

Insomma, piccoli artifici che non distolgono dalla storia e danno grande leggibilità e scorrevolezza.

È in effetti un fumetto per tutti con diversi piani di lettura, sia dal punto di vista del contenuto che della parte grafica.

Assolutamente nella linea (altamente) qualitativa finora segnata dalla collana Prodigi tra le nuvole.

Questo volume segna anche un momento importante per Kleiner Flug.

Non è il primo volume dedicato a una figura della Chiesa. Anche qui abbiamo già parlato di Caterina da Siena e di Girolamo Savonarola (peraltro entrambi domenicani). Ma colpisce il “San” nel titolo (prima volta).

E pur non essendo il primo volume che la casa editrice toscana traduce per il mercato estero, è il primo che ha come protagonista un uomo non nato in Italia, anche se, come tutti i religiosi cattolici, fortemente legato al nostro paese.

Il volume ha vinto il Premio Fede a Strisce – Roberto Ramberti all’ultima edizione di Cartoon Club Rimini.

Nel 2017 è uscita un’altra biografia a fumetti dello stesso Domenico, molto più agiografica e destinata a un mercato forse più di nicchia, dell’editrice cattolica milanese IPL.

San Domenico
Marco Rocchi, Edoardo Natalini
Prodigi fra le nuvole
Fleiner Flug, 2017
44 pag, colore, brossura

LUCCA Comics and Games 2018, parti con DIMENSIONE FUMETTO!

Volantino Lucca Dimensione FumettoAnche quest’anno l’associazione culturale DIMENSIONE FUMETTO, forte della sua esperienza decennale, organizza un pullman con destinazione LUCCA COMICS AND GAMES! Il nostro nerd-o-bus partirà da ASCOLI PICENO SABATO 3 novembre 2018, destinazione Lucca, la meta regina per tutti gli appassionati di fumetti, manga, comics, videogames e tanto altro!

Dimensione Fumetto vi offre la possibilità di arrivare a Lucca in pullman e passare una giornata nerd-avigliosa all’interno dello spazio della città, che coincide con quello della fiera.

NOVITA’!! QUEST’ANNO POTRETE APPROFITTARE DI DUE DIVERSE SOLUZIONI DI VIAGGIO:

A) Opzione Standard: SOLO TRASPORTO IN BUS senza biglietto di ingresso in fiera a 40 EURO. Per prenotare questa soluzione occorre versare la caparra di 20 euro entro il 30 ottobre.

B) Opzione Saltafila: TRASPORTO IN FIERA PIÙ BIGLIETTO SALTAFILA AL COSTO DI 65 EURO. Importante questa soluzione va prenotata entro e non oltre il 10 di ottobre, e al momento della prenotazione va VERSATA L’INTERA QUOTA (65 euro).

Il viaggio sarà su un comodo pullman GT con 52 posti a disposizione, la quota di partecipazione comprende le spese di viaggio e la tessera associativa. Le prenotazioni si effettuano presso la FUMETTERIA MATRIX IN VIA CESARE BATTISTI ad Ascoli Piceno.

Per qualsiasi informazione basta rivolgersi alla Fumetteria Matrix (telefonando allo 0736 25 48 49) oppure ai contatti dell’associazione: info@dimensionefumetto.it e www.dimensionefumetto.it.

Grant Morrison’s 18 Days

Tutto si può dire di Grant Morrison tranne che si adagi sugli allori. Autore eccentrico e discontinuo, sceneggiatore di molti capolavori ma anche di cose trascurabili, Morrison ha sempre cercato di esplorare nuove possibilità, sconfinando spesso oltre l’abusato pantheon occidentale delle “divinità” superoistiche dei comics anglosassoni.

Già nel 2005, in fase di distacco dal successo di New X-Men, e prima di pensare, e partecipare, alle rivoluzioni all’interno della DC, aveva pubblicato Vimanarama, una storia di mostri e famiglie problematiche che gravitano intorno a un ragazzo Indù. Una miniserie di tre numeri che lasciava intendere come quel pantheon induista avesse affascinato l’autore tanto da poter essere potenzialmente un’ottima fonte di ispirazione per scrivere cose nuove.

Ci ha provato, in maniera non troppo convinta, prima nel 2010 con una graphic novel in forma mista con un titolo simile a quello usato successivamente. Poi, riesce a entrare a far parte del mega-progetto multimediale della Graphic India, un editore che vuole sviluppare prodotti di vario tipo (fumetti ma anche games e serie tv) su tematiche strettamente legate all’India e alla sua cultura millenaria.

In questa sede rielabora tutto il progetto che consta di una serie di (teorici) 18 volumi dove racconta buona parte della storia presente all’interno di uno dei testi più importanti della religione induista, il Mahabharata, coi disegni di Jeevan J. Kang e dell’italiano Francesco Biagini (oltre al supporto, ai testi, dei fondatori stessi della casa editrice, Sharad Devarajan e Deepak Chopra).

Di cosa parla questo enorme poema (e quindi questo fumetto a esso strettamente collegato)? Dell’eterna lotta tra i due clan Kaurava e Pāṇḍava, cugini tra di loro e tutti figli di divinità induiste, lungo il ciclo delle quattro ere (Oro, Argento, Rame e Ferro, in ordine decrescente per purezza e prosperità) che segnano la vita degli esseri viventi, in cui il bene e il male sono in perenne lotta, sempre secondo il credo induista.

I primi cinque numeri della serie, raccolti in questo volume, sono ambientati verso la fine della terza era, nella regione di Doab, dove sono già schierati i due eserciti nemici, in attesa di sferrare il primo attacco.

Da un lato Duryodhana che guida i suoi cento fratelli, tutti figli di Dhṛtarāṣṭra e dall’altro Yudiṣṭhira (detto Yudish), uno dei cinque figli di Pāṇḍu. I primi simboleggiano il male e la sete di potere, i secondi il bene e il rispetto delle tradizioni.

18Days_Morrison

In termini di pura trama, non succede praticamente nulla poiché molto del tempo viene dedicato a illustrare tutto il pantheon induista che a noi occidentali risulta praticamente sconosciuto. Ci sono lunghi passaggi con soli campi e controcampi dove i personaggi o sembrano urlarsi l’uno contro l’altro accuse varie di cose successe in precedenza o organizzano incontri semi-clandestini tra i guerrieri di opposte fazioni.

La tematica presente in queste storie è una di quelle più care a Morrison: l’epica del mito che si nasconde dietro ai personaggi che scrive. Si veda per esempio All Star Superman, su tutti, ma anche nella stessa JLA era possibile trovare gli dei che si mascheravano da umani, alle prese con situazioni grandiose e stupefacenti. Qui Morrison è andato molto semplicemente oltre le radici greche o norrene, ma ha investigato sull’origine della cultura indoeuropea. Il poema di riferimento è infatti scritto in sanscrito e narra fatti avvenuti prima di tutte le civiltà note (3000 a.C. e oltre) ed è evidente come molte dinamiche possono essere riscontrate nei miti occidentali successivi, quasi a chiudere un cerchio su come l’oriente e l’occidente siano legati molto di più di quanto si pensi. Morrison non ha mai negato la sua necessità a fondere in maniera sincretica tutte le sue idee, utilizzando la psichedelia come mezzo eccentrico ma decisamente attinente a questi temi.

Un paradosso nel quale si può intercorrere, a una prima lettura, è quello dove tutto sembra dare un senso di deja-vu, storie già lette mille volte, di personaggi talmente schiacciati sulla loro caratteristica principale tanto da diventare stereotipi bidimensionali di aspetti caratteriali dell’umanità. Un po’ come spesso accade quando si pensa agli dei norreni o a quelli greci.

A Morrison non interessa imbastire una trama originale ma soltanto usare questo materiale per trattarne l’epicità e la grandezza che si richiede a un testo così basilare.

Peccato che la narrazione risulta troppo statica e, a tratti, lenta. Troppi spiegoni e poca dinamicità. Mancano i guizzi creativi che ci si aspetterebbe dall’autore scozzese.

Non aiutano i disegni di Kang, dal tratto e dal character design sicuramente buono, ma troppo imbrigliato nei molteplici primi piani con campi e controcampi, non aprendosi, se non verso la fine, a più larghe vignette dal tono epico.

18Days_Morrison

Da segnalare come il terzo episodio, disegnato da Biagini, risulta essere il più narrativo e drammatico di tutti: il migliore tra i cinque. Questo anche grazie al fatto che vi è narrato un flashback che spiega cosa ci sia dietro alle motivazioni dei personaggi più di tanti dialoghi logorroici.

È difficile dare un giudizio complessivo e definitivo su questo volume poiché è tremendamente evidente come sia legato a quelli che verranno. In sostanza “le danze” si aprono nel cliffhanger finale, lasciando il lettore un po’ a bocca asciutta e in attesa del prossimo episodio. Resisterà visto che il tutto è risultato meno appagante delle sue premesse?

L’edizione di ManFont, qui con l’etichetta MF Project, è ben curata dal punto di vista grafico ma risulta carente in quello redazionale. Vista la materia ostica (i miti induisti) sarebbe stato utile avere una qualche informazione in più, anche per destare curiosità per una religione molto spesso conosciuta da pochi ma di una vastità paragonabile, se non maggiore, a quella giudaico-cristiana.

Wednesday Warriors #1 – Da Immortal Hulk a Deathstroke

Parte questo mese Wednesday Warriors, la rubrica settimanale, curata da Fabrizio “Bam” Nocerino e Andrea “Gufu” Gagliardi, che fa il punto sulle uscite Marvel e DC Comics prendendo in esame una manciata di albi. Enjoy!

Bam’s Version

THANOS LEGACY #1 di Donny Cates, Dylan Burnett, Gerry Duggan & Cory Smith

Mai come in questo periodo sarebbe facile fermarsi a tessere (ancora) paragrafi di lodi alla freschezza di Donny Cates, protagonista di un invidiabile primo anno in Marvel. Ma è giusto, in ogni caso, prendersi un attimo di pausa e analizzare questo “Thanos Legacy” #1, nulla più di un one-shot che racconta cosa è successo dall’ultimo numero di “Thanos” a “Infinity Wars Prime”, primo capitolo dell’eventone galattico firmato Duggan & Deodato Jr.

“Legacy” riparte dalle ultime pagine della serie originale di Cates dove, per non fare spoiler, il lettore aveva lasciato il Titano Pazzo trionfante e pronto al prossimo capitolo della sua vita. Dalle matite pesanti, dettagliate e sprizzanti energia violenta di Geoff Shaw, si passa ad un Brian Level, decisamente più leggero e morbido, ben colorato da Jordan Boyd, forse però poco attinente al clima solenne che vorrebbe evocare questo interludio. Cates gioca con Thanos e la pomposità dei suoi discorsi, non raggiungendo però quel livello di tagliente sagacia e pura cattiveria che aveva caratterizzato i primi 18 numeri di “Thanos”. Le due guest-star in chiusura sono la parte più succosa delle 22 pagine, ma il tutto si risolve con poco più di un interessante teaser. In coda troviamo una storia “muta” di Gerry Duggan e Cory Smith dedicata al complesso rapporto padre / figlia tra Thanos e Gamora: carina l’idea e la realizzazione ma niente che non sappia di già visto.

ASGARDIANS OF THE GALAXY #1 di Cullen Bunn e Matteo Lolli.

Può un gruppo di Asgardiani assemblati alla bene e meglio catturare l’interesse di lettori in cerca di nuovi stimoli? “Asgardians Of The Galaxy” #1 propone un’avventura che unisce due mondi avvicinati dal grande successo della pellicola “Thor: Ragnarok”; peccato che dello stile e della verve action adrenalinica di Taika Waititi, Cullen Bunn ricalchi molto poco, seguendo piuttosto la linea di un classico “team book” supereroistico.
Peccato, ancora, che i protagonisti a disposizione non siano abbastanza carismatici da poter reggere l’introduzione con rissa su un pianeta alieno di questo primo numero: Angela e Skurge, il Distruttore e il giovane Thunderstrike, conditi dal Thor rana e la Valchiria non reggono da soli e vedere il gruppo già unito non permette di affezionarsi a piccole interazioni e dinamiche personali che costituiscono il cuore di un’intrigante serie corale. Le motivazioni e la nemesi principale di questo accenno di trama risultano deboli ed introdotte frettolosamente, lo shock dell’ultima pagina rimane l’unico punto di discussione da trarre da questo debutto.
In compenso, Matteo Lolli e i colori di Federico Blee sono i veri protagonisti, tratto pulitissimo e duttile, in grado di farsi notare sia nelle sequenze più caotiche che nelle semplici espressioni del viso e del corpo.

DEATHSTROKE #35 di Christopher Priest e Carlo Pagulayan.

Cinque lunghi mesi, tanto é durata “Deathstroke Vs. Batman”, una complessa saga tessuta finemente da Christopher Priest e che, finalmente, è giunta a conclusione. Non si trascenda, però, il senso delle mie parole: ogni singolo numero ha costruito tensione e momentum, ogni flashback ha aggiunto tasselli ad un mosaico cesellato da padri sconsiderati, figli sull’orlo di una crisi di nervi e le madri peggiori del mondo.
“Deathstroke” continua a raccontare dell’uomo dietro la maschera e, quando vuole, della famiglia disfunzionale dell’uomo dietro la maschera. Il grande pregio di questa serie sta proprio nella gestione dei tempi e delle reazioni: anche in quest’ultimo numero dello scontro tra Deathstroke e Batman, con in palio il titolo di “padre” di Damian Wayne, Priest gioca sulle linee e racconta non solo la violenza fisica dei pugni scambiati, ma anche il contraccolpo emotivo di chi subisce, di chi è costretto ad osservare le tremende similitudini tra questi due uomini “perfetti” nelle loro incredibili imperfezioni, disegnate in muscoli, spandex e kevlar da un Carlo Pagulayan rinvigorito e mai sottotono.
Silenziosamente e all’insaputa, purtroppo, di una larga fetta di pubblico, il “Deathstroke” di Priest continua ad essere una delle migliori interpretazioni, in assoluto, del personaggio.

 

Gufu’s Version

BATMAN #54 di Tom King e Matt Wagner

“The better man”, titolo del 54° numero del Batman di Tom King, prosegue la storyline del post-matrimonio che vede Bruce Wayne affrontare un percorso di autocoscienza e guarigione. Se i precedenti numeri, dal #51 al #53 con il processo a Mr. Freeze, avevano approfondito lo psicologico del Cavaliere Oscuro con complessità e ricche sfumature, qui ci ritroviamo con una storia più diretta che punta maggiormente sull’aspetto empatico e che vede in Dick Grayson (il primo Robin e ora Nightwing) il grimaldello ideale per scassinare la corazza di Batman. La ricostituzione, sebbene temporanea, del “dinamico duo” delle origini infatti ripropone e rinforza lo scopo del primo Robin: ovvero di alleggerire l’eccessiva cupezza dell’uomo pipistrello; quella che nei primi anni 40 era una necessità puramente editoriale qui diventa un elemento narrativo funzionale anche nella descrizione del complesso rapporto padre adottivo/figlioccio che intercorre tra i due.
Per rendere con efficacia questa relazione di mutuo sostegno tra i due King utilizza un espediente tipico della sua scrittura (già visto ad esempio nel ciclo “I Am Bane”): l’alternanza tra i tempi narrativi, passato e presente, e la loro giustapposizione.
Torna su Batman anche Matt Wagner, l’autore di Grendel e Mage interpreta l’albo con la sua consueta personalità e con una caratterizzazione grafica che mescola le atmosfere del Batman animato di Bruce Timm con il tratto sporco alla Howard Chaykin che però mal si sposa con i colori troppo sgargianti di Tomeu Morey (bravo comunque a sottolineare i passaggi tra flashback e presente). Il risultato finale è interessante e aggiunge un altro tassello alla ridefinizione del Cavaliere Oscuro per il 21° secolo.

JUSTICE LEAGUE #7 di Scott Snyder e Jim Cheung

Si conclude con questo numero la prima storyline della Justice League di Scott Snyder e con essa termina anche il primo round con la Legion of Doom guidata da Lex Luthor e Joker, ma si tratta di una conclusione tutt’altro che finale. Quello che doveva essere il popcorn-movie di Snyder, ricco di effetti speciali, esplosioni e battaglie cosmiche si è invece rivelato essere un capitolo di una trama più complessa e a lunga gittata: in questi sette numeri Snyder ha messo talmente carne al fuoco da far pensare a un affresco molto grande in grado – forse – di ridefinire l’intero universo DC.
Dai poteri di Hawkgirl all’anello ultravioletto, dalla Totalità alla missione di Vandal Savage lo scrittore semina una mole di indizi che ricorda il metodo usato da Chris Claremont durante la sua fortunata e lunghissima run su X-Men; metodo che raggiunge il suo apice nel doppio cliffhanger di questo numero degno delle migliori/peggiori soap opera.
Fondamentale in quest’ottica è l’apporto del talentuoso Jim Cheung, in grado di caratterizzare efficacemente dozzine di personaggi e ambientazioniabbinati a una messa in scena sempre chiara, ma non banale, che aiuta il lettore a districarsi nelle convolute trame di Snyder.
Non secondario è il ritorno, dopo circa sette anni, di Martian Manhunter alla sua funzione di cuore della Lega della Giustizia: ci eri mancato J’onn.

IMMORTAL HULK #5 di Al Ewing e Joe Bennett

“IT’S CLOBBERING TIME!” sebbene il protagonista dell’albo non sia Ben Grimm, l’amabile Cosa dei Fantastici Quattro, il suo grido di battaglia è perfetto per descrivere questo episodio di Immortal Hulk #5. Al Ewing abbandona momentaneamente i toni da horror di provincia per tornare a tematiche e situazioni più tradizionali nella narrazione delle vicende del gigante di Giada. La scazzottata con Sasquatch (a.k.a. Walter Langkowski ) prende gran parte dell’albo e permette a Joe Bennett di dedicarsi, con evidente piacere, al disegno di elementi a lui più congeniali: mutazioni, corpi mostruosi e ipertiroidei che si avvinghiano, muri sfondati e tutto il campionario classico delle slugfest supereroistiche inscritto in un layout “esploso” e disarticolato adatto alla narrazione in questione.
Non traggano in inganno però queste considerazioni, perché tra un muro sfondato e un altro, Ewing porta avanti la sua trama sugli irradiati dalle radiazioni Gamma, e la relativa follia che sembra colpire loro e tutti quelli che li circondano, andando a pescare nel ricchissimo bacino di idee e innovazioni portate al personaggio da Peter David negli anni ’90. La caratterizzazione dell’Hulk di Ewing e Bennett lascia ancora molte domande su quale aspetto della psicologia di Bruce Banner abbia preso il sopravvento nella sua manifestazione mostruosa – ricordiamo che Hulk è un riflesso della psiche tormentata di Banner e che ogni sua incarnazione, da Mr. Fixit a Hulk Spacca – e cosa sia successo in realtà durante lo scontro tra Hulk e Sasquatch, resta però evidente il fatto che siamo di fronte a una delle più convincenti interpretazioni del personaggio e a uno degli albi più interessanti di tutto il parco testate Marvel.

47 ronin: una storia d’onore

La storia dei 47 ronin, samurai senza padrone di Asano Naganori, ha fondamenti storici certi: ci sono prove documentali che tra il 1702 e il 1703 sia avvenuto l’Akō Jiken.

Una storia vera che è divenuta leggenda, come certo in Giappone succede, perché la rettitudine e l’onore della popolazione nipponica sono proverbiali.

Le tombe dei 47 samurai privati del loro signore, a Sengaku-ji, sono meta di un vero e proprio pellegrinaggio che il 14 dicembre di ogni anno diventa un festival che ricorda l’evento. Perché nel tempio sono tutti riuniti: i ronin con il loro daimȳo.

La storia ha ispirato artisti di tutti i campi, al punto che c’è un nome dato a tutte le opere legate a questo fatto storico: Chūshingura (忠臣蔵 Il tesoro dei fedeli).

Fin da subito infatti fu creato uno spettacolo di marionette bunraku visibile in Giappone già a metà del XVIII secolo. Più o meno dello stesso periodo le prime rappresentazioni della storia nel teatro kabuki.

La storia fu poi portata in occidente dall’olandese Isaac Titsingh già alla fine del ‘700.

Nel XX secolo tutta una serie di film, dal 1908, fino a quello con Keanu Reeves del 2013; il balletto di Maurice Bejart del 1986; le serie televisive giapponesi, l’opera lirica, il brano dei Jefferson Airplanes e il racconto di Borges (L’incivile maestro di cerimonie Kotsuké no Suké in Storia universale dell’infamia).

Senza contare le stampe che hanno visto questo episodio illustrato fin da subito.

E nel 2013 ben due produzioni a fumetti, forse sull’onda del clamore cinematografico: una ad opera di Mike Richardson e disegnata da Stan Sakai (Usagi Yojimbo), supervisionata da Kazuo Koike e pubblicata da Dark Horse (di ReNoir l’edizione italiana); l’altra scritta da Sean Michael Wilson e illustrata da Akiko Shimojima.

Quest’ultima è stata portata in Italia dal L’età dell’Acquario nell’ambito di un percorso più ampio di cui abbiamo già parlato.

La storia degli Akō-rōshi (i 47 ronin per gli occidentali), emblematica della lealtà, del sacrificio, della perseveranza e dell’onore del popolo giapponese è stata ben sceneggiata dallo scozzese Sean Michael Wilson. Che ha dedicato finora la sua vita professionale principalmente ad alcune opere basate sulle tradizioni, soprattutto marziali, del Sol Levante.

La storia è raccontata in un modo diretto e crudo e con dovizia di particolari. Wilson conosce bene i meccanismi della corte di Edo, dove i diversi daimȳo, cioè i signori feudali del territorio giapponese, erano obbligati a passare un periodo per servire lo shogun. Asano, piccolo feudatario della città di Akō, doveva essere istruito sui cerimoniali. In realtà erano in due gli allievi del cerimoniere Kira Yoshinaka: oltre ad Asano c’era Kamei di Tsuwano. Ma i servi al seguito di Kamei corruppero (segretamente?) Kira, che prese di mira il solo Asano. Questi, portato al limite della sopportazione, assale Kira, compiendo il grave reato di sguainare un’arma nelle stanze dello shōgun.

Wilson attinge alle cronache del primo consigliere di Asano, Ōishi Yoshio, che sarà anche il leader dei 47 ronin. Ed è attento ai particolari: l’utilizzo della wakizashi; il colpo attutito dall’eboshi di Kira; la lama conficcata nello stipite della porta; l’intervento dei dignitari per salvare Kira che, pur ferito, sopravvive.

E non cerca di dare nessuna spiegazione, che è basata sui fondamenti della cultura giapponese. Ōishi riporta l’inevitabile seppuku di Asano, il suo personale struggimento per essere rimasto ad Akō; la rassegnazione della moglie; la sottile e lenta preparazione della vendetta.

Il dettaglio della cerimonia del seppuku di Asano ha dell’ineluttabile. Come ineluttabile sembra essere la decisione dei fedeli servitori di Asano di non arrendersi.

Qual è l’onore più grande? Quello di difendere la verità e l’affetto per il proprio padrone? O quello di seguire acriticamente le tradizioni e le leggi?

La grandezza di questa storia è proprio nell’equilibrio che trova fra questi due onori. I 47 ronin infrangeranno la tradizione che li vuole sottomessi alla decisione dello shogun ma solo per un onore più grande. Lo faranno con un piano che mostra un altro aspetto della storia e della tradizione nipponica: l’arte della guerra. Lo faranno con pazienza e conquistandosi l’ammirazione di tutti i dignitari onesti della corte imperiale. Utilizzando per uccidere Kira la stessa lama usata da Asano per uccidersi. E alla fine sintetizzeranno tutto nel loro seppuku, testimoniando una forza e un senso dell’onore senza pari.

E troveranno il riposo accanto al loro padrone.

Wilson riesce a rendere con grande forza le sfaccettature della storia, tra la psicologia dei singoli e il legame con la tradizione. Come ho letto in un altro libro: Conoscere questa storia vuol dire conoscere il Giappone.

La sceneggiatura è aderente alla storia tradizionalmente tramandata dallo stesso Yoshio, e tratteggia in modo efficace i personaggi. Sia i principali che alcuni dei comprimari, in particolare alcuni dei 47 ronin. Con poche nette pennellate o con poche frasi che sembrano buttate là. E stimola in modo convincente ad approfondire: conoscere le persone coinvolte nell’episodio, la storia e le tradizioni giapponesi dell’epoca, lasciate intravedere con un bel gioco di chiaroscuri nella scrittura.

Quello che non mi è parso sufficiente e rende il lavoro non del tutto meritevole dal punto di vista artistico, è l’opera della mangaka Akiko Shimojima. Pur avendo vinto con The secrets of Ninja un Bronze Award all’International Manga Award nel 2016, sempre con Sean Michael Wilson, il tratto non riesce a esprimere né la drammaticità degli eventi, né la dinamicità delle scene.

Rimane sempre molto piatto, e fa pensare a un’occasione perduta. Infatti non riesce a riprodurre graficamente il pathos di cui la storia e la sceneggiatura sono intrise.

Spesso il disegno manca di spessore, non è né troppo dettagliato, né sufficientemente dinamico.

Sembra riferirsi a quel filone di disegnatori quasi seriali, di cui abbiamo avuto modo di parlare su queste pagine, ad esempio in occasione dei Manga delle Scienze. Studi e autori che producono spesso anche fumetti commerciali, usati per pubblicità o albi aziendali. Sufficientemente efficaci nel racconto e nella caratterizzazione grafica dei personaggi, ma non sempre in grado di trasmettere l’enfasi di storie significative.

Su opere seriali, ci si può aspettare una qualità non sempre elevata, ma in una graphic novel, che poi vuol toccare un evento storicamente così rilevante, soprattutto dal punto di vista emotivo, avere un disegno non all’altezza di una pur buona sceneggiatura è un vero peccato.

Tecnicamente sulle tavole c’è poco da eccepire: la gabbia è ben strutturata e adeguata ai passaggi narrativi; il ritmo è ben riprodotto.

È proprio la qualità del disegno a non essere del tutto convincente, al punto che (ma è una sensazione) diversi passaggi sembrano ritoccati con software per grafica vettoriale, soprattutto nelle espressioni dei visi. E non è una cosa piacevole.

Comunque una storia che merita di essere conosciuta ed è già ricca di particolari in questo fumetto, che può essere un approccio a un evento che consente di approfondire molti aspetti di una mentalità che il Giappone ha portato fino ai nostri giorni.

I 47 ronin
Sean Michael Wilson, Akiko Shimojima
cartonato, b/n, 160 pagine
Edizioni L’età dell’Acquario
2018, 16€

Tex #695 – L’Ultima Vendetta

Tex #695

Il 2018 è l’anno del settantennale di Tex e l’albo in uscita a settembre è quello che marca il fatidico compleanno. Per l’occasione, seguendo una tradizione consolidata negli anni, la Bonelli ha deciso di proporlo come albo speciale a colori.

Qualche anno fa Alfredo Castelli, figura storica del fumetto italiano e creatore di Martin Mystère, spiegava che per Sergio Bonelli l’albo speciale di una serie della sua casa editrice doveva essere anche quello più normale di tutti: trattandosi di un’occasione che può attrarre nuovi lettori, molti dei quali a digiuno della storia del personaggio, lo speciale doveva funzionare come un biglietto da visita. Non era il posto dove sperimentare o giocare con i cliché della testata, doveva essere invece quanto di più onesto e canonico possibile.
Non che la serie regolare del ranger preferito dagli italiani si discosti mai particolarmente dai canoni impostati da Gian Luigi Bonelli e Galep nel 1948, sia chiaro.

Non è un caso quindi che alla realizzazione di questo albo specialmente normale (o normalmente speciale se preferite) siano stati chiamati due degli interpreti più fedeli e apprezzati della storia più o meno recente di Tex: Mauro Boselli, curatore e sceneggiatore principe della testata stessa, e Giovanni Ticci, storico disegnatore del ranger, coadiuvati dai colori di Oscar Celestini.
L’Ultima Vendetta è quindi una storia estremamente canonica nella bibliografia texiana ma non per questo priva di interesse, tutt’altro.

Il soggetto è abbastanza lineare: un giovane ragazzo della tribù dei Pima viene ferito da alcuni loschi personaggi mentre cerca di raggiungere Tex nei territori Navajo per chiedere il suo aiuto. Una volta soccorso, il ragazzo rivela di essere stato inviato da suo padre, Moss Keegan, una vecchia conoscenza di Tex ai tempi della loro rivalità nel mondo dei rodeo. Tex racconta quindi ai propri pards la storia che lega lui e Keenan.

Si tratta di uno dei classici “racconti attorno al fuoco”, qui un lungo flashback di circa 64 pagine, che hanno caratterizzato la lunga vita editoriale di Tex: il tipo di soggetto ideale per presentarci il Tex attuale e contemporaneamente mostrarci una parte della sua storia da giovane, quella raccontata proprio alle origini da Bonelli padre e Galep.

Boselli e Ticci ci regalano quello che potrebbe essere definito un Tall Tale (i racconti esagerati che caratterizzano la narrativa popolare dell’alba degli Stati Uniti) dedicato a Tex in cui il nostro eroe è rappresentato nella sua veste più iconica.

Ticci è il decano della testata, quello che interpreta in maniera più efficace l’aspetto emotivo, più ideale e meno cronachistico, del nostro eroe. Il suo segno, fatto di tratti nervosi ed espressivi, campiture nere a pennello, e linee raramente chiuse, indulge poco nella descrittività, salvo dove strettamente necessario, ma trasmette atmosfera. Le composizioni di Ticci – che spesso ricordano i dipinti di artisti come Remington, Russell o Schreyvogel – non lasciano spazio a formalismi decorativi ma sono più tese al racconto, alla messa in scena e al linguaggio del corpo; così come il Joe Shuster delle prime storie di Superman, il disegnatore suggerisce e lascia al lettore il compito più importante: quello di immaginare.

Da parte sua Boselli segue un’altra regola aurea della Bonelli: tutto deve essere spiegato più volte, nulla deve essere lasciato al caso o al dubbio. Per cui i personaggi parlano abbondantemente, le didascalie spiegano con dovizia, anche laddove i disegni basterebbero a raccontarci una storia. Lo scrittore milanese è erede e interprete di una tradizione editoriale che dà un enorme peso alla componente letteraria del fumetto, al testo scritto, ma che non vuol essere (solo) un mero strumento al servizio del lettore più distratto, che diffida delle sue capacità di interpretazione. La componente letteraria in Tex demanda ai dialoghi, alle didascalie e ai balloon di pensiero, il lavoro fondamentale della caratterizzazione psicologica, questo è il sintomo dell’importanza che i personaggi, dal protagonista alla comparsa, sono il vero perno della narrazione bonelliana; più importanti della “semplice” esposizione dell’intreccio. In Tex sono i personaggi a fare la storia e non viceversa.


Oscar Celestini contribuisce a questa narrazione quasi mitologica con una scelta coloristica discreta ma efficace, la palette di colori utilizzata è generalmente composta da colori caldi ma smorzati e mai, se non sul finale, troppo luminosi o vivaci; al centro di questo “western dai toni pastello” spicca, come il simbolo di un supereroe, la vivacissima camicia gialla di Tex.
In tutta la storia vediamo infatti quanto Tex sia dalla parte della giustizia, sempre, e come questa non sempre coincida con la legge e con gli uomini di legge. Da giovane fuorilegge, nel flashback, il giusto Tex combatte contro gli ingiusti e fa altrettanto da adulto, ormai un ranger, contrapponendosi alle ingiustizie, sia che vengano perpetrate da criminali che da sedicenti servitori dello Stato.
Il racconto di Boselli e Ticci aggiunge quindi un nuovo tassello alla leggenda di Tex, un albo che celebra un’icona del fumetto e conferma il suo ruolo da “Superman dell’editoria italiana”.
Lunga vita a Tex.

TEX n.695 – L’ULTIMA VENDETTA
uscita: 07/09/2018
Soggetto: Mauro Boselli
Sceneggiatura: Mauro Boselli
Disegni: Giovanni Ticci
Copertina: Claudio Villa
Colori: Oscar Celestini

Sandokan: Salgari a fumetti

Sandokan versione Star Comics. Tre volumi, tre storie principali: Le tigri di Mompracem, I misteri della Giungla Nera e I pirati della Malesia, accompagnate da una serie di side stories del tutto inedite.

Il progetto parte da Davide G.G. Caci che, nella prefazione al primo volume, intitolata Genesi di un pirata, spiega bene la situazione.

Non solo è un nuovo progetto, ma riguarda un personaggio dei più sfaccettati, complessi e interessanti del mondo dell’intrattenimento su cui autori di altissimo livello (su tutti Hugo Pratt e Mino Milani) hanno già “messo mano”.

In effetti per quelli della mia generazione Sandokan è stato il personaggio che ha aperto una parte di mondo che quasi non si studiava neanche in geografia a scuola. Quello dei mari del sud. Che il suo inventore Emilio Salgari immaginò senza mai averli visti. E che ha fatto immaginare anche a noi, aiutandoci a capire dove fossero l’India, la Malesia e l’Indonesia, quando ancora non era possibile trovarle su Google Earth. E gli atlanti riportavano nomi poco evocativi.

Fino dalle generazioni precedenti alla mia Sandokan è stato un riferimento, anche fumettistico. Infatti i fumetti d’avventura fin dagli anni ’40 del secolo scorso furono di grande diffusione (in questa pagina web un po’ di storia, qui un articolo di qualche anno fa di due dei più grandi esperti salgariani, Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi, che hanno anche collaborato alla parte saggistica di questa trilogia).

Poi negli anni ’70 e ’80 i libri, i film a puntate con Kabir Bedi, i fumetti, non solo quelli di Pratt, ma anche di altre edizioni. Fino a quella di Claudio Nizzi e Sergio Toppi su Il Giornalino nel 2008. Quest’ultimo ha anche ridisegnato l’iconografia del personaggio, con la sua personalissima interpretazione grafica, uscendo dall’immagine data dalla televisione e proponendo un principe realmente malese.

Altrimenti Sandokan ha sempre avuto lineamenti indiani, molto più facili da masticare per noi occidentali. E questa edizione non si allontana dall’iconografia più classica…

In questa nuova rielaborazione, le libere riduzioni dei romanzi sono a opera di Luca Blengino di Gero e dello stesso Caci (con lo pseudonimo David Goy). Il contributo grafico (sempre per il main course di ciascun volume) è di Paolo Antiga, Francesca Follini e Michael Malatini, in ordine cronologico di volume.

Innanzitutto è interessante che la scelta sia stata quella di una omogeneità grafica per i personaggi, per cui, con le inevitabili differenze stilistiche dei singoli autori, i protagonisti sono immediatamente riconoscibili nell’intera opera.

Un po’ come succede nelle opere della Bonelli. Probabilmente lasciare libera interpretazione sui personaggi da parte di ciascuno dei disegnatori intervenuti avrebbe generato una certa confusione… Il progetto (concluso?) vuole essere una sorta di inizio di Universo Salgariano, nel quale però ci sia un minimo comune denominatore, anche grafico.

Questo lavoro raccoglie a modo suo una serie di caratteristiche del fumetto “tradizionale” italiano. L’aspetto comune dei personaggi, appena citato; il bianco e nero (le sole illustrazioni a colori sono le copertine di Pasquale Frisenda); la riduzione grafica di opere della nostra letteratura; l’utilizzo, anche se non eccessivamente rigoroso, di una gabbia ben definita. Dei tre è il volume centrale che un po’ si discosta, adottando una grafica con richiami orientaleggianti.

L’opera unisce la riduzione dei romanzi a una serie di storie inedite brevi, ispirate dal mondo e dai romanzi salgariani, che hanno coinvolto tanti scrittori e disegnatori. Con esperienze diverse, dai fumetti pubblicati ne Il Giornalino a storie decisamente più adulte.

Sette storie di lunghezza fissata (8 tavole) del tutto inserite in modo perfettamente coerente nell’universo di Sandokan, pur muovendosi molto liberamente al suo interno.

Molto interessante è il fatto che per ciascuna storia agli scrittori/sceneggiatori è stato chiesto il perché della loro scelta, aprendo uno spiraglio su quello scrigno segreto che è l’intuizione, l’ispirazione di un racconto.

Ricchissimi i riferimenti bibliografici e storici e i legami con gli altri media, nonostante la parte saggistica sia molto snella e per niente pesante (non più di 6 pagine per volume).

L’omogeneità grafica e il background comune non hanno impedito ai singoli autori di esprimersi in modo del tutto personale. Nei romanzi, in cui ad esempio Paolo Antiga è molto più fisico, sottolineando i volumi e le situazioni con l’aiuto delle ombre e del tratto; Francesca Follini invece usa uno stile che a volte si avvicina al manga; Michael Malatini in alcuni passaggi mi ha ricordato le tavole di Stelio Fenzo, anche se con un tratto più minimalista. Lo stesso Malatini, in uno dei racconti brevi, dal titolo Gli occhi della tigre, mostra la sua capacità di utilizzare gli occhi per raccontare storie.

Sandokan disegnato da Paolo Antiga; Tremal Naik di Francesca Follini; i due insieme nella tavola finale dell’opera di Michael Malatini

Sarebbe veramente troppo lungo qui esaminare i tre volumi in dettaglio, considerando anche i ricchi contributi narrativi e grafici delle storie brevi. Che spaziano dai ricordi di Sandokan bambino a piccole storie che vedono protagonisti i  comprimari della saga.

Sicuramente un modo interessante di ripercorrere i primi tre romanzi del ciclo dei Pirati della Malesia. Si dà infatti una occasione ai lettori che non conoscono Salgari di avere un approccio grafico con pochi fronzoli.

Per chi invece ha già letto o ha avuto altre esperienze fumettistiche con La tigre di Mompracem, un versione lineare, che mette al centro l’avventura. Con la particolarità dei racconti brevi che allargano l’Universo Salgariano con una sorta di fan fiction disegnata.

Sicuramente un mix piuttosto azzeccato tra classico (i romanzi a fumetti), la sua estensione (i racconti brevi), la parte culturale (Gallo e Bonomi) e l’intervento degli sceneggiatori.

Un insieme di caratteristiche non particolarmente innovativo. Fornisce però una rilettura apprezzabile di storie che dovrebbero far parte della nostra cultura popolare. Sicuramente può essere un modo, per noi che quei romanzi li abbiamo letti, per proporli alle nuove generazioni, con un approccio più semplice di altre versioni a fumetti.

Sandokan
AA.VV.
3 voll. cartonati
144 pagg., 20 € cadauno
Edizioni Star Comics

Cosa spetta ai vinti? Gloria o guai?

Vae Victis (Guai ai vinti!) è la famosa locuzione latina che Tito Livio attribuisce a Brenno (Ab Urbe Condita,V, 48), per cui chi è sconfitto deve sottostare alle condizioni dei vincitori, senza poter ribattere.

Ma ai vinti può essere attribuita la gloria, addirittura un trionfo? Nel nostro mondo moderno, in cui chi vince prende tutto, Brenno non si sarebbe trovato male.

Invece Juanra Fernàndez, inventore di storie per il cinema e per i fumetti, si lascia ispirare da una stele funeraria vista nel Museo Archeologico di Cuenca, dedicata a un auriga di nome Aelio Hermeros.

Fernàndez, con l’aiuto dei disegni di Mateo Guerrero e dei colori di Javi Montes, racconta la storia del figlio omonimo di Aelio, reso schiavo dalla sconfitta e morte del padre a soli trentatré anni.

Una storia verosimile, un vero e proprio romanzo storico, in cui compaiono personaggi realmente esistiti. Primo fra tutti lo sportivo più ricco della storia, l’auriga Gaius Appuleius Diocles, in realtà più portoghese che spagnolo. Vincitore di quasi 1500 corse, per questo considerato il più grande conduttore di bighe della storia. E due imperatori: Lucio Vero, e il futuro imperatore Commodo.

I personaggi reali si intersecano con quelli inventati. Tra i quali troviamo delle citazioni interessanti, come il gladiatore gallico, che si chiama Caturix, nome gallico del dio della guerra. O il gladiatore trace Cannicus, citato nell’iscrizione pubblicitaria dei ludi romani, che ricorda il nome dello schiavo celtico (Gannicus) che prese parte alla rivolta del più famoso trace Spartaco. L’avversario di Aelio si chiama Victor, che vuol dire vincitore. Aelio stesso suona come Helios, il nome greco del dio del sole, successivamente soppiantato da Apollo. Entrambi sono identificati come auriga del carro del sole. Da qui anche il titolo del primo volume della serie: I figli d’Apollo.

Fernàndez ricostruisce attentamente molte delle caratteristiche dell’ambientazione, in Gallia come a Roma, mettendo a disposizione del fumetto la sua esperienza cinematografica. Per cui rende verosimile tutto: luoghi, nomi, date, aspetto dei personaggi, regole dei giochi. Senza parossismi e con grande dovizia di particolari. Utilizza anche alcuni versi di opere non certo famosissime, dalla Historia Augusta, al dii inferi, arrivando a riprodurre una iscrizione usata per indicare le gare che si svolgevano nel Colosseo (allora ancora Anfiteatro Flavio).

La storia percorre dodici anni della vita di Aelio: dal dramma alla gloria. Il dramma della morte del padre nel circo di Ilici per mano dei due Victor, padre e figlio, anch’essi omonimi, anche se con un rapporto del tutto diverso di quello fra gli Aelios.

E qui, fin dall’inizio, l’oracolo premonisce, annunciando gloria victis.

E Aelio è un vinto, deve tornare schiavo, ripartire da nulla.

Ma il suo legame con i cavalli e con le corse prima lo rende un uomo libero e poi sembra aprirgli la strada a una vita almeno con la prospettiva dell’amore. Ma fra due schiavi non è facile. Tra vinti…

Aelio sembra essere davvero libero solo quando guida le bighe e le quadrighe, nel circo. Anche se deve soffrire l’illecita sconfitta, dà prova di grande coraggio. E qui l’intero stadio lo onora della gloria dei vinti urlando a una voce le parole dell’oracolo. Mentre il vincitore, Victor, dopo aver mostrato slealtà, dà anche prova di crudeltà, prendendosi una vendetta eccessiva. È la vendetta contro tutti il leit motif del vincitore (parziale) di nome e di fatto.

Vendetta che non ferma l’ascesa di Aelio, pur ferendolo profondamente. Ma piano piano, con l’aiuto del ricordo di suo padre e di alcune persone, passa per i giochi di Tarragona, poi di Narbonne e infine di Roma.

Nella scrittura di Fernàndez si enucleano sempre più i buoni e i cattivi; i vinti e i vincitori. In realtà il sapore della vittoria per chi è sempre stato un vinto è alla fine amaro, in particolare perché si confonde con quello non certo piacevole della vendetta.

Sembra esserci più gloria nell’essere vinti con onore, che nel vincere. La frase finale recita:

Cosa ci resta una volta compiuta la vendetta? Un sapore amaro ed effimero in bocca… e un altro ancora più amaro e persistente nell’anima…

Così la vittoria non persisterà, perché ferita dalla vigliaccheria dello sconfitto e dall’impeto di vendetta di Aelio, che così rimane vinto per sempre, pur avendo raggiunto la sua gloria.

La storia prende, ha un bell’alternarsi di sentimenti e sensazioni, e non finisce per forza tutto bene. Anche per Aelio c’è tutta la gamma dei sentimenti, espressa in modo anche violento (bella l’esplosione di rabbia alla fine del primo volume). La trama, basandosi anche sui riferimenti storici, funziona.

La sceneggiatura è molto cinematografica, con cambi di scena rapidi, a volte persino troppo. Al punto di creare momenti di confusione, con l’incrociarsi di personaggi secondari che si alternano e che richiedono un po’ di concentrazione e una rilettura attenta per mettere a posto tutte le caselle.

La stessa rapidità si trova nei disegni di Mateo Guerrero: la gabbia non è mai regolare, con vignette spessissimo sovrapposte e libere nelle dimensioni, nella forma e nel posizionamento. Il tratto è comunque didascalico, convincente, ma non sempre mi ha convinto nella dinamicità. Anche nel laocoontico naufragium in cui muore Aelio senior, la scena è una sequenza di fotogrammi con poca continuità, senza alcuna linea dinamica. Anche se i fotogrammi sono tanti, soprattutto nei momenti più intensi, i cambi di camera sono per lo più troppo rapidi.

Funzionano invece bene alcuni zoom sui personaggi.

Questa sensazione di discontinuità però permane per tutta l’opera.

La parte migliore dei disegni è comunque nei dettagli, nella capacità di esprimere le emozioni dei visi e degli occhi, nella precisione della riproduzione dei corpi.

Anche la colorazione è precisa ma con poche puntate in avanti. Realistica, gioca bene con le ombre ma, ad esempio, poco sottolinea le emozioni.

Per quanto riguarda l’edizione italiana, abbiamo trovato una disattenzione nelle traduzioni (viene lasciato nella prima tavola il termine fiston, con cui Aelio chiama il figlio: un vezzeggiativo francese per chiamare i figli ma di cui non abbiamo trovato riferimenti latini).

In definitiva un racconto di buon livello, con una caratterizzazione storica estremamente interessante e personaggi ben definiti, che però forse poteva dare qualcosina in più dal punto di vista più squisitamente fumettistico, nella parte grafica.

Gloria victis
2 voll., 112+96 pagg., 13€ cadauno
Fernàndez, Guerrero, Montes
Colore, 19.5×26
Star Comics

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